The Project Gutenberg EBook of La disfatta, by Alfredo Oriani

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Title: La disfatta

Author: Alfredo Oriani

Release Date: December 9, 2006 [EBook #20061]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DISFATTA ***




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  LA
  DISFATTA



  ROMANZO

  DI

  ALFREDO ORIANI




  MILANO--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO

  ROMA      Via del Corso, 383.
  NAPOLI    Via Roma (gi Toledo), 34.
  BOLOGNA:  Libreria Fratelli Treves, di P. Virano, Angolo Via Farini.
  TRIESTE:  presso G. Schubart.
  PARIGI:   presso Boyveau et Chevillet, 22, rue de la Banque.
  LIPSIA, BERLINO e VIENNA: presso F. A. Brockhaus.





  La Disfatta.




  LA
  DISFATTA

  ROMANZO

  DI

  ALFREDO ORIANI




  MILANO

  Fratelli Treves, Editori

  1896.




  PROPRIET LETTERARIA



  _Riservati tutti i diritti._
  Tip. Fratelli Treves.





LA DISFATTA




I.


La contessa Ginevra volse la testa con un sorriso, tendendo al vecchio
medico la bella mano bianca, sulla quale non brillava che il sottile
anello matrimoniale.

--Perch cos tardi stasera?

--Esco ora dalla casa del marchese Roderigi: sta un po' meglio, il
caso  nullameno disperato.

Qualcuno degli invitati scambi un'occhiata malinconica alla triste
notizia, ma la conversazione rimase impacciata come prima.

Il dottor Ambrosi si era seduto sopra una lunga poltrona in felpa
gialla, presso la contessa Ginevra, abbandonando la testa sulla
spalliera colla famigliarit di un amico, pel quale l'etichetta
consente molte licenze. Era un bel vecchio alto, quasi calvo, di un
color roseo ancora vivace sotto il bianco dei capelli e della barba;
mostrava sessant'anni, bench ne avesse quasi settanta, ma n la
fatica, n lo studio avevano ancora potuto trionfare della sua robusta
complessione.

--E Bice?--chiese subito, riaprendo gli occhi.

-- nella sua camera.

Tutti attesero quello che il dottore avrebbe detto. Egli parve
scrutare nello sguardo della contessa, largo e tranquillo; quindi con
quella bruscheria, che lo aveva reso popolare, si scroll sulla
poltrona.

--Vapori!

--Bice ha un'anima troppo delicata.

--E un corpo troppo debole: una cosa dipende dall'altra.

--Sapete perch non viene stasera con noi?

--Lo immagino, ma forse verr pi tardi.

--Purch non pianga! Negli organismi come il suo, il pianto  un
disastro; si squilibria tutto il sistema nervoso, e lo stomaco si
stanca in contrazioni inutili.

La contessa Ginevra gir lo sguardo sugli altri. Non erano molti; la
contessa Ghigi, una dama di cinquant'anni, ossuta, nerastra,
pochissimo simpatica, e nullameno di una bont che sarebbe stata
poetica, anche senza il profondo sentimento religioso che l'animava.
Portava dei mezzi guanti di seta nera, a rete, sulle mani gonfie dai
geloni, e sui capelli ancora nerissimi e duri, bipartiti sulla fronte
bassa, un tocco di velluto scuro, quasi malandato. Ella sedeva vicino
ad un ometto vestito di un largo soprabito bigio, tutto rasato, con
una testina giallognola illuminata da due occhi cilestri vivacissimi.
Dirimpetto a loro un altro vecchio, calvo sino quasi alla nuca, col
ventre a stento rattenuto da un corpetto in panno turchino a fiorami
di seta, e una cravatta bianca al collo troppo grosso, appoggiava le
mani poderose al tavolo, trastullandosi con un mazzo di carte.

All'occhiata della contessa Ginevra tutti guardarono il dottore con
muta disapprovazione.

--Ecco che mi siete tutti addosso!--disse raddrizzandosi sulla schiena
con uno scoppio di voce, mentre il suo viso si animava di una energia
simpatica:--volete davvero la mia opinione? Mi disapproverete, so gi
prima quanto pretenderete di oppormi, perch ho fatto la vostra
diagnosi da un pezzo; ebbene, la mia opinione eccola: il tenente
Lamberto ha ragione.

Questa affermazione era cos enorme, che sul momento nessuno pot
protestare; la contessa Ghigi ebbe per la prima come un gesto di
spavento.

--Per voi io sono gi condannato; non lo negate, contessa Maria,
perch non mi offendo di questa condanna, alla quale sono sicuro di
sfuggire da un'altra porta: d'altronde so che pregate da molti anni
per me, e che la vostra cattiva opinione sulle mie idee non
v'impedisce di volermi bene come ad un amico. Contessa mia, e anche
voi, Ginevra, avete torto:  il tenente Lamberto, che ha ragione.

--Affliggere la povera Bice!--intervenne il vecchietto tutto rasato,
con una voce cos sottile che si sarebbe creduta di una ragazza.

--Sei fuori di tono, Giorgi: la vita ha pi corde del tuo pianoforte.
Dimentichi dunque, mio grande maestro, che il tempo  tutto, nella
musica come nella natura? Lamberto ha ventisei anni, ecco perch ha
ragione.

--Io sono qui forse quella,--disse la contessa Ginevra,--che vi d
meno torto; per confessate, con tutta la vostra indulgenza alla
giovent, che almeno Lamberto ha peccato nel modo.

--Tutto quello che vorrete, la forma, la finezza delle maniere, che
io, nato contadino, non ho ancora saputo imparare, ma che non
avrebbero mutato nulla al problema. Tiriamo dritto: in una diagnosi si
tiene forse conto della signorilit di un individuo? Volete un'altra
opinione?

--Peggiore della prima?--osserv il grasso Prinetti, che non aveva
ancora parlato.

--Siete dunque in vena, dottore?

Egli fece uno sforzo per frenarsi, ma il carattere riottoso lo
trascinava.

--Bisogna pure, quando si tratti di passioni, non dimenticare che
siamo composti di materia. Io non nego la spiritualit, come la
chiamate voi altri con una parola inintelligibile, perch senza di
essa l'uomo sarebbe rimasto un bruto. S, l'amore, la gloria, la
ricerca eroica del vero, tutto lo slancio umano, insomma il pensiero 
la sola bellezza e la sola virt della vita, ma per pensare ci vuole
un cervello inaffiato largamente di sangue. Datemi i ventisei anni di
Lamberto, rimescolatemi, a Roma, in una societ dove non si pensa che
a godere, e forse hanno pi ragione di noi che abbiamo sempre
lavorato,--esclam con improvvisa amarezza:--anche se amo la nostra
Bice con tutte le forze del cuore, se penso a lei in ogni momento che
potr sottrarre alla mia professione oziosa di soldato, Bice non mi
baster. L'amore  come la scienza; ha bisogno di rinnegarsi spesso
nella pratica. Se non foste la gente che siete, vi direi: ricordatevi
e mi darete ragione!

Tutti sorrisero, egli invece brontol ancora riappoggiando la testa
sulla poltrona.

Nel salotto l'aria era tiepida e leggermente aromatizzata da alcune
pastiglie, che la contessa Ginevra aveva gittato sulle brace del
caminetto, poco prima che entrasse il dottore. Vi fu un silenzio. Il
salotto, di un gusto ricco e severo, in quella penombra diventava
quasi cupo: solo le poltrone, sulle quali sedevano gl'invitati, e che
evidentemente la padrona vi lasciava per una fine amabilit verso i
vecchi amici, avevano un carattere quasi volgare di comodit, giacch
da molti anni servivano alle stesse persone, e ne conservavano
coll'impronta del corpo i segni delle mane particolari. Quella del
dottore, stretta e lunga, colle frangie dei bracciuoli sfilacciate,
metteva tratto tratto un gemito a quel suo dimenarsi, che le aveva
slogato un piede; ma egli si sarebbe lamentato, se la contessa Ginevra
avesse voluto rimbottirla e tappezzarla di altra felpa.

Giorgi sedeva sopra uno sgabello da pianoforte, la contessa Ghigi
spariva quasi, entro una larga ottomana, mentre Prinetti allargandosi
sopra una robusta sedia americana, a rete di giunco, perch qualunque
imbottitura gli avrebbe infiammato le reni, grasso com'era, guardava
ancora il dottore. Nel mezzo, un piccolo tavolo da giuoco, parato di
panno turchino, attendeva la solita partita sotto un magnifico
lampadario in bronzo verde; gli altri mobili erano in palissandro, le
pareti a damasco azzurro con fiori di un azzurro pi carico, il
caminetto di marmo nero, il soffitto, dipinto nel secolo scorso,
posava sopra un cornicione a stucchi dorati. Pochi bronzi ornavano i
tavoli da muro, e tre grandi quadri pendevano da grossi cordoni alle
pareti, ma nella luce filtrante dai doppi merletti del lampadario si
poteva appena indovinarne i soggetti; mentre a fianco del camino, su
due grandi vasi cinesi sembravano accendersi improvvisi bagliori come
se i mostri, che vi erano smaltati, si agitassero di quando in quando
fra l'aggrovigliamento mostruoso dei loro rabeschi.

La contessa Ginevra, seduta presso il dottore entro una larga poltrona
in velluto amaranto, aveva abbassato la testa. Il suo volto di badessa
conservava ancora una dolce serenit di comando, sebbene la bellezza
non ne potesse pi essere la ragione, ora che le guance le si erano
cos ingrossate, e il mento, appena diviso dal collo per un solco
molle di carne, le appesantiva tutta la fisonomia. Ma i suoi occhi
neri, larghi ed intelligenti in una tranquillit di luce autunnale,
rendevano anche pi dolce il sorriso della sua bocca impigrita, sul
quale appariva tratto tratto una condiscendenza, quasi stanca, di
bont sopravvissuta a tutte le passioni. Solo le mani, bianche e
vellutate come ai bei giorni, vibravano ancora delle nervosit
improvvise ed irresistibili della donna. Il resto del suo corpo non
aveva pi forme femminili; ella s'abbandonava entro abiti larghi,
senza voler resistere alla deformazione degli anni se non colla testa
e colle mani, quello che ancora la gente poteva vedere in lei, e che
forse avrebbe ammirato fino all'ultima ora. Dinanzi al camino un alto
seggiolone di quercia, ricoperto di una bazzana a dorature, e una
poltroncina in raso roseo parevano una cattedra ed una culla; e dietro
di esse, ancora pi alto, un candelabro d'argento reggeva una grossa
palla, avvolta in una nuvola di fiori, dai quali filtrava una luce da
altare. La contessa Maria disse:

--Che vada io nella camera, per tentare di condurla qui?

--Bice non  abbastanza devota.--ribatt il dottore,--per subire il
fascino delle vostre spiegazioni. Le direste che il Signore,
visitandola con questa afflizione, si  ricordato di lei, e questa,
pel momento, non pu essere una consolazione.

--Non le avrei detto cos.

--Ma, un presso a poco.

--Avrei aspettato che ella parlasse: la carit deve saper ascoltare il
dolore, se vuole consolarlo.

--La bestia sono io, contessa; le bigotte, che ho conosciute,
m'imbrogliano sempre la bella conoscenza che ho di voi.

--Io non andrei,--disse Prinetti:--non so il perch, ma fate a modo
mio, non andate. Se Bice, che ci ama, vuol restar sola, significa che
nessuno di noi pu nulla per lei.

--Non ha nemmeno aperto la bella messa di Tchaikowski, che ho potuto
ottenere per lei dal Liceo,--disse Giorgi.--Gasperini, il
bibliotecario, ha fatto un mondo di difficolt per prestarmela.

--Giocate dunque voi, dottore, con Prinetti, il vostro solito
_bezique_.

--Sai, Prinetti, giuoca con Giorgi,--ribatt quegli di mal umore:--ho
i nervi anch'io.

Si conosceva la tenerezza burbera e brontolona del dottore per Bice.

--Noi due faremo la calza,--si volse la contessa Maria alla contessa
Ginevra,--aspettando che venga De Nittis.

--Allora forse torner Bice:--voi, dottore, dormite poich siete
stanco.

-- la vita che mi stanca.

--Eppure la sua prova non  lunga.

La contessa Maria aveva aperto un piccolo sacco da lavoro, traendone
quattro grossi gomitoli di lana ordinaria, e due paia di calzettine
appena incominciate.

--Via, anche tu, Ginevra, colle tue belle mani!--le disse, mostrandole
le proprie sformate dai geloni.

--Centoquindici, centovent'otto, centonovantacinque,--contava gi la
voce sottile di Giorgi, mentre Prinetti, miope, si chinava sul tavolo
per scrivere colla matita, sopra un pezzo di carta, i propri punti.

Nel salotto non si udiva che il ronzio della fiamma chiusa entro la
palla di vetro sull'alto candelabro, e il battere sollecito dei ferri
fra le mani caritatevoli della contessa Maria. E, a poco a poco, il
dottore si assop sulla poltrona, rimuginando nel pensiero tutta
quella triste giornata di lavoro. Era celebre e ricco, ma le miserie,
in mezzo alle quali aveva sempre dovuto vivere, gl'impedivano anche
allora che la sua carriera aveva trionfato di tutti gli ostacoli, la
gioia della vittoria. Poi il dolore di Bice lo spaventava. La ragazza,
delicata come un fiore di serra, avrebbe potuto ammalarne; ed ecco
perch egli dava rabbiosamente ragione a Lamberto, quasi per punirsi
di non essere riuscito con tutta la propria scienza a metterle la
vigoria della giovinezza nel corpo. Ma, se Lamberto non aveva del
tutto ragione, Bice aveva certamente torto di annettere tanta
importanza ad una scappata giovanile, che si sarebbe sempre dovuto
supporre, anche ignorandola. Tale estrema sensibilit non era forse
che un effetto dell'anemia, giacch le nature robuste sanno quasi
sempre essere gelose ragionevolmente.

Tutte le sere il dottore veniva dalla contessa Ginevra per un paio
d'ore, in quel salotto, a purificarsi, dai contatti inevitabili alla
sua giornata di medico, entrando come in un'altra vita spirituale,
egli medico materialista, che la negava stizzosamente nella scienza,
appunto perch se la sentiva pi imperiosa e profonda di essa nel
cuore.

Giorgi e Prinetti seguitavano a contare con voce sommessa: Giorgi
pareva un ragnatelo e Prinetti una foca, ma l'uno aveva scritto nella
musica sacra forse le ultime pi belle pagine, traducendo la violenta
passione dell'anima moderna nella eterna passione umana verso Dio;
l'altro aveva viaggiato trent'anni, e per dieci era rimasto in Africa
lottando per l'abolizione della schiavit, viaggiatore e soldato
eroico, senza riportarne nemmeno la tentazione di scrivere i propri
viaggi in un tempo, nel quale non si viaggia pi che per scrivere.
Per nessun osservatore volgare avrebbe saputo, guardandoli giocare a
quel modo, indovinare dal loro aspetto due anime aristocraticamente
superiori: solo qualche volta, mentre abbassavano ancora pi il tono
della voce per non disturbare il lavoro delle due signore, il loro
volto s'illuminava di un dolce sorriso.

--Dottore,--disse la contessa Maria,--la piccola Roberti verr
domattina a trovarmi con sua madre.

--Voi credete a quella donna? Sapete perch era tanto afflitta per la
malattia della figlia? Perch spera di poter presto vivere sopra di
lei.

La contessa Maria non si mosse.

--Forse il Signore non lo permetter.

--Permette ben altro! Il popolo lo conosco pi di voi, perch ci sono
nato: nulla potr mutarlo. Novanta volte su cento la vostra bella
carit diviene alimento a' suoi vizi; il popolo non crede, non spera,
ma vuole evitare di soffrire ad ogni costo.

-- tanto che soffre,--rispose la contessa Ginevra.

--Quando soffrir meno, sar anche peggiore. Solamente l'egoismo dei
poveri supera quello dei malati; almeno questi, atterriti dalla morte,
sentono talora la riconoscenza, se si arriva a salvarli; mentre i
poveri prendono sempre, invidiando secretamente, sino all'odio, quelli
che donano loro.

--Voi avete diritto di essere severo colla miseria, giacch ne avete
trionfato,--replic con dolcezza la contessa Maria;--ma noi, che non
abbiamo fatto nulla, saremo sempre debitori verso i poveri. Se Dio ci
ha preferito in questo mondo per la sua misericordia, vuole per che
ne cerchiamo il secreto nei dolori della povera gente: aiutandoli a
soffrire, possiamo forse persuaderli, che la poca parte di felicit
concessa alla vita non  una ingiustizia.

Giorgi e Prinetti smisero di giuocare.

--Soffrendo molto, l'uomo arriva a comprendere la necessit del
dolore,--intervenne questi.--Vedete la schiavit, questa fase
inevitabile della educazione: bisognava che il padrone, a forza di
frugare nello schiavo, vi ritrovasse una coscienza invincibile, e che
questi, resistendo, gli desse la vera misura delle forze umane. L'uomo
non si  educato altrimenti. Ho visto sui mercati dell'Africa centrale
tutti gli schiavi rassegnati, quasi indifferenti alla loro sorte;  la
prima tappa.

--Solo il cristianesimo potr redimerli,--disse la contessa Ginevra.

Ma il dottore protest:

--E coloro che saranno morti prima di questa redenzione?

--Saranno morti come tutti gli altri, secondo i disegni di
Dio,--ribatt la contessa Maria alzando la sua faccia quasi maschile,
dalla quale trapelava un raggio dell'anima.--Dinanzi a lui siamo tutti
egualmente colpevoli, ma quelli lo sono meno, senza dubbio, ai quali
non ha voluto rivelarsi.

--La fede, la fede....--mormor il dottore non convinto.

--Quella che voi trovate in tutti i moribondi,--disse finalmente
Giorgi.--Haydn pregava prima di scrivere; ecco perch il mondo creder
sempre alla sua musica.

La contessa Ginevra, che faceva la calza lentamente, mentre la
contessa Maria andava in fretta come un piccolo telaio, osserv
improvvisamente:

--Anche De Nittis tarda stasera.

Aveva appena pronunciate queste parole, che De Nittis entr: tutti gli
si volsero col viso come illuminato, ma egli non strinse la mano che
alla contessa Ginevra.

--Bice?--chiese premurosamente.

-- nella sua camera.

--Lamberto  venuto da me.

--Tornato da Roma!--grid quasi il dottore, alzandosi.

Giorgi e Prinetti avevano circondato De Nittis, la contessa Maria
smise d'incrociare i ferri.

--Mi ha lasciato ora: domani verr da Bice.

--Che cosa vi ha detto?--domand la contessa Ginevra.

De Nittis sorrise:

--Voi lo sapete, senza dubbio, quanto me; il ragazzo ha trovato pi di
un nobile accento.

Il dottore si volse trionfante.

--Suonate, Giorgi, che portino il th.

--Tu,--disse De Nittis al dottore,--va a chiamare Bice.

Questi rimase impacciato, ma tutti approvarono la scelta; il dottore
colla sua affettuosa rudezza era forse il pi amato da Bice.

--Le dico solo che sei arrivato.

De Nittis, sempre freddoloso, si era gi appressato al camino,
volgendovi la schiena ed alzando un piede verso la fiamma. Era vestito
di nero, come al solito, con un soprabito quasi attillato, entro al
quale il suo corpo, ancora elegante di tutte le proporzioni della
giovinezza, si muoveva disinvoltamente. Ma la sua testa troppo grossa,
sebbene i capelli bianchi, corti e pettinati con cura, non ne
aumentassero la cornice, appariva non meno ammirabile nella altezza
della fronte che nella vivacit del colorito quasi roseo, col volto
tutto rasato all'inglese, due piccole fedine sotto le orecchie, e una
bocca quasi fresca.

Anch'egli, come Prinetti, portava sempre la cravatta bianca, ma con un
corpetto meno aperto e il colletto dritto, forse per nascondere le
prime rughe del collo, per una di quelle civetterie quasi
inconsapevoli nei vecchi rimasti belli; e la sua fisonomia, di una
signorilit regale, se i re fossero davvero secondo l'antica
cavalleresca definizione primi fra i signori, prendeva facilmente,
appena la fronte gli si spianasse, quella espressione di calma
monastica, di serena contemplazione, che solo la lunga abitudine del
pensiero arriva ad imprimere.

--Roberto,--gli disse Prinetti,--ecco le sigarette per te: sono
arrivate oggi da Costantinopoli.

--Davvero genuine!--esclam l'altro, leggendone la scritta in
caratteri turchi sul pacchetto a colori, mentre colle mani, belle
quasi quanto quelle della contessa Ginevra, lo rigirava
bambinescamente, prima d'aprirlo.

--Bice fumer la prima.

--Lo credete?--chiesero tutti.

--Bisogner bene che acconsenta, se dovr accettare da lei la mia
tazza di th.

Il dottore torn solo.

--Ora viene.

Un cameriere vestito di scuro, senza alcun distintivo di livrea, rec
il servizio da th; lo depose sopra uno dei tavoli a muro, fra due
vasi di bronzo, e si ritir mutamente. La fiammella dello spirito,
cilestrina, tremolava nella penombra, mentre i ferri della contessa
Maria martellavano sempre collo stesso ritmo affrettato nel silenzio
del salotto.

Bice entr.

Era solamente un po' pi pallida delle altre sere.

Il suo abito di casimiro grigio, stretto su tutta la persona, ma cos
pesante che ella sembrava portarlo a stento, sebbene colla coda
toccasse appena il tappeto, non aveva alcun ornamento: solo un piccolo
fermaglio antico di acciaio, lavorato come una trina, vi brillava al
colletto dritto e molto basso, malgrado la eccessiva lunghezza del
collo. Anzi, per una di quelle profonde intuizioni artistiche che
talvolta le donne hanno di s medesime, invece di nascondere la
propria magrezza, ella sembrava affettarla; l'abito le disegnava tutto
il busto, colla schiena gi piegata sotto il peso della testina
dolorosa, e la sporgenza quasi mostruosa delle anche, al disopra delle
quali il petto le rientrava nel dosso. Si era inoltrata adagio, colla
testa lievemente china sulla spalla sinistra, facendo come una macchia
nell'ombra del salotto col volto bianco. I capelli di un nero corvino,
pettinati alti sulla fronte, accrescevano ancora l'aria imperiosa del
suo volto, con quel gran naso aquilino fra le sopracciglia sottili e
lievemente corrugate: per una fossetta sul mento metteva una grazia
di bambina nel sorriso del suo saluto. Solo le sue orecchie ceree,
piuttosto grandi, facevano una triste impressione.

--Buona sera,--disse colla sua voce appannata, di una dolcezza
penetrante.

Tutti le vennero incontro; si capiva che avrebbero voluto parlare, ma
la sapevano troppo intelligente per arrischiare una parola inutile.
Ella stese a De Nittis la mano gelata.

-- pi freddo stasera.

--Scaldati dunque anche tu, prima di farci il th,--esclam il
dottore, che avendole afferrato l'altra mano, gliela stringeva fra le
proprie; quindi le trasse la poltroncina rosea pi accanto al fuoco.

--Mettiti qui.

--Prima faccio il th.

--Niente, signorina; quando ho ordinato una cosa, deve essere,
altrimenti cambiate medico.

--Preferirei di cambiare malattia.

--Ti converrebbe prima mutare di testa: Guillotin, il pi umanitario
fra noi medici, non  arrivato che ad inventare una macchina per
tagliarle.

La contessa Maria si volse alla risata di tutti: aveva gi tratto dal
sacco del lavoro un piccolo astuccio, e le si avvicin aprendolo.
Tutti si appressarono per vedere. Era una medaglia d'oro, una
madonnina di un grande artista sconosciuto.

--Oh!--disse Bice,--quale meraviglia!

-- miracolosa?--domand sardonicamente il dottore, che quella sera
cercava tutti i modi per divertire Bice.

--Come arte, senza dubbio,--rispose De Nittis.

-- stata benedetta sull'altare del Santo Sepolcro a
Gerusalemme,--soggiunse la contessa Maria.--Era della mia povera
mamma: ho voluto dartela stasera, perch tu la porti sempre per amore
di lei.

Bice gett le braccia al collo della contessa, reprimendo un
singhiozzo.

La contessa Ginevra, Prinetti e Giorgi erano tornati prudentemente
alle loro sedie per non aumentare la commozione di quella scena, della
quale il dottore cominciava gi ad impazientirsi. Bice prese la
medaglia per la sottile catenella d'oro, e se la mise al collo, sopra
l'abito. Si vedeva che aveva freddo; allung i piedini verso la grata
lucente del camino, stringendosi dentro le vesti.

--Propongo fra noi tre,--disse il dottore,--un bicchierino di rhum.

Prinetti e Giorgi avevano ripreso il _bezique_, la contessa Ginevra e
la contessa Maria le calzettine. Il salotto si manteneva silenzioso,
ma a poco a poco il dottore, aiutato da De Nittis, riusc ad annodare
con Bice una conversazione; veramente egli non vi era molto forte, ma
l'altro, il grand'uomo della loro piccola societ, pensatore ed
artista squisito, sapeva mettere nei propri discorsi un fascino quasi
femminile. La sua voce morbida e sonora sembrava talvolta dilatare il
significato delle parole come una musica.

Riprese dal collo di Bice la medaglia, e compiacendosi da principio a
farle notare tutte le finezze del disegno, si perdette a poco a poco
nella poesia della Vergine Madre di Dio, come prima era balenata nella
fantasia torbida e grandiosa dei profeti israelitici, e nella vittoria
del cristianesimo occupando poi tutti i cuori aveva potuto di leggenda
in leggenda salire sino al paradiso di Dante, per riapparire
nuovamente, attraverso il barocchismo del moderno culto gesuitico, in
un altro idillio, alle anime semplici dei contadini nelle campagne
della Salette e di Lourdes. Il dottore lo ascoltava, preso anch'egli
all'incanto di quel mondo di fantasmi religiosi, senza i quali
l'umanit, malgrado tutte le forze della salute, non avrebbe saputo
vivere. Era il trionfo della donna al disopra di s medesima, librata
nella purit come in una luce rivelatrice.

--La verginit cristiana,--proseguiva De Nittis con un tremito leggero
nella voce,--non  pi la preparazione all'amore, l'attesa della
maternit, come nel mondo antico: l'uomo ne  escluso. Egli non
saprebbe essere vergine, perch nella sua lotta contro la natura deve
subirne tutti i contrasti e penetrarne tutte le contraddizioni. L'uomo
pot, con uno sforzo supremo di ascetismo, salire sino alla castit
isolandosi dalla vita, ma questo suo trionfo parziale non ebbe mai il
valore di un principio religioso. La verginit  femminile: tutte le
religioni lo hanno sentito, quasi tutte, almeno le pi eccelse,
osarono la fusione fra i due termini, verginit e maternit. Ma nel
cristianesimo questo simbolo divenne anche pi alto, e Maria vergine
madre ne perfezion la stessa bellezza plastica con una nuova
perfezione morale: quindi ella fu la pi vera bellezza umana
nell'immunit dalle deformazioni del piacere, e l'eroismo pi puro
accettando tutti i dolori dell'umanit nel proprio figlio senza aver
peccato nel partorirlo. Nessuna poesia superer mai quella della
Madonna cristiana, giacch coloro che come voi, dottore, non si
prostreranno alla sua immagine, dovranno adorarla nello spirito.

--I preti non spiegano cos il mistero.

--Non l'ho io forse raddoppiato invece di spiegarlo? Non  miglior
spiegazione la loro, quando dicono che Dio volle incarnare il proprio
figlio, perch morisse per noi, e ci redimesse? Tutte le spiegazioni
sono cos. Dinanzi ad un malato voi non dubitate della malattia, non
vi chiedete se essa non sia piuttosto una nuova forma della vita, la
vittoria di un vivente sopra un altro; per voi, per la medicina, la
malattia invece  il nemico della vita, perch scompone una
individualit. In questo caso le spiegazioni della scienza, davanti al
mistero della natura, in che cosa sono superiori a quelle della
religione, di fronte al mistero dello spirito?

Il dottore, allegro di essere riuscito ad interessare Bice con quel
discorso, si lasci battere volentieri.

--L'eterna guerra fra la scienza e la filosofia!--replic
sorridendo:--voi ci accusate di non capire, noi vi accusiamo di non
fare. Tu dovresti stare per la scienza, Bice, e farci il th.

--Trecentoventinove,--proruppe Giorgi:--dottore, Prinetti ha bisogno
di voi, sta male.

--Starebbe meglio se, invece di perdere delle puglie, perdesse un po'
di grasso. Sei tornato troppo presto dall'Africa; con qualche altro
anno laggi ti saresti prosciugato.

Quando Bice ebbe servito il th a tutti, torn presso il camino:
l'atmosfera del salotto sembrava cambiata. Rosa, la vecchia cameriera,
venne silenziosamente a mettersi dietro De Nittis: la sua faccia
grinzosa, fra la cuffia nera e il largo fazzoletto di lana a quadroni
cupi sulle spalle, pareva assopita. Adesso tutti parlavano, il dottore
era tornato alla sua poltrona, De Nittis, il solo che fumasse, aveva
accesa una sigaretta costringendo Bice ad accettarne un'altra; ma la
ragazza sembrava ricadere, ogni tanto, in una penosa meditazione.

De Nittis le prese una mano.

--Domani verr Lamberto.

Ella sussult.

--L'ho visto oggi; fra voi due  necessaria una spiegazione. Dovete
ascoltarlo, prima di giudicare.

--Perch ascoltarlo, quando ho gi sentito?

--Ascoltatelo nullameno. Voi non siete una donna volgare, per la quale
il dispetto possa essere una ragione; quando gli avrete parlato,
sentirete che cosa il cuore vi detta. La vita  troppo profonda,
perch si possa pretendere di indovinarla alla prima ruga della sua
superficie.

Ella parve raccogliersi.

--Mi dir quanto ha detto a voi, che non ne siete rimasto persuaso,
poich non volete ripetermelo.

--Bice, voi soffrite troppo ora.

--No,  passata.

E si stese languidamente sulla poltrona: la sua debolezza, in quel
momento, era pietosa. De Nittis la consider a lungo, respirando quasi
involontariamente la poesia dolorosa della sua figurina.

Dopo qualche minuto, Bice riprese con voce lenta:

--Mia madre  morta d'amore, me l'avete detto voi stesso. Quando penso
a lei, io, che non ho potuto conoscerla, credo che dovr morire di una
morte anche peggiore. Mi fa pena per voi altri, specialmente pel
povero dottore; egli avrebbe voluto fare di me una giovinetta
fiorente, e non  riuscito che ad una larva di donna.

De Nittis protest con un gesto.

--Non vedete come tutti siete penosamente preoccupati della mia
rottura con Lamberto, temendo che ne esca infranta? Qualunque altra
ragazza vi si mostrerebbe nella pienezza della propria natura; io
debbo invece ritrarmene. Sono come quei cagnolini, che scappano in
casa al primo tuono.

--Ho promesso a Lamberto che lo riceverete dimani, sulle due,--rispose
De Nittis tagliandole quello sfogo.

Ella titub.

--Lo volete?

--S, per voi.

Bice rimase lungamente incantata nella fiamma. La sua fisonomia, non
bella, perdeva in tale fissazione quella dolce gracilit di ammalata,
che era la sua sola luce; allora De Nittis tacque, ma conoscendo tutta
la delicata energia della sua anima, avrebbe preferito qualunque altra
reazione angosciosa all'abbattimento di quella calma. La vecchia Rosa
scambi uno sguardo con lui.

--Che cosa avete mangiato oggi?--chiese a Bice il dottore.

--Non ho mangiato.

--Allora invitatemi a cena, mangeremo insieme.

Ella diede un'occhiata supplichevole.

--Benissimo, dieta dappertutto!--proruppe.--Domani mattina alle undici
verr a far colazione qui; vedremo un poco! Rosa, sapete che voglio
mangiar bene.... ho mangiato cos male da studente, che me ne ricordo
ancora. Adesso, signorina,--prosegu consultando il proprio orologio,
un grosso cronometro d'oro,--mi farete il piacere di andare a letto.
Verr a salutarvi nella vostra camera.

--Ma, dottore....

--Niente! vai, o ti porto via in braccio.

Ella si alz con Rosa, salut tutti: il dottore le diede un bacio sui
capelli.

Erano le dieci e mezzo, il salotto torn grave.

--Temete che si ammali?--chiese a bassa voce la contessa Ginevra al
dottore.

--No.

De Nittis era pensieroso. Quell'aria rassegnata di Bice significava
che la ferita era profonda, quindi la sua eccessiva debolezza rendeva,
malgrado ogni asserzione del dottore, probabile una catastrofe. Tutti
lo temevano.

--Vi dico,--egli replic, dopo una pausa,--che non si ammaler. Perch
si ammalerebbe? Ella non ama Lamberto.

--Non ama Lamberto!--proruppe Giorgi.

--E perch?--chiese De Nittis fissando sul dottore uno sguardo
luminoso.

--Perch?! Essa  troppo anemica per amare davvero un giovane cos
bello e robusto.

A questa osservazione, terribile nella sua semplicit scientifica,
nessuno rispose. Poco dopo il dottore, andandosene con De Nittis,
pass nella camera di Bice.

Ella aveva ubbidito, era a letto. Invece di tastarle il polso, egli le
pose carezzevolmente una mano sulla fronte.

--Ho detto a Rosa che domattina vi prepari la polenta cogli
uccelletti: ho indovinato?--gli domand due volte sorridendo.

Bice aveva sul cuscino un magnifico gatto, con la testa quasi pi
grossa della sua, e due grandi occhi chiari.

--Almeno non leggere;--egli le rispose brontolando.

E usc, dopo averle rimboccato la punta delle coperte sotto il
capezzale.




II.


La mattina a colazione Bice pareva pi calma. Nullameno il suo pallore
aveva quei toni cerei, che fanno quasi dubitare della presenza del
sangue, dando alla pelle l'apparenza di una cosa morta. Invece il
dottore, sempre in piedi per tempissimo, e a quell'ora gi collo
stomaco alacre, divorava ogni cosa con appetito giovanile cercando
d'incitarla; poi era venuta anche la contessa Ghigi per condurlo da
una sua protetta povera.

Quella mattina Ambrosi era di buon umore, giacch solamente a sera,
dopo aver girato ed altercato cogli infermi della sua vasta clientela,
lo riprendeva una stanchezza irritata della vita.

Nessuno aveva ancora fatto la pi piccola allusione alla visita del
tenente Lamberto volendo, per una squisita raffinatezza, lasciare pi
libera Bice in quella suprema decisione della sua vita. Anche la
vecchia Rosa, sempre colla solita cuffia e quel fazzolettone sulle
spalle, mangiava coi padroni.

A tavola serviva un altro cameriere, attempato, corretto nei modi,
senza quella affettazione dei domestici di grandi case, che pare un
complimento imposto alla loro servilit verso l'importanza dei
signori.

Le due dame parlavano vivamente di un'impresa, che le preoccupava da
lungo tempo: l'idea era stata della contessa Ginevra, ma senza l'aiuto
dell'amica non vi si sarebbe mai accinta. Si trattava di una casa,
nella quale accogliere i bambini, che le mamme operaie sono costrette
ad abbandonare nel giorno, andando al lavoro; occorreva quindi un buon
numero di brave donne, ed alcune fra esse al caso di fare da balie,
per custodire ed allattare i piccini nella giornata. Al momento, da
casa avrebbe servito una delle molte, che la contessa Ginevra
possedeva nella citt; ma la somma per adattarla a tale uso, e per
pagare le spese vive di esercizio, mancava, giacch si sarebbero
dovuti nutrire ad un tempo i bambini e le sorveglianti. Di notte lo
stabilimento resterebbe chiuso.

Il problema maggiore era per, se le mamme avessero o no a versare una
minima quota giornaliera per bambino: la contessa Maria avrebbe
preferito una beneficenza compiuta, l'altra con intenzioni pi moderne
sosteneva, che non si dovesse esonerarle anche da tale piccolo
sacrificio per non diminuire in esse il gi scarso sentimento della
responsabilit materna.

La loro discussione si accalorava, senza che il dottore, incredulo in
fatto di beneficenza, mostrasse di interessarvisi; ma siccome Bice era
ricaduta in un silenzio inquietante, le due signore si arrestarono. Il
dottore s'impazient: uso ad attaccare sempre di fronte malattie e
malati credette bene di eccitare Bice.

--A che ora verr il tenente Lamberto?

La contessa Ginevra gli fece un cenno inutile.

--Alle due.

--Va benissimo.

Ella lo guard curiosamente.

--Questa notte dormirai, ecco tutto, o io sono pi bestia che medico:
il caso  frequente nella nostra professione.

--Voi dunque sapete quello che risponder?

--Te lo dir stasera, prima che tu mi racconti la cosa: vedrai se ho
indovinato.

La ragazza guard la zia Ginevra e la contessa Maria, quasi
interrogandole se fossero anch'esse della medesima opinione.

Un sentimento di rivolta le saliva dal cuore a vedersi cos prevenuta
nella decisione suprema della propria vita, ma sui loro volti
affettuosi non scorse che una preoccupazione repressa: Bice indovin
che temevano una risoluzione contraria a quella del dottore.

--Dottore,--disse Bice appoggiando un gomito sulla tavola ed
abbandonando la testa sulla palma della mano,--checch avvenga mi
darete sempre la vostra approvazione?

--S,--egli rispose francamente.

Non parlarono pi.

Il dottore, accorgendosi di aver fatto tardi a tavola, si alz
bruscamente, ma dovette promettere alla contessa Maria di lasciarsi
trovare alle tre nella solita farmacia; ella passerebbe a prenderlo
colla carrozza per accompagnarlo dalla sua nuova protetta, un caso
straziante, forse irrimediabile. La contessa Ginevra doveva fare delle
visite.

--Vuoi che resti teco?--chiese a Bice cingendole con un braccio
l'esile vita, e baciandola sulla fronte.

--No, zia, andate pure.

La contessa era indecisa; un'onda d'affetto le trabocc dal cuore.

--Oh, Bice mia, sii forte!

Quando tutti se ne furono andati, ella torn con Rosa nel proprio
appartamentino, e si fece vestire. Malgrado la sua sgraziata figura,
Bice era sempre di una eleganza tanto pi squisita che non ne
traspariva alcuna civetteria; laonde molti dicevano che vestiva
all'inglese per satireggiare con questa parola male appropriata la
severit delle sue stoffe e l'indifferenza colla quale le portava.
Appena le due cameriere ebbero finito, sotto la sorveglianza della
vecchia Rosa, che non parlava mai, Bice pass nel proprio gabinetto,
uno stanzino parato di arazzi moderni, con soggetti quasi tutti
derivati dai romanzi di Walter Scott, e si fece portare il piccolo
telaio, sul quale ricamava da due mesi, nei momenti d'ozio, un
manipolo per il curato della sua villa. La vecchia Rosa seduta presso
di lei, facendo automaticamente la calza, l'osservava tratto tratto
con ansiosa acutezza. L'altra avrebbe voluto parere calma, ma le mani
sottili e ceree le tremavano involontariamente fuori dei piccoli
merletti delle maniche, mentre quell'abito di velluto azzurrognolo
smorto, con certe vivezze improvvise che parevano brividi, rendeva
anche pi inquietante il suo pallore.

--Rosa,--mormor respingendo il telaio,--nessun di loro ha voluto
dirmi nulla: che cosa debbo fare? Perch non mi hanno consigliata?

--Il professore ti ha pur detto di riceverlo.

--Ma non ha detto nulla di pi.

La vecchia si lasci cadere nel grembo i ferri colla calza e, passando
le mani sugli occhi di Bice, glieli chiuse carezzevolmente.

--Gli vuoi bene?--si chin a susurrarle nell'orecchio.

Ma l'altra invece le domand:

--Perch non soffro di pi, mentre la mamma ha potuto morire di amore?

Stettero un altro pezzo in silenzio. La vecchia, colla testa della
fanciulla sulle ginocchia, la contemplava con una adorazione
atterrita: ella vedeva nei suoi occhi azzurri le stesse piccole
fiamme, che gi avvampavano negli occhi della madre bruciandole il
cuore tanto presto. Bice era in preda ad un orgasmo indefinibile.

--Rosa!--domand nuovamente:--dopo te, chi mi vuol pi bene?

La vecchia non esit un istante:

--Il dottore.

--Perch si ostin a volermi far vivere, quando invece dovr morire
all'et della mamma? Mi restano ancora sei anni, sono molti. Lasciami
dire, Rosa: io lo sento meglio di voi altri, che non si pu vivere
cos.

--Vuoi tentare il Signore con questi discorsi?

--Sino ai quindici anni sono campata di acqua civilina e di olio di
merluzzo; meno male che sono rimasta magra,--seguit con amarezza;--se
mi fossi ingrassata, avrebbero dovuto mettermi sulle bottiglie per
_rclame_. Ecco il risultato della mia vita.

Rosa, che non voleva quei discorsi, se la tir pi su, contro il
petto, come una bambina.

--Che cosa gli dirai, a lui?

--Dimmi piuttosto, come potr spiegarsi meco?

La vecchia non seppe rispondere; gli occhi limpidi della fanciulla
avevano una purit insostenibile.

--Dimmelo, Rosa: questo  il grande momento della vita per me. Tutto
quanto ho imparato, tu che mi credi dotta, non mi serve a nulla
davanti al problema, che sta per risolversi. Anche la mamma ha dovuto
morire di un tradimento; tu devi capirlo bene, che ho bisogno di
saperlo. Se l'amore degli uomini  cos naturalmente diverso dal
nostro, la colpa non  loro.... Ma dimmelo.... Questa notte ho sempre
pensato alla mamma; non mi sono potuto sottrarre all'idea che, anche
lei, sia stata tradita.

--Tu sei ancora troppo piccina; queste cose si sanno solamente dopo.

--No, Rosa: ho bisogno di saperlo. La mamma  morta di dolore....
tradita, anche lei?

--No.

--Giuralo.

--Te lo giuro.

--Perch dunque  morta di amore? Si pu morire della sua gioia?

Adesso la vecchia era malcontenta; anch'essa ricadde in una
meditazione. Aveva quasi settant'anni, ma cos curva e grinzosa li
portava tuttavia abbastanza bene. La sua fronte di un colore di terra
cotta, a larghe macchie, pareva spiegazzata: la bocca le era rientrata
violentemente dentro le gengive deformando le linee, forse una volta
belle del naso e del mento, ma sotto l'imperturbabilit della sua
maschera antica s'indovinava ancora un cuore buono. Parlava
lentamente, senza gestire, con voce bassa, che certe volte pareva
un'eco. Da moltissimi anni era rimasta sola, poi aveva fuso la propria
vita con quella di Bice disputandola, giorno per giorno, alla morte
con la stessa energia di contadina, colla quale ella medesima se ne
difendeva.

Ma leggendo pi profondamente nell'anima della fanciulla, Rosa temeva
pi degli altri. Era la grande crisi; forse la morte si nascondeva
dentro quell'amore di fanciulla come una vipera sotto un cespuglio.

--Andiamo dalla Madonna,--disse risolutamente.

Pochi minuti dopo uscivano di casa, a piedi, Bice imbacuccata in una
pelliccia di martora, che la copriva sino a terra, e con un fitto velo
sul viso per non aspirare l'aria troppo rigida; la vecchia avvolta in
uno scialle antico della contessa Ginevra, e con un grande fazzoletto
di seta sulla testa.

Talvolta la gente si voltava a vederle passare.

Entrarono in San Bartolomeo.

La chiesa era quasi tiepida e deserta: Rosa porse le dita bagnate
nell'acqua santa a Bice, e andarono difilate all'altare della Madonna
di Guido Reni, la sola che a Bologna abbia un'eguale celebrit di arte
e di miracoli.

Due donne del volgo, inginocchiate dinanzi alla balaustra della
cappella, non si mossero vedendo una signorina prostrarsi vicino a
loro. La cappella, di un gusto villano, aveva per altare uno dei
soliti banchi in legno dipinto stupidamente a marmo, ma la bella
immagine sogguardava dalla piccola cornice, ovale e dorata, con uno
sguardo dolcemente estatico, dentro al quale si sentiva come una
tregua di dolore. Il suo busto, avvolto in un confuso panneggiamento
turchino, sfuggiva nell'ombra.

Rosa pieg la fronte sulla fredda pietra della balaustra, mormorando a
mezza voce una Salve Regina.

Nel silenzio della chiesa, vivamente illuminata, strisciavano dei
passi: ogni tanto il portello pesante, sotto al quale erano passate,
si richiudeva rimbombando cupamente; in fondo, nell'abside, ove alcuni
apparatori lavoravano ad un addobbo salivano tratto tratto parole in
dialetto, quasi striduli appelli di piazza in quel raccoglimento
torpido, fra il volo muto delle preghiere.

Bice ne ricevette una penosa impressione. Ella non sapeva pregare che
a certi momenti, quando l'anima, gonfia di poesia, le si alzava
spontaneamente verso l'invisibile: allora tutti i mistici fantasmi le
riapparivano attirandola sempre pi in alto, per un azzurro rorido e
vampeggiante d'improvvise illuminazioni.

Per qualche tempo segu il passaggio dei pochi devoti, che entravano
nella chiesa, s'inchinavano a quell'altare ed uscivano dall'altra
porticina di fianco. La chiesa diventava volgare come ogni luogo
pubblico. Malgrado lo spessore della pelliccia, ella si sentiva gi i
ginocchi indolenziti sulla durezza dello scalino: a che scopo quella
visita, a quell'ora?

Ma le altre due donne, e la vecchia Rosa, seguitavano a pregare
immobili, col volto fra le palme, in una posa di profondo
abbattimento; per loro la Madonna era cos presente, che non avevano
nemmeno il bisogno di guardare la sua bella immagine sull'altare.
Allora Bice s'incant di nuovo a contemplarla, rammentandosi
confusamente le parole di De Nittis sulla Vergine Madre di Dio. Erano
vere: nessuna poesia supererebbe mai quella della madonna cristiana,
cos vergine da ricusare l'onore di madre di Dio, e cos madre da
abbandonare alla morte il proprio figlio divino per salvare quelli di
tutte le altre donne. Ma la soave figura di quel quadro era appena
malinconica: le sue guance rotonde, la sua piccola bocca, la sua
fronte liscia non esprimevano la sovrumana tragedia della sua vita;
solo gli occhi appannati lasciavano indovinare come un pianto di
rugiada.

Poi tutto fu inutile, Bice non pot pregare. Invece era sorpresa di
sentirsi cos indifferente, mentre la grande crisi della sua vita
stava per scoppiare.

--Di' un'Ave Maria con me,--le susurr Rosa.

Uscirono: all'aria aperta Bice torn pensierosa.

--Il signor tenente Lamberto  gi nel salotto ad aspettarla,--disse
il cameriere aprendo loro la porta dell'appartamento.

Bice sussult.

--La zia  tornata?

--No, signorina.

Bice entr risolutamente nel gabinetto, senza trarsi la pelliccia,
alzandosi il velo sul cappellino; il tenente Lamberto balz in piedi
ma, per quanto si fosse preparato al colloquio, rimase incerto di
tenderle la mano o d'inchinarsi solamente.

--Buon giorno,--gli disse Bice sull'uscio, e venne a sedersi presso di
lui, sopra una poltrona, stringendosi freddolosamente nella pelliccia.

Il suo volto pallido era agitato da un tremito, che il freddo della
strada bastava a spiegare. Egli non sapeva come incominciare. Cos
vestito, colle mostreggiature bianche del reggimento Novara, e la
corta montura nera, poich aveva gettato lo _spencer_ sopra una
poltrona, senza berretto, era veramente bello; la sua media statura di
proporzioni ammirabili, e la sua piccola testa cogli occhi neri e la
pelle bronzina avevano un'espressione di forza simpatica.

-- freddo.

--Da intirizzire.

--Anche la zia  uscita?

--S.

Non sapevano andare avanti.

--Sedete dunque,--ella gli disse.

Ma quando fu seduto, si sentirono entrambi cos lontani l'uno
dall'altro, ad una tale distanza, che non avrebbero pi potuto farla
sparire: ella dentro a quella pelliccia, dalla quale non sporgeva che
la testina sofferente, era ripresa dal freddo. Poi una tristezza
insopportabilmente greve le cadde sull'anima. Egli se ne accorse.

--Prima di presentarmi,--cominci con visibile stento,--sono stato dal
professore De Nittis: egli mi ha consigliato a venire, perch vi debbo
una spiegazione.

Bice attese; l'altro, che aspettava una parola d'incoraggiamento,
s'imbrogli di nuovo.

--Sarete offesa; ne convengo, tutte le apparenze sono contro di me.

--Che importano le apparenze?

--Mi credete dunque ancora?

--Vi creder, senza dubbio, giacch volete dirmi qualche cosa, e non
potreste avere l'intenzione d'ingannarmi.

Questa facilit di Bice rendeva anche pi difficile la spiegazione.
Evidentemente egli si attendeva ad un'altra accoglienza, a lamenti, ad
accuse, che provandogli di essere ancora amato, gli avrebbero dato
immediatamente una superiorit sopra di lei: invece la fredda bont di
Bice lo sconcertava. La sua vanit ne fu punta: involontariamente si
atteggi con pi seduttrice eleganza sulla poltrona, passandosi la
spada tra i piedi e la mano sinistra sui piccoli baffi.

--Io non voglio certo ingannarvi.

--A che scopo lo fareste? Una fanciulla come me, fuori della vita....

--Come fuori della vita? Quando ne siete uscita?

--Voi mi avete provato, che non vi sono mai entrata davvero.

Era l'accusa: allora egli si sent finalmente sollevato:

--V'ingannate. Pu darsi che qualcuno vi abbia riferito le cose ben
diversamente; so che i giornali ne hanno parlato, ma chi crede pi ai
giornali? Si conosce come ricevano le notizie e le propalino; hanno
bisogno di trovare lo scandalo dovunque, giacch non vivono d'altro.

--Quindi non vi  stato nulla.

Egli si arrest.

--Hanno falsato, ecco: il fatto  vero, ma non cos. Io fui insultato,
ho dovuto battermi.

Un'emozione pass sul volto di Bice, egli se ne avvide.

--Ho fatto male. Un amico mi aveva pregato di accompagnare quella
donna a casa, poich lo aveva trovato con lei nel Corso, e si erano
bisticciati. Ella invece volle entrare al Gambrinus; quelle donne son
tutte cos. Era impossibile rifiutare.

Bice ascoltava.

--Il tenente Ravizza aveva meco un vecchio rancore; ma, del resto,
viene dalla bassa forza e ne ha conservati tutti i modi. Senza la sua
provocazione troppo palese, nulla sarebbe accaduto.... Infine,
qualunque sia la condizione di una donna, quando  anche
momentaneamente, per caso, con noi, ogni gentiluomo ha il dovere di
ottenerle da tutti il rispetto.

Egli aveva detto ci in fretta, come un finale di lezione mandata a
memoria, ma si sentiva che non ne era rimasto contento: d'altronde
Bice non si era mossa. Parevano due stranieri, che per una stravaganza
inesplicabile parlassero di un caso intimo; egli si trovava ridicolo
con quelle spiegazioni assurde anche per un bambino, mentre il giorno
prima con De Nittis raccontando sinceramente l'accaduto, aveva trovato
qualche scatto simpaticamente generoso.

Ricaddero in silenzio, umiliati tutti e due.

Quindi un ricordo della loro tenerezza giovanile li punse, come un
rimprovero pieno di dolci rimpianti; erano cos confidenti allora
l'uno nell'altra, che nessuna et della loro vita sarebbe mai pi cos
felice. Egli, robusto e turbolento, ne faceva di tutte le sorta; ella
lo rappattumava colla zia e coi maestri tornando poco dopo a
bisticciarsi con lui, ma senza che una vilt d'inganno li avesse mai
separati. Invece, soli in quel gabinetto tiepido, nell'abbandono di
una spiegazione, che avrebbe dovuto suggellare il loro amore,
s'accorgevano di non riconoscersi pi. Involontariamente Bice pensava
a quella cortigiana, una delle celebrit pi impure della capitale,
che Lamberto aveva condotto a cena, difendendola dai motteggi di un
crocchio di ufficiali, sino a battersi col pi imprudente di loro.
Secondo tutti i giornali quella donna era irresistibile di eleganza,
bella come le sue pari debbono esserlo, colla freschezza dei fiori e
la mobilit carezzevole e tempestosa del mare.

Un'amarezza dolorosa le sal dal cuore alle labbra. Allora, con moto
repentino, aperse la pelliccia per rigettarla sopra una sedia;
Lamberto fu pronto a passarle di dietro, ma ella gli rispose un
"grazie" secco, e rimase in piedi, quasi per farglisi vedere in tutta
la propria desolata magrezza. L'imbarazzo d lui crebbe; ella
seguitava a tacere.

--Mi congedate?

--Non avevate delle spiegazioni da darmi?

--Mi sembrate cos poco disposta a riceverne!

--Sar io che ve le dar invece.

--Voi....

--Siete libero,--ella disse raddolcendosi nuovamente:--avrei voluto
potervelo dir prima, per risparmiare ci che avete creduto di dovermi
spiegare, ma il tempo dei nostri giochi  passato. Io, lo vedete, sono
rimasta egualmente pallida e magra, un'imponderabile, come una volta
mi disse ridendo il dottore; solo l'anima e il volto sono invecchiati
in me. Voi invece siete diventato un uomo: siete bello,--aggiunse con
uno strano accento di purezza e d'indifferenza.

--Bice....

--Forse il mondo  troppo grande perch noi donne possiamo
comprenderlo, ma ho sentito che non sareste pi ritornato dal vostro
nel mio.

--Io vi amo, Bice.

--Ancora!--ella ribatt con ironia rassegnata.

--Qualunque siano i miei torti, dovete credere....

--Di qual fede volete voi parlare, Lamberto? Io non so che cosa sia
l'amore degli uomini: esso pu, secondo voi, dimenticare e transigere.
 cos, non  vero? Invece io sono tanto poco donna, che il vostro
amore non saprebbe vivere di me: non m'interrompete, Lamberto. Nessuna
generosa menzogna potrebbe cambiarmi la coscienza che ho di me stessa:
vedete che non mi lagno.

--Cos mi umiliate doppiamente.

--La colpa  della mia memoria, che in voi non ha potuto difendersi
contro impressioni pi gradevoli. Eccovi la mano, Lamberto, restiamo
amici.

-- impossibile!--proruppe.--Vi dir tutto, piuttosto che restare
sotto il peso di questa bont, che mi schiaccerebbe.

Con un gesto risoluto e grazioso, le prese una mano appressandole
insensibilmente il volto al volto: i suoi occhi neri sfavillavano.

--Bice,--riprese con voce commossa,--quando vi avr confessato che noi
uomini diventiamo brutali, anche se ci brilla nell'anima la pi santa
delle immagini, ne saprete forse quanto prima: eppure  cos. Quella
donna, della quale un angelo come voi non potrebbe essere geloso, l'ho
conosciuta;  vero, non ci pensavo, ma il mondo  cos stupidamente
fatto, che per lei ho dovuto arrischiare inconsideratamente la mia
vita e ferire un compagno. Per essa non mi  mai entrata nel cuore:
mi credete, non  vero?

--S.

--Allora mi perdonate.

--Non sono io che lo posso: dovr perdonarvi quel vostro compagno,
egli  il solo ferito.

Lamberto le lasci cadere la mano; ella fece un passo addietro
afferrando la pelliccia; egli raccolse lo _spencer_. Era diventato
pallido; automaticamente Bice si rimise la pelliccia.

--Ve ne andate?

Ella gli tese la mano, col suo dolce sorriso.

--Addio, Lamberto.

--Cos freddamente!--grid, reprimendo a stento la collera:--adesso
comprendo che non mi avete mai amato.

Una fiamma si accese negli occhi cilestri di Bice. Egli stava per
prorompere, ma una improvvisa umiliazione lo colse di essere invano
cos giovane e bello per quella gracile creatura, che sino allora
aveva creduto di trascinare vittoriosamente dietro al carro della
propria vita. Bice gli sfuggiva in alto, come una di quelle immagini,
che paiono risalire verso l'aurora della nostra infanzia, mentre noi
discendiamo pel meriggio verso il vespro.

--Resterete a pranzo colla zia?

--No, se mi lasciate a questo modo.

--Allora tornate stasera a vederla: sar contenta di trovarvi cos
bello.

--Mentre voi mi trovate moralmente tanto brutto.

Ella sorrise ancora:

--Non sareste allora uno dei miei amici.

--Amico! piuttosto nulla.

--Verrete stasera?

--Faremo la pace?

Ella ridivenne fredda.

--Addio, Lamberto.

E indietreggi di qualche passo: pareva ad entrambi impossibile di
lasciarsi cos, ma nullameno avevano finito, non trovavano pi altra
parola. Non si erano nemmeno dati la mano.

Egli, sempre pi piccato, fece un inchino contegnoso sull'uscio, ma
allora Bice pentita della propria durezza gli corse dietro, lo
raggiunse nell'anticamera, traversandola rapidamente per entrare
nell'appartamento della zia, e gli tese la mano.

--Addio,--mormor con un accento, sul quale era impossibile
ingannarsi.

Ma entrando nel solito gabinetto di conversazione dovette sedersi per
resistere alla emozione, che la soffocava: adesso le pareva di
sentirsi pi grande nella libert del nuovo abbandono, dopo quella
suprema abdicazione alla vita mondana, nella quale Lamberto avrebbe
dovuto introdurla. Dopo avere per tanti anni creduto di amarlo con una
passione di orfanella, la pi intensa e dolorosa fra tutte, era
sorpresa della propria pace fredda, mentre i nervi le fremevano
ancora, e gli occhi le battevano dalla voglia di piangere. Era dunque
questo il grande dolore aspettato? Poi un'ultima reazione la
risospinse.

Suon il campanello.

--Andrea,--disse al cameriere:--Rosa deve essere stanca,
accompagnatemi voi.

Si riabbass il velo sul volto ed usc. Il vento si era fatto anche
pi rigido. Ella camminava in fretta, ascoltandosi dietro il passo del
domestico, senza badare alla folla pi rumorosa in quell'ora del
passeggio, sotto i portici di Santo Stefano; quindi pieg per via
Remorsella, verso la casa De Nittis. Secondo le sue abitudini, il
professore doveva essere rientrato dopo la lezione delle due
pomeridiane.

--Voi! Bice!--egli esclam meravigliato, vedendola entrare colla
grossa Margherita.

Nello studio il caldo della stufa era quasi insopportabile.

--Si cavi la pelliccia, signorina,--diceva la governante del
professore.

Bice le sorrise: quella vasta stanza, calma e severa, le aveva subito
dato un senso di gioia. Le pareti erano interamente nascoste da alti
scaffali pieni di libri; in fondo, presso la finestra senza tende, che
lasciava entrare tutta la luce della strada, lo scrittoio del
professore spariva quasi sotto mucchi di fascicoli e di volumi, mentre
egli, sempre cos ben pettinato, vestito di nero, signorilmente
elegante, stava seduto sopra un'antica poltrona in cuoio giallo, a
spalliera alta e dritta.

--Che cosa avete?--le domand premuroso tirandosela vicino.

Ella tard invece a rispondere, ma il suo viso era cos tranquillo che
De Nittis non le ripet la domanda.

-- la grande opera?--ella chiese indicandogli un mucchietto di
fascicoli a copertine rosee.

--La mia grande opera!--ribatt con un sorriso d'ironia,--quella che
forse non finir.

Bice ne prese un fascicolo, ma non potendo ancora star ferma, and
alla finestra per leggerne qualche riga.

--Ah!--esclam,-- un latino che capisco anch'io.--_Dominus, pars
haereditatis meae et calicis mei: tu es qui restitues haereditatem
meam mihi_.-- una citazione di Rnan; come sar bella! Quindi
prosegu leggendo ad alta voce: _Ah! que je frapperais volontiers ma
poitrine si j'sprais entendre cette voix chrie, qui autrefois me
faisait tressaillir. Mais non, il n'y a que l'inflexible nature: quand
je cherche ton oeil de pre je ne trouve que l'orbite vide et sans
fond de l'infini, quand je cherche ton front cleste je vais me
heurter contre la vote de airain, qui me renvoie froidement mon
amour. Adieu donc,  Dieu de ma jeunesse! Peut-tre tu seras celui de
mon lit de mort. Adieu: quoique tu m'aies tromp, je t'aime encore!_

Ella aveva letto modulando le frasi, ma alle ultime parole si arrest.
Quel perdono superbo e malinconico, che l'anima umana, ingannata in
tutte le proprie dolorose ricerche, gettava morente per l'infinito
verso Dio, le fece vibrare tutte le fibre del cuore ancora agitato da
quell'ultimo abbandono.

De Nittis si era alzato per venire a leggere sul manoscritto al
disopra delle sue spalle.

--Ditemelo voi,  una bestemmia quest'ultimo grido di Rnan?--gli si
volse con voce commossa.

--No, Bice,  il principio di una nuova preghiera: l'uomo perdonando a
Dio di non esserglisi voluto rivelare, afferma cos l'amore al disopra
della fede. E voi avete perdonato a Lamberto?

--S.

--Come vi siete lasciati?

--Amici.

--Tu non l'ami dunque pi?

Egli le aveva preso le mani, la sua voce era quasi severa.

--Nemmeno egli pu amarmi.

Bice torn a deporre il manoscritto sulla scrivania, e si rimise la
pelliccia per uscire. De Nittis pensieroso si accost per aiutarla.
Ella lo lasci fare, provando una dolce contentezza a sentirsi
stringere da lui la pelliccia sul corpicino cos bisognoso di
riguardi, mentre una luce tremula le rideva negli occhi. De Nittis si
attardava.

--Ho voluto dirlo a voi per il primo,--mormor salutandolo
graziosamente col capo:--verrete stasera?




III.


La signora Ginevra Benini, da molti anni vedova del conte Ramponi, non
aveva mai avuto figli; sua sorella Ada invece era morta dopo aver dato
alla luce la piccola Bice, cos mingherlina allora, che nessuno la
credette capace di vivere. Un lungo dramma d'amore aveva riempito e
troncato la vita di Ada, quasi sul fiore, poich toccava appena i
vent'otto anni, e la sua florida bellezza sembrava prometterle, come a
sua sorella Ginevra, una forte vecchiezza. Ma la morte precoce del
marito, troppo amato, le aveva inaridito nell'animo tutte le sorgenti
della vita.

A diciotto anni, pi leggiadra ancora della sorella, alta, flessibile,
bianca come una camelia, bionda cogli occhi neri, s'innamor
perdutamente di un giovane ingegnere, Silvio Tronconi, poverissimo e
cos gracile nella sua pallida bellezza che pareva una donna. Lo aveva
conosciuto in casa di un'amica, dove lo studente si recava qualche
volta a conversazione malgrado la selvatichezza dell'orgoglio, che gli
faceva fuggire ogni occasione di feste per non mostrarsi nella
ridicola decenza della propria miseria di orfano. Il mondo  severo
cogli abbandonati, che hanno bisogno di conquistarlo per vivere, e se
ne sentono la forza. Egli non aveva che una piccola pensione, appena
sufficiente per non morire di fame, assegnatagli da uno zio, vecchio
impiegato, il quale divideva cos con lui la propria tutt'altro che
lauta; quindi, venuto a Bologna per frequentare assiduamente
l'Universit, vi passava il resto del tempo nelle biblioteche o nella
propria cameretta del quarto piano, dietro la Montagnola, sul canale
Naviglio. Di lass guardando sul canale, rotto a brevi distanze dalle
ruote gigantesche, che vi muovevano gl'ingranaggi dei molini e degli
opifici allineati strettamente lungo il suo corso, si poteva sognare
di essere a Venezia o ad Amsterdam: per tutti i piani delle case
correvano strette e sottili ringhiere di ferro battuto, dalle quali
spenzolavano al sole le biancherie bagnate; gruppi di lavandaie
lavavano sui muricciuoli, presso i ponti, che lo cavalcavano,
ingiuriandosi o cantando ad alta voce: tutte le finestre avevano de'
fiori, e sulle acque spumeggianti fragorosamente fra le ali delle
ruote, che parevano scrollare nel sole grappoli di goccie iridate,
passavano lente e nauseabonde tutte le immondizie della citt.

Quando la stanchezza dello studio lo forzava a distarsi dal tavolino,
egli veniva alla finestra colla pipa, abbandonandosi alle suggestioni
fantastiche di quel quadro semplice e meraviglioso. Certe notti, col
lume di luna, la scena assumeva forme e proporzioni stravaganti.

Aveva ventidue anni.

La natura femminea legatagli dalla mamma, che lo aveva partorito
d'amore senza essere mai stata sposata, contrastava dolorosamente
colle maschie temerit del suo ingegno gi ferito dagli inevitabili
dispregi della societ per i poveri. Quindi innamorandosi di Ada,
s'intese improvvisamente mancare tutte le forze. La ragazza era ricca,
giacch a Bologna quattrocentomila franchi di dote sono una ricchezza;
era bella, elegante, una delle celebrit pi in voga nei piccoli
ritrovi della borghesia, ove si balla e si suona inesorabilmente il
pianoforte. Egli cap che ogni speranza sarebbe stata assurda; ma,
passato il primo sbalordimento, pretese nullameno a quell'amore con
tutta la tenacia di una volont abituata sino dai primi anni alla
vittoria.

Gi da piccino, mentre lo zio pensava di avviarlo ad un mestiere, egli
invece gli aveva giurato di conquistare una laurea, qualunque ne
fossero le difficolt, e vi era oramai riuscito. L'anno venturo
uscirebbe ingegnere dall'universit. Era stata una lotta di ogni
istante, in ogni luogo, minuta, grandiosa, insensata: vi erano stati
giorni senza pane, inverni senza fuoco, studi senza libri, notti senza
candela; con tutte le amarezze dell'esilio dalle strade, ove passavano
le belle donne e le carrozze, colle febbri nel sangue giovane, che
batteva a ondate sul cuore, collo squallore del deserto nel passato,
poich non aveva conosciuto n padre n madre, e una insofferenza di
ambizione anelante alla rivincita come un condannato a morte nelle
ultime ore pu anelare alla vita. Senonch, per resistere ai compagni
incoscienti e chiassosi, aveva dovuto prima irrigidirsi in tutta
l'anima e nel corpo. Poi l'amore lo trasform.

Egli, che odiava la societ come tutti gl'infelici, essendo quasi
socialista, quantunque le conclusioni del suo pensiero scientifico si
opponessero alle argomentazioni del suo cuore ulcerato, comprese
istantaneamente la legittimit della ricchezza nella lotta senza
tregua e senza misura della vita. Le ricchezze erano la conquista dei
pi agili o dei pi forti, di coloro che sapevano prendere, o di
quelli meno alacri, cui bastava il conservare. Tutte le lagnanze dei
poveri, le recriminazioni dei vinti e le aberrazioni dei malati non
avrebbero mai prevalso contro questo fatto cos semplice ed
universale, che in ogni lotta il premio tocca sempre giustamente a
coloro, i quali sanno o in un modo o nell'altro strapparlo.

Ma, per diventare ricco, occorrevano, oltre l'ingegno e la volont,
alcune anticipazioni di danaro e la benevolenza della fortuna. Col
candore dei cuori puri egli descrisse in lunghe lettere a Ada la
propria condizione, dicendole che, appena laureato, andrebbe in
America per raccogliervi in pochi anni con un lavoro febbrile una
ricchezza pari alla sua dote. Ci voleva tutta la freschezza della
inesperienza per osare simile proposta con una signorina dell'alta
borghesia: cinque anni di attesa e di fedelt ad uno sconosciuto, che
aveva per unico patrimonio il proprio cuore.

Ada acconsent.

Le loro spiegazioni a voce erano state brevi, quasi solenni, in casa
di quell'amica, un giorno che essa li lasci soli per qualche momento.
Gi dopo la prima lettera, Silvio passava tutte le notti al tocco
sotto le sue finestre per salutarla rapidamente, e raccogliere un
fiore o un biglietto. Nessuno aveva ancora scoperto nulla: egli le
dava le lettere in casa di quell'amica, e dopo affettava di non
parlarle pi. S'incontravano di rado. Il suo pi vivo desiderio
sarebbe stato di poterla seguire per strada, pur essendo cos povero
ed inelegante; ma sicuro che Ada lo avrebbe salutato collo stesso
luminoso sorriso, senza le solite ignobili superbie delle signore per
i miserabili, non lo aveva mai osato per quella nativa alterezza del
carattere, reso adesso pi aspro dalle contraddizioni dell'amore. Solo
qualche rara volta, di notte, le spiava all'uscire di casa, e se le
due sorelle andavano a teatro, prendeva un biglietto pel loggione,
perdendosi di lass due o tre ore nella loro contemplazione.

Ada, che lo aveva gi veduto, si voltava spesso per contraccambiargli
uno sguardo.

Quando Silvio part per l'America con poche migliaia di lire, l'ultimo
sacrificio che lo zio aveva potuto fare per lui, vendendo una casetta
rimastagli, Ada confess alla famiglia il proprio amore; Ginevra,
fidanzata al conte Ramponi, addetto d'ambasciata, la sostenne, ma i
genitori furono inflessibili. Essi credettero ad un capriccio, che il
tempo e la distanza avrebbero vinto. Invece non ne fu nulla. La
ragazza, pi delicata della sorella, nella quale una ammirabile
assennatezza temperava la foga del temperamento generoso, si fiss con
eroica costanza nella contemplazione dello sposo lontano, avventuriero
dell'amore in quella terra dei racconti prodigiosi e delle pi
complicate avventure. Ella amava come si sentiva amata, al disopra di
tutte le piccinerie della vita comune e dei poco stimabili privilegi
di classe. La sua mestizia crebbe di giorno in giorno; lo spettacolo
delle compagne, felici nella volgarit di una esistenza fatta di
vestiti e di pettegolezzi, le inspir quell'altera compassione, che
diventa quasi sempre un tranello per le nature superiori, giacch a
forza di pensare pi nobilmente finiscono col divinizzare le proprie
passioni ricamandone le malinconie coi fiori pi esotici della
fantasia. Il suo carattere si guast, si fece chiusa, triste,
dispregi in segreto la prudenza dei genitori, che la contrariavano,
prese in uggia tutti i calcoli e gli interessi ordinari, pei quali
solamente qualche volta sono possibili le improvvisazioni inebbrianti
dell'ideale. Ella non pensava che a lui, alle sue battaglie oltre
l'oceano, per conquistare colla ricchezza il diritto di amare la donna
riserbatagli da Dio.

La sorella Ginevra spos il conte Ramponi, e part per Parigi: fu uno
schianto! Dall'America giungevano lettere desolate e febbrili; nulla
riusciva all'innamorato, malgrado tutta la sua scienza, fra quel
popolo tumultuante nel periodo ancora brutale della prima assisa
economica. La lotta era pel danaro, col danaro e nel danaro: nessuna
delicatezza di anima, nessuna riserva morale, nessuna incertezza di
mezzi era consentita. Bisognava vincere, senza altra fede che nella
vittoria, e senza altra piet che per s stessi; invece egli aveva
troppo presunto sulla intrepidezza della propria volont. Alle prime
avvisaglie, sul punto di commettere una ribalderia, che gli avrebbe
assicurato un buon principio, tentenn; dopo, fu troppo tardi. Fu
giudicato, si giudic, era vinto. Attraverso le sue lettere
s'indovinavano gli strazi della miseria: Ada ne ammal quasi. Una idea
pazzamente magnanima le aveva solcato il cervello infiammandolo,
riunire la maggior somma che avesse potuto, e sarebbe stata ben
piccola, per fuggire in America a trovarlo; ma, sul punto di
eseguirla, le difficolt la spaventarono. Invece scrisse a Ginevra,
che ritorn subito a Bologna. Intanto la mamma, gi cagionevole di
salute, si metteva a letto per non pi alzarsi. Quel nuovo dolore la
distrasse col crescendo delle sue tragiche realt; Ginevra aveva
dovuto ripartire per Parigi. Il padre era anch'egli malandato. Ada fu
ammirabile di abnegazione. Si sarebbe detto che amasse la sofferenza,
ritrovando la calma solo nelle sue crisi pi violente. Adesso dirigeva
la casa, sorvegliava i domestici, amministrava coi fattori, sollevava
il padre, al quale la vecchiezza e lo spavento della morte ammollivano
giorno per giorno la fibra, faceva da infermiera alla mamma con una
tenerezza intelligente ed inesauribile. Ma tutto fu inutile: la mamma
mor di una infiammazione intestinale dopo tre mesi di atroce
martirio.

Ginevra non era potuta arrivare a tempo per ricevere l'ultimo bacio.

Allora essa riport seco Ada e il babbo a Parigi. Il conte Ramponi,
bell'uomo e gran signore perfetto, li accolse colla pi premurosa
cordialit, cercando d'iniziarli nei segreti di quella gran vita
parigina, della quale sognano da quasi due secoli tutti i libri e la
gente di provincia; ma sotto quelle sue maniere aristocratiche Ada
sent subito la nullit dello spirito e l'aridezza del cuore.
D'altronde il lutto recente e profondo non le permetteva di accogliere
molte distrazioni: come mai Ginevra aveva potuto sposare un tal uomo!

Glielo chiese; l'altra ebbe un sorriso indulgente.

--Tu non lo ameresti?

--Lo ami forse?

--D'amore si pu morire, mia cara, non vivere.

Ada indovin nella sorella, sotto quella calma cos serena e luminosa,
una tempesta pari alla propria.

Da Parigi scrisse a Silvio narrandogli tutto; egli rispose con una
lettera piena di nuove speranze: era entrato in una societ per la
ricerca di vene petrolifere, una sola delle quali sarebbe bastata a
farlo diventare improvvisamente, immensamente ricco. La lettera, di
venticinque facciate, su carta velina, a carattere cos tremulo e
minuto che si stentava quasi a leggerla, fu riposta nel solito
cofanetto di seta, ricamato da lei colla propria cifra aggrovigliata
inintelligibilmente al nome di Silvio. Ma il babbo si stanc presto di
Parigi: in mezzo a quella fantasmagoria assordante egli rimpiangeva il
passeggio tranquillo, sotto i vecchi portici di Bologna, e le cure
agricole della sua villa verso Corticella, fra i grassi poderi, che
gli avevano assicurato il vanto di uno fra i pi solerti possidenti
della citt. Di ritorno avrebbe voluto maritare Ada ad un avvocato
ricco e quasi illustre, gi da tempo amico di casa, sebbene fosse un
clericale fanatico; ma la fanciulla rifiut recisamente. Allora
scoppi l'ultima scena: il padre fu violento, poi patetico; l'accus
di volerlo far morire disperato con tale malsano capriccio giovanile,
giacch quell'infelice spiantato non tornerebbe mai pi dall'America,
o tornerebbe pi straccione di prima.

Infatti indovin. Un bel giorno Silvio Tronconi capit a Bologna
disilluso, emaciato dalle febbri e coll'ultima febbre della
disperazione nel cuore. Era ritornato per rendere a Ada la sua parola
e finire, non sapeva ancora come, ma finire subito dopo in qualche
modo. Egli le raccont tutto, il viaggio, le speranze, le lotte, le
cadute, come si era rialzato sempre, pensando a lei, facendosi della
sua immagine una stella ed un'arma, volendo vincere ad ogni costo, e
come era stato vinto. Pareva invecchiato, ma il suo volto femminile
era diventato pi bello: quella lunga guerra lo aveva nuovamente
scolpito, facendone una testa di poeta e di martire. La sua parola
trovava sonorit strane, paragoni bizzarri e grandiosi come la natura,
contro la quale si era battuto; mentre la miseria degli abiti ed una
pi franca alterezza nelle maniere finivano di renderlo anche pi
pericolosamente simpatico. Aveva gi rinunziato a lei, ma glielo disse
senza alcuna teatralit: come avrebbe potuto sposarla dopo un simile
insuccesso? Prima, sarebbe stato umiliante per lui; adesso, ridicolo
per ambedue.

Naturalmente s'impegn una lotta di generosit, nella quale vinse la
donna. Anche ella non era pi una fanciulla, quindi per trionfare
della sua riluttanza gli si abbandon fra le braccia con tale
passione, che senza la nobile fermezza del suo cuore di uomo provato a
tutte le sventure, e l'ingenua onest del loro amore, si sarebbero
reciprocamente perduti al momento stesso di ritrovarsi, dopo tanta
assenza. Silvio dovette, per ubbidirle, tornare nel proprio villaggio,
ove il vecchio zio era gi morto, a vivervi come meglio potesse
qualche tempo, mentre ella forzerebbe il babbo a consentire il loro
matrimonio. La battaglia fu lunga. Ginevra chiamata da Vienna, ove suo
marito era stato traslocato, la sostenne colla propria autorit,
adesso che il conte Ramponi era diventato segretario dell'ambasciata,
e il vecchio padre cominciava ad avere quasi soggezione di lei in
frequente contatto con sovrani.

--Vedi tua sorella!--egli esclamava:--sono io che ho fatto questo
matrimonio.

--Lasciatemi dunque fare quest'altro. Io diverr
ambasciatrice,--soggiunse la contessa Ginevra,--ne basta una in casa
nostra: Ada sar felice diversamente.

--E io, contessa, e io?

--Voi lo sarete pi di noi, perch sarete buono.

Ma non lo decise che una lettera del conte Ramponi, indettato da
Ginevra, il quale scriveva facendo molti elogi dell'ingegnere,
malgrado il suo fiasco d'America, e promettendo di assistere al
matrimonio.

--Anche l'ambasciatore lo vuole,--mormor il vecchio
finalmente:--purch non faccia cos cogli altri interessi d'Italia!

Ma il matrimonio accadde con troppa solennit. Silvio accorgendosi
dell'astiosa malevolenza di tutti, ne rimase impacciato; il padre
aveva ancora qualche bruscheria sprezzante, Ada tremava, tutte le
vecchie mamme si mostravano specialmente crudeli contro
quell'ingegnere, al quale si sarebbero fatto un dovere di ricusare le
loro figlie, anche brutte e senza dote.

Invece del solito viaggio, Ada volle ritirarsi in campagna col babbo,
per non lasciarlo solo. Questi, gi disposto a difendere le proprie
terre contro l'ingegnere, perch tutti i giovani usciti di fresco
dall'Universit s'immaginavano, secondo lui, di capire la campagna, e
a lasciarli fare invece la guastavano a furia di invenzioni
scientifiche, fu tutto sorpreso dell'amorevole ed intelligente riserbo
del genero. Quindi, per la prima volta, non tornarono in citt per San
Petronio. Il vecchio, naturalmente pi avaro di anno in anno, fin
quasi di vergognarsi che non gli si chiedesse mai danaro. Silvio
scoperse le frodi di alcuni fattori e, mutando insensibilmente qualche
maniera di coltura, riassunse l'amministrazione in modo da
raddoppiarne quasi le rendite alla fine dell'anno. Per fortuna, anche
l'annata era stata eccezionalmente prospera.

Quell'idillio in tre sarebbe stato il paradiso, ma Ada non diventava
incinta, e il babbo se ne rammaricava, sebbene vedendola cos
rifiorita nei primi mesi del matrimonio, ne fosse stato tutto
contento. Nemmeno Ginevra aveva figli.

--Ma che cosa  dunque?--proruppe una volta, in fin di pranzo, con
quella grossolanit consentita ai vecchi, e talora cos
simpatica:--non si  pi buoni a nulla? Non ho da morire nonno, io?

E il suo sguardo avvilupp la magra persona di Silvio, che sembrava
deperire tutti i giorni. Eppure era felice! Questi sent il rimprovero
e se ne accor, Ada ne pianse quasi. Infatti il loro amore senza la
benedizione di un figlio cominciava a turbarli: strane paure,
indefinibili rimorsi di non meritarla per quella colpa di aver forzato
la volont del padre, si destavano nella loro coscienza. Persino nella
rinascente frenesia di quei trasporti d'innamorati, quando tutto il
mondo spariva ai loro sguardi, qualche brivido gelato li faceva
talvolta sussultare, quasi sentissero improvvisamente che la vita non
poteva essere cos perduta nella egoistica solitudine di un duetto
d'amore.

Ma era destinato che il babbo non dovesse morir nonno.

Infatti nella primavera soccombette ad un colpo fulminante di
apoplessia. Ada e Silvio, quantunque abituati a quella vita, furono
sorpresi di non provare maggior dolore; ma siccome la dote di Ada
saliva ora coi risparmi del vecchio a quasi seicentomila lire,
ricchezza abbastanza considerevole in provincia per concedersi in due
il lusso di qualche capriccio, partirono per Parigi. Quindi da Parigi
passarono a Londra, discesero il Reno, visitarono il mezzod della
Russia sino a Costantinopoli, e di l ritornarono a Vienna, gi
stanchi, senza pi quell'accordo perfetto, che aveva fatto del loro
primo anno in campagna un poema squisito ed inedito. Silvio era
triste. La superiorit economica della moglie lo umiliava, sebbene
ella delicatamente mostrasse di non sentirla. A Vienna, sospettoso
come tutti i poveri, aveva creduto di sorprendere nelle maniere di
Ginevra quell'aria di protezione, che alle anime altiere  pi
dolorosa di un aperto dispregio; mentre il conte Ramponi, sempre
segretario di ambasciata, trattandolo colla urbanit fredda imposta
dalla educazione verso un parente, sembrava evitare studiatamente
d'introdurlo negli alti circoli dell'aristocrazia. Ada aveva sorpreso
pi di una volta il marito sopra una poltrona colla bocca stirata
dolorosamente agli angoli e la fronte torbida. Ne' suoi occhi azzurri,
smisuratamente aperti, si allargava la tristezza di quegli immensi
laghi americani, senza alberi e senza montagne all'orizzonte, nei
quali il cielo solo rispecchia la propria vacuit. Allora ella lo
abbracciava piangendo, ma quell'inesauribile amore di donna non
bastava pi a difenderlo nel suo rancore di vinto dall'umiliazione di
riconoscersi mantenuto dalla moglie. Questa piaga segreta, sanguinante
ad ogni pi innocente allusione verso la fortuna del suo matrimonio,
lo rendeva inquieto con tutti attirandogli, fra molte accuse di
stravaganze, veri dispregi. Ma per accingersi a qualche opera
importante, nella quale affermare il proprio valore, avrebbe dovuto
pur sempre farsene prestare i capitali da Ada, e allora il ricordo di
tutti gli insuccessi d'America tornava ad avvelenargli lo spirito con
pi atroci diffidenze. Esporsi a perdere la dote di Ada dopo essere
sembrato cos vile in faccia al mondo da sposarla solamente per
quella! Ad accettare in qualche luogo un impiego secondario non
avrebbe nemmeno potuto pensarci, giacch ella se ne sarebbe doluta,
mentre tutti i maligni invece avrebbero finto di crederla una sua
esigenza: poi si sentiva esaurito. Era questa la pi profonda
angoscia, che cercava di nascondere al suo occhio amoroso. Nelle pi
cupe miserie da studente, quando lo sorprendeva il pensiero del
suicidio guardando gi al canale da quella tetra cameretta, l'orgoglio
dell'ingegno capace di conquistare il proprio posto nel mondo lo aveva
sempre sostenuto: talora anzi nel baleno di una osservazione sopra
una qualche teorica, che a lui pareva di poter modificare, si era
persino creduto un predestinato, esaltandosi colla facilit dei
giovani a scontare nella gloria futura i primi patimenti. A trent'anni
invece nulla pi restava in lui dello studente cos forte
dell'ammirazione inspirata al vecchio zio e ai compagni.

I viaggi lo stancarono: egli non osava dirlo, ma Ada gli lesse negli
sguardi appannati la noia suprema di chi non vuole pi vedere, perch
nulla potrebbe pi rinnovargli la primavera nell'anima. Quindi il suo
cuore generoso raddoppi d'amore per quell'amante cos infelice di non
essere degno di lei.

Una scena straziante galvanizz ancora la loro passione.

--Ti ho ingannata.... oh, come son vile!--egli aveva esclamato un
giorno scoppiando in pianto dirotto.

Invece di tornare a Bologna si chiusero in campagna; egli ammal, Ada
rimase finalmente incinta, ma questa letizia tanto sospirata si
convert in dolore, giacch egli se ne afflisse dicendo che quella
creaturina del loro amore desolato sarebbe anche pi infelice delle
altre. E il suo accento era cos tetro, la sua convinzione cos
profonda, che Ada se ne sentiva rabbrividire. Anche la sua salute si
alter, la gravidanza si annunciava delle pi laboriose. Egli in preda
ad un pessimismo sempre pi cupo non parlava quasi pi guardando fiso
il ventre grosso della moglie, come talora si guardano certi ammalati
mostruosamente dolorosi, condannati a morire. Naturalmente la
maldicenza li perseguit anche in quel ritiro con falsi compianti per
Ada, cos bella e cos buona da essersi legata ad un uomo di un
carattere tanto bisbetico: egli lo cap, e peggio ancora ne convenne.

Una sera, essendosi lasciato sorprendere dalla rugiada sul prato,
n'ebbe la febbre; non volle badarci, ma la febbre torn, poi
sopraggiunse una tosse secca, perdette l'appetito, e si dichiar una
tisi galoppante. In due mesi non era pi che uno scheletro, ai primi
di novembre era gi morto. Ma durante quella violenta malattia non
usc quasi dal suo sinistro mutismo, accettando i medici solamente
troppo tardi, e dicendo loro pel primo con uno strano sorriso di
essere spacciato.

L'ultima notte, poco prima di morire, le baci con angoscia
inesprimibile le mani.

--Perdonami!--mormor due volte.

Ada ne mor quasi anche lei, molto pi che Ginevra non pot accorrere
da Vienna, perch il conte pure era caduto gravemente infermo. Allora
per la prima volta conobbe il dottore Ambrosi, gi illustre, e che
prese per lei una di quelle sue affezioni burbere e tenaci, salvandola
dalla morte nella gravidanza. Ma la piccola Bice nacque cos grama che
il dottore and quasi in bestia.

--Vedete,--esclam colla levatrice, mentre questa l'asciugava con un
pannolino bianco,--se un corpicciattolo simile merita lo sconquasso di
una bella donna come lei!

Ada invece, nella nuova tenerezza per quella creaturina, sent un
raddoppiamento di amore pel marito morto. Egli la dominava ancora
colla cupa tetraggine di quell'agonia di tre mesi, e i ricordi di un
amore troppo ardente, perch una vita cos gracile non avesse dovuto
bruciarvi. Quindi le pareva di comprendere solamente allora la
sublimit disperata della sua passione, nella quale l'ultimo rimorso
era stata la pi lirica prova.

Il dottore Ambrosi seguit ad ordinare la campagna all'ammalata,
scovando egli stesso per la piccola Bice una magnifica balia dalle
spalle poderose e la pelle bronzina, onde correggerle possibilmente
colla ricchezza del latte il sangue troppo povero.

--Vivr, dottore?--domandava Ada coi grandi occhi neri, pieni di
un'ombra profonda.

--Certamente, ma non bisogna innamorarsi delle malattie, come fate
spesso voialtre signore; bistecche per voi, latte per lei e sole
sopratutto. Al resto penso io.

Per non pensava quello che diceva, anzi credeva poco alla vitalit
della bambina, temendo per la mamma uno di quei languori, ai quali la
scienza d molti nomi per non conoscerne il vero, e pei quali non ha
rimedi. Ada sentiva mancarsi la vita, tutto era morto in lei. La vista
della piccina non le richiamava pi alla memoria che le desolate
profezie del marito, suggerendole quasi il voto che si compiessero;
cos avrebbero potuto raggiungerlo insieme, lo stesso giorno, nella
larga e splendida tomba, che gli faceva erigere alla Certosa.

Poi un terrore indefinibile le gelava l'anima. Bench non bigotta,
ella credeva troppo intensamente nei dogmi cristiani per non chiedersi
se Dio avrebbe perdonato a quell'infelice di essere morto imprecando,
e di averla amata pi del suo paradiso. Ada cercava di non pensarci,
ma in quella debolezza crescente di tutte le forze gli spaventi
religiosi la sopraffacevano. Quindi il dottore pens di mandarle il
curato, avendo prima quasi altercato con lui sulle pessime conseguenze
di tali credulit; ma anche questi, nato di contadini e simile alla
maggior parte dei preti, che assumono una parrocchia come
un'affittanza, non seppe cosa dire dinanzi a quell'anima gi in preda
alle visioni di oltre tomba.

Finalmente Ada dovette porsi a letto: questa volta Ginevra pot
accorrere da Vienna.

La prima parola di Ada fu:

--Avevi ragione! D'amore non si pu che morire.

--Pensa alla tua creatura,--rispose la sorella quasi severamente.

Per gli ultimi giorni, quando nel corpo oramai disfatto sparvero
anche le ultime traccie di quell'uomo, in lei rifior improvvisamente
la madre.

Bench gracile e macilente, Ada era tornata quasi bella come una
volta. Una luce pareva trasparirle dalle carni facendole intorno agli
occhi un'aureola: ma volle sempre la bambina presso il letto come per
inebriarsi dolcemente nel contemplarla sospesa al seno potente della
nutrice, che sorrideva nella sicurezza di poterle trasmettere parte
della propria salute; mentre la contessa Ginevra col viso sereno nello
strazio di quegli estremi amorevoli capricci vi sentiva gi salire
lentamente il freddo della morte.

Ada fu seppellita secondo la sua ultima volont coll'abito bianco
delle nozze, e la bambina rimase in casa della nutrice.

La morte di Ada fu per la contessa Ginevra l'ultimo colpo di scure,
che le tagliava alle spalle tutto il passato. Bench meglio
equilibrata della sorella, e gittata nel mezzo di una pi larga
corrente mondana, la sua vita non era stata fino allora meno
passionata ed infelice. Sposando il conte Ramponi, ella aveva in parte
ceduto alla propria inesperienza degli uomini e alla volont dei
genitori, che vedevano in quel matrimonio un lustro per la famiglia.
Ma presto s'accorse di essersi ingannata; sotto la sua maschera di
bell'uomo, e quelle maniere perfette di diplomatico, il conte
nascondeva una delle mediocrit pi incapaci di dubitare di s stesse.
Era avido, presuntuoso, tutto dedito alle appariscenze della carica,
con quella saccenteria dei signori, ai quali pare spesso un gran
merito il non poltrire assolutamente nell'ozio dei propri pari. Sulle
prime le loro relazioni si turbarono, ma Ginevra pot presto dominarlo
senza lasciarglielo scorgere: poi la sua bellezza, il tatto finissimo
di signora, e la mala di uno spirito abbastanza originale per essere
ovunque riconosciuto, le ottennero in quegli alti circoli la maggiore
considerazione. Si cap che era onesta senza n stimare n amare il
marito, e questo bast perch tutti la corteggiassero. Ella lasciava
fare frenando i pi audaci con un motto, ed accettando quella specie
di apoteosi con una serenit, dentro la quale un fine osservatore
avrebbe sentito lo sconforto di una malinconia solitaria. Non aveva
figli. Per molti anni ne fu inconsolabile come tutte le donne,
ribellandosi internamente contro questa sterilit, che le rendeva
inutile la bellezza e quasi incerto il sesso; quindi si credette
ammalata e consult i pi illustri clinici, sottoponendosi a molte
cure senza valore e senza risultato, finch dietro le impure
suggestioni di un medico dubit del marito. Ma una relazione di lui
con una cantante, che ne rimase incinta, venne a toglierle anche tale
triste scusa. Ella finse d'ignorare tutto da principio, poi al
dilagare dello scandalo dai saloni nei giornali, s'innalz di un altro
gradino sopra di lui, ottenendo cos intera la propria libert.

Cessarono di essere coniugi e rimasero amici. Gi la sua anima,
orgogliosamente delicata, era giunta nelle meditazioni di cos lunga
solitudine spirituale a quelle critiche dissolventi, cui solo una
grande passione pu essere rimedio. Il matrimonio senza amore e senza
figli le si era rivelato come la pi umiliante delle degradazioni:
perch aveva ella sposato quel conte Ramponi? Come poteva accettare il
suo amore senza che il cuore le battesse pi precipitoso, o le ombre
della passione gliene velassero al pensiero la rivoltante animalit?
Per una anima nobile il piacere senza l'amore non  pi nemmeno il
piacere; quindi ella aveva pianto sopra s medesima aspettando dalla
maternit la propria redenzione; ma quando non pot pi credere
nemmeno in s stessa, e un silenzio di deserto le occup tutto il
cuore, si guard intorno smarrita come a riconoscere il mondo. Fu
un'altra rivelazione: le pi grandi parole, i maggiori interessi, le
forme pi alte non erano che piccinerie: dovunque il denaro e la
vanit, l'amore ridotto ad un piacere, la gloria ad una decorazione di
piazza o di corte, mentre la voce della religione s'allontanava
nell'azzurro dai canti teatrali delle chiese, e quella della scienza
si perdeva in basso fra le lordure fermentanti della vita. Un amaro
scetticismo diede quindi al suo ingegno quella mordacit che invece di
offendere  piuttosto l'espressione di un animo offeso; molti suoi
motti rimasero celebri, e la sua eleganza senza civetteria fece
disperare le pi grandi dame, incapaci di comprendere il mistero di
una bellezza cos calma con uno spirito cos tagliente, e di una virt
infrangibile senza alcuna passione pel marito o pei figli.

Ella, che gi amava l'arte piuttosto nella logica del suo sviluppo che
nel disordine apparente della sua produzione passionata, si diede in
quell'ozio allo studio della storia acquistandovi un'ammirabile
coltura. Ma anche questa volta l'istinto femminile pot salvarla
dall'insopportabile ridicolaggine di cangiarsi in autore per trovare
una rivincita alla propria vita in un trionfo, piuttosto contro l'uomo
che sull'uomo, coll'affettazione di una potenza intellettuale, che la
donna non ebbe dalla natura.

Questa lenta e dolorosa trasformazione si compieva, mentre il lungo
idillio di Ada coll'ingegnere fluiva, tragicamente; Ginevra non aveva
potuto amare, l'altra aveva ucciso amando per morirne poco dopo ella
stessa. Solo la piccola Bice restava, labile ed inconsapevole
testimonio del disordine amoroso di due cuori, che avevano voluto
riassumere tutta la vita nella loro passione.

La contessa Ginevra aveva gi trentatr anni. La sua bellezza rimasta
quasi vergine pareva muoversi dentro un'ombra malinconica, che ne
appannava il candore; i suoi occhi neri, meno fiammanti di quelli di
Ada, avevano lo splendore iridato, che tremola talvolta sulle forre
delle alte montagne. Parlava cinque o sei lingue, era dotta come un
professore, senza quella inevitabile durezza di chi deve apprendere
per insegnare o per produrre, giacch il suo lungo volo tranquillo
attraverso le regioni del pensiero gliene aveva impresso nella memoria
i molteplici paesaggi, permettendole di raccontarli come un
viaggiatore intelligente, che ha saputo vedere per s stesso. Ma se
quella solitudine spirituale e le meditazioni sui pi ardui problemi
della vita avevano scosso la sua religione, l'ingenita bont della sua
anima resistendo all'inevitabile pessimismo dell'esperienza aveva
saputo conservare verso tutti una grazia indulgente. Nullameno aveva
giornate ben tetre. In mezzo agli splendori pi aristocratici del
lusso e circondata da una ammirazione quasi unanime, poich la sua
virt oramai indiscussa aveva placato tutte le gelosie, ella non
sapeva spesso di che vivere. Nulla l'interessava; aiutava il conte
nelle pi delicate e difficili urgenze, ma senza risentirne che il
leggero compiacimento di un servizio reso ad un amico, mentre tutte
quelle vanit diplomatiche irritavano meglio che non rompessero la
noia del suo primato nei saloni. Qualche volta abbassando lo sguardo
all'altezza della propria posizione invidiava le povere donne, anche
le pi miserabili moralmente, che vivendo nella lotta potevano
esaltarsi delle proprie passioni. La sua bellezza di statua le pesava
sul cuore. Quella contemplazione della vita infatti non doveva
bastarle come a quei grandi filosofi, che discendendo negli ultimi
abissi del pensiero vi affrontano contraddizioni pi tremende di ogni
dramma. Fra le tempeste del pensiero di Hegel e la bufera delle guerre
di Napoleone chi oserebbe decidere? Ma ella non era cos: la sua
contemplazione somigliava a quella di un guardiano sulla cima di un
faro, che si stanca dell'orizzonte e finisce coll'invidiare i vascelli
allontanantisi fra gli uragani.

Ma la passione pass finalmente sopra lei. Il nuovo ambasciatore
mandato a Vienna, mentre suo marito sempre primo segretario aspettava
anche questa volta di essere promosso, era un uomo quasi giovane.
Qualche filo bianco gli appariva appena fra i capelli biondi, era alto
e sottile, piuttosto nobile che bello nell'aspetto, con una voce anche
pi insinuante delle maniere. Una tempesta parlamentare l'aveva
momentaneamente costretto ad accettare quel posto, nel quale solamente
una sorella l'accompagnava, perch da molti anni la moglie aveva
voluto abbandonarlo tornando in Inghilterra. A Vienna il suo arrivo fu
un avvenimento: egli era stato uno dei maggiori collaboratori di
Cavour nell'unificazione monarchica, meno largo del maestro, ma con
quella poesia romantica nel cuore, che rester nella storia la pi
amabile contraddizione di una generazione fatalmente equivoca e
mercantile per conquistare a Casa Savoia l'Italia contro i pi moderni
ideali repubblicani.

Fin dalla prima presentazione, fra lui e la contessa Ginevra, fu uno
scambio di impressioni profonde: egli era solo come lei, al culmine
degli onori, ma senza la gloria vera che abbisogna ai grandi spiriti,
e quell'amore che pu farla dimenticare. Bench si parlassero quasi
guardingamente, a lei parve di leggergli nei grandi occhi azzurri una
nostalgia; egli le sent in un impeto improvviso della voce una di
quelle invocazioni supreme, che le nature potenti non ancora
abbastanza adoperate gettano nel tramonto della giovinezza; grido di
allarme e di rimpianto, perch tutto sta per mutare, mentre il cuore 
ancora vuoto e il pensiero rivolgendosi al passato sbigottisce di
vedervi gi cancellate le proprie orme.

Ma siccome non si fecero la corte, il conte non comprese nulla.
Malgrado l'apparente mondanit della loro esistenza si erano
riconosciuti alle stesse abitudini spirituali, all'alterezza del
carattere e al bisogno insoddisfatto di grandi cose; egli disperava
della gloria in quel periodo assegnatogli all'opera, gi dominato dal
nome di Cavour; ella non aveva pi la fede della donna in s stessa,
giacch la sua vita non avrebbe potuto ripetersi in altri, e dentro
quella bellezza ancora fulgente nel meriggio, dalla quale parevano
talora guizzare i lampi di tutte le promesse, aveva indarno accumulato
un inesauribile tesoro di tenerezze.

Quindi ella si nascose quasi nell'ombra della propria superiorit
colla facile condiscendenza dei grandi spiriti, che possono abbassarsi
senza diminuirsi; egli invece le scoperse improvvisamente tutto s
stesso sollevandosi il cuore dal lungo peso di un segreto.

Ma nessuno scontro, e nessun patto fra loro.

Poi una sera, mentre erano soli, cedendo all'impeto irresistibile
della passione egli la strinse repentinamente fra le braccia; l'altra
rimase convulsa, colla bella faccia ombrata di dolore, e gli occhi
stellanti.

--Ginevra, tu sei libera!

--Egli ha la mia parola.

Si sciolsero lentamente. Egli and a sedersi sopra una poltrona, in
silenzio, ella ratteneva con un delirante sforzo di volont le
lagrime, che le gonfiavano gli occhi; quindi egli si alz e venne ad
inginocchiarlesi davanti, prendendole una delle belle mani. Se la pose
sulla fronte:

--Vostro per tutta la vita.

Ginevra lo baci sui capelli.

Ma, come doveva accadere, la passione li travolse poco dopo, e tutti
lo seppero. Era impossibile a due anime, cos alteramente ingenue, il
destreggiarsi nelle piccole quotidiane menzogne col pubblico:
fortunatamente il conte, colla solita cecit dei mariti, non se ne
accorse.

Il loro amore ebbe la solenne poesia dei vesperi estivi, quando la
terra brucia ancora degli ardori del meriggio, e nel cielo di un
azzurro profondo gli ultimi raggi del sole si colorano di porpora. La
contessa Ginevra divent pi bella. Il suo volto, luminoso di
serenit, assunse allora quell'espressione di dolce imperio, che anche
adesso le rimaneva, mentre tutte le potenze della donna liberandosi
finalmente dal suo spirito come germogli a primavera le sbocciarono in
una potente ed insieme delicata fioritura. Egli l'adorava
rinfacciandole dolcemente di non averlo saputo attendere, perch
allora la sua forza d'uomo ne sarebbe stata raddoppiata. Questo
rimpianto del passato, reso pi acuto dalle contraddizioni
dell'adulterio, alle quali tratto tratto si urtavano dolorosamente,
rendeva pi trepida la loro tenerezza nella calma drammatica della
loro compiuta fusione: egli risospinto ai propositi di gloria dalla
fede di avere trovato finalmente in lei quel compagno d'arme,
indissolubilmente affezionato, che gli eroi ebbero sempre in tutti i
poemi, pareva ringiovanito.

Quindi si dimise da ambasciatore per riconquistare in Parlamento il
posto di ministro; il conte Ramponi, da lui persuaso, lo segu
barattando la carica di primo segretario d'ambasciata in quella di
senatore. Allora la Corte era a Firenze.

La contessa Ginevra vi si stabil occupando tutto il primo piano di
uno dei pi illustri palazzi, e regnandovi con pi vivo splendore. Il
suo salone divent il ritrovo degli spiriti pi eletti e di ogni
celebrit riconosciuta: la colonia estera vi si affoll, professori,
artisti, letterati vi aggiunsero colla ricchezza dello spirito quella
intonazione di superiorit, che sembra rendere tutto il resto della
vita come uno spettacolo per pochi privilegiati. Allora la contessa
Ginevra richiam Bice, sempre cos gracile malgrado i suoi tre anni
compiti, e se ne innamor perdutamente come d'una figlia. Quella fu la
grande stagione della sua vita: bella ancora, adorata da un uomo che a
lei pareva grande, e forse lo era, quasi madre nell'adozione di quella
piccola creatura, ammirata da tutti come una regina dello spirito
nella citt, che ancora ne conservava pi viva la tradizione, pot
inebbriarsi lungamente di s stessa. De Nittis, professore di
filosofia all'Istituto superiore, divenne uno de' suoi amici pi
devoti, quantunque il suo spirito profondo e modesto si turbasse quasi
agli eccessivi splendori di quella casa; ma Ginevra troppo felice per
compiacersi nella preziosit delle grandi mondane, sapeva anche in
mezzo a quel tumulto di gloria aristocratica conservare la magnifica
semplicit della propria natura.

Quindi De Nittis divise con lei l'intimit di Bice: la piccina, sempre
vestita e merlettata come un confetto, non voleva stare che con loro
due, ma intelligente quanto ostinata nelle proprie voglie si disdiceva
solamente, quando egli fingeva di adontarsene.

Per quattro o cinque anni nessuna nube pass pel cielo della contessa
Ginevra; quell'illustre, del quale allora tutti i giornali
raccontavano le battaglie quotidiane alla Camera, le serb la fedelt
dei grandi spiriti; ella lo sostenne colla propria fede recandogli
l'aiuto di tutta quella influenza femminile, ed attirando persino De
Nittis nell'orbita della loro passione. Durante la crisi di Mentana,
in quel rimescolamento tragico della coscienza nazionale, mentre la
Prussia gi vincitrice dell'Austria si levava lentamente minacciosa
verso la Francia, e Vittorio Emanuele per supina dedizione di vassallo
si ostinava ancora a pregare d'alleanza Napoleone III, De Nittis
presago dell'imminente sfacelo napoleonico e dell'avvento germanico
dett un opuscolo, che serv all'altro per il suo pi memorabile
discorso contro il ministero Rattazzi. Fu l'ultimo bel giorno di
battaglia: la contessa Ginevra stava nelle tribune un po' pallida;
l'aria era satura di elettricit, nella Camera guizzavano urli e
baleni. Egli si mostr superbo di destrezza e di temerit; la Camera,
indovinando in lui un probabile successore alla presidenza del
ministero, tent al solito di smontarlo, mentre Rattazzi, duttile e
veemente, parve concentrare in tale supremo duello tutta la perfidia
della propria abilit e l'audacia del grandioso disegno, nel quale
aveva rinvolto la monarchia di Savoia, l'impero francese e la
rivoluzione garibaldina. Vi furono istanti quasi angosciosi quanto in
un naufragio ed effervescenti come in una festa. De Nittis, entrato
quasi non visto nella tribuna diplomatica, era rimasto in piedi dietro
la contessa Ginevra: ella non ebbe nemmeno la forza di salutarlo.

Rattazzi dovette soccombere.

La contessa, che per la prima volta dimentica degli sguardi della
gente, era scattata in piedi col volto raggiante, incontr l'occhio
profondo e quasi mesto di De Nittis; egli le offerse prontamente il
braccio per uscire.

Appena fuori della tribuna le disse:

--Ha vinto per altri.

E fu vero.

Da quel giorno la salute di lui si alter.

La contessa Ginevra raddoppi d'amore sopportando ammirabilmente le
sciocche punture del conte, che incapace di sospettare la loro
passione, e passato naturalmente al partito di Corte, si divertiva a
canzonarli di quel fiasco. La sua scempiaggine cresciuta cogli anni e
nella nuova vanit senatoriale, che gli faceva credere di dover capire
la politica, arrivava talvolta sino all'impertinenza; l'altro invece
atterrato nell'egoismo della propria ambizione non sentiva quasi pi
le delicatezze consolatrici della donna.

Quindi lentamente tutto fin. Vi furono assenze e brevi rotture, nelle
quali ella si mostr inalterabile di abnegazione, bench costretta
ogni giorno pi a ripiegarsi sopra Bice: poi la gente si diradava nel
suo salone, mentre ella ingrassava rimanendo ancora bella, parendo
ancora la regina di un regno gi tramontato da un pezzo. Il pubblico
abituato da troppo tempo ad ammirarla si era rivolto altrove;
finalmente ella lo sent, ed abbass il capo sotto la condanna.

Quando cinque anni dopo egli mor a Roma, nella nuova capitale
d'Italia, senza essere pi ridiventato ministro, ella gi vedova del
conte accorse da Bologna per ricevere l'ultima parola della sua anima.

Egli non la riconobbe.




IV.


A dieci anni Bice fu in grave pericolo di vita.

Una tosse secca ed ostinata minacciava giorno per giorno di spezzarla.
Sebbene non si fosse molto sviluppata, il viso pensoso, con quel naso
aquilino troppo grande, le dava gi un'aria di brutta donnina. Aveva
le gengive scialbe di tutte le anemiche, e il petto incurvato sotto le
spalle; solo la fronte, alta sui magnifici occhi neri di una intensa
espressione spirituale, poteva renderla simpatica, malgrado la
naturale eccessiva seriet del suo carattere.

Suo cugino Lamberto Tibaldi, che la contessa Ginevra teneva presso di
s lungamente perch Bice potesse meglio distrarsi, non l'amava meno
degli altri. Chiassoso, aitante, coi capelli lievemente crespi e gli
occhi dolci, quantunque di una monelleria irrefrenabile, era il
compagno de' suoi giochi e lo schiavo delle sue volont. Bice lo
proteggeva contro i maestri, egli la vegliava gi nell'orgoglio delle
proprie forze maschili contro tutti i pericoli fantastici con un
coraggio appassionato. Quando Bice dovette porsi a letto, Lamberto
espulso dalla sua camera ne prov un'angoscia, che per qualche tempo
gli modific il carattere; divenne quieto, obbediente, finch seppe
farsi ammettere in quel vasto salone, ove la zia Ginevra aveva per
consiglio di Ambrosi posto il lettino della fanciulla.

Bice cogli occhi chiusi, senza tossire, pareva gi morta. La malattia
dur quattro mesi, monotona, resistendo a tutti i tentativi della
scienza sino all'estate; poi il sole la vinse. Per tutta la famiglia
era stato quasi un uguale sbigottimento. In quella casa, molto ricca e
di abitudini patriarcali, i servitori si sentivano fusi coi padroni,
quantunque la distanza segnata fra loro dall'educazione non ne venisse
diminuita; laonde la morte della piccola Bice, disperdendo nome e
patrimonio, avrebbe d'un colpo mutate tutte le loro esistenze. A
fianco della contessa Ginevra, muta ma pi vigile di lei medesima, la
vecchia Rosa pareva un genio antico del lare. Era stata la nutrice di
Ada, e alla morte di lei avendo vegliato sulla balia di Bice, non
aveva poi voluto a nessun costo staccarsi dalla piccina. La sua
tenacit di villana le attirava al tempo stesso il rispetto e il
ridicolo di tutti. Prima ancora che Ambrosi, spaventato dall'estrema
debolezza della fanciulla avesse detto che bisognava riportarla in
campagna, ella si lagnava gi tutto il giorno dell'aria di citt,
nella quale anche i contadini avrebbero dovuto finire col diventare
pallidi.

E una mattina, mentre la contessa era assente, aveva aperto la
porta-finestra del salone mettendosi colla bambina, ravvoltolata
dentro le coperte del letto, a sedere sul balcone nel sole.

La trovarono l, con Bice sulle ginocchia, che nella vivezza ridente
di quella luce pareva una statuina di cera, affagottata nella seta,
appunto perch non si squagliasse.

Rosa invece di rispondere alle loro interrogazioni seguit a cullarla,
mormorando una vecchia ninnananna.

Ma ci volle tutto quell'estate, perch Bice potesse tornare come
prima, senza che la tosse sparisse mai del tutto.

Poi la contessa Ginevra and alla pi lieta delle proprie ville, verso
il Sasso, fra Bologna e Porretta, dove il Savena si congiunge al Reno
allargandosi entro un paesaggio incantevole. Il paesello, scavato per
met nel masso, si direbbe abitato da trogloditi, ma non  povero: la
ferrovia vi passa sotto lambendo il fiume, il tramvay vi arriva sulla
larga strada provinciale recando nella bella stagione molta gente ad
ammirarvi la postura ed a pranzarvi. La villa della contessa, poco
lungi alle falde di un colle, scendeva coi giardini sino al fiume, ma
il vento ed il sole ne agitavano sempre l'aria mantenendola pura.

In quell'anno ritorn il viaggiatore Prinetti dopo un soggiorno di
quasi trent'anni nell'Africa centrale, ed avendo conosciuto la
contessa in una gita, fu da lei invitato alla villa per divertire Bice
coi propri racconti meravigliosi. Allora egli non era cos grasso;
aveva il viso adusto e solcato da sofferenze di ogni sorta, sebbene
respirasse quella calma degli animi forti, che avendo toccato il fondo
della vita ne ritornano consolati della sua inevitabile tragedia. A
Bazzano la sua piccola famiglia, dalla quale aveva dovuto fuggire d'un
colpo, non esisteva quasi pi. Era partito con mille franchi, e non
era tornato che con poche migliaia di lire, frutto di una magnifica
collezione di farfalle venduta a due ricchi inglesi di Porto Said: ma
una improvvisa agiatezza lo attendeva nella vecchia casa. Il padre,
morto tardi e solo, dopo aver dato met del proprio patrimonio al
figlio minore prediletto, aveva amministrato il resto per quell'altro,
assente, con una avarizia resa anche pi intensa dal rimorso di averlo
costretto alla fuga. Per molti anni non lo si era veduto uscire di
casa, ma pur non ricevendo mai sue notizie si ostin a non volerlo
credere perduto, anzi sper da Dio come un perdono la grazia di
vederselo ricomparire innanzi da un giorno all'altro. Questi invece
non torn in paese che quattro anni dopo la morte di lui, trovandovi
contro ogni aspettazione una modesta eredit di centomila lire; ma
anche l'altro fratello non era pi, e la sua vedova aveva sposato in
seconde nozze un vetturino beone ed attaccabrighe. Sulle prime non
vollero nemmeno riconoscerlo, come un morto che tornasse dal sepolcro
per contendere loro un'eredit: ella aveva una fisonomia di bella
donna, fredda e malvagia, e i suoi figli non somigliavano affatto a
quel fratello morto.

Fu la pi grande amarezza della sua nuova esistenza, poi l'amicizia
della contessa Ginevra lo consol. De Nittis e Prinetti, scapoli,
sulla cinquantina, gi ritirati da ogni agone, composero allora con
quella donna intorno a Bice l'ammirabile quadro di una famiglia di
adozione, senza rivalit d'interessi, n divergenze di passioni.

Il dottore Ambrosi, infelice nella propria, perch prima la moglie gli
era scappata con un amante senza che se ne fosse saputo mai pi nulla,
poi l'unico figlio, al quale aveva pagato troppe volte i debiti, aveva
dovuto fuggire in America con altro nome per sottrarsi ad un mandato
di arresto per cambiali false, vi si aggiunse al loro ritorno
d'inverno in Bologna. Il dottore, considerandosi oramai solo, aveva
proibito a tutti di pronunziare persino il nome di quello sciagurato
davanti a lui; ma quando la contessa Ginevra, troppo intelligente per
non indovinare tutta la malata bont del suo cuore sotto quella
rudezza, aveva osato tenergliene parola:

--Ho perdonato,--le aveva risposto con due grosse lagrime negli
occhi:--egli sar il mio erede per interposta persona, perch bisogna
che almeno laggi il suo nuovo nome non sia macchiato. Non ne
parliamo.

Il dottore viveva con un servo, contadino anche lui, del quale
l'adorazione incosciente gli teneva in casa luogo di tutto.

Quindi la contessa Ginevra chiuse i propri saloni di ricevimento per
non accogliere pi che quei tre amici, e qualche altra signora, come
la contessa Maria; pi tardi v'entr anche Giorgi, maestro di cappella
nell'antichissima chiesa di Santo Stefano, povero e grande musicista,
ammogliato ad una megera, che lo bastonava, senza che egli trovasse
mai il coraggio di resisterle. La sua vita rimasta nel mistero, perch
la Confraternita dei Lombardi, che gli passava un magro stipendio di
venti scudi al mese, non faceva quasi mai grosse feste, era tutta
piena della sua arte: dava qualche lezione nel seminario, e scriveva
secretamente magnifici pezzi di musica sacra, chiedendone
l'ispirazione a Dio colla commovente semplicit di un antico fedele.
Prinetti lo aveva scovato in un piccolo caff di via Lamme una sera,
solo, mentre scriveva sul marmo di un tavolino colla matita alcune
battute; quindi lo propose alla contessa Ginevra per maestro di
pianoforte a Bice.

In quella casa Giorgi pot finalmente rivelarsi.

Nel suo entusiasmo pei grandi maestri vecchi egli non ammetteva n
melodrammi, n romanze da camera, n virtuosit di artisti: la musica
non doveva esprimere secondo lui che la vita religiosa dell'anima,
dacch la rivelazione cristiana ne aveva ridato all'uomo la
concessione ed il modo. Se il primo peccato aveva troncato il dialogo
fra l'uomo e Dio, Cristo scendendo a morire sulla terra lo aveva
riannodato. Solo nella musica quindi l'uomo poteva rivelare il dramma
della propria coscienza fra dubbi deliranti di terrore e grida
trionfali di fede, quando dinanzi all'impenetrabile mistero dei dogmi
il suo spirito ne urtava l'una su l'altra le formule bronzee per udire
il loro suono profondo allontanarsi per l'infinito, o rapito da una
improvvisa fulgorazione traversava tutti i cieli senza giungere mai
donde quel raggio era scoccato.

Da questa altezza di concezione perigliosa per l'arte egli umiliava
senza accorgersene i modelli stessi de' suoi grandi maestri, giacch
la loro musica non aveva significato che il dramma biblico o
cristiano, quale era apparso nella storia. Giorgi invece prendeva per
la propria musica le mosse dal paradiso di Dante; e se la parola e
l'immagine avevano rappresentato Cristo, la musica doveva esprimere lo
spirito, questo inaccessibile rimasto senza culto, e che veglia come
una luce di zaffiro in fondo a tutte le coscienze.

Alla contessa Ginevra piacque subito per l'originalit della sua prima
dichiarazione:

--Bisogna che la fanciulla non diventi una suonatrice di pianoforte:
questo orribile istrumento deve servire solo per imparare a leggere la
musica.

De Nittis, che entrava in tale momento, si volt meravigliato;
quell'ometto chiuso in un vecchio soprabito color nocciuola, tutto
rasato, parlava con voce ridicola. Infatti s'intimid; e per farsi
perdonare quelle strane parole, mentre Bice era presente, disse che il
pianoforte avrebbe potuto indebolirle il petto, poi sopraffatto dalla
vergogna di quella scusa anche peggiore del fallo, abbass la testa
tormentando il cappello fra le ginocchia.

Ma Prinetti guard De Nittis.

--Permettetemi di darvi ragione, maestro.--intervenne questi colla sua
voce melodiosa;--i dilettanti sono la pi insopportabile mostruosit
del pensiero. Si arriver forse un giorno a non credere pi nella
musica, questa suprema preghiera dell'anima, perch tutti sapranno
suonare.

--Questo giorno  gi arrivato.

--Speriamo di no. Se i pianoforti stanno per sommergere nella
inanimit del loro suono il sentimento musicale, la nostra anima
veglia ancora sulle cime pi alte, e ha bisogno di un linguaggio
indefinito per tradurre a s medesima le proprie fuggevoli intuizioni.
La musica sola pu esprimere rapporti, ai quali  impossibile dare un
nome, bench siano forse runica certezza, che ci resti dopo tutte le
distruzioni della critica.

--Oh!--egli esclam rapito d'ammirazione come dinanzi all'uomo, che
gli traduceva finalmente quello che da tanti anni faceva il tormento
del suo spirito; e si alz per prendergli la mano.

De Nittis, vedendolo perplesso per la timidezza, gliela stese pel
primo: poco dopo Giorgi, che lo ascoltava sempre colla stessa avidit,
si lasci sfuggire involontariamente:

--Che bella voce!

La sera di quel giorno stesso, Giorgi torn da Bice, che lo aveva
accettato ridendo della sua strana figura, per suonare sul magnifico
Erard della contessa Ginevra, nel gran salone giallo, una delle
proprie pi belle composizioni sulle prime parole della Messa:

_"Introibo ad altare Dei, ad Deum qui ltificat juventutem meam."_

Allora anche Bice lo ammir, sebbene la sua anima ancora troppo
piccina non potesse intendere la solenne e patetica temerit di tale
apostrofe musicale. Egli suonava con una potenza inaudita,
trasfigurato nel volto: nessuno parl, ma sentendosi finalmente
compreso Giorgi prov la prima estasi della propria sovranit
spirituale.

Il resto della serata pass per lui come un incanto, poi usc con De
Nittis.

--Voi non pubblicherete questo,--disse il filosofo rattenendolo un
istante per la mano:--come il pensiero di Spinosa, la vostra musica
sar stata salvata dalla incoscienza di un secolo per un altro, che la
intender. Adesso la pubblicit la falserebbe.

Giorgi non sapeva chi fosse stato Spinosa, ma comprese la terribilit
di quel complimento, che lo condannava a morire sconosciuto; il suo
cuore trem, nullameno, allo svoltare per via San Giovanni in Monte,
ancora lungi da casa, la sua natura artistica aveva gi ripreso il
sopravvento, facendogli sperare che quei nuovi protettori lo
aiuterebbero a pubblicare tutte le sue opere inedite.

La educazione di Bice cominci tardi, perch il dottore non voleva
arrischiare la sua salute, ancora troppo debole, contro la fatica di
quelle prime applicazioni sui libri. La fanciulla sapeva appena
leggere e scrivere, avendolo appreso fra i giochi quasi senza
accorgersene dalla contessa Ginevra; ma nell'intimit di quelle
conversazioni cos spirituali molte cose le erano rimaste nella mente,
e parlava altrettanto bene il francese e l'inglese colla zia che il
dialetto coi servitori. Cos a forza di partecipare anche ai chiassi
di Lamberto, fin per aiutarlo nei piccoli temi di scuola, che egli le
spiegava alla propria maniera con una vanteria di minimo maestro. Ma
presto Bice lo sorpass. Il ragazzo, incapace per la stessa esuberanza
della propria natura a resistere dieci minuti nell'immobilit, era a
scuola uno dei pi tardi e dei pi turbolenti malgrado la sua profonda
tenerezza per Bice sempre in apprensione per i castighi, dai quali era
colpito quasi tutti i giorni. Per solo con lei Lamberto si ammansiva
al punto d'ubbidirle, anche quando gli imponeva di tornare dai maestri
a dimandare scusa. Lamberto non aveva che il padre, molto trascurato
verso di lui, quantunque abbastanza ricco per potergli lasciare da
vivere senza la necessit di una professione; ma sino d'allora il
ragazzo parlava di farsi soldato. La sua pi grande felicit erano i
regali soldateschi della contessa Ginevra, alla quale diceva zia come
Bice, sebbene non fosse che un lontano cugino, perch il padre nel
lasciarlo per mesi interi in quella casa era stato il primo a dare
scherzosamente quel titolo alla buona signora. Ma egli passava invece
quasi tutta la propria giornata pei bigliardi.

Lamberto avrebbe preteso di abbandonare le scuole pubbliche per
studiare sotto la maestra di Bice, se la fanciulla spaventata dalla
sua turbolenza, che le avrebbe impedito quei primi raccoglimenti
intellettuali, avesse voluto consentirvi. Invece ripigliava volentieri
i giuochi con lui in giardino, appena la maestra se n'era andata.
Lamberto ne usciva spesso impantanato, cogli abiti in brandelli; ella
l'osservava seduta sopra una panchina, sorridendo con grazia di donna,
che gi ammira, senza poterlo seguire nelle sue corse sfrenate.
Lamberto andava a letto presto, sfinito, Bice rimaneva invece nel
salotto sino alle nove, piccola e felice nel centro di quelle
conversazioni, che per lei si svolgevano nelle pi amabili semplicit
dell'ingegno. Quegli uomini formavano come un'accademia, gareggiando a
chi meglio riuscisse nel comunicarle la maggior somma d'idee.

Dapprincipio il preferito era stato Prinetti coi racconti d'Africa,
nei quali sapeva insinuare quasi tutte le scienze naturali. La sua
fantasia sembrava riaccendersi alla rovente immensit dei deserti, per
la quale s'azzuffavano fiere e selvaggi, egualmente nudi nella
ingenuit della loro ferocia, mentre le carovane passavano lentamente
sui camelli, o lungi fra le sabbie sollevate dai Simoun scoppiava
impetuoso un assalto di predoni. Quindi sopra un magnifico atlante
tedesco le spiegava nel quadro costante della geografia l'improvviso
apparire e dissolversi delle epopee conquistatrici, riserbando tutta
l'emozione della propria eloquenza per dipingerle l'eroismo dei
missionari, inoltrantisi tuttora fra le pi feroci popolazioni con una
piccola croce in mano, e morenti l'uno dopo l'altro nel nome di Dio,
come sentinelle perdute ai confini del suo impero. Prinetti diventato
profondamente religioso fra i pericoli di quelle solitudini trovava
allora degli accenti, che facevano trasalire la piccola Bice; ma
nemmeno nei pi confidenti abbandoni parlava mai delle proprie
sofferenze in quei trent'anni di peregrinazioni e di prigionia presso
uno di quei minimi sultani, dal quale per poco non era stato
arrostito. Talvolta la fanciulla gli diceva improvvisamente:

--E tu dunque?

--Dio mi ha sempre protetto.

Poi Ambrosi raccontando le storie dei propri malati le spiegava coi
segreti del corpo umano le prime leggi della fisica a forza di esempi
e di esperimenti, che avrebbero fatto ridere all'Universit, ma
davanti ai quali De Nittis stesso era costretto sovente ad ammirare.
Il dottore provava un indefinibile piacere a rimpicciolirsi cos colla
sua piccola arnica, malgrado tutti quei terribili perch delle sue
interruzioni, che facevano spesso oscillare le pi salde ipotesi della
scienza, costringendolo a constatarne la breve portata. Allora un
sorriso sottile di De Nittis provocava nuove discussioni simili ad una
battaglia, sul campo della quale ella poteva appena raccogliere poche
parole scintillanti come frammenti di spade. Per fra quegli uomini,
tutti egualmente superiori per comprendere come nessun metodo
d'istruzione fra i moltissimi finora escogitati meritasse di essere
accolto, e quindi valesse meglio lasciare l'intelligenza di Bice
formarsi da s coll'assistere quotidianamente allo spettacolo delle
loro conversazioni, nemmeno il dottor Ambrosi, materialista convinto,
aveva osato contrastare alla necessit di un ordinario insegnamento
cristiano. Era impossibile evitare Dio nelle spiegazioni con una
fanciulla, o giustificarle la morale senza i miti d'oltre tomba. La
poesia fermentante nel suo spirito aveva d'uopo di fantasmi religiosi
per la rappresentazione di quell'altro mondo, che l'anima umana sembra
portare seco nascendo, e nel fanciullo  tanto pi vivo, che la
realt, dalla quale  circondato, gli rimane impenetrabile. D'altronde
la vecchia Rosa le aveva gi appreso tutte le orazioni nel suo latino
inesplicabile, infondendole l'amore per la Madonna con quello della
povera mamma. Quindi ne uscivano bizzarre complicazioni, quando Bice
attraverso i loro dibattiti scientifici domandava improvvisamente
conto di un qualche grossolano racconto miracoloso, nel quale Dio e il
diavolo si litigavano, come un contrabbandiere e una guardia di
finanza, l'anima di un peccatore; mentre i terrori dell'inferno
agitavano cos il piccolo cuore della fanciulla, che se ne vedevano i
tremiti nel suo pallido visino.

Giorgi era allora il solo che potesse calmarla. Egli aveva divorato un
infinito numero di vite di santi e di opere mistiche, nutrendosene
colla passione trascendente degli spiriti, ai quali la vita reale
rimase sempre un pellegrinaggio verso altre invisibili regioni. Quindi
le narrava le pi belle leggende cristiane colla parola semplice ed
inconfutabile di chi sembra aver veduto. Ed erano profili macilenti di
anacoreti, intorno ai quali i deserti si popolavano di belve mansuete
e di mostri infernali invano strapotenti nella proteiforme orribilit
delle loro insidie; terribili figure di apostoli rovescianti nella
propria invasione gl'imperi di tutti i conquistatori, martiri
sorridenti nella docilit dell'agonia, vergini flessibili come fiori e
pi sfavillanti degli angeli, che venivano a proteggerle sulle grandi
ali bianche: tutto un mondo di dolori divini, nel quale i sospiri
avevano profumi inebbrianti, e la morte arrivava colla pompa di un
festa fra sbigottimenti ineffabili e silenzi trionfali. Egli stesso,
cos povero in quell'immutabile soprabito color nocciola, scarno,
giallognolo, tutto rasato, coi capelli quasi incollati sulla fronte
protuberante e malinconica, pareva una figura di quei racconti rimasta
nel mondo ad attestarne la veridicit. Allora l'inevitabile dolore
umano, che la sua breve esperienza di fanciulla aveva gi constatato
in tanti ammalati e in tanti morti, le si mutava dentro in una gloria
di elevazione divina; sapendo di dover soffrire e indovinando nella
voce di Giorgi o sulla fronte rugosa degli altri le sofferenze secrete
della loro vita, prima ancora che ella fosse nata, le sfiorava
amorosamente quasi con tragica impazienza di quelle, che stavano ad
attenderla forse non molto lontano. Ma tali impressioni improvvise e
profonde la prostravano in lunghi silenzi, dai quali non rinveniva che
sentendosi sola. Suo padre e sua madre erano morti a lei sconosciuti,
il padre anzi non aveva nemmeno potuto vederla: perch? La vedeva egli
dal paradiso? Poteva riconoscerla adesso? Ella si sentiva abbandonata
fra l'amore di tutta quella gente, che voleva appunto salvarla
dall'abbandono, mentre un freddo inesplicabile le penetrava sempre pi
addentro nell'anima vuota e sonora come una di quelle immense case
deserte delle fiabe. Ella vi era chiusa, per sempre, ascoltando il
rumore del proprio passo leggero ripercosso lontanamente da tutti gli
echi; avvertiva dei soffi leggeri e subitanei sulla fronte, ma non
sapeva a chi gridare, perduta da tutti in quella inanime vacuit.

Poi lo sviluppo intellettuale le si affrett nuovamente con pi
minacciosi pericoli di vita. Era diventata quasi cupa, evitando la
compagnia di tutti per passare le intere giornate dinanzi ad una rozza
statuina della Madonna Addolorata nella camera di Rosa. Quando
l'interrogavano, sorrideva tristemente o diceva che sarebbe morta
presto. La zia Ginevra ne era desolata; il dottore dopo avere indarno
tentato tutti i modi per forzare l'ostinazione di quella volont
ammalata finiva col prendersela contro le ubbie religiose, che
preparavano nel guasto delle teste infantili le future follie di quasi
tutta la gente. Bice pass cos qualche mese, poi mut improvvisamente
tornando ai giochi con Lamberto, che in quel tempo non aveva voluto
quasi vedere. Si era fatta pi bianca, colle labbra vizze e le guance
cos emaciate, che rendevano anche pi grande il suo naso aquilino, di
un giallore di cera, quando la luce lo attraversava.

Giorgi aveva sospeso le lezioni di pianoforte, ma veniva tutti i
giorni a suonarle qualche musica dolce e profonda. Una volta arriv
colla testa fasciata da un fazzoletto. Bice aveva gi saputo dai
servitori che la moglie lo bastonava, ma non gliene avevano voluto
dire l'orribile motivo di quella figlia, non sua, e che colei
confessava apertamente dell'amante. Giorgi nell'insoddisfatta
tenerezza del proprio cuore avrebbe voluto educarla piamente per farne
poi una maestra elementare, mentre l'altra invece la prendeva sempre
seco coll'amante, anche di notte, girellando pei caff, e non voleva
saperne di spese. Tutto il danaro della casa, poich Giorgi doveva
consegnarle ogni fin di mese l'intero stipendio, lo spendeva per s
stessa: era golosa.

La ragazza trascinata dall'esempio cominciava a corrompersi.

Malgrado la propria timidezza, Giorgi quella mattina aveva protestato
vedendo la moglie disporsi ad andare colla figlia in casa dell'amante
ad una gozzoviglia.

--Che c'entri tu!--era stata la risposta.

Poi lo aveva percosso coll'ombrello, lasciandolo solo sebbene gli
vedesse il sangue spicciare dalla fronte. Giorgi, coll'anima
singhiozzante, si era fasciato alla meglio per venire da Bice.

--Sono caduto,--si affrett a risponderle, ma la sua voce aveva una
strana dolorosa sonorit.

Bice volle ella stessa rifargli la fasciatura. Strapp ad un
cappellino della zia una magnifica cordella nera di moerro, non pi
larga di due dita, e l'acconci cos bene cucendogliela dietro la
testa, e nascondendola sotto i capelli, che quasi non si vedeva: poi
gli rimise dolcemente il vecchio cilindro sul capo, che coperse il
resto. Durante tutta quella cura Bice era diventata di una seriet,
che fin coll'imporre a Giorgi: egli aveva le lagrime agli occhi per
ringraziarla, ma non l'os.

Si mise a suonare.

--Ti ha battuto!--ella interruppe improvvisamente senza nominarla.

Giorgi avrebbe voluto negare, ma Bice invece lo baci per la prima
volta sulla ferita, e and a gettarsi sopra un divano in fondo al
salone. L'altro non suon pi: una grande paura lo assal che Bice
pretendesse il racconto di quella disgrazia, perch non avrebbe saputo
resisterle, e non ne trovava nella propria testa ancora scombussolata
un altro da sostituire. Finalmente torn vicino a lei, Bice piangeva.

--Resta a pranzo con noi, tutt'oggi qui.... lo voglio.

E scapp.

--Rosa,--grid alla vecchia:--Giorgi  ferito alla fronte....  stata
lei.

La vecchia alz gli occhi senza rispondere, perch sapeva gi le
condizioni di Giorgi, ma negli sguardi di Bice seguitava a dilatarsi
un doloroso spavento davanti a questo mistero di una donna, che
bastonava un uomo. Poi mormor:

--Non bisogna dirlo, sai.--

Quel fatto le lasci una incancellabile impressione.

Lamberto, entrato nel ginnasio, aveva molte pi ore occupate di prima,
adesso che il padre pareva cominciasse a badargli. Quei giuochi
infantili con Bice erano dunque cessati coi calzoni corti di lui,
quantunque ella conservasse ancora le piccole gonnelle, lasciando la
casa in una nuova quiete anche quando si trovavano insieme, soli, per
le vaste stanze. Bice era stata presa dalla passione della lettura.

Quindi De Nittis, diventato quasi il suo solo educatore, le sceglieva
i libri, venendo spesso a leggerli con lei o facendola leggere ad alta
voce, perch la musicalit del periodo gliene rivelasse meglio il
senso. Ma senza lasciarglielo scorgere la guidava abilmente dai
sentieri capziosi della fantasia lungo le grandi vie della storia
illustrandone tratto tratto i maggiori monumenti, o smontandole uno
per uno i pezzi di qualche costituzione per riassumergliela nuovamente
nella biografia di un grand'uomo. Bice non imparava ancora a
coordinare colle date tutte quelle varie notizie, ma apprendeva gi il
senso della vita dai panorama della civilt come dalle pagine di un
immenso album. Quindi la sua educazione senza le solite piccole
grammatiche e quei minimi sunti, coi quali si  creduto di provvedere
a tutti i corsi dell'universit elementare, pareva a molti
stravagante, sebbene ella sapesse gi gustare molte bellezze negli
scrittori, e pur confondendo le epoche vi distinguesse abbastanza bene
le diverse virt dei massimi uomini.

Ma la contessa Ginevra, dal giorno che la maestra di Bice aveva voluto
andarsene scandalizzata, non era senza apprensione dinanzi a tali
pregiudizi scolastici malgrado tutta la superiorit del suo spirito.

--Fidatevi, contessa,--rispondeva sorridendo De Nittis:--Bice impara
le cose prima delle parole, come dovette fare l'umanit. Quando la sua
piccola testa si sar inconsciamente abituata alla grande logica delle
idee le baster un mese per apprendere la grammatica. Giorgi ha
ragione: vedete che Bice senza distinguere ancora il valore delle note
suona gi con profondo sentimento qualche pezzo. Che importa se non
diverr una suonatrice da salone? Sar per lei una bella qualit di
pi: forse fra due anni sapr leggere una suonata, gustandola
internamente come una pagina di poesia.

La contessa era troppo intelligente per non comprendere queste verit,
ma nullameno stentava a difendersi da un sottile senso di umiliazione,
quando Bice in mezzo alle giovanette della propria et si rivelava
d'un tratto cos ignorante della loro infantile istruzione. Quindi
ella stessa volle prendere il posto della maestra per insegnarle le
solite cose sui manuali di educandato. Bice sulle prime ne fu seccata,
poi secondo le profezie di De Nittis in brevissimo tempo percorse
tutto quel casellario di piccole nozioni, costringendo spesso la
contessa ad arrestarsi nelle proprie spiegazioni davanti alle sue
risposte, improvvisamente memori di altre idee. Ma il giorno che la
contessa pot mostrare a De Nittis il primo componimento di Bice in
italiano, una gita in campagna, scritto con una calligrafia passabile
e senza nemmeno un errore di grammatica, le parve di trionfare.

--Fra sei mesi Bice potr fare altrettanto in inglese e la sua
educazione sar quindi compita,--egli rispose.

La contessa sent l'ironia.

--Conoscete pure il mondo.... Bice ha quattordici anni:--ma si accorse
subito della volgarit, e confess piuttosto che non aveva voluto
vederla, neppure momentaneamente, inferiore alle altre ragazze.

Sopravvenne Bice; voleva da lui la vita di Ges Cristo di Rnan. Come
conosceva quel libro? Chi glielo aveva suggerito?

--L'ho prestata,--disse prontamente De Nittis.--Ti porter invece,
dello stesso Rnan, lo studio sopra S. Francesco d'Assisi.

La contessa e il professore si guardarono, Bice scapp via contenta.

--Le darete quella Vita di Ges?

--Non ancora, ma dovr leggerla un giorno. Rnan  una delle anime pi
profondamente religiose del nostro secolo; il suo scetticismo stesso 
pi devoto di molte pratiche cattoliche.

Quella doveva essere la grande crisi.

Quando scoppi, Lamberto faceva l'ultimo anno di ginnasio pi monello
e pi svogliato di prima. Quegli studi classici, colla loro gloria di
bellezze morte, non gli parlavano n alla testa n al cuore; invece si
divertiva agli esperimenti di fisica ed accettava quasi senza
ripugnanza la geometria. Ma perch quel latino e quel greco, insegnati
da professori, che impiegavano come gli scolari un mattino a tradurne
un periodo? Invece leggeva romanzi sozzi o lacrimosi, che lo
appassionavano; poi qualcuno ne diede anche a Bice. Malgrado la
corruzione precoce ed inevitabile nelle scuole fra giovanetti di
nascita ed educazione troppo dispari, Lamberto non si era per
guastato al punto da permettersi con lei modi o parole licenziose;
anzi tutto la ragazza gl'imponeva per la superiorit dell'ingegno e
quella malinconia del carattere, che in lei pareva gi senno di vita,
poi addentrandosi ogni giorno pi nella facile volgarit del mondo
cresceva in lui il rispetto per quella casa, ove persino i domestici
erano gravi, e la contessa Ginevra regnava con dolcezza cos
penetrante. Egli non osava quasi pi mischiarsi alle conversazioni di
quei vecchi malgrado la perfetta cortesia delle loro maniere. Spesso
nella loro parola calma gli sembrava di sentire la profondit dei
gorghi, entro i quali s'avventurava coi compagni a pescare risalendo
il Reno dalla grande chiusa di Casalecchio, quando il cielo turchino
oscillava in fondo alle acque limpide o lievemente rugate alla
superficie dal soffio del vento. Quegli uomini, pi semplici assai dei
professori, che lo redarguivano aspramente dalla cattedra, avevano un
linguaggio differente anche per dire le cose pi comuni; ma
ascoltandoli si accorgeva di comprendere subito quello, che non aveva
mai nemmeno osservato.

Bice invece era del loro ambiente: per essa tutti mostravano una dolce
premura, della quale la vanit di Lamberto non trovava modo
d'ingelosirsi. Anzitutto Bice era donna, cos debole ancora da cader
malata di giorno in giorno, poi una inesprimibile alterezza le cingeva
la fronte malgrado la soavit del sorriso e la luce di lampada sacra,
che le brillava in fondo agli occhi. Adesso il suono stesso delle sue
parole faceva sentire meglio il peso di certi suoi lunghi silenzi. Il
dramma della donna le si dibatteva gi nella coscienza di giovinetta.
Sulle prime fu uno sbigottimento del mondo. Era sola, senza aver mai
conosciuto n babbo n mamma, perch non ricordava nemmeno
confusamente le loro sembianze: un deserto buio e silenzioso si
stendeva quindi al nord della sua vita senza che gli occhi dell'anima
potessero mai sperare di scorgervi l'oscillare di un'ombra. Era
cresciuta sotto la piet di una zia e per cura di alcuni vecchi amici
riunitisi quasi per disputarla alla morte, ma dei quali nessuno
avrebbe potuto dirle ancora il segreto perch di quella sua cos monca
esistenza. Attraverso tanti libri letti ella rimaneva sempre nella
stessa ignoranza: erano quadri della vita, teorie sulla natura,
ricordi di epoche scomparse, tutto un tumulto di fisonomie e di
spiegazioni, di casi e di leggi, nei quali la mente dei pi grandi si
era gi smarrita, mentre il mondo seguitava ad avanzare sicuro fra i
crolli delle proprie pi micidiali contraddizioni. La sua educazione
intellettuale, per quanto involontariamente avanzata, non poteva
fornirle soccorsi contro le rinascenti dolorose domande della
coscienza. Come sempre il problema morale instava prima di ogni altro.
Perch era nata? Perch il babbo e la mamma erano morti cos? Perch
la morte con tutti i dolori, che la precedono, e il male pi profondo
ancora e pi inintelligibile del dolore alzava sempre e dappertutto la
sua oscena protesta contro la bellezza della creazione e la giustizia
del creatore? Perch? Bice non si sentiva ancora tremare in fondo al
cuore i fondamenti della fede cristiana, come la vecchia Rosa gliela
aveva grossolanamente insegnata, ma sbigottiva gi che tanti grandi
uomini avessero potuto uscirne, gettandosi fra i vortici urlanti delle
onde, piuttosto che rimanere nella timida sicurezza di quello scoglio
a pregare invano dal cielo un'ora di luce e di calma.

Su quell'argomento nessuno de' suoi amici le rispondeva.

Come poteva Ambrosi, materialista convinto, essere cos buono dal
momento che la virt non avrebbe ricompensa, e il suo nome stesso non
significava pi nulla?

--Vi sono pure i fiori che odorano e i fiori che puzzano--egli le aveva
risposto scherzando per non addentrarsi nella questione:--differenza di
oli essenziali in loro e di olfatto in noi.

--Non sperate in un'altra vita?

--La speranza si perde anche in questa.

Bice rimaneva malinconica. Accompagnava la contessa Ginevra tutte le
domeniche a messa colla contessa Maria, ma fra il culto poco pi che
formale dell'una e la devozione ardente dell'altra non riusciva a
quietarsi. La contessa Maria non sapeva dirle che: prega! Erano
tentazioni del demonio, i primi effetti del mondo sulla sua coscienza
d giovinetta: bisognava supplicare da Dio la grazia della fede, che
sorvola gli ostacoli come l'uccello s'innalza cantando nei cieli.
Pregare ed amare! Quaggi non si doveva combattere il peccato, ma
convertirne gl'infermi al bene, accettando il dolore come una
rivelazione, che Cristo rinnovava in noi del suo martirio. Era la
stessa teorica di Giorgi, l'ebbrezza di un olocausto continuo di tutto
s medesimo a Dio, considerando la terra come un immenso altare,
intorno al quale gl'incensi soffocavano i miasmi, e la sinfonia
trionfale della preghiera copriva i rantoli degli addolorati.

Anche De Nittis le ricusava ogni spiegazione per non interrompere coi
dogmi di un qualunque altro sistema, non pi vero o pi vasto di
quello cristiano, l'elaborazione dalla quale doveva uscire il suo
carattere spirituale. La natura profondamente religiosa di Bice aveva
bisogno di questa crisi per riconoscere s stessa. Invece egli
l'iniziava alle rivelazioni delle grandi letterature per apprenderle
nella passionata variet di tutti i loro aspetti la tragica
uguaglianza dello spirito umano. Ma anche l tutto era problema.
Mentre le anime liriche gridavano solitarie per un intero popolo, del
quale la voce s'intendeva appena come un murmure, altre pi forti
s'immolavano nell'azione fra il timido egoismo della folla egualmente
incapace di resistere al loro dramma o di entrarvi; e altre ancora
suggevano come farfalle il nttare dei fiori con immemore golosit, o
librate vertiginosamente sui pinnacoli di tutte le credenze gettavano
una scettica sfida alla credulit delle turbe, nella quale i cuori pi
mistici venivano a bruciarsi come sopra ad un rogo; ma a tutte le
epoche e per tutte le regioni, popoli ed individui avevano, al pari di
lei in tale momento, vissuta la tragedia di quel problema, e ne erano
morti. Lo spirito poteva momentaneamente obbliarsi nelle proprie
effimere passioni, giacch ogni nuova domanda gli ricadeva sempre sul
grande quesito di s stesso, come sul coperchio di un sepolcro,
traendone sonorit raccapriccianti.

A che cosa credeva De Nittis? Dove era Dio? Cristo era Dio?

--Ditemelo voi, maestro!--esclam un giorno che erano soli in quel
gabinetto, leggendo l'_Imitazione di Cristo_.

--T'affanneresti cos se io potessi dirtelo? Questo libro  l'amore
divino, il _Cantico dei Cantici_  l'amore umano.

--Perch due amori?

--Bisogna amare per saperlo.

Ma ella vibrava ancora: abbass la testa, poi risollevandogli gli
occhi in viso:

--E dopo l'amore sempre la morte...?

--Spesso molto dopo,--egli replic malinconicamente.

Poi alcuni grandi capolavori della letteratura amorosa distolsero Bice
da quelle prime preoccupazioni religiose. A diciott'anni era ancora
cos magra e cos pallida. La sua statura sarebbe stata normale, se
l'estrema gracilit di tutto il corpo e la incurvatura del petto, che
l'obbligava a tenere quasi sempre la testa bassa, non l'avessero fatta
parere pi piccola. Il suo collo stesso, troppo sottile, si piegava
gi al peso della sua testa, sulla quale i magnifici capelli neri
sembravano aumentare quasi mostruosamente; ma in tutto il resto
nessuna grazia di donna rammorbidiva ancora le angolosit della sua
giovinezza in preda ai primi orgasmi primaverili. Solo il suo volto
era dolce, quantunque sparuto, e una nativa eleganza le metteva in
ogni atteggiamento quella inesprimibile vaghezza, che pare una
inconsapevole preoccupazione d'amore anche quando questo non si 
ancora rivelato. Adesso la sua vasta ed originale educazione
cominciava a renderla singolare. Nessuna delle sue compagne, bench
poche ne frequentasse e nemmeno fra queste avesse un'amica, avrebbe
potuto rivaleggiare con lei: sapeva quanto loro il francese e
l'inglese, ma conosceva i grandi libri di tutte le letterature, e
senza aver disegnato alcun fiore o suonato un pezzo di bravura sul
pianoforte s'intendeva abbastanza di pittura e di musica per non
sentirsi alcun gusto per l'arte da salone. Infatti De Nittis col solo
soccorso della scuola bolognese aveva potuto apprenderle dopo la
squisita semplicit dei quattrocentisti la decadenza ancora abbastanza
vigorosa del seicento nella sua doppia espressione sentimentale ed
accademica, preparandola all'entusiasmo pel Correggio, il suo pittore
preferito. Bice aveva quasi creduto di delirare a Parma nella cappella
dei suoi capolavori.

Quella era stata la suprema rivelazione della bellezza, che nemmeno le
venust del Tiziano o le pi ideali figure di Raffaello poterono poi
in lei sopraffare. La bellezza era dunque come il genio un segno di
Dio sopra alcune creature, perch tutte le altre pensassero a lui; ma
per lei tanto meschina, che anche il sesso le rimaneva quasi senza
forma, quella gloria di sentirsi adorabile e adorata resterebbe sempre
un rimpianto. Invano il suo cuore s'innalzerebbe verso le regioni
dell'amore sui canti pi ardenti dei poeti, o sugli effluvi pi vitali
della natura dal momento che nessuna virt spirituale poteva nella
donna sostituire quella bellezza, della quale l'anima sembra aver
bisogno per obliarsi nell'adorazione.

Quindi comprese anche troppo bene le spiegazioni di De Nittis
sull'arte antica, oggi quasi inintelligibile anche alla maggior parte
delle persone colte, dacch nessun popolo dopo i greci intese pi la
bellezza come una verit pi viva della realt stessa, nella quale il
difetto esprimeva un tentativo infelice della natura per raggiungere
qualcuno dei proprii tipi. A che cosa serviva dunque una giovent
senza bellezza? Perch tale crudele contraddizione? Perch sua madre
era stata anche pi bella della zia Ginevra, nella quale brillavano
tuttavia le traccie di una ammirabile leggiadria? Bice non aveva di
questa che le mani, ma senza l'aristocratica morbidezza, che aveva
rese celebri quelle della contessa: tutto il resto non avrebbe potuto
inspirare che una simpatia di piet. Nullameno il suo istinto di donna
cercava di resistere a questa diminuzione di s stessa. Se in quasi
tutti i capolavori delle letterature le donne erano di una bellezza
disperante, non mancavano per eroine senza bellezza, rese immortali
dal genio degli uomini, che le avevano amate. L'anima aveva dunque
anche essa una luce capace di rendere agli occhi di un amante il
corpo, nel quale era chiusa, non meno ideale dei pi vantati modelli
dell'arte. Ella non avrebbe quindi amato che un uomo abbastanza grande
da vederle l'anima attraverso quel suo magro viso d anemica, amandola
come le anime sole possono amare. Naturalmente l'eroe del suo pensiero
era Amleto, il pazzo sublime tanto poco compreso da Ofelia. In
quell'inevitabile romanticismo della giovinezza l'amore le si univa
ancora ad una idea di sventura, come quella del mare alla paura delle
tempeste. Invece la grande tragedia di Otello le lasciava nello
spirito un incomprensibile orrore. Quel moro, ardente come il sole,
che ghermendo un'ingenua fanciulla la trascinava sotto la propria
tenda di soldato per soffocarla brutalmente al primo sospetto,
rimaneva un enigma per il suo pensiero. Si pu uccidere quando si ama?
L'amore istantaneo, leonino, che rugge e squarcia alla pi lieve
difficolt di una carezza, non doveva essere umano, giacch l'anima
non aveva nemmeno il tempo di fondervisi. Ella si diceva che Otello
non amava, e nullameno i suoi urli di dolore sotto le punture
avvelenate di Jago, le sue incertezze tremebonde nella camera di
Desdemona prima di accostarsele al letto, la sua disperazione e la sua
morte erano di un patetico ben pi profondo che la simulata pazzia di
Amleto. Si poteva dunque amare colla tenerezza balbuziente di un
bambino, e sbranare colla ferocia irrefrenabile di una belva, appena
il sangue accendendosi per le vene mandasse al cervello le proprie
fiamme rosse, e gli occhi vedessero naturalmente sangue dappertutto?

Attraverso tutto l'orrore della propria paura ella sentiva nella morte
di Desdemona una passione, che Ofelia stessa non avrebbe potuto
comprendere malgrado tutta la propria tenerezza di fanciulla. Infatti
quell'ultima menzogna per accusare s stessa provava forse la
superiorit di Otello su Amleto, perch una donna non pu amare cos
senza essere stata altrettanto amata.

Ma da queste illustri passioni immaginarie rientrando nel salotto ove
la zia l'attendeva fra quei vecchi, le sembrava come d'inoltrarsi in
un tempio; l tutto era calmo, le parole avevano una dolcezza
pacificatrice, un suono profondo come quelle anime stesse, cui le
bastava di volgere una domanda perch trovassero subito,
simultaneamente, per lei una risposta. Per Bice parlava poco. Solo De
Nittis sapeva condurla qualche volta ad una discussione, urtandole
lievemente lo spirito per sprigionarne l'originalit con un dolce
orgoglio di padre. Infatti nessuno di loro aveva altrettanto
contribuito alla formazione di Bice all'infuori di Rosa
coll'imprimerle incancellabilmente nello spirito la propria fede
grossolana: tutto il resto era stata opera sua. Senza di lui Bice
sarebbe diventata una ragazza forse peggiore delle altre, giacch la
contessa Ginevra cedendo alla moda di farla studiare maschilmente non
avrebbe forse tratto dal suo spirito inquieto che una delle solite
mostruosit letterarie. De Nittis, invece, nel proprio orrore di tutte
le falsificazioni spirituali, giudicava la donna lanciata nella
carriera dell'uomo una delle pi odiose aberrazioni moderne, dacch
corpo ed anima, tutto in essa  egualmente atteggiato dalla maternit.
Quindi iniziandola quasi contemporaneamente ai segreti dell'arte e a
quelli della scienza, aveva saputo salvarle il carattere dal doppio
pericolo del dilettantismo e dell'incredulit: cos Bice avrebbe
meritato di salire nell'amore di ogni uomo per la sua stessa capacit
di tutte le pi umili funzioni femminili, senza false superbie di
signora o assurdi orgogli scolastici. In questo la contessa Maria
colla sua bella umilt cristiana aveva aiutato l'opera del filosofo.
Bice credeva ancora come una fanciulla del popolo, quantunque con una
pi alta interpretazione dei simboli religiosi, ma in sostanza le sue
idee erano tutt'altro che chiare. Scienza e filosofia mostrandole pi
che altro degli spettacoli, senza che la sua ragione muliebre potesse
davvero afferrarne le linee e indovinarne le cause, le avevano
lasciato nello spirito una incertezza simile a quelle nebbie leggere,
che si formano costantemente nelle valli, e difendendole dai raggi
troppo cocenti del sole vi assicurano la fecondazione. In questa
educazione sentimentale, come De Nittis l'aveva voluta, Giorgi era
quindi stato pi fortunato di lui, portandola spesso colla propria
musica nelle lontananze pi celesti per farle sentire le intime
corrispondenze dell'anima colla vita, che si svolgeva al di l del
loro azzurro eternamente misterioso. Nullameno tutta la devozione di
quelle anime non bastava al suo cuore.

Un bisogno le cresceva di un altro amore pi profondo ed impetuoso,
che mescolasse nel fiume di una maggiore vita il rivo limpido e canoro
della sua. Cos sola le pareva d soccombere ad un peso misterioso,
sotto il quale soffocassero tutte le tenerezze dell'anima, sebbene
nessuno le avesse ancora parlato d'amore, nemmeno Lamberto. Gli altri
giovani, che venivano talora in visita dalla zia, erano troppo simili
l'uno all'altro in una medesima insignificanza di figurino per sentire
l'amore, del quale ella aveva preso il contagio nei libri, imparandone
quasi contemporaneamente dalla scienza i pi impuri segreti, mentre le
saliva dal cuore in una gloria di astro.

Lamberto a diciott'anni, spaventato degli ultimi esami liceali parlava
di andare all'Accademia militare di Modena per uscirne ufficiale di
cavalleria. Le sue relazioni con Bice, rimaste pure malgrado i
disordini inevitabili del suo noviziato nel mondo, gli facevano
provare pi vivamente l'abbandono del padre, caduto nelle unghie di
una ballerina, che lo teneva quasi sempre presso di s, mungendogli
grosse somme di denaro. La zia Ginevra invece e i suoi vecchi amici
adesso lo trattavano da uomo con una cortesia piena di buoni consigli
e di delicate attenzioni. Quando veniva a trovarli, provava quasi un
rammarico contro la propria vita licenziosa, giacch la precoce
esperienza del vizio, lungi dall'intaccare la sua sana natura, pareva
anzi presso a destarvi una salutare reazione.

Naturalmente i suoi discorsi con Bice pigliavano una piega galante.
Quelle loro amabilit dei primi anni, diventando ogni giorno pi
difficili per eccesso di significato, dovevano necessariamente finire
in una scherzosa ironia, o in una dichiarazione d'amore. Bice non era
solo una giovinetta di vero ingegno e della pi squisita educazione,
ma una delle pi ricche ereditiere della citt, col vantaggio di poter
disporre liberamente di s stessa. Involontariamente Lamberto ci
veniva pensando anche pei suggerimenti degli amici, gi abbastanza
pratici del mondo per riconoscere come nel matrimonio l'interesse
debba fatalmente prevalere alla passione; mentre a lui quella sua
grande bont di fanciulla e lo splendore della posizione facevano
sognare di una vita calma e signorile.

Ella non pareva pi con lui cos serena. Il sorriso le si arrestava
talvolta sulle labbra, come se la sua stessa superiorit intellettuale
l'agghiacciasse nel timore di non apparirgli abbastanza donna come
tutte le altre. Intatti Lamberto la dominava colla statura; era bruno,
forte, agile, con gli occhi neri, lampeggianti, e i baffetti nascenti
sulle labbra rosse come due garofani: ma un'aria di bont temperava la
soverchia arditezza della sua fisonomia, che l'abbandono di ogni falsa
pretensione rendeva anche pi amabile.

Un giorno passeggiando con lui nei giardini pubblici, Bice sent
l'invidia delle altre ragazze, che le attribuivano gi Lamberto per
amante. Sulle prime se ne spavent, l'altro incerto di esserle
dispiaciuto chiese il perch di quella improvvisa bruscheria; poi
quando si rividero, Lamberto scherz su quel caso, Bice arross. Erano
soli nel gran salone giallo. Improvvisamente ella aveva sentito vanire
tutto quanto sapeva dell'amore dinanzi a lui, prima ancora che le
avesse detto nulla. Quell'impaccio dur finch venne la zia per far
rimanere Lamberto a pranzo; Bice incollerita seco medesima soccombeva
gi all'amarezza di sapersi troppo brutta per essere amata, mentre
l'altro abituato sin da fanciullo alla dolente singolarit della sua
figurina aveva sempre avuto per lei una dolce simpatia. Quindi cogli
amici, che accusavano Bice di essere brutta, aveva sempre protestato:

--Non la conoscete.

Ma non credeva ancora di essere amato. Quando finalmente se ne
accorse, la nobile purezza di quell'affetto gli diede quasi una
impressione di scoraggiamento: quella povera abbandonata veniva a
chiedergli tutto l'amore del babbo e della mamma, che non aveva
conosciuti, offrendogli innocentemente colla propria mano la pi ricca
dote della citt.

La sua emozione fu cos sincera che Bice ne prov il contraccolpo, ma
non ne parlarono che molto dopo, come se si fossero gi pienamente
intesi in quell'attimo. Nessuno fece opposizione, meno la vecchia
Rosa, che sembr disapprovare mutamente; poi fu deciso che Lamberto
andrebbe ugualmente all'Accademia di Modena, e sposerebbe Bice
solamente dopo il secondo anno di reggimento. Intanto la cosa
resterebbe segreta.

--Siete ancora liberi,--aveva detto la contessa Ginevra:--cinque anni
sono lunghi.

--No,--rispose Bice, alla quale il matrimonio con Lamberto sembrava
gi conchiuso, dacch le loro anime si erano intese.

Al momento di partire per Modena, Lamberto diede il primo bacio a
Bice, sulla fronte, dinanzi alla zia Ginevra: Bice non pianse. La sua
calma, che Lamberto ammir come uno sforzo supremo della volont,
parve invece fredda a De Nittis, quantunque Bice diventasse dopo
malinconica. Ella invece s'interrogava curiosamente: era dunque quello
l'amore celebrato nei poemi, che seminava di tante tragedie la vita
dell'umanit? Adesso che non era pi sola, si sentiva egualmente
fredda, senza nessuna di quelle febbri, alle quali aveva creduto di
doversi attendere. Nullameno le prime lettere di Lamberto, calde della
fraseologia solita a tutti gl'innamorati, provocarono in lei
l'esplosione di sentimentalit ancora pi eloquenti.

Come accade quasi sempre, il primo amore fu per Bice una fioritura
letteraria. Lamberto lontano diventava il grande fantasma romantico
della sua vita con tutti gli ornamenti dei drammi, che le erano
rimasti pi profondamente impressi; la sua immaginazione si compiaceva
a seguirlo tra la folla di quegli alunni come un prescelto, cui la
terribile gloria delle armi sorridesse gi attraverso la letizia di
quell'idillio ma, vedendolo la prima volta cos vestito da collegiale,
le parve quasi dolorosamente ridicolo. Invano Lamberto tent di
scherzare sulla goffaggine della propria uniforme, raccontandole
quella vita di collegio colla simpatica ingenuit di un novizio: Bice
non vi sent invece che la pedanteria e la vacuit di una carriera,
nella quale la divisa e il cavallo rappresentavano fatalmente tutto
l'ideale. Nessuna grandezza di guerra, nessun lampo d'eroismo era pi
possibile; l'Accademia educava gli ufficiali come i seminari allevano
i preti: una stessa volgarit burocratica in ambe le classi, e la
medesima preoccupazione professionale.

Cos passarono molti mesi.

Invece Lamberto in quella specie di esilio scolastico l'am con
passione crescente. Gi si era accorto che il padre, sempre pi
incapricciato di quella ballerina, gli aveva consentito la scelta di
tale carriera piuttosto per trarselo di fra i piedi che per
riconoscerla buona; quindi Bice diventava il suo unico affetto nel
mondo. Le loro lettere se ne risentirono; quelle di lei splendide di
poesia si smarrivano talvolta in preziosit sentimentali, come in un
compiacimento raffinato di analisi sopra s stessa, mentre in quelle
di lui, pi semplici ed impetuose, vibravano spesso gli accenti veri
del cuore. La vita di Bice per era sempre cos calma. Allora occupava
quasi tutto il giorno con Giorgi a provare qualche pezzo di musica, o
a discutere la grande edizione delle sue opere, per la quale ella
stessa aveva offerto i fondi necessari; ma Giorgi sorpreso dagli
scrupoli degli artisti, che tardarono troppo ad affrontare il
pubblico, non sapeva pi come scegliere fra cos ricca variet di
scritti, coordinandone la serie in modo, che esprimesse egualmente il
progresso della sua arte e lo sviluppo della sua idea.

De Nittis persuaso da Bice a preporvi uno studio critico sulla musica
sacra, in una specie di prefazione al primo volume, sorrideva di
quelle incertezze.

--Per conquistare la gloria tu stai per perdere la fede: perch
ricorreggi, amico mio?

Giorgi tremava.

--La gloria  difficile.

--Essa  l'ultimo amore, ma forse tradisce anche pi crudelmente degli
altri. Perch la folla ci amerebbe pi di un individuo? Essa non ci
indovina che al terrore o al piacere, di cui la facciamo fremere, ma
non ci pu comprendere che morti.

--Nemmeno voi finirete dunque la vostra _Storia di Dio_?

--Non avete mai voluto leggermene nulla,--intervenne Bice.

--A che pro? tu sei nel primo amore, io e Giorgi abbiamo oltrepassato
l'ultimo.

Bice credette di sentire nelle parole di De Nittis una sottile punta
d'ironia. Dubitava egli della sua passione per Lamberto o, credendovi,
la pungeva di amare con passione s riposata? Certo la sua anima non
aveva ancora provato alcuna di quelle commozioni, che sembrano mutare
la nostra composizione spirituale; anzi le musiche di Giorgi la
lasciavano spesso estenuata per lunghe ore, collo spirito natante in
una pienezza di beatitudine, che nessuna lettera di Lamberto aveva
ancora potuto darle. Di che dunque parlava quella musica? A chi
parlava? V'era qualcuno, cui rivolgersi cos, e che potesse
rispondere? Questo slancio verso Dio era forse l'ultimo sforzo
dell'amore umano inappagato o tradito? Amleto sulla fossa di Ofelia
aveva lanciato a Laerte una sfida trionfante persino della morte; la
Sulamitide, errando per la notte in cerca del proprio bello, aveva
destato colle grida tutta l'immensa citt: era quello l'amore?

Qualche sera il suo sguardo studiava lungamente il viso della contessa
Ginevra, florido e tranquillo nell'ombra dorata del paralume. Aveva
ella amato il conte Ramponi, giacch Bice non avrebbe potuto supporle
altri amori? Eppure non lo ricordava pi: quel marito era dunque ben
morto per lei. Forse i libri mentivano dipingendo l'amore come una
tempesta di fiamme, nella quale gli spiriti andavano consunti, mentre
invece nella vita quasi tutta la gente aveva tempo d'invecchiare dopo
essere passata attraverso molti amori, e spesso a pi di un
matrimonio. Un'amarezza pessimistica le stringeva quindi il cuore
dinanzi a tale immutabile prosaicit, che le impediva di provare con
Lamberto una sola di quelle estasi cos ben descritte nelle liriche
dei grandi poeti; ma forse anche per loro tutte quelle visioni e quei
suoni erano saliti dolorosamente verso un mondo pi alto, come
s'innalzano indarno verso il sole gli effluvi della terra.

I mesi pi dolci per Bice erano quelli del mare e della campagna:
Prinetti aveva una masseria vicino alla loro villa, De Nittis arrivava
spesso in visita restandovi per intere settimane, mentre il dottore
compariva appena qualche volta a pranzo, sempre d'improvviso, per
ritornare subito ai propri ammalati. In quella salute dei campi anche
Bice rifioriva. Il suo temperamento forse un po' frigido, lungi dal
turbarsi all'immensa suggestione amorosa di tutte le piante, pareva
invece farvisi pi limpido e soave. Due volte Lamberto venne in
permesso da Modena senza che Bice se ne mostrasse alterata: anzi il
suo contegno affettuoso ma calmo mise l'altro in soggezione. Che cosa
era accaduto? Il loro matrimonio non era gi stabilito? Quando il
discorso vi cadeva per caso, Bice ne parlava come di cosa avvenuta, ed
egli non sapeva come replicare. Nullameno una volta, le disse che era
diventata fredda e lo amava meno.

Ella lo guard serenamente:

--Tu mi ami dunque di pi?

--S,--rispose, avvolgendola in uno sguardo luminoso.

Ella abbass la testa.

Quando si divisero, Lamberto tent alla sfuggita di abbracciarla:

--Bice!

Ma il sopraggiungere della zia imped loro di continuare.

Lamberto ne riport una impressione assiderante, poi la vita
all'Accademia lo distrasse, e fin col dirsi che forse era meglio
cos, trattandosi di un'amante che doveva sposare. Quindi a poco a
poco la loro passione si raffredd davvero in un affetto pi
tranquillo, quale veramente conveniva ad un matrimonio. Lamberto,
credendosi sempre abbastanza amato, riposava sicuro sull'avvenire,
Bice sembrava invece non pensarci quasi pi; ma quando egli le
comparve finalmente davanti nell'elegante divisa, a mostreggiature
bianche, del reggimento Novara, trionfante nella propria giovinezza di
soldato, del quale le armi erano ancor vergini e l'assisa appena una
decorazione, Bice si sent vinta di nuovo. Poi lo vide caracollare
sotto le sue finestre, facendo spiccare al proprio cavallo inglese
balzi prodigiosi fra l'ammirazione della gente, che si fermava a
guardarlo.

Lamberto divenuto uomo aveva trovato senza sforzo quella superiorit
maschile, davanti alla quale la donna soccombe quasi sempre. Questa
volta Bice era innamorata, egli invece non le serbava in fondo al
cuore che una grata benevolenza, col fermo proposito di farla sua
moglie. Allora le lettere ricominciarono pi frequenti, quelle di Bice
quasi ardenti e con minori intenzioni letterarie, le sue invece
artifiziose e galanti: ma nella vita pi libera del reggimento egli
poteva tornare pi spesso a Bologna per restare con lei qualche
giorno. Gi da parecchio tempo il loro matrimonio non era pi un
segreto per alcuno, dacch Lamberto stesso ne aveva parlato cogli
amici, e suo padre se ne andava vantando per la citt. I pareri
oscillavano al solito per la troppa sproporzione delle ricchezze fra
lui, sottotenente con forse duecentomila lire di patrimonio, se il
babbo morisse a tempo, e lei che un giorno avrebbe avuto due milioni
di dote: ma la simpatia, imposta dalla bellezza di Lamberto e dalla
gioconda bont del suo carattere, trionf presto delle maggiori
invidie. Poi una sposina cos brutta poteva benissimo essere ricca.

I due anni assegnati per termine agli sponsali stavano appunto per
finire, quando accadde a Lamberto quello sciagurato incidente al
Gambrinus e il duello col tenente Ravizza, di cui al solito i giornali
s'interessarono troppo.

Lamberto non aveva dubitato nemmeno un istante di Bice, sapendo di non
essere molto pi scapestrato dei propri compagni, e che quell'incontro
con Ester, la celebre mima, era stato davvero un puro caso; ma nel
discendere le scale del palazzo di Bice si diceva che tutto era
perduto.

Il carattere della fanciulla era di quelli, sui quali  impossibile
ingannarsi.

Tristemente, a testa bassa, usc dal portone, e travers la strada per
voltarsi a guardare le finestre del gabinetto, nel quale la zia
Ginevra riceveva da quindici anni quei vecchi amici; gli pareva che
una catastrofe fosse accaduta l intorno. La strada era quasi vuota;
rimase immobile senza provare rimorsi, colla coscienza confusa che la
sua vita mutava per uno di quei bruschi rivolgimenti, che ci lasciano
soli nel mondo.

Attese ancora qualche minuto, poi accorgendosi che la gente
l'osservava, se ne and.




V.


L'impressione di quella rottura era stata fulminea in tutti.

La contessa Ginevra ne sofferse profondamente, poich stimava Lamberto
un buon ragazzo malgrado il giudizio severo, che ne aveva dato col
dottore. Era impossibile del resto che un giovane ufficiale, bello,
non trovasse a Roma motivi di galanteria in quella vita di reggimento
fatta appunto di donne e di cavalli; e doveva quindi bastare che non
s'innamorasse altrimenti, o trascorresse troppo oltre nel vizio
compromettendo la salute dell'anima e del corpo.

Quella sera De Nittis tard.

Bice affettava una disinvoltura nervosa gettando scintille di spirito
ad ogni risposta, mentre il dottor Ambrosi l'osservava con quel suo
sguardo pesante di medico, e Giorgi invece sprofondato in una tetra
malinconia lasciava sfuggirsi qualche sospiro. Quel disastro di Bice
gli rendeva pi doloroso al pensiero l'avvenire della figlia non sua.

Solo la contessa Maria conservava la solita placidezza religiosa fra
quella tempesta di interessi mondani; alla severit della sua
coscienza Bice appariva ammirabile di giustizia avendo scacciato
Lamberto, e sopportandone il dolore con tanta franchezza.

--Prepara il th, Bice,--disse il dottore:--questa sera ho fretta.

--Avete dei malati gravi?

--Non pi del solito.

Bice, aveva gi suonato il campanello per ordinare al servo di portare
il vassoio.

--Partirete subito?

--No.

La contessa Maria allora gli parl di un'altra sua protetta: il caso
era orribile, una madre tisica con due bimbi gi colpiti dalla stessa
malattia, e senza alcuna risorsa pecuniaria. Il marito, beone
incorreggibile, li batteva tutti.

--Perch non aspettiamo De Nittis?--domand Bice disponendosi
nullameno a preparare il th.

--Tu sei andata subito dopo da lui.

Bice non rispose.

--De Nittis ti dir....--e il dottore, che stava per prorompere, si
volt verso la contessa Ginevra come per cercare una ragione di
frenarsi:--che importa? Tutte sentimentalit, le quali non servono a
nulla nella vita: la virt non pu consistere nell'astinenza dal
momento che la fame  un difetto. Se non si avesse della moralit un
concetto cos falso, vi sarebbero meno infelici e fors'anche meno
furfanti al mondo.

Quest'allusione colp tutti.

--Voi, contessa Maria, che siete qui l'individuo pi religioso,
rispondete voi; che cosa  la virt?

A questa domanda ella alz gli occhi dalla calza:

--L'amore.

--Risposta di donna.

--No,--disse Giorgi:-- l'anima che risponde cos.

--Non  vero,--grid Ambrosi:--l'amore  una legge della natura, colla
quale essa mantiene la vita. La virt, giacch parlate di anima,
dev'essere pi in alto, nell'intelletto, che comprende la natura e sa
farle quindi la sua parte. Se la natura fosse in difetto colle proprie
esigenze, la colpa sarebbe allora di Dio.

--Dottore!--gli si volse la contessa Ginevra.

--Non mi dite che bestemmio, perch non ne avrei l'intenzione. Io
affermo solo che l'amore, come dice la contessa Maria, non  pi
quello, che conosciamo noi medici, e che tu, Prinetti, devi aver visto
in Africa, dove non vi sono misticismi. Volevo dir questo, dal momento
che l'amore  spirituale, non dovrebbe essere geloso della natura e
prendere per una infedelt ci che essa eseguisce nella propria
infallibile incoscienza. Dammi il th, Bice.

La fanciulla si avanz verso di lui colla tazza in mano.

--D qua,--egli esclam, strappandole quasi la tazza con una
bruscheria, che trasse un sorriso sulle labbra di tutti.

Prinetti intervenne.

--Ho visto la sultana di Ghera morire di gelosia. Era brutta, ma
sovrastava egualmente a tutte le sue compagne di harem, ed amava
Seid-Minka, un giovane soldato, che spos una prigioniera del Turnam.
Ella mor prima che il sultano ingelosito la facesse squartare; invece
tagli egli stesso la testa a Seid-Minka con un colpo di scimitarra.
L'amore  uguale dappertutto.

Il dottore scosse la testa.

Bice si accorgeva di essere disapprovata. Quindi tutto il coraggio
accumulato dalla sua alterezza morale in quella rottura le venne meno
improvvisamente: le parve di aver avuto torto nel respingere Lamberto
per un fallo, nel quale l'anima non aveva partecipato. Che le restava
ora? Tutti quegli amici e la zia Ginevra, gi ritirati dalla vita, la
guardavano come spesso un gruppo di vecchi marinai s'incanta
contemplando sul mare; la loro virt era di esperienza e d'indulgenza.
Ella invece doveva ancora affrontare la vita. Serv in giro tutte le
tazze, poi and a sedersi sul solito sgabello presso il camino, nel
quale ardevano ancora rossastramente alcuni tizzoni.

Giorgi e Prinetti le vennero vicino, il dottore aveva socchiuso gli
occhi.

Giorgi fu il primo a parlare, ma quella sera sembrava quasi ammalato.
La sua voce stridula aveva tratto tratto certi suoni profondi, che
rendevano pi tristi le sue parole.

--Avete voluto essere sola?--le chiese.

Bice gli rispose di no cogli occhi; egli fece uno sforzo per rattenere
una confessione dolorosa.

--Potete credermi, se ve lo dico, non si pu essere soli nella vita.
Gl'infelici, che rimangono tali, si rifugiano in Dio. Egli vuole
talora che alcuni siano soli per i disegni della sua provvidenza, ma
non bisogna ingannarsi sulla propria vocazione.

--No,--l'interruppe Prinetti,--Bice non vorr rimaner sola. Se la
colpa di Lamberto vi avesse offeso, avreste avuto torto di
licenziarlo, mia cara: solo il perdono reciproco rende possibile la
convivenza. Se invece vi siete accorta di non amarlo, appunto perch
non ne avete sofferto abbastanza, allora non vi  nulla a ridire. Il
matrimonio pu durare senza amore, quando vi sono figli, ai quali
sacrificarsi, ma non si pu contrarre senza amore, Sarebbe una
degradazione.

La fanciulla si sentiva violentata da queste spiegazioni troppo
religiose: la sua anima ancora in preda ad un orgasmo passionato,
avrebbe avuto d'uopo di riposo per comprendere meglio s medesima.
Invece la necessit di rispondere subito le dava una dolorosa
irritazione; s'accorgeva di dover mentire, non sapendo bene neppur
essa perch avesse scacciato Lamberto.

Ma tard.

Allora Prinetti le parl del nuovo libro di Stanley, l'illustre
viaggiatore inglese partito alla ricerca di Livingstone, che egli
aveva gi letto, e nel quale aveva trovato molti errori e non poche
bugie. Ci lo riconfermava nel proposito di non scrivere mai le
proprie memorie di viaggio, perch il bisogno di divertire i lettori e
la naturale superbia inducevano inevitabilmente a mentire, mentre
l'utilit di tali viaggi rimaneva solo nelle idee e nei sentimenti
propagati fra i selvaggi.

Propose quindi a Bice di venirglielo a leggere: lo avrebbero
commentato insieme.

Giorgi non parlava pi. Da due giorni sua moglie era fuori di casa,
colla figlia, in una continua baldoria coll'amante. Egli aveva trovato
la casa deserta e il proprio letticciuolo senza materasso; la moglie,
che occupava colla fanciulla il grande letto matrimoniale, glielo
aveva senza dubbio venduto. Giorgi dormiva in uno stambugio, dietro la
cucina; non aveva che quel vecchio canap e un pianoforte verticale.

Bice indovinando in lui qualche nuova disgrazia gli prese una mano.

Ma egli si scherm, non voleva offendere le pure orecchie della
fanciulla con quel racconto.

Il dialogo torn a languire. Malgrado l'intimit di un'amicizia,
dinanzi alla quale non vi avrebbero dovuto essere segreti, ognuno
serbava per s stesso i pi dolorosi; Prinetti non parlava mai della
cognata caduta nella pi ignobile miseria, e alla quale dava
nascostamente met della propria piccola rendita, ricevendone per
compenso l'augurio di morire presto per poterle cos cedere il
rimanente. Giorgi da quindici anni era tuffato nel pantano della
propria casa, con una moglie dissoluta e plebea, che lo bastonava
allevando l'unica figlia nella crapula, mentre egli salito ad una
seconda vita religiosa scriveva segreti capolavori coll'inguaribile
tristezza degli artisti non visitati dalla gloria. Bice aveva
arrestato bruscamente il corso della propria vita con una di quelle
risoluzioni, delle quali la cicatrice non si chiude forse pi.

La fanciulla fu la prima a reagire contro s stessa. In quella
impossibilit di parlare propose a Giorgi di aiutarla a dipanare
alcune matassine di seta, delle quali si serviva per ricamare quel
manipolo al parroco di Sasso. Prinetti stesso le aveva disegnato per
questo alcuni meravigliosi fiori africani.

Bice and ella medesima a prendere il piccolo telaio per
mostrarglieli.

Infatti i loro calici di una vera bellezza orgiaca, screpolandosi
sotto la pressione di un turgore febbrile, lasciavano spiovere i
petali stancamente, coi pistilli tremolanti nei colori pi vivi delle
gemme. Giorgi si sent turbato dinanzi alla volutt spasimante di quei
fiori.

--Non sono cos, non sono cos,--ripeteva Prinetti, ricorreggendoli
nella propria memoria.

--Mi avete pur detto che il sole laggi  un incendio.

Ma la sua faccia stessa si scomponeva.

--Prendete, Giorgi,--disse vivamente, gettandogli una matassina
intorno alle palme congiunte.

La serata diventava sempre pi triste, il dottore and via presto,
poco dopo anche Giorgi e Prinetti lo seguirono. Quando De Nittis
entr, le tre donne erano intorno al tavolo da giuoco ingombro di
modelli in carta e di ritagli di mussolina.

--Ho trovato Marco Minghetti per via Farini,---egli disse, quasi per
scusare il proprio ritardo:--l'illustre uomo  molto malandato, forse
non passer la primavera.

Questa notizia impression la contessa Ginevra, che lo aveva molto
conosciuto a Firenze.

--Giudicate dunque il suo caso cos disperato?

--Egli stesso lo sente. Sono rimasto un'ora nel suo gabinetto: lavora
alla relazione sul Catasto, uno studio lungo e difficile, che
stancherebbe pi di un giovane, e nel quale egli si accanisce
coll'eroica ostinazione dei morenti. Sar la sua ultima gloria, quella
che il pubblico intender meno.

Poi parlarono d'altro, ma si capiva che stavano per affrontare un tema
pi difficile. Bice era tornata al vassoio per preparargli il th,
mentre egli gi seduto sul solito seggiolone si scaldava i piedi ai
pochi tizzi del camino.

La contessa Ginevra era uscita, la contessa Maria invece venne a
sedersi colla propria poltrona presso di lui, e guard all'uscio come
aspettando che la contessa Ginevra rientrasse.

--Lamberto ha scritto?--chiese De Nittis a Bice seduta a testa bassa
sullo sgabello.

Ella gli porse la lettera.

--La conoscete?

--S.

Egli la scorse. Senza umiliarsi scioccamente a domandare scusa,
Lamberto spiegava quell'incidente riaffermando il proprio affetto per
Bice con una sincerit, alla quale era impossibile ingannarsi. De
Nittis rimase meditabondo.

La sua bella testa esprimeva adesso una profonda melanconia; davanti a
questa fanciulla, che ritraeva il piede dalla soglia soleggiata della
vita per rientrare nell'ombra di una giovinezza sterile, egli sentiva
diventare pi dense le tenebre del proprio tramonto.

--Le avete parlato voi, contessa Maria?--disse quasi per ritardare
cos la propria opinione.

--Se lo vuoi, Bice, ti dir quello che penso,--ella rispose:--Lamberto
non ti ama.

La risposta era cos cruda che tutti trasalirono.

--Lo conoscete dunque pi di noi?--proruppe quasi piccata la contessa
Ginevra.

--No certamente,--ella ribatt con quella sua profonda umilt, che
disarmava tutte le collere:--ma non credo che si possa amare in due
modi.

De Nittis ebbe un sorriso.

--Pensaci, Bice,--prosegu la zia Ginevra,--prima di ostinarti in
questa risoluzione. Tu non sai ancora abbastanza la vita per
condannare inappellabilmente il primo atto che ti offende.

--Non condanno.

--Che cosa farete?--intervenne De Nittis coprendola d'uno sguardo, del
quale ella sent tutta la penetrazione.--Eccovi al punto, in cui
dovete giudicare per la prima volta la vita; qualunque sia stato il
sogno delle vostre relazioni con Lamberto, adesso v'accorgete come
anche i sogni avvengano dentro la realt, la quale vi entra solamente
per scomporli. Un'altra donna  gi passata sulla traccia, che
credevate di percorrere sola, lasciandovi forse un profumo, che
attirer altre donne. La vita  cos: nessuna via vi  talmente
individuale che gli altri non vi mettano il piede.

La contessa Maria stava per protestare, ma De Nittis la prevenne.

--So quello che vorreste obbiettarmi, contessa: nelle vie del Signore
nessuno pu contenderci il passo. Dimenticate dunque che in tutte le
vite di santi i demonii si affollano intorno ad essi per farli
deviare? La nostra vita non pu conservare la sicurezza della propria
solitudine: noi attraversiamo quella degli altri, ed essi attraversano
la nostra; nessuno appartiene cos a s stesso da concedersi intero ad
un altro. Non bisogna considerare tradimento la deviazione di un
istante, dalla quale l'anima ritorna pi innamorata.

--Pi innamorata!--ripet amaramente Bice.--Siete voi, che dite
questo?

La sua voce era cos stridula che le due donne si volsero
meravigliate.

--Non credete dunque che Lamberto vi ami?

--No,--ribatt con accento rigido.

--Non vi ha nemmeno mai amato?

--Io sono brutta.

Questa ragione cadde su loro pesantemente.

--Ne convenite, adesso?--ella prosegu.--Lamberto  bello, sar stato
amato per questo, e non ha potuto resistere. Perch dovrei lagnarmene
io? Non dico che egli abbia finto di amarmi, perch sono ricca; molti
altri nel suo caso mi avrebbero forse considerata da questo punto di
vista, egli invece si avvezz da fanciullo a volermi bene. Eravamo
come fratello e sorella, anche lui era quasi orfano. Forse la mia
estrema debolezza dest la sua prima piet.

--Lo amate voi?--interruppe De Nittis.

La fanciulla ebbe una violenta contrazione: allora De Nittis continu.

--Eppure Lamberto  bello! Un altro vi avrebbe fatto pesare sul cuore
questa sua superiorit; egli invece ve la offerse come un compenso a
quella del vostro spirito. Se lo amate.... siate sincera,
Bice,--esclam:--ditelo francamente. Noi siamo qui per aiutare la
vostra vita, nella quale abbiamo tutti un carato, perch noi vi
amiamo, fanciulla mia.... di questo almeno non dubiterete.

Le sue ultime parole tremarono di tenerezza.

--Lo amate, via....

--No,--ella rispose sollevando il capo.

--Non amate dunque la bellezza?

Ella si alz nervosamente per andare al vassoio, come se vi avesse
dimenticato qualche cosa, ma si accorse tosto della puerilit del
pretesto. Quando Bice si volse, De Nittis, in piedi anch'egli,
appoggiato colla schiena al camino, la considerava con uno sguardo
profondo.

--Sarete sola.

--Non sono io vecchia come voialtri?

--Eh! fanciulla mia, la vecchiaia  anche peggiore della solitudine.
Adesso ricusate Lamberto per una colpa....

--Non  questo.

--Ebbene, forse un giorno potreste rassegnarvi ad accettare un uomo
meno buono e meno bello di lui.

--Se mi amer.

De Nittis invece di rispondere ebbe un pallido sorriso.

--Non credete che si possa essere amati?--ella chiese.

--Voi volete l'amore delle anime, quello che non pu tradire.

--Anche voi,--intervenne la contessa Maria,--ne convenite dunque: solo
la religione ce lo riserva.

--Avete sentito, Bice?

La conversazione parve impacciarsi di nuovo, la contessa Maria era
contenta, ma la zia Ginevra rimaneva preoccupata. Evidentemente il
carattere della fanciulla le dava serie apprensioni: Bice invece, come
sollevata da un gran peso, pareva ridivenuta tranquilla.

--Hai dunque deciso?--le domand un'altra volta la contessa Ginevra.

--Se non volete voi stessa ordinarmi quello che debbo fare: allora
ubbidir.

--Povero Lamberto!--sospir l'altra stringendosi nelle spalle.

Bice aveva gi riempito una seconda tazza di th per De Nittis, mentre
il servitore della contessa Maria entrava nel salotto colla pelliccia
della padrona; le due signore uscirono assieme in anticamera.

La fanciulla si era seduta sullo sgabello dinanzi a De Nittis: egli le
stese una mano sui capelli.

--Testolina!

--Perch mi avete fatto diventare cos? Adesso dovete tenermi come
sono.

--Non lo vuoi, Lamberto?

--No.

--Vuoi nessun altro?

Ella non abbass gli occhi davanti ai suoi.

--Me lo dirai quando la cosa sar ben decisa; guardati dallo sceglier
peggio,--e depose anch'egli la tazza sul camino per andarsene.

La fanciulla lo segu nell'anticamera, dove le due signore
chiaccheravano ancora.

Quando zia e nipote rimasero sole, si abbracciarono singhiozzando.

Ma la vita di Bice peggior da quel giorno. Malgrado le attenzioni
affettuose de' suoi vecchi amici, ella sofferse qualche tempo dei
pettegolezzi provocati dalla rottura del suo matrimonio con Lamberto,
la quale interess vivamente tutte le cronache cittadine. Bice era
cos ricca che il suo caso diventava tipico per tutte le giovinette
della sua et. Naturalmente non mancarono i soliti saggi a criticare
quella sua strana educazione, adesso cos spiacevole ai primi frutti:
si diceva che Bice credendosi un genio non aveva lusingato Lamberto
che per il piacere di umiliarlo. Questo primo scontro col mondo
esasper il carattere della fanciulla.

Ma rinunciando a Lamberto era caduta come in un grande vuoto. Le
giornate le parevano pi lunghe, senza scopo: a che pensare? Che cosa
potrebbe accaderle? L'avvenire non diventava pi che una ripetizione
del presente, indistinta e monotona nell'inutile durata del tempo.
Quindi le ritornava quella debolezza di malata, con un pallore pi
cereo sul volto, cogli occhi opachi e una lassitudine anticipata di
ogni moto, che la lasciava per lunghe ore muta sulla poltrona daccanto
la zia. Colla terribile facolt degli spiriti meditabondi, abituati a
divorare s stessi, ella prendeva allora uno per uno i propri giorni
per dissolverli nell'amarezza di un pessimismo rassegnato. La sua vita
non aveva ancora avuto nulla, n padre, n madre, n fratello, n
amante; perch dunque vivere? Per distrarsi si mise a frequentare i
teatri, ma la sua eccellente coltura artistica la disgust presto di
melodrammi e di commedie, nelle quali il pubblico non cercava pi che
il divertimento di un'ora. La grande arte era dunque finita o almeno
aveva disertato le scene per rifugiarsi nei libri. E dappertutto, ai
passeggi, ai teatri, nei pochi salotti, ove andava colla zia, erano
gli stessi discorsi, la solita passione dei piccoli interessi, trionfi
di abiti o di maniere, un lusso vacuo e sonoro, del quale lo
stordimento formava tutta la felicit.

Allora tornava a chiudersi per intere settimane in casa con la
malinconia dei vecchi, che sentendosi respinti si preparano alla
solitudine della morte nell'isolamento, finch una conversazione
spirituale de' suoi amici la soccorresse nuovamente coll'orgoglio d'un
mondo pi alto. Ed ella vi si precipitava come un fuggiasco in un
impeto di liberazione, sebbene nella limpida purit di quei paesaggi
ideali nessuna voce rispondesse agli appelli segreti del suo cuore.
Solamente De Nittis, sempre cos bello ed elegante nella sua verde
vecchiezza, riscaldandosi in certe tesi favorite, le comunicava talora
un indefinibile turbamento.

Giorgi invece declinava a vista d'occhio.

Anche il suo ultimo orgasmo d'autore era vanito nella grandezza della
morte imminente. Una tosse secca e profonda gli scuoteva il petto,
mandandogli un rosso effimero e di mal augurio sul volto, mentre la
voce cos stridula una volta gli si faceva ogni giorno pi appannata.
Ormai quel soprabito color nocciola, cos abituato al suo corpo, non
si abbottonava pi che sopra un'ombra. In casa della contessa Ginevra
il cordoglio fu intenso, molto pi che Giorgi consapevole del proprio
stato ricusava per una suprema alterezza di artista ogni soccorso.

Una mattina arriv da Bice sulle undici. Era una giornata d'aprile
calda e snervante. Entrando nel salotto cadde quasi sopra una
poltrona, ma quando Bice avvisata dal cameriere corse a salutarlo, si
era gi rimesso; solamente un sudore perlaceo dava alla sua fronte
gialla una lucentezza di avorio vecchio. Ricus il th, e cavandosi di
tasca un rotolo di carta disse:

--Andiamo nel salone.

Appena vi furono entrati, la tosse lo riprese.

--Io non posso, non posso....--ripet con voce rotta mostrando il
pianoforte.

Bice spieg il rotolo, era un De Profundis. La fanciulla sent una
stretta al cuore indovinando in quella estrema preghiera l'ultimo
grido della sua anima, alla quale forse il genio aveva dato la
chiaroveggenza e la gloria aveva negato la luce. Giorgi si era seduto
sopra uno dei quattro divani dorati, dietro il pianoforte, colla testa
sul petto e gli occhi chiusi. Il suo respiro era lento.

Bice appoggi la carta sul leggo e ne scorse attentamente le note. Il
tremendo salmo biblico, nel quale l'anima sembra lagnarsi ancora
dinanzi al terrore dell'imminente giudizio divino, diventava invece
una sommessa invocazione di pellegrino al termine del viaggio, colla
stanchezza consolata dalla prima apparizione della meta.

Bice era vestita di bianco. Nel salone giallo e oro solo il grande
pianoforte era nero, mentre dalle finestre spalancate il sole entrava
accendendo miriadi di fiammelle su tutte le dorature e riempiendo
l'aria di un pulviscolo rutilante. Una emozione di pianto rattenuto
contrasse la bocca della fanciulla alle prime battute. Ma quella
musica, lenta come il corso di un gran fiume quando sbocca nel mare,
calm anche il suo spirito in una mestizia rassegnata ed insieme
anelante al gran riposo; poi le poche voci, che sembravano tratto
tratto voler prorompere da quella preghiera, finirono come nel soffio
di un sospiro, mentre le ombre cadenti da ogni lato confondevano cielo
e terra. Solo l'ultimo accordo sui bassi parve sprofondarsi nelle
tenebre col fragore di un supremo spavento.

Giorgi era gi in piedi; riprese dal leggo la carta, la ripieg, e se
la pose in tasca senza parlare.

--Vi sentite male?--ella chiese ansiosamente.

Egli le rispose con un sorriso.

--Cercher di venire stasera.

--Perch non restate a pranzo?

-- un pezzo che non mangio pi.

Bice non ebbe il coraggio d'insistere, quindi fece tutti gli sforzi
per non piangere accompagnandolo sino all'uscio dello scalone: adesso
sapeva che Giorgi aveva voluto sentir suonare da lei il proprio De
Profundis. La sua commozione divent cos intensa che cap di non
doverne parlare con alcuno.

Ma la sera interrog abilmente il dottor Ambrosi nella propria camera.
Questi lo visitava gi in secreto da parecchio tempo, quando la moglie
e la figlia erano fuori, senza averlo mai potuto persuadere ad
abbandonare quella casa. Forse un sublime orgoglio di martire gli
proibiva cos di disertare il proprio posto, o una pi dolorosa
tenerezza lo affezionava a quello stambugio, nel quale aveva tanto
sofferto da quindici anni, trasfondendo il secreto dei propri
patimenti nel secreto pi alto di una musica sacra. Al momento di
morire sconosciuto tutte le condizioni della vita dovevano quindi
parergli pressoch uguali: solamente quel terrore infantile ed
invincibile della moglie gli durava ancora, mantenendolo nella stessa
soggezione incondizionata, che la sua natura di sensitiva aveva sempre
provato dinanzi a lei.

Ma Ambrosi non disse altro alla fanciulla.

-- dunque impossibile aiutarlo!--questa esclam torcendosi le mani.

L'altro tacque.

Giorgi torn ancora un'ultima volta con Prinetti, che essendo riuscito
ad ammansire la moglie colle proprie maniere popolane, poteva andarlo
a trovare quasi tutte le mattine; ma ogni soccorso sarebbe stato gi
indarno. Da molti mesi Giorgi moriva lentamente d'inanizione, non
sorbendo oramai pi che qualche cucchiaio di vino dalle vecchie
bottiglie, che il dottore gli rinnovava tutte le mattine, perch la
moglie e la figlia ne bevevano il resto. Quindi Prinetti aveva dovuto
suggerirgli di mandarne sei per volta, pi di quanto le due donne
potessero ingollarne anche ubbriacandosi. Giorgi s'era messo a letto,
ma vi stava quasi sempre seduto, entro una vecchia giacca; il piccolo
pianoforte verticale, di legno rossiccio, sorgeva all'altro lato
presso la finestra.

--Ma se si offendessero di vedervi sempre qui!...--egli diceva tutte
le volte a Prinetti tremando.

La malattia non fu lunga.

La sera dalla contessa Ginevra non si parlava d'altro; tutti erano
desolati per l'impossibilit di poterlo confortare dopo che Prinetti
imprudentemente aveva descritto loro quella casa immonda e quasi
sempre deserta; ma Giorgi per un ultimo tragico pudore di artista
avrebbe troppo sofferto nel ricevervi qualcuno. Moriva solo, nel
deserto.

Bice piangeva. La verginit del suo cuore non poteva rassegnarsi a
quel finale di una cos alta vita nell'abbandono di tutti, fra
l'immonda brutalit di due donne, che si ubbriacavano. Ella avrebbe
voluto almeno dargli il conforto di sentirsi amato sino all'ultimo di
quell'amore spirituale, che aveva indarno riempito la sua vita,
innalzandosi colla musica sino a Dio, come un olezzo di fiori
sbocciati troppo in alto, sulla montagna al disopra di tutti gli
sguardi.

Quindi gli mandava ogni volta una letterina per Prinetti o per il
dottore.

Questi riuscito finalmente ad imporre un certo rispetto alle due donne
col visitare qualche altro ammalato fra i vicini, sollevandovi
naturalmente lunghi pettegolezzi di elogi, poteva adesso venire tutti
i giorni; ma la sua stessa celebrit, accrescendo l'importanza
dell'infermo, diventava una critica al modo, col quale era tenuto, e
Giorgi spaurito lo preg di venire pi di rado.

--Ti hanno dunque strapazzato anche per questo?

Il viso cadaverico di Giorgi espresse un terrore cos doloroso, che
l'altro si volt per non mostrare di piangere.

Poi si sedette presso di lui. Il canap non aveva che un cencio di
coperta turchina, usata forse come tappeto da tavolo in altri tempi, e
un cuscino sucido; di faccia, sopra una piccola cassa, nella quale
stavano i pochi panni, si vedevano i suoi due stivaletti ancora
infangati.

Ma siccome Giorgi non parlava, Ambrosi guard all'orologio fingendo di
avere qualche visita urgente.

--Credi che il mio stomaco sopporter la Santa Comunione?--l'altro
domand con voce spenta, tendendogli la mano scheletrita.

--S, s.

Tre giorni dopo Prinetti trov nella cucina le due donne col garzone
da macellaio intente, a riempire una sporta colle bottiglie mandate
dal dottore; si trattava di una gita in tramvay sino a Casalecchio.

Prinetti non mostr alcuna ripugnanza.

--Staremo via poco,--disse la moglie;--ieri sera si  confessato, ma
non sta peggio del solito.

--Gi.... resto qui io, fate pure.

Il garzone del macellaio gli chiese uno sigaro, Prinetti gli vuot
invece nelle mani l'astuccio delle sigarette.

--Queste le fumeremo noi,--esclamarono ad una voce mamma e figlia.

Egli pass nello stanzino e trov Giorgi sentoni sul letto, pi
cadaverico; doveva aver udito tutto perch, vedendogli sul volto la
nausea di quella scena, sorrise.

--Ti aspettavo.

Poi chiuse gli occhi. Si intese ancora chiacchierare e ridere nella
cucina con un fracasso di sedie come per la partenza, ma ci volle un
altro grosso quarto d'ora prima che se ne andassero.

Il respiro di Giorgi era appena sensibile: stavano tutti e due
immobili, quando Giorgi riaprendo gli occhi barcoll, e Prinetti vide
che la luce vi si era oramai spenta. Allora spaventato balz in piedi
per sostenergli la testa fra le mani, ma nel dubbio di fargli pi male
l'appoggi nuovamente al muro, lasciandola piegare a poco a poco sulla
spalla destra.

Pass almeno un'altra ora. Nello stanzino l'aria aveva un cattivo
odore di cenci, perch la piccola finestra non si apriva quasi mai;
poi i suoi vetri sporchi lasciavano passare un lume triste. Giorgi non
si muoveva. L'altro sempre intento nel suo volto si sent salire
improvvisamente dal fondo della coscienza quella inesprimibile verit
della morte, contro la quale lo spirito non protesta pi come dinanzi
all'infinito.

Che ora era? Prinetti ebbe la violenta sensazione di questa domanda
nell'ombra sempre pi densa, che aveva gi riempito tutto lo stanzino.

Giorgi rinvenne.

--Che hai?--chiese l'altro premurosamente.

--Muoio....

E rinchiuse da capo gli occhi. Prinetti rimase in piedi. L'altro era
sempre cos, col viso scheletrito, di quel giallo cinereo, che solo
certi morti hanno. Teneva le mani sulle coperte, immobili.

--Mio Dio!--pregava mentalmente Prinetti vedendo le sue labbra
agitarsi nello sforzo di un'ultima parola.

Giorgi mormor:

--Bianco.... bianco!

Poi la visione del primo cielo gli si interruppe.




VI.


Nel mese di maggio Bice era a Roma con De Nittis e la zia Ginevra.

Altri dolorosi avvenimenti avevano dispersi i pochi amici di quel
salotto. Prinetti aveva dovuto tornare a Bazzano come tutore dei
nipoti dopo la morte improvvisa della loro madre e la fuga del
padrigno, che l'aveva poco prima abbandonata, vuotandole la casa: ma
vi rimanevano tre figli, due maschi e una bambina, il maggiore dei
quali non toccava ancora i quindici anni. Prinetti, che si era gi
lasciato mungere dalla cognata pi che mezzo il proprio patrimonio,
pur non ingannandosi nel giudicarla, doveva adesso mutarsi in padre di
quegli orfani per avviarli ad un mestiere. Senza esitare ritorn
quindi a Bazzano, ove ella aveva finito coll'aprire una bottega di
pizzicheria. Era un sacrificio di tutte le sue squisite spiritualit,
senza nemmeno una speranza di risultato, perch i ragazzi mostravano
gi una precoce perversit di carattere.

--Sar la mia ultima campagna d'Africa, disse nell'accomiatarsi dalla
contessa Ginevra.

--Ma non tornerete proprio pi a Bologna?

--Mi pare difficile: la bambina e il fratello minore, hanno meno di
dieci anni, io non posso vivere tanto da non essere pi il loro
tutore. Cos non avranno il tempo di essere ingrati.

Fu l'unica lagnanza, sapendo che quegli orfani malgrado tutte le
apparenze legali non erano suoi nipoti.

Poi la contessa Maria andata a Milano per assistervi l'unica sorella
colpita da una paralisi progressiva, vi era rimasta per tre mesi, e vi
ritornava spesso, vinta dalla tenerezza, appena in casa potesse
disporre di qualche giorno.

Nel salotto della contessa Ginevra non venivano pi che De Nittis ed
Ambrosi. Tutto vi pareva invecchiato; la contessa, diventata pi
grassa, si appesantiva anche nello spirito: le sue stesse maniere in
quel contagio della volgarit provinciale, e sopratutto nell'assenza
di ogni pi alta preoccupazione, ridivenivano quelle di un tempo,
quando fanciulla non era ancora uscita di Bologna. Il mondo cominciava
a scordarla senza che ella lo indovinasse pi coi begli occhi limpidi
ed acuti di una volta.

Quindi si abbandonava giorno per giorno alle tentazioni della gola
malgrado i frizzi affettuosi di Bice e le rimostranze di Ambrosi; Bice
invece era sempre cos magra, ma di quella severa e fine eleganza,
colla quale aveva spesso trionfato di tutte le compagne, non le
rimaneva che l'abitudine di certi tagli pi semplici, quasi senza
alcuna femminilit d'intenzione. Solo a certi particolari, nella
finezza delle scarpe e dei guanti, nel lusso quasi eccessivo delle
biancherie e delle pelliccie, il suo gusto signorile rivelava ancora
la donna.

Per sei mesi aveva lavorato con De Nittis al compimento della grande
edizione, abbandonata in ultimo dal povero Giorgi, trovando per essa
in Germania il medesimo editore, che pubblicava finalmente le opere
del Palestrina; poi quello studio musicale, sviluppandole una intensa
passione per la primitiva arte cristiana, l'aveva trascinata anche pi
lungi dal mondo. Nell'ammirabile rinnovamento, operato dal
cristianesimo su tutta l'arte antica, la sua anima di fanciulla era
stata vivamente colpita dalla originalit dei due nuovi tipi, la
vergine e il cavaliere. Come la prima Maria, quella accettava il
sacrificio di s stessa per la vita dell'uomo, ma la sua castit
invece di essere una riserva, nella quale l'amore accumulasse i propri
tesori per gioirne in una festa pi intensa, era una ripugnanza a
tutte le pretese della carne, che aveva gi una altra volta perduta
miseramente l'umanit. Come la vergine, il cavaliere doveva
conservarsi puro per essere forte, e la sua milizia sotto l'insegna
invincibile della croce era una vigilia continua nell'armi, aspettando
che le fanfare della vittoria squillassero in cielo coi primi fuochi
dell'alba. Egli poteva amare solamente come combatteva, perch dal suo
amore colla vergine altre vergini ed altri cavalieri nascessero a
mantenere la vittoria di Dio.

Ma in questo concetto troppo tragico ed ideale della vita naturalmente
ogni bellezza era perita. Solo il volto come rivelazione dell'anima
aveva potuto rimanere bello, mentre il corpo ammalato della propria
carne si era mutato per lo spirito in uno istrumento di redenzione
contro il peccato. Nel suo inconsolabile dolore la primitiva arte
cristiana aveva chiuso occhi ed orecchi alla natura: tutto vi aveva
espresso la morte, le chiese erano sotterra, le cronache sanguinavano
di martirii, i dogmi non minacciavano che dannazioni. Poi al
rallentarsi delle persecuzioni il tempio salito sulla terra era
rimasto egualmente chiuso alla bellezza. I santi incollati come
cadaveri sulle sue pareti parlavano con una scritta fuori delle
labbra, il crocifisso era il loro tipo, e la morte sola il perch
della loro rappresentazione, mentre le vergini sporgenti da un sacco,
segnato con uno sgorbio, non mostravano che i piedi e i visi piatti
del pari. Perch sarebbero state belle?

Ma la bellezza torn.

Invano il pessimismo cristiano vantandosi di farne a meno, poich la
verit stava nel mondo dello spirito, dal quale Cristo era disceso per
morire, aveva permesso per molti secoli alla morte di spiegare tutta
la pompa della propria magnificenza, mentre lentamente e mutamente,
come passano l'aria e la luce, la bellezza rientrava giorno per giorno
nella religione dietro al trionfo della Maddalena.

Quindi l'amore umano ricominci fra la vergine e il cavaliere entro un
quadro pi giocondo, ma con tutte le nostalgie dell'amore divino, per
diventare a poco a poco il nostro amore moderno nella tragedia anche
pi inconsolabile di non poter essere casto, e di pretendere dal
contatto delle carni quella fusione, che solo lo spirito pu
realizzare in s stesso.

Con analisi fine ed animatrice De Nittis spiegava a Bice il formarsi
del romanticismo, la cavalleria e i suoi codici d'amore, i poeti
solitari, il dramma immenso del monachismo, e quella idealit data
dalla Chiesa a tutti gli atti della vita fra un mareggiare di
invasioni e una tormenta di guerre, nelle quali si concepivano i
sonetti pi puri e si disegnavano i pi immateriali profili. Per
l'amore rimaneva sempre ideale: vergine e cavaliere potevano o non
raggiungere o non mantenersi all'altezza del proprio tipo, senza che
quella luce cessasse mai di risplendere anche nelle pi depravate
coscienze, come il Cristianesimo brilla ancora in fondo all'anima del
popolo, che oggi si vanta cos incredulo.

--La volutt trover sempre la propria ultima potenza nella castit.

A questa formula Bice lo aveva guardato, ma De Nittis quasi pentito si
affrett a soggiungere:

--Nemmeno il Cristianesimo soccombendo all'antitesi della carne collo
spirito, fra il mondo dell'uomo e quello di Dio, ha potuto risolvere
il problema dell'amore. Il tuo Lamberto, ecco l'ultima trasformazione
del cavaliere.

Bice fu punta da questa ironia.

--Perch non dite anche, che io sono l'ultima vergine bizantina?

--La piaga del tuo cuore non  ancora rimarginata.

--Non capite niente,--esclam alzandosi per uscire.

De Nittis rimase interdetto da questa brusca violenza. Poi avendo
ricondotto il discorso sull'editore tedesco, il quale esigeva un'altra
cerna di tutte le musiche di Giorgi per non presentarne al pubblico
che le pi tipiche e le migliori, Bice l'interruppe ancora per
chiedergli se avesse finito di scrivere quella prefazione. L'altro
sorrise scusandosi: allora ella si offerse di aiutarlo.

--Non sar troppo difficile?--domand con accento umile di bambina.

--Nemmeno io so dirtelo. Vi sono ricerche, nelle quali certo potresti
aiutarmi, ma ti stancherebbero senza divertirti.

--No, no: lasciatemi venire col mio abito da mattino come un'operaia,
poi mi darete il cmpito per tutti i giorni.

--Tutti i giorni!--egli esclam.

Bice fece una moina di sommissione.

De Nittis rimaneva perplesso: Bice torn a rannuvolarsi, le lagrime le
gonfiavano nuovamente gli occhi.

--Lo vuoi proprio?

--Non posso volere con voi.

La mattina seguente Bice arriv in casa di De Nittis alle dieci e
mezzo; egli stava ancora nella saletta da pranzo, a tavola, leggendo
il giornale. La fanciulla, che aveva rimandato il servitore alla
porta, diede subito con un sorriso la mano alla governante.

--Margherita, vengo anch'io a lavorare con voi.

--Lei, signorina!--proruppe l'altra sgranando gli occhi, mentre
l'aiutava a cavarsi il cappellino.

La fanciulla si guardava attorno con aria ilare. Nella saletta non
v'erano che la tavola ed una credenziera, piena di piatti e di
bicchieri, con alcune seggiole: presso alla finestra un treppiede di
vimini sosteneva il cestino da lavoro di Margherita. De Nittis, che
doveva ancora prendere il caff, ne ordin un'altra tazza per Bice.

--Oggi, che avevo vacanza all'universit, dovr dunque lavorare con
te?

--Ne sareste gi pentito, maestro?

--Tu stessa te ne pentirai.

Ella ebbe un sorriso di sfida.

Poco dopo entr anche Tonina, la cuoca. Le due donne avevano quasi la
stessa et e il medesimo tipo, solamente Tonina era pi secca; ma il
loro viso di bionde, una volta senza bellezza, aveva gi quella calma
speciale delle zitellone, cui nulla turba pi da molto tempo in una
vita ridotta al minimo delle funzioni. Tonina cucinava, Margherita
teneva in ordine la casa composta di poche stanze, un salotto da
ricevere, la saletta da pranzo, lo studio e la camera del professore.
Esse dormivano assieme, sul medesimo letto, come due sorelle, in una
stanza attigua alla cucina. Ma Tonina ubbidiva in tutto a Margherita.
Infatti questa aveva maniere pi distinte, tutte due erano devote.

Tonina s'avanz con una certa titubanza, ma l'altra chiese
disinvoltamente a Bice se sarebbe rimasta a pranzo.

Bice non sapeva come rispondere.

--Non creda, signorina, che sar un pranzo come a casa sua.

--Mia cara Bice,--disse il professore,--dal momento che vi si invita
potete farle l'onore di accettare: qualche volta che io mi sono
permesso di condurle un collega a pranzo, sono stato invece sgridato.

--Perch lei fa sempre cos,--ribatt Margherita:--i pranzi non
s'improvvisano mica.

Ma sibbene la risposta fosse quasi rude, si sentiva nella voce grossa
della vecchia una deferenza affettuosa verso il padrone.

--Poich la signorina accetta,--seguit Margherita volgendosi a Tonina,
che si tormentava il grembiule bianco, dritta, impalata,--farai quello
che ti ho detto.

Bice si sentiva gi circondata da una ammirazione piena di simpatia.
Se lo avesse osato in quella prima volta, si sarebbe offerta di
lavorare anch'essa in cucina per divertirsi del loro stesso imbarazzo,
preparando qualche sorpresa al professore; ma la placidezza di quelle
due donne le imponeva rispetto.

De Nittis aveva ripreso il giornale, mentre Margherita finiva di
sparecchiare. Allora Bice usc con lei per visitare l'appartamento,
del quale non conosceva che il salotto di ricevimento e lo studio.
Tutto vi era tenuto con pulizia meticolosa, senza traccia di lusso: il
salotto non aveva che un sof ricoperto di lana verde, un tavolino
rotondo nel mezzo con un vaso di fiori in cera sotto una campana di
vetro, e due antichi canterani dai piedi alti, colle maniglie di
ottone lucenti come oro. La camera da letto pareva quella di un frate;
non v'era che un piccolo canap in ferro colle coperte e coi cuscini
di un candore virginale, un vecchio e largo armadio da biancheria, in
un angolo un portacatino di ferro con due grandi brocche bianche
allato, e un minuscolo specchio rotondo attaccato alla spagnoletta
della finestra, presso la quale il professore si radeva la barba. Due
pantofole, ricamate in lana a colori vistosi, attendevano sul tappeto,
a fianco del letto: presso la finestra, sopra un tavolino, entro un
bacile di vetro, si vedevano i pettini e le scopette da testa.

Bice not l'assenza di ogni immagine religiosa.

--Il professore non ne ha mai voluto:--rispose Margherita.

Ma con improvvisa fiducia nella fanciulla la condusse al letto e,
sollevandone il materasso, le mostr un quadretto con una piccola
madonna.

--Egli non lo sa!--esclam trionfalmente.

Poi diede devotamente un bacio sulla immagine porgendola a Bice perch
facesse altrettanto.

--Che fate qui?--chiese de Nittis affacciandosi sulla porta appena
Margherita aveva rimesso a posto la madonnina,--Tu, Bice, dovresti
piuttosto mostrare a Margherita il tuo appartamento, che  veramente
bello.

--Perch voi stesso mi avete suggerito quasi tutto.

--Il professore,--intervenne Margherita, come vantando orgogliosamente
un mobile della casa,--sa tutto quello che vuole.

Bice si mise a ridere, quantunque provasse in cuore una certa
inquietudine di essere stata sorpresa da lui nella sua camera.

Quel primo giorno pass naturalmente senza lavorare. Bice curiosava su
e gi per lo studio interrogando e mutando spesso argomento per
condurre insensibilmente de Nittis a raccontare la propria vita. Ma
questa era ben semplice: s'alzava alle otto, faceva colazione fra le
dieci e le undici, poi sulle due andava all'universit, anche quando
non aveva lezione; pranzava sulle sei, passava un'ora al caff delle
Scienze fra un crocchio di colleghi, e alle nove veniva dalla contessa
Ginevra per non rincasare che alle undici. A quell'ora le due donne
erano gi a letto da un pezzo.

Lavorava poco, almeno come diceva lui, che per lavoro intendeva
solamente quello consacrato alla sua opera "_Storia di Dio_". Adesso
avrebbe dovuto compiere quella prefazione alle musiche di Giorgi, ma
il tema gli si slargava al solito in uno studio di tutta l'arte e
dell'anima moderna contro le volgari affermazioni delle varie scuole
positiviste. Accadeva spesso a De Nittis come a molti ingegni pigri di
pensatori, che nella fiamma del parlare improvvisano i propri pi
squisiti capolavori, mentre nello scrivere il pensiero sembra perdere
in essi della prima luce, cristallizzandosi in uno stile tutto di
studio. Bice se ne accorse al ritratto di Giorgi, che egli aveva quasi
perduto fra l'esplicazioni di quelle stesse idee, dalle quali avrebbe
dovuto uscire, e che invece discorrendo gli si animava mirabilmente
con tutte le sfumature della fisonomia.

Ella si offerse per copiare il manoscritto, perch non potesse pi
rimutarlo.

--Davvero? Ne parleremo: vogliamo uscire?

--Passeremo dalla zia a dirle che resto qui a pranzo.

--Vado a mutare d'abito.

Bice scapp in cucina.

--Ah, signorina!--esclam Margherita, che lavorava anch'essa in
grembiule bianco intorno ad un dolce.

Ma la fanciulla fu pronta a scongiurare la tempesta.

--Usciamo per avvisare la zia. Ah la bella torta!--proruppe affettando
l'ammirazione golosa di una bambina; poi la scongiur di non dir nulla
al maestro, e fugg lasciandole entusiasmate della sua monelleria.

La zia Ginevra non era in casa. Allora andarono ai giardini pubblici;
la magnifica giornata di sole aveva fatto uscire dalle case pi gente
del solito. Egli abbigliato di nero, nella consueta eleganza, rasato,
inguantato, colle carni pi fresche di quelle di Bice e un passo quasi
da giovinotto, pareva superbo di farle da cavaliere. Dovettero
fermarsi a molte carrozze per scambiare saluti e complimenti colle
signore su quella loro passeggiata a piedi, ma, sebbene non se ne
fossero data l'intesa, tacquero sul pranzo, che li aspettava come un
epilogo anche pi delizioso. Prima di tornare a casa, Bice volle per
passare sotto il portico del Pavaglione, in quell'ora gremito di tutti
gli eleganti, arrestandosi alla pasticceria di moda per affettare come
una innamorata la propria intimit con lui. Egli si manteneva sempre
cos amabile. Molte signore, conoscendolo da un pezzo ed ammirandolo
alla propria maniera, piuttosto per il suo gusto aristocratico che per
la vera profondit dell'ingegno, si strinsero loro intorno in un
cerchio di sorrisi, dentro i quali Bice si sentiva immergere come in
una luce spirituale. Qualcuna scherz nel vederli cos soli, maestro e
scolara, in isciopero.

Bice dovette mangiare delle paste; a casa il pranzo fu una piccola
festa. Siccome Margherita aveva mutato abito per servirli,
apparecchiando la tavola colle migliori stoviglie, anch'egli rimase
cos vestito, mentre gli altri giorni pranzava in veste da camera e in
pantofole; ma invece di mostrarsi allegra, Bice s'inteneriva in una
malinconia piena di umilt. Le sembrava di essere pi amata di quanto
meritasse, occupando cos di s stessa tutta quella casa, da tanti
anni tranquilla e silenziosa come un eremo; la grossa Margherita
vegliava su lei come sopra una bambina, egli le usava tutte le pi
fini amabilit di un cavaliere. Tristemente Bice si avvide di non
avere pi appetito.

--La signorina non mangia,--esclam Margherita, vedendola assaggiare
appena un fritto composto:--glielo avevo pur detto che il nostro
pranzo non poteva essere come il suo!

Bice sent nell'amarezza mal dissimulata del rimprovero il cordoglio
di una umiliazione, e istintivamente cerc come riparare a quella
mancanza d'appetito. Quindi a certi atti parendole d'indovinare che
gli altri giorni Margherita pranzasse alla tavola del professore per
tenergli compagnia:

--Maestro,--si volse improvvisamente,--perch quest'oggi Margherita
non mangia con noi?

Egli rimase quasi imbarazzato di questa penetrazione della fanciulla.

--Mettetevi dunque qui, Margherita, io sono al vostro posto,--Bice le
disse con una voce cos buona, che l'altra cap di poter accettare.

--Allora vado prima da Tonina.

Il pranzo divent pi allegro, servito dalla cuoca, sebbene l'altra si
alzasse sovente per riparare qualche inavvertenza.

Come tutti coloro che invecchiano, De Nittis era piuttosto goloso, ma
quella sera fra Bice e Margherita, nella intimit di quella saletta,
ove pranzava da tanti anni in silenzio leggendo il giornale per
affrettare il volo del tempo, gli parve che le pietanze fossero anche
pi squisite. Le due donne, beate della sua contentezza, s'intendevano
per servirlo vietandogli ogni attenzione verso di loro: gli riempivano
il piatto, il bicchiere, come ad un bambino, con quella grazia
femminile, che sa dare valore al pi piccolo atto. Talvolta Margherita
gli diceva:

--Basta, le farebbe male. Lei invece, signorina, dovrebbe mangiare
ancora: alla sua et niente d fastidio.

--Non posso, vedete come sono secca!

--Appunto, se viene qui l'ingrasseremo,--ribatt col suo riso, che le
faceva tremare tutta la massa del seno.

Questa idea li esilar, diventavano sciocchi. I discorsi, intonati
sull'intelligenza di Margherita, avevano la bonomia confidente e
volgare dei soliti argomenti domestici, le spese di casa, i vicini, le
piccole difficolt di tutte le vite, quella seriet anche delle
piccole cose, alle quali Bice non aveva mai pensato nel lusso della
propria esistenza. Poi sulla fine del pranzo Margherita and ella
stessa a fare il caff, e torn coi dolci e i rosoli. De Nittis, che
aveva gi acceso la sigaretta, ne porse un'altra alla fanciulla,
sorridendo nel vedere entrare Tonina; la vecchia veniva a ricevere i
complimenti. Sulla sua faccia, untuosa per il sudore del fuoco,
oscill un bagliore di contentezza alle prime parole di Bice: come
tutto era andato bene! Margherita, malgrado la propria pesantezza, si
muoveva con insolita agilit; quindi De Nittis cadde in quel leggero
assopimento dei vecchi dopo il pasto, distese le gambe e si allung
sulla sedia, con una mano appoggiata sulla tavola.

Bice fe' un cenno a Margherita di camminare pi piano. Non si
ricordava in vita sua serata pi deliziosa, quantunque anche in casa
della zia tutti le volessero bene; il suo pensiero si adagiava
nell'esistenza tranquilla di quell'uomo, cos grande nell'ingegno, e
che aveva avuto la bont di allevarla facendosi per tanti anni piccolo
come la sua anima di bambina. Egli era ancora solo al mondo, fra
quelle due vecchie, che lo adoravano senza capirlo. In quel momento il
suo volto riscaldato dal cibo aveva una freschezza rosea, che il
candore dei capelli sembrava rendere anche pi viva, mentre qualche
cosa di pi mite sembrava essergli calato sulla fronte di pensatore.
La sua bella mano aveva lasciato cadere la sigaretta spenta sulla
tovaglia, e vi rimaneva in un abbandono pieno d'eleganza.

Chi aveva egli amato? Amava egli? Bice non ne aveva mai saputo nulla,
ma era impossibile che un uomo cos bello fosse passato sconosciuto
fra le donne; nullameno sulla sua pura fisonomia di vecchio, ancora
rorida di tutte le grazie giovanili, le passioni non avevano lasciato
traccia.

Margherita si era seduta, adagio, presso Bice.

--Fa cos tutti i giorni, dorme per un quarto d'ora.

Parlarono di lui. La vecchia s'inteneriva a certi particolari: Tonina
era stata raccolta dal professore quasi moribonda, dopo essere fuggita
da casa propria per i cattivi trattamenti, poi da quella del primo
padrone, che sapendola malata voleva mandarla all'ospedale. Siccome
ella la conosceva, ne aveva parlato al professore: Tonina non si era
rimessa che dopo sei mesi, aveva un cuore d'oro.

--Ho dovuto insegnarle tutto, ma  tanto obbediente!

A rovescio dei vecchi celibi, che hanno quasi tutti il carattere
bisbetico forse per la mancanza di una famiglia e di bambini, De
Nittis invece era sempre contento di tutto.

--Gli avete mai chiesto perch non ha voluto prender moglie?

--S: egli sorride senza rispondere. Adesso sarebbe troppo tardi.

Poi Margherita le confess i segreti di casa: non erano ricchi, ma
siccome il professore non aveva alcun vizio, con i seimila franchi di
paga potevano vivere benino. La maggior spesa per lui erano i libri:
secondo Margherita vi dovevano essere dei tesori nella sua biblioteca.

--Andremo avanti cos, purch io muoia prima,--concluse.--Che cosa
resteremmo a fare, sole, io e Tonina, che non abbiamo pi nessuno?

--Verrete con me.

--Ah, signorina! ella  tanto buona, me lo ha detto mille volte il
professore, ma alla nostra et non si pu mutare pi casa:  meglio
morire.

De Nittis si dest.

--Ho dormito?--chiese stirandosi lievemente; poi colto quasi da
vergogna:--vedi, mia piccola Bice, i vecchi! Addormentarsi a tavola,
quando si ha per invitata la prima signorina di Bologna....

--Potevate dormire ancora invece di destarvi per questo cattivo
complimento. Intanto noi abbiamo parlato di voi; zitta, Margherita!

Ma De Nittis non sapendo come far passare il tempo alla fanciulla,
dichiar che bisognava ritornare dalla zia Ginevra. Sull'uscio, al
momento dei saluti, Margherita ripet gl'inviti; anche Tonina era
accorsa, ma stava semi-nascosta dietro il battente.

--Torni a pranzo, signorina, torni spesso,--l'altra ripeteva colla
voce tremante:--vedr che l'ingrasseremo.

Per strada De Nittis le diede il braccio. Passarono sotto i portici
quasi deserti, con passo lento, allegri tutti due di quella buona
giornata: ella gli si abbandonava dolcemente sulla spalla guardandolo
tratto tratto, superba di sentirlo ancora cos vigoroso, e ascoltando
la percossa del suo passo echeggiare nelle sonorit delle volte e del
pavimento. L'aria frizzante della notte batteva loro sul viso. Ella
aveva finito col mettere anche l'altra mano sul suo braccio, e
saltellava nelle disuguaglianze da portico a portico con certi scoppi
di risa, abbassando improvvisamente il capo, come sorpresa da
un'intima tenerezza in tale passeggiata notturna, fra quelle grandi
ombre, che avrebbero permesso pi di un bacio, e quei subiti chiarori
di fanali, che lasciavano tempo ad un sorriso di mostrare tutte le sue
carezze.

A casa la zia Ginevra li sgrid di aver tanto tardato.

Nullameno Bice seguit ad andare spesso da lui col pretesto di copiare
quella prefazione, ma occupandosi invece con istinto femminile a
rendergli pi dolce la vita. Infatti d'accordo con Margherita, e senza
che egli potesse nemmeno sospettarlo, riusc a sostituire il suo vino
di osteria col migliore delle proprie terre, e a mandargli quasi tutte
le mattine qualche primizia di ortaggio; poi gli riemp i cassetti di
altra biancheria, e al primo onomastico seppe fargli accettare una
magnifica veste da camera. Ma non os alterare la semplicit, quasi
povera, dell'appartamento.

De Nittis non vi aveva che pochi mobili da rigattiere.

Nell'abitudine di un isolamento, contro il quale non aveva mai
lottato, egli si era avvezzo da tempo a quella povert, preferendola
al mezzo lusso borghese di molti suoi colleghi. Una malinconia di
abbandono lo rendeva ora pi che indifferente a quanto potesse ancora
accadergli nella propria condizione di professore scapolo, prossimo ad
andare in pensione, e al di fuori di ogni partito politico. Come la
maggior parte di coloro, che sognarono la conquista del mondo, egli
aveva camminato povero e solo. Appena compiti gli studi, accorgendosi
che la vita era una battaglia, nella quale bisognava quasi sempre
uccidere per non essere ucciso, il suo primo pensiero fu di ritirarsi
sconosciuto in qualche bella campagna; ma questo sogno di tutte le
anime troppo delicate dovette vanire quasi subito dinanzi alle rudi
necessit della vita. Nullameno non lott a lungo, e d'avvocato
anelante all'arringo parlamentare si mut dopo un anno fra lo stupore
degli amici in professore di filosofia, esulando al solito in una
Universit isolana. Lo destinarono a Cagliari.

Col, sperduto fra un popolo barbaro, si form nella preparazione di
una gloria pi alta. Invece di comandare al parlamento volle regnare
nella scienza con quella ideale sovranit non concessa che a pochi, e
per la quale bisogna quasi sempre negarsi tutte le altre gioie della
vita. Per dodici anni rimase quindi sepolto fra i libri, assimilandosi
tutto il pensiero moderno nel sogno di dargli una nuova costituzione
con uno di quegli sforzi sublimi, che pareggiano filosofi e
conquistatori in una eguale gloria di aver saputo organizzare intorno
a s stessi per qualche tempo le cose o le idee. Quella vita
claustrale lo abitu a tutte le castit. Il suo disegno era stato una
guerra contro la neonata teorica darwiniana, nella quale stavano gi
per naufragare tutti i principi della filosofia e la storia
dell'umanit; ma quando ebbe imparato abbastanza le scienze per
contestarle anche molte affermazioni sperimentali, comprese che tale
guerra non avrebbe potuto conchiudere ad una vera conquista, e concep
tutta una nuova filosofia della natura, entro la quale l'ipotesi della
mutabilit delle specie si sarebbe sommersa spontaneamente. Un'immensa
ambizione lo animava. Mentre l'Italia era risorta per opera
dell'Europa, che le ripagava cos il beneficio di due civilt, il
genio italiano pareva tramontato: Gioberti, l'ultimo filosofo, era
morto; Manzoni, l'ultimo poeta, taceva. Un silenzio di paura pesava
sull'anima del popolo appena riaffacciatosi alla vita, e gi in preda
alla disperazione di non potervi raggiungere coloro stessi, dai quali
vi era evocato. I dispregi fioccavano d'oltre Alpe e d'oltre mare
sulla rivoluzione incompiuta; la nuova monarchia era ancora vassalla
di Francia, Roma un feudo del Papa. In quegli anni cos pieni di lotta
e di gazzarra De Nittis sognava solitario, coll'orgoglio dei novatori,
un'altra rivoluzione del pensiero italiano in Europa. Arte, scienze,
filosofia, politica, religioni, tutto era in subbuglio: la grande
scuola hegeliana agonizzava, la nuova scuola positivista era troppo
superficiale per gettare radici; nell'arte il romanticismo era
consunto, nella politica al principio delle nazionalit, che aveva
creato i popoli, doveva succederne un altro, che riunisse l'umanit.

Che importavano i dibattiti parlamentari dell'ora, poich nessuno
poteva pi esservi grande in un periodo, che Mazzini aveva aperto,
Cavour guidato, e Garibaldi chiudeva? Il rinnovamento bisognava farlo
nel pensiero, o l'Italia non vivrebbe malgrado il miracolo della sua
resurrezione. In questa febbre egli obliava di non essere oramai pi
giovane per non apprestare che materiali su materiali al moderno
edificio dello spirito italiano; ma come accade sempre a chi si ripari
nel pensiero dalla tormenta dell'azione, perch il selvaggio egoismo
delle passioni l'offese nelle fibre delicate del temperamento, che la
volont si stanca presto all'opera, mentre una eguale necessit di
aspri combattimenti lo persegue anche nella costruzione di un sistema
ideale, egli doveva soccombervi appunto per non sapere uscire dal vago
delle meditazioni. Tutti gl'imperi si fondano del pari su cadaveri di
uomini o di idee: la stessa precisione di sguardo  indispensabile al
fondatore di un regno e al fondatore di una teorica; una medesima
spietata parzialit rende tirannico il loro impero anche nel beneficio
della grande opera. De Nittis invece, a forza di scorrere ovunque col
pensiero, aveva finito coll'accoglierne tutte le forme in una specie
di mistico scetticismo, forse pi vasto di tutti i sistemi, ma colla
inutilit di tutti gli scetticismi dinanzi a quel supremo bisogno
nella vita del dover scegliere per agire.

Questa rivelazione fu l'ultima battaglia per lui. Aveva gi passato i
quarant'anni, quando ogni sogno radioso di gloria si spense
improvvisamente nel suo spirito; a che pr dunque studiare ancora? Nel
primo impeto di tale tristezza pens persino di dimettersi da
professore, ma siccome non aveva altri mezzi per vivere, e tutto
quanto sapeva non gli avrebbe a questo bastato, dovette rinunziarvi.
Poi era ancora solo, e non aveva mai amato.

In quella solitudine studiosa aveva conosciuto appena cinque o sei
donne, tutte non abbastanza belle di corpo o di spirito per
innamorarlo. La sua anima amava troppo l'amore per non sentirsi ferita
al contatto della inevitabile volgarit femminile, quasi sempre
incapace di sentire persino la bellezza, che nel suo spirito brillava
e cantava come uno di quei fuochi accesi da Dante nelle sfere
superiori del paradiso. Quindi il suo isolamento divent un esilio pi
freddo che nei conventi, ove la fede pu talora mutare l'abito in
insegna di guerra. Sino all'ultimo trasloco nella universit di
Bologna aveva vissuto da studente in camere ammobigliate, mangiando
all'albergo, senza dimestichezza colle padrone di casa, ed evitando a
tavola le famigliarit dei soliti avventori insignificanti o
chiassosi. All'universit disimpegnava svogliatamente le poche lezioni
di ogni anno fra l'indifferenza degli scolari, cui quello studio non
poteva essere preparazione ad un mestiere; s'insegna forse filosofia a
giovani sforniti d'ingegno ed inconsapevoli della vita, mentre il
genio stesso deve restare solitario sino all'ora della rivelazione, e
perirvi per quella legge simboleggiata dal cristianesimo, che solo
dalla morte balenano le verit trascendenti? Poi la signorilit severa
delle sue abitudini, facendo credere all'albagia di uno spirito
preoccupato dalla propria importanza, sebbene nessuna opera l'avesse
ancora significata, lo rendeva poco amato in quella carriera
professorale, forse la pi aspra alla vanit per la sua stessa
elevatezza.

Quando la natura, stanca in lui di quella tensione spirituale,
riprendeva per qualche ora il sopravvento soffiandogli nel sangue gli
aromi dei fiori, egli s'abbandonava improvvisamente alla prima donna,
magari non bella, per soffocare in una violenta prostrazione il
cordoglio vedovile del proprio cuore. Ma erano rade soste, dalle quali
si rialzava con una lunga amarezza nell'anima, quantunque nessuna fede
religiosa gli vietasse quelle effimere soddisfazioni della carne. Come
avevano dunque potuto amare i grandi poeti? Con quale potenza
trasformavano le donne volgari dei loro amori nei fantasmi divini
della loro arte? E in quella solitudine, appena illuminata dagli
ultimi simboli della gloria, qualche volta si diceva di aver sbagliato
nella rinuncia alla vita degli altri uomini, giacch tutti i grandi
davvero l'avevano percorsa cogli umili, assoggettandosi alle pi basse
funzioni per impararne forse cos i supremi segreti.

Quindi da Cagliari senza chiederlo, mentre tutti i suoi colleghi s
agitavano ogni anno per uscirne, fu mandato a Firenze. La bella citt,
febbricitante allora in quella vita effimera di capitale, radunava
nella propria piccola cerchia tutto il fiore d'Italia: egli gi
scorato di s medesimo vi conobbe nelle sale della contessa Ginevra
quasi tutte le celebrit del momento, sorridendo del trovarle cos
piccole. Anche la gloria vista da vicino diventava una ressa di vanit
momentanee, nella quale si perdeva la voce dominatrice dei pochi
grandi; appena qualche loro atto, incompreso o male interpretato, li
scopriva un istante per lasciarli ricadere fra la folla e come la
folla insignificanti. De Nittis trov finalmente nella contessa
Ginevra la donna. Ma adorando colla dedizione delle grandi anime
l'insigne statista, che allora si esauriva in un'estrema lotta, ella
non si accorse di questo ultimo innamorato. La contessa Ginevra,
abbastanza bella ancora per contentare la finezza del suo gusto
artistico, conservava nello spirito potentemente educato tutta quella
inesplicabile dolcezza femminile, alla quale i cuori affranti da una
troppo lunga lotta anelano come ad un riposo. Quindi soffocando con
un'ultima stretta spasmodica della volont questo tardo ideale, egli
giov del proprio ingegno, senza che alcuno potesse mai supporne il
sacrificio, l'uomo a lui cos inferiore, e nullameno abbastanza
potente per far vibrare tuttavia il cuore di tutta Italia.

Poi la contessa Ginevra, vedova del marito e dell'amante, torn a
Bologna, e per la prima volta anch'egli chiese al ministero di esservi
traslocato.

A Bologna compose definitivamente la propria vita. Egli stesso fu
sorpreso dalla calma, colla quale rinunciava ad ogni avvenire, mentre
i capelli gli si cominciavano appena a brizzolare, e nel largo ingegno
tanta folla di idee si agitavano ancora intorno al monumento
incompiuto della sua giovinezza. Da un collega morto eredit
Margherita come governante, poi capit anche Tonina; mise casa e ne
cedette loro il governo colla facile contentezza degli scapoli, che
non ne veggono se non le noie.

Ma se fuori pareva freddo, in casa diventava malinconico. Per lungo
tempo accarezz il proposito di un giornale come quello di Amiel, il
triste filosofo ginevrino, al pari di lui vissuto sul margine della
gloria, e che la morte aveva finalmente rivelato alla crudele
disattenzione dei contemporanei. Ma questa fama, che gli verrebbe dal
testamento del suo spirito, gli parve troppo amara: perch lasciare
sul libro di bordo poche frasi, che potessero ricordarlo ad altri
viaggiatori? Era egli cos piccolo da non poter essere osservato che
per un grido strappatogli dalla fuggente bellezza di un paesaggio, o
da una riflessione suggeritagli misteriosamente in quelle lunghe noie
del mare, che vincono l'attiva giocondit d tutti i passeggieri? Come
lui, Amiel era stato un malato dell'ideale, e il suo ingegno grande ma
delicato aveva dovuto soccombere nella passione del capolavoro senza
accorgersi di scriverlo in quel giornale, ove sfogava il dolore della
propria impotenza. Questa suprema ironia del destino rivoltava in De
Nittis tutta l'altera franchezza della sua personalit: o lasciare un
monumento o sparire come quegli insetti, che danzano un istante nel
sole, e dei quali nemmeno la scienza pot ancora sorprendere la
nascita o la morte.

Il primo anno a Bologna lo pass in ozio.

Malgrado il rumore destato da alcune sue lezioni, seppe evitare quella
gloria provinciale dei mediocri, nella quale s'impantanano quasi tutti
i professori d'universit; ma poi una stima vaga ed affettuosa gli
venne crescendo d'intorno, finch un bel giorno qualcuno lo proclam
la testa pi forte dell'ateneo. Carducci, l'illustre poeta, ebbe per
lui uno di quei rari encomi, che hanno fatto in Italia parecchie
riputazioni; poi si seppe che stava scrivendo la _Storia di Dio_.

A chi l'aveva egli detto pel primo?

Forse non se ne ricordava pi, ma questa idea gli si era lentamente,
mutamente, imposta come ad uno di quei grandi filosofi medioevali, che
pensavano il pensiero di Dio, mentre intorno a loro ruggiva la pi
feroce bufera d'ignoranze e di guerre. Solo in una esistenza come la
sua, tale immensa opera sarebbe stata possibile.

Al di fuori di ogni partito e al disopra di ogni polemica, egli pot
quindi concepirne il primo disegno senza alcuna di quelle riserve, che
la vita impone quasi sempre a tutti gli autori. Credeva egli nel Dio
adorato da tutti i popoli, gigantesca personalit, che creava
improvvisamente l'universo gettandovi l'uomo per fargli eseguire una
misteriosa missione? Il libro lo avrebbe provato. Da un esame profondo
ed universale di tutte le forme, nelle quali Dio era stato concepito,
dalle vicissitudini della sua alleanza coll'uomo tante volte rotta ed
altrettante riannodata, dai dogmi delle religioni salienti l'una
dall'altra come gradi di una scalea e la cui cima si perdeva
nell'azzurro fra i baci del vento e gli schiaffi delle folgori, dalle
testimonianze della coscienza popolare per ogni epoca e e per ogni
regione, doveva uscire il segreto di questa parola, la pi grande che
l'uomo avesse ancora pronunziato. Dio era? Come sarebbe l'uomo con
lui? De Nittis allontanava per il momento queste ultime domande per
rimettersi sulle prime traccie dell'umanit. L'anima vergine del
selvaggio, sopravvissuta sino a noi nella preistoria, gli rivelava i
primissimi culti, come uno sguardo gettato nell'infinito e ritrattone
istantaneamente quasi dall'orlo terrorizzante di un abisso. La vita
umana era tutta involta in tale verbo, e non si rivelava a s stessa
che apprendendo a sillabarlo: Dio era nel vagito dei bambini e nel
rantolo dei morenti, nell'urlo dei popoli e nel grido solitario degli
abbandonati; il suo terrore dominava quello delle guerre, il suo
sorriso ravvivava la speranza di tutte le paci; era negli spettacoli
della natura, che solo la sua collera poteva aver sconvolto; raggiava
sulle cime del pensiero che innalzandosi era costretto a cercarlo; e
mentre le stelle roteavano ubbidienti nell'azzurro come bighe lanciate
ad una corsa, e il mare si ripiegava nella propria ira dinanzi ad un
confine misteriosamente assegnatogli, gli uccelli salendo nel cielo
ebbri d'amore cantavano verso di lui gl'inni di quella fede, che si
era gi creata dei templi e dei dogmi egualmente imperituri.

Nella storia di Dio passavano naturalmente tutte le altre, giacch le
religioni erano al tempo stesso un poema ed un codice, nel quale ogni
popolo per lunghissimi secoli vi aveva accolto con s stesso quanto
gli era riuscito di prendere alla natura. Dio aveva assunto tutti gli
aspetti pi atroci e pi soavi; era uscito rosso e fumigante dai
vulcani, era apparso spumante ed evanescente sul mare, era passato
tuonando pel cielo; poi sbucando dai misteri dei boschi aveva ruggito
come le fiere, e come queste reclamato il sangue dei piccoli, di
coloro che colle fiere non avrebbero potuto lottare; aveva amalgamato
in s stesso tutte le potenze della fauna per diventare nel drago un
mostro egualmente capace di trionfare sulla terra, nelle acque e pel
cielo. Ma in tutte queste metamorfosi, fra preghiere deliranti di fede
o di paura, egli non era che il segreto della vita, entro la quale gli
uomini passavano, e sulla quale aveva sempre pesato come una
significazione dell'infinito. La nostra esistenza era stata in lui e
per lui, i nostri morti erano tramontati nel suo arcano, la nostra
morte era appunto il suo stesso mistero.

Ma l'uomo, emancipandosi colla scienza dalla natura, ne aveva emancipato
anche Dio per incominciare con lui quel dibattito, che forse non
finirebbe se non alla morte di entrambi. Mos era il primo uomo, che
avesse parlato faccia a faccia con Dio: prima n la persona umana, n
quella divina erano ancora abbastanza indipendenti, e in ogni mito la
creazione involgeva egualmente creatura e creatore. Con Mos invece la
natura non offriva pi che la scena pel dialogo dei due grandi attori.
Senonch la disputa era salita di tono, scoppiando in minaccie
reciproche: il pensiero umano imponeva al pensiero divino di rivelarsi
per essere adorato. La critica di Giobbe, contro cui Dio aveva indarno
ingrossato la voce, era diventata metodo contro tutte le rivelazioni
divine, pur soccombendo al problema umano, nel quale il dolore restava
inesplicabile ed inguaribile. La filosofia greca aveva gi risolto Dio
in un puro spirito, quando nella terra di Mos, quasi a protesta contro
questa vittoria della persona umana sull'impersonalit divina, un'altra
rivelazione, la pi importante fra tutte, umanizzava nuovamente Dio,
facendolo morire volontario sulla croce. Dal Dio, che violentava Giobbe
il giusto, al nuovo, che perdonava ai propri assassini, quale distanza!
Era Dio disceso sino all'uomo, o l'uomo salito sino a Dio? Comunque
fosse, l'uomo aveva vinto, se Dio era stato costretto a ottenere da lui
la fede col sacrificio di s medesimo.

Nell'immenso panorama storico di Roma, Cristo appariva una figura
senza tempo: la sua vita e la sua morte malgrado la volgarit dei
particolari sfuggivano ad ogni misura; la guerra della sua nuova
religione passata di vittoria in vittoria riempiva adesso quasi tutto
il mondo sino ai confini di quella barbarie, che da secoli vi
sopravvive attendendo di essere distrutta. Con Cristo la disputa fra
uomo e Dio pareva finita, dal momento che questo patendo tutti i
dolori ne aveva tolto ogni ingiustizia. Ci che un Dio aveva patito,
perch un uomo ricuserebbe di soffrirlo? Ma perch Dio aveva dovuto
soffrirlo? E mentre nella storia, ubbidiente ai suoi ordini, la
rivelazione era mantenuta costante dalla Chiesa, e i santi
alimentavano la fiamma della fede vincendo tutti i mali colla
predilezione stessa del dolore, il pensiero umano ripiegato come
Giobbe sopra s medesimo sorrideva di Dio, che per colpa dell'uomo era
stato anch'egli costretto a soffrire e a morire. Una incredulit
trionfante di ogni dolore e di ogni consolazione si levava dal fondo
dei cuori; la scienza accettando la sfida lanciata da Dio a Giobbe
scandagliava tutti gli abissi, trovava altre prode oltre gli oceani,
altri soli oltre gli astri vantati dalla Bibbia; poi di epoca in epoca
risaliva tutto il passato della nostra terra sino a quel tempo senza
giorni, quando l'uomo non esisteva, lo sorpassava, e ricostruendo la
storia di questo piccolo pianeta, nel quale l'uomo non era che un
ultimo incidente, si domandava come Dio, disceso a morirvi per lui,
avesse potuto riconoscerlo per centro ideale di tutto l'universo.

Ma l'umanit, misteriosa anch'essa nella propria marcia, abbinava le
correnti della incredulit e della fede piegandole a descrivere
un'orbita sempre pi larga intorno al proprio pensiero. Le religioni,
divorandosi a vicenda, s'incorporavano in un poema senza fine, cui i
poeti ricamavano le liriche e i popoli davano colla sonorit della
loro voce un accento ineffabile, mentre i templi crescevano di
magnificenza e di numero, e quasi tutti i pensatori rientravano vecchi
e stanchi nella chiesa per piegare la fronte sui gradini dell'altare,
dal quale il loro spirito era partito temerariamente alla ricerca di
Dio.

Dio era? L'umanit lo affermava e lo negava nel medesimo istante.

De Nittis aveva pensato l'immensa opera in quattro volumi, sapendo che
forse non arriverebbe a finirla, ma con questa fatica dinanzi
l'isolamento della vecchiaia non lo atterriva pi: Dio gli terrebbe
compagnia. Lo troverebbe egli in fondo alla storia dell'umanit,
nell'ultimo giorno della propria vita? Qualche volta il suo pensiero
sorrideva con un dolce sorriso di bambino, che guarda dal petto della
balia il mondo all'intorno.

Il suo temperamento mite, in quello studio imparziale del pi grande
problema umano, aveva finito collo spogliarsi delle ultime passioni
per giudicarle colla indulgenza leggermente ironica e caritatevole di
certe parabole evangeliche.

Una volta in villa accompagn la contessa Ginevra a messa.

--Come! venite anche voi?--ella chiese meravigliata.

--In campagna. Questi contadini soffrirebbero troppo, vedendomi restare
sul sagrato ad attendervi. Perch offendere la loro fede, quando non
potremmo dar loro nemmeno le poche risorse dell'incredulit?

--Mio caro filosofo, finirete anche voi col convertirvi.

De Nittis, che aveva la piccola Bice per mano, si era arrestato.

--Accetto l'augurio: da Hegel a Balzac, da Darwin a Hugo, da Mazzini a
Bismark nessuna delle guide moderne  uscita dalla religione: Zola sta
forse per rientrarvi, Tolstoi vi predica come un missionario.

--Allora ne convenite?

--Aspetto come la piccola Bice.

--Vi far convertire da lei.

Ma siccome erano gi presso la porta, e i contadini li guardavano
rispettosamente col cappello in mano, tacquero.

De Nittis in quegli anni si era rimesso allo studio delle lingue
orientali, perch solo dalla filologia potevano uscire le profonde
verit della storia religiosa. Nessuna rivelazione infatti sar mai
pi sincera che quella stessa della balbuzie nella primissima infanzia
umana, quando dinanzi alla novit della vita lo spirito ne ripeteva
inconsciamente le leggi nel proprio linguaggio. Ma rifacendo la storia
di tutte le religioni ogni altra storia veniva cangiata: quanti errori
accumulati dalla erudizione, quante false prospettive nel passato
dello spirito umano! Nulla era pi vero delle religioni, perch
l'anima non mente mai a s medesima davanti all'infinito, e nulla
forse pi ignorato della loro vita millenaria, attraverso la rapida
vicenda delle generazioni.

Quindi all'uscire dalle lunghe meditazioni su qualche problema
religioso, la sua pi viva compiacenza era una conversazione con Bice
nel salotto della contessa Ginevra.

Tutta la sua insoddisfatta tenerezza di amante si riversava allora
sulla piccina coi medesimi impeti di dedizione, che sono la migliore
ricompensa della maternit, quando nella donna una falsa educazione o
una pi falsa vita non hanno soffocato la natura femminile. E la
piccola Bice amava lui pi d'ogni altro per quell'istinto sicuro dei
bambini nella scelta degli affetti, che li circondano. Se il dottor
Ambrosi infatti colla sua bruscheria brontolona era quasi il padre,
cui ubbidiva talvolta a malincuore per una soggezione misteriosa della
sua forza, De Nittis poteva ben essere la mamma con quel bel viso
roseo, fresco sotto i capelli bianchi, e la voce dolce come una
carezza. Bice cresciuta nell'ombra del suo pensiero, indovinandolo
alla musica delle parole prima ancora che il povero Giorgi
coll'iniziarla alla pi sacra delle arti gliene insegnasse il segreto,
nel dividere fra quegli amici il proprio cuore ne aveva riservato il
fondo a De Nittis. Egli solo l'aveva sempre compresa anche nelle crisi
pi silenziose della giovinezza, quando il loro mistero era stato pi
volte per sommergerla in una melanconia piena di terrori.

Laonde dopo quella rottura col tenente Lamberto, nel nuovo vuoto
fattosele intorno, ella si era naturalmente ristretta col vecchio
maestro quasi a pagargli il grande debito di gratitudine, che le
pesava sulla vita, occupandosi ora della sua. Cosi quella mattina che
la contessa Ginevra, reiteratamente invitata a Roma dalla principessa
d'Ornano per le feste di Pasqua, si mostr malgrado la pigrizia
invadente degli anni disposta ad andarvi, Bice disse impetuosamente a
De Nittis:

--Maestro, venite anche voi.

Alla contessa Ginevra questa sarebbe parsa una fortuna forse
sufficiente a deciderla; egli titubava.

--Mi avete pure promesso mille volte di mostrarmi Roma!

--Oramai puoi vederla da te.

--Non verrete nemmeno se ve ne prego?

--Lamberto  a Roma,--ribatt con dolce ironia.

Ma la fanciulla ebbe uno scatto.

--Dopo questa cattiva parola dovrete venire per punizione,--rispose
venendo ad appoggiarsi sulla spalliera della sua poltrona con tutta la
grazia, di cui era capace.

La prima settimana a Roma era stata un idillio artistico. Lasciando la
zia Ginevra a parlare del passato colla vecchia amica, essi s'alzavano
di buon mattino e non tornavano che a notte, stanchi e felici di una
giornata, nella quale avevano percorso meravigliose distanze
attraverso i capolavori delle varie civilt. Il tempo era florido, il
sole ardente di maggio incoronava la divina citt delle proprie fiamme
pi pure. De Nittis si sentiva ritornare giovane in quelle lunghe
passeggiate, che gli accendevano le guancie, bagnandole come di un
sudore refrigerante; quindi si fermavano un po' dappertutto, a
colazione o a pranzo, preferendo i luoghi pi modesti, come uno
studente o una crestaina partiti in festa a un mattino di primavera.
Ella pure si animava. Sotto il pallore cereo del viso il sangue
correva pi caldo nelle sue piccole vene azzurrine, mentre dagli occhi
e dalla voce stessa, sempre velata, le vibrava tratto tratto una
allegria provocatrice. Bice non aveva mai vissuto tanto. Quella vita,
all'aria, al sole, fra il vento polveroso delle strade, andando alla
ventura con un abito succinto, gli stivalini gialli, un binoccolo ad
armacollo, sospesa al braccio di De Nittis, che se la traeva
violentemente contro il petto al menomo pericolo di un urto; quelle
colazioni, quei pranzi furtivi nel segreto di una amicizia, che per
diventare amore non aveva bisogno che di esaminarsi meglio, le
eccitavano tutti i nervi. De Nittis l'osservava sorridendo. Non era
pi la Bice solita, ancora tanto poco persuasa di vivere, che
assisteva alla vita quasi come ad uno spettacolo: il suo passo era
mutato, camminava a testa alta, guardando tutte le donne, che
incontravano, per coglierne a volo i difetti con una satira
saltellante e sonora.

Qualche volta egli arrischiava uno scherzo giovanile, ella rispondeva
sul medesimo tono, sorridevano, ridevano, finch qualche cosa li
arrestava bruscamente, sorpresi di tale intimit; poi gli scherzi
proseguivano nei musei, dinanzi ai monumenti, quasi la loro gaiezza
primaverile avesse bisogno di scrollare tutti i gioghi, anche quello
dell'ingegno. Sembrava che volessero vivere, niente altro che vivere
in quell'incanto del maggio, ai soffi della sua giovinezza immortale.

Una mattina videro Lamberto a cavallo, solo, presso porta San
Giovanni. Egli occupato a far caracollare un magnifico sauro non li
scorse, ma parve loro diventato anche pi bello; la sua elegante
figura si manteneva sulla sella in una compostezza ammirabile, pareva
fuso col cavallo, che cercava d'inalberarsi, finch d'un balzo, a
redini lente, part di un galoppo vertiginoso.

--Bel cavaliere!--esclam De Nittis, mentre Lamberto scompariva alla
svolta della strada.

--Veramente bello.

--E puoi dirlo cos indifferentemente!

--Il centauro non  forse pi bello? Lo sapete pure, maestro, che
Lamberto non amer mai che s stesso.

Due giorni dopo, verso le cinque pomeridiane, entravano in San Pietro.
Ma Bice aveva voluto prima visitare l'ospedale dei pazzi alla Lungara,
del quale i giardini si stendono voluttuosamente sul colle,
ricevendone malgrado la gioconda bellezza del luogo una lugubre
impressione. Le era sembrato che quegli infelici avessero tutti sul
viso un'espressione di terrore indefinibile. Infatti i loro occhi e le
loro bocche rimaste come contratte nello spasimo de la tempesta, nella
quale era naufragata la loro ragione, avevano perduto il sorriso.
Solamente gl'idioti apparivano sereni, ma anche quella loro serenit
animale era involta di un'ombra, che non offusca mai le fronti del bue
o del cavallo.

Bice non aveva parlato durante la lunga visita.

Quando uscirono finalmente dal gran portone, parve loro di respirare
meglio, ella camminava a testa bassa.

--Ti senti male?

--Non avrei immaginato di provare una cos angosciosa impressione.
Tutto il resto dei mali possono essere una espiazione delle nostre
colpe: Dio vorr cos nella sua misericordia per evitarci forse un pi
tremendo castigo, ma la pazzia....  un mistero inconcepibile.

De Nittis si volse quasi con ammirazione: la fanciulla nella dolorante
bont del proprio cuore aveva sentito subito la pi atroce antitesi
del problema.

--Perch si diventa pazzi?--ella gli chiese poco dopo nervosamente.

--Non lo si diventa, lo si resta. La follia come l'errore  una sosta
inevitabile nel processo, col quale la nostra logica ricostruisce il
mondo delle cose colle sensazioni stesse che ne riceve; nell'errore lo
spirito  ingannato dalle apparenze, nella follia s'inganna sovra di
esse per non saperle mantenere nella loro serie. Vedi, Bice; la follia
ricomincia periodicamente nel sonno coi romanzi che vi combiniamo
forzatamente e nei quali viviamo con s intensa sensibilit: prorompe
ad ogni passione che ci soverchia, si ripete ad ogni memoria che ci
disordina. Nella follia la ragione non  morta ma prigioniera.

--Troppo alto, troppo alto!--esclam Bice, che si sentiva opprimere da
un nuovo peso.

Quando traversarono la piazza di San Pietro, il sole era ancora
vivido; pochi fiaccheri vi sembravano fermi come barche in un lago
silenzioso malgrado l'enorme getto spumeggiante delle due fontane
dinanzi alla enorme facciata.

--Entriamo,--disse Bice.

Girarono un pezzo pel tempio a braccetto, fermandosi tratto tratto ai
monumenti. Era vuoto ed immenso. Pochi altri visitatori vi erravano,
destando strane sonorit colla battuta dei passi, e sparivano
nell'ombra dietro i massicci pilastri; le colonne torse e dorate della
Confessione luccicavano, laggi, ad un raggio spiovente da un
finestrone della cupola. De Nittis col cappello nella destra, e Bice
sospesa al braccio sinistro, camminava come dentro a un museo; ella
era tutta meravigliata di non provare alcuna emozione religiosa.
Glielo disse.

--Credevi forse di entrare nel tuo bel San Petronio! Questo non  che
un tempio cattolico, dal quale Dio  assente, perch venne innalzato
solo per la glorificazione della sua chiesa. Guardane l'architettura
freddamente classica e le decorazioni posteriori. I mattoni spiegano
la sua vastit colla insignificanza del loro costo; ogni cappella  un
tempio a parte, ogni monumento vi rimane straniero a tutti gli altri.
Dio dovrebb'essere sotto quel baldacchino di bronzo, cos odiosamente
rabescato e dorato, poich davanti all'altare, che s'inabissa sotto le
sue colonne, prega il Rezzonico. Decorazione, null'altro che
decorazione! San Pietro  stato concepito troppo tardi, quando le arti
per ritornare belle ripassavano pel paganesimo, e il pensiero per
afferrare nuove verit usciva dal vangelo. Nullameno questa massa 
gloriosa; il cattolicismo ha affermato con essa la propria
universalit al momento stesso che il protestantesimo vittorioso la
negava.

Poi De Nittis le fece notare la goffaggine della cattedra sostenuta
dai quattro Evangelisti nelle pose pi teatrali, e a sinistra il
monumento di Della Porta, serenamente impudico, di un candore ambrato
nelle carni palpitanti.

--Quale  dunque il vero tempio cristiano?

--Quello di Assisi. Prega, se puoi, qui.

--Eppure questa  la chiesa, che appare nelle orazioni a tutti i
fedeli sparsi nel mondo.

--Essi la veggono nella fantasia ben diversamente.

Poi anch'egli tacque.

Improvvisamente udirono un suono di organo lontano, dentro a qualche
cappella. L'ombra sbucava dalle profondit del tempio salendo sotto le
sue vlte come un vapore. Camminarono ancora: ogni tanto torri di
legno ed immense scale li obbligavano a girare al largo da un
pilastro, che i sampetrini in camiciotto da lavoro, chiamandosi ad
alta voce come in piazza, restauravano; le cappelle indietreggiavano
negli spaccati dei muri, dietro le balaustre di ferro o di marmo, gi
sommerse nelle tenebre e nel silenzio. Molti monumenti si discernevano
appena.

--Sei stanca!--le chiese cercando indarno cogli occhi una panca.

Infatti Bice si appoggiava sempre pi al suo braccio.

--Qui,--le disse, fermandosi per farla sedere sulla base di un
pilastro.

Era rimasto in piedi dinanzi a lei, poi anch'egli le sedette vicino.
Avrebbero potuto credersi nel mezzo di una foresta all'ora del
tramonto; qualche voce remota giungeva loro come dal di fuori, l'ombra
crescente sembrava raffreddare l'aria.

E a poco a poco quella solennit, cui le tenebre della notte stavano
per dare un'altra grandezza di mistero, li vinse. Sebbene non fossero
entrati che da un'ora, e ne dovesse mancare pi di un'altra all'ave
maria, pareva gi molto tardi.

De Nittis fece atto di alzarsi.

--Piangi!

Ella si mise le mani sugli occhi.

--Perch?--domand ansiosamente tentando di staccarle le mani dal
volto.

Ella cedette: nell'ombra i suoi occhi umidi gettarono un bagliore.

Ma sotto il suo sguardo egli stesso si turb. Bice lo interrogava con
una fissazione insistente, poscia chiuse gli occhi abbandonando
nuovamente il capo sul muro. Cos vestita di bianco, in quell'ombra,
sul bianco incerto del pilastro, poteva sembrare una statua
sepolcrale; De Nittis n'ebbe una vaga impressione, ma dinanzi alla
rivelazione inaspettata di quel dolore tutta la sua prontezza di
analisi venne meno. Una emozione indefinibile gli strinse il cuore.

--Ma che hai? Andiamo a casa: quest'ombra e questo freddo ti fanno
male.

--Avete ragione,--ella sospir senza muoversi.

Allora spaventato dal pericolo di una qualche crisi nervosa, le pass
un braccio dietro la cintura, e se la strinse leggermente contro:
aveva posato il cappello a cilindro sul pavimento, spiandosi
sospettosamente intorno.

Ella torn a guardarlo colla stessa interrogazione muta ed ardente.

--Hai freddo?

--S.

--Vieni. Perch non rispondi?

--Siete voi che non volete rispondere.

Erano rimasti come abbracciati. Egli la sentiva tratto tratto vibrare
sotto la pressione del suo braccio, mentre i singhiozzi le facevano
groppo alla gola.

--Ebbene!--proruppe alzandosi bruscamente nella paura che una
convulsione potesse sorprenderla:--verrai con me, te lo ordino.

Ella si alz obbediente e gli riprese il braccio senza per camminare.

--Perch sei cos?

--Perch vi amo.

De Nittis sent il soffio di questa parola passargli sul volto come
una fiamma. L'emozione di prima lo riprese pi subitanea e violenta,
lasciandolo quasi senza forze di fronte a lei: ma siccome tardava a
rispondere, Bice chiese:

--Mi perdonate?

--Andiamo,--ribatt.

Quindi si rimise distrattamente il cappello, quasi fossero gi fuori
del tempio.

Bice lo segu a stento, premendosi colla mano libera le labbra per
soffocare i singhiozzi cos che egli dovette arrestarsi da capo. Il
suo volto si era alterato, giacch quei pochi istanti gli erano
bastati per ricapitolare tutto il passato di Bice e indovinare il
mistero di quella passione.

--Non piangete dunque, Bice,--le disse con voce commossa.

--Rispondetemi.

--M'avete fatto entrare qui apposta?

--S,  stata una luce improvvisa: ho sentito che dovevo dirvelo oggi.

--Povera fanciulla!  tardi.

--Anche voi mi ricusate?

--No, Bice: sono io che mi ricuso. Il tuo cuore t'inganna; io sono il
tuo padrino, la pi profonda, la pi pura affezione della tua vita.

Ella non piangeva pi; la sua faccia esprimeva un dolore cos acuto
che l'altro n'ebbe ancora paura.

--Ti senti male?

Bice ebbe un gesto sprezzante, come se nemmeno la morte potesse pi
interessarla; poi mormor con voce straziante:

--Anche per voi sono troppo brutta?

Erano nel vano di due pilastri. De Nittis, agitato da quella scena,
nella quale potevano essere sorpresi, fece ancora qualche passo
fermandosi davanti all'altro pilastro; si accorgeva della risoluzione
di Bice a volere da lui una risposta definitiva, e ne provava
nell'anima un trepido compiacimento.

Bice gli alz gli occhi in viso.

--Voi siete solo come me. Mi avete allevata voi, perch la solitudine
vi faceva paura, e mi avete dato la vostra anima. Io vi amo cos.

--Ma io non posso essere pi nulla, Bice mia!

Ella trov un sorriso trionfante:

--Non sono io pi debole di voi?

Per De Nittis non era persuaso: quella scena inattesa gli aveva tolto
tutto lo spirito; Bice inorgogl sentendolo cos scomposto dinanzi a
quella sua affermazione di donna. La passione le dava il sopravvento.

--Non vi amerei se non mi amaste. Bisognava lasciarmi morire allora,
se dovevate tutti abbandonarmi sola in un mondo, che potrebbe appena
accettare la mia dote, e al quale non potrei mai mostrare la mia
anima. Mi amate, non  vero?

--Ti ho sempre amata.

--Siate tutto per me.

Ella attese colla fronte dritta, gi sicura della vittoria; gli aveva
lasciato il braccio, standogli dinanzi per sbarrargli il passo, e
guardandolo alta sulle stesse cime, dalle quali egli l'aveva sempre
dominata. Ma in quella penombra la faccia di De Nittis, divenuta pi
pallida sotto i capelli bianchi, s'illumin di un triste sorriso.

--Maestro!--ella proruppe per affrettargli la risposta.

--Il tuo maestro, null'altro.

Ella indietreggi traballando; poi con uno sforzo supremo si avvi
davanti a lui per uscire.

--Prendi il mio braccio.

--Che v'importa dal momento che non mi amate?

--Ingrata, che tenti d'ingannare te stessa!

--Non siete voi solamente il mio maestro? I maestri non amano pi,
quando l'educazione degli scolari  finita.

Una collera dolorosa scrollava la fanciulla.

--Non mi vorrai pi nemmeno per maestro?

--Non irridete,--ella scoppi senza piangere:--voi solo non ne avete
il diritto.

Egli la ferm:

--Bice, lascia ch'io ti ami come ti ho sempre amata.

--No.

Erano presso il tamburo della porta: egli ne alz colla spalla il
pesante tendone, perch ella vi passasse nella fessura. All'aria
aperta De Nittis rimase tristemente impressionato della profonda,
improvvisa alterazione in tutta la fisonomia di Bice, tremando di
leggervi un sinistro prognostico. Il suo cuore si ammoll: quindi le
offerse nuovamente il braccio per discendere la gradinata, ma ella
ricus ancora e si diresse verso un fiacre vicino alla colossale
statua di San Pietro.

--Piazza Tor Sanguigna, palazzo Altemps,--ordin con voce rotta al
cocchiere.

Lungo la via non parlarono.

Al portone scese prima di lui, e senza rivolgersi spar per l'atrio,
su per le scale. Egli la segu, la contessa Ginevra non era in casa:
rimase nel salotto ad aspettare, poi una cameriera gli disse che Bice
si era posta a letto, ordinando di chiudere tutte le finestre e di
lasciarla tranquilla.

--Era un po' pallida, si sar stancata,--aggiunse con indifferenza la
vecchia cameriera della principessa d'Ornano.

De Nittis se ne and senza aver visto la contessa Ginevra.

L'indomani alle undici si presentava ancora al palazzo Altemps; la
contessa Ginevra era gi uscita in visite, ma Bice lo attendeva. Era
pi bianca, cogli occhi cerchiati di nero, pesti da una notte
d'insonnia; un pallore opaco le dava un'aria dolente di ammalata.

Rimasero entrambi imbarazzati, poi De Nittis per rompere il ghiaccio
le disse con affettata disinvoltura:

--Oggi avevamo stabilito di visitare il museo Borghese.

--A che scopo?--ella rispose con voce mesta.

Ma egli, che voleva dimenticare assolutamente la scena di ieri, finse
di sorridere.

--Andate a mettervi il cappellino: avete gi fatto colazione o la
faremo fuori? Io ho gi fame.

--Mangiate qui.

--Perderei l'appetito: vai, Bice,--esclam prendendole allegramente
ambo le mani e sollevandola dalla poltrona; ma ella si rabbui.

De Nittis non se ne mostr sorpreso; evidentemente si erano entrambi
preparati nella notte, poi la fanciulla alz gli occhi e, con voce
tremula malgrado tutti gli sforzi della volont, disse:

--Sono io che debbo parlarvi per l'ultima volta. Voi avete ragione,
dovevate rispondermi cos, ma bisogna che vi dica tutto. Mi vedete,
sono una povera fanciulla senza nessuno dal giorno che sono nata: mio
padre e mia madre mi avrebbero amata, perch sono morti di amore, ma
non hanno potuto conoscermi. La zia, voi, tutti gli altri mi avete
protetta contro la morte, che mi ha sempre minacciata; avete voluto
fare di me un'anima buona ed intelligente istillandomi tutte le vostre
virt. Che cosa sono diventata? Una creatura debole, piena di sogni,
che ignora la vita appunto per tutte le spiegazioni superiori, che me
ne avete dato. Forse non pensaste agli inconvenienti di questa
educazione.

De Nittis non os interromperla.

--Adesso mi sento freddo intorno. Lamberto non potevo amarlo: mi sono
consultata molte volte dopo, e mi sono persuasa che le nostre due
nature erano inconciliabili. Che cosa posso pretendere dalla vita? Voi
solo, che mi avete amato pi di tutti, siete adesso in dovere di
rispondermi. Potr essere amata ancora come da Lamberto? Egli non mi
amava, lottava indarno colla sua amicizia per trasformarla in amore;
mi avrebbe sposata e l'avrei fatto infelice. Gli altri mi subiranno
come un inconveniente della mia dote: ecco che cosa sono, sapendolo
troppo bene per poterlo mai dimenticare.

--Voi esagerate.

--No, maestro, siate grande e sincero come sempre: sapete benissimo
che ho ragione. Io non dovr dunque amare alcuno, non avr avuto
alcuno che mi ami? Come un trastullo spirituale avr occupato le
vostre conversazioni per rimanere come un giocattolo abbandonato in un
appartamento deserto. Oh  ingiusto, credetelo!

De Nittis si sentiva commosso; Bice aveva pronunziato queste ultime
parole con una tenerezza straziante. Egli avrebbe voluto alzarsi e
camminare nel gabinetto per vincere l'emozione, che gli cresceva nel
cuore, ma si accorgeva che la fanciulla non aveva ancora finito.

--Perch mi rifiutate? lo so, mi amate,--gli grid quasi
improvvisamente.

Egli non trovava ancora la risposta, ma ne' suoi occhi inumiditi dalle
lagrime s'accendeva qualche lampo.

--Ho paura di restar sola, ve l'ho pur detto.

--Non sareste sola egualmente?

--Non mi volete?

--Io ti voglio felice,--egli esclam con impeto,--io che ti amo
davvero, povera testolina! E verresti tu, che hai freddo al cuore, che
sei cos pallida, a rincantucciarti nell'ombra della mia vecchiezza
per rimanere poi pi sola di prima! No, Bice mia, la tua vita non pu
essere cos: hai gi sofferto troppo da piccina perdendo il babbo e la
mamma, perch non ti si appresti qualche felicit. Se non hai potuto
amare Lamberto malgrado la sua bellezza, amerai un altro giovane buono
come te, che ti aprir le porte del mondo, dal quale io sono uscito
per sempre e senza rimpianti. Non vi ho lasciato nulla. Pi triste di
te, che disperi per paura dell'avvenire, io non dispero pi perch
disprezzo anche il passato; la mia vita sar stata come un lucignolo
acceso in una lanterna cieca; non ho potuto amare n essere amato. La
mia gloria sei tu sola che mi credi, i lettori dopo morto non
m'interessano.

--Voi siete grande.

--Quanti scolari dissero cos del proprio maestro! Non pensiamoci pi:
il tuo cuore ha scambiato la pi dolce affezione della tua vita per
amore. Quando amerai davvero, t'accorgerai della differenza.

--Non amo che voi,--ella replic con accento quasi severo.

L'altro titubava.

--Badate di non essere poi costretto a credermi troppo tardi.

Bice si era alzata livida.

--Dove andate?

--Ritorno nella mia camera.

--Non uscirete con me?

--Oggi stesso pregher la zia di ritornare a Bologna.

--Ma vi sentite male!--egli proruppe cercando di prenderle le mani.

Ella gli butt le braccia al collo:

--Mi amate, mi amate!--mormorava scossa dai brividi di una convulsione
imminente.

--Ma s, lo sai pure che ti ho sempre amata!

--Non cos, non cos!

E sotto le sue strette deliranti egli medesimo sent il bisogno
d'abbracciarla, e la baci sulla bocca. Allora Bice gli si sospese al
collo, aggravandovisi con tutto il peso, cos che lo fece traballare
sconvolto, senza fiato.

--Mi amate?

--S.

--Sarete tutto per me?

Egli tardava a rispondere.

--Oh! cattivo,--esclam pigliandogli il volto fra le mani;--io che
sono sua da vent'anni, non mi vuole!

Allora De Nittis sopraffatto, felice, si arrese.

Poco dopo Bice raggiante scappava nella propria camera.

--Torna stasera a pranzo, lo diremo alla zia.



VII.

Invece era fuggito da Roma.

Ma a Bologna tutto era pi triste. L'accoglienza festosa delle due
donne, alle quali la sua assenza aveva tolto ogni occupazione, gli
parve di una volgarit fastidiosa; dalla casa freddamente pulita e
colle persiane rimaste chiuse in tutto quel tempo, perch la polvere
della strada e il sole non ne sciupassero i mobili, gli veniva una
sensazione di scoraggiamento.

Invece di rispondere a tutte le loro dimande si chiuse nello studio.
Allora Margherita e Tonina si consultarono: evidentemente il
professore stava male. Il suo volto sparuto per la fatica del viaggio,
nel quale non gli era riuscito di chiudere un occhio, aveva quei toni
plumbei, che paiono sempre i segni di una malattia; la sua voce era
velata, il gesto stanco. Margherita fu la prima a notare che il
professore aveva evitato di rispondere alle sue interrogazioni su
Bice, ma non seppe l per l indurne altro; torn nella camera di lui
a sprimacciare nuovamente il letto, vi di aria, rassett tutto, ed
entr coraggiosamente nello studio. De Nittis sprofondato nel vecchio
seggiolone, colla testa fra le mani, sembrava assorto in una cupa
meditazione: che cosa era dunque accaduto? In tanti anni non l'aveva
mai visto cos. Lentamente sulle punta dei piedi, usc per dire a
Tonina di preparare al pi presto una buona tazza di brodo.

--Sta male?--chiese Tonina, guardandola coi piccoli occhi bianchi
agitati.

Margherita non rispose, ma diventava sempre pi pensierosa: nella
propria superiorit verso l'altra capiva di non dover parlare su
quello strano abbattimento del padrone, pel quale bisognava pure fare
qualche cosa. Quando vi ebbe ben pensato non trov altro che di
tornare nello studio a dirgli:

--Venga.

De Nittis non comprese.

Ma ella gli spieg subito col suo fare un po' importante di brava
donna da casa la necessit di porsi a letto; certo il lungo viaggio
doveva averlo stancato, perch si conosceva anche nella faccia, ma una
buona dormita di cinque o sei ore almeno gli farebbe passare tutto.
Forse gli avrebbe anche detto di non alzarsi che l'indomani, poich
nemmeno la giornata era troppo bella, se la sorpresa del pranzo, che
volevano fargli pel ritorno e al quale avevano tanto pensato nella sua
assenza, non fosse cos andata perduta. Poi le sarebbe parso di
considerarlo ammalato per davvero.

De Nittis affranto non fece alcuna obbiezione.

L'altra, uscita al solito, mentre egli si svestiva, rientr poco dopo,
appena lo intese rivoltolarsi sul letto, per rimboccargli le coperte e
portargli via il lume dal comodino.

--Dorma,--gli ripet due o tre volte autorevolmente.

Egli ebbe un triste sorriso.

Ma invece di chiudere l'uscio, ella aveva gi abbuiata l'altra stanza,
e si sedette senza far rumore daccanto al tavolino per essere pi
pronta ad una chiamata.

Coll'intuizione degli affetti veri ella aveva indovinato in lui una
ferita: che cosa era stato? Ella non aveva osato di chiederglielo, ma
si teneva sicura di saperlo da lui stesso l'indomani, giacch il
professore non le aveva, almeno secondo lei, tenuto mai nulla segreto.
Da quindici anni egli restava il padrone ben educato, contento, spesso
distratto, che parlava pochissimo, e non si occupava affatto della
casa; ella invece vi era tutto, vi faceva da governante e da padrona,
da zia e da serva, spiegando la tirannia della sorveglianza sino nei
pi minuti particolari, ma temprandola coll'affettuosit gioconda del
carattere.

Margherita aveva per il professore una idolatria incondizionata.
Anzitutto sapeva che nessun altro all'universit valeva quanto lui,
perch persone rispettabili glielo avevano detto; poi la castit della
sua vita, nella quale non le era mai riuscito di trovare le traccia di
una donna, aveva messo in quella sua ammirazione un'altra tenerezza.
Ella medesima non aveva avuto che un amore infelice nella prima
giovinezza, uno studente rapito da una tisi, al quale pensava sempre
come nel primo giorno del loro primo incontro. Anche Tonina aveva
vissuto cos in una purit d'abbandono. Ma il professore aveva amato?
Amava ancora? Quante donne si erano innamorate di lui, perch
Margherita lo sentiva bello anche ora, e dovea essere stato bellissimo
in giovent? E quella castighezza di costumi fuori di ogni regola
religiosa, poich De Nittis non andava mai in chiesa, la stupiva sopra
tutto. Come mai il professore non credeva a nulla? Margherita aveva
tentato di parlargliene qualche volta senza ottenerne mai pi di un
sorriso per risposta: quindi se ne era aperta persino col proprio
confessore, un buon vecchio, che conoscendo bene De Nittis, le aveva
detto solo di pregare Dio pi fervidamente perch finisse di
convertirlo.

Infatti da molti anni, ogni sera, ella diceva con Tonina un rosario a
questo scopo.

De Nittis non dormiva. Pi d'una volta, adagio, senza far il minimo
rumore, ella venne nell'ombra a mettere il capo dentro l'uscio. Erano
le dieci del mattino: qualche filo di luce passando attraverso le
finestre rigava le tenebre della stanza, che il rumore delle carrozze
rotolanti sulla strada tratto tratto scrollava.

Ma in quella stanchezza malata di tutto il corpo, De Nittis si sentiva
soffocare come da un gran peso. Era fuggito improvvisamente da Roma,
spaventato della propria debolezza dopo quell'ultima scena con Bice;
l'amava egli? Se ne era ella accorta veramente? O dicendoglielo aveva
cercato solo una scusa alla propria imprudenza? Malgrado la lunga
abitudine d'impero sopra s stesso, De Nittis non arrivava ancora a
sbrogliare questi problemi, che gli si ripresentavano ostinatamente al
pensiero. Certo qualche gran cosa era avvenuta nel suo spirito. Quella
fanciulla, sulla quale da principio aveva riportato tutta la tenerezza
passionale, indarno per tanti anni inspiratagli dalla contessa
Ginevra, era cresciuta nella sua anima riempiendola a poco a poco.
Senza di lei da lungo tempo non avrebbe pi saputo di che vivere. Poi
quella solitudine della vita gli si era allargata intorno come un
deserto, che ella sola attraversava ancora col volo rapido e leggero
della giovinezza; ma quando Bice si allontanerebbe un giorno al
braccio di un altro uomo, egli ci aveva pensato spesso, tutto sarebbe
davvero finito per lui. La sua vita lungamente assorta nel sogno di
una immensa ambizione, quindi assopitasi in quella castit
semi-religiosa, si era un mattino risvegliata sotto le brine
dell'inverno; tutto era freddo nell'aria, il cielo s'intristiva, e
dall'orizzonte opaco non soffiava pi che un vento umido e silenzioso.

Perch era vissuto cos? Pu l'individuo dirigere davvero la propria
vita? Poich ogni proposito gli era fallito malgrado tutta la
superiorit del suo spirito e la purezza delle intenzioni, bisognava
che in lui fosse un qualche capitale difetto. Ma dove? Una volta egli
aveva creduto di scoprirlo nell'aver troppo dimenticato, per diventare
un grand'uomo, che le pi alte grandezze della vita vi spuntano dal
fango comune, assimilandosene con maggior voracit le forze
misteriose. Cos in una continua fantasia di epopea, aveva camminato
sul margine di tutte le battaglie, sprezzante della loro meschinit e
amaramente altero di saperne gi prima il risultato.

Ricapitolando la propria vita non glie ne restava quasi nulla. Aveva
letto una infinit di libri senza scriverne uno, nel quale potesse
aspettare tranquillamente l'immortalit; forse vi riuscirebbe ancora,
ma non sarebbe mai che un libro imperfetto, la espressione parziale di
un'epoca, nella quale non aveva saputo tuffarsi per riportarne dai
gorghi profondi il segreto. Poi la vita non pu essere solamente
meditazione: in tal caso bisognerebbe uscirne col mezzo suicidio dei
monaci, che volgendo risolutamente le spalle al mondo si affisano
nell'al di l. Ma quanti restavano entro l'orbita comune dovevano
accettare la vita in tutte le sue forme, diventare padri essendo stati
figli, amare per essere amati, estenuarsi e morire nella conquista di
un predominio intorno a s stessi per disciplinarvi le inutili
ribellioni dei pi deboli alle fatali necessit della storia. Tutto il
segreto della felicit umana era l; chiunque si apparta  un ribelle,
e i ribelli finiscono sempre coll'essere vinti.

Quindi la natura, sopraffatta dalla violenza della volont nella
giovinezza dello spirito, ripiglia sovra di esso verso sera terribili
rivincite; tutte le passioni rifioriscono impetuosamente agli ultimi
soli autunnali, mentre quanto ci pareva prima spregevole, le illusioni
pi volgari, i piaceri pi insulsi, le funzioni pi basse si colorano
di una ineffabile poesia. Allora si vorrebbe ritornare indietro,
innamorarsi della donna meno bella, stordirsi nelle orgie pi animali:
la vita domestica nelle sue pi umilianti miserie, colle figlie senza
dote e i figli bisognosi di un impiego, alla quale una volta si
pensava con altero pessimismo vantandosi intimamente di essere rimasti
scapoli, rivela improvvisamente gioie insondabili, che mantengono
nella vecchiezza il tepore delle giovent sorgenti, e preparano alla
morte stessa la calma di un riposo meritato. Spesso nelle anime pi
ardenti, che maggiormente soffersero nella mortificazione della vita,
le passioni irrompono come galeotti dal carcere: i loro rimpianti
hanno allora lo stridore delle bestemmie e l'inconsolabilit del
passato. Che cosa restano la gloria, la virt, l'ideale, anche se
raggiunti, quando si sta per smarrirli nella morte? La loro illusione
non vale pi una bella mattinata di sole, coll'appetito di una volta;
e la prima fanciulla, che vi passa vicino senza vedervi, perch siete
vecchio ed ella porta a qualche giovane il sorriso fresco de' suoi
diciott'anni, vi schiaccia sotto un disprezzo, contro il quale nessuna
reazione  possibile.

De Nittis lo aveva gi provato molte volte.

Allungato sotto le coperte nell'ombra, senza trovarvi riposo, rifaceva
per la centesima volta in quelle ventiquattr'ore il bilancio della
propria vita con stoica amarezza. In sostanza non aveva mai vissuto,
giacch per vivere bisogna sorbire la vita degli altri abbandonando
loro la propria: ecco perch l'ebbrezza della gloria vince quella
dell'amore di quanto il possesso dell'anima di un popolo supera
l'altro dell'anima di un individuo.

Egli invece aveva sempre divorato s medesimo. Solo colla piccola Bice
il suo cuore aprendosi alle affezioni ordinarie aveva cominciato a
comprendere l'immenso mistero di tanti milioni di uomini viventi come
senza ideale, e nullameno felici nella pienezza della propria
coscienza. E d'allora aveva capito molte altre cose. L'amore per la
donna, che gli si era acceso nel sangue solamente a certe ore, mentre
il suo pensiero seguitava a sorriderne quasi sprezzantemente, gli
rivel nell'affetto per Bice l'amore dei figli rinascenti per le serie
dell'umanit attraverso il dolore di tutte le sue tragedie e la
letizia di tutte le sue creazioni. Chi non  padre non  uomo. Di
tutti i suicidi il solo veramente intero  il rifiuto alla
generazione, la rinuncia della propria umanit gittata a tutto il
numero degli uomini, che furono e che saranno, la sfida della volont
contro la creazione. Solo chi non volle generare serba il diritto di
uccidersi, non avendo mai imposto ad altri la vita; mentre chi
s'innamora d'una donna, subisce l'attrazione della sua potenzialit
materna, e non  pessimista.

Forse non si pu esserlo davvero.

Sotto la pressione di queste idee De Nittis si sentiva ingrossare nel
cuore un'onda di pianto. Mentre tutti gli uomini prendono radice nelle
proprie posizioni, egli era vissuto dovunque al bivacco: aveva abitato
come straniero presso parecchie famiglie nei primi tempi della sua
carriera professorale, aveva veduto rinnovarsi ogni anno intorno alla
cattedra gli studenti presso a poco come un viaggiatore, mutando
albergo, trova sempre nuovi ospiti. Egli si ricordava le desolate
malinconie di tanti giorni, quando soffocato dalla solitudine della
propria stanza era costretto ad uscire per le strade cercando indarno
qualcuno, a cui interessarsi. Era solo. Tutti gli passavano vicino
preoccupati dei propri interessi, travolti da passioni effimere ma
assolute, che riempivano il loro egoismo. Il loro saluto tradiva sotto
l'amabilit convenzionale la pi profonda indifferenza, la loro
ammirazione per il suo ingegno era fredda: si sa che nella vita vi
sono sempre stati uomini superiori, si riconoscono, e si passa oltre.
Che importa il loro nome dal momento che vi debbono essere? Il
pubblico non si appassiona che per coloro, i quali sposano i suoi
interessi, e vivono della sua vita bassa e turbolenta. De Nittis si
sentiva come un esule attraverso un paese, nel quale il popolo
parlasse un'altra lingua.

Poi le ultime scene di Bice gli rinnovavano nell'anima la prima
trepidazione. La fanciulla gli aveva confessato la propria passione,
umiliandosi ingenuamente davanti alla grazia, che invocava, mentre egli
invece non si accorgeva pi da molti anni della sua bruttezza. Come
accade sempre nelle lunghe e profonde intimit, che le virt dello
spirito trionfano dei difetti del corpo, Bice era per lui la pi
adorabile delle donne: la sua squisita intelligenza e quell'infallibile
delicatezza di cuore, che le faceva sorvolare ogni volgare malvagit
della vita, davano alla delicata poesia della sua giovinezza un senso
quasi religioso. Egli l'amava con tutta l'anima, non sapendo ancora di
quale amore. Certo vi era in esso della paternit, quella tenerezza
protettrice dei vecchi fatta di rimpianti e di prognostici; ma talvolta
si era pure sorpreso a respirare il suo profumo di giovinetta con una
sensazione indefinibile. Mentre i padri non possono avvertire il sesso
dei figli, egli aveva colla fine analisi del proprio gusto di artista
colto tutte le segrete bellezze del suo essere femminile. Bice cos
magrolina aveva spesso delle movenze e degli atteggiamenti prestigiosi.
Ne' suoi occhi stellanti passavano talora delle caldezze, che davano al
pallore della sua faccia un'ansia di aspettazione, quasi un impeto di
appello, simile ai lampi della calura nel fondo delle notti estive. Ma
la sua anima ardentemente religiosa in quella segregazione impostale
dalla ricchezza e dalla educazione, non viveva pi che di poesia. Il suo
lusso stesso, le sue mode erano appena un motivo per scegliere una forma
o un colore senza mai alcuna di quelle vanit, che tolgono all'eleganza
femminile colla grazia della spontaneit l'altra anche pi signorile
della inconsapevolezza.

Ma ella aveva sopratutto della donna quella tenerezza inconscia ed
inesauribile per tutte le miserie, che costituisce il fondo della
maternit. L'amore pel bambino non  forse tutto di piet per la sua
condizione di inerme, e la sua incapacit a poter sopravvivere un'ora
abbandonato a s stesso? Cos Bice aveva sentito la solitudine, nella
quale si dissolveva la vita di De Nittis malgrado tutti i suoi sforzi
per nasconderlo, e ne aveva sofferto nella propria tristezza di
abbandonata. Certo non le sarebbe stato egualmente facile indovinare
tutte le tragedie del suo pensiero fra la glaciale indifferenza del
pubblico, ma il suo cuore si era esaltato in un irresistibile ritorno
di amore verso quell'orfano misterioso della gloria, che da venti anni
vegliava su lei orfanella della vita.

Egli invece, adoperandosi sinceramente ad impedire la sua rottura con
Lamberto, aveva sentito sino d'allora in quella segreta ripugnanza di
Bice l'istintiva antipatia della donna debole e spirituale per la
bella e vuota mascolinit dell'uomo; ma non avrebbe mai immaginato che
la fanciulla finirebbe per innamorarsi di lui. Nullameno era vero, ed
era tardi. A sessant'anni, coi capelli bianchi e l'anima gi sorpresa
dai primi freddi della morte, sarebbe stata per lui una immoralit ed
una ridicolaggine accettare l'offerta di quella vita di vergine.
Contro tale triste debolezza sapeva di essere sicuro, ma era ancora
dolorosamente meravigliato di doverne tanto soffrire. Perch non aveva
subito dissipato colla solita fine ironia questa illusione di Bice?
Perch, commovendosi come un fanciullo, le aveva invece lasciato
credere di amarla come un uomo? Perch cedendo alle sue ultime
insistenze, e lasciandosi strappare una promessa, che lo aveva gi
degradato in faccia a s medesimo, era fuggito l'indomani senza
mandarle nemmeno un biglietto? E ora bisognava con una violenza rigida
ed improvvisa troncare una situazione egualmente falsa per entrambi,
che avrebbe reso lui la favola della citt e attirato su Bice i
sarcasmi di tutti i giovani. Poi la contessa Ginevra doveva a
quest'ora esserne gi sdegnata. Egli aveva amato la bella donna molti
anni prima senza dirglielo, e verrebbe ora a domandarle la mano della
nipote! Che cosa direbbero Prinetti e il dottore? Solo il povero
Giorgi avrebbe potuto comprendere la delicata tragedia della sua anima
in quel momento, e compiangere sino ad approvarla.

Erano gi passate molte ore.

Adesso, fermamente deciso a rompere quell'incanto con Bice, si diceva
segretamente che pure sarebbe stato degno di tale felicit. Nessun
uomo avrebbe mai abbastanza delicatezza per quella troppo gracile
fanciulla, che forse fra non molto finirebbe col cedere a qualcuno
innamorato solamente della sua dote. Quindi abbandonandosi al sogno
della vita, che avrebbe potuto passare con lei, avviluppava Bice in
una passione di padre e di amante entro una visione domestica, dal
sentimento profondo ed ingenuo come un quadro del quattrocento, prima
che l'invasione delle bellezze pagane ritornasse ad accendere nel
nostro sangue la febbre di tutti i vizi. Ma poi s'accorgeva che anche
quei sogni erano una debolezza volgare dinanzi al pericolo di un
incontro con Bice in casa della contessa Ginevra. Quanto tarderebbero
ancora? Come si presenterebbe loro? La contessa Ginevra sapeva gi
tutto, o Bice nell'offesa di quel rifiuto aveva serbato il silenzio?
Egli propendeva per questa seconda ipotesi senza potervisi raffermare,
ma un incontro con Bice era pur sempre inevitabile. Egli aveva avuto
un torto irremissibile nel lasciarsi sfuggire il segreto del proprio
amore, mentre ella confessandosi brutta con tanta insistenza toglieva
anticipatamente ogni valore a tutte le obbiezioni della sua
vecchiezza.

A quarant'anni tutto sarebbe stato possibile, ma adesso era gi troppo
vecchio per ogni altra donna. Quella forza misteriosa, che caccia
ostinatamente tutti gl'individui verso il matrimonio, anche quando la
natura parrebbe omai dispensarli dal supremo ufficio di servire alla
razza, gli si aggravava con irresistibile crescendo sulla coscienza;
mai come in quel momento aveva sofferto le tentazioni della vita in
due, quel bisogno supremo di non essere pi solo, che unicamente la
creazione di una famiglia pu calmare nell'uomo. Evidentemente
l'antichissima definizione indiana dell'uomo triplo come padre, madre
e figlio era sempre la migliore, giacch non potendo svolgersi in tale
triade tutti rimanevano inconsolabili. Egli lo aveva sempre ammesso,
calmo nella coscienza di aver trionfato della natura coll'offrirla in
sacrificio ad un pi alto ideale, mentre invece ne sentiva ora
piangere dentro il cuore tutte le necessit. Era tardi; la natura si
vendicava col mutare in castigo la funzione, alla quale per tanti anni
lo aveva invitato con ogni sorta di carezze. Forse i suoi
sessant'anni, vegeti e quasi vergini, avrebbero avuto ancora
abbastanza forza per l'amore di quella frale giovinetta, ma il
matrimonio per essere legittimo deve, sorpassando l'amore, elevarsi a
tutela di tutto un gruppo di deboli, che solo una potente energia di
marito e di padre pu educare alla vita. I matrimoni dei vecchi invece
non sono generalmente che la pi ignobile forma di prostituzione, un
accordo di due corruttele fra impotenze di sensi ed insufficenze di
anima.

Nella camera si era fatto pi caldo. Quei raggi di sole, filtrando
dalle fessure della finestra, parevano striscie di fuoco, che
accendessero l'aria; De Nittis si sentiva scottare le lenzuola
addosso, ma non ebbe il coraggio di alzarsi non sapendo dopo come
ingannare il tempo. Allora tent di fissarsi in qualche idea noiosa
per dormire.

--Vuole che le porti una tazza di brodo?--chiese improvvisamente nel
buio Margherita, che vegliando all'uscio lo aveva inteso sospirare.

Ma quando gliela ebbe fatta trangugiare, Margherita si ritir
chiudendo la porta colla sicurezza che il brodo lo avrebbe fatto
dormire: infatti egli non si svegli che l'indomani, all'alba, quasi
tranquillo.

Aveva fame. Attese per far colazione che le due donne si fossero
alzate, poi si chiuse nello studio. La sua risoluzione era presa,
andrebbe da Bice e con poche parole le farebbe comprendere la
impossibilit del loro matrimonio. Una pace fredda gli si era fatta
nel cuore, simile a quei mattini invernali, limpidi e muti, col cielo
azzurro e tutta la terra bianca di neve. Dopo questa prova suprema non
avrebbe pi altro da attendersi: vivrebbe ancora pochi anni, solo fra
quelle due povere donne, aspettando la morte coll'altera indifferenza
di chi non ha pi nulla da perdervi o da sperarvi.

Per la larga finestra senza tende entravano coll'aria frizzante della
mattina tutte le sonorit della strada: niente era ancora mutato nella
sua esistenza. I vecchi libri riempivano sempre gli ampi scaffali,
sullo scrittoio ogni cosa era al solito posto, i manoscritti, le
carte, il grosso calamaio bianco di maiolica, la stecca, colla quale
giocherellava per solito leggendo. Come aveva dunque potuto pensare
d'introdurre una giovinetta milionaria in una simile esistenza di
benedettino? Era stata una folata di maggio, un'eco della sua
giovinezza di studente ridestataglisi in cuore girando per qualcuna di
quelle strade di Roma, ove quarant'anni prima aveva tanto vagabondato
in gazzarra coi compagni.

Ma tutto ci era adesso cos lontano, che non gliene restava nemmeno
un ricordo abbastanza vivo per desiderare di ritornarvi. A che
ricominciare la vita per trovarsi vecchio da capo, nell'umidore
ghiacciato del tramonto, dinanzi alla pallida prateria, in fondo alla
quale biancheggiano le mura del cimitero?

Quella mattina si ricord di avere una seduta al consiglio
dell'universit. Il rettore volle dopo condurlo nella propria
villetta, fuori di porta San Mamolo, a pranzo. Era un vecchio medico,
d'ingegno mediocrissimo e di una vanit puerile, che si teneva in
casa, dopo la morte delle due figlie, uno dei molti nipoti, ingegnere
abbastanza intelligente e giocatore sfrenato, sempre in lite anche con
lui e colla propria moglie. De Nittis entrando in quella famiglia
prov un senso di pena; la moglie dell'ingegnere era brutta, il pranzo
fu cattivo. Appena pot liberarsene and verso il caff delle Scienze,
ove generalmente si radunava un gruppo di professori; ma una
malinconia subitanea lo sorprese, girando sotto tutti quei portici. Si
ricord l'ultima volta che Bice era venuta a pranzo da lui, e che egli
l'aveva riaccompagnata a casa sulle dieci, a braccetto, come due
innamorati, mentre ella gli si abbandonava quasi sulla spalla.

Molta folla era tuttavia in giro a coppie, a gruppi, coi bambini,
aspirando nei primi tepori del maggio le esalazioni aromatiche
involate dal vento alle campagne in fiore. La gente pareva allegra.
Secondo il solito egli si era scordato di comunicare a Margherita
quell'invito a pranzo fuori di casa, ma adesso, dopo la rinuncia al
sogno di amore con Bice, si sentiva preso da impeti di tenerezza per
quelle due serve riparate dentro la sua vita, e che invece finivano
per proteggerla. Forse le due donne non avevano pranzato aspettandolo.
Decise di andare a vederle, poi il pensiero di rincasare cos presto
lo spavent: la notte sarebbe troppo lunga senza dormire, senza
studiare, sino alla mattina. Eppure d'ora innanzi, tutte le sere si
succederebbero cos, giacch dopo un'ultima spiegazione con Bice
avrebbe dovuto diradare per molto tempo o forse anche sopprimere
quelle visite. Dove andrebbe allora? Presso chi altri si rifugierebbe?

Invece di entrare nel caff svolt all'angolo verso la vecchia
basilica di Santo Stefano, gironzando a caso.

Le strade vuote, perch la gente teneva sotto i portici, gli parvero
lugubri: tratto tratto la luna da una cantonata gettava una larga
pezza biancastra sino a mezzo le case, dando al resto delle loro ombre
una cupezza sinistra. Strani fantasmi, memorie dell'antica citt,
quando le fazioni vi si agitavano in una guerra senza requie fra
drammi di congiure e di amori, gli tornavano alla memoria: erano tempi
passati, obliati, come presto lo sarebbe anche il nostro, senza che
delle loro opere immortali alcun giovamento venisse ora agli autori.

--Sei tu!--grid improvvisamente Ambrosi.

Il dottore pi stanco del solito strascicava i piedi.

--Sei tornato con loro?

--No,--rispose De Nittis trasalendo.

Ambedue avevano rallentato il passo, poi tornarono sotto i portici per
cansare l'acutezza dei ciottoli; il dottore aveva sempre il medesimo
bel colorito vegeto, ma pareva di umore pi cupo.

--Vai a casa? Ti accompagno,--disse De Nittis.

--Debbo fare ancora due visite.

--Perch? ti affatichi troppo.

--E che cosa vuoi che faccia?--scoppi finalmente:--che vada a casa? A
fare che cosa? Tu studi ancora; sei un fortunato, che non lo merita,
perch avendo voluto sottrarti ai pesi della famiglia dovresti finire
nella desolazione di tutti i vecchi scapoli. Io invece avevo avuto da
giovane questo coraggio.... e mi  finita cos.

Vi era un rimpianto cos disperato in queste sue parole che De Nittis
non cerc nemmeno di consolarlo.

--Uhm!--riprese il dottore, come strapazzandosi per quell'inutile
sfogo e cercando di mutare discorso.--Hai divertito la piccina a Roma?
Raccontami un po': senza Bice non so come noi avremmo da molti anni
passato le nostre sere. Sta bene, eh? Quando torna?

--Non lo so.

--Come non lo sai?

De Nittis s'imbarazz nuovamente.

--In ogni modo,--l'altro replic,--la contessa Ginevra, n anche lei
pu stare molto fuori di casa. Torner presto: Lamberto  venuto a
trovarvi?

--No.

--Asino! doveva venire. Lo avete visto?

--S, una mattina a cavallo.

--Ma non ti ha detto niente la contessa Ginevra? Io credevo che in
quell'invito della principessa qualche disegno di matrimonio per Bice
a Roma ci dovesse essere. Oramai non c' molto d'aspettare, perch
adesso ha raggiunto il massimo della salute, e una troppo lunga
vigilia del matrimonio  quasi sempre dannosa alle donne anche meglio
costituite. Non sono come noi, che possiamo sfogarci altrove, ne
convieni anche tu? Che cos'hai stasera? Sei seccato come me, della
vita, che meniamo?

--Seccato! trova una parola pi brutta.

--Non durer un pezzo,--ribatt l'altro scrollando sprezzantemente le
spalle.--Ma il matrimonio  per Bice da capo un problema di vita o di
morte. Che cosa credi che sia quel suo corpicino? La sua resistenza,
per quanto la natura possa avere delle forze segrete,  molto sotto la
media; ma il pericolo non sta l. Bice pu soccombere pi facilmente
ad un contraccolpo morale. Oggi chiamano tutto isterismo, un'altra
generalit piena di errori e di pretensioni: s'immaginano che ogni
delicatezza dipenda esclusivamente dall'indebolimento di un organo.
Non  vero. Esco adesso da una casa di povera gente, dove curo una
ragazza fisicamente pi malandata di Bice:  scrofolosa,
tubercolotica, ma di una animalit rivoltante.

--Dove andiamo ora?--domand De Nittis.

--Arrivo sino a San Salvatore; se non hai dove andare, accompagnami.
Qui a Bologna non c' nessuno per lei,--prosegu il dottore ripreso da
quella preoccupazione del matrimonio di Bice, e felice di poterne
parlare con De Nittis, come lui quasi un padre della fanciulla.--Non
conosco alcuno capace di trattarla come va trattata. La sposerebbero
per la dote tutti questi giovani, che adesso sognano solo di far
carriera: non amano pi nemmeno la scienza per la scienza!

--Diventi brontolone anche tu: forse che ai nostri tempi eravamo
migliori?

--Non lo so, ma sento che con questo mondo io non vado pi. Ecco
qui!--esclam fermandosi:--ho da salire due capi di scale.

--T'aspetto.

--Ti seccheresti, tira via. Passer io a vedere se sono arrivate
domani mattina: io mi alzo prima di te.

De Nittis torn subito a casa.

La malinconia del dottore aveva irritato nuovamente tutti i suoi
rimpianti. Anche quest'ultimo assetto della sua vita, colle poche
lezioni all'universit, la casetta linda con Margherita e Tonina, che
vivevano in una incessante preoccupazione di servirlo bene, il salotto
della contessa Ginevra, nel quale la sera andava a riposarsi nella pi
pura e spirituale amicizia, tutto si scomporrebbe. Il povero Giorgi
era gi morto, Prinetti aveva dovuto emigrare da capo, la contessa
Maria adesso divideva il proprio tempo fra Torino e Bologna, Bice
prenderebbe marito, e non resterebbero pi che lui e il dottore. Ma
anche Ambrosi calava: la piaga apertagli nel cuore dal figlio
sanguinava sempre come al primo giorno, costringendolo a cercare nello
stordimento del lavoro un sollievo momentaneo. Al pari di lui Ambrosi
fuggiva disperatamente dalla propria casa. Poi una malattia terribile,
inguaribile, impedirebbe loro una qualche mattina di uscirne pi;
tutta la speranza sarebbe allora di non impiegare troppo tempo a
morire. Ma come rimanere solo tutto il giorno in casa, sopra una
sedia, gi segregato dalla vita, davanti al mistero della morte, senza
un cuore che vi batta ancora d'intorno?

Napoleone I lo aveva detto, durante le discussioni sul Codice civile,
in uno di quei suoi scatti: Se l'uomo non invecchiasse, non vorrei che
pigliasse moglie.

Questa concessione, strappata dalla debolezza di tutti ad una delle
anime pi forti apparse nella storia, era una di quelle verit, che si
rivelano solamente quando non potendo pi operare siamo costretti a
ripiegarci sopra noi medesimi. Ma poich si era allora voluto definire
scioccamente il matrimonio un contratto senza saperne precisare la
natura, le parole di Napoleone I avrebbero dovute essere meglio
comprese: il matrimonio era un contratto di assicurazione contro la
vecchiaia.

Questa strana definizione, della quale sentiva intimamente la dolorosa
verit, fece sorridere De Nittis.

--Io non avr che la pensione!--mormor quasi ad alta voce.

E la pensione era un'altra ridicolaggine! L'uomo, bambino per tutta la
vita, che si lascia imporre il salvadanaio, rinunciando persino al
diritto di romperlo.

A casa Margherita e Tonina erano gi a letto.

Ma l'indomani De Nittis era pi nervoso. Margherita non os
interrogarlo sulla gita di Roma; egli tent indarno di lavorare. Poi a
forza di meditare su quella inevitabile spiegazione con Bice finiva
col non vedervi pi nulla di chiaro: a che pr voler regolare la vita
sopra un disegno logico, mentre tutto vi accade sempre a rovescio di
ogni previsione: solo le ispirazioni del cuore erano infallibili,
almeno in questo che appagavano qualche bisogno momentaneo? Se Bice
aveva rifiutato Lamberto per lui, giacch adesso De Nittis credeva di
comprendere tutte quelle misteriose ripugnanze per il bell'ufficiale,
il miglior partito era ancora di sposarla rinunciando ad ogni critica
sulla passione. Il loro matrimonio nell'oblo di ogni volgare
interesse, e sotto la protezione dell'ideale, sarebbe ancora pi vero
di molti altri. In fondo egli aveva ben meritato con tanti anni di
eroica preparazione questa gioia suprema di morire avvolto nell'amore,
lasciando a Bice tutta la propria anima in un bambino biondo e
sorridente.

Nullameno la ragione protestava sempre. Che cosa sarebbe egli fra
pochi anni, forse fra pochi mesi? I vecchi meglio conservati si
disfanno anch'essi improvvisamente per rimanere un avanzo senza nome,
una reliquia, che solo la piet interessata dei parenti ritira dal
torrente della strada. Allora Bice, pentita del proprio amore,
dovrebbe sforzarsi indarno di nasconderglielo per un'ultima carit:
bastava questo pensiero ad immergerlo nel pi squallido avvilimento.

Ma quella solitudine della casa gli diventava intollerabile. Le
lezioni all'universit, lo studio per la grande opera, le
preoccupazioni per Bice, nel salotto della quale passava tutte le
sere, gli avevano tolto sino allora di accorgersene; mentre adesso,
davanti alla sua certezza uniforme, vuota, tutto il suo essere
rabbrividiva. Una smania gl'impediva di star seduto o di applicarsi,
anche per poco tempo, sopra qualsiasi libro. Quando usciva di casa, se
ne pentiva quasi sulla porta: dove sarebbe andato? Almeno Ambrosi
aveva i propri ammalati, egli invece non avrebbe potuto preoccuparsi
che degli studenti, svogliati od ostili al suo corso, perch di
nessuna immediata utilit nella vita. Quegli studenti, apprendisti di
un mestiere, li conosceva anche troppo. Nullameno gli conveniva
rimanere lunghe ore fuori di casa per non soffrirne almeno quel triste
senso di prigione. Involontariamente pass dinanzi al palazzo della
contessa Ginevra: il portinaio non era secondo il solito sulla soglia;
e non pot quindi sapere se fossero tornate, ma attraversando la
strada, dall'altro portico, vide tutte le finestre dell'appartamento
spalancate.

Bice vi era gi?

Egli prov una strana letizia a tuffarsi in questo dubbio.

Rigironzando a caso per le vie torn ancora davanti al palazzo colla
improvvisa sensazione di ridiventare giovinetto, ai tempi del liceo,
quando i primi sorrisi di una fanciulla ci traggono a commettere le
pi deliziose insulsaggini. Ma in tale orgasmo gli ritornava un altro
bisogno di espandersi, di esalare con qualcuno, magari dinanzi ad un
paesaggio, tutta quella foga di sentimenti simile ad una crisi
primaverile, che si sfoga in profumi e in susurri.

La citt cominciava a vuotarsi: i ricchi andavano gi in campagna, la
gente vestita a colori chiari passava sudando e ridendo, come presa
nella forza di quel calore vibrante di tutte le fecondit. Egli solo
rimaneva immutabile dentro quel soprabito nero, che lo segregava dalla
vita, come un uomo diverso dagli altri. Infatti nessuno fra i tanti,
che lo salutavano, avrebbe osato d'invitarlo ad una gita fra il
chiasso di persone tutte egualmente felici di non saper pensare,
riconoscendolo per uno di quegli illustri, ai quali si ricorre
soltanto per un consulto, o che si ammirano a distanza. La sua piccola
gloria non aveva altri vantaggi.

Allora non seppe pi che cosa fare. Tutta la sua risorsa di ozioso fu
di mettersi a curiosare per le strade, fantasticando sulle loro
vecchie architetture cos belle e cos poco celebri per non avere
ancora avuto un poeta, che le riveli alla indifferenza del pubblico.
Gir a caso dietro a ricordi di cronache o di progetti edilizii, che
gli ritornavano improvvisamente nel pensiero, sempre pi stanco, con
una sensazione di solitudine in mezzo a quella vita cittadina, che gli
si addensava intorno da tutte le porte, riempiva le case, gridava
dalle finestre, si mutava per ogni strada e per ogni vicolo in un
quadro continuo ed evanescente, tumultuoso ed inafferrabile. Quante
belle cose avrebbe potuto scrivere, se quel cristallizzare sempre il
proprio pensiero, mutandone la poesia in fatica, invece di lasciarlo
esalare come fanno i fiori coi profumi, non gli fosse in quel momento
sembrata la pi insopportabile delle goffaggini!

La sera, dopo pranzo, and risolutamente al palazzo della contessa
Ginevra: le signore erano ritornate nel pomeriggio. Allora ebbe paura;
invece di salire si avvi verso i giardini pubblici. La notte era
splendida, le stelle aggruppate nell'azzurro avevano una limpidit
quasi sorridente, l'aria ondulava ad un vento leggero.

Ritorn.

La contessa Ginevra, la contessa Maria, il dottore, Bice stavano nel
salotto attendendolo. Per la prima volta, dopo tanti anni,
nell'entrarvi si sent preso da un imbarazzo doloroso. La sua bella
testa, impallidita in quei giorni, aveva un'espressione tale di
sofferenza che la contessa Ginevra se ne accorse subito, e gli chiese
affettuosamente:

--Siete dunque stato male, mio caro professore? Scappaste da Roma cos
senza neanche lasciarci un biglietto: che cosa fu?

Bice, alla quale aveva frattanto stretto la mano in silenzio, pallida
anch'essa e coi grandi occhi dilatati, spiava la sua risposta; mentre
il dottor Ambrosi col mal umore affettuoso dei vecchi sembrava tener
il broncio alle due signore per esser rimaste tanto assenti.

--La scuola....--mormor De Nittis, soffrendo di dover mentire.

--Avreste potuto dircelo,--insist la contessa Ginevra;--non abbiamo
saputo che pensarne. Bice voleva ripartire subito.

La conversazione si arrest, Bice e De Nittis non avevano ancora
scambiato una parola. La contessa Ginevra raccontava al dottore e alla
contessa Maria le proprie impressioni di Roma. Erano malinconiche.
Ella ricordava segretamente l'epoca del proprio impero a Firenze con
una inconfessabile amarezza nel confronto della indifferenza, colla
quale era stata accolta a Roma da coloro, che un tempo insuperbivano
di frequentare i suoi saloni. Il mondo era mutato, altri interessi,
altri personaggi vi occupavano i primi posti; altri sentimenti e altre
mode vi facevano la regola. Ella ne parlava con una satira rattenuta,
pur consentendo alla inevitabile ingratitudine umana di essere stata
trattata cos.

--Oramai,--si volse a De Nittis,--siamo tutti avanzi del medesimo
naufragio. Tu sola, Maria, che non volesti mai saperne del mondo, puoi
non comprendere la nostra posizione.

--Che cosa dovrebbe darvi il mondo, che non ha nulla per le anime? Tu,
Bice mia, farai benissimo ad evitarlo.

--Non ci avr molto merito: non sono come la zia per poter pretendere
di regnarvi.

--Anche tu, Bice, contro di me! Domani pranzeremo tutti assieme:
verrete, non  vero? perch Bice vuole andare, subito dopo, in
campagna.

-- dunque un pranzo di addio?--lasci sfuggirsi De Nittis.

--No,  un pranzo di riparazione,--proruppe il dottore.--Non vedi che
anche Bice  un pochino estenuata; la campagna in questo mese  tutto
ci che vi ha di meglio. Che cosa vale star qui? Ci staremo io e te,
che abbiamo una professione, bench tu pure mi sembri peggiorato da
qualche giorno; faresti anzi meglio ad accompagnarle per un paio di
settimane. Cos non avr pi nessuno intorno!

--Io resto tutto il mese venturo, ingrato!--disse la contessa Maria.

--Allora verremo da voi.

Non era pi il salotto dell'inverno. L'assenza di Prinetti e di Giorgi
vi aveva lasciato un vuoto malinconico, gli altri parevano
invecchiati. Come accade sempre, anche quel gruppo, vissuto cos
intimamente per tanti anni, si sentiva colpito da dissoluzione nella
monotonia stessa di quella amicizia, che niente veniva pi a
rianimare. Solo Bice, rinnovellandosi in una seconda famiglia, avrebbe
potuto mantenerli uniti ancora per qualche tempo.

Finalmente si accorsero della tetraggine di De Nittis: egli si era
seduto presso la contessa Maria occupata a cifrare delle pezze per
bambini; Bice affettava di scherzare col dottore.

--Verr a trovarti in campagna,--questi le diceva,--ma se non sarai a
modo mio, dopo quindici giorni t'imporr finalmente l'ultimo rimedio.

--Quale?

--Non importa che tu lo sappia ora.

Bice arross.

--Non sar dunque un rimedio da dottore? Badate che non abbia ad esser
peggio.

--Ti conosco, mascherina! Va, piccola presuntuosa: non c' altro in
fin dei conti. Non dico che sia una gran bella cosa, perch al mondo
di bello veramente non c' nulla, ma  cos perch  cos. Tu,
Roberto, potresti su questo tema parlare meglio di me, molto pi che
stasera non hai ancora fiatato.

--Parlare di che cosa?--egli rispose, fingendosi distratto.

Tutti sorrisero meno Bice.

Ma il dottore, che aveva bisogno di vendicarsi sulle signore con
qualche prepotenza, proruppe:

--Adesso io e De Nittis andiamo via: voi altri coricatevi perch
dovete essere stanche.

--Come lo dite, dottore!

Ambrosi e De Nittis accompagnarono la contessa Maria a casa, poi al
momento di separarsi, il dottore gli domand:

--Che cos'hai?

--Nulla.

--Qualche cosa hai: come va l'appetito?

--Non mangio.

--Male, ti vedr domani a pranzo.

--Dimmi piuttosto di Bice:  sembrata anche a te deperita?

--Bisogna maritarla.

L'indomani De Nittis invece di venire al pranzo dalla contessa
Ginevra, mand un biglietto. Bice, che attendeva ansiosamente,
leggendo quelle poche righe stent a frenare le lagrime, il pranzo fu
malinconico. Allora la contessa Ginevra, la contessa Maria e il
dottore si consultarono con un'occhiata osservando la fanciulla, della
quale la voce tradiva lo sforzo di una angoscia repressa. Che cosa le
era accaduto? In pochi giorni il suo aspetto era mutato, la voce le si
era arrochita, mentre improvvisi rossori le passavano sulle guance
pallide, e il suo accento scorato diventava anche pi impressionante.
A volta a volta cadeva in lunghi silenzi, con quell'aria dei malati,
che non sperano pi.

Dopo pranzo Bice si ritir un momento; allora la contessa Ginevra e la
contessa Maria interrogarono ansiosamente il dottore.

--Temete che si ammali?

--Eh! ammalata  gi,--ribatt impazientito.

--Rispondete dunque, dottore, per carit!

--La scienza non pu niente in questo caso,  la vita che deve
salvarla.

Le due signore scambiarono un'altra occhiata.

--Ma che cos'ha?

-- innamorata,--intervenne la vecchia Rosa.

Tutti si volsero.

--Te lo ha confessato, Rosa.

--Gli occhi....--replic la vecchia con accento strano:--quelli di sua
madre!

Ma dovettero troncare il discorso, perch Bice rientrava.

L'indomani il dottore and a trovare De Nittis. Evidentemente la
fanciulla era innamorata di qualcuno al disotto di lei, poich non ne
aveva lasciato trapelar nulla, e solo la vecchia Rosa nella sua
chiaroveggenza di nutrice se ne era accorta. La contessa Ginevra,
spaventata dalle apprensioni del dottore, dichiar subito di non
opporsi a qualsiasi matrimonio, fidando in Bice per la onorabilit
della scelta: per un istante avevano pensato ad un rinnovellamento
della sua passione fanciullesca per Lamberto, che appunto in quei
giorni aveva scritto alla contessa Ginevra per annunziarle le proprie
nozze con una signorina romana, ma la perfetta indifferenza di Bice a
quella notizia non poteva essere simulata.

--Sono gi partite?--chiese De Nittis.

--S, quando vuoi che andiamo a trovarle? Tu le farai il discorso;
anche per la rottura con Lamberto non si confid che a te.

De Nittis non tent nemmeno di resistere. Quest'ufficio, assegnatogli
dal suo stesso ascendente spirituale su Bice, diventava l'inevitabile
prova del suo amore per la donna! Perch ricusarvisi?... Anzitutto
avrebbe dovuto tradire il proprio segreto col dottore, che ne avrebbe
certo risentito una cattiva impressione, poi la logica stessa della
passione l'attirava a questo cimento col fascino irresistibile dei
grandi dolori.

Il dottore stabil la prossima domenica, sulle dieci del mattino.

Margherita lo attendeva sull'uscio per dirgli che il professore non
mangiava e non dormiva pi.

--Non sai nulla tu?--egli chiese senza fermarsi, perch aveva fretta.

--Dev'essere un gran dispiacere.

--Eh! la vita  cos: per ora non ho scoperto in lui niente
d'importante, cerca di farlo mangiare.

De Nittis pass il resto della settimana in una specie di torpore
senza uscire di casa. Tutta l'energia del suo carattere s'irrigidiva
nello sforzo di questa suprema battaglia, nella quale salvando Bice
doveva sacrificare irremissibilmente s stesso senza alcuna di quelle
illusioni, che abbelliscono tutti i sacrifici. Gli pareva quindi di
essere gi sopravvissuto a s medesimo, non seguendo pi la vita che
come un cadavere abbandonato sulla corrente di un gran fiume.
L'accento delle sue risposte con Margherita, quando ella veniva a
chiamarlo per il pranzo, o insisteva per farlo mangiare qualche
boccone di pi, aveva quella inconsolabile rassegnazione, contro la
quale anche le ostinazioni pi affettuose debbono cedere.

La domenica mattina il dottore and a prenderlo con una carrozza a due
cavalli, perch intendeva di ritornare in citt nel pomeriggio, prima
dell'arrivo del treno da Firenze, De Nittis sempre vestito di nero, ma
pi elegante del solito, aveva il volto pallido e gli occhi febbrili:
il dottore gli fece qualche interrogazione, che l'altro tronc
affermando nervosamente di stare benissimo.

Le campagne lussureggianti si agitavano sotto il sole ad un scirocco,
che tratto tratto alzava dalla strada giallastra larghe nuvole di
polvere sbattendole per l'alte siepi. Il dottore propose di abbassare
il mantice della carrozza per fare un bagno in quel sole fecondatore;
ma rimanevano entrambi taciturni.

Arrivarono giusto all'ora di colazione; Bice gi sul prato ad
attenderli, tutta vestita di bianco e con un ombrellino rosso aperto
nel sole, ebbe un sorriso cos dolce, scorgendo De Nittis, che parve
trasfigurarla.

Ma a tavola questi non ostante tutti gli sforzi si sentiva mancare la
parola: quel quadro di felicit fra Bice, la contessa Ginevra e il
vecchio amico, d'onde uscirebbe per sempre volontariamente col primo
consiglio rivolto alla fanciulla, gli dava in quel momento la
prostrazione dei supremi abbandoni. La contessa Ginevra lo sorvegliava
inquieta, Bice avvertita di una scena dal proprio istinto di donna lo
covava collo sguardo, cercando di leggergli improvvisamente
nell'anima.

Nullameno la colazione fin come al solito.

Il dottore impazientito si lev, allora De Nittis, seduto presso la
contessa Ginevra, fece altrettanto senza dare il braccio a Bice, che
ne rimase meravigliata.

Passarono nel salotto rustico.

--Piglieremo il caff pi tardi,--disse il dottore andando a chiudere
l'uscio. La contessa Ginevra, seduta sopra una larga poltrona di
vimini, si era tirata Bice vicino, il dottore venne a porsi dietro di
loro.

--Sedete dunque anche voi, professore,--si rivolse scherzosamente la
contessa a De Nittis.

--Perch,--rispose con sottile ironia,--se dovr fare un discorso?--e
la sua mano sinistra stringeva nervosamente il piccolo fazzoletto
bianco, col quale si era poco prima asciugato sulla fronte il sudore.

--Un discorso?--esclam Bice fissandolo:--a chi?

--A te.

Tutti attesero.

Allora De Nittis riusc a parlare. Si capiva benissimo che lottava
seco stesso, ma sarebbe stato impossibile al dottore e alla contessa
Ginevra indovinarne il perch; nullameno Bice fu cos impressionata
dal suono delle sue prime parole che involontariamente fece l'atto di
alzarsi verso di lui. Ella lo sentiva soffrire indicibilmente, forse
al di l della sua forza medesima.

--Oh!--egli seguit, respingendola con un gesto,--debbo dirti ancora
altre cose. Se ti parlo,  tua zia che lo ha voluto, ma colui
veramente degno di farlo  gi morto. In questo momento, per te
supremo, di librare la tua anima per lasciarla discendere verso il pi
profondo mistero della vita, solamente coloro, che come Giorgi
toccarono il fondo dell'ideale divino, potrebbero darti la rivelazione
dell'amore umano. Noi tutti non ti abbiamo accompagnata fin qui che
per abbandonarti ad un altro; tu stessa devi avervi pensato, perch la
tua posizione  ancora pi precaria della nostra. Noi siamo esauriti.

Ma le parole gli si imbrogliarono, mentre i suoi occhi fisi nello
sforzo di dominarsi brillavano di una fiamma lontana di faro.

N Ambrosi, n la contessa Ginevra si mossero.

Egli attese un istante, quasi per aspettare se lo aiutassero, quindi
prosegu:

--Il nostro consiglio  che tu devi prender marito.

Bice ebbe un sussulto, guard la zia, poi De Nittis, e gli rispose
seccamente:

--Nient'altro.

--Per ora baster,--intervenne il dottore cercando di rompere con uno
scherzo la tensione della scena.

--Vi siete dunque riuniti per questo?

E il suo viso, divenuto improvvisamente duro, aveva una espressione
energica di orgoglio.

--Non sei pi una bambina, Bice mia: e se io non ci sar pi quando lo
piglierai?--ribatt affettuosamente la contessa Ginevra, prendendole
una mano.--De Nittis ha ragione, anche per Lamberto ti lasciasti
guidare da lui.

--No;--rispose impetuosamente Bice,--egli avrebbe voluto che lo
sposassi.

--Non ti piaceva: non hai veduto nessun altro dopo?

Bice corse nuovamente collo sguardo sui loro volti, mentre un tremito di
freddo la scuoteva dentro l'abito bianco. Ma De Nittis non le lasci il
tempo di replicare. Era sempre in piedi, appoggiandosi con ambe le mani
ad un tavolinetto formato di bastoncini, nell'atteggiamento di un
oratore, che sta per concludere il proprio discorso.

--A che scopo resistere? La giovinezza  una sola stagione anche per
lo spirito, ma se quello, che doveva esservi compito, non lo fu,
diventa rimorso. Lasciati consigliare da tua zia: ella ha diritto
d'importi tutte le forme dell'amore, anche quello di sposa e di madre,
essendo stata tutto per te. Non puoi rimanere cos orfana, dopo essere
nata senza padre e quasi senza madre; il tuo cuore ha bisogno di
questi sentimenti, che solo una famiglia germogliata dalla sua
profondit pu dargli. Noi vogliamo la tua felicit, tutto quello che
la vita concede, pur facendoselo pagare caramente, ma senza cui non si
pu dire di aver vissuto. Noi non saremo forse ancora molto tempo
intorno a te, noi vecchi: voi, contessa Ginevra, non lo siete ancora,
parlo per me e per Ambrosi.... noi, che ti abbiamo adottato per tutto
quello che ci era mancato, per tutti quelli che non potevamo pi
amare, abbiamo anche noi il diritto di vederti felice, amata da un
uomo giovane come te. Non pretendere di isolarti, negando alla vita
l'omaggio di una intera dedizione, giacch anzitutto sarebbe indarno.

--Perch dunque volete voi rimanere scapolo?

--Perch lo sono rimasto piuttosto? Perch? Questo perch  gi
vanito, e sarebbe inutile cercarlo adesso che la mia vita  consunta:
ma tu invece ti affacci alla primavera.

Rosa entr portando il caff; Bice per troncare quel discorso le and
nervosamente incontro, e l'aiut a deporre il bacile sul tavolino.

Tutti rimasero impacciati. De Nittis si accorgeva di aver parlato con
uno stento, che doveva parere enigmatico al dottore e alla contessa:
istintivamente si mosse per uscire da quel gabinetto, nel quale si
sentiva soffocare.

Poi temeva di aver la faccia stravolta.

Rosa aveva lasciato versare a Bice il caff, sedendosi sopra uno
sgabello in un angolo, silenziosa.

Allora il dottore fece un cenno a De Nittis che voleva dire:  andata
male! adesso provo io.

Infatti respinse da Bice la tazza di caff.

--No, se non mi dici di chi sei innamorata.

Rosa alz la testa, la contessa Ginevra si appress.

--Sono innamorata!

--Dimmi di chi. Sei diventata magra come una stecca: gli piacciono
dunque le donne magre a costui?

--Non lo so, io non gli piaccio certamente.

A questa risposta inintelligibile il dottore e la contessa si
guardarono maravigliati.

--Capisci tu, De Nittis?

Egli parve tardare un istante, poi rispose intrepidamente:

--No.

--Lo senti? neanche lui.

Ma Bice, che si era rivolta verso la zuccheriera per nascondere la
propria emozione, accorgendosi che egli stava per uscire, lo ferm.

--Perch dunque volete andarvene? Non avete nessun'altra buona ragione
da dirmi? Ecco il caff.

--Delle buone ragioni te ne dir finch vorrai, mia cara,--ricominci
la contessa Ginevra cingendole con un braccio la vita, appena De
Nittis con un inchino, che avrebbe voluto indarno essere ironico, le
ebbe preso la tazza dalle mani.--Ma tu non hai ancora voluto dirci
nulla, siamo tutti qui intorno a te, aspettando la tua risposta:
guarda il dottore come  diventato per l'impazienza.

--Lasciatela stare, grid questi: i figli sono tutti cos, anche
quelli che si adottano. Se Bice non vuol dirci di chi  innamorata, se
non  innamorata di nessuno, il che  anche peggio, io non c'entro.
Non sono che un medico, mi manderai a chiamare se ne avrai bisogno.

--Non vi chiamer, non voglio che mi salviate un'altra volta!--grid
anch'essa col massimo impeto, mentre i singhiozzi la prendevano alla
gola, e fugg lasciandoli sbigottiti dell'accento, col quale aveva
pronunziato queste ultime parole. Rosa era gi uscita dal salotto per
seguire la fanciulla.

Allora si consultarono: che cosa era? Perch Bice aveva un contegno
cos inesplicabile? Quale terribile passione le era entrata in cuore
per mutarle cos il carattere, e comprometterle la salute?

Il dottore era pi agitato degli altri.

--Pare impossibile che voi, contessa, non abbiate dovuto accorgervi di
nulla!

--Come avrei fatto? Ditemelo dunque. Anche il professore, che  stato
a Roma con noi otto giorni, non ha saputo scoprir nulla,--ella rispose
piccata.

De Nittis, nel terrore che quei due si rivolgessero ancora per
chiedergli un altro consiglio, si sentiva negli occhi lo stesso sforzo
di pianto, pel quale Bice aveva dovuto fuggire precipitosamente dal
salotto. Quindi una speranza insensata di poter cedere all'amore per
impedirle di morire, gli si levava raggiando dal cuore: perch dinanzi
al mistero della passione anche questa volta la ragione non si
ritirerebbe ammutolita?

Ma il dottore inquieto si disponeva gi a salire da Bice.

--Dove andate?--interrog la contessa Ginevra.

--Ella sola pu trionfare di s stessa,--soggiunse De Nittis:--tutta
l'esperienza degli altri  senza valore per un'anima, che si trova
dinanzi ad una nuova strada.

--Con questo tuo spiritualismo ne ho visto parecchie delle anime
cascare nel fosso e rompersi l'osso del collo.

--Credi che i tuoi consigli lo avrebbero impedito loro?

--A pi di una certamente.

Pochi minuti dopo ridiscese ingrugnito perch Bice non lo aveva
ricevuto. Allora la contessa Ginevra non avrebbe voluto lasciarli
partire per non rimanere sola con Bice in casa, ma con tutta la
migliore volont essi non avrebbero potuto mancare cos agli obblighi
della loro professione a Bologna; poi era meglio, per il momento, non
irritare di pi la fanciulla.

La partenza fu melanconica, la contessa Ginevra aveva le lagrime agli
occhi: tutta l'ammirabile superiorit del suo spirito si perdeva
davanti al pericolo, che minacciava Bice.

Questa, la sera stessa, prima di andare a letto, le disse che sarebbe
partita dimani per Corticella, solamente con Rosa; la contessa sempre
pi impressionata si guard bene dal farvi obbiezione, sebbene fosse
questa la prima volta che Bice voleva restare sola.

--Non mi permetterai di accompagnarti? No, no,--fu pronta a
soggiungere vedendola fare uno sforzo,--verr a trovarti fra qualche
giorno,--ma il suo accento era cos triste, che l'altra ruppe in
pianto.

Rimasero abbracciate, poi si separarono senza che la fanciulla le
avesse confidato altro.

La mattina sulle dieci Bice part per Corticella, nel grande calesse
con Rosa, mentre la contessa Ginevra telegrafava la triste notizia al
dottore. Questi lo disse la sera stessa a De Nittis in casa della
contessa Maria.

--Povera Ginevra!--essa esclam,--domani sar certamente qui.

Infatti arriv il giorno dopo, sulle undici, avendo gi saputo dal
fattore che Bice si era chiusa nella stanza della povera Ada. Allora
l'ansia crebbe in tutti pei ricordi funerei di quella villa, nella
quale nessuno della famiglia da oltre venti anni aveva osato
ritornare. La contessa Ginevra aveva imposto al fattore di venire due
volte per giorno ad avvisarla di ogni pi piccola cosa, ma le
informazioni erano sempre uguali: la fanciulla non piangeva, parlava
poco, ritornando sempre nella camera della mamma.

--Vuoi morire qui?--le chiese il dottore, andato a trovarla un dopo
pranzo all'insaputa di tutti.

--Che cosa ne pensereste in questo caso?

--Che sei cattiva, dimenticando cos tutti i tuoi obblighi.

--Lo so, ma di chi la colpa se non ho la forza di soddisfarli?

--Ti pare dunque cos difficile vivere?

--Mi avete pure sempre detto che la vita  una lotta, nella quale vi
debbono essere necessariamente dei vinti? Io lo sono stata sino dalla
nascita.

Il dottore aveva tentato indarno di farla parlare ancora, poi se ne
era andato pi triste di prima. Al momento della partenza Bice lo
incaric dei saluti per tutti, meno che per De Nittis: il dottore non
confid questa prova che cinque giorni dopo alla contessa Maria.

--Non ha mai ricordato De Nittis durante la vostra visita?

--No.

Quella sera la contessa Maria osserv attentamente De Nittis,
meravigliandosi di non aver prima notato il grande cambiamento
avvenuto in tutto il suo essere. Quella bella serenit spirituale, che
lo rendeva quasi giovane, era scomparsa: adesso era veramente vecchio,
colla faccia piena di ombre e la persona stanca, che si appoggiava
istintivamente su tutto. Quando parlava la sua voce aveva dei toni
bassi, nei quali le parole si affondavano come sembra talora degli
uccelli migranti, laggi, nelle ombre della sera.

--Professore,--gli disse profittando di un momento, in cui le era
seduto vicino, e il dottore e la contessa Ginevra non avrebbero potuto
udirla:--credete anche voi che Bice sia innamorata?

--Come non crederlo?--cerc di rispondere evasivamente.

--Allora il suo dolore deve dipendere dal non essere amata.

Quelle serate erano di una grande tristezza per tutti. I vecchi
domestici passavano per le stanze simili ad ombre annoiate, non vi era
pi nulla da fare, nessuno dava pi ordini. La contessa Ginevra
rifugiata presso la contessa Maria non tornava con lei a casa che per
aspettarvi De Nittis o il dottore e ripetere con essi le medesime cose
della sera antecedente. Ma la speranza che Bice, lasciata cos a s
medesima, riacquistasse pi prontamente il proprio equilibrio, scemava
tutti i giorni. In una ultima lettera alla contessa Maria,
ricordandole una sua frase, ella parlava della vita monastica come
della sola possibile per coloro, che il mondo non vuole o che non
sanno volerlo.

--Ecco il pericolo vero per certe teste, quando si  voluto dar loro
una educazione bigotta!--proruppe Ambrosi.

--Ma dottore!

--Lasciatemi dire, contessa Maria: perch fuggire davanti alle
difficolt della vita? Il monachismo  una diserzione: per pregare non
c' bisogno d'imprigionarsi. Chi lavora prega.

--Eppure l'anima umana ha un bisogno egualmente incontentabile di
solitudine e d'intimit,--ribatt De Nittis.--Il monachismo non  una
diserzione pi che non lo siano l'arte e la scienza, nelle quali si
vive quasi sempre stranieri anche a quelli della vostra casa.

--Adesso tu sosterrai per mania filosofica che Bice farebbe benissimo
a prendere il velo.

De Nittis ebbe un sorriso penoso.

--Nessuno di noi potrebbe sottrarla a questa fascinazione dell'ideale.

--Non  vero: io, tu stesso, se ella t'amasse, lo potresti. Dio non 
amato che quando non si pu pi amare altro;  il suo lotto, pari a
quello di noi altri vecchi.

De Nittis a questa allusione diretta impallid visibilmente.

--Ve ne andate?--esclam la contessa Maria, che lo osservava
acutamente, vedendolo cercare il cappello.

--Neanche tu stai benissimo da qualche tempo,--gli si rivolse il
dottore.

Allora le due contesse si preoccuparono di lui come messe in allarme
da quelle parole di Ambrosi: De Nittis dovette rispondere a molte
domande affettuose, restando l in mezzo, impacciato, titubante di
andarsene. La contessa Maria lo accompagn sino nell'anticamera.

Per tre sere De Nittis manc. La sua malinconia era diventata di
giorno in giorno pi cupa dopo quella fuga di Bice, nella quale
sentiva il dolore di una passione pari alla propria. Invano egli si
era tutto detto colla critica spietata, che usiamo solo contro noi
stessi, cercando di sollevarsi sempre pi in alto nella sfera luminosa
del dovere; pi invano osservando il proprio rapido decadimento ne
aveva quasi gioito come di un fatto, che verrebbe a troncare
violentemente l'angoscioso dibattito dei loro cuori, perch Bice
stessa non potrebbe resistere alla rivelazione improvvisa di quella
vecchiezza, quando egli non le sembrerebbe pi che un malato; tutto
era egualmente doloroso ed inutile, anche questa compiacenza della
morte, dalla quale la sua anima di uomo si levava irresistibilmente
con un lungo grido di amore. Anch'egli voleva essere amato almeno una
volta come ogni uomo, per quanto basso ed infelice, deve pur esserlo:
era questo lo scotto, la ragione suprema della vita. Sciaguratamente
la passione di Bice, nata e cresciuta inconsapevolmente come la sua,
era anche essa di quelle che non transigono: ella morrebbe al pari di
lui, avvolta nel proprio segreto come in un velo invisibile.

A che pro lottare ancora? Perch tornare tutte le sere dalla contessa
Ginevra a soffrirvi un martirio atroce ed inutile con quei discorsi
pieni di allusioni e di sbigottimenti, sotto i quali egli sentiva
l'egoismo inconscio di una vecchiezza, che non voleva essere
abbandonata? Invece egli amava Bice per lei stessa, e l'avrebbe
consegnata colle mani tremanti e la fronte alta al giovane, che ella
avesse preferito destandosi da quel sogno impossibile d'amore a
pallidi riflessi lunari. Avrebbe avuto ancora la forza di parlare per
darle nella poesia di un augurio il suo ultimo addio, e se ne sarebbe
andato.

Invece l'ostinazione di Bice lo condannava allo strazio di una muta
tragedia, della quale era impossibile indovinare l'ultimo atto; se la
fanciulla resisteva nell'amore, egli doveva essere anche pi
incrollabile nella ragione. D'altronde non era egli amato, non aveva
gi avuto tutto cos? Il matrimonio, lungi dal compiere il loro amore,
lo avrebbe forse ucciso colla miseria di quelle stesse gioie, che
negli altri lo fanno vivere.

Ma dopo essersi allontanato cos da tutti, lo riassaliva pi doloroso
il bisogno di sapere che cosa fosse accaduto di lei: era sempre in
campagna? Si era ammalata? Come mai il dottore non era venuto a
trovarlo?

La vecchiaia era dunque davvero senza amici come tutte le povert?

Poi lo seccava di essere sorvegliato anche in casa da Margherita. La
buona donna, angosciata dal vederlo deperire a quel modo, gli veniva
pi spesso intorno per chiedergli se non avesse bisogno di nulla, ma
cercando pi che altro di farlo parlare. La sera, quando, invece di
uscire come al solito, si chiudeva nello studio, essa insisteva pi
lungamente perch andasse dalla contessa Ginevra, meravigliandosi che
avesse cessato le visite, ora appunto che Bice era ammalata.

Quindi De Nittis doveva sopportare nuovamente i suoi discorsi su Bice,
dai quali tratto tratto sorgevano certe allusioni, come se Margherita
avesse davvero indovinato qualche cosa. Una mattina ella s'accorse che
il ritratto di Bice non era pi nella solita cornice dorata, a piede,
sullo scrittoio.

--Dove  andato?--chiese al professore.

-- qui,--rispose mostrandoglielo fra i fascicoli della sua
grand'opera:--tutto ci che mi resta!--Ma correggendosi:--sai, le
fotografie si scolorano alla luce,  stato per questo.

Margherita parve crederlo.

--Ma perch non va piuttosto a trovarla in campagna? Si direbbe che
non le voglia pi bene.

--Lasciami, ho bisogno di lavorare.

--Eh!--esclam scrollando le spalle con quel suo moto, che la faceva
tremare tutta, e col grosso viso animato da una collera latente:--lei
lavora anche troppo, ha bisogno di ben altro!

--Andate, andate,--ripet bruscamente, senza metterle molta soggezione
nemmeno con quel tono insolito; ma improvvisamente fu suonato
all'uscio.

Margherita dopo pochi istanti ritornava affannata: erano la contessa
Maria e la contessa Ginevra. De Nittis balz in piedi esterrefatto nel
presentimento di una sciagura.

--Bice!--grid loro colla faccia pallida e un gesto quasi disperato,
mentre entravano nello studio.

Le due signore si guardarono, poi la contessa Maria disse sorridendo:

-- lei stessa che ci manda.

Margherita offerse loro due sedie, perch egli rimasto in piedi non vi
pensava, dolorosamente sorpreso di essersi tradito in quel grido, e
non sapendo a che cosa attribuire tale doppia visita.

Margherita dovette ritirarsi. Allora De Nittis si sent perduto:
evidentemente le due signore avevano saputo tutto da Bice.

--Veniamo a domandare la vostra mano,--disse la contessa Ginevra col
suo bel sorriso di un tempo, tendendogli la propria.

Egli invece indietreggi sino allo scrittoio.

--Oh! non ricusate un'altra volta,--esclam la contessa Maria.--Sono
io che ho indovinato, e sono andata da Bice a farmi raccontare tutto:
ella vi ama con tutta la sua anima, voi non potete quindi pretendere
di essere pi vecchio di quanto le sembrate. Ginevra ha apprezzato
sino alle lagrime la vostra delicatezza.

--Non vi pare abbastanza bello il caso di venire noi stesse a
domandarvi la mano?--questa seguit serbando in tale difficilissima
scena tutta la sua signorilit di gran dama.--Noi sappiamo gi
anticipatamente quello che vorreste dirci: andate invece a mettervi il
soprabito e accompagnateci in carrozza. Bice ci aspetta.

--Venga, venga,--grid Margherita spalancando l'uscio della camera da
letto.

--Tu ascoltavi dunque?--le si volse la contessa.

--Avevo dei sospetti gi da un pezzo!--ma venga dunque,--e avanzandosi
lo tir per la veste come un fanciullo.

Quando De Nittis ritorn nello studio, prese ambo le mani della
contessa Ginevra e le baci; due lagrime gli rigavano le guance.

--Abbracciatemi piuttosto, non sto per diventare la vostra mamma?

Anche Tonina era accorsa.

La contessa Maria piangeva, poi si riscosse:

--Andiamo, andiamo.

Appena scomparvero per le scale, Tonina e Margherita corsero a
spalancare le finestre per vedere il professore salire in carrozza;
istintivamente De Nittis alz gli occhi, e allora esse salutarono
agitando famigliarmente le mani fra la meraviglia della gente, che si
voltava dalla strada a guardare.

--E noi?--disse improvvisamente Tonina, come destandosi davanti al
pericolo di rimanere nuovamente abbandonata.




VIII.


Nell'uscire entro la nuova carrozza da porta Mascherella parve loro di
respirare un'aria pi leggera.

Il vecchio Giuseppe sollecitava pi vivamente i due grossi cavalli,
quelli stessi della contessa Ginevra, irrequieto ed allegro sull'alto
serpe di una allegria, che i troppi bicchierini bevuti non sarebbero
bastati a spiegare.

De Nittis strinse silenziosamente la mano a Bice abbandonata al suo
fianco, cogli occhi perduti nella profondit verde delle campagne. Era
un pomeriggio di settembre; il sole curvo sull'orizzonte aveva una
luminosit appannata, che rendeva pi cupo l'azzurro del cielo; non
aliava vento. Dai campi, ove le stoppie si allungavano regolarmente
come immense pezze cineree sotto i festoni delle viti, venivano tratto
tratto echi di canzoni e soffi tiepidi, mentre tra gli alberi,
immobili ancora nella siesta del meriggio, qualche bue bianco passava
con lentezza quasi distratta.

Tutto era calmo: terra e piante riposavano tranquillamente dalla
fruttificazione dell'estate in un rigoglio di verde pi scuro, giacch
tutte le messi erano state raccolte meno l'uva, penzolante tuttavia
dai tralci in grappoli bruni o biondi agli ultimi raggi del sole. Non
si vedevano n stagni, n maceri, n praterie vuote, n rialzi brulli
o sassosi. La strada larga e piana si distendeva pigramente per la
ricca pianura piena di ville, dalle quali la gente si affacciava
tratto tratto.

Bice colla mano stretta mollemente nella sua, e un sorriso tremulo su
tutto il volto, guardava innanzi colla sensazione deliziosa dell'aria
agitata dal trotto dei cavalli, che le entrava nei riccioli della
fronte come una carezza refrigerante. Le sarebbe stato impossibile di
parlare o di voltarsi. Dopo tutte quelle emozioni della giornata,
solamente adesso le pareva di rientrare in s medesima, ma perdendosi
da capo in un'altra emozione pi profonda, qualche cosa di vago e di
dolce, come una novit stupefacente, che le confondeva agli occhi le
forme stesse del paesaggio.

Era vestita di chiaro, con un cappellino di paglia ornato di una gran
piuma bianca, le mani senza guanti, con un mazzo di rose sul grembo,
ardenti e sanguigne, che le davano quasi col loro acre profumo una
sensazione di caldo. E sorrideva dardeggiando inconsciamente dagli
occhi neri qualche lampo cristallino, mentre colla spalla si
appoggiava confidenzialmente a quella del marito.

Per la strada alcune carrozze passarono salutando.

De Nittis invece si sentiva malinconico. Era stata per lui una
stanchezza agitata quella di tutte le funzioni insino dalla mattina,
mentre la sua anima tremante di una tenerezza sbigottita avrebbe avuto
bisogno del silenzio nell'attesa dell'ultimo grande momento. Tutto
invece era stato rumoroso, affaticante in una volgarit inevitabile di
festa, attraverso la quale pi di una volta aveva provato l'improvviso
dolore di una puntura. Ma egli stesso non avrebbe ancora saputo
ricostruire nella memoria le molteplici scene di quella giornata, la
pi lunga della sua vita. Adesso la pace serena della campagna gli
dava un altro sottile senso di pena, come di una solitudine, nella
quale rimaneva nuovamente straniero. Quei campi, quelle ville, quella
strada cos larga e piana gli erano sconosciuti; non si ricordava di
esservi passato altra volta: erano un mondo, che non poteva sorridere
al suo cuore non avendo prima con esso stretto alcuna intimit.
Involontariamente, per quel bisogno istintivo nell'uomo di non
abbandonare mai interamente il proprio passato, si guard intorno
cercando una pianta, un pilastro, un segno qualunque, dal quale gli
venisse come un saluto discreto alla sua felicit ancora vergine di
quella prima ora con Bice.

Come era lontano il tempo, che se la teneva sulle ginocchia,
insegnandole il senso delle prime parole!

Gli ultimi mesi invece erano passati rapidamente, pari ad un volo
bianco di colombi. Bice era tornata a Bologna nella carrozza della
contessa Ginevra, seduta accanto a lui e dirimpetto alla contessa
Maria. La loro spiegazione dinanzi alle due signore non aveva avuto
alcuna di quelle teatralit, che sono pure cos frequenti nella vita:
egli l'aveva baciata sulla fronte chiedendole notizia della sua
salute, e le aveva quindi offerto il braccio per discendere in
giardino.

A quella muta accettazione le guance della fanciulla si erano accese
di un rossore momentaneo di febbre.

La sera De Nittis pranz solo fra Bice e la contessa Ginevra, perch
la contessa Maria aveva trovato un pretesto per andarsene; ma la
ragione era di avvisare il dottore, nel quale forse quel matrimonio
avrebbe potuto produrre qualche scoppio. La contessa Ginevra era stata
la prima a temerne.

Infatti ricevendone la notizia egli fece un gran gesto violento; la
contessa Maria, che si aspettava ad una scarica, rimase meravigliata
del suo silenzio.

--Saranno felici....

Il dottore ebbe un vago sorriso.

--Ma di che cosa temete voi dunque?

--Dopo tutto chi sa se l'istinto non  pi sicuro della ragione:
Lamberto era troppo forte, purch De Nittis non sia troppo vecchio!
Avete voluto avvertirmi per precauzione?--aggiunse sorridendo per
nascondere la malinconia, nella quale la novella lo aveva
gettato:--andiamo a vederli.

Dopo tanto tempo quella fu la prima serata deliziosa: Bice si era
ritirata improvvisamente nella propria camera per scrivere al suo
amico Prinetti, e coprire nuovamente Rosa di baci.

Poi quando tutti si separarono fra strette di mano pi lunghe, mentre
i servitori, partecipi anch'essi della festa, si erano aggruppati
insolitamente nell'anticamera, De Nittis le disse piano:

--La tua carit ha vinto il mio amore.

Ella diede con un gaio sorriso una smentita alla umilt della sua
dichiarazione.

Naturalmente i saloni di Bologna andarono sossopra per la notizia, e
la bufera dei sarcasmi inevitabile ad ogni matrimonio scoppi pi
violenta. Tutti se ne sentivano offesi. La ricchezza di Bice, sulla
quale molte famiglie patrizie dissestate avevano gi fatto pi di un
calcolo, e che restava cos in mano alla fanciulla, inaspriva le
invidie sollecitando ogni pi ingiuriosa interpretazione per
quell'amore cos anormale. La pi bersagliata era quindi la contessa
Ginevra, tanto stimata un tempo per la prontezza dello spirito e
l'equilibrio della mente. Per molti mesi la grandine delle cattive
parole seguit a battere nel salotto di Bice, cui le amiche anche meno
strette si affrettarono a rendere visita. Ella se ne accor sulle
prime, poi resistette non senza restare inquieta di una cos lunga
insistenza nel perseguitarla. In teatro, a passeggio, quando usciva
come prima al braccio di De Nittis, erano occhiate ironiche, sorrisi
rattenuti; mentre qualche altra coppia di signori o di signore li
fermava col pretesto di salutare la contessa Ginevra, o di scambiare
una notizia, e si rivolgevano poi ad esaminarli cos che ella sentiva
il peso dei loro sguardi senza rivolgersi.

De Nittis era tornato bello come prima. La sua eleganza di vecchio
aveva sempre la stessa signorilit, senza ricercatezza e senza
abbandoni; ma pareva anzi ringiovanito, col passo pi fermo, l'occhio
vivido di pensiero, dominando coloro che osavano affrontarlo. Bice lo
ammirava superbamente, appoggiandosi alla sua virilit colla dolcezza
di sentire le proprie idee confondersi.

Ma quando la zia Ginevra disse di andare in villa al Sasso,
accettarono ambedue con entusiasmo.

Ella voleva cos sottrarli a quelle minute, rinascenti contrariet,
delle quali toccava a lei stessa una grossa parte, e dare a Bice in
una vita pi sana agio di rimettersi interamente; poi il dottore
ordin i bagni di mare, soprattutto molte gite in mare, in qualche
paesello calmo, senza ressa di bagnanti. La contessa prescelse San
Cassiano, ma dovette ritornarsene presto, perch Bice preferiva il
Sasso. La fanciulla allegra, sorridente, pareva ogni tanto ripresa da
subite preoccupazioni, anche quando De Nittis era con loro profondendo
con amabilit inimitabile tutti i tesori del proprio spirito. Un pi
intenso fervore religioso le si era appreso dinanzi al problema della
nuova vita. Allora avrebbe voluto vicino Prinetti o il povero Giorgi,
le due anime pi mistiche da lei amate, mentre De Nittis, maggiore di
essi come intelletto, aveva sempre spiegazioni troppo filosofiche per
il suo cuore di fanciulla. Ella lo amava cos, pur rimanendo
insoddisfatta, coll'orecchio teso alle voci arcane di un al di l
pieno di ombre e di misteri, nel quale solo gli spiriti ingenui e
insaziabilmente lirici, come Giorgi e Prinetti, avevano potuto
penetrare. Quindi le delicate e spesso paurose divozioni del
cattolicismo, riattirandola col fascino delle loro supplici umilt, la
facevano quasi dubitare di quella beatitudine troppo grande senza una
seconda conferma della grazia. Ogni mattina si alzava presto per
andare a messa nella chiesa della parrocchia colla vecchia Rosa, poi
vi ritornava a tutte le funzioni, e vi rimaneva a lungo, in ginocchio,
perduta nella sua piccola solitudine sacra.

La chiesa, nuda e povera, non aveva che pochi altari brutalmente
dipinti: era bianca, coi panconi in mezzo, su molte file, segnati col
nome del proprietario. Ella, la pi ricca del paese, non ne possedeva
uno. Ma all'infuori della domenica, a certe ore, la chiesa era quasi
sempre deserta. Bice si rifugiava nel suo silenzio per interrogarsi
ansiosamente sulla vita che avrebbe dovuto condurre d'ora innanzi, a
fianco di lui, colle grandi responsabilit di sposa e forse di madre,
cos diverse dalle sue preoccupazioni di fanciulla. L'amore stava per
aprirle le proprie porte misteriose, dalle quali non si esce pi come
da quelle della morte, perch anche nell'amore qualche cosa muore,
l'egoismo dell'individuo ancora solitario nell'umanit, e che
investito subitamente dall'eterno fiume della generazione trabalza di
cateratta in cateratta, trepidante, felice, disperato, finch un'onda
pi violenta lo spezza, abbandonandolo cadavere sulla soglia di
un'altra porta anche pi misteriosa. Queste immaginazioni di morte,
che la fanciulla non riusciva pi a scindere da quelle dell'amore, la
prostravano per lunghe ore. Quindi tutto il dramma della Vergine Madre
di Dio le si rivelava improvvisamente, in una luce abbacinante. Maria
era la donna ideale, come Dio si era compiaciuto a concepirla,
vergine, sposa, madre, senza che l'uomo potesse comunicarle di s
medesimo altro che il il dolore. La sua verginit avvolgeva tutta la
vita umana come un velo inconsutile, entro il quale il peccato
finirebbe coll'essere perdonato; le sue nozze, senz'altro contatto che
la parola, ripetevano la creazione dovuta unicamente al Verbo; la sua
maternit riassumeva tutta la tragedia della morte, imposta da Dio
agli uomini come la prima delle verit loro intelligibili. Per essere
madre Maria aveva dovuto consentire anticipatamente a tutti i dolori:
il suo cuore grondava ancora sangue dalle cicatrici delle spade, nei
suoi occhi limpidi e profondi pi del cielo immense ombre diafane si
allontanavano come onde di tempeste nell'oceano; la sua fronte pura di
ogni bacio era solcata dalle rughe incancellabili di tutte le
meditazioni, le sue mani aperte per distribuire le grazie conservavano
ancora il tremito spaurito della invocazione, che soccombe.

Maria aveva amato per tutti, sofferto per tutti. Nullameno il dolore
doveva ripetersi in ogni individuo per purificarlo dai miasmi
respirati sulla terra, e iniziarlo ai segreti di un'altra vita senza
generazione, eterna, bianca, come si era rivelata a Dante negli ultimi
canti del suo Paradiso, fulgurazione immobile ed inesauribile della
presenza di Dio. E intorno a Maria tutti i dolori femminili avevano
fiorito per secoli, avvolgendola come in un nimbo; ella era la
confidente che ascolta, la martire che compatisce, la trionfatrice che
solleva; nessun desiderio le sfuggiva sconosciuto, nessun singhiozzo
le rimaneva inintelligibile.

--Maria, Maria!

Ella la comprendeva, l'amava, l'adorava attraverso quelle rozze
immagini, senza la parola volgare del clero, abbandonandosi talvolta
all'onda dei cori, che i contadini intonavano nei vespri dentro la
chiesa colle loro pronuncie bizzarre. Le pareva allora come uno di
quei murmuri di boschi o di acque, sotto i quali si abbassa
involontariamente la testa pensando.

Ma il pensiero fisso era che dovrebbe espiare in qualche modo quella
felicit troppo intera. Perch, malgrado la morte prematura del babbo
e della mamma, era ella stata cos fortunata? Perch aveva trovato
nella zia, nella contessa Maria, in Giorgi, in Prinetti, in De Nittis,
in tutti, perfino in Lamberto, quell'intesa affettuosa a servirla, a
proteggerla contro le sofferenze del mondo, facendosi piccoli con lei
quando era piccina, dandole quanto possedevano di meglio, i sentimenti
pi puri del cuore e i pensieri pi difficili dell'ingegno? Chi era
ella per meritare tanto, perch persone cos diverse e migliori di lei
si quotassero a suo favore, mentre per giunta era ricca a milioni? Per
gli altri il mondo non era cos. Bench la breve esperienza le
vietasse di conoscerlo profondamente, sapeva il mondo tutto pieno
d'infelici e di colpevoli, di strazi e di delitti; bisognava pagarvi a
sudori di sangue il pi piccolo tozzo di pane, comprarvi spesso colla
vita la pi effimera consolazione.

Ella tremava, raccomandandosi colla paura desolata ed insieme
deliziosa di un bambino alla Vergine Madre di Dio di far soffrire lei
sola, quando suonerebbe daccapo l'ora del dolore, perdonando a lui,
che, pur fuori del suo culto, ne sentiva cos vivamente la passione e
ne esprimeva con parole cos poetiche la bellezza.

Qualche volta De Nittis scherzava sul suo nuovo fervore.

--Ma anche tu credi.

--Potrei amare se non credessi?

Una mattina gli chiese di accompagnarla a messa: non era festa, e De
Nittis l'accompagn egualmente. Quando uscirono di chiesa, Bice gli
parl tremando del matrimonio religioso.

--Mi hai condotto in chiesa per questo?

--Volevo chiederlo alla Madonna, vicino a te.

--Ti ha esaudita, mia cara. La religione solamente pu fare i
matrimoni, perch senza una qualunque consacrazione l'amore fisico dei
sessi non pu diventare amore spirituale dell'umanit.

Ma quando, resa pi ardita da queste che le parevano concessioni,
arrischi qualche altra parola, perch con un'intera accettazione di
tutto il rito si confessasse e comunicasse come lei, De Nittis le
oppose una dolce fermezza. Egli riconosceva pel matrimonio la
necessit di un simbolo religioso, dacch l'umanit aveva sempre cos
decorato tutti gli atti supremi della vita, e la laicizzazione del
matrimonio, discesa sino alla ridicola prosaicit di chiamarlo un
contratto, ne offendeva al tempo stesso il carattere d'istituzione
civile e il senso divino; ma questa necessit non andava sino a
consentire nella varia scenografia dei culti. Poich il cristianesimo
involgeva ancora tutta la parte superiore dell'umanit, n vi era
altra religione pi alta, dalla quale prendere tale consacrazione,
basterebbe che il loro matrimonio si compisse in chiesa.

Bice ne rimase poco persuasa; se non lo avesse conosciuto cos bene,
le sarebbe quasi nato il sospetto di un qualche volgare rispetto
mondano, giacch questa necessit di una religione non creduta
sorpassava le sue facolt critiche.

--Eppure  cos, mia cara. Quando qualcuno crede di aver oltrepassato
la propria religione deve abbracciarne un'altra; ma se gli diventi
impossibile trovarla, non potr mai uscire interamente da quella,
dovendo farvi ripassare i propri figli. Ecco la suprema ragione:
l'ateismo  incomunicabile ai bambini. Dobbiamo fare il matrimonio
religioso per la stessa necessit, che ci impone una religione pei
figli.

Questa insolubile contraddizione agit pi di una volta i loro
discorsi, lasciando nell'anima di Bice una inquietudine di paura. Egli
non sarebbe dunque con lei nella eternit promessa da Cristo ai propri
credenti? Ella, sposa e madre, potrebbe essere beata in cielo, lungi
da tutti quelli che aveva amato sulla terra, obbliando la loro
dannazione?

Poi vennero altre preoccupazioni. Bice non poteva abbandonare la zia
Ginevra, e non volendo ospitare lui nella propria casa per un rispetto
delicato alla dignit del marito, convennero di seguitare a convivere
colla zia lasciandole l'impero assoluto di tutto. Nulla sarebbe quindi
mutato. La contessa non pot mai ottenere da De Nittis che le
prestasse ascolto ad alcuna questione d'interesse; egli rispondeva
invariabilmente con un sorriso:

--Io firmo solamente; avete qualche cosa da farmi firmare?

E Bice, trovando graziosa quella formula, la ripeteva colla stessa
ostinazione. Nullameno vi furono congressi di notai e di avvocati, ai
quali dovettero assistere per la costituzione della dote, i conti di
tutela, gl'imbrogli e le questioni inevitabili di tutti i grossi
patrimoni. La contessa si lagnava soventi del loro abbandono, bench
in fondo non le dispiacesse di conservare sino alla fine quella
autorit, cui si era da tanti anni abituata.

Bice non si interess che all'arredo della propria camera nuziale, ma
sempre colla medesima squisitezza di cuore decise che, dopo il
matrimonio, Margherita e Tonina sarebbero le sue cameriere. Esse
rappresentavano la casa di lui, tutto quanto possedeva oltre i libri.

Con grande meraviglia di tutti la vecchia Rosa non protest; anzi,
quando Margherita venne la prima volta a prestare una mano pei nuovi
lavori, le and incontro; Bice e De Nittis assistevano alla scena.

--Venite qua che v'insegni,--disse.--Io l'ho allevata, ma adesso non
posso andare pi in l; conosco la ragione, che quando le donne si
maritano hanno da mutare mano. La vecchia casa rimane come il guscio
dopo che il pulcino  uscito.

Ma la solennit del doppio matrimonio civile e religioso diede a Bice
e a De Nittis quasi il medesimo senso di pena, perch la contessa
Ginevra, pur rendendosi conto della malevolenza satirica di molti
invitati, non volle rinunciare alla pompa impostale dalle ricchezze di
Bice e dall'importanza della propria casa. La sua fine esperienza di
dama le aveva fatto comprendere che, evitando il mondo col celebrare
il matrimonio al Sasso nella piccola chiesa della parrocchia col
dottore e Prinetti per testimoni, come la fanciulla desiderava, si
sarebbe data causa vinta ai maligni propositi. Tutti avrebbero veduto
in tale modestia una tacita confessione di ridicolo per quel
matrimonio di un vecchio filosofo con una ereditiera, allevata nella
bambagia e coll'olio di merluzzo.

Adesso De Nittis tra quella calma vespertina del paesaggio, risentiva
pi vivamente le umiliazioni del mattino. Il suo orgoglio di uomo
aveva sanguinato pi di una volta sotto la sferza di un complimento o
la puntura di uno sguardo femminile; tutti lo spiavano, quasi pesando
la sua virilit con certi sorrisi lunghi, che dicevano pi impurit di
una perizia medica. Le mamme specialmente, accalcate secondo il solito
intorno a Bice per incuorarla contro l'emozione di quel momento, che
fa piangere tante spose, s'attardavano nelle parole affinando i
sottintesi con una crudelt insultante. Quel matrimonio aveva offeso
giovani e vecchi, ricchi e poveri. Si trovava assurdo ed immorale che
De Nittis, gi in diritto di chiedere la pensione, e quindi oramai
incapace anche di fare il professore, sposasse una fanciulla con due
milioni di dote, la pi grossa ereditiera della citt. Che cosa aveva
creduto la zia nel permetterlo? Che cosa aveva sperato?

Tutti notarono ironicamente la miseria del regalo offerto dal marito,
un filo di perle piccolissime, forse pagate un trecento lire, in
confronto di quelli presentati dai parenti e dagli antichi pi
facoltosi amici della contessa Ginevra. Prinetti, presente al
matrimonio, aveva portato un miracolo africano, un baule fatto con
pelle d'elefante conciata, simile ad un piccolo blocco erratico.

Ed anch'egli era malinconico.

De Nittis provava in fondo al cuore uno sgomento indefinibile. Quel
disprezzo unanime ed ostinato del mondo verso di lui gli richiamava
alla memoria le ragioni opposte con dolorosa ed inutile costanza a
tutte le insistenze di Bice, adesso che era troppo tardi per pentirsi.
Nessuno li vedeva pi in quel momento, erano soli nella prima emozione
di una libert piena di promesse e di misteri. Bice sempre cos
sdraiata, colla mano tiepida ed umida nella sua, lo avvolgeva nel
proprio profumo non aspettando forse che una parola per trasalire.
Quel silenzio stesso, troppo prolungato, finiva col dare alla loro
intimit un altro turbamento. E a poco a poco egli cedeva alla paura
della donna, questo essere dalle esigenze inesplicabili, profondo e
leggero, che non aveva mai saputo affrontare. Nemmeno nella sua forte
virilit, mentre pi di una signora gli sorrideva invitevolmente, egli
si era sentito in cuore la padronanza maschile, quella sfrontatezza
prepotente di rapina, che sottomette la donna e la rende beata della
propria debolezza. La donna era sempre stata per lui come un simbolo
egualmente invincibile nella impassibilit della bellezza e nella
insaziabilit della cupidigia, giacch nessun dolore dello spirito
avrebbe mai potuto intorbidare la serena calma della Venere, e nessuna
gagliardia di sensi fiaccare la forza ingorda del suo desiderio; ma
una stessa morte attendeva sempre l'uomo nel fondo di questo doppio
enigma. Tale concetto mistico e pauroso della donna era forse stato la
massima ragione della sua castit, senza che il lungo esercizio dello
spirito bastasse mai a farglielo cangiare nemmeno coll'esperienza dei
caratteri femminili, quasi sempre cos uniformi sotto la variet delle
loro maschere.

E adesso era una incertezza anche pi profonda, un dubbio spaurito di
s medesimo davanti all'amore innocente di Bice. La fanciulla lo amava
con quell'entusiasmo primaverile della giovinezza, che trasfigura il
mondo agli occhi dell'anima, e mette una melodia in ogni voce, un
sorriso in ogni riverbero. Egli temeva di apparirle improvvisamente,
tristamente, vecchio come agli occhi del mondo in quella lunga
funzione del loro matrimonio. Quindi il suo imbarazzo si apprendeva
insensibilmente anche a Bice.

Nell'incontro di un carro di fieno, che urt quasi la carrozza, ella
di un grido.

Allora parlarono.

Bice sorrideva di sentirsi aspettata da Margherita e da Tonina; chi sa
che pranzo avevano preparato! Poi si scus con lui che la villa non
avrebbe avuto tutti i comodi necessari, essendo stata chiusa per tanti
anni; egli si ricord di alcuni libri lasciati a Bologna.

--Torner domattina a prenderli.

--Cattivo!

--Te ne chieder il permesso.

--Non te lo dar.

Ella rideva fissandolo con gli occhi umidi.

Oramai erano giunti, ma sul prato li attendeva la pi ingrata delle
sorprese. Tutti i loro contadini e molti altri del vicinato, la banda
del paese, il parroco, lo stipavano malgrado gli ordini di Bice al
fattore di non voler ricevere alcuno. Margherita, tremante in cuore di
questa disobbedienza, raggiava sull'uscio fra il capobanda, il curato
e il fattore, che si mossero tutti all'entrare della carrozza. Scoppi
un applauso fra grida e un agitare di cappelli, uno sventolare di
fazzoletti, mentre il maestro cercava di radunare i bandisti col
battere la bacchetta sopra uno dei leggii a stecche, disposti in
circolo sul prato.

I suonatori disseminati fra la folla tardavano. La carrozza era gi
circondata; Margherita non aveva potuto arrivare ad aprirne lo
sportello dal canto di Bice, perch un giovane bandista biondo,
dall'aria signorile, uno dei zerbinotti di Corticella, si era
precipitato per il primo respingendo la folla, ed aveva offerto la
mano alla sposa. Bice trepidante si volgeva verso De Nittis caduto
nelle braccia del fattore, e gi nascosto da tutte quelle mani alzate,
gesticolanti. Non si capiva nulla; una gioia assurda rimescolava
quella folla in un'improvvisa intimit coll'impeto e il frastuono di
un baccanale. Sulla carrozza, rimasta arenata nel mezzo, Giuseppe
troneggiava colla frusta sulla coscia, pallido anch'esso per
l'emozione, seguendo di lass lo spettacolo dei padroni, che
s'inoltravano fra la calca, verso la porta della villa, senza potersi
vedere.

Ma la gente vi si ferm come ad una clausura. Bice sorrideva gi,
presa nell'onda di quella gioia con una sensazione confusa del bel
giovane dall'assisa di bandista, che le aveva aperto lo sportello
della carrozza per accompagnarla colla mano nella mano, all'altezza
del seno, come nei duetti d'opera. De Nittis invece, visibilmente
contrariato da quella ressa, cui il vino prodigato anticipatamente dal
fattore aveva pi che altro contribuito, era diventato smorto; mentre
il flusso delle grida e la veemenza dei gesti seguitavano ad
investirlo coll'irrefrenabile crescendo delle passioni popolari.

--Vivano gli sposi, viva la contessa Bice, viva il professore!

--E il padrone!--url pi forte un contadino.

--Viva!!

--Musica!--proruppero insieme molte voci.

Quasi nel medesimo istante i bassi della banda scoppiarono provocando
un'altra esclamazione, come un tentativo per soffocarli, una sfida fra
due espressioni di gioia egualmente fragorose.

--Andiamo, andiamo!--mormorava il curato messosi a fianco della porta:
lasciate che i signori salgano.

Ma nuovi urr li rattennero, intanto che i pi vicini indirizzavano
loro parole sconnesse, congratulazioni rese intelligibili da certi
scatti maliziosi degli sguardi, che la severa signorilit del
professore e la grazia mite di Bice non dominavano pi. Era un altro
mondo, ben diverso da quello del mattino, pi semplice e fors'anco pi
brutale, ma che sentiva ancora nel matrimonio la pi gran festa della
vita, e ne delirava con una istintiva solidariet per l'avvenire dei
due, che la ricominciavano. Era impossibile ingannarsi sulla sincerit
di quelle ovazioni.

Allora anche De Nittis, senza accorgersene, si tolse il cappello come
dinanzi ad un pubblico, che stesse per ascoltarlo. Erano troppi, tutto
il prato ne era pieno, e altri sopraggiungendo per la strada agli
squilli della banda, che suonava la marcia dei _Lombardi alla prima
Crociata_, si additavano il vecchio Giuseppe sempre troneggiante sul
serpe della carrozza, colla frusta in mano, quasi per battere il
tempo, e sorridevano.

Il fattore ritto d'accanto a De Nittis, per renderlo pi libero, gli
tolse di mano il cappello e lo agit nell'aria.

--Viva il professore!--url a quel gesto la folla con nuovo impeto,
come facendo eco al grido sottile di Bice, mentre Margherita e il
curato gli si stringevano pi vicino. Egli cogli orecchi intronati da
tutto quello strepito di letizia dionisiaca perdette improvvisamente
la coscienza della moltitudine, che lo osservava, e prendendo la testa
di Bice fra le mani le diede un bacio sulla fronte.

Quasi simultaneamente sotto la pressione della folla, eccitata da quel
bacio, De Nittis e Bice dovettero indietreggiare nell'andito,
lasciando il parroco e il fattore a difendere la porta.

Margherita saliva gi ansando le scale.

--Signora contessa....--singhiozz Tonina appoggiata alla balaustra
sull'ultimo pianerottolo, perch l'emozione le aveva tagliato le
gambe; e non seppe ripetere che quel titolo di contessa, venuto sulle
labbra di tutti per la spontaneit popolare a mettere sempre i
superiori un poco pi alto. Poich Bice era milionaria, doveva,
secondo loro, essere anche contessa come la zia Ginevra.

La vasta sala del casino era ancora vuota; in fondo, dinanzi alla sua
pi lunga parete sopra un tavolone coperto di una abbagliante tovaglia
bianca stava disposto il rinfresco. La banda suonava sempre, qualcuno
cominciava ad arrivare.

Sebastiano, il sotto fattore per i buoi, bel contadino tozzo ed
abbronzato, si affacci sull'uscio vestito a festa, con una cravatta
rossa e un paio di scarpe gialle; due o tre reggitori anziani delle
migliori famiglie nella tenuta lo seguivano, ma appena dentro, divisi
dalla folla, rimasero impacciati, col cappello fra le mani.

Anche il curato e il primo fattore, abbigliato di scuro come un
piccolo borghese e tutto calvo, parevano cangiati. Le urla fuori
diminuivano, poi la banda fin la marcia, e un altro scoppio di
applausi sal fino alla finestra.

--Si affacci, si affacci, signor professore,--sugger il curato
vedendo Bice avvicinarsi gi per guardare; quindi anche De Nittis,
colla sensazione torbida di commettere una ridicolaggine, l'imit.

--Vivano gli sposi!

Allora un clarinetto inton l'inno di Garibaldi, e tutta la banda lo
segu fra una demenza pi tempestosa di grida: perch? Il maestro non
l'aveva certo ordinato, ma la prima strofa pass su tutte quelle teste
elettrizzandole. Non pareva pi una fanfara di battaglia, un delirante
appello ai morti perch risorgessero anch'essi nel nuovo sole, ma una
canzone eterna di gioia, che si rompeva in trilli, ondeggiava al vento
come tutti quei fazzoletti, si riuniva come un'onda riversandosi nei
cuori, sbalottandoli, spumeggiando. Nessuno si ricordava gi pi
dell'altra suonata, mentre la folla battendo i piedi a tempo di marcia
oscillava ritmicamente, cogli occhi rivolti in alto e le bocche
frementi di un grido irrefrenato ed inconsapevole.

Essi in alto, dentro un raggio di sole, guardavano senza vedere colle
pupille piene d'iridi.

--Hanno finito!--esclam il curato con un sorriso ironico, vedendo la
banda sciogliersi per entrare in casa.

Finalmente De Nittis lo esamin. Era un giovane alto, bruno, dalla
fisonomia intelligente, il quale non aveva in tutto quel tempo avuto
altra preoccupazione che di apparire disinvolto. Vestiva con una certa
ricercatezza, perch sapendo De Nittis uno fra i pi illustri
professori dell'Universit, e Bice la pi ricca ereditiera di Bologna,
voleva assolutamente far loro buona impressione.

Ma Bice pens che, se non si metteva a dirigere lei stessa il
rinfresco, non ne sarebbero mai venuti a capo.

Poco dopo il maestro, entrando nella sala alla testa della banda
stretta come in manipolo, present al professore i complimenti di
tutto il corpo musicale e del paese; Bice dovette appressarsi ancora
per ringraziare, ma torn subito verso la gran tavola a sollecitarvi
la distribuzione. L'allegria si riaccese colle paste e coi bicchieri
in mano, meno fragorosa e pi intima: fuori, sul prato, per ordine del
fattore si era tratta dalla rimessa una piccola botte di vino pei
contadini, perch la vuotassero. Il chiasso non era pi che un rombo,
nel quale le voci si perdevano.

Naturalmente nella sala vi furono dei brindisi; il giovane bandista,
che aveva offerto la mano a Bice, declam il primo in versi con
abbastanza garbo, il curato lesse il secondo, un'ode manzoniana,
sciaguratamente troppo lunga, e che De Nittis rimase quasi solo ad
ascoltare. Oramai la stanchezza lo vinceva, Bice invece s'accalorava
in quella distribuzione, aiutata da Margherita sfolgorante entro un
vecchio abito di seta, color pulce, dal fattore, poi da Sebastiano,
finch persuasa di non potere bastare a tutti nel medesimo istante, li
incoraggi ella stessa al saccheggio, trovando ancora modo di ricevere
o di rendere un complimento a qualche bandista pi educato, che le
diceva invariabilmente: contessa!

Era veramente la prima festa della sua vita.

Ma improvvisamente si sent anch'essa le gambe rotte.

--Dovremo invitare qualcuno a pranzo?--chiese a Margherita, pensando
confusamente al capo banda, al curato e a quel bandista che l'aveva
aiutata nello scendere dalla carrozza.

--Non abbia paura,--rispose l'altra:--che diavolo! mi pare che oramai
si  fatto abbastanza.

De Nittis si accost sorridente per stringere di nascosto la mano a
Bice, mentre il curato, proseguendo a parlargli di letteratura,
ripeteva con una certa aria di competenza il nome di Carducci.

--Oh! un grande poeta,--egli rispose distrattamente.

--Signor curato,--disse Bice, prendendo dalla tavola, gi macchiata da
tutte quelle mani e da molti bicchierini rovesciati, un piattello di
paste per offrirglielo.

Quegli accett. Ma il fattore torn nel loro gruppo per chiedere se
erano stanchi, giacch con tutto quel chiasso dovevano esserlo
certamente, anche se la gente avesse avuto pi educazione, ma che in
ogni modo bisognava cominciare a liberarsene.

--La discrezione ci vuole sempre.

--Lasciate, lasciate pure,--mormor De Nittis, contento di non sentire
in alcuno di quegli sguardi la malevolenza degli altri invitati nel
mattino.

Bice not che una contadina, entrata con un bimbo per mano, gli aveva
messo un confetto in tasca: allora una tenerezza la prese, volle
abbracciare il bambino, gl'imbott le saccoccie di dolci invitando
tutti con un gesto a fare altrettanto per s stessi. Nullameno la
maggior parte non osava.

Solamente due ore dopo la villa fu sgombra; la piccola botte vuota e
dimenticata dietro un vaso di oleandri era l'unico segno della festa,
che rimanesse sul prato.

De Nittis e Bice pranzarono soli, al pianterreno, in un elegante
salotto arredato negli ultimi mesi dalla povera Ada. In quella prima
intimit d'innamorati le ore volavano. Margherita aveva messo un largo
grembiule bianco, orlato di trine, su quell'abito di seta, e camminava
con passo pi leggero ritirandosi appena cangiati i piatti dalla
tavola, quasi colla stessa circospezione, che avrebbe usato nella
camera di un infermo. Un'aria lieve gonfiando le tende della finestra
sbatteva ogni tanto la fiammella del lume a petrolio riparato da un
festone di fiori in carta rosea: qualche farfalla aliava sulla
tovaglia di un candore quasi troppo vivo, mentre il gabinetto basso,
in cretonne a ramoscelli ceruli sopra un fondo paglierino rimaneva
come in una soavit di bruma crepuscolare, pi densa negli angoli, dai
quali alcuni vasi di fiori alzavano vivi profumi.

Bice non mangiava quasi. Un sorriso sembrava circondarle di un'aureola
il magro viso di monaca dagli occhi stellanti e dal gran naso ducale
sulla piccola bocca, una delle sue pi dolci bellezze. La sua fronte
si perdeva sotto un nimbo di ricciolini nerissimi, ai quali il pallore
del volto e il bianco della vestaglia, indossata appunto per il
pranzo, davano un insolito risalto, sfumando di una intenzione di
grazia l'angolosit de' suoi lineamenti. Quasi quasi si sarebbe detta
gi mutata in ogni mossa. Quella nuova pettinatura e la stanca
mollezza de' suoi atteggiamenti entro quelle ampie pieghe, che
simulavano tratto tratto ricchi contorni, tradivano uno studio intenso
e subitaneo di civetteria; al collo, circonfuso di merletti, non
portava che il tenue filo di perle offertole da lui nel mattino.

Egli invece dopo tutte quelle affaticanti impressioni mangiava
gaiamente, con una letizia giovanile nel cuore, come a Roma, quando
usciti con lei da un museo entravano ridendo della propria fame in
qualche trattoria secondaria. Tutta la sua gravit di professore era
scomparsa per dar luogo ad una eleganza quasi mondana, con un abito
chiaro a corta giacca, una camicia molle dal colletto rovesciato, e
invece della eterna cravatta bianca inamidata un fazzoletto chiaro di
seta, annodato negligentemente. Sul principio aveva egli stesso
sorriso di questa metamorfosi ma, incontrandosi con Bice, ella gli era
saltata al collo con un grido di ammirazione.

Nella villa non v'erano pi che Margherita, Tonina e il vecchio
Giuseppe, perch il fattore abitava in un'altra casetta vicina.

Colla pronta intuizione delle donne in simili casi, Margherita non
aveva parlato durante il pranzo, comprendendo benissimo che la
dimestichezza bonaria permessale sino allora dal professore, non
sarebbe stata pi possibile nella nuova casa abituata ai modi cortesi
ma aristocratici della contessa Ginevra. Quindi non fece alcuna
obbiezione, allorch uscendo nel giardino a braccio di lui Bice le
disse di coricarsi.

Faceva caldo.

Camminarono qualche tempo sul prato fra gli odori acuti degli
oleandri, poi tirando dall'interno il catenaccio del cancello con un
senso giocondo di scappata, come due scolari che si avventurino a
qualche impresa notturna, si trovarono fuori. La strada s'allungava
biancastra e vuota dinanzi a loro nel silenzio. In alto, fra l'ombra,
i sorrisi delle stelle accendevano tratto tratto strani bagliori,
mentre le frondi palpitavano improvvisamente, e da lungi qualche voce
indistinta si spegneva nel gran sonno della campagna. Gli alberi
legati dai festoni delle viti, e col capo orlato di un sottile
chiarore, si perdevano in lunghe file dentro la notte, togliendo ogni
vista dei campi.

Bice aveva raccolto pi strettamente lo scialle bianco di seta, e
s'appoggiava al suo braccio sfiorandogli spesso colla fronte la
spalla: egli superbo non si era che coperto il capo con un largo
cappello chiaro da fattore, che gli annegava tutto il viso nell'ombra.

--Oh la bella notte!

--La prima notte bella! Sei tu, mia cara,  il tuo scialle bianco, che
diffonde nell'aria questo senso di purezza, questo incanto di sogno
crepuscolare. Oh!--sospir anch'egli dopo un istante di pausa,
passandole il braccio alla cintura, e piegandosi a respirare il
profumo della sua testa nuda;--nemmeno tu la sapevi quest'ora sospesa
nella nostra vita come una stella. L'amore solo  eterno ed ignora la
morte. Che importano l'ombre, che quaggi si dissolvono in un effimero
contrasto, questa rauca tragedia, nella quale le anime si combattono
quasi sempre mascherate: che importano, Bice mia, tutte le paure e
tutti gli spasimi, quando la stella si scopre improvvisamente
all'orizzonte, e un soffio insensibile ci depone sul suo lido? Le
nostre parole non sono anch'esse che un'ombra, e dileguano quando i
cuori cominciano ad intendersi.

--No, parla, parla.

--Sei tu la parola vivente, io non so pi nulla. Non ero mai stato
amato, non avevo mai amato: che cosa  ora? Dove sono? La mia vecchia
anima, cos stanca della vita,  scomparsa. Adesso indovino l'amore di
mia madre attraverso la sua indifferenza per me, comprendo che cosa mi
dicevano una volta gli sguardi della folla intenta alle mie lezioni:
allora mi sentivo solo, perch tu rimanevi chiusa dinanzi a me.
Credevo di amarti solamente come padre, con quella commiserazione del
pellegrino stanco, gi presso a cadere nei fossi della strada, e che
soccorre il fanciullo entratovi allora di corsa; m'immaginavo di
essere la sentinella messa a guardia del tuo tesoro, appunto perch
troppo vecchia per cedere al sonno nella notte. Ti ricordi, quando
volevano che t'insegnassi? S'insegna forse la vita, s'insegna forse
l'amore? Tutto quanto io sapevo, che cosa  pi ora, che mi ami?

Erano arrivati ad un ponticello di pietra, che cavalcava un largo
fossato di scolo: una grossa quercia lo nascondeva quasi nella propria
ombra.

--Sediamoci,--disse Bice.

Ella sal senza sforzo sul parapetto, esclamando poco dopo con gaiezza
infantile:

--Vieni anche tu.

Quando si furono seduti, abbracciandosi quasi nel timore di cadere,
rimasero un pezzo a guardarsi; ma ella gli trasse il cappello.

--Cos almeno ti veggo. Sei pentito adesso, cattivo, di non avermi
voluto?

--Io ti volevo, ma non potevo che attendere nel silenzio angoscioso
della speranza, quando le si vela l'immagine del premio. Ho sofferto
in quei giorni di prova, specialmente quando sentivo la notte cadermi
sul capo come un'altra solitudine. Ma questa  la notte vera,
quest'ombra, dalla quale tutto traspare, qui con te, dentro al tuo
profumo di gran fiore.

Ella gli si abbandon sul petto vinta da quell'eloquenza.

--Non credere di amare pi di me,--mormor poi:--lo hai confessato or
ora che le parole non possono dir tutto. Come sono felice! Soffriremo,
sai, lo sento, perch questa felicit sarebbe troppa senza doverla
scontare un qualche giorno, quando non ne saremo pi degni. Lasciami
dire: tu vuoi farmi un altro complimento, io invece ho bisogno di
pensare in questo momento alla morte, a qualche cosa anche di pi
triste, per poter resistere allo sforzo, che mi soffoca. Vedi, nel
sole non potrei dirti questo.

--Non siamo abbastanza forti per il sole,--egli si lasci sfuggire
inconsapevolmente.--La mezzanotte  il meriggio delle anime profonde,
che si ameranno sempre, mentre il sole ha bisogno di bruciare tutto
ci che ha creato.

Allora ella gli sal sulle ginocchia, e con ambe le mani aggrappate al
suo collo gli adagi il capo sopra la spalla, sfiorandogli la bocca
con un bacio. Il suo scialle bianco, lungo sino a terra, vi si
confondeva nell'incerta bianchezza.

--Perch, non si muore d'amore?--Bice sospir scossa da un brivido.

Egli le coperse la fronte di baci tuffando il volto nel profumo
vaporante da tutte le sue vesti, mentre ella gli si illanguidiva
mollemente fra le braccia, e la seta fine dello scialle, che le
difendeva il seno, strideva di un riso sottile.

--Parla, parla,--Bice ripet:--non voglio dormire ancora. Dimmi che mi
ami.

--Quando ti sei accorta di amarmi?

--Alla indifferenza, colla quale imparai il tradimento di Lamberto:
egli non amer mai come noi, infelice!

--Anche l'amore  una rivelazione, alla quale l'umanit tenta indarno
di sollevarsi, impedita dal peso della propria massa. La gente ama
come vive, senza saperlo, precipitandosi verso le prime ebbrezze della
volutt, come il neonato stende brancicando la manina verso la
mammella della madre. Ama forse il bambino? Che cosa sanno ancora
adesso i cristiani dell'amore di Cristo? Essi si muovono dentro la sua
religione, ne portano al collo per emblema la croce, e forse nessuno
di essi ha mai pensato al pi tremendo di tutti i misteri, al suicidio
di un Dio per amore della umanit. Tu pensavi ora a morire, perch tu
ami, e non manca pi che la morte alla pienezza della tua vita.
Anch'io ne sento l'alito refrigerante in fondo al cuore. Sparire ora,
dissolversi in questa notte, che non ridirebbe ad alcuno il nostro
segreto, non essere pi che un'anima sola, mentre la vita ci divide
ancora, e non possiamo amarci che separati! Eppure io ti amo di tutti
gli amori; mi pare di essere tuo figlio, tremo di tenerezza e di
rispetto tenendoti fra le braccia; tu sei mia sorella, l'amicizia
dell'amore, la sua purit pi intellettuale; poi tu sei mia, la sola
donna fra tutte, la bambina che mi sono allevata, il poema vivente del
mio pensiero, la rivelazione suprema della mia anima. Ascoltami, Bice,
non ti offendere; guai a me se non fossi vecchio! Mi pare di
comprenderlo solamente adesso, eppure ne ho tanto sofferto prima; ora
invece ne sono beato. Tu devi essere giovane per sopravvivermi dopo
aver difeso colla tua carit la mia vecchiezza. No, lasciami dire:
l'amore della donna  piet; piet per la forza che ci manca, per la
fatica che ci uccide; ecco perch l'uomo non ha mai tanto bisogno
della donna come ritraendosi dalla battaglia. Il nostro amore, quello
dell'uomo,  come la gloria, una ebbrezza di essere amato, di essere
pensato anche dopo morto. La donna sola ama: Cristo per amare ha
dovuto apprenderlo nel seno di Maria. Bice!--prosegu dopo una pausa.

Ella lo guard coi grandi occhi incantati, rannicchiata sul suo petto
sotto la violenza melodica di quelle parole, che le trascinavano il
pensiero alla deriva. Ma in quella positura, a lungo andare troppo
incomoda, ogni tanto si tirava su al suo collo con le scarpine
puntellate nelle sue gambe.

--Niente! adesso io non parlo pi,--ella esclam con un sorriso.

--Sar tardi: vuoi che ritorniamo?

--Aspetta, la notte  bella. Mi pare strano di non avere paura.

--Di che?

--Non lo so, ma non ho paura:  la prima volta che mi trovo in
campagna.

Egli le ravvi lo scialle perch non avesse a pigliar freddo.

--Se la zia ci vedesse!

--Direbbe che siamo matti, qui, a quest'ora.

Ella si arrese, ma al ritorno non parlarono quasi pi: si erano fatti
gravi. Bice rabbrividiva al suo braccio camminando a testa bassa, egli
trepidante di una emozione a mano a mano pi intensa non trovava pi
modo di riannodare il dialogo, mentre dalla notte profonda le foglie
sospiravano lentamente, e per l'aria tiepida il volo invisibile delle
nottole discendeva talora quasi sino alle loro teste con fuggevoli
soffi irrequieti. La strada parve loro pi lunga. Adesso discendevano
meglio oltre siepi nei campi, e s'accorgevano della polvere, che si
sollevava in nuvolo ad ogni loro passo.

--Tienti su le vesti,--egli le disse, chinandosi per aiutarla a
stringerle in pugno, ma ella sorpresa da una improvvisa timidezza non
volle.

Il cancello era aperto, Giuseppe li attendeva sul prato, fumando la
pipa, sdraiato sull'erba e colla testa poggiata ad un grosso vaso di
limone. Al vederli entrare si alz, essi ne rimasero scontenti.

--La notte  buonissima, non cade rugiada,--si permise di dir loro.

Aveva lasciato la candela accesa dietro il battente della porta: ne
accese un'altra, disponendosi ad accompagnarli.

--Date qui,--gli si volse Bice.

L'altro titubava; allora De Nittis gliela prese di mano e,
interpretando il pensiero di lei, lo mand a letto.

La loro camera era al primo piano, Bice saliva le scale tremando.
Appena furono dentro, De Nittis and ad accendere la candela sopra uno
dei comodini del letto, presso il quale era un antico inginocchiatoio
di quercia con due piccoli cuscini di seta rossa per i gomiti e per le
ginocchia. La camera, parata di una stoffa cenerognola, era pallida e
mite nel chiarore, che si spandeva da una grossa lampada appannata,
sospesa al mezzo del soffitto per una catena di anelloni dorati.

Poi torn presso Bice per trarle lo scialle, ma le mani tremavano
anche a lui; ella invece gli sfugg correndo all'inginocchiatoio, e
curvandovisi tutta col viso fra le palme. A lui parve d'intendere un
singhiozzo, frem. La sua anima ebbe un ultimo spasimo in quel
vacillamento misterioso, che ci coglie sempre al momento di entrare in
una nuova irrevocabile fase della vita, e le si appress colle mani
tese quasi per sostenerla.

Infatti ella singhiozzava sotto il piccolo ritratto della Vergine.

--Bice!--le mormor sul capo, mentre con ambo le mani cercava di
alzarle il volto.

Ella cedette, arrovesciandosi verso di lui, sempre in ginocchio, colla
faccia illuminata dolcemente dai grandi occhi profondi; la sua mano
sottile gli accenn tremando la Vergine.

--Anche tu l'adori....--balbett come un'ultima preghiera.

--In te.




IX.


Quando le dissero finalmente di aver trovato la contessa Ginevra morta
nel letto per un colpo fulminante di apoplessia, Bice cadde in
convulsioni; poi rinvenendo fra il dottore e il marito:

--Se non ti avessi!--aveva esclamato, afferrando con una specie di
spavento la mano di questo.

La contessa Maria, ammirabile come sempre di devozione, rimase
parecchi giorni al suo capezzale per ammonirla che adesso pi alti
doveri le imponevano di soffocare le mormoranti ribellioni del suo
cuore contro i voleri di Dio. Se la contessa Ginevra era morta senza i
conforti della religione, la sua anima era troppo bella e la sua vita
troppo pura per temere che Dio non l'avesse accolta fra gli angeli del
suo paradiso: e la voce della contessa Maria in queste esortazioni
aveva un tono di sicurezza esaltata, alla quale Bice non avrebbe
saputo come opporsi. Ma parlandole dei riguardi dovuti alla
creaturina, che stava per nascere, ella stessa era ripresa dalle dolci
paure del parto, questo mistero dei misteri anche per le madri, e nel
quale nessuna luce di pensiero ha ancora saputo penetrare.

Dopo la morte della contessa Ginevra, Bice, come unica erede, aveva
seguitato ad abitarne il palazzo senza cangiarvi alcuna disposizione.
Tutti i servitori avevano ricevuto la pensione restando in servizio,
bench non avessero pi nulla a fare, dal momento che ella non voleva
intorno se non Margherita, Tonina e la vecchia Rosa oramai rimbambita.
De Nittis, compiuti i trent'anni d'insegnamento, rinunci alla
cattedra per compiacere Bice, paurosa di restar sola ed incapace di
occuparsi di amministrazione. Infatti il suo patrimonio, quantunque
abbastanza ben amministrato, avrebbe avuto bisogno di molte riforme e
di una pi intensa vigilanza. Con quella ammirabile duttilit
d'ingegno, che era una delle sue doti pi caratteristiche, De Nittis
vi si accinse quindi alacremente riuscendo in poche settimane a
rendersi conto di ogni errore nel sistema e dei vizi delle persone:
poi libero da qualunque suscettivit avara, e colla bella indulgenza
acquistata in quella lunga austera vita di studio, non precipit a
reazioni imperiose. Espose tutto a Bice, che lo ascolt senza capire
consentendo anticipatamente a quanto stava per chiederle. La sua idea,
semplice e chiara, era di cedere tutti i terreni in una lunga
affittanza, che costringesse il locatario nel proprio medesimo
interesse a coltivarli senza risparmi; cos il patrimonio sarebbe
aumentato di rendite e di capitali. Naturalmente agenti e fattori
sarebbero stati pensionati, meno quei due o tre fra i migliori, ai
quali verrebbe affidata la sorveglianza degli stessi affittuari.
Questo sistema era il solo per non lasciare Bice, nel caso troppo
pronto di una vedovanza, in balia di un personale d'amministrazione
naturalmente proclive ad ingannarla. Se fosse stato pi giovane, si
sarebbe messo egli medesimo alla testa di quegli ottanta poderi per
compiervi una rivoluzione agraria ed agricola, ma non potendo pi
averne n il tempo n il modo si limit a guarantire contro la
naturale rapacit degli affittaiuoli tutti i vecchi patti colonici dei
contadini condonando a questi anche i debiti.

Questa semplificazione, cos logica, comport nullameno molte
trattative e disturbi, durante i quali De Nittis rimpianse pi d'una
volta la propria cattedra, sentendo per un'ultima amara ironia della
vita crescervi intorno la celebrit appunto dopo quella volontaria
rinuncia. Vi era stata per lui all'universit una specie di festa,
della quale i giornali avevano parlato anche fuori della provincia;
cos al momento di abbandonare per sempre quell'aula, nella quale il
suo pensiero si era svolto per tanti anni in spirali luminose, la
commozione lo vinse.

Doveva essere l'ultima data della sua vita.

Tutti i sogni e i dolori passati gli fecero ressa al cuore: l'aula
rigurgitava di scolari, alcuni professori erano presenti. L'applauso,
fragoroso ed insistente alle sue prime parole di saluto, gli mozz il
respiro costringendolo ad abbassare la testa per nascondere le
lagrime, che gli cadevano grosse dagli occhi. Quella folla volgare,
sempre la medesima di tutti gli anni, in tale momento si trasformava
anch'essa come accade sempre a tutte le folle sotto la pressione di un
qualunque sentimento. Egli era gi morto per loro, che salivano
gaiamente l'erta della vita: il suo pensiero non li incontrerebbe pi,
la sua voce non potrebbe pi scrollare colle proprie sonorit certe
fibre recondite della loro coscienza. Ritto sulla cattedra, come sulla
tolda di un vascello che salpi per un altro mondo, egli si sentiva lo
sguardo vago e la fronte battuta dal vento.

Qualche cosa piangeva in fondo al suo cuore, come piangono talora gli
emigranti poveri, ammucchiati gi nella stiva, quando intendono levare
l'ancora.

Il rettore, altri professori, altri studenti sopraggiunti, lo
acclamarono con un entusiasmo crescente e mano mano pi
incomprensibile, quasi solamente allora, disceso dalla cattedra,
indovinassero confusamente in lui il grand'uomo. Nell'uscire dal
portone dell'universit l'ovazione ebbe uno schianto di tempesta, poi
un'altra folla s aggiunse a quella degli studenti per accompagnarlo a
piedi sino al palazzo di Bice, rimanendo qualche minuto ad applaudirlo
sotto le finestre.

Bice, nel vederlo cos pallido, corse ad abbracciarlo dondolandosi a
stento, perch la gravidanza gi inoltrata le aveva deformato il
ventre, e tolta ogni forza alle gambe.

--Piangi!--esclam intenerita.

Egli fece uno sforzo per dissimulare:

--Ho assistito ai funerali del mio ingegno, sono cerimonie sempre un
po' tristi.

L'intimit della loro vita si restrinse ancora. Prinetti adesso veniva
a trovarli tutti i sabati, sempre cos grasso e tranquillo in quella
scabrosa missione di far da padre a tre nipoti scapestrati, ma evitava
di parlarne. Evidentemente il suo cuore soffriva nel proprio profondo
di quanto la sua esperienza era costretta a profetare di loro; poi la
sera, nel medesimo salotto della contessa Ginevra, non si radunavano
pi che la contessa Maria, il dottore e qualche volta la vecchia Rosa,
in un angolo, muta e rugosa come una mummia.

Naturalmente la grande preoccupazione era il parto di Bice. Una attesa
piena di trepidazioni occupava tutti dinanzi al problema di quel
rinnovellamento della vecchia casa, una fra le pi grosse della citt;
poi la modestia della sua vita anche pi ritirata dopo la morte della
contessa Ginevra, il tatto finissimo di De Nittis, diventato
finalmente una illustrazione cittadina, avevano finito col disarmare
ogni malevolenza. Si seppe loro grado di non fare alcun lusso, si
vantarono le loro carit segrete, esagerandole per quella incapacit
del mondo a valutare esattamente cose e persone. Bice non compariva
quasi mai in pubblico, non si era montato un appartamento, usciva
ancora nella carrozza della contessa Ginevra, quasi sempre colla
contessa Maria, per rendere le visite d'obbligo. Ma nessuno la disse
bigotta.

In quella ineffabile tenerezza del sapersi madre la divozione alla
Vergine le aveva rifiorito nel cuore come un mistico roseto bianco. Le
pareva di essere ella medesima il tempio del pi grande fra i misteri,
meravigliandosi di tanta semplicit della vita, che ricominciava nel
suo grembo per proseguire chiss attraverso quante generazioni l'opera
assegnatale da Dio. Lunghe fantasticherie la traevano nel futuro sulle
traccie di coloro, che sarebbero nati dalla sua sostanza, mentre di
lei non saprebbero forse nemmeno il nome, e sentiva di amare anche
questi sconosciuti, nei quali il suo cuore seguiterebbe a soffrire e a
pregare. Poi le paure la riprendevano violentemente di non bastare
alla maternit, infondendo col latte e colla parola una seconda vita
al proprio bambino: abbandonarlo cos, morirne, quasi il bambino
potesse mai essere una malattia per la madre! Ella non ne parlava con
alcuno, perch non vi potevano essere risposte a tali domande, e
sapeva gi anticipatamente quelle che avrebbe ricevuto; ma gli altri
spesso la indovinavano. Allora ella cercava di farsi pi forte ed
allegra specialmente sotto gli sguardi di Ambrosi. Il vecchio medico
rispondeva adesso con una indifferenza quasi sprezzante alle
interrogazioni, colle quali De Nittis e la contessa Maria lo tentavano
qualche volta, quando Bice non era presente. E che era forse un
miracolo il partorire? Per quanto questa funzione potesse parere
importante nell'organismo e meccanicamente difficile, la natura vi
adoperava una tale insondabile riserva di forze che tutte le donne ne
erano capaci, anche le pi gracili. I pochi casi di morte dipendono
sempre da colpevoli strapazzi o da vizi di struttura, anche questi
estremamente rari; quindi citava casi su casi di donne, che al vederle
avrebbero dovuto soccombere, ed invece avevano trionfato.

--La vita si  assicurata un ingresso facile, sapendo che tutto le
sarebbe dopo difficile.

--Quando cesserete dunque di essere pessimista?--esclam la contessa
Maria.

--Quando avr capito che torna conto a soffrire.

--Credete in Dio.

--Voi ci credete per tutti noi, e vedete bene che non basta.

Ma con questi modi egli otteneva di mantenere in Bice la maggiore
disinvoltura possibile. Ella si era voluto far promettere da lui di
assisterla.

--Non faccio la levatrice io: guarda un po' che mani da facchino per
trattare le donne. Che cosa c' da assistere? Tutte ipocrisie
inventate dai medici per guadagnare quattrini colle signore! Quando
sar tempo, andrai al Sasso, e la levatrice del paese ti servir. Sai
che cosa vidi una volta da giovane? Ho studiato due anni a Torino. In
una escursione d'estate, che feci solo sulle Alpi, a tre mila metri
trovai una contadina, che custodiva un branco di vacche. L il
bestiame parte per gli alti prati alla buona stagione, e non discende
che l'inverno rimanendo sempre all'aria aperta. Quella contadina era
sola e gravida di otto mesi; non aveva che un casotto per ripararsi
dalle pioggie. Mi stupii di trovarla cos in quello stato e in quel
luogo: dovrete pur discendere fra poco, quando si avviciner il
momento? le dissi. Ella sorrise e mi rispose che avrebbe partorito da
sola; a casa il marito le era morto, e non restavano che il nonno con
un nipotino, figlio di un'altra sua sorella morta.--Partorirete da
sola? esclamai.--Coll'aiuto di Dio! Dopo ne ho viste altre partorire
improvvisamente cos, nella propria camera, senza bisogno di alcuno.

Nullameno Bice rimaneva paurosa, parendole di indovinare un'altra
paura in quella esagerazione del dottore sulla facilit dei parti.

Egli temeva in fatti, ma di cosa anche pi tremenda.

Fra Bice e De Nittis la passione di amanti si era gi purificata
nell'amore di quella invisibile creaturina, che stava per apparire
nella loro vita. Egli si era fatto timido, mentre ella invece pareva
dominarlo con una nuova importanza superiore a tutto ci che egli
potrebbe mai produrre nella loro esistenza di coniugi. Quindi erano
inquietudini per il pi lieve dei pallori e la pi effimera delle
nausee, che spesso le salivano dallo stomaco; ogni passeggiata a piedi
importava lunghe discussioni; egli la vigilava con una instancabilit
dissimulata abilmente, appena qualche improvvisa esasperazione nervosa
le turbasse l'ordinaria placidezza del carattere. Una luce sacra
avvolgeva Bice ai suoi occhi di pensatore, quell'aureola che le
religioni hanno sempre messo intorno alla donna fecondata, e dentro la
quale la presentarono alle adorazioni dell'uomo. Tutti i fulgori della
bellezza e i profumi della volutt vaniscono dalla donna al momento di
diventar madre: che importa oramai l'uomo, pel quale pot cangiarsi
cos? Adesso ella vive gi nel futuro di colui, che nascer dalla sua
carne, e il suo cuore si rivolge a Dio perch salvi la misteriosa
opera propria.

Infatti Bice, tutte le mattine, andava a messa con Margherita per
ripetere sempre le stesse orazioni, e allorch De Nittis, sapendo di
darle la pi profonda delle gioie, l'accompagnava, ella si sentiva
anche pi sicura della bont del Signore. Ma al rovescio di molte
donne, che affettano orgogliosamente la prima gonfiezza del ventre,
cercava quasi di nasconderla sotto ampie vesti, soffrendo anche pi
dolorosamente di De Nittis, nel ricevere fra i soliti complimenti la
punta avvelenata di qualche ironia. Adesso parecchie amiche di Bice,
rimaste zitelle, fingevano di compassionarla per quello stato, nel
quale diventava anche pi brutta, come se la maternit fosse una
specie di malattia, che nello sformare il corpo impediva per lunghi
mesi tutti gli altri divertimenti. Altre mamme, invece, la
spaventavano col racconto dei dolori e dei pericoli inseparabili del
parto, anche quando la donna vi giunge, non debilitata.

-- la nostra guerra,--le aveva detto un giorno la moglie del
professore di statistica, una bionda angolosa, dagli occhi verdi,
troppo povera per non invidiare la posizione di Bice--mio marito mi ha
spiegato cento volte che il massimo della mortalit per le donne  nel
periodo del parto.

--Siamo dunque pi fortunate degli uomini, che morendo in guerra
possono solamente avervi ucciso,--rispose Bice amabilmente,
difendendosi invano da una paura gelida.

Ma quando De Nittis rientr, corse a rifugiarsi al suo collo: non si
lasciavano pi. Nei giorni, che a lei pareva di star meglio, tornavano
amanti con una tenerezza guardinga e pi profonda, non avendo adesso
pi nulla che non fosse in comune. I loro giuochi, quasi infantili, li
facevano spesso ridere con uno scoppio irrefrenabile di gaiezza; ella,
seduta sulle sue ginocchia, gli ripeteva per ore con parole spezzate,
quasi senza senso, come si usa coi bambini, la medesima carezza, e
finiva col fingere di addormentarsi sulla sua spalla. Egli la cullava
come una balia, superbo allora che gli riusciva di alzarsi con lei fra
le braccia, per trasportarla sopra un sof. Questa prova di forza gli
gonfiava il cuore di giovinezza. E in quelle lunghe conversazioni da
soli doveva spesso rinnovarle, sempre colla stessa inutilit, la
spiegazione di tutto ci che la scienza aveva potuto sorprendere nel
fatto della generazione. Bice si ribellava; era impossibile che in un
certo momento il feto di un uomo fosse identico a quello di un
ranocchio o di un colombo, giacch tale parit nella natura le faceva
male al cuore. L'uomo doveva essere un'opera a parte. Invece si
compiaceva al racconto delle poesie, entro le quali l'istinto di tutti
i popoli aveva sempre rappresentato la nascita umana: il bambino era
la prima strofe di tutte le religioni, la prima emozione veramente
disinteressata di ogni individuo.

--Chiamami mamma,--ella esclamava sovente:--non lo sono di gi, anche
se dovessi morirne prima? Dimmelo prima di lui: chiss quanto tempo
gli occorrer per potermelo balbettare!

Intanto il corredino, stupefacente di ricchezza e di minuzie, era gi
pronto. In questo capriccio di gran signora, Bice non aveva
risparmiato nulla di quanto il suo cuore potesse desiderare; ma la
culla sopra tutto, scolpita da uno di quei poveri grandi artisti di
campagna, nei quali oggi l'industria uccide il genio, e scoperto da
Prinetti sui colli di Vergato, era un piccolo capolavoro. Lo scultore,
memore di Mos, l'avea immaginata come una navicella presa fra le
alghe di una riva, compiacendosi a lungo nella disperante riproduzione
delle foglie e degli steli schiacciati fra il pantano. Bice invece,
dopo averla riempita di merletti, come un nido bianco e soffice,
s'incantava spesso a contemplarla, vedendovi gi la testa di un
bambino sorridente nel sonno.

Poi, negli ultimi mesi, Bice parve ingrassare ed acquistare in
robustezza, forse per una recondita necessit di quello stesso peso,
che le si aggravava dentro il ventre; ma rimaneva sempre troppo
bianca, colle gengive smorte, e certe trasparenze ceree agli orecchi,
di augurio non buono. Finalmente, verso la fine di aprile, Ambrosi
ordin di andare al Sasso.

Nel lasciare Bologna Bice diede in un pianto dirotto.

--Non la vedr pi, non la vedr pi!--mormorava fra i singhiozzi, ma
la bellezza della campagna la rianim, e appena arrivati nel giardino
della villa, era gi tutta contenta. Pochi giorni dopo Ambrosi e
Prinetti, venendo alla villa, vi trovarono la levatrice, una donna sui
cinquant'anni, di famiglia abbastanza buona, gi divenuta una cliente
di casa. Aveva un naso da uomo sopra una lunga faccia bruna, con una
statura quasi di granatiere; De Nittis meravigliato dell'intenderla
dichiarare la necessit assoluta delle lavande antisettiche in tutti i
parti, come di un ritrovato messo in voga dall'universit di Bologna e
che ella aveva praticato per la prima nella provincia, ne parl con
entusiasmo al dottore.

Ambrosi, gi contento di lei per averla veduta all'opera in altre
circostanze, sorrise di tali elogi, combinando in segreto di venire
alla villa, quando ne sarebbe il momento, ma senza lasciarsi scorgere
da Bice per mantenerla nella illusione di una assoluta facilit. Il
parto invece avendo anticipato felicemente di qualche giorno, il
vecchio dottore non pot arrivare che per ricevere il bambino dalle
mani della levatrice, mentre stava per fasciarlo.

De Nittis era nella camera di Bice.

--Lascia vedere,--disse bruscamente Ambrosi, bench alla prima
occhiata avesse gi fatto l'esame del bambino.

Margherita era gongolante.

Il piccino scuro, grinzoso, cogli occhi chiusi e un ciuffetto biondo
nella testolina calva, guaiva, con un suono fesso di giocattolo, fra
le grosse mani villose del vecchio.

--Che gliene pare?--chiese la levatrice con una specie di famigliarit
professionale, gittando a Margherita una occhiata di superiorit.

--Uhm!

La levatrice credette di vedergli tremare una lagrima negli occhi.
Margherita invece, che non aveva pratica di neonati, sordamente
indispettita di quella severit di giudizio, tese ambo le mani,
chiamando il piccino a piccoli gridi sommessi:

--Amore, bell'amorino!

--Tutto il resto, bene?--egli torn a domandare.

--Dorme gi.

--Andiamo a cena.

Invece si affacci alla camera; Bice dormiva profondamente, con una
mano di De Nittis stretta nella propria. Al rumore dell'uscio questi
alz la testa, accennandogli di andar piano per non destarla.

--Hai visto il bambino?

--Va bene.

Appress il lume al volto della dormiente, le tast il polso e parve
soddisfatto dell'esame.

--Vieni.

--Oh!--esclam l'altro a bassa voce:--potrei lasciarla ora?

La balia era gi in casa, una montanara dell'Appennino, bionda, tozza,
dalle spalle larghe e la pelle brinata come le pesche; il dottore la
volle seco a cena per ripeterle un'altra volta tutte le istruzioni; ma
restava cupo. Da ultimo respinse il piatto dispettosamente: anche la
balia non era contenta del bambino.

--Non potr farmi onore,--disse con ingenuo egoismo.

--Eh! si tratta proprio di questo. Perdio, fa conto che il bambino sia
di vetro: guai se non ubbidisci a tutte le mie prescrizioni! Ma in
ogni modo non avrai a lagnarti.... ti saranno riconoscenti egualmente.

Ella pure si fece seria. Quei discorsi tristi, in tale momento, le
serravano il cuore coi ricordi dell'altro bambino, che essa aveva
ceduto ad una cognata per venire a fare da balia in casa della
contessa. Ma quello era grasso, grosso, roseo, enorme per i suoi
cinque mesi.

--Il mio  un vitellino;--si lasci sfuggire arrossendo, perch
entrava Margherita.

Bench il parto fosse andato anche troppo bene, Bice pen a
rimettersi. Uno sfinimento la teneva a letto, bianca ed inerte,
coll'anima piena di una malinconia, che la vista stessa del suo
bambino non bastava a vincere. Infatti il piccolo Giulio sembrava
deperire tutti i giorni: la sua testina scura, con la pelle gi
vecchia, diventava di un effetto impressionante, quando Mea se
l'attaccava alla grossa mammella, sfolgorante e resistente come il
marmo. Invano Margherita per vincere tali preoccupazioni si ostinava a
vantarlo come un amorino, portandolo spesso in giro fra le braccia, e
fingendo di palleggiarlo appena Bice o De Nittis potesse vederla.
Questi invece soffriva pi di tutti, orribilmente, in silenzio: quella
creaturina era dunque tutto ci che la natura aveva consentito alla
sua passione per Bice! Quindi una amarezza, mano mano pi umiliante,
gli toglieva perfino di fingere innanzi agli altri il solito
entusiasmo dei nuovi padri pel primo figlio, specialmente se ella,
spaurita del pari, si voltava interrogando coi grandi occhi. Tale
chiaroveggenza, nella quale un medico avrebbe forse ancora saputo
sperare, si esagerava in loro cogli spasimi di una paura delirante di
amore. Bice non osava pi la menoma osservazione a quanto le
ingiungessero, preoccupata di nascondere il proprio stato per non
accrescere quella muta desolazione del marito. La sola sua gioia,
intensa e repressa, era di contemplare Mea curva sulla faccia del
bambino, schiacciandolo quasi con quel suo seno largo di contadina,
dal quale il latte zampillava cos copioso che doveva possedere le
stesse virt supreme del sangue per il rinnovellamento di una tanto
grama esistenza. Allora una specie di contentezza le saliva dal cuore
ad umiliare la propria superiorit di signora malaticcia, tanto poco
capace di essere madre, davanti alla sua potenza di balia sufficiente
per due bambini, e alla sicurezza, colla quale maneggiava talora anche
dinanzi a lei, quasi senza riguardi, quel frale corpiciattolo.

Mea, timida da principio, si era accorta presto di questa muta
venerazione senza poterne intendere il profondo significato, ma il suo
umore facile, eccitato dalla carne e dal vino, col quale a tavola la
rimpinzavano, ne era diventato anche pi allegro; mentre la sua
bellezza nelle nuove vesti sgargianti di seta, col grande fazzoletto
bianco di trine, che le involgeva il busto roseo ed azzurro, e un
altro fazzoletto attorcigliato sulla nuca alla provenzale, raggiava di
pi vivo splendore.

Fortunatamente la naturale bont del suo carattere le faceva amare
anche il bambino.

Bice avrebbe voluto farla dormire nella propria camera, ma il dottore
si oppose. A che pro? I bambini avevano bisogno di aria pura, anche
pi degli adulti, e quella stanza non era abbastanza grande per tre;
poi la balia, messa in soggezione dalla madre, non avrebbe dormito
quanto le occorreva.

--Per questo,--aveva detto Mea imprudentemente,--a me non ci pensino.

Pochi giorni dopo, Ambrosi dovette tornare precipitosamente perch il
bambino, preso da sforzi di vomito, pareva dare in convulsioni; la
balia sosteneva che non era nulla, per dal suo accento si capiva che
voleva mostrarsi pi pratica di quanto lo fosse. Il piccolo Giulio,
sepolto fra i merletti della sua navicella scolpita, dormiva di un
sonno agitato sotto gli sguardi di Bice, curva su lui col volto
disfatto.

Il dottore esamin il bambino fingendo di non avvertire la febbre, che
lo teneva sopito, e scoppi a strapazzare tutti. Cos era impossibile
andare avanti! Che cosa credevano adunque? Che quello fosse il primo
bambino nato al mondo, da diventare matti tutti quanti,
improvvisamente, se avendo deglutito un po' pi di latte, aveva
necessariamente fatto qualche sforzo per rivomitarlo? Non accadeva
anche agli adulti? Adesso con tutte quelle false tenerezze si era
riusciti a spaventare anche la balia.

Bice allibita piangeva silenziosamente, De Nittis invece, pallido come
un cencio, scrutava nel viso del dottore temendo d'indovinare la
commedia di quella collera.

Allora Ambrosi trascese.

--Volete allevare un bambino in questo modo.... e perch no? Ho visto
ben di peggio io in quasi cinquant'anni. Mi dispiace per la bella
balia, che vi avevo trovato, perch a forza di far sempre una scena se
il bambino non mangia, se mangia troppo, se non dorme quanto
desiderate voialtri, finirete col guastare il latte anche a lei. Se
fosse qui la povera contessa Ginevra, so quello che direbbe. La mia
opinione eccola chiara e tonda: domani rimando Mea a casa col bambino,
o non vengo mai pi.

--Dottore!--esclam Bice giungendo le mani.

--Appunto perch sono il dottore. Tu sei una sciocchina, che
t'immagini una grande novit nel fatto di aver un bambino. Siamo
intesi, domani: mi rivolgo a te, Roberto, che sei il padre, e devi
capire un po' pi di lei. Io resto, torneremo tutti e tre a Bologna, e
la balia andr a casa sua. Sei contenta, Mea? Non  vero che
l'alleverai meglio da sola?

--Se Dio m'aiuta!--non pot a meno di rispondere con un atto di gioia.

--Ma vivr?--proruppe Bice straziantemente, curvandosi ancora ad
ascoltare il rantolo del suo respiro.

--Perch non dovrebbe vivere, dal momento che tu pure sei vissuta?
Allora non ti facemmo tante smorfie: lasciatelo dunque dormire una
buona volta colla sua balia, e venite con me.

Quella fu nullameno una triste giornata: Bice ogni tanto si asciugava
gli occhi, e cercava tutti i pretesti per tornare presso la culla del
piccolo Giulio. Il suo spavento si accresceva da questo, che per i
bambini non ci potevano essere medicine.

Ma appena rimasti soli, De Nittis aveva afferrato la mano di Ambrosi.

--Tu disperi!

--No ti dico, ma in ogni caso voglio salvare la madre.

--Il pericolo  cos imminente?

--Anzi non ve n' affatto, per colle apprensioni, che avete gi
nell'anima, non bisogna che il bambino resti qui. Mea a casa propria
lo allever meglio, perch sar pi allegra:  questione di mandarle
spesso regali, tutta roba di cucina, perch in casa vorranno mangiare
anche gli altri.

De Nittis restava tetro.

--Tu non dici tutto.

--Adesso vuoi fare tu una scena? Ti ripeto, il bambino vivr, lo
spero: la balia  un miracolo di salute. Naturalmente, se tu vedessi,
il suo  un'altra cosa; ma se Giulio restasse qui, e per caso si
ammalasse seriamente, Bice ne morrebbe. A Bologna la distrarremo.

E gli volse le spalle per andare a riprendere Bice dalla camera della
balia.

La mattina seguente, quando Bice si dest, Mea per ordine del dottore
era gi partita verso i propri monti, dentro il vecchio calesse della
contessa Ginevra, con un monte di fagotti e di regali. Bice torn a
piangere; allora Ambrosi mutando tono si fece affettuoso.

--Figlia mia, ho rimandato la balia col bambino appunto per
risparmiarti quest'emozione. Quando si  madre, bisogna sapersi
frenare e dar retta a chi capisce pi di noi: la balia, qui con te, si
sarebbe guastata perch, la conosco,  golosa; a casa sua invece,
tutto andr d'incanto. Giulio, l'ho esaminato un'ora fa, era fresco
come una rosa, ma tu non sei donna da saperlo allevare; a forza di
riguardi, di vietargli l'aria, di misurargli il sole, gli avresti
comunicato le tue paure finendo coll'indebolirlo. Ho dunque deciso io:
se non mi credi pi, scusami tanto.... vorr dire che mi sono
rimbambito.

Bice gli si butt nelle braccia, ma nel salire in carrozza, mentre il
dottore parlava con Margherita, susurr all'orecchio di De Nittis:

--Te lo dissi, che avremmo dovuto tanto soffrire!

A Bologna la loro vita continu come prima, apparentemente calma e
modesta, ma un terrore angoscioso di quel matrimonio, nel quale Dio li
puniva coll'inane debolezza del figlio, separava ogni giorno pi
profondamente i due sposi. Bice era anche pi severa verso s
medesima. Perch aveva dunque voluto diventare sposa e madre, sapendo
intimamente di dovere quella sottile esistenza di ventitr anni
solamente alla sapiente carit di tutti i suoi amici? Essi avevano
potuto strapparla alla morte, ma non darle la vita rigogliosa e
feconda delle altre donne. Invece, dopo aver ricusato Lamberto, bello
come un atleta, ella si era messa pazientemente, tristamente, ad
insidiare la tenerezza del maestro togliendolo alla propria pace
crepuscolare per gettargli nell'anima la pi dolorosa di tutte le
tragedie, quello spasimo dei padri costretti ad assistere l'agonia dei
figli, e a rimproverarsela. Nessuna passione poteva scusare tale
crudele egoismo. Lamberto, sposandola nell'equivoco di una prima
simpatia fanciullesca, avrebbe sempre potuto consolarsene con altre
donne, mentre De Nittis doveva invece morirne fra le querele della
propria coscienza e le ironie del mondo. Quindi ella sentiva di amarlo
pi vivamente, appunto per questo rimorso di essere la irreparabile
sciagura della sua vita, ora che sformata dal parto non aveva nemmeno
pi nulla da offrirgli come donna.

Infatti la pelle del volto, macchiata qua e l di trasparenze
perlacee, le cadeva flosciamente rugandosi ad ogni piccolo moto,
mentre il ventre, rimasto grosso, faceva sembrare anche pi dolorosa
la curva rientrante del suo petto. Una invincibile prostrazione, dopo
qualunque pi lieve fatica, le toglieva persino quella prima vivacit
giovanile, della quale aveva potuto farsi una grazia, lasciandola
quasi senza vita dinanzi allo sguardo malinconico di lui. In tale
avvilimento di s medesima una delirante passione le saliva dal cuore
di cadergli ancora fra le braccia per ottenere il suo perdono in un
abbandono di singhiozzi e di baci. E siccome il parto li aveva
separati, quella solitudine sul grande letto matrimoniale, di notte,
nella camera fiocamente illuminata, le rinnovava quasi le paure da
bambina fra voci di pianto e invocazioni di nuovi dolori, che la
ritornassero un'altra volta degna di essere sposa e madre.

Talvolta invece, credendo d'aver sorpreso nell'occhio di lui un lampo
inquietante, si rifugiava ai piedi della Vergine in un'angoscia anche
pi acuta di felicit. Egli l'amava dunque ancora? Tutto era dunque
possibile; e Giulio, il piccolo Giulio, rifiorirebbe egli pure, perch
i bambini sono davvero come i fiori, e basta una goccia di rugiada o
un raggio di sole a decidere del loro rigoglio! Poi le malinconie la
riprendevano da capo dinanzi a lui, che non sapeva pi dove passare le
giornate. De Nittis usciva poco di casa, non aveva pi lezioni
all'universit per distrarsi, n brighe nell'amministrazione gi
abbastanza bene riordinata; invece cercava di esserle vicino tutto il
giorno con una evidente intenzione di consolarla. Malgrado tutta la
propria perspicacia, ella non avrebbe mai potuto indovinare con quali
pi tristi accuse egli segretamente si torturasse per non aver saputo
resistere alla propria passione senile, togliendo cos a lei l'aiuto
di un'altra giovinezza pi forte, come la natura avrebbe voluto.
Quella, che in Bice era stata inesperienza e fascino di un primo
affetto, in lui, gi passato attraverso tutte le tragedie della vita,
era divenuta corruttela. Questa abbietta parola adesso gli stava
confitta nella mente come un marchio di pena. Qualunque fosse la
passione, che il suo cuore aveva finito per sentire verso di lei, il
senno pi volgare e la pi ordinaria onest avrebbero dovuto imporgli
di soffocarla: a che dunque tanti anni di filosofia, se non bastavano
ad impedire un matrimonio, nel quale un vecchio maestro povero, oramai
senza sangue nelle vene, abusava della giovinezza ammalata di una
scolara milionaria per farsi sposare?

Tutte le scuse, che allora lo avevano persuaso, scoprivano adesso la
propria inanit. Certamente il piccolo Giulio morrebbe! Egli lo
sentiva, era necessario, era giusto... Perch, e sopratutto di che,
quella creaturina avrebbe vissuto? Si ricordava la tristezza di
Prinetti, durante la grande cerimonia civile, tra quella fredda e
latente ironia di tutti gli invitati; i modi cos mutati del dottore
che, conoscendo di non potersi opporre a simile follia, aveva voluto
lasciarvi quel poco di allegria permessa da un'ultima illusione. E
anche ora mentiva ostinatamente con lui e con Bice, dichiarando che il
bambino non correva alcun pericolo; ma egli pure aveva studiato
abbastanza biologia e fisiologia per non potersi pi consolare di tali
menzogne.

Che gli restava dunque della vita? Quella solitudine senza passato,
senza avvenire, senza amici, senza idee, dalla quale aveva creduto di
fuggire sposando Bice, si dilatava adesso nella sua vita come sopra
una steppa gelata. Era solo, e forse lo diventerebbe maggiormente,
perch sua moglie e suo figlio, sottomessi precocemente alla morte
dalla sua vecchiezza, agonizzavano gi, silenziosamente, vicino a lui.

Era cos, lo aveva voluto.

Indarno il dottore e la contessa Maria tentarono ogni modo di
distrarli, poich l'anno di lutto non essendo ancora trascorso,
persino i teatri rimanevano loro chiusi. Quindi per uno di quegli
accordi taciti, che solo i grandi dolori suggeriscono, ciascuno
evitava di parlare del piccolo Giulio; solo il dottore, che andava
spesso a trovarlo, riassumeva tutte le notizie in un solito:

--Va bene.

Quelle sere i volti erano pi ansiosi; ma dopo queste parole
sacramentali, la conversazione stentava ancora pi a riannodarsi.

Verso Natale Bice insist per vederlo.

Malgrado tutta la salute della balia e l'aria balsamica dei monti, il
bambino deperiva quotidianamente; De Nittis, avvertitone da Ambrosi,
and a visitarlo di nascosto, colla scusa di una gita a Firenze, e ne
ritorn colla morte nel cuore. Allora non fu pi possibile rattenere
Bice; ma, a rovescio di ogni previsione, ella si mantenne nella pi
grande tranquillit davanti al piccino, che le parve quasi come tutti
gli altri, poich il dottore era riescito abilmente a far sparire di
casa l'altro della balia per cansare il confronto.

Da quel giorno, per una di quelle coincidenze, delle quali la
superstizione  sempre pronta a giovarsi, il piccolo Giulio parve
migliorare; quindi le visite alla balia si ripeterono ogni due
settimane, poi tutte le domeniche, talora anche senza il permesso del
dottore, meravigliato anch'egli di tale risveglio. Bice, d'accordo
colla contessa Maria, spese duemila franchi in una magnifica festa
alla Madonna nella chiesa della parrocchia, spogliando per quel giorno
tutte le proprie serre. E il bambino prosper ancora al ritorno della
primavera. Certo rimaneva sempre mingherlino, con una pelle cinerea e
la testa cos grossa, che sembrava non potergli reggere fra le spalle,
ma adesso suggeva tutto il latte della balia e cominciava a tenersi
ritto sulle gambine. Era pi di quanto abbisognava per illudere un
cuore di madre.

Il dottore invece non se ne mostrava molto pi lieto, per non ebbe
pi bisogno di persuadere a Bice di lasciarlo in campagna.

Poi anch'egli ammal. Sulle prime non era parso nulla; si lagnava
d'improvvise fiacchezze e s'andava addormentando ovunque sulle sedie;
quindi una mattina, sull'uscio di casa, un colpo apoplettico lo aveva
fatto cadere sul pianerottolo. L'illustre clinico dell'universit,
accorso precipitosamente alla prima chiamata, pot dichiarare che per
questa volta il caso non era grave. Bice, avvertitane necessariamente
da De Nittis, diede subito in convulsioni, ma appena rinvenuta and
risolutamente a vederlo, e non volle pi uscire dalla sua camera. Quel
vecchio servo contadino pareva rimbecillito. Allora De Nittis e la
contessa Maria si aggiunsero a lei per circondare il malato di cure
cos affettuose, che lo facevano piangere.

Era rimasto alquanto impedito nella lingua, ma colla mente lucida. In
capo a una settimana non serbava di quell'insulto che un
intorpidimento nella gamba sinistra e qualche difficolt di pronuncia
a certe sillabe. Ma la sua faccia non era pi quella: sembrava che un
velo bianco ed opaco gli si fosse incollato sulla pelle, gli occhi
guardavano incerti, si era curvato, spesso traballava. Colla
caparbiet dei vecchi forti non ne volle per convenire. La prima
mattina, che usc di casa per riprendere il giro delle sue solite
visite, ingiuri il servitore perch voleva accompagnarlo, e ricus
persino di salire in fiacre.

De Nittis, trovandolo per strada, pot appena trarselo a casa colla
scusa di fare tutti insieme colezione con Bice.

--Volete strapazzarmi, non vengo.

--Lo meriteresti.

--Perch non rimango in casa ad aspettare il secondo accidente, che mi
porti via!--borbott scrollando le spalle.--So presso a poco quanto
pu tardare alla mia et, colpito dove sono stato colpito: sar finita
finalmente.

A colezione combinarono per la prima domenica di andare dal piccolo
Giulio.

Fecero il viaggio in calesse con un bel sole; il dottore pareva
allegro, ma la sua allegria cess subito davanti al bambino.

--Non dite dunque niente?--gli si volse Bice inquieta.

--Non c'entro pi.... io me ne sar andato da Bologna prima che lui ci
venga.

E fu vero. Quasi due mesi dopo, un'altra mattina, il servitore lo
trov morto nel letto; il piccolo Giulio, gi slattato, non torn
invece dal Sasso a Bologna che sui primi di novembre.

Allora Bice sent che della propria giovinezza non le rimanevano pi
che i ricordi; altri doveri, altri orizzonti di sposa e di madre le si
aprivano alla coscienza. Ne divenne pi calma, con quella mite
severit della contessa Ginevra, alla quale veniva sempre pi
somigliando anche nei gesti e nelle inflessioni della voce.
Comprendendo la necessit di non chiudere la propria casa in una citt
come Bologna, ne parl con De Nittis perch vi attirasse quanti ne
sarebbero stati degni per la finezza della educazione e la coltura
della mente; ma quantunque persuaso della bont di tale idea, egli se
ne scherm. Stavano tanto bene cos, che non v'era motivo di mutare;
poi il tempo non mancherebbe mai per accogliere qualche nuovo amico, e
magari apprestare qualche festa.

L'anno di lutto era gi finito da un pezzo, senza che Bice avesse
ancora posto il piede in alcun teatro. Tutta la sua vita era intorno
al bambino, del quale aveva fatto porre la magnifica culla nella
propria camera, presso il grande letto, compiacendosi ella stessa a
fargli da governante, quando si destava per qualche bisogno
improvviso. Ma oramai il miracolo della guarigione era fatto per
sempre. Quindi il suo cuore si fondeva in una riconoscenza devota al
ricordo del vecchio dottore, che opponendosi ai suoi naturali egoismi
di madre, glielo aveva salvato col mandarlo in campagna, a casa della
balia. Gi nel primo impeto di riconoscenza, allorch Mea col marito
aveva riportato il piccino alla villa, Bice aveva dato loro un
libretto della cassa di risparmio, intestato all'altro bambino, per
una somma di cinquemila lire.

-- Giulio che vuole cos, per il suo fratellino di latte.

Poi Mea aveva dovuto, naturalmente, promettere di tornare spesso a
Bologna..

E da principio tutto and bene. Bice non si ricordava quasi pi del
marito, se non per sorridergli come al padre del bambino, o
preoccuparsi tratto tratto di quanto avesse potuto ancora fargli
piacere. Quindi aveva tolto dalla propria camera di sposa, divenuta
come una cappella colla presenza del bambino, tutte le mondanit della
toeletta, per aggiungervi invece un altro gran quadro della Vergine al
disopra della culla. De Nittis dormiva in fondo all'appartamento, in
una camera attigua al proprio gabinetto di lavoro.

Un altro cuoco aveva sostituito Tonina, occupata ora della vecchia
Rosa, che perduta quasi affatto la conoscenza e la vista, non si
muoveva pi da sedere. Era diventata anche sorda.

Solo Bice, parlandole forte nell'orecchio, aveva ancora la facolt di
trarla da quella sonnolenza di bruto; poi la vecchia tornava ad
abbandonare la testa sul petto, e i suoi occhi senza sguardo
rimanevano fisi in una opacit oleosa d'impannata. Laonde tutti i
tentativi per farle riconoscere il bambino erano riusciti vani; glielo
avevano messo sul letto, sulle ginocchia, quasi fra le mani, con una
di quelle ostinazioni, alle quali  cos difficile dare un nome; ma il
piccino era sempre scoppiato a piangere, ed ella non aveva avuto che
un gesto vago.

Bice, superstiziosa come tutte le mamme, si era sentita stringere il
cuore da un'angoscia inesprimibile. Nella sua immaginazione malata,
Rosa era a poco a poco divenuta il genio misterioso della casa, che ne
custodiva nella profonda coscienza tutti i segreti; quindi si
ricordava di non essere mai riuscita, malgrado la propria superiorit,
a celarle qualche cosa di se stessa o a ribellarsi contro i suoi
oscuri voleri. Ma quando l'aveva interrogata su quel matrimonio con De
Nittis, la vecchia era rimasta in silenzio. Perch? Ella non aveva
osato ripetere la domanda. Per, da quel giorno, Rosa rientrata pi
profondamente nel silenzio della propria solitudine, non aveva sentito
altro nella casa, n le feste del matrimonio, n la morte della
contessa Ginevra, n la nascita del piccolo Giulio; Bice veniva a
vederla due o tre volte al giorno, ma il suo cuore si distaccava
insensibilmente da quella figura di mummia, gi fuori della vita.

Il piccolo Giulio assorbiva tutte le sue preoccupazioni.

Era piccino, coi capelli radi e riccioluti sopra la fronte troppo
convessa e la testa troppo grossa. I suoi occhi frangiati da ciglia di
una lunghezza impressionante, che a lei ignara del probabile
significato patologico di questa bellezza facevano battere il cuore
d'orgoglio, erano azzurri, di una limpidit cristallina e
fosforescente; avea la pelle non fresca, ma cos fine che vi si
contavano tutte le pi piccole vene di un turchino scialbo, come fili
stinti sotto uno strato diafano di polvere. Ma, sebbene parlasse gi e
conoscesse benissimo tutti, la sua viva predilezione era di restar
lungamente seduto sopra un'alta scranna a guardare delle stampe nel
gabinetto di Bice, mentre essa fingeva di lavorare sorvegliandolo con
intensa passione. Entrambi parevano quasi sempre tristi: egli
permaloso per ogni nonnulla resisteva ostinatamente a tutti i
tentativi di riconciliazione, e allorch, pigliandolo in collo
dolcemente, ella si metteva a passeggiare pel gabinetto, la sua
pesante testina le si piegava a poco a poco, lenta e smorta, sui
capelli neri come sopra il cuscino di una bara. Quindi Bice, non
osando accompagnarlo fuori di casa per paura del freddo, aveva fatto
disporre due grandi saloni con molti vasi di piante, a giardino,
perch potesse svagarvisi come per una campagna; ma poco appresso,
impaurita da qualche gesto del bambino, che si portava spesso la mano
alla testa, credette che i profumi di quei pochi fiori gli facessero
male, e fece rimettere i saloni come prima. Solamente nelle belle
giornate di sole, quando faceva quasi caldo, usciva con lui in
carrozza sul mezzogiorno, dopo averlo ben bene affagottato.

Poi, ai primi soffi della primavera, tornarono al Sasso. Il bambino
deperiva lentamente, diventava cereo, colle mani crespe, senza pi
voglia di camminare. Margherita, quando era sola con lui, doveva
soffrire mille pene per fargli muovere qualche passo sul prato; ma, se
Bice sopravveniva, lo ripigliava subito in braccio, e se ne andava
dondolandolo guardingamente.

De Nittis, anche pi inquieto di Bice, taceva. Gi prima di partire
pel Sasso, avendo interrogato vagamente l'illustre clinico
dell'universit, questi gli aveva risposto in modo cos scoraggiante,
da fargli quasi sospettare che potesse avere esaminato il bambino; e
per soffocando in cuore le paure, che ne guizzavano ogni minuto, lo
sorvegliava anch'egli di continuo, con una acutezza di osservazione
resa anche pi dolorosa dalla necessit di nasconderla.

Bice invece sembrava reagire contro quelle dolorose impressioni, come
sforzandosi a negarle con una insolita volubilit; ma una sera che il
sindaco era venuto a salutarli col medico condotto, un giovane secco e
bruno, di una fisonomia volgarissima, la sonnolenza del bambino e il
suo schermirsi incessante dalla luce colle manine la colpirono pi
vivamente. Glielo mostr.

Il dottor Leoni, che lo aveva gi guardato, parve quasi rifiutarsi,
poi disse che senza spogliarlo qualunque serio esame era impossibile.

--Vuoi andare a nanna, Giulietto?

Egli rispose di s col capo.

Allora il dottore segu Bice. Era diventato improvvisamente pi serio,
studiando il piccino nudo, che dormigliava in piedi; ella si sentiva
sopraffatta da un freddo terrore.

--Si  un po' smagrito,--tent di dirgli.

Ma il dottore rimaneva concentrato, poi rispose:

--Lo mostri a qualche altro.

Bice si volt di scatto.

--Ma non ha nulla: le accerto che, da quando l'ho ripreso a casa, non
 mai stato a letto un giorno solo.

Ella non volle dir nulla a De Nittis, ma la mattina dopo il bambino
ebbe uno sforzo di vomito, mentre Margherita lo rizzava in piedi per
vestirlo, e si mise a piangere dal dolore di testa, nascondendogliela
nel seno per non vedere la luce.

Il dottore, mandato a chiamare in fretta, entr nella camera vestito
peggio della sera prima, con una giacca di fustagno e due scarpe
gialle, giacch un servitore lo aveva trovato, mentre col biroccino si
dirigeva verso San Quirico, alla casa di un colono.

Anche De Nittis era nella camera.

--Dottore, mio Dio!--esclam Bice, andandogli incontro.

Egli non sembr commuoversi a questa angoscia di madre: fece rizzare
il bambino da Margherita e gli scrut acutamente gli occhi.

--Veda,--si volse a De Nittis,--la pupilla destra  leggermente
strabica: non mi pare che ieri sera fosse cos. Il bambino ha sempre
avuto questo difetto?

--Mai!--grid Bice precipitosamente, curvandosi per guardare anche
lei, ma il bambino aveva gi chiuso gli occhi e, quando glieli vollero
aprire per appressarvi una candela accesa, tent un gesto disperato
per respingerla, rompendo in un urlo di pianto, che gli rinnov gli
sforzi del vomito.

--Lo calmi, lo calmi,--disse il dottore.

Poi, siccome il bambino si teneva abbracciato a Margherita per il
collo, Bice e De Nittis trascinarono il dottore alla finestra; egli
s'imbarazz, aveva conosciuto De Nittis all'universit, e bench
condannasse i suoi principii filosofici come retrivi, provava una
certa soggezione del suo ingegno e per la signorilit delle sue
maniere.

--Sentano,--rispose finalmente, non senza durezza: se si trattasse
del figlio di un povero, io potrei dire la mia opinione, ma con
loro.... Chiamino Murri; lei, professore,  stato suo collega.

Bice si strinse la fronte nelle mani.

--Non c' nessun pericolo per ora.... potrei anche ingannarmi, ma fra
due o tre giorni la diagnosi sar chiara. Anche quelle ciglia cos
lunghe sono sempre un sintomo....

--Di che?

L'altro non volle rispondere.

De Nittis comprese che era inutile insistere.

--Avrete la bont, dottore, di ripassare oggi? Intanto io scriver al
mio amico Murri che voi desiderate di consultarlo.

Ma la voce gli venne meno.

Questa delicatezza parve impressionare il dottore; Bice li ascoltava
come trasognata.

--Torner tutte le volte che vogliano. Allora aspettiamo altri due
giorni, pericolo non ce n' ancora, poi nemmeno ci sarebbe....--ma
s'interruppe per tornare su la culla ad ascoltare il respiro del
bambino, che si era addormentato.

Questi pareva calmo, senonch attraverso il suo rantolo lieve, tratto
tratto, passava qualche piccolo strido.

Poi quella scena cos spezzata, profondamente repressa, sconcert lui
pure: avrebbe voluto dire qualche parola gentile per andarsene, ma
invece non trovava nemmeno come salutarli.

Quando finalmente fu uscito, Bice afferr De Nittis per l'abito
mormorando con accento di terrore:

--Quell'uomo ci odia, l'ho sentito.

--Almeno non ci ama perch siamo signori;--egli rispose con un sorriso
doloroso.--Quasi tutti i giovani medici condotti oggi sono socialisti.

--Scrivi subito a Murri.

--Aspettiamo, mia cara: vedi bene che, se ci fosse ombra di pericolo,
egli ce lo avrebbe detto, dal momento che invoca il controllo di Murri
per la diagnosi.  un giovane, che mi pare intelligente.

Alle nove della sera lo strabismo della pupilla destra non era
aumentato, sebbene il vomito si fosse ripetuto con qualche piccola
convulsione, e l'addome del bambino apparisse anche pi retratto; ma
tornando per la terza volta verso le undici, il dottore trov Bice e
De Nittis ancora nella stessa posizione, a fianco della culla, che lo
attendevano.

Il piccino batteva i denti nel sonno. Al rumore dell'uscio gett un
grido acuto, lacerante, quel grido speciale, idrocefalico, che pei
medici  uno dei sintomi pi sicuri in tale malattia. Il dottore si
ferm sulla soglia, mentre gli altri due, invece di venirgli incontro,
si erano gi rivolti verso la culla. Nella camera una lampadina opaca,
da notte, rompeva le tenebre: Margherita entr poco dopo, senza il
solito grembiale bianco, recando un cerino: tutti parlavano piano,
girando sulle punte dei piedi, come in un mistero di terrore.

Gli altri sintomi della malattia erano gi comparsi; le pupille
ristrette, le glandole del collo tumefatte, e soprattutto quegli
sforzi ripetuti per infossare la testa nel cuscino, che rivelavano le
contrazioni dolenti dei muscoli cervicali. Un lampo d'orgoglio
illumin la faccia del dottore: De Nittis se ne accorse. Ma Bice non
staccava gli occhi dal piccino.

--Ha un gran male alla testa, poverino! perch non gli date qualche
cosa, dottore? Vi debbono pure essere dei rimedi!

Egli invece torn a ripetere l'esame, poi voltandosi di preferenza a
De Nittis, del quale la faccia apparentemente calma gl'inspirava
maggior fiducia:

--Senta,--disse,--io non assumo di fare alcuna ordinazione. Si
potrebbe mettergli il ghiaccio sulla testa e tentare un'applicazione
di mignatte dietro le orecchie; una volta somministravano anche il
calomelano coi fiori di zinco.... ma non credo alla razionalit di
tali rimedi. Scriva a Murri, vedremo che cosa decide.

--Non vedete come soffre alla testa?--torn ad esclamare Bice, che non
aveva badato a tutte quelle parole scientifiche, pronunciate dal
dottore con visibile importanza.

Ma De Nittis lo trasse alquanto in disparte, mentre Margherita,
indovinando la gravit della situazione, cercava d'intrattenere Bice
col ricomporre i cuscini nella culla.

--Dottore,--gli disse piano con voce tremula,--non ho altro diritto
per chiedervi un favore che questa mia miseria.... la vedete!
Oh!--sospir frenandosi con un ultimo sforzo:--andate voi stesso a
Bologna da Murri, conducetelo qui subito. Non vedete Bice?

--A quest'ora sar difficile che mi riceva.

--Non c' proprio nessun rimedio? Credo di aver capito,  una
meningite.

--Basilare tubercolosa: talvolta si guarisce.

--Ma non vi sono rimedi?

--Credo di no.

--Dottore, andate per carit nella mia carrozza. Avete altri ammalati
gravi?

--No.

--Andate, non  vero?

E la sua voce aveva un accento cos triste che l'altro si arrese,
sicuro che l'illustre clinico non l'avrebbe ricevuto a quell'ora, e
molto meno si sarebbe alzato per un caso, del quale la gravit non
presentava nessun carattere di urgenza.

Infatti non torn che l'indomani, alle due dopo mezzogiorno; Bice e De
Nittis non si erano coricati, vegliando assiduamente il bambino.
Quando l'illustre clinico entr nella camera, l'aspetto smorto,
disfatto di quei due parve impressionarlo. Era quasi un bell'uomo,
alto, ancora giovane, dai capelli gi bianchi e il viso malinconico;
coll'abitudine di simili scene, invece di perdere tempo in complimenti
inutili, and difilato alla cuna. Margherita aveva gi spalancate le
finestre. Il dottore, che gli aveva parlato pi di una volta lungo il
viaggio su quel caso, non fiatava, spiandolo nel volto con un'ansia
mal dissimulata, ma si accorse subito di aver indovinato, sebbene la
faccia di lui rimanesse impassibile sotto lo sforzo di tutte quelle
emozioni, che la tentavano. Bice, De Nittis e Margherita non
respiravano pi, mentre il bambino, colla testa affondata nel cuscino,
gettava tratto tratto quel grido insopportabile.

Poi l'illustre clinico scambi col dottore un segno quasi invisibile
di assenso.

Era la morte, nessuno s'ingann.

--Si pu mettere una piccola vescica di ghiaccio,--disse colla sua
voce chiara;--questo lo calmer un poco, e aspetteremo. Quanto alle
sanguisughe sarebbero un errore: avete fatto benissimo, dottore;
l'esudato essendo negli spazi sotto aracnoidali, non si vede come una
sottrazione sanguigna dietro l'orecchio potesse limitarne l'afflusso o
deciderne il riassorbimento. I fenomeni flogistici in questo caso sono
troppo secondari, per poter essere combattuti nemmeno con una cura
sintomatica.

Pareva in clinica facendo la solita lezione: ma si riscosse
prontamente e, volgendosi a De Nittis, gli strinse con nuovo affetto
la mano:

--Coraggio, mio caro professore! il caso  piuttosto grave, ma abbiamo
anche esempi di guarigione. Non bisogna tormentarlo e nemmeno
tormentarsi cos, signora mia: ella ha fatto malissimo a non andare a
letto; io la consiglierei a coricarsi subito, altrimenti correr
pericolo di ammalarsi pei troppi strapazzi. No, no, non pianga: ho
avuto casi di guarigione, che ci permettono ancora di sperare; poi la
natura, specialmente nei bambini,  piena di risorse.

Ma sotto la cortesia dei modi si sentiva l'indifferenza professionale.

Bice si drizz delirante, con un gesto vago di minaccia, mentre De
Nittis le si gettava davanti per rattenerla.

--Morir!

--No, signora, non ho detto questo, anzi dobbiamo sperare che
guarisca. Ella non si agiti cos inutilmente, perch noi faremo tutto
il possibile per salvare questa cara creaturina. Creda un poco anche a
noi; non sempre la malattia  pi forte della scienza.

Ma ai singhiozzi di Bice anche De Nittis diede in pianto tenendola
abbracciata, e si stringevano il collo, la faccia nella faccia, cogli
occhi chiusi in una cecit disperata, mentre il sole entrando per le
finestre spalancate stendeva come una larga pezza d'oro su per quel
pesante letto di quercia, e nell'angolo la piccola navicella, coperta
da un gran velo bianco di merletti, pareva oscillare mollemente fra le
alghe del proprio piedestallo.

Ad un cenno dell'illustre clinico il dottor Leoni lo aveva seguito,
uscendo adagio, quasi inavvertiti, colla scusa di andarsene subito per
altre visite, ma profittando invece di quel momento per sottrarsi al
finale di una scena indarno straziante. Margherita corse loro dietro
ad offrire un rinfresco, che accettarono in piedi: anch'ella capiva
dai loro volti che tutto era finito, ma l'indifferenza dell'accento,
col quale adesso parlavano della malattia, le faceva male. Il dottor
Leoni mostrava un rispetto quasi servile verso il gran clinico.

--Torner ella, professore?

--A che scopo?

Margherita aveva rovesciato una bottiglia di _chartreuse_ verde nel
deporla sulla tavola; il suo grosso seno tremava di un singulto
represso, poi quando vide che andavano verso l'uscio:

--Non c' proprio rimedio!--grid--Oh poveri padroni.... due santi!

Il dottor Leoni, che si ritraeva gi all'uscio per lasciar passare il
professore, si volse di scatto a questa parola.

--Due santi!--ripet poscia ironicamente, con quella brutalit, della
quale i medici spesso non si rendono conto, appena fu salito con lui
nella carrozza.

--Gi! De Nittis  un grande ingegno mistico.

--Un degenerato superiore!

L'illustre clinico sorrise enigmaticamente a questa affermazione di
una tra le pi volgari teorie della nuova scuola psicologica.

--In ogni caso la generazione non  dei santi ma dei forti,--concluse;
mentre la carrozza s'allontanava, e il dottor Leoni tornava a parlare
del carrettiere, che voleva mostrargli, sfruttando quella occasione di
una visita pagata da De Nittis.

Da quel giorno alla villa tutto parve mutato: i servitori non si
vedevano quasi pi, le finestre rimanevano chiuse al bel sole di
primavera, e dentro il silenzio era anche pi tetro. Giuseppe, il
vecchio cocchiere, rimaneva quasi tutta la giornata nell'altro
caseggiato delle stalle, ove il cuoco e i giardinieri andavano a
trovarlo parlando a bassa voce, giacch la coscienza di quel disastro
era uguale in tutti. La casa andava in isfacelo. La signora Bice non
avrebbe potuto sopravvivere alla perdita del bambino: e dopo? come
finirebbe? Essi amavano gi in De Nittis la grande bont del
carattere, ma non lo conoscevano abbastanza per sapersi sicuri
dell'avvenire, mentre Margherita e Tonina invece si obbliavano in
quell'angoscia di morte, che lo minacciava. Gi la mattina dopo,
avendo vegliato anche la seconda notte presso la culla, non era pi
riconoscibile; Bice terrea, cogli occhi infossati e cerchiati di una
lividezza sinistra, pareva diventata anche pi curva. Le sue labbra
contratte avevano quel colore indefinibile delle cicatrici, che non
possono guarire. Tutte le sue ribellioni erano cessate in quella
disperata certezza della morte, come se il bambino le si spegnesse
lentamente dentro l'anima: tratto tratto credeva di non pensare pi,
poi al primo grido gli si curvava precipitosamente sul viso con
un'altra sensazione inesprimibile, che egli stesse per affogare
travolto da una corrente rapidissima, e le tendesse le manine
inutilmente nel passarle dinanzi.

Dentro la camera, quasi buia, l'ombra in quei primi caldi di maggio
diventava pesante: i mobili si vedevano appena, solo quel grande
merletto gettato sopra la culla biancheggiava al chiarore della
lampadina opaca, riparata nell'angolo dietro l'inginocchiatoio, mentre
in alto qualche riverbero correva per la vecchia cornice dorata della
Madonna sospesa al disopra del letto nelle tenebre.

De Nittis, seduto a' piedi della culla, guardava ora Bice ed ora il
bambino, quasi ugualmente agonizzanti, senza che la sua anima,
immobile dinanzi a quella dissoluzione pigra ed inesorabile di tutto
ci che aveva amato, potesse gettare un lamento. Il bambino non gli
apparteneva gi pi, era una cosa che si disfaceva sotto i suoi occhi
nella insignificanza di tutte le morti materiali, che il dolore non
pu sollevare sino alle sfere dello spirito.

Adesso non aveva pi n moglie n figlio. Quel dolce sogno di amore,
fra la donna e il bambino, vanito come uno di quei vapori d'autunno
sopra i prati montani al primo soffio freddo del vento, lo lasciava
pi solo di prima. Dopo l'ultimo scoppio di pianto alle parole
cortesemente inesorabili dell'illustre clinico, Bice era piombata nel
silenzio; non un lamento, un'accusa ingiusta e reciproca, che li
sollevasse con un mutamento di dolore. Anch'essa accettava
l'espiazione. Il loro amore era stato come una rivincita di anime,
ebbre della propria immortalit, contro le leggi della natura, la
quale si rinnova nelle stagioni, e perisce quando non pu rinnovarsi.
Si ricordava l'esultanza delirante dei loro cuori su quel ponte, lungo
la strada, che lambiva il cancello della villa allorch, avvolti
nell'ombra diafana e tra i sorrisi delle stelle, si erano parlati col
linguaggio dei poeti, credendo di ricevere dalla notte le supreme
rivelazioni della vita. L'incanto della loro passione simile a quello
dei santi, che non vivono pi che in Dio, e ai quali la natura
rinnovella sempre col proprio contatto il senso doloroso di una
caduta, avrebbe dovuto dileguare nel sogno di quella notte come un
altro sogno pi leggero, oltre i confini dell'ombra, l dove tutto
quanto fu diviso si riunisce, e il mistero delle apparenze si dissipa.
A che pr ridiscendere fra la moltitudine delle esistenze suscitate
dal sole sulla terra, e sottomesse alle necessit di una distruzione
faticosa? L'amore non pu diventare divino che nella morte, ma le sue
leggi nella vita sono quelle stesse della natura, che si vendicava
adesso sul corpo del loro bambino spazzandolo come un inutile rifiuto.
Quella meningite colpiva appunto il figlio dove il padre aveva
peccato: era caso, era legge? Era forse null'altro che una piet
suprema, o un risparmio brutale della materia, colla quale tutti i
corpi si rinnovano? Tutta la scienza del suo pensiero soccombeva
davanti alla terribilit di questi problemi; egli non era pi uomo;
quella morte lo isolava per sempre in se stesso, nell'inconsolabile
vergogna della propria inanit. Comunque si succedessero i giorni, e
splendesse il sole e la gente esultasse intorno a lui, egli sarebbe
solo a fianco di Bice ancora giovane, e nullameno condannata a
guardare nella vita senza la speranza di potervi mai pi partecipare.

Adesso vivevano chiusi in quella camera, uscendone appena per il
pranzo e ritornandovi subito dopo, quasi sempre senza aver mangiato,
ad attendere il dottor Leoni, che veniva tre volte al giorno. Ma tale
insondabile dolore muto aveva sconvolto anche in lui tutte le idee di
giustizia colla rivelazione di un altro ordine ben pi tragico della
gerarchia, che egli rinfacciava alla societ, e nel quale la grandezza
dei mali si misurava non alla miseria dei salari ma alla superiorit
dello spirito. La sua anima, pi volgare che bassa, ne subiva
inconsciamente il fascino cedendo ad una ammirazione sempre pi viva
per De Nittis, del quale l'ingegno gli scopriva talora in poche frasi
di un pessimismo lacerante tutta la inanit della medicina, condannata
fatalmente a non comprendere nemmeno il perch dei pochissimi rimedi,
e a stabilire le proprie leggi sull'incertezza di alcuni fenomeni.

Ma quella meningite basilare tubercolosa non consentiva nemmeno di
essere lenita, giacch il piccino aveva fatto ogni sforzo, rantolando
affannosamente, per torsi dal capo la vescica del ghiaccio. Bisognava
assistere per otto, forse per quindici giorni, al suo lento supplizio,
immobili, senza potergli neppure nelle crisi pi spasmodiche porgere
il conforto di una carezza. Entro quella ricca cuna sommersa
nell'ombra della camera, e fra il chiarore incerto delle trine, che
orlavano i cuscini e i piccoli lenzuoli egli appariva vagamente come
una macchia; ma non appena aprivano le finestre all'arrivo del medico,
e questi lo pigliava fra le mani per esaminarlo, il suo volto cinereo,
lucido di un sudore viscoso, coi labbruzzi scuri come una foglia
imputridita, ricadeva d'ogni lato pesantemente, sempre con quel
rantolo interrotto da grida sottili. Le sue pupille, salite sotto le
palpebre, vi rimanevano coperte a mezzo, come stravolte nello spavento
di una visione dileguata; per, adesso che il loro azzurro pareva
essersi dilatato, la luce non le offendeva quasi pi. Poi il respiro
gli si faceva improvvisamente tranquillo, e un fuggevole rossore gli
colorava le gote, permettendo quasi di sperare in un ritorno
vittorioso della vita, mentre il coma si manteneva sempre cos grave,
e subiti scatti di convulsioni facevano da capo sbalzare tutte le sue
piccole membra, come sotto il morso di una scottatura.

Allora il dottore s'affrettava a rimetterlo sotto le lenzuola,
ordinando di socchiudere le finestre per velare loro quello straziante
spettacolo.

Bice non gli domandava pi nulla, De Nittis lo accompagnava pel
giardino sino al cancello, e pi di una volta lo aveva interrogato
sullo stato di lei. C'era infatti da impensierirsene: la sua magrezza
diventava tutti i giorni pi livida, molte sere doveva aver avuto la
febbre, ma fortunatamente la tosse non era ricomparsa. Ella invece,
appena uscito il medico, andava a gittarsi sull'inginocchiatoio
ridomandando smaniosamente alla Madonna il miracolo di quella
guarigione. Non era quello il solo momento che potesse farlo,
quantunque De Nittis non abbandonasse quasi mai la camera, ed ella non
volesse farsi vedere da lui in tale supremo tentativo di forzare la
volont onnipotente della Vergine; ma lo sceglieva: con un
raffinamento adulatore di fede, per umiliare quella abdicazione della
scienza umana troppo spesso cos orgogliosa contro Dio.

Era andata anche due o tre mattine nella chiesa parrocchiale a farvi
la comunione durante la messa, senza avvisare alcuno. Ella solamente
come madre poteva ottenere la grazia: era la carne della propria
carne, l'anima della propria anima, quella che domandava a Dio. Per
quanto De Nittis soffrisse, non avrebbe mai potuto paragonare il
proprio dolore al suo; egli non era che padre per il contatto di un
attimo con quella creatura, che ella aveva composto di s stessa. Poi
De Nittis non credeva come lei; adesso nella paura delirante, che la
ricacciava verso Dio, le pareva che solamente una fede senza alcun
egoismo di speranza potesse commuoverlo.

--Oh Signore, voi potete!

Ma colla Madonna invece piangeva e chiedeva. Ella non poteva aver
dimenticato un tale dolore nella gloria della propria assunzione,
dacch aveva voluto rimanere sugli altari all'adorazione degli
infelici come una Mater Dolorosa. Era questo il suo culto pi gradito,
l'immagine lasciata di s stessa alle povere donne votate a soffrire
dopo di lei. Bice la pregava con un'intimit pressante, parlandole
mentalmente come a persona viva, senza che la visione poetica le
s'intorbidasse mai tanto, da dover ricorrere come il volgo ad immagini
materializzate per sempre nella deformit di un culto idolatrico. Anzi
ella non avrebbe nemmeno saputo dire in che consisteva questa sua fede
nella Madonna: sentiva che Dio, l'inaccessibile, l'infallibile, era il
padrone, e tutto veniva da lui, tutto vaniva innanzi a lui, anche gli
spiriti che aveva pi amati e la Vergine, nella quale si era compito
il suo pi grande mistero; ma ella amava nella Madonna il simbolo
divinizzato dell'amore materno coll'agonia di tutti i dolori e il
trionfo finale sulla morte, in quel rapimento di angeli osannanti, che
l'avevano trasportata vivente sul trono di Dio.

Non ostante la febbre di tali esaltazioni, la natura stremata la
costringeva a prendere qualche riposo. Da principio s'addormentava di
un sonno inquieto sulla sedia, presso la culla, poi dovette cedere
alle istanze e mettersi a letto; anche De Nittis aveva consentito a
fare altrettanto, dividendo le ore di veglia con lei, Margherita e
Tonina. Erano gi passati otto giorni. Tutte le sere arrivavano
lettere di amici da Bologna, che domandavano notizie colle solite
frasi d'incoraggiamento; Prinetti, venuto di nascosto alla villa per
evitare a Bice un'altra commozione, non aveva parlato che con De
Nittis, e non era pi ritornato. Anche a lui crescevano i dolori: una
nipote gli era fuggita con un giovinastro senza lasciare traccia, gli
altri erano gi lo scandalo del paese.

Ma Bice, immemore di tutti, non aveva nemmeno notato la sua assenza.
Invece pensava talora al povero Giorgi, la sola anima di santo che
avrebbe potuto parlarle di quel dolore, mentre tutti gli altri,
compreso De Nittis, non lo intendevano abbastanza.

La mattina del decimo giorno, una domenica fiammeggiante di sole, il
bambino stava peggio: erano gi tutti alzati intorno alla culla, colle
finestre socchiuse. Fuori, nell'aria limpida e vibrante, passavano
tutti i soffi del maggio, si udivano stormire le foglie e cantare gli
uccelli. Ella n'ebbe un risveglio lacerante, poi Margherita corse da
Giuseppe perch andasse a cercare il medico, ma questi era in visita,
lontano sui monti, ai confini del comune.

Quando Margherita rientr ansante per la corsa e si appress alla
culla, il bambino respirava a stento; le pupille gli erano un po'
discese dalle palpebre, ma parevano anche pi opache.

Non parlarono. Margherita aveva scambiato un'occhiata con De Nittis,
bianco nel volto come nei capelli, e colla barba non rasa da tre
giorni, che gli faceva una fisonomia pi ammalata.

--Il dottore?--egli si rivolse a Tonina sopraggiunta in punta di
piedi.

L'altra, senza capire bene, and a guardare dalla finestra, ma Bice
scorgendola solamente allora, fece un gran gesto e scapp dalla camera
verso quella di Rosa, della quale non si era ricordata pi in tutto
quel tempo. Margherita e Tonina la seguirono dietro un cenno di De
Nittis.

Ella correva; aperse l'uscio precipitosamente e cadde in ginocchio
dinanzi alla vecchia seduta, secondo il solito, nella larga poltrona
di paglia coi bracciuoli imbottiti e ricoperti di una vecchia stoffa
unta.

Era diventata cieca del tutto.

Bice le si strinse contro, riempiendosi la bocca col suo grembiule
turchino per soffocare i singhiozzi; la vecchia ne traball, poi con
una mano gialla, ossuta, le tast il capo, e sul suo volto di mummia
parve passare una luce bianca.

--Rosa, Rosa.... il mio bambino!--l'altra grid con un singulto anche
pi violento, urtandole col petto le ginocchia in una invocazione
delirante.

Ma la vecchia si ritir in grembo la mano, cadutale come morta lungo
il fianco, e seguit a dondolare automaticamente la testa, cogli occhi
anche pi appannati di quelli del bambino.

Bice si rizz lentamente, colla faccia arida, per ritornare nella
propria camera. Un raggio di sole arrivava al davanzale della
finestra. Adesso il grido continuo del piccino era diventato pi
sottile, e le pupille gli si muovevano come galleggiando dentro gli
occhi.

Ella rimase in piedi con ambe le mani attaccate alla cuna; aveva una
vestaglia scura a righe sanguigne, i capelli scarduffati come da un
colpo di vento. Ogni tanto batteva i denti. Ma una convulsione scosse
ancora tutto quel povero corpicino sotto le lenzuola, che
s'incresparono come l'acqua di un piccolo gorgo, nel quale fosse
caduto un sasso. Pareva che istintivamente tentasse di alzare la bocca
aperta, agitando le manine tutte grinze, colle piccole unghie
diventate lunghe.

--Mio Dio, muore!--si lasci sfuggire Margherita chiudendo gli occhi.

Quando li riaperse, lo vide colla testina rivolta sul lato sinistro,
presso all'orlo della culla, che ripigliava lentamente il respiro.

Bice e Margherita gli stavano ai lati, De Nittis ai piedi della culla,
tutti e tre evitando di guardarsi. Questa volta era l'agonia, un
epilogo pi incomprensibile ancora di quella muta tragedia, perch il
bambino non aveva mai potuto parlare; ma sebbene il suo corpicino
apparisse anche troppo fragile, le convulsioni vi scoppiavano con una
violenza quasi di odio. La sua piccola testa sparuta s'affossava
sempre pi faticosamente nei cuscini, mentre le braccia sottili come
due stecchi, sui quali le larghe e fini maniche della camicia
penzolassero, battevano tratto tratto l'aria nello sforzo di
respirare. Ma ogni volta le vene del collo parevano gonfiarsi sotto
una mano invisibile, che glielo stringesse con calcolata lentezza: poi
rimaneva senza fisonomia, colle pupille spente in un canto
dell'occhio, e la bocca bagnata da un velo diafano di bava.

Che cosa era dunque la morte per lui? Che cosa uccideva?

Nessuno poteva chiederselo per la stessa impossibilit di fondere la
propria anima in quella sua agonia di animalino. Egli moriva cos,
soffrendo senza capire, come tante volte si vede per strada morire
qualche altra bestia, percossa da lunghi brividi, colla faccia
insignificante. De Nittis, immobile ai piedi della culla, stringendosi
di quando in quando la fronte sotto una fitta lancinante, sentiva il
proprio spirito diventare di una limpidit cristallina. Nulla gli
sfuggiva n degli altri n di s stesso. Il suo mondo era l, in
quelle tre creature, che stavano per rimanervi isolate, appena la pi
piccola sparisse; ma tutto il suo ingegno e il suo cuore non bastavano
a trovare un'altra espiazione, un baratto insensato di devozione e di
dolore per placare l'esigenza della morte. Doveva morire il pi
piccino, quello che aveva appena cominciato a vivere, mentre lui,
stanco ed oramai inutile, resterebbe a galleggiare nella vita come una
tavola di naufragio sul mare. E quella agonia di una bestiolina
conchiudeva il grande dramma del suo pensiero, diventava la catastrofe
finale del suo spirito rigettato per sempre dalle correnti della
generazione! Adesso avrebbe voluto udirlo piangere, gridare: aiuto!
toccando cos l'ultima vetta del dolore, piuttosto che vederlo sparire
in quell'agonia senza significato. La sua anima vi assisteva come
cristallizzata da un freddo siderale, che nulla potrebbe pi vincere.
La morte non avrebbe dovuto essere cos, ma compiersi nello spirito,
come l'ultimo atto della sua incomprensibile tragedia, fra l'orrore
del nulla e lo spavento di Dio. Quale differenza rimaneva dunque fra
la morte di quel bambino e la morte di un agnello? A che era esso
nato? Che significava la sua apparizione di un istante? Se la
religione aveva saputo immaginare un al di l per l'uomo, il bambino,
non potendo recarvi n merito n colpa, vi diventava inintelligibile.

Queste domande passavano per la limpidezza del suo spirito come raggi
sottili, mentre le sue viscere ricevevano tutti i contraccolpi di
quelle convulsioni nel medesimo punto, come se una stessa carne
soffrisse in ambedue. E non pertanto erano gi separati per sempre.
Fino dal primo giorno di quella malattia la sua anima di padre era
morta, e tutto il resto non era stato nemmeno pi dolore, perch non
si pu forse chiamare cos ci che soffre il pesce in secco, sulla
riva. Ma in quel momento lo strazio delle due donne tornava a farlo
tremare di un'altra piet pi profonda: a che pensavano esse? Come non
avevano una seconda volta domandato del dottore! Perch si erano
scordate di far chiamare il parroco? De Nittis se lo chiedeva per
quella terribile facolt nei pensatori di riflettere sempre, anche
nelle crisi pi atroci, assistendo cos allo spettacolo di s
medesimi. Infatti non gli era sfuggito l'allegro tremolo della luce
su tutti i mobili al soffio delle tende respinte dal vento, sino quasi
a mezzo della camera. Era un mattino palpitante di risa e di grida,
che si udivano al di fuori per la campagna: le piante si scrollavano
nel sole, tutto vibrava di vita.

In quel momento una grossa voce parl sul prato; Margherita corse alla
finestra, poi usc dalla camera.

L'immobilit delle loro due figure si fece pi tragica; da venti
minuti non avevano pronunciata una parola o scambiato uno sguardo.
Bice sent che un'altra pi formidabile convulsione stava per
scoppiare e piegandosi sulla culla, tese le mani per prenderlo sotto
le ascelle: difatti pot appena afferrarlo, che il suo corpicino
sbalzava gi per tutte le membra, come sotto l'urto di detonazioni
elettriche. La testa gittata indietro, dondolava con un rauco
gorgoglio di soffocamento, facendosi tratto tratto pavonazza, mentre
le braccine sferzavano l'aria disperatamente, e le gambe a certi
sforzi gli rientravano sotto la corta camiciola fino al ventre
rigonfio. Ma questa volta la convulsione si ripeteva sempre pi
violenta; ella lo stringeva fra le mani cercando istintivamente di
farlo star dritto, sebbene i piedini gli si ritraessero come respinti
da una molla al contatto delle lenzuola, e la testa gli si
arrovesciasse sempre pi pesantemente. Un momento, fra il rantolo che
lo soffocava, gli sfugg uno strido stentato, sibilante.

--Muore!--grid De Nittis, che non poteva vederlo cos nascosto contro
il petto di Bice, ma ella si volse impetuosamente per dire di no.

Una fiamma bianca le bruciava negli occhi, come se vi fosse salita da
tutto il volto marmoreo: quindi rialz il piccino quasi all'altezza
del proprio mento per appressargli la bocca alla bocca; lo tenne cos
qualche minuto trionfalmente, sentendo fra le dita il battito
affrettato del suo piccolo cuore, e adagio, curvandosi senza baciarlo,
lo ricompose sul cuscino.

De Nittis aveva chinato il capo.

Ella strinse nella mano destra l'altro orlo della culla piegandosi col
volto, del quale De Nittis non poteva vedere che una tempia, quasi a
sfiorare quello del bambino ridivenuto tranquillo. In quella lotta
delirante della sua anima contro la morte, Bice lo avvolgeva dentro lo
splendore dei propri occhi, giungendogli sino al fondo di tutte le
fibre coll'irresistibile penetrazione della luce. Non voleva che
morisse, non sapeva nemmeno che cosa fosse pi la morte, ma era come
se le ritirassero qualche cosa dall'intimit del proprio essere, e la
sua volont s'irrigidisse per impedirlo. Aveva quasi cessato di
soffrire, non si ricordava pi di nulla; il suo bambino era solamente
il suo bambino, senza i lineamenti caratteristici del suo Giulio, era
dentro la sua volont stessa, inseparabile dalla sua vita, che nulla
ancora minacciava.

Infatti sotto la pressione di quegli sforzi egli si era addormentato.
Un sudore gli argentava le guance livide, respirava appena, colle
palpebre lente sulle pupille dilatate, che gli riempivano di un
azzurro scialbo quasi tutto l'occhio. Il suo corpicino raggomitolato
sotto le lenzuola vi faceva appena il rilievo di un cartoccio.

Ella lo contemplava, gi rilassata sopra di lui nella dolcezza di una
prima vittoria. Il suo respiro sempre pi calmo le passava sul volto
come una carezza, richiamandole la memoria di tutte le preoccupazioni,
quelle tenerezze vigilanti, piene di moine, colle quali le mamme sanno
persuadere ai bambini anche il sonno: ma quello del piccolo Giulio
proseguiva oramai al sicuro da ogni altro attacco sotto la protezione
del sorriso, che le illuminava ora tutto il volto. Quindi la coscienza
le ritornava nella stanchezza di una tensione troppo prolungata.
Improvvisamente prov un gran dolore sotto la scapola sinistra in
quell'atteggiamento faticoso, riempiendo cos la culla con tutto il
proprio busto; ma non pot staccarsene.

Era sempre lo stesso coma, insistente, invincibile, anche a questo
ultimo sforzo della sua volont.

Il bambino respirava ad intervalli pi radi, con un suono sordo di
bolle, che gli si rompessero dentro il petto, e la bocca immobile in
una contorsione, che il sonno non ha o non serba lungamente. Poi un
altro odore acido, nauseante, gli sal intorno, di fra le lenzuola,
senza che egli avesse mutato posa o si fosse anche lievemente
scrollato. La sua manina sinistra, fuori della coperta bianca, ne
teneva una piega sottile fra le dita.

Allora Bice gli appress un'altra volta le orecchie alle labbra per
udirne il soffio, contemplandolo intensamente colla sensazione
mostruosa di non riconoscerlo pi; infatti la sua fronte aveva la
stessa opacit inanime delle grandi pupille azzurre, sulle quali le
frangie delle palpebre socchiuse ricamavano un'ombra stagnante, mentre
un'altra ombra pareva uscirgli dalla bocca su per tutto il viso. Ma il
rallentarsi stesso del respiro provava la tranquillit del suo riposo.
Non era pi la lotta, quella lacerazione di prima, a strappi, contro
la quale la volont poteva ancora irrigidirsi; ma una insidia
invisibile, che li avvolgeva entrambi, senza possibilit di
resistenza, in un oblo sempre pi scuro di ogni cosa. Ella aveva
appoggiata la testa sul cuscino accanto alla sua, cogli occhi
egualmente socchiusi entro l'ombra pi larga dei propri capelli, e
sotto quella bandiera di merletti, che si gonfiava bianca nel vento.

Il bambino muoveva ancora le labbra di quando in quando, ma ad ogni
respiro il rantolo gli si abbassava; poi un brivido leggero come un
riverbero gli pass sulla faccia, e i piedi gli si allungarono sotto
le lenzuola.

--Ah!--ella grid spasmodicamente balzando in piedi, perch in quel
momento lo aveva sentito morire, ma ripiegandosi quasi nel medesimo
istante sopra di lui; mentre De Nittis l'afferrava alla cintura per
sostenerla, e ancora pi pallido si chinava per cogliere l'ultimo
respiro del proprio bambino.




X.


--Ma perch fai cos?--grid la signora Giulia al rumore del vaso, che
traballava, e corse precipitosamente con un grande svolazzo di sottane
verso di lui.

Era stato Nello, il suo magnifico bambino di quasi quattro anni, che
arrampicandosi pel vaso di una gardenia se lo era tirato addosso col
pericolo di restarvi sotto, ma invece aveva saputo cansarlo, saltando
subito dopo sull'arbusto per spiccarne un largo fiore bianco dalla
vetta.

E rideva trionfalmente.

Anche Lamberto e De Nittis si erano alzati.

--Sei insoffribile!--seguitava la signora Giulia tentando indarno
d'ingrossare la voce, vinta dalla tenerezza orgogliosa delle mamme
davanti alla monelleria di quel bimbo grasso e ricciuto, cos poco
spaventato dalla sua aria, che si accostava tendendole una falda
dell'abitino azzurro tutto impolverato:

--Puliscimi, puliscimi.

Ella non seppe resistere, gli scosse la polvere con una mano, e
ritorn verso di loro tenendolo in braccio.

Anch'ella alta, coi capelli di un biondo ardente, il petto largo e
voluttuoso, era ammirabile in quel momento; bench il bambino fosse
pesante, lo aveva sollevato con allegra facilit, e rideva
sonoramente, mentre egli le provava il fiore fra i capelli agitandosi
cos che qualunque altra donna ne avrebbe traballato.

--Bada a non farti male,--intervenne Lamberto:--via, fallo discendere.

Ma Nello le si teneva stretto al collo.

La scena dur qualche minuto.

Quel giorno Lamberto, tornato nell'inverno di guarnigione a Bologna
col grado di capitano, era appunto venuto colla signora Giulia, sua
moglie, a trovare Bice in quella magnifica villa del Sasso conducendo
seco il bambino. Difficilmente si sarebbe potuto vedere un gruppo pi
bello. Egli era diventato anche pi robusto, con un principio di
pinguedine, che accresceva la poderosit delle sue forme ancora
eleganti; ella fulgida di giovent, non fine nei lineamenti, ma con
una espressione di sana giocondit, che attirava subito le simpatie.

Non vi fu neppure un'allusione al passato.

Bice, dopo quella sventura, era diventata taciturna, di una magrezza
anche pi inquietante per la stessa cortesia dei suoi modi, nella
quale s'indovinava la rassegnazione di un dolore inconsolabile. Non
vestiva pi che di scuro, una specie di mezzo lutto, senza
affettazione e senza eleganza, che le dava un'aria di signora devota,
gi svezzata del mondo in qualche secreto esercizio di carit. Infatti
non aveva serbato altra amica che la contessa Maria; tutte le altre, a
poco a poco, si erano ritirate, o non venivano a renderle visita che
nelle maggiori solennit dell'anno. Erano quelli i giorni pi tristi
per lei.

Il sole tramontava dietro l'Apennino in mezzo ad un frastaglio d'oro,
che pareva incendiarvi le vette, mentre i grandi alberi del giardino
ondulando al primo vento del vespero rispondevano con susurro discreto
al murmure del fiume vicino. All'intorno tutto era pieno di fiori,
l'aria ne rimaneva fragrante, i passeri si chiamavano l'un l'altro per
l'aria verso un alto cipresso, in fondo, dietro gli abeti.

Nello era scappato un'altra volta in mezzo alla grande aiuola, poi
torn da Bice per mostrarle uno scarabeo dalle ali di smeraldo, che
aveva sorpreso sopra una foglia. Coll'istinto infallibile dei bambini
egli aveva subito sentito la bella impressione, che le aveva fatto.

--Ma Nello,--ricominci sul medesimo tono la mamma.--tu annoi la
signora: le vuoi bene?

--S,--ribatt aggrappandosele alle sottane.

Ella ebbe un divino sorriso, e gli prese fra le mani ceree la grossa
testa ricciuta per aiutarlo a salire; allora Lamberto credette di
dover intervenire.

--Lascia, lascia,--gli si rivolse Bice, che aveva ripreso con lui il
tu da fanciulla, adesso che quei due matrimoni avevano tutto
cancellato.

--Vieni a giocare con me,--diceva Nello pestandole gli abiti per
mettersele a cavalcioni sulle ginocchia.

--Come vuoi giocare?

--Adesso, quando andremo via, ti lascio qui,--lo minacci la signora
Giulia col solito vezzo delle mamme.

Egli si volt.

--Ci staresti colla signora?--ripet imprudentemente.

Ma Nello spaurito si era gi lasciato strisciare sino a terra
guardando Bice, che gli tendeva le mani per nascondere il dolore
cagionatole da quella scena; poi corse alle sottane della mamma.

--Va via, cattivo, che mi sciupi tutta. Ma  davvero un supplizio con
questo birichino,--e sorrideva beatamente,--che non sta fermo un
minuto! Anche ieri  cascato da una sedia, sulla quale era montato per
prendere un album da un tavolino.

Lamberto la guard di sfuggita per troncare il discorso, conoscendo il
pettegolezzo vuoto della moglie.

Egli parlava con De Nittis di Roma, ove sperava di poter ritornare
presto. La grande citt, cos elegante ed aristocratica nella
moltitudine dei propri saloni affollati di tutta la nobilt del mondo,
gli aveva lasciato nell'anima una impressione incancellabile.
Anzitutto vi aveva ottenuto molti trionfi femminili, era stato
presentato a corte e accettato finalmente al Club della Caccia, il pi
difficile di tutti i clubs. Nella volgarit della propria vita
militare egli non aveva capito altro di Roma; poi sua moglie, figlia
unica di un grosso mercante di campagna, gli aveva portato una ricca
dote, colla quale potevano tenere carrozza, abitando nello stesso
palazzo del padre un appartamento, abbastanza ricco per darvi qualche
ricevimento.

A Bologna invece tutto gli era apparso noioso.

Ma De Nittis finiva coll'impacciarsi in quella conversazione
insignificante.

Gi la colezione del mezzogiorno non era stata allegra; qualche parola
sventata della signora Giulia aveva rievocato memorie dolorose,
attirandole brusche occhiate da Lamberto, che l'avrebbero imbarazzata
maggiormente, senza le continue diversioni, colle quali la petulanza
di Nello la soccorreva. Evidentemente quella loro visita non si
sarebbe ripetuta per un pezzo. Lamberto aveva perduto ogni rimasuglio
di spiritualit in quella vita di caserma e di salone, nella quale una
rivista od un ballo diventavano i massimi avvenimenti; Bice e De
Nittis, spogliati di ogni foglia e di ogni flore, non erano pi che
due piante che si essicavano lentamente in un lungo autunno.

Quindi Lamberto per non sapere cosa dire lo interrog sulla grande
opera, cui lavorava da tanti anni.

L'altro scosse tristemente il capo.

--Quale costanza!--replic Lamberto:--capisco che i capolavori esigono
spesso tutta la vita.

--Bisognerebbe poter fare della vita il proprio capolavoro! A che
giova la gloria, quando non si pu pi viverla? Le spalline di
capitano adesso valgono per voi meglio del nome di Napoleone.

L'altro credette di sentire una ironia nel complimento.

--Napoleone alla mia et era gi Primo Console.

--Ecco perch egli  ancora cos vivo nell'ammirazione di tutti: la
gloria non  vera che giovane. Dante aveva pi ingegno di Napoleone,
ma non si  cominciato a valutare davvero la sua opera che al
principio del nostro secolo. Chi oggi vorrebbe essere stato Dante? Chi
non ha sognato di essere Napoleone I? Forse il poema di Dante non ha
procurato al pensiero tante soddisfazioni quante la biografia di
Napoleone! La sua leggenda  stata l'ebbrezza di questo secolo.

--Pare che in Francia si prepari un risveglio napoleonico.

--Non credo: la reazione vi  piuttosto contro l'abbassamento
socialistico, dal quale siamo minacciati, che contro la repubblica.
L'umanit, condannata a comprendere so stessa solamente nei propri
grandi uomini, non potr uscire mai dall'ideale messianico, mentre il
socialismo moderno, negando nella religione la prima poesia di ogni
vita, e sopprimendo colla gloria la sola poesia della morte,
contraddice ai due pi profondi bisogni dell'anima umana. Ecco perch
Napoleone risorge ora nella fantasia popolare come un sogno
consolatore di grandezza, una rivincita della individualit, che non
vuole essere preterita. Vedete: oggi si moltiplicano le societ per
l'abolizione della guerra, e il popolo invece non si sente vivo che
sognandone un'altra maggiore di tutte le passate, quella di classe.

--Lei non crede dunque alla pace perpetua?--chiese Lamberto, contento
come capitano di trovare nell'illustre filosofo le proprie idee, che
credeva solamente pratiche.

--La pace perpetua! cio tutte le guerre tranne quella delle armi, la
meno micidiale. Se la civilt  formata di stratificazioni, come una
razza potrebbe sovrapporsi alle altre senza schiacciarle pi o meno?
Adesso la razza bianca si trova nuovamente in lotta con la gialla e la
nera per dare davvero alla propria civilt un carattere mondiale: vi
giunger senza guerra? Se il socialismo  l'avvento di una nuova
classe per mettere un'altra giustizia nell'ordine e una diversa
autorit nel potere, vincer senza guerra?

--Parlano di nazione armata....

--Ancora la guerra di tutti contro tutti, quando ogni proroga di
riforma sar esaurita! Ma forse neppure voi, capitano, bench siate
ancora giovane, vi ci troverete.

E De Nittis, accorgendosi che la signora Giulia si annoiava, cerc di
mutare discorso.

Aspettavano l'arrivo del sindaco, del dottore Leoni e del parroco,
invitati a pranzare da Bice per far meglio passare il tempo ai due
ospiti, giacch il treno non ripassava verso Bologna che sulle undici.

Infatti non tardarono molto ad arrivare: il curato fu l'ultimo. Era un
vecchio molto semplice, con tutti i capelli bianchi e gli abiti poco
puliti, ma senza quella solita servilit del clero verso i signori.
Per molti anni aveva insegnato filosofia nel seminario di Bertinoro,
poi disgustato dalla guerra sleale mossagli da tutti gli altri
colleghi per la paura che diventasse vescovo, era ritornato a Bologna
presso il cardinale Morichini, uno degli ultimi prelati liberali e
gentiluomini del quarantotto; e alla morte di questo protettore aveva
accettato di andare in campagna. Da un anno si trovava al Sasso,
curato della chiesa principale, ove lo avevano battezzato settant'anni
prima, il giorno stesso della morte di Napoleone. Naturalmente era
presto diventato amico dei signori della villa e, dacch Bice vi era
ritornata, veniva spesso a trovarla per una segreta speranza di
poterle giovare. La sua esperienza di vecchio confessore gli aveva
fatto subito indovinare la posizione reciproca dei due sposi, dopo la
morte del bambino, sulla quale la brutalit dei medici non aveva al
solito saputo tacere.

Per non aveva ancora osato affrontare con lei questo tema. La sua
vecchia faccia scarna, rischiarata dalla bont di due grandi occhi
neri, cercava di farsi anche pi dolce nell'intimit, quando poteva
trovarla sola; mentre dinanzi a De Nittis non sapeva difendersi dalla
soggezione nell'abbarbaglio troppo frequente di qualche grande idea,
sebbene la sua fede di piccolo professore cattolico non ne rimanesse
turbata. Invece il dottore si era sentito trascinare verso Bice da una
simpatia quasi inconscia, poi mano mano pi viva, fatta di piet e di
amor proprio, giacch dopo tutte quelle sue premure quasi affettuose
verso il piccolo Giulio negli ultimi giorni, ella gliene era rimasta
vivamente grata. Quindi al suo primo onomastico gli aveva offerto una
magnifica busta chirurgica, comprata appositamente a Londra, un
capolavoro ed un lusso degno di un clinico. Certo ella era tutt'altro
che bella, con quel grande naso ducale sopra un viso cos sparuto, e
un pallore quasi cereo, senza nessuna delle pi labili e minute
civetterie femminili; ma forse appunto per questo, egli sino allora
quasi superbo della propria sana brutalit, finiva per ammirare
passionatamente quella spirituale delicatezza, cui la stessa miseria
del corpo pareva accrescere la grazia.

D'altronde Bice e De Nittis erano le sole persone colle quali al Sasso
potesse qualche volta assorgere dalle pesanti volgarit del proprio
mestiere.

Ma la presenza di Lamberto era subito bastata a rieccitare in lui
tutti gli istinti di odio contro l'attuale ordine della societ,
ancora offesi dalle ingiustizie subite nei tre anni passati per forza,
come medico, in un reggimento di fanteria.

Stavano sul prato in circolo, davanti alla grande porta della villa,
ornata di tende in tela grigia a liste azzurre, dietro le quali si
travedeva nell'andito un mobilio severo di cassettoni scolpiti, e un
tavolo oblungo, nel mezzo, dai piedi di drago. Come accade spesso in
simili casi, il bambino serviva all'imbarazzo generale, ricevendo
colla propria adorabile disinvoltura di piccolo monello le carezze di
tutti. Ma il sindaco, sempre pieno di pretensioni cortesi, affettava
gi di parlare colla signora Giulia di Roma, dove si era laureato
ingegnere gli ultimi anni del governo pontificio; mentre con quel
delizioso accento romano, cos indeterminabile nella canzonatura, ella
si divertiva invece ad imbrogliargli i ricordi con bruschi accenni ai
grandi lavori edilizi, che ne avevano, secondo lei, mutato affatto la
fisonomia.

Invece Don Gregorio vi era stato per le ultime feste del giubileo.

--Vorrei potervi tornare.

--Verrete con me, Don Gregorio, se vi andr pi.

--Perch pi, questa brutta parola?--rispose con dolce
rimprovero.--Quando si  giovani bisogna vivere il pi allegramente
possibile.

--_Servite Domino in laetitia_,--intervenne sardonicamente il dottor
Leoni.

--Questo consiglio, caro dottore,  forse pi profondo di quanto non
paia: la malinconia pu diventare facilmente un rimprovero contro Dio
per la parte assegnataci in questo mondo. Ecco perch bisognerebbe
saper portare come un peso leggero anche il dolore.

De Nittis, prevedendo una delle loro solite discussioni, sorrise.

--Per riceverne il premio in paradiso, non  vero? Il dolore si deve
sopprimere qui, colle ingiustizie che lo producono.

--Potrete sopprimere il dolore nelle malattie? Dovrete prima
sopprimere queste, e prima ancora di queste, la morte, che ne  la
gran causa. Voi siete socialista, dottore, e io sono prete: siamo
dunque vicini; ambedue vorremmo correggere il male e consolare il
dolore, ma voi cancellate il cielo. Che cosa vi resta? Chi avreste
contentato, trionfando col vostro sistema? Coloro che avevano fame, e
coloro che avevano freddo: ma che cosa darete dopo anche a questi?

Lamberto ascoltava, preso gi nell'interesse della disputa, perch la
figura del medico gli era subito spiaciuta.

--Quando l'uomo avr il necessario...

--S'accorger tosto che vale anche meno del superfluo,--fu pronto a
ribattere il prete.--Oramai l'utopia socialistica non pu ingannare
pi alcuno:  un appello, una promessa di piaceri brutali in un oblio
convenuto di tutti i pi alti e necessari dolori. Supponete che questo
bambino cos bello muoia, malgrado tutta la vostra scienza,--seguitava
impetuosamente, senza accorgersi della sconvenienza cos angosciosa
per Bice di questo esempio, ma poi lo sent ad un suo sussulto, e
dovette nullameno proseguire perch era troppo tardi:--che cosa
potrebbe dare il socialismo al cuore dei due genitori? Sapete che cosa
sarebbe la vostra nuova citt? Un refettorio al pianterreno, un
dormitorio al primo piano: dovreste incaricare i cuochi di consolare
tutte le afflizioni con una doppia razione di budino. Ma quello, che
voi giudicate il superfluo,  invece per l'anima umana il pi
necessario,  la fede nell'ideale di un'altra vita, in una giustizia,
che la societ non potr mai applicare, perch la natura stessa non
pu contenerla quaggi. Non vedete come la natura  apparentemente
ingiusta nella distribuzione della salute e della vita?

Il dottore non trov subito la risposta.

--Convenite almeno,--disse poi coll'aria di chi vuol troncare una
discussione, nella quale certamente saprebbe vincere, se la cortesia
di altri riguardi non glielo impedisse:--convenite almeno che la
societ  male organizzata. La pace armata negli ultimi vent'anni ha
gi costato all'Europa oltre cento miliardi: quante miserie si
sarebbero guarite con questa somma!

Il capitano sent l'allusione.

--Molte certamente, ma altre peggiori avrebbero potuto prodursi senza
la salvaguardia dell'esercito.

--La guerra  sempre stata, fino ad oggi, un male necessario,--ribatt
don Gregorio.

Ma Bice s'intromise opportunamente con un sorriso.

--Non farete dunque mai la pace voialtri due?

Tutti si volsero.

--Eppure cercate la medesima traccia, voi, dottore, cogli occhi bassi,
voi, don Gregorio, cogli occhi in alto; v'incontrerete in fondo
all'orizzonte, dove la terra tocca il cielo.

--Ah!--esclam Lamberto commosso d'ammirazione,--sei sempre la Bice di
una volta; mentre invece la signora Giulia, un po' seccata, la
guardava senza aver ben capito le sue ultime parole.

Ma Nello produsse ancora una diversione; tutti si alzarono dirigendosi
dal giardino verso il bosco, che si allungava cupo di abeti a fianco
della villa. Il sindaco aveva offerto il braccio alla signora Giulia,
e dentro quel largo soprabito nero, colla pelle bruciacchiata dal
sole, pareva anche pi secco; don Gregorio, rimasto alquanto addietro
con Bice, s'accorse della tristezza pi desolata del suo volto. Ella
seguiva coi grandi occhi neri il bambino, che sgambettava dinanzi a
tutti senza berretto.

--Signora Bice,--le disse improvvisamente con uno sforzo, che gli
faceva tremare la voce.

Ella lo guard; don Gregorio si era gi nuovamente confuso, ma
superando la propria emozione:

--Veda--seguit--avrei voluto domandarglielo prima: ella non spera pi
da Dio la benedizione di un bel bambino come quello l? Io sono
vecchio.... credo di aver indovinato il suo dolore, ma badi che non
bisogna essere pi prudenti di Dio, rifiutando di esporci di nuovo ad
una disgrazia, colla quale ha voluto provarci. Dio  buono, signora
Bice; egli comprende meglio di noi i nostri bisogni, ma vuole tutta la
nostra confidenza. Anch'io non sono che un povero prete, ma dovevo
dirle questo; ella, signora Bice, non vorr aversene a male, se mi
sono espresso come ho potuto.

Invece le parole gli venivano fluenti sulle labbra. La sua faccia ne
rimaneva come illuminata, mentre le mani non abbastanza pulite gli
tremavano leggermente.

Bice rattenne a stento uno scoppio di pianto.

--Speri, speri, lei  giovane ancora.

--Come  bello!--esclam poco dopo, mostrandogli il bambino, che in
quel momento era corso ad abbracciare le gambe del padre.

--Ebbene, io voglio credere di battezzarne presto un altro,--si
affrett a rispondere, perch la signora Giulia ritornava verso di
loro.

Ma durante il pranzo Lamberto, col quale il sindaco cercava di
sfoggiare tutte le proprie cognizioni di buon amministratore, venne a
parlare di cavalli per l'esercito e del loro allevamento non
abbastanza incoraggiato dal governo nelle campagne. La razza friulana
era gi perita, quella delle Maremme, cos famosa un tempo, e che
aveva fornito a Napoleone I i cavalli pi resistenti nella grande
campagna di Russia, non era pi riconoscibile; le altre dell'Agro
romano non davano risultati, i cavalli sardi erano cavalli da bimbi.
Lamberto, fanatico pei cavalli inglesi, spiegava tutto ci
coll'esaurimento del sangue negli stalloni, cui bisognava comprare in
Inghilterra moltiplicando le stazioni di monta, e non ricevendovi
cavalle difettose. L'Italia era rimasta ultima in Europa in questa
produzione cos importante; si conoscevano cavalli normanni, andalusi,
russi, inglesi, meklemburghesi, ungheresi, ma non vi erano cavalli
italiani; il loro tipo mancava sui mercati. La nostra cavalleria,
montata sugli scarti delle altre nazioni, era condannata in caso di
guerra ad una pericolosa inferiorit.

--Tutte le nostre razze sono cos,--proseguiva,--i buoi, i cani, le
pecore, i polli: se lei va in Inghilterra vedr delle meraviglie, e
non sarebbe difficile farne di simili.  questione d'incrociamento,
bisogna escluderne gl'individui affetti da vizi ereditari: ci vale
anche per la razza umana.

Don Gregorio guard Bice.

--Per la razza umana, signor capitano, non si pu giudicarla alla
stessa stregua.

--Lei non lo crede, ma tutta la scienza moderna le d torto: lo
domandi,--seguit imprudentemente Lamberto riscaldandosi in questo suo
terna favorito, che faceva le spese di tutti i discorsi al
reggimento;--lo domandi al professore; oggi si  provato che anche la
delinquenza  ereditaria. Veda, per esempio, l'Agro romano  un
territorio dei pi malsani, eppure i butteri sono forse gli uomini pi
belli d'Italia: perch? Perch vi nascono si pu dire a cavallo, e ne
discendono solamente per essere seppelliti; i bambini a questa vita
non resistono che essendo molto forti. In molti secoli con tale
selezione si  formata una magnifica razza.

--Me li ricordo anch'io,--disse il sindaco: sono ammirabili.

De Nittis cos interpellato dovette assentire con un cenno del capo,
ma un turbamento gli era passato negli occhi; Bice si era piegata
verso Nello, che in ginocchio sulla sedia s'impiastricciava le manine
nel piatto, mentre la mamma lo sgridava:

--Oh il porcellino!

Ed egli voltava la grossa testa rosea verso di loro con un sorriso
trionfante sui labbruzzi sporchi, che lo rendeva anche pi bello.

--Ma scusi, don Gregorio,--si ostin Lamberto:--oramai questa non 
pi una questione.

--Cio.... mi permetta allora di rinnovarla. Non voglio discutere gli
allevamenti animali, perch non sono competente a giudicare sulle
cause dei miglioramenti ottenutivi, e saranno magari dovuti ad una pi
logica scelta nell'incrociamento....

Il capitano sorrise di questa concessione.

--Ma quanto alla razza umana ho diritto di affermare, che le sue leggi
sono cos diverse da quelle delle altre razze, come la missione
affidatale da Dio. Che cosa sappiamo noi sul perch e sul modo della
nostra vita? Certo vi  un animale in noi, un corpo soggetto alle
necessit della materia, ma l'anima, che vi sta dentro, non pu essere
spiegata colle condizioni fisiche di esso. Coloro che paiono i pi
deboli, sono spesso i pi forti; poi siete ben sicuro che il muscolo
sia sempre in noi il pi resistente, e il pi longevo fra noi il pi
robusto? Oggi si fa un gran discorrere di eredit per scusare tutti i
difetti con questa spiegazione:  il suo temperamento, i suoi genitori
erano cos! Io non lo credo.

--Non si tratta di fede, ma di fatti.

--Provateli dunque. Mio padre era un giuocatore, io giuoco;  una
eredit? Vi  dunque in noi un organo anche pel giuoco; ma se vi ,
come passa nel bambino al momento della sua generazione? Che cosa sa
la scienza, di questa generazione? Nei primi mesi del feto essa 
costretta a dichiarare che non pu nemmeno precisarne l'umanit. Mi
permetta ancora, signor capitano, una obbiezione e non parlo pi. Il
bambino preesiste, o si forma nel momento che diciamo della
generazione? Nessuno pu affermare n l'uno n l'altro, giacch le due
ipotesi sono egualmente assurde per la scienza, e la terza non v'. Se
preesiste, vi sono gi forme di uomo vuote, che la generazione
riempirebbe ed imprimerebbe di certi caratteri dei due genitori: ma
che cosa sono allora queste forme, dalle quali uscirebbero
gl'individui umani? Se il bambino non preesiste, la sua individualit
come deriva dalla dualit dei genitori? Era nell'ovo, o vi  immesso?
Se vi era, la madre  tutta la generazione, e le obbiezioni di prima
ritornano; se vi  immesso, preesiste dunque nel padre, e siamo ancora
dentro la stessa obbiezione. Vedete bene che per la nostra logica il
fatto della nascita  sempre egualmente impossibile. Ma veniamo
all'eredit: questo bambino somiglia ai genitori; comunque sia di lui,
preesistesse loro, o sia stato creato dal loro incontro,  uscito alla
vita da un ovo, nel quale si  compito il fatto della sua somiglianza
con essi. Per quale processo le loro due fisonomie hanno formato la
sua? Nell'attimo unico della generazione, come il colore degli occhi
del padre e la forma degli occhi della madre hanno potuto passare in
lui che non aveva occhi? Forma e colore passano dunque senza la cosa?
Eppure passano: d'accordo, ma confessate che tutto ci  assurdo,
inesplicabile, per la nostra scienza, come la nascita. Mio padre
gioca, io gioco; questa  ancora una trasmissione come quella del
colore de' suoi occhi ne' miei? Con quale diritto la vostra, la mia
ignoranza lo affermerebbero? Io ho un'anima, una mente, una volont,
giuoco perch voglio giuocare: ecco tutto. Queste famose leggi
dell'eredit non sono che riapparizioni dei medesimi fatti nei padri e
nei figli, spesso anche assai male osservati. Vi  una eredit, nella
quale il nostro spirito resta libero, secondo il dogma cristiano del
peccato originale, mentre la vostra scienza la falsifica pretendendo
di sopprimere con essa la nostra libert morale. L'uomo nasce nel
peccato, ma al bene: la sua anima pu assorgere a tutte le virt, e
precipitare in tutti i vizi: ecco la verit cristiana, che nessuna
scienza potr mai smentire.

E si ferm come ansante; tutti lo avevano ascoltato attentamente,
quantunque non afferrando sempre bene il valore di quelle
argomentazioni. Lamberto guard il dottor Leoni, al quale sarebbe
scaduta per diritto la risposta, ma questi, contento di vederlo
imbarazzato, si volse invece a don Gregorio:

--Eh! avete portato il problema alla radice.

--Io non posso risponderle,--replic allora il capitano.--Vi sar
benissimo un mistero anche per la scienza, ma basta guardarsi intorno,
dappertutto, per trovare giuste le mie osservazioni. Io non mi sono
ammalato che una volta: il medico, prima di esaminarmi, m'interrog
su' miei genitori.

--Non nego questo, mi oppongo solo alla pretesa di voler spiegare
tutta la vita umana con leggi animali, che spessissimo non sono
nemmeno leggi.

Don Gregorio si accorgeva di aver fatto peggio ad approfondire simile
questione, ma trascinato dall'impeto dialettico della vittoria,
avrebbe voluto lanciare al capitano un ultimo razzo, che dissipasse
nel cuore di Bice tutte le paure lasciatevi dalla morte del piccolo
Giulio. Quelle teoriche sull'atavismo uccidevano al tempo stesso la
religione e la vita. Come osare di essere padre, sapendosi affetto da
una inguaribile malattia ereditaria? Certo la maggioranza della gente
non vi pensava, ma e coloro invece che vi pensassero? Come
accorderebbero la coscienza coll'istinto? La sua fede e il suo buon
senso si ribellavano del pari a queste leggi, avendo anch'egli nella
propria esperienza visto spessissimo il contrario, genitori buoni
avere figli pessimi, e da genitori malaticci uscire figli robusti.
Adesso l'ultima teorica dei microbi annullava tutte le famose leggi
dell'eredit patologiche, riproducendo nella natura la legge
cristiana: gli uomini essere egualmente immersi in tutti i morbi e in
tutti i peccati, e la loro salute fisica o spirituale non risultare
che dalla resistenza oppostavi.

Queste idee, raccolte da tempo in una delle sue prediche meglio
riuscite, gli si ripresentavano tumultuariamente nella memoria, mentre
il cuore gli doleva di avere offeso quelle due anime gi cos
infelici, intendendo invece a consolarle. Una vergogna lo sorprese fra
tutti quegli sguardi, che sembravano aspettare come sarebbe uscito da
tale scabra situazione.

De Nittis dovette generosamente soccorrerlo; il suo sguardo cadde
prima su Bice.

--Avete difeso validamente la vostra religione, don Gregorio, ma nemmeno
essa ha diritto di rinfacciare alla scienza il mistero, dopo esserne
egualmente ricinta. Come in ogni epoca d'incredulit religiosa, oggi si
dogmatizza su tutto colla stessa facilit di altri tempi a credere;
eppure si sa cos poco! Se le nostre osservazioni resteranno eternamente
strette fra microscopio e telescopio, mentre la verit  forse al di l
d'entrambi, le nostre pi salde certezze non sono che l'accordo di una
prima ipotesi con alcune altre; ma senza la fede istintiva, che  in
fondo alla nostra intelligenza, cosa ci resterebbe di esse? La fede
sola, questa vittoria sull'incomprensibile, pu salvare la vita
incomprensibile anch'essa come l'amore.

--Avrei voluto dire cos anch'io!--esclam don Gregorio.

Tutti sorrisero, meno il dottore Leoni intento nel volto di Bice
durante tutto quel discorso.

Ella si era voltata verso il marito con un moto passionato: una luce
spirituale le brill repentinamente sul viso, ma quel dubbio supremo,
nel quale egli parve voler disciogliere tutte le realt della vita, e
che aveva entusiasmato don Gregorio come una mistica formula
cristiana, ve la spense.

Il pranzo si protrasse ancora meno animato; il dottore affettava il
silenzio, Lamberto ed il sindaco, disorientati dalle ultime parole di
De Nittis, non trovavano pi l'accento ordinario della conversazione,
mentre la signora Giulia seguitava a rimpinzare Nello sempre in
ginocchio sulla sedia, e col tovagliolo annodato al collo, che lo
faceva sembrare anche pi grosso.

Poi, quando passarono nell'altra sala a prendere il caff, il dottor
Leoni disse a don Gregorio con un sorriso enigmatico:

--Chi volevate dunque persuadere con quel vostro attacco contro le
leggi dell'eredit, le pi sicure della scienza moderna? Voi stesso
non potreste dubitarne dopo la morte del loro bambino: credete che
vivano separati?

La domanda era cos brutale, che l'altro ne sofferse; alla propria
volta guard acutamente il dottore.

--Voi mi domandate un secreto che non ho, e che non potrei rivelare in
alcun modo. Perch me lo chiedete? La loro sventura  una delle pi
terribili, che io abbia incontrato nella mia oramai lunga carriera di
prete, ma lo  forse diventata maggiormente per le parole di voialtri
medici. Secondo il verdetto della vostra scienza, le loro nozze
sarebbero colpevoli, mentre il matrimonio cristiano, lasciando a Dio
il segreto della generazione, ignora tali colpe. Quella povera signora
soffre il pi straziante dei martirii nella propria maternit.

--Perch ha ella voluto sposare un vecchio, essendo lei stessa cos
debole?

--La sua cattiva eredit sarebbe dunque diventata buona, sposando un
giovane come voi?

Bice veniva appunto verso di loro con una tazza nella mano, ma siccome
don Gregorio non prendeva mai caff, la tazza tocc al dottor Leoni,
che arross impercettibilmente facendole il solito piccolo inchino.
Gli occhi di don Gregorio diventarono malinconici: il dottore amava
Bice, ma come avrebbe potuto capire un'anima simile?

La conversazione seguit ancora sino alle nove, poi la carrozza venne
a postarsi dinanzi alla porta per riaccompagnare in paese don
Gregorio, il dottor Leoni e il sindaco; il vecchio prete era solito a
coricarsi presto, e il dottore aveva tuttavia qualche visita
importante da fare. Il sindaco si attardava nel complimentare la
signora Giulia.

Quando furono partiti, Lamberto chiese a Bice:

-- questa tutta la gente della tua conversazione?

--Nemmeno questa: don Gregorio viene qualche volta, gli altri due
quasi mai.

--Come si fa a passare il tempo allora?--esclam ingenuamente la
signora Giulia.

La tristezza della casa si appesantiva su tutti. Quella grande villa,
con un giardino ed un bosco principesco, era muta; le sue ricche sale
parevano disabitate, tutti i servitori erano vecchi, non si udiva
strepito di cavalli, di cani o di bimbi, che la facessero vibrare
della propria vita. Fuori sul prato, nell'ombra rotta dai due grandi
fanali a fianco della porta, si travedeva qualche vaso, e un poco pi
lungi, a sinistra, i primi gruppi degli abeti si alzavano come un fumo
dapprima compatto, poi meno denso in alto, dentro la notte. Non aliava
vento; solo il murmure del fiume si allontanava mestamente per il
fondo della valle.

Bench la notte fosse tiepida, rientrarono nell'andito.

Gli ultimi discorsi furono naturalmente di Roma, ove Lamberto sperava
di ritornare nell'inverno passando dalla cavalleria allo stato
maggiore; quindi la signora Giulia insist per cavare da Bice una
promessa di venirli a trovare nel loro appartamento a Roma. Si capiva
dalle parole che desiderava di mostrarglielo.

L'altra si schermiva: De Nittis, colla solita signorile affabilit,
acconsentiva a tutto senza aggravare colle proprie esortazioni quegli
inviti.

Nello dormiva gi sulle ginocchia di Margherita.

La carrozza aspettava nuovamente sul prato dinanzi alla porta, ma
Lamberto propose invece di andare alla stazione a piedi.

--Scommetto che tu, Bice, cammini troppo poco.

Ella sorrise.

--Ma il bambino....

--Vedrai che non piange svegliandosi.

Infatti, quando lo destarono, si stropicci gli occhi e chiese per la
prima cosa da bere.

Alle dieci si avviarono, Lamberto dinanzi con Bice e Nello dall'altra
mano, De Nittis dietro loro colla signora Giulia che, malgrado le sue
istanze, non aveva voluto mettersi la piccola giacca inglese. Appena
fuori del prato, quasi sommerso nell'ombra degli abeti, la notte parve
loro pi chiara, le stelle scintillavano a miriadi, la strada era
bianca. Bice e Lamberto camminavano adagio, senza parlare.
Involontariamente pensarono entrambi al passato, a quella illusione di
amore, entro la quale avevano vissuto parecchi anni, e che un giorno
si era dissipata all'improvviso, lasciandoli indifferenti l'uno per
l'altra. Ora nulla avrebbe potuto pi riavvicinarli. Le loro vite
divergevano verso una meta egualmente inconoscibile, obliandosi
reciprocamente a poco a poco: non erano passati cinque anni dal loro
ultimo abboccamento in casa della contessa Ginevra, e nel rivedersi
solamente allora per la prima volta, avevano potuto riconoscersi
appena. Egli era un bel capitano, felice del proprio grado, ricco, con
una moglie florida, un bambino incantevole, senza un dubbio
dell'avvenire e un rimpianto del passato. Suo padre, la sola persona
che avrebbe potuto intorbidargli l'esistenza, era morto senza riuscire
nemmeno a divorare tutto il proprio patrimonio.

Bice invece era diventata pi pallida, pi magra, pi orfana di prima:
lentamente tutti erano scomparsi intorno a lei: il povero Giorgi, la
zia Ginevra, il dottor Ambrosi, Prinetti, Rosa, tutto quel piccolo
mondo cos spirituale e cos eroico nella semplicit, quale a Lamberto
era rimasto nella fantasia in un'impressione confusa di leggenda. Ella
aveva finito collo sposare De Nittis, il suo grande maestro, il pi
alto fra tutti come spirito: il loro amore doveva essere stato uno di
quei poemi, che nemmeno i maggiori poeti sanno scrivere, e che passano
attraverso la vita ordinaria come una indefinibile sensazione di un
altro mondo. Ma il poema si era bruscamente interrotto al canto pi
bello, nell'inno radioso, che si leva coi primi vagiti di un bambino
intorno alla sua culla. Ella non era rimasta che l'involucro di s
stessa, talmente leggera che non la sentiva neppure pesare sul
braccio: di che viveva ella dunque? Come passava i giorni? Amava
ancora De Nittis? Credeva ancora di poter sopravvivere lungamente a se
stessa? Osservandoli in tutta quella giornata, egli non aveva potuto
indovinar nulla dei loro rapporti di sposi; parevano ambedue
egualmente assiderati da un dolore, che rendeva fredde anche le loro
parole, e dava alle loro faccie una strana bianchezza di statue.

Eppure egli avrebbe potuto diventare suo marito: un incidente
meschino, quasi ridicolo, lo aveva impedito.

E questo pensiero adesso gli metteva un altro freddo nella mente,
rendendola quasi pi limpida nel considerare invece la condizione che
si era creata sposando la signora Giulia. In quel momento faceva pi
fatica a reggere il bambino per mano, che a sostenere Bice con tutto
il braccio.

Nullameno una sensazione triste ed insieme deliziosa gli veniva dalla
sua presenza, dal sentirsela camminare al fianco, vestita di scuro,
colla leggerezza di un fantasma. Quelle poche parole, prima di
attraversare il villaggio, si erano spente intorno a loro come l'eco
di un sogno.

Doveva mancare ancora mezz'ora all'arrivo del treno.

La strada costeggiava quasi il fiume.

Allora si fermarono per attendere De Nittis e la signora Giulia, che
andavano anche pi piano; poi Nello, per uno di quei capricci
inesplicabili, volle lasciare la mano di Lamberto per prendere quella
di Bice.

--Tu sei felice, Lamberto?--ella gli chiese con accento cos dolce di
speranza, che lo fece trasalire.

Allora una tenerezza passionata gli sgorg impetuosamente dal cuore a
quella domanda, nella quale il suo amore di fanciulla per lui
risorgeva trasmutato dal dolore in una pi pura carit: trem, ma non
sapendo come rispondere, le strinse quasi violentemente il braccio.

-- proprio una deliziosa passeggiata!--esclam la signora
Giulia:--Nello, vuoi venire con me?

Invece volle rimanere attaccato alla mano di Bice.

La stazione non era molto lungi. Quando giunsero sul piccolo piazzale
vuoto, due o tre fanali tralucevano dietro le vetriate socchiuse:
entrarono nella sala d'aspetto e sedettero sui divani neri. Al momento
di separarsi la loro tristezza aument; Lamberto rimaneva preoccupato,
Nello stava per riaddormentarsi, solo la signora Giulia, colla bella
faccia fresca sotto il largo cappellino di paglia, si guardava intorno
osservando le cose pi insignificanti. Alla parete dicontro pendeva
una carta geografica fra due annunzi commerciali, rossi e gialli, di
una lucentezza metallica. La porta della sala, che dava sotto la
tettoia, era aperta.

Passarono pochi minuti in silenzio, poi un fischio tagli l'aria. Il
treno, un diretto, arrivava sbuffando e folgorando nelle tenebre: i
saluti furono precipitati; Lamberto sal per ultimo nel vagone, e coi
piedi gi sul predellino, si volse per stringere ancora la mano a
Bice. Quando fu sopra, mise il bambino allo sportello, tenendolo fermo
sotto le braccia.

--Fa un bacio alla signora.

Bice rispose con un cenno inesprimibile, e rimase ritta in quella
penombra a guardare il treno, che fuggiva gi invisibile verso
Bologna, coll'ultima visione della sua giovinezza.

In quella notte serena di settembre l'aria aveva ancora la caldezza
dell'estate, ma le ombre parevano pi profonde e il sonno della
campagna pi stanco. Ritornarono a braccetto, a passo lento; egli
chiuso nel pastrano, lei avvolta in uno scialle scuro, che le scendeva
fino ai piedi; le loro anime erano tuttavia piene della novit di
quella visita venuta a rompere imprevedutamente la malinconia
taciturna della loro vita. La casa se ne era animata, i servitori e i
giardinieri non parevano pi gli stessi per la sola presenza di quegli
ospiti giovani, ridenti di salute, mentre Nello correva urlando fra le
aiuole, e la signora Giulia le riempiva collo svolazzo dei propri
abiti chiari, rossa nel sole, che le accendeva come un nimbo d'oro
intorno ai magnifici capelli biondi. Era stata la visione di un'altra
vita, repentina ed inaspettata, attraverso il giardino assopito nel
silenzio dei propri fiori. Adesso i campi si distendevano mollemente
per la stretta valle, verso il fiume, in un'ombra diafana e muta; non
uno stormire di fronde, non un battito di ala notturna. Lontano, nel
fondo, la massa dell'Appennino sfumava verso le stelle, e tutto il
paesaggio, cos chiassoso di colori nel giorno, pareva essersi
addormentato al monotono murmure del fiume.

Traversando il paese, Bice si volse a guardare le finestre della
scuola, da lei aperta pei bambini poveri, nella quale veniva qualche
volta la mattina a perdere una mezz'ora. Era una piccola casa, ridotta
alla meglio per tale uso, gi appartenente alla contessa Ginevra;
nella camera pi grande si apriva il refettorio, dove i bambini
ricevevano gratis la colazione. Ma tale beneficenza, resa oramai
volgare dalla filantropia politica di troppi signori, non era bastata
nemmeno ad ingannarla sulla gratitudine di quei bambini, che invece
temevano in lei la signora, e sulle loro famiglie contente di
scroccarle cos qualche migliaio di lire.

La scuola, chiusa da due mesi, non si riaprirebbe che ai primi di
ottobre, nel tempo per tutti i villeggianti di ritornare a Bologna. Ma
anche l nulla sarebbe mutato nella loro vita solitaria. Dacch il
piccolo Giulio era morto, la separazione, gi provocata dalla sua
nascita, era divenuta anche pi profonda; un rimorso troppo delicato,
perch potesse esprimersi a parole e logorarsi appunto in tale sforzo,
faceva loro evitare ogni richiamo al passato con quell'istinto dei
feriti, che pure nel sonno non si voltano sulla parte piagata. Avevano
occupato i primi mesi nella erezione di un grande monumento alla
Certosa, che servisse anche per loro; De Nittis ne aveva concepito il
disegno, Bice vi aveva posto questa singolare iscrizione:

                  GIULIO DE NITTIS
                   UNICO FIGLIUOLO
            ASPETTA QUI I PROPRI GENITORI

Poi le due date della nascita e della morte.

Ma la vita li aveva nuovamente circondati come un immenso deserto
sotto un sole appannato, in un silenzio anche pi immenso. Ella
rimaneva quasi tutto il giorno nella propria camera, egli aveva
accettato la presidenza dell'Accademia Benedettina, come un ultimo
modo di passare il tempo nel riordinarvi la biblioteca, prostrando in
questo lavoro materiale le ultime ribellioni dei propri ricordi.
Talvolta il loro appartamento troppo vasto li spaventava. Il salotto
della contessa Ginevra, sempre con quei vecchi mobili, sembrava
attendere la stessa conversazione di tanti anni; la poltrona del
povero Ambrosi portava ancora le tracce delle sue cos pronte
irritazioni nelle frangie sfilacciate dei bracciuoli; quella della
contessa Ginevra, pi larga e pesta dalla pesantezza del suo corpo,
era presso al solito tavolino, sul quale il piccolo paniere da lavoro,
in vimini dorati e con uno sportello rialzato, lasciava vedere tutto
un aggrovigliamento di matassine e di gomitoli a mille colori. V'era
lo sgabello di Giorgi, la sedia americana di Prinetti, quel servizio
da t, gli albums, gli ultimi giornali ancora aperti, religiosamente
conservati al medesimo posto. E le altre sale pi ricche spiravano un
senso anche pi desolato di abbandono. I servitori, oramai tutti
invecchiati, ne sorvegliavano meno la pulizia, spesso le finestre
restavano chiuse per intere settimane, la polvere si stendeva a veli
diafani sulle stoffe, l'aria vi stagnava nell'ombra con quel sito
indefinibile degli appartamenti troppo a lungo disabitati. Infatti
Bice e De Nittis, respinti da quella solitudine, non occupavano pi
che poche stanze. Ella si era attaccata alla contessa Maria,
seguendola in tutte le sue corse di beneficenza e nelle lunghe
divozioni per le chiese; poi, anche la vecchia Rosa era morta, e
quella figlia del povero Giorgi, piuttosto di sua moglie che sua,
aveva preso una mala piega. Bice, che avrebbe voluto farle una piccola
posizione, dovette rinunciarvi con una stretta pi straziante al
cuore. Tutto era finito; del suo passato non rimaneva che Lamberto,
fra Nello e la signora Giulia, che passavano tutti i pomeriggi sotto i
portici del Pavaglione, all'ora del passeggio, cos belli tutti tre
che la gente si voltava loro dietro sorridendo d'ammirazione.

Ma in quella tristezza, qualche volta, le si alzavano dalla coscienza
voci impetuose.

Perch vivere cos? Aveva ella diritto di condannare quell'uomo tanto
adorato ad una solitudine pi amara di quella che il celibato gli
avrebbe inevitabilmente riserbato, dopo averlo inseguito nel suo calmo
ritiro di sapiente per trarlo dentro il dramma giovanile del proprio
amore? Perch disperare della vita, mentre vedeva tutti i giorni gente
pi tribolata di lei resistervi coll'invincibile ostinazione
dell'istinto, o colla speranza sempre verde nella misericordia di Dio?
E certe parole della contessa Maria la toccavano come un rimprovero di
quella sua rassegnazione disperata, forse non meno empia di tante
bestemmie, dopo le quali le anime si umiliano nuovamente nella
preghiera. Quindi la natura la tentava con bruschi risvegli come nel
marzo, quando tra gli ultimi freddi dell'inverno tutte le piante
presentono da capo la festa del sole. Le signore, che venivano
raramente a trovarla in quel gabinetto, presso la sua camera da letto,
vi apportavano, colla vivacit della loro eleganza, tutti i sentori
della strada; il salotto ne rimaneva vibrante per tutta la giornata,
dandole un senso quasi stanco di quegli abiti cos modesti, fuori di
moda, che le facevano una figura di donna gi vecchia, ridotta a non
essere pi che un parassita di altre esistenze pi rigogliose. Ma De
Nittis era ancora pi vecchio di lei. La sua bella faccia rosea era
diventata di un giallognolo opaco, non si pettinava, non vestiva pi
colla stessa severa eleganza; le spalle incurvate gli lasciavano
cadere la testa sul petto, appena si obliasse in un pensiero, o non vi
fosse pi gente intorno per tenerlo eccitato. Solo i suoi occhi
limpidi e profondi si accendevano ancora qualche volta nel lampo
improvviso di una memoria, ma la sua voce non aveva pi le profonde
dolcezze d accento, alle quali gi tutti restavano presi.

Erano venuti lentamente dalla stazione, barattando appena qualche
parola su Lamberto e la signora Giulia cos felicemente accoppiati;
ma, volta per volta, il dialogo si era loro rotto alle prime parole.

--Non hai freddo?--egli torn a domandarle.

--No.

La villa non era molto lontana.

La campagna intorno dormiva di un sonno leggero sotto gli occhi
sorridenti delle stelle, in quel tepore autunnale, che sembra rendere
l'aria pi molle. Tutto taceva. Solo il fiume seguitava a passare con
un mormorio inintelligibile, come un susurro di voci le quali
soffocassero la propria gioia per non rompere la tranquillit discreta
della notte. La strada era senza polvere.

De Nittis allung il passo. Il suo braccio stringeva insensibilmente
quello di Bice, imprimendole una leggera ondulazione, che le fece
alzare il capo.

Era una notte come la prima del loro matrimonio, diafana e lieve, ma
gli ultimi profumi, vaporanti in quel sonno della terra, avevano una
dolcezza anche pi acuta. Alcuni alberi disegnavano sulla strada
grandi macchie oscure. Ella ebbe una vaga impressione di languore e si
abbandon sul suo braccio, mentre da tutta quell'ombra, che li
circondava nascondendoli nel proprio mistero, le veniva nuovamente una
pi cupa tristezza, una inesprimibile persuasione di non essere ella
medesima pi che un'ombra abbandonata per una notte senza fine. Egli
invece camminava con insolita vivacit, trascinandola colla leggerezza
di una volta, gli occhi fisi al grande cancello della villa, che
appariva gi alla svolta della strada. Bice gli sentiva battere il
cuore. Nullameno ogni sforzo per ritmare il proprio passo sul suo le
fu impossibile; diventava sempre pi stanca, colla sensazione pesante
di quello scialle che le impediva i movimenti.

Egli allent il passo, erano gi vicini al cancello. L'ombra dei due
grandi ippocastani, a fianco dei suoi grossi pilastri in pietra, era
cos profonda che avrebbero potuto seguitare, non veduti dalla villa,
quella passeggiata.

Un battente del cancello era socchiuso.

Una suprema speranza teneva sospeso De Nittis nel ricordo della loro
prima notte, per quella strada di Corticella.

--Vuoi rientrare?--dovette finalmente chiederle con voce tremula, dopo
avere atteso invano qualche istante un suo atto per proseguire.

Ella assent mutamente.

Appena dentro, videro un lume spiccarsi dalla porta e venire loro
incontro sul prato; era il giardiniere. De Nittis si port la mano al
volto per nascondergliene la profonda emozione, ma Bice non se ne
accorse. Nella villa tutti i servitori erano gi a letto, secondo il
solito, perch da oltre un anno n egli n Bice usavano pi di farsi
aiutare da loro coricandosi; Margherita e Tonina, tornate alle antiche
abitudini, dormivano insieme in una camera, a fianco di quella di
Bice.

Nell'andito v'erano due bugie d'argento colle candele pronte.

--Vattene pure; buona notte, Giovanni,--disse De Nittis al vecchio
giardiniere.

Mise egli stesso il catenaccio alla porta, e tornando presso Bice
ancora avvolta nello scialle, prese anche il suo candeliere dal tavolo
colle mani tremanti. Ella ebbe una strana sensazione nel vedergli la
faccia cos animata, salirono i due rami di scale; quindi De Nittis
sempre dinanzi si avvi alla camera di lei.

Appena vi furono dentro, depose le candele sul com, e si volse per
aiutarla a torsi lo scialle. La camera aveva le finestre socchiuse per
ricevere l'aria balsamica della notte.

--Debbo chiudere?--le chiese.

Ella rimaneva in mezzo, presso al tavolo, sul quale da un grande vaso
di Svres si alzava una bella pianta verde. Era la prima volta, dopo
tanto tempo, che egli le veniva cos in camera, e le parlava con tale
intimit. Un sorriso gli tremava sulle labbra; quindi and a chiudere
la finestra, mettendovi un certo tempo.

Ella si era appoggiata al tavolo cogli occhi bassi.

La sua anima rabbrividiva nel silenzio di quella camera sacra alla
morte, dacch i becchini erano venuti un giorno a prendervi il
cadavere del piccolo Giulio, dalla culla a fianco del letto. La culla
era ancora l, con quella bandiera bianca di merletti, che la copriva
a mezzo, tutta bianca al di dentro, come aspettando il sonno di un
altro bambino. Bice non aveva voluto che la togliessero dalla camera,
per un bisogno segreto di potersele ancora inginocchiare daccanto
nelle notti pi desolate della propria vedovanza. Le due candele,
quasi contigue, bruciavano sul com con un battito leggero delle
fiammelle, che faceva oscillare trepidamente l'ombra su per le pareti.

--Bice!--mormor De Nittis cogli occhi lucenti.

Ella sent quell'appello, sommesso come un'eco che le venisse dai
giorni lontani della sua vita, quando la sua anima vergine attendeva
tutte le rivelazioni dell'amore, e istintivamente trem. Il suo cuore
ebbe cinque o sei battiti convulsi. L'altro non respirava.

Ma vedendola sempre cos curva, cogli occhi a terra, quasi non avesse
intesa la preghiera della sua voce, ebbe uno smarrimento profondo, la
sensazione di un abisso, nel quale stesse nuovamente per cadere. Tutte
le speranze gli fuggivano sul capo con un volo spaventato di colombi,
mentre un vento freddo gli batteva dolorosamente gli occhi.

Stettero cos qualche secondo, poi Bice alz la testa, guardando con
una indefinibile espressione verso la culla vuota e biancheggiante
nell'ombra come un'alba lunare; un'emozione insopportabile di amore e
di abbandono, egualmente eterni, soffocava loro il respiro: ella fu
quasi per cadere, quindi colla mano sinistra, sempre appoggiata al
tavolo, si volt lentamente, girandogli per sempre in un saluto tutta
la propria anima.

De Nittis afferr traballando la candela, ed usc.

Il suo studio nella villa non era che una piccola stanza con pochi
libri, giacch da molti mesi non lavorava pi alla grande opera sulle
religioni. I fascicoli accuratamente legati in carta rosea, con un
grosso numero nero, romano, in cima, si ammucchiavano sullo scrittoio
a fianco di un ritratto di Bice, chiuso in una cornice di bronzo
inverdito, elegantemente severa nel disegno.

Egli sedette sulla poltrona, innanzi alla piccola candela. Tutto era
perito intorno a lui, giorno per giorno, silenziosamente, la sua
gloria, il suo amore, la sua sposa, il suo bambino, coloro ai quali si
era accompagnato, quelli che avrebbero dovuto sopravvivergli. Come
quei viaggiatori, che attraversano il deserto e che il deserto
esaurisce, egli non aveva pi dinanzi che un orizzonte fatto di un
cielo e di una terra egualmente vuota, nella quale il suo grido
resterebbe senza eco, e il suo passo senza traccia. Da gran tempo la
sua anima non aveva potuto parlare giacch, dopo la morte del piccolo
Giulio, Bice era rimasta forse pi sola di lui stesso, nella inutile
giovinezza dei propri ventisei anni. Un'angoscia piena di rimorsi li
divideva ancora, e li dividerebbe sempre un terrore che il loro bacio
chiamasse alla morte un altro piccolo innocente, terreo e
singhiozzante, con le pupille stravolte nello spasimo della propria
effimera apparizione.

Egli si stupiva persino di essersene potuto dimenticare poco dianzi.
Era stata l'eccitazione prodotta in lui dallo spettacolo di Lamberto e
della signora Giulia, cos belli entrambi e felici nel trionfo del
proprio bambino? O il delirio di una speranza, come talvolta ne hanno
i moribondi drizzandosi sui cuscini a parlare di quanto faranno,
appena guariti, con accento convulso d'impazienza? Adesso egli
soffriva del dolore, che Bice doveva aver provato rispondendo al suo
appello, con quello sguardo, nel quale tutta l'anima le aveva bruciato
come una stella cadente per gli abissi del cielo. Ella, pi pura e pi
profondamente piagata di lui nel proprio cuore di madre, accettava la
castit di quell'esilio colla virt delle prime donne cristiane,
uscenti dalla vita sulla traccia di Ges. Non piangeva, non sperava.
Per quanto egli avesse cercato d'indovinare lo stato del suo spirito,
non vi era riuscito: Bice gli mostrava sempre lo stesso viso pallido,
cogli occhi velati, e gli rispondeva colla stessa voce assopita. Tutto
era morto in lei, tranne la fede in Dio e alla sua giustizia, dentro
il mistero della quale camminava a testa bassa. Egli invece aveva
sentito scoppiare nella propria anima la frenesia di tutte le
ribellioni; il suo pensiero si era teso in uno sforzo titanico per
resistere alla ruina, che lo travolgeva, gridando come quello di
Giobbe contro il pensiero di Dio. Certo non era giusto quanto gli
accadeva. Per lunghi mesi, nel silenzio delle proprie notti, egli
aveva ripetuto questa eterna protesta umana, con una specie di ebriet
nell'opporre cos la grandezza dei lamenti a quella della sventura,
senza che la morte, trionfante come sempre, uscisse dal proprio
mistero per rispondere. E a poco a poco era ricaduto anch'egli nel
silenzio, col viso pallido e gli occhi velati come Bice.

Adesso gli altri gli facevano invidia per la loro stessa
insensibilit, anzi non invidiava pi che tale inerzia della memoria,
e quella facilit di ogni pi basso piacere, che la vita consente al
maggior numero per non esaurire forse s stessa negli inutili sforzi
dell'ideale. Cos la gente non soffriva nemmeno della morte. Molte
madri, molti padri si trovavano come lui al tramonto, egualmente
deserti, e non pertanto ostinati a prolungare i propri ultimi giorni;
egli invece non sentiva pi che la morte dovunque. Il suo alito
passava in tutti i soffi, il suo singhiozzo si rompeva in tutte le
voci, il suo tremito appariva sotto ogni moto, la sua oscurit saliva
da ogni ombra. Era la morte che, interrompendo a mezzo tutte le
allegrie, lasciava sempre la stessa goccia putrida nel fondo di tutti
i bicchieri e di tutti gli sguardi.

Quindi una stanchezza disperata gli rendeva ogni giorno pi pesante la
vita, nella coscienza profonda della sua inutilit. Non era egli omai
troppo vecchio per durare ancora, dopo che tutte le prove erano
finite? Ma la morte stessa sarebbe una soluzione del problema imposto
dalla vita al pensiero? V'era qualche altra cosa, un altro dove?

La vecchiaia era gi essa pure una morte.

E non pertanto il cristianesimo, questa massima rinnovazione tentata
sulla vita, era un'opera di vecchi. Tale tremenda ironia contro la
natura soffiava dalle prime scene del dramma cristiano sempre pi
fredda sino alle ultime, perch tutto era vecchio nel cristianesimo;
Elisabetta e Zaccaria avevano generato Giovanni, il precursore, nella
pi tarda et; Anna e Gioacchino erano gi vecchi prima di generare
Maria; Giuseppe, secondo le pi antiche leggende, aveva sposato a
settant'anni Maria, la piccola vergine di dodici. Mai l'eterna
giovinezza dello spirito fu significata con pi sicuro disprezzo
contro le leggi della natura.

Egli vi ripensava anche in quel momento, ricordandosi le frasi di don
Gregorio nella disputa con Lamberto.

La fede del vecchio prete aveva ancora la freschezza delle prime albe,
quando lo spirito lanciandosi a volo pei nuovi cieli aperti dalla
resurrezione di Cristo, aveva lungamente gridato di amore dietro il
suo fantasma radioso, del quale non rimanevano sulla terra che una
croce e pochi discepoli a proclamare la vittoria sulla morte.
Nullameno, dopo molti secoli, l'anima umana tornava a dubitare della
propria redenzione, senza trovare in s stessa un altro maggiore
concetto, entro cui raccogliersi nuovamente con Dio. Tutta la critica
accampata ora, come nel secolo di Augusto, oltre i confini delle
filosofie e delle religioni, sembrava un'altra volta pronta a
retrocedere dinanzi al mistero. Se allora nessuna fola pagana poteva
pi essere ripetuta in un circolo di persone colte senza eccitarvi le
beffe, noi pensiamo oggi con eguale sorriso agli effetti, che
produrrebbe sugli abitanti di Marte un cristiano annunciando che il
loro Dio, duemila anni or sono, discese a morire sulla terra per
salvarvi dal peccato i discendenti del primo uomo. I cieli, che
narravano la gloria d Dio, ne velano adesso il segreto con una folla
di mondi cos immensi, che il nostro piccolo globo non vi ha pi
importanza di un granello di sabbia nel deserto o di un riflesso di
luce sul mare. Ma il pensiero umano, sperduto col proprio pianeta
nell'infinito, sente che tutto vi naviga ad una meta misteriosa, e il
medesimo soffio, che incendia gli astri come fari, dirige le
migrazioni delle comete, attraverso i grandi oceani di stelle, per la
serenit delle notti. Perch dunque l'infinito pu essere pensato? 
questa la prima delle rivelazioni, che ci attendono, o Dio volle
anticiparne qualche altra, come affermarono tutte le religioni?

A poco a poco De Nittis si era assorto in queste meditazioni. La
candela, oramai consunta, ventava nel bocciuolo della bugia con un
battito di ali spaventate: accese l'altro lume a petrolio, e si trasse
dinanzi tutti i fascicoli della sua grande opera.

Sulla pallidezza lapidea della fronte gli si accendeva come una
aureola.

I suoi occhi si fissarono attenti su quelle pagine fitte e minute,
nelle quali la posterit avrebbe letto il testamento del suo pensiero:
tutto era silenzio intorno a lui, tutto era morto dentro di lui. E
allora riprendendo la penna, come un romeo antico il bordone in vista
del Santo Sepolcro, si rimise sulla traccia di Dio.


    Casolavalsenio, 15 agosto 1894.


FINE




  MILANO--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO

  ANNO XXIII--1896

  L'ILLUSTRAZIONE
  ITALIANA

  _ il pi grande giornale illustrato d'Italia_

  ESCE OGNI DOMENICA IN MILANO
  in sedici o venti pagine del formato grande in-4

  Direttori: EMILIO TREVES e EDUARDO XIMENES

  Otto pagine sono dedicate alle incisioni eseguite dai
  primi artisti d'Italia, che riproducono gli avvenimenti del
  giorno, le feste, le cerimonie, i ritratti d'uomini celebri, i
  quadri e le statue che si sono segnalate nelle Esposizioni,
  vedute di paesi, monumenti, insomma tutti i soggetti che
  attraggono l'attenzione del pubblico.--Collaboratori principali:
  _A. G. Barrili, R. Bonfadini, A. Brunialti, R. Barbiera,
  A. Caccianiga, E. Castelnuovo, Cordelia, De Amicis,
  G. Ferrero, Giacosa, D. Giuriati, P. Mantegazza, F. Martini,
  G. Marcotti, P. G. Molmenti, C. Ricci, S. Sighele,
  A. Tedeschi, G. Verga_, ecc. Nel 1896, abbiamo assicurato una

      Conversazione Settimanale
                DI
         FERDINANDO MARTINI

  I 52 fascicoli stampati in carta di lusso formano in fine d'anno
  due magnifici volumi di oltre mille pagine illustrate da oltre 500
  incisioni; ogni volume ha la coperta, il frontispizio e l'indice, e
  forma il pi ricco degli Album e delle Strenne.

  Centesimi 50 il numero

  Anno, L 25.--Semestre, L. 13.-Trimestre, L. 7.

  Estero, Franchi 33 l'anno.

  Premio: Chi manda L. 25,60 (Est. Fr. 34) per l'anno 1896
  dell'_Illustrazione Italiana_, vien dato in dono
  1.) numero straordinario: NATALE E CAPO D'ANNO, 25 opere
  scelte della MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE di VENEZIA. Queste tavole
  sono affatto nuove, non comparse n nel nostro giornale n nella
  prima dispensa dell'Album dell'Esposizione. 2.) un ALMANACCO STORICO,
  che comprender il calendario pel 1896, e la cronistoria del 1895.
  (I 60 cent. [Estero, 1 fr.] sono aggiunti per l'affrancaz. dei premi).

  Dirigere comm. e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano.




  MILANO--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO

                               OPERE
                                 DI
                         EDMONDO DE AMICIS.

  (EDIZIONI IN-16)

  =La vita militare=. 28.^a impressione della nuova ediz. del
  1880 riveduta, con l'aggiunta di due bozzetti..           L. 4 --

  =Novelle=. 11.^a impressione della nuova edizione del 1888,
  riveduta dall'autore, illustrata da 7 disegni di V. Bignami. 4 --

  =Marocco=. 13.^a edizione...........                         5 --

  =Olanda=. 14.^a edizione riveduta dall'autore.....           4 --

  =Costantinopoli=. 25.^a edizione. Due volumi....             6 50

  =Ricordi di Londra=. 21.^a edizione, con 22 disegni..        1 50

  =Ricordi di Parigi=. 7.^a edizione........                   3 50

  =Ritratti letterari=. 2.^a edizione.........                 4 --

  =Poesie=. 8.^a edizione............                          4 --

  =Gli Amici=. 13.^a edizione. Due volumi......                2 --

  =Cuore=. Libro per i ragazzi. 189.^a edizione.....           2 --

  =Alle porte d'Italia=. Nuova edizione completamente rifusa
  ed ampliata dall'autore, 7.^a impressione....                3 50

  =Sull'Oceano=. 20.^a edizione.........                       5 --

  =Il romanzo d'un maestro=. Ediz. economica. 18.^a ed.        2 --

  -----          -----Ediz. di lusso. 10.^a ed.                5--

  =Il Vino=. Nuova edizione in-16, illustrata da A. Ferraguti,
  Ett. Ximenes ed E. Nardi 2.^a impressione...                 2 50

  =Fra scuola e casa=. 6.^a edizione........                   4 --

  =La maestrina degli operai=. Racconto. 2.^a ediz..           3 --

  =Ai ragazzi=. Discorsi. 6.^a edizione........                1 --
  ------- Edizione di lusso in carta a mano uso antico.        5 --

  =La lettera anonima=. Conferenza, illustrata da _Medardo
  Pagani_ ed _E. Ximenes_ (in preparazione).

  (EDIZIONI ILLUSTRATE in-8).

  =Alle porte d'Italia=. Con 172 disegni di G. Amato.         10 --

  =Sull'Oceano=. Con 191 disegni di Arnaldo Ferraguti.        10 --

  =Marocco=. Con 171 disegni di S. Ussi e C. Biseo. 2.^a ediz.10 --

  =Costantinopoli=. Con 202 disegni di Cesare Biseo..         10 --

  =La vita militare=. Con disegni di V. Bignami, E. Matania,
  D. Paolocci, Ed. Ximenes, G. Amato e G. Colantoni.
  3.^a edizione con nuove incisioni aggiunte...               10 --

  =Olanda=. Con 41 disegni e la carta del Zuiderzee..         10 --

  =Gli Amici=. 17.^a ediz. ridotta dall'autore e illustrata da
  Amato, Ximeues, Pennasilico, Paolocci, Colantoni..           4 --

  =Cuore=. Con 200 disegni di Ferraguti, Nardi, Sartorio.     10 --

  =Novelle=. Con 100 disegni di A. Ferraguti....              10 --

  =Il Vino=. Ill. da A. Ferraguti, Ett. Ximenes ed E. Nardi.   6 --

  Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano.
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                             OPERE
                               DI
                       Gabriele D'Annunzio

  ROMANZI:

  Le Vergini delle Rocce
  6.^a edizione.--_Un volume in-16 di 470 pagine_,--      Lire 5.

  Il Piacere. 8.^a edizione                                 L. 5 --
  (tradotto in francese sotto il titolo d'_Enfant de Volupt_).

  L'Innocente, 5.^a edizione                                L. 4 --
  (tradotto in francese sotto il titolo l'_Intrus_).

  Trionfo della Morte. 6.^a ed.                             L. 5 --

  Il fuoco        }
  La Grazia       }            in preparazione.
  L'Annunziazione }

  POESIE:

  Poema Paradisiaco; Odi Navali.
  Un volume formato bijou. 3.^a edizione.                   L. 4 --

  L'Isotto e la Chimera. 2.^a ed. Formato
  bijou.                                                    L. 4 --

  Intermezzo di rime                                        L. 2 --

  Canto Novo in preparazione.

  Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano.


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                               OPERE
                                 DI
                              CORDELIA

  RACCONTI e BOZZETTI.

  _Il regno della donna_. 7.^a edizione                     L. 2 --

  _Prime battaglie_. 4.^a ediz.                                2 --

  _Dopo le nozze_. 3.^a ediz.                                  3 --

  _Racconti di Natale_. 2.^a ed.                               3 50
  ----Ed. ill. da Dalbono, Macchiati
  e Colantoni. 4.^a ed.                                        4 --

  _Alla ventura_, illustrato da Gennaro
  Amato. 2.^a ediz.                                            4 --

  _Vita intima_ 8.^a edizione.                                 1 --

  _Casa altrui_, 7.^a ediz.                                 L. 1 --

  ----Ediz. ill. da 24 dis. di Matania
  e Bignami. 2.^a ed.                                          3 --

  _All'aperto_, ill. da Ferraguti,
  Nardi e Amato. 2.^a ediz.                                    4 --

  _I nostri figli_. Edizione formato
  bijou, stampata a colori.                                    3 --

  _Le donne che lavorano_ (in prep.).


  ROMANZI.

  _Catene_. 2.^a edizione.                                     3 50

  ----Ed. ill. da 32 disegni di
  A. Bonamore. 3.^a ediz.                                      4 --

  _Per la gloria_. 2.^a ediz.                                  3 50

  _Forza irresistibile_. 2.^a edizione.                        3 50

  _Il mio delitto_. 2.^a ediz.                                 1 --

  ----Ediz ill. da G. Colantoni
  2.^a edizione.                                               3 --

  _Per vendetta_.                                              3 50

  ----Ed. ill. da A. Ferraguti
  e G. Pennasilico.                                            4 --


  LIBRI PER I RAGAZZI.

  _Piccoli eroi_, 30.^a edizione.                              2 --
  ----Ediz. in-8 ill. con 26 dis.
  di A. Ferraguti. 31.^a ed.                                   4 --

  _Mondo Piccino_, con 15 incisioni.
  5.^a edizione.                                               1 --

  _Mentre nevica_, illustrato con
  12 incis. 4.^a edizione.                                     2 --

  _Nel regno delle fate_, illustrato
  da Dalbono. 3.^a ediz.                                       7 50

  _Il castello di Barbanera_, illustrato
  da Paolocci.                                                 2 --
  ----Ediz. di lusso. 2.^a ed.                                 4 --

  I nipoti di Barbabianca, ill. da
  Ed. Matania. 2.^a ediz.                                      4 --


  TEATRO.

  _Teatro in famiglia_, commedie pei giovani, illustrato (in prep.).

   meglio un uovo oggi che una gallina domani; Rosetta; Quando
  manca la gatta....; Diavolina; Sartine; Mondo in miniatura.

  _Gringoire_, opera in un atto, parole di Cordelia, musica di
  A. Scontrino. Riduzione per canto e pianoforte.              5 --

  Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano.



                              OPERE
                               DI
                         A. G. BARRILI

  _Amori antichi_                   L. 4 --
  _Capitan Dodro_                     1 --
  _Santa Cecilia_                      1 --
  _L'olmo e l'edera_                   1 --
  _Il libro nero_                      2 --
  _I Rossi e i Neri_                   2 --
  _Val d'Olivi_                        1 --
  _Le confessioni di fra Gualberto_    1 --
  _Semiramide_                         1 --
  _Castel Gavone_                      1 --
  _Come un sogno_                      1 --
  _La notte del Commendatore_          4 --
  _Cuor di ferro e cuor d'oro_         2 --
  _Diana degli Embriaci_               3 --
  _Tizio Caio Sempronio_               3 50
  _La conquista d'Alessandro_          4 --
  _Il tesoro di Golconda_              1 --
  _La donna di Picche_                 1 --
  _L'XI Comandamento_                  1 --
  _O tutto o nulla_                    3 50
  _Il ritratto del diavolo_            3 --
  _Il Biancospino_                     1 --
  _L'anello di Salomone_               3 50
  _Fior di Mughetto_                   3 50
  _Dalla rupe_                         3 50
  _Il Conte Rosso_                     3 50
  _Amori alla macchia_                 3 50
  _Mons Tom_                         3 50
  _Il lettore della principessa_    L. 4 --
  --Ediz. illustrata                   5 --
  _La Montanara_                       2 --
  --Ediz. illustrata                   5 --
  _Arrigo il Savio_                    3 50
  _Uomini e bestie_                    3 50
  _La spada di fuoco_                  4 --
  _Casa Polidori_                      4 --
  _Il merlo bianco_                    3 50
  --Ediz. illustrata                   5 --
  _Il giudizio di Dio_                 4 --
  _Il Dantino_                         3 50
  _Zio Cesare, comm._                  1 20
  _La Sirena_                          2 --
  _La signora utari_                  3 50
  _Scudi e Corone_                     4 --
  _Rosa di Gerico_                     3 50
  _La bella Graziana_                  3 50
  --Ediz. illustrata                   3 50
  _Le due Beatrici_                    3 50
  _Terra vergine_                      3 50
  _I figli del cielo_                  3 50
  _La Castellana_                      3 50
  _Fior d'oro_                         3 50
  _Con Garibaldi alle porte di Roma_   4 --
  _Il Prato Maledetto_                 3 50
  _Lutezia_                            2 --
  _Vittor Hugo_                        2 50

  IN PREPARAZIONE:

  _Galatea, romanzo_.

  _Sorrisi di giovent_. (Edizione bijou).



  Ada Negri

  FATALIT! (1892). 9.^a edizione. Formato
  bijou                                                          L. 4 --

  TEMPESTE(1895). 5.^a edizione. Formato
  bijou                                                             4 --

  Queste poesie hanno avuto un successo dei pi clamorosi non solo in
  Italia, ma nel mondo.

  Il pi autorevole elogio di Ada Negri si trova nella relazione sul
  premio Milli che porta le firme di tre maestri: M. Tabarrini, A.
  D'Ancona, I. Del Lungo. Eccone le parole precise:

  _"Poesia notevole per immediata e gagliarda intuizione del vero, e per
  intima apprensione del sentimento umano; poesia, che nutrita di
  dolore, sa, dagli strazi di questo, sollevarsi a idealit, pi o meno
  serene, pi o meno tranquille, ma illuminate sempre dalla fede in un
  ordine di giustizia suprema e di carit universale. Schiva, o
  piuttosto ignara, d'ogni convenzionale artificio, saputa conservarsi
  libera dalla servit e dalla rettorica delle stte, Ada Negri ritrae
  fedelmente, senza alterazioni soggettive, senza atteggiamenti teorici,
  le realt della vita moderna; ed  uno de' pochi poeti, che dalle
  condizioni presenti dell'umana societ, da questo tramutarsi di cose
  del quale sono cos incerti gli auspici, abbiano saputo attingere
  ispirazioni non volgari e non partigiane. Il che fa che la sua poesia
  si ripercuota in tutti i cuori: e quando ella piange con chi soffre, e
  benedice a chi col braccio o con l'intelletto lavora, e a chi combatte
  per diritti legittimi promette una vittoria che sia la pace di tutti,
  l'animo di noi che leggiamo, si dischiude a quelle visioni che la
  poesia d solamente quando  vera poesia."_


  BIBLIOTECA "BIJOU"

  Edizioni elegantissime, di gran lusso, stampate a colori

  POESIA

  BALOSSARDI. _Gobbe_ (3.^a ediz.)                              L. 4 --
  COLAUTTI (Arturo). _Canti virili_                                 4 --
  D'ANNUNZIO. _L'Isotto e La Chimera_ (2.^a ed.)                   4 --
  --_Poema Paradisiaco--Odi navali_ (3.^a ediz.)                    4 --
  DE AMICIS. _Poesie_ (8.^a ediz)                                   4 --
  DE CASTRO (E.). _Belkiss, regina di Saba_                         3 --
  Poema drammatico in prosa, tradotto dal portoghese da V. PICA.
  GALANTI. _Spirito e cose_                                         2 --
  Con proemio di A. De Gubernatis.
  GRAF. _Dopo il tramonto_                                          4 --
  MARRADI. _Nuovi canti_                                            4 --
  --_Ricordi lirici_                                                4 --
  REMIGIO ZENA (G. Invrea). _Le Pellegrine_                         4 --
  SARFATTI. _Rime Veneziane e Minuetto_	                            4 --
  PROSA
  BARRILI. _Con Garibaldi alle porte di Roma_                       4 --
  CHECCHI (Eugenio). _Teatro di societ_                            2 --
  CORDELIA. _I nostri figli_       v                                3 --
  DE AMICIS. _La maestrina degli operai_. 2.^a ed.                  3 --
  GIACOSA. _La signora di Challant_ (2.^a ediz.)                    4 --
  Dramma in cinque atti.
  LEGOUV. _Fiori e Frutti d'Inverno_                               2 --
  MANTEGAZZA. _L'arte di prender moglie_ (6.^a ed.)                 4 --
  --_L'arte di prender marito_ (3.^a ediz.)                         4 --
  --_Elogio della vecchiaia_ (2.^a ediz.)                           4 --
  MARTINI. _La Vipera_, ed altre commedie                           4 --
  PANZACCHI. _I miei racconti_                                      4 --
  RAGUSA MOLETI. _Memorie e acqueforti_                             4 --
  --_Miniature e filigrane_                                         3 --
  SERAO (Matilde). _Gli Amanti_ (2.^a ediz.)                        4 --
  --_Le Amanti_ (2.^a ediz.)                                        4 --
  THUN (Contessa di) _Quel che raccont la nonna_.                  3 --
  VERGA. _Storia di una Capinera_ (15.^a ediz.)                     3 --

  Sotto i torchi

  _Sorrisi di giovent_, di A. G. BARRILI.



  Ultime Pubblicazioni.

  =Barbiera= (Raffaello). _Il salotto della Contessa Maffei e la
  Societ Milanese (1834-1886)._ Con scritti e ricordi di Balzac,
  Manzoni, Verdi, E. Visconti Venosta, Prati, Aleardi, Carlo Tenca, A.
  Maffei, Giulio Carcano Correnti, Grossi, Nievo, Giannina Milli, D.
  Stern, Liszt, ecc. 5.^a ediz.                                     4 --

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  =Boito= (Camillo). _Storielle vane_. 4.^a edizione                1 --

  =Capranica= (Luigi). _Re Manfredi_, romanzo: 3 vol. 2.^a ediz.    3 50

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  =Colautti= (Arturo). _Canti Virili_. Edizione bijou               4 --

  =D'Annunzio= (Gabriele). _Le Vergini delle Rocce_. 5.^a ediz.     5 --

  --_Trionfo della Morte_, romanzo. 6.^a edizione                   5 --

  --_L'Innocente_, con disegno di G. A. SARTORIO, 5.^a edizione     4 --

  --_Il Piacere_, romanzo. 6.^a edizione                            5 --

  --_Intermezzo di rime_ 2 --

  =De Amicis= (Edmondo). _La maestrina degli operai_. Ed. bijou     3 --

  =De Castro= (Eugenio). _Belkiss, regina di Saba, d'Axum e
  dell'Hymiar_, poema paradisiaco tradotto dal portoghese da VITTORIO
  PICA, con studio biografico e ritratto. Edizione bijou            3 --

  =Di Giorgi= (Ferdinando). _La prima donna_, romanzo               3 50

  =Ferrero= (Guglielmo) e =Sighele= (Scipio). _Cronache
  criminali italiane_ (1896). con 12 ritratti                       4 --

  I BRIGANTI: Ultime gesta della banda Maurina; Autobiografia di Giovanni
  Botindari; Il brigantaggio in Sardegna.

  I DELINQUENTI POLITICI: Una societ segreta nel 1894; Alle porte del
  domicilio coatto.--I DELINQUENTI COMUNI: I funerali di un "guappo"; Il
  delitto di un mistico; Averardo Bracciotti; L'assassinio di Giuseppe
  Bandi; Gennaro Volpe; Il mistero di Vico Equense (processo de Nayve).

  =Gallina= (Giacinto). _Serenissima_, commedia in 2 atti.          1 --

  =Martini= (Ferdinando). _Nell'Affrica Italiana_, ediz. illustrata 5 --
  Edizione economica in-16 2 --
  --_La Vipera_, ed altre commedie 4 --

  =Negri= (Ada). _Tempeste_, poesie. Formato bijou. 5.^a edizione   4 --

  =Remigio Zena=. _Le pellegrine_, poesie                           4 --

  =Rovetta= (Gerolamo). _La baraonda_, romanzo. 3.^a edizione       4 --

  =Thun= (contessa de). _Quel che raccont la nonna_ (formato bijou)3 --

  =Tolstoi= (Leone). _Padrone e servitore_                          1 --

  =Verga= (Giovanni). _Ricordi del Capitano d'Arce_. 2.^a ediz.     2 50

  =Villari= (Pasquale). _La Sicilia e il Socialismo_                2 --

  _Vita (La) italiana nel settecento_. Volume Primo: Storia         2 --

  D'imminente pubblicazione

                              LA LUPA
                In Portineria e Cavalleria Rusticana
                             DRAMMI DI
                          GIOVANNI VERGA.


  Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, in Milano.








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