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   :PG.Title: Terra vergine
   :PG.Released: 2011-03-22
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   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Anton Giulio Barrili
   :DC.Title: Terra vergine
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                         TERRA VERGINE           
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
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      Title: Terra vergine
      
      Author: Anton Giulio Barrili
      
      Release Date: March 22, 2011 [EBook #35660]
      
      Language: Italian
      
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      \*\*\* START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TERRA VERGINE \*\*\*

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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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   :small-caps:`Terra Vergine`

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   | ROMANZO COLOMBIANO
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   Anton Giulio Barrili

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   | MILANO
   | FRATELLI TREVES, EDITORI
   | 1903
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   | **Quinto migliaio.**

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PROPRIETÀ LETTERARIA

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   *I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati
   per tutti i paesi, non escluso il regno di Svezia e Norvegia.*

|

   A evitare confusioni di bibliografi e di librai, si avverte che questo
   nuovo romanzo Colombiano, che fa seguito a *Le due Beatrici*,
   è lo stesso che sotto il titolo di *Cosma e Damiano* ebbe una
   prima pubblicazione nelle appendici del *Caffaro* di Genova.

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Tip. Fratelli Treves.

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TERRA VERGINE


.. toc-entry:: I. In alto mare.

:small-caps:`Capitolo Primo.`
=============================

In alto mare.
-------------


Quelli de' nostri lettori che mettono il venerdì tra
i giorni nefasti, sono pregati a non citare tra gli
esempi a conforto della loro opinione il giorno scelto,
o accettato da messer Cristoforo Colombo, per dar
principio al suo primo viaggio di scoperta. Diciamo
la loro opinione, e non la loro superstizione; primieramente
perchè non vogliamo essere scortesi
con nessuno, e in secondo luogo perchè non crediamo
a questa facile asseveranza moderna che gabella
per superstizioni le idee di cui non può darsi
una ragione. Se dunque i nostri lettori hanno di
queste idee, ed amano tenersele, non saremo noi che
ci proveremo a combatterle. Uomini insigni con idee
di tal fatta ce ne sono stati parecchi, e ce ne saranno
ancora, se Dio vuole. Il savio, che vede assumer
forma di verità e grado di certezza tante cose che
ieri ancora sapevano di bugia, d'invenzione, d'illusione
e via discorrendo, non bolla di nomi derisorii
le cose che non intende, o che gli paiono escire
dalla cerchia delle verità riconosciute: per contro,
[pg!2]
diffida di queste ultime, non s'impegna a sostenere
che saranno verità domani, come sembrano
oggi.

Così ragionando, si può ammettere benissimo che
ci siano dei giorni nefasti, o per tutti o per qualcheduno.
Ma è permesso di credere che il venerdì,
tanto calunniato, non sia tra quei giorni. Io, se
debbo interrogare la mia particolare esperienza in
proposito, ho il venerdì per un giorno buono. E per
buono doveva averlo messer Cristoforo Colombo,
che la mattina del 3 agosto 1492, essendo un venerdì,
si avviava da Palos per il suo viaggio di
scoperta, con tre caravelle, quasi con tre gusci di
noce, e centoventi uomini d'equipaggio, tra marinai,
soldati, ufficiali di bordo e sopraccarichi. Voi non
ignorate che si chiamano sopraccarichi, in una nave,
tutti i personaggi che ci sono imbarcati, senza avere
un uffizio particolare, di comando o d'ubbidienza,
nella nave anzidetta.

Ben altri pensieri, ben altri dubbi e timori occupavano
lo spirito del navigatore Genovese, che il
terrore della partenza in venerdì. Due di quei gusci
di noce erano stati presi ed allestiti per ordine regio,
come a dire per forza. E per forza erano stati
imbarcati in gran parte i suoi marinai. Un primo
esempio di sorda resistenza gli aveva dimostrato
come egli potesse far poco assegnamento su quella
marinaresca, allorquando era stato male aggiustato
alla *Pinta* il timone, per modo che al primo colpo
di mare dovesse spiccarsi dalla poppa, mettendo la
caravella in istato di non più governare. Oramai si
era in acqua, e bisognava navigare. Ma non poteva
ancora il mal talento studiarne qualchedun'altra,
per far ritornare indietro le navi? La paura è tanto
ingegnosa! E l'almirante del mare Oceano ricordava
a proposito che un'altra caravella mandata celatamente
[pg!3]
dai Portoghesi sulla rotta indicata da lui,
per rubargli la gloria della scoperta, non era tornata
a Lisbona per poca voglia che avesse il suo
comandante di andare innanzi, ma per deliberato
proposito della ciurma ribelle.

Una cosa era necessaria, perchè niente di simile
accadesse a Cristoforo Colombo: che tra la sua piccola
squadra navale e le famose colonne d'Ercole
corressero leghe marine a parecchie centinaia. Ma
come sperare che quei marinai, costretti a navigare
per forza, si adattassero a fare, senza un tentativo
di ribellione, parecchie centinaia di leghe? E se la
ribellione ci fosse stata, e se le navi avessero dovuto
dar volta, che vergogna per lui! quale impossibilità
di tentare in altra occasione e con altre
forze navali il viaggio! Egli, a buon conto, per non
lasciare troppe armi alla resistenza della sua gente,
aveva subito immaginato di non segnare sul libro
di stima il numero esatto delle leghe percorse, tenendo
il computo vero per sè. Ma quanti altri argomenti
di rivolta alla sua autorità non avrebbe
offerti la paura a quegli uomini rozzi, ignoranti,
che egli aveva raccolti a furia, non scelti diligentemente
tra i migliori della classe marinara?

Queste cose pensava Cristoforo Colombo; e queste
cose non lo facevano lieto, non gli lasciavano
gustare pienamente, come avrebbe potuto e dovuto,
il gaudio onesto della sua sudata vittoria su tante
contrarietà, su tanta guerra d'uomini e cose. Nè i
suoi sospetti erano vani. La mattina del 6 agosto,
un lunedì, terzo giorno del viaggio, la *Pinta* fece il
segnale di non poter proseguire il cammino, avendo
spezzato il timone; proprio quel timone che sulla
spiaggia di Palos era stato così male aggiustato
alla poppa. Gomez Rascon e Cristoval Quintero, padroni
della nave, che era senza fallo la migliore
[pg!4]
delle tre, tornavano dunque alla riscossa con le loro
alzate d'ingegno?

Del malvagio proposito non dubitava l'almirante,
mentre governava verso la *Pinta* per recarle soccorso.
Ma il vento soffiava gagliardo, il mare ruggiva,
e con quel tempo era più facile investire la
*Pinta* che accostarsi al suo bordo. Per fortuna, il
comandante della nave era Martino Alonzo Pinzon,
e questi non era della opinione dei padroni, in materia
di parziali avarie.

—Almirante!—gridò egli dal capo di banda,—non
temete di nulla. Leverò io la voglia a tutti
di guastare un'altra volta il timone, dandone la
barra sulla testa al primo che parlerà di ritornarsene
indietro. Per ora il timone sarà accomodato
con quattro giri di gomena; e poi si vedrà. Magari
zoppicando, seguiteremo la capitana. Ma io consiglierei,
salvo il parer vostro, di appoggiare alle
Canarie, per provvedere un po' meglio a questa
rottura.—

Non era intenzione dell'almirante di far sosta alle
Canarie, come a nessun'altra isola o costa di quei
paraggi. Ma bisognava chinar la testa al destino, e
seguitare i consigli della prudenza. Il giorno appresso,
non era più questione di prudenza, ma di
assoluta necessità. La *Pinta*, di sicuro, era stata
male raddobbata, e per il fasciame sconnesso incominciava
a far acqua. La legatura del timone si era
anche rallentata, e la caravella governava male da
capo. La *Santa Maria* e la *Nina* dovettero diminuire
la tela, per serrar meno vento, e andar di conserva
con la povera zoppa. E l'almirante, non che risolversi
di far sosta alle Canarie, pensò che gli sarebbe
convenuto cercare laggiù un'altra caravella,
per liberarsi da quella nave, che incominciava a
parergli un vero castigo di Dio.

[pg!5]

Ma perchè andare alle Canarie? Quelle isole erano
ancora molto lontane. Non era meglio ritornare indietro,
coi due legni che ancora reggevano al mare,
e sui quali si sarebbe potuto trasbordare tutta la
gente e il carico della *Pinta*, perchè questa seguitasse
come poteva, magari presa a rimorchio? Era
questo il pensiero dei marinai, confortato dalla opinione
dei piloti. Alcuni di essi, come Pedro Alonzo
Nino e Sancio Ruiz della *Nina*, stimavano sicuramente
di essere molto distanti dalle Canarie. Forse
meno sincero, perchè più desideroso del ritorno,
era Bartolomeo Roldan, altro pilota della *Nina*. Ma
niente affatto sincero, e più caldo sostenitore della
grande distanza, era Perez Matteo Hernèa, pilota
della *Santa Maria*. Costui incominciava ben presto
a far prova del suo mal animo contro il comandante
supremo, che egli non si peritava di giudicare,
sebbene ancor sotto voce, un ambizioso impostore.

Ma il comandante della *Pinta*, della nave zoppa,
aveva manifestato egli stesso il proposito di appoggiare
alle Canarie, e per conseguenza di proseguire il
cammino fin là. Con Martino Alonzo Pinzon, marinaio
esperto e ben veduto dall'equipaggio, non si poteva
lottare; specie quando minacciava di ricorrere agli
argomenti *ad hominem*. Più calmo, ma più sicuro
nella sua nautica dottrina, Cristoforo Colombo aveva
detto:—V'ingannate, nella vostra stima; le isole
sono anzi vicinissime. Tra domani o doman l'altro,
le avvisteremo di certo.—

Il fatto seguì com'egli aveva annunziato. Sull'alba
del giorno nove, si scorgevano le vette della Gran
Canaria. Disgraziatamente, ora per troppo vento,
ora per troppo poco, non era possibile l'approdo.
Si stette due giorni in attesa di una propizia occasione,
ma invano; e l'almirante, non volendo perder
[pg!6]
tempo a bordeggiare in quelle acque, si lasciò addietro
la *Pinta*, ordinando a Martino Alonzo Pinzon
di approdare quando potesse, e di cercare
un'altra nave, per dare il cambio alla sua. Egli intanto
andava con le altre due caravelle alla Gomera,
per il medesimo intento. E giunse alla Gomera nel
pomeriggio del 12 agosto udendovi con sua grande
consolazione che s'aspettava di giorno in giorno una
buona nave, andata per l'appunto alla Gran Canaria.

—Aspettiamo dunque con fiducia;—aveva detto
l'almirante.—Se la buona nave è a quell'ancoraggio,
Martino Alonzo l'ha trovata, l'ha presa, e viene
con essa a raggiungermi.—

Ma lo aspettò invano. E stanco di aspettare, partì
il 23 per andare incontro al compagno. Giunse il
25 alla Gran Canaria. Martino Alonzo Pinzon non
v'era giunto che il giorno prima, e stentatamente;
udendo da quegli abitanti che la nave c'era stata,
ma che da parecchi giorni ne era partita, nè si sapeva
per dove.

Bisognava rinunziare ad ogni speranza di barattare
la nave, e lì per lì provvedere invece a rimettere
in sesto la *Pinta*. Martino Alonzo Pinzon mandò
a terra i mastri d'ascia per cercare il legname
adatto e tagliare alla svelta un altro timone. Frattanto,
poichè la sua caravella faceva acqua, i marinai
si mutarono in calafati, e si diedero a fabbricare
con vecchi cavi disfatti le stoppe catramate,
che con scalpelli e mazzuoli dovevano poi ficcare
nei comenti del fasciame, nelle ossature, nei nodi
del legname, intorno ai cavicchi, e dovunque bisognasse,
ricoprendo poi ogni cosa di pece.

La *Nina* approfittò di tutto quel tempo per cambiar
velatura. Le sue vele latine si mutarono in
quadre, e alle antenne, per conseguenza, furono sostituiti
[pg!7]
i pennoni. Per tal guisa, di caravella che
era, e somigliante ad uno sciabecco, si trasformò
in una specie di brigantino a palo. Quanto alla velatura,
s'intende; non già quanto alla alberatura.
Le caravelle portavano bensì tre alberi, il trinchetto,
l'albero di maestra e l'albero di mezzana, ma quest'ultimo
era assai più avanzato sulla poppa e più
corto che non sia nei brigantini a palo d'oggidì;
d'onde la conseguenza che non fosse molto larga la
vela, artimone o mezzana che vi piaccia chiamarla,
nella sua forma triangolare e latina, oppure randa
di poppa, nella sua forma quadra.

Quando la *Nina* spiegò al vento la sua velatura
nuova, dovette affrontare i giudizi delle altre navi,
che l'aspettavano per muovere di conserva con lei.
Il marinaio è criticatore per eccellenza; figuratevi
se poteva essere risparmiata la *Nina*, il giorno che
si presentò in riga così trasformata. La critica alle
sue vele fu come un sorriso, il primo, in mezzo a
tanti giorni di nera malinconia.

—Sarà bella,—diceva uno,—ma mi pare un
po' goffa.

—Già,—soggiungeva un altro,—come un
contadino di Biscaglia, quando mette un abito
nuovo.

—E guardate,—entrava a dire un terzo,—tra
i pennoni e gli alberi, che stonatura di tinte!

—Si capisce; i pennoni son nuovi, e gli alberi
son vecchi.

—Albero vecchio.... fa buon fuoco.

—E quelle trozze! dovrebbero stringere un po'
meglio.

—Aspettate che bevano, e stringeranno, stringeranno
anche troppo.—

Insomma, ognuno voleva dire la sua. E l'almirante,
passeggiando gravemente sul ponte della
[pg!8]
*Santa Maria*, poteva, come suol dirsi, sentir suonare
tutte le campane, ad una ad una, e magari
tutte insieme.

Su tante, egli ne sentì una che lo colpì, facendolo
voltare di soprassalto. Due marinai stavano appoggiati
al capo di banda, un po' in disparte dai loro
compagni, e ragionavano di cose vane, non tali da
destare l'attenzione dell'almirante. Ma il tono è quello
che fa la musica; e quei due cantavano in un tono
che doveva far senso a messer Cristoforo Colombo.
Parlavano, a farvela breve, in vernacolo genovese.
Come mai due genovesi a bordo? Ed egli non ne
sapeva nulla?

L'equipaggio delle tre caravelle non lo aveva
scelto lui. Quella gente era stata presa per forza,
nella maggior parte; e il resto era stato tirato dall'esempio
dei fratelli Pinzon. A Palos, ad Huelva, a
Moguer, erano tutti valenti marinai; si potevano
prender tutti ad occhi chiusi. E un po' per una ragione,
un po' per l'altra, l'almirante non aveva presieduto
alla formazione della sua marinaresca. Quanto
al nome di tutti, alla patria e alle altre particolarità
di quella gente, erano cose che egli avrebbe conosciute
via via, durante il viaggio, senza bisogno di
leggere il registro, che era tenuto dal suo primo
pilota.

Immaginate dunque la dolce commozione che messer
Cristoforo Colombo provò in quel giorno e in
quell'ora. La parlata della madre patria è sempre
la più soave all'orecchio dell'uomo, quando egli si
ritrova fuori paese. Egli accorre al suono conosciuto,
come ad una festa dell'anima; ascolta giubilante,
vorrebbe subito barattar parole anche lui,
come se volesse provare a sè stesso che quell'idioma,
che è senza dubbio il più bello del mondo,
egli non lo ha dimenticato. E parlandolo, dopo tanti
[pg!9]
anni, in una regione lontana, egli sente in quell'idioma,
in quel vernacolo natìo, un gusto, un sapore
di novità, che gli è fonte di gioie inattese, rivelazione
di arcane bellezze.

Ma per allora non era il caso di fermarsi a discorrere.
La dignità del comando voleva che l'almirante
tirasse di lungo; e il momento, poi, non era
da chiacchiere. Le caravelle erano in riga, bisognava
partire. La *Santa Maria* si mosse per la prima dall'ancoraggio
della Gran Canaria, dirigendosi alla
Gomera, dove aveva lasciato a terra una squadra
d'uomini per far provvista di viveri. Era una domenica,
il 2 di settembre, un mese dopo la partenza
da Palos.

Per andare alla Gomera, si passava davanti a
Teneriffa, che è l'isola centrale del gruppo delle Canarie.
Il gran picco di Teneriffa era proprio allora
in piena eruzione vulcanica; maraviglioso spettacolo,
che per la maggior parte dei marinai di Cristoforo
Colombo poteva dirsi anche nuovo. Udendo
i boati della montagna, e i tuoni frequenti che facevano
tremar l'aria tutto intorno, vedendo la immensa
colonna di fumo che usciva a fiotti dall'alto
cratere, le fiamme che guizzavano in mezzo a quel
fumo, i torrenti di lava che scendevano rosseggianti
nella notte lunghesso i fianchi del cono, quei poveri
marinai del secolo decimoquinto provarono gli
stessi timori che cinque secoli prima dell'Era volgare
avevano fatto dare indietro i compagni di Annone
Cartaginese.

Quella eruzione spaventosa di Teneriffa era una
ammonizione ai mal capitati. Così, per terremoti e
per vulcani, si era inabissata una gran terra, laggiù,
di cui narravano oscure leggende; quell'istesso
mare che l'aveva inghiottita, non poteva divorare
da un momento all'altro anche loro?

[pg!10]

L'arrivo alla Gomera fu occasione di altri timori,
non più per i marinai, ma per il comandante supremo.
Da poco erano entrati in rada, quando sopraggiunse
una caravella, anch'essa spagnuola, che
faceva servizio tra quelle isole. Veniva dall'isola
del Ferro, la più occidentale delle Canarie, e recava
notizie di una straordinaria crociera. Tre navi portoghesi
avevano toccato all'isola del Ferro; dai discorsi
dei marinai, dalle domande degli uffiziali, si
era potuto capire che il re Giovanni II di Portogallo
mandava quelle tre navi ad aspettare al varco
una spedizione di scoperta, per farne prigioniero il
comandante.

Cristoforo Colombo, non durò fatica ad intendere
chi fosse l'aspettato. Sette anni addietro egli era fuggito
dal Portogallo, non isperando più nulla da quel
re, che sempre lo aveva tenuto a bada con buone
parole. Richiamato da lui, che certamente si era pentito
e temeva di veder la Spagna far buon viso ai
disegni del navigatore Genovese, non aveva voluto
a nessun patto ritornare a Lisbona. Ciò che il Portoghese
temeva, era accaduto; tardi, veramente, ma
in tempo per nuocere alla fortuna del Portogallo, i
reali di Castiglia avevano dato a Cristoforo Colombo
le navi e gli uomini per tentare l'impresa dell'Oceano.
Nuove isole, fors'anche continenti, sarebbero
stati dunque scoperti a profitto di Spagna. Ma non
erano del Portogallo tutte le nuove terre di là dai
confini d'Abila e Calpe? Già troppo era che Castiglia
vantasse diritti sulle Canarie, e di tanto in
tanto, dopo l'impresa del Bethencourt, vi facesse
atti di padronanza. Niente altro doveva sperare,
nient'altro ambire la corona di Castiglia in un campo
oramai devoluto alla operosità portoghese.

Aiutavano questa pretensione, la fortificavano certamente
nell'animo del re Giovanni, le scarse cognizioni
[pg!11]
geografiche e cosmografiche del tempo.
Dove andava infine il navigatore Genovese? di là
dalle Azzorre? di là da Madera? di là dalle isole
del Capo Verde? Tutte conquiste portoghesi eran
quelle; e portoghese doveva essere egualmente tutto
ciò che poteva ritrovarsi più in là. Ma se una grande
scoperta fosse fatta per conto della Spagna, difficilmente
si sarebbe potuto contenderne alla Spagna il
possesso. Con la presa di Granata e lo sterminio
completo della potenza moresca, i reali di Castiglia
e d'Aragona si ritrovavano forti e liberi come non
erano stati mai; la riunione di tutte le Provincie
spagnuole sotto un solo scettro segnava la decadenza
del Portogallo. Una conquista oltre i mari,
sui confini dell'Asia, di quell'Asia a cui miravano
allora tutti gli sforzi della Corte di Lisbona, avrebbe
dato il tracollo alla potenza portoghese. Donde la
necessità urgente di mettere ostacolo all'impresa di
Cristoforo Colombo, e ad ogni costo impadronirsi
di lui. E perchè, dopo tutto, non si poteva tentare
con forze portoghesi la medesima impresa? Tre navi
allestite per catturarlo, potevano anche proseguire
il viaggio di scoperta, giovandosi dei suoi disegni
e della sua direzione. Comandante con le braccia
legate, avrebbe ad ogni modo raggiunto il suo fine
e guadagnata la sua gloria. E forse, chi sa? era
meglio andar prigioniero, ma rispettato, a scoprire
un nuovo mondo, in un primo viaggio, che ritornare
incatenato ed umiliato dal terzo, dopo aver
fatta e assicurata la conquista di quel nuovo mondo
ad un monarca sconoscente ed ingrato.

Ma non è dato agli uomini di prevedere il futuro.
Se anche Cristoforo Colombo avesse preveduto il
suo destino, possiamo star certi che avrebbe fatto
egualmente quello che fece, appena udite le notizie
della crociera portoghese. Ordinò prontamente che
[pg!12]
si smettesse di far provvigioni, richiamò tutti gli
uomini a bordo, e fece spiegare le vele.

Le tre caravelle lasciarono l'ancoraggio il giovedì
6 settembre, due ore innanzi l'alba. Allontanandosi
un buon tratto verso ostro, l'almirante sperava di
uscir dalla vista del nemico, caso mai questi avesse
lasciati i paraggi dell'isola del Ferro per muovergli
incontro. Un vento fresco che era sorto nella
notte, gli dava buona speranza di riuscire nell'intento.
Ma quella brezza d'improvviso cessò; e le
tre caravelle dovettero restarsene tutto quel giovedì,
ed anche il venerdì, con le vele penzoloni. Per fortuna,
l'almirante aveva guadagnato tre ore di cammino,
e non era probabile che il vento delle isole
giovasse tanto alle navi portoghesi, da spingerle
sulla sua strada. Neanche era probabile che esse si
fossero spiccate da ponente dell'isola del Ferro,
dove potevano egualmente vigilare a destra e a sinistra
di quell'arcipelago. Piuttosto era da temere
che toccassero alla Gomera, sapessero del passaggio
di lui e muovessero a dargli caccia, appena il
vento si fosse levato.

Ed egli spiava ansiosamente quel vento, che si
levò soltanto sul mattino del sabato. Ma non era
un buon vento; spirava da ostro, e spingeva le caravelle
sull'isola del Ferro. Ore terribili furono
quelle per lui. Ma anche per le navi portoghesi quel
vento soffiava contrario. Non era dunque perduta
ogni speranza per lui.

Sull'alba della domenica, quel vento malaugurato
cambiò finalmente, e le caravelle lo ebbero in fil
di ruota. Allora l'almirante rese grazie a Dio della
buona ispirazione che gli aveva mandata, di far
mettere le vele quadre alla *Nina*, che con le vele
latine non avrebbe potuto camminare di conserva
con le altre, nè per conseguenza sottrarsi con esse
[pg!13]
al pericolo. Messa tutta la sua tela al vento, la piccola
squadra di Cristoforo Colombo, in un giorno e
nella notte che seguì, si allontanò quarantadue leghe
dalla isola del Ferro. E naturalmente perdette
di vista quell'ultima terra occidentale del mondo
antico. Che gioia, per Cristoforo Colombo, non veder
più che acqua dintorno a sè, quanto andasse
attorno la vista!

Ma era scritto lassù che quando egli era lieto
non lo fossero egualmente i suoi marinai. Essi avevano
veduto con terrore il picco di Teneriffa vomitar
fumo e fiamme. Con altrettanto terrore videro
quella immensa distesa d'acque, forse la prima che
navigatori vedessero, senza certezza di un lido. E
un lido non si aspettavano di ritrovare laggiù, sebbene
l'almirante assicurasse di doverlo ritrovare a
settecento leghe oltre lo stretto di Gibilterra; s'aspettavano
invece di veder sorgere dagli abissi i mostri
marini che avrebbero capovolte le navi e castigati
i temerarii violatori dei segreti dell'Oceano. Quante
volte non fu costretto Cristoforo Colombo a chetarli,
a fare il suo sermoncino cosmografico a quei rozzi
marinai, tentando di persuaderli della vanità delle
loro paure! Lo stavano a sentire; lì per lì sembravano
persuasi, pieni d'insolito ardimento; poi ricascavano
nella loro viltà, tremavano, e si lagnavano
peggio di prima.

Altra cagione di sgomento fu il giorno 11 di settembre,
a cento cinquanta leghe dall'isola del Ferro,
quando videro galleggiare sulle acque un pezzo
d'albero di gabbia. Così ad occhio e croce si poteva
giudicarlo appartenuto ad un naviglio di cento venti
tonnellate. Ma il naviglio, dov'era? Sicuramente sprofondato
negli abissi dell'Oceano. Ugual sorte non
era riserbata anche a loro?

Lo sgomento si mutò in alto terrore, quando osservarono
[pg!14]
la bussola, sei giorni dopo aver trovato
l'avanzo della barca naufragata. L'ago magnetico,
scambio di volger la punta alla stella polare, piegava
di cinque o sei gradi verso maestro. Che voleva
dir ciò? Entravano essi in una regione del
mondo ove le leggi di natura non valevano più? E
lo sviamento dell'ago, ogni giorno osservato con
ansia, si vedeva ogni giorno aumentato.

Da parecchi giorni l'almirante aveva notato il fenomeno,
e temeva che lo notassero altri. Quando il
guaio fu avvenuto, egli dovette inventare una spiegazione
plausibile del fatto.

—Che credete? che la calamita volga la punta
alla stella polare? La volge invece ad un punto
fisso ed immobile. La stella polare, come ogni altro
corpo celeste, fa i suoi mutamenti nello spazio,
girando bensì intorno a quel punto invisibile. Ed
ecco perchè qualche volta vedrete la calamita scostarsi
dalla direzione della stella polare. Nel fatto è
la stella polare che si scosta.—

Si persuasero i piloti, che avevano una grande
opinione della dottrina astronomica di Cristoforo
Colombo. Persuasi loro, si persuasero anche i marinai,
che non guardavano tanto nel sottile.

Ed era tempo che una spiegazione fosse trovata,
anche falsa; perchè già tra i marinai si andava ricordando
la storia di un luogo lontano sul mare,
dove i chiodi ed ogni altro genere di ferramenta si
spiccavano dai navigli, per volarsene ad un certo promontorio
incantato, lasciando che i legni si sfasciassero
e colassero a fondo con le povere ciurme. Di
sicuro quel promontorio esisteva, era una montagna
di ferro, o d'altra diavoleria che tirasse a sè
ogni specie di metalli; e quella montagna non doveva
essere lontana. Già infatti l'ago calamitato
della bussola si volgeva da quella parte; ancora
[pg!15]
una cinquantina di leghe, un centinaio al più, e le
tre caravelle sarebbero state attirate verso quella
montagna metallica, per far la fine di tante e tante
altre. I marinai narravano, senza saperlo, una favola
orientale, fatta correre dai novellieri arabi,
per tutte le popolazioni marinaresche del Mediterraneo.

Cristoforo Colombo non si era apposto al vero,
immaginando la sua famosa dichiarazione dello
strano fenomeno. Ma lì per lì quella dichiarazione
faceva buon giuoco; ed anche, nello stato delle cognizioni
fisiche ed astronomiche del tempo suo, poteva
passare per una divinazione. Oggi, con tante
ipotesi sui poli magnetici, sul loro numero e sulla
loro distribuzione, non ne sappiamo più di lui. Conosciamo
le deviazioni dell'ago calamitato in tutte
le regioni del globo, ne abbiamo anche delineate
esattissime tavole; ma la causa del fenomeno costantemente
ci sfugge. Per possedere il segreto di
tutti i congegni che fanno muovere due sottili lancette
sopra un quadrante di porcellana, un fanciullo
non dubiterebbe di disfare l'orologio. Ma noi non
siamo più fanciulli, pur troppo!

[pg!16]


.. toc-entry:: II. Getta l'àncora e spera in Dio.

:small-caps:`Capitolo II`
=========================

Getta l'àncora e spera in Dio.
------------------------------


La calma ritornava negli animi sbigottiti. Ma era
la calma tenue del soldato, che tra una battaglia e
l'altra gode il riposo dell'avamposto, mettendo a
guadagno tutte le ore di quiete, pure avendo sempre
nello spirito una vaga inquietudine, che gli leva
la voglia di pensare alle cose lontane nello spazio
o nel tempo. Certamente, regna la quiete intorno a
lui, ma è quiete che precede la tempesta. Il sentiero
è sgombro, davanti a lui, ma l'insidia è vicina; la
morte può stare in agguato dietro quel canto di
strada che verdeggia là in fondo. E verso quel fondo:
si guarda mal volentieri, anche dai più coraggiosi.
Chi è di servizio, ci pensi.

Anche laggiù, sull'Oceano, erano calme le vie. Il
sole splendeva, senza arrostire i cervelli; l'aria era
dolce, mitissima; un aprile di Andalusia, per usare
una frase dell'Almirante, un aprile d'Andalusia, a
cui non mancava che il canto del rosignuolo, per
far l'illusione compiuta.

Cristoforo Colombo ebbe sempre una gran tenerezza
per il canto del rosignuolo. Il ricordo del
cantore dei boschi ritornava spesso nelle sue relazioni
[pg!17]
di viaggio e nel suo giornale di bordo. Ma
se per allora mancava il rosignuolo, una rondinella
di mare e una cingallegra erano venute a svolazzare
intorno alle caravelle. Passi per la rondinella
di mare; è suo uffizio di volare sulle acque. Ma la
presenza di una cingallegra non s'intendeva egualmente
laggiù, se non immaginando molto vicina la
terra.

E terra vicina immaginavano i marinai, argomentando
dalla presenza di quel grazioso uccello silvano
in una così lontana latitudine marina. Ma non
tutti la pensavano a quel modo; particolarmente i
nostri due genovesi.

—Ahimè, povera *parissòla*,—diceva uno di essi
al suo fedele compagno.—Bisognerebbe conoscere
per quali traversie abbia dovuto sperdersi da queste
parti, e che raffiche indiavolate l'abbiano gittata
in alto mare. Da principio si sarà rifugiata
sulla gabbia di qualche naviglio. Poi, seguitando
questo vento di levante....

—Avrà perduta la tramontana;—interruppe
l'altro, che era anche il più faceto dei due.—E un
bel giorno, veduto questo gran verde, l'avrà scambiato
per una prateria. Ci starà grassa, ci starà!

—Così noi, sperduti per il mondo!—mormorò
l'altro, sospirando.

Ma al compagno non garbavano questi sospiri.

—Ohè, Cosma!—esclamò.—Vogliamo intenerirci
un pochino? Bada che il tuo Damiano da quest'orecchio
non ci sente, e come è vero Dio ti pianta
sulla palmara.—

Voleva dire: ti pianta in asso. Palmara, dicono i
genovesi quel cavo che lega i battelli alla spiaggia.

—E piantami!—rispose Cosma, sforzandosi di
sorridere.—Tanto, so bene che andresti poco
lontano.

[pg!18]

—Ah bravo!—replicò Damiano.—Ho piacere
che tu te ne ricordi, che siamo tutt'e due nello
stesso guscio di noce. Per la vita e per la morte
non abbiamo giurato di stare insieme? Tu piangi,
io rido; e tra buon vento e cattivo la barca va. Tu
vorresti il mondo rifatto a modo tuo, caro amico;
io lo accetto com'è; per intanto andiamo tutt'e due
a cercarne un altro. Ci sarà? e se c'è, sarà migliore
del vecchio?

—Mistero!

—Con che aria lo dici? A me non fa nè caldo
nè freddo. Mi par di giuocarla a croce e grifo; quel
che sarà sarà. E spero,—soggiunse Damiano,—che
tu ammirerai la mia filosofia, molto adatta per
un viaggio di scoperta come questo.

—Perchè?

—Perchè si piglia il nuovo mondo come viene.

—Matto!—esclamò Cosma.—E così, tu non
hai neanche bisogno di fede, per conservare il tuo
buon umore!

—Chi te lo dice? Ho la mia fede ancor io; incomincio
ad averne molta nell'almirante. Ed è naturale.
Io vado a mano a mano raccattando quella
che pèrdono gli altri. Non ti nascondo che questo
nostro concittadino mi piace. Ed è nato lanaiuolo!
Dunque fuori di porta Soprana, nella strada che
mette al ponticello di Rivo Torbido. I lanaiuoli abitano
tutti da quelle parti. E lanaiuolo com'è di
origine, e marinaio di professione, ci ha un'aria di
gentiluomo che consola.

—Non dei nostri, per altro.

—Ah sì, di un'altra stirpe, davvero. Ma vedi....
Cosma? Io mi son fatto un giudizio tutto mio, in
questa faccenda. L'uomo fa l'aspetto secondo le
passioni che lo muovono. Metti per dieci, venti, cinquanta
e cent'anni una famiglia contro l'altra, tutte
[pg!19]
disposte a mangiarsi il naso, e vedrai che facce ti
vengon fuori. È certamente per questo che gli Adorni
e i Fregosi, da un pezzo in qua, son tutte facce
proibite. Anche i Fieschi, sai, anche i Fieschi;—soggiunse
Damiano, ridendo.—E frattanto, che avviene?
Che le facce serene e piacevoli, da veri gentiluomini,
bisogna cercarsele altrove.

—Tra i lanaiuoli, allora?

—Sicuramente; e tra quelli, più facilmente che
nelle altre professioni. Quelli, a buon conto, devono
esser nati nel soffice.—

Il colloquio dei due marinai genovesi fu interrotto
dal suono della campana, che dal castello di
poppa chiamava l'equipaggio alla preghiera serale.
Era quell'ora che il nostro maggior poeta ha cantata
con versi tanto soavemente malinconici nelle
celebri terzine del Purgatorio:

   | Era già l'ora che volge 'l desio
   |   A' naviganti e 'ntenerisce il core
   |   Lo dì ch'han detto ai dolci amici addio;
   | E che lo novo peregrin d'amore
   |   Punge, se ode squilla di lontano
   |   Che paia 'l giorno pianger che si more.

Tutti inginocchiati in coperta, e fattosi umilmente
il segno della croce, i marinai della *Santa Maria*
mormoravano con l'Almirante, che la proferiva ad
alta voce, la preghiera dell'*Angelus Domini*, istituita
nell'anno 1095 da papa Urbano II, al concilio
di Clermont, pei crociati che andavano in Palestina,
e rimessa in vigore un secolo dopo, da Gregorio IX,
per tutto l'orbe cattolico. Mai, fino a quel giorno,
squilla vespertina e preghiera di cristiani s'erano
udite più lontano nell'aria. Le navi di Cristoforo
Colombo erano allora a trecento leghe di là dai
confini d'Europa.

[pg!20]

La preghiera dell'*Angelus* era finita da poco, e
tutti i marinai che non erano di guardia alle vele,
in vedetta sulla gabbia, o al timone, si disponevano
a scendere nei ranci sotto coperta, quando una strana
luce apparì davanti a loro, quattro o cinque leghe,
lontana sul mare. Una striscia luminosa e rossastra
si dipingeva nel cielo, solcandolo ad arco, e facendo
sentire un alto fragore, come di artiglierie sparate
in distanza. Pareva di vedere una palla di ferro
rovente, o parecchie, vomitate da un mortaio; le
quali scoppiassero per via, andando a sprofondarsi
nel mare, e lasciando dietro di sè un gran
solco di fuoco. La straordinaria grossezza di quel
globo luminoso non permetteva di pensare alle stelle
cadenti, fenomeno abbastanza comune nelle calde
regioni e in certi mesi dell'anno. Nè la più parte
di quei marinai avevano veduto mai bòlidi; nessuno
ne aveva mai veduto uno così fuor di misura; e
del resto, ad ogni fenomeno naturale di cui non si
conosce la causa, è più facile sgomentarsi che rinfrancare
gli spiriti. Che cosa significava quel razzo?
era esso il principio del finimondo? non prenunziava
forse tutta una sequela di scoppi e di rovine?

Ma niente avvenne, di ciò che incominciavano a
temere. Del solco luminoso non rimaneva più traccia
nel cielo. La pace regnò quella notte e i giorni
seguenti. Spirava da levante una brezza viva e costante,
che teneva in continuo esercizio le vele,
senza dar travaglio all'alberatura e al sartiame.
Tutto andava dunque a seconda; favorevoli i segni
del cielo, più favorevoli ancora i segni del mare.

Infatti, sentite: s'incominciava a vedere sulla
superficie delle acque un grazioso spettacolo. Qua
e là galleggianti sui flutti, o, per dir più veramente,
sulla liquida lastra del mare, lievemente increspata
dalla brezza, si scorgevano piccoli strati, come
[pg!21]
chiazze di verde. Entrandoci le navi per mezzo, si
vedevano quegli strati esser fatti di erbe verdi,
tanto verdi che parevano strappate di fresco dalle
zolle natali. E le chiazze si facevano a mano a
mano più larghe, più frequenti, più fitte.

Fu a tutta prima una festa degli occhi, e per
conseguenza una allegrezza dei cuori. L'assenza
del verde è la malattia del marinaio. Il verde è il
gradito colore della terra. Dicono gli astronomi che
a guardarlo dall'osservatorio degli altri pianeti, il
nostro globo tramandi una luce di smeraldo, a cagione
delle sue terre e della vegetazione che le ricopre.
Peccato non esser là, su Marte, o su Giove,
a vedere la bella figura di pietra preziosa che dobbiamo
far noi, nella immensità dello spazio!

—Le isole sono vicine!—gridavano i marinai.—Vedete
come son fresche, queste erbe. Sembrano
staccate ieri dal suolo.

—Effetto dello stare in acqua;—notava qualcuno.

—E sia, diciamo due giorni, tre, cinque. Ma a
lungo andare, marcirebbero. E poichè queste sono
così fresche, siano di un giorno o di cinque, la
terra dev'essere vicina.

—Mettiamo di sei, e crepi l'avarizia. Io mi contenterei
di toccar terra fra sette.—

Così ridevano e scherzavano, dimenticando le
recenti paure. Un marinaio si buttò in acqua per
cogliere una manata di quelle erbe, e portò a bordo
un granchio vivo, che fu subito presentato all'Almirante.

Quel povero crostaceo dell'Oceano non differiva
punto punto dagli altri congeneri suoi delle coste
d'Europa. Ma dalla sua presenza in quelle latitudini
si poteva, a sentire i marinai di Moguer, grandi
pescatori nel cospetto di Dio, cavare un eccellente
[pg!22]
pronostico di spiagge vicine. Essi infatti sostenevano
che di granchi, a ottanta leghe da terra, non
se ne ritrovano più.

—Distanza giusta per metterci casa;—bisbigliò
Damiano all'orecchio di Cosma.—Non c'è più
pericolo di pescarne.—

Poco dopo il granchio, indizio sicuro di terra
entro le ottanta leghe di distanza, si vide uno
sciame di tonni che vennero a guizzare nella scia
delle navi. E poco dopo i tonni che scherzavano
in acqua, venne un'altra cingallegra a svolazzare
tra l'albero di maestra e il trinchetto della *Santa
Maria*. Fors'anche era la cingallegra dei giorni
scorsi, povera cingallegra sperduta, che aveva intenerito
il cuore di Cosma. Ma comunque fosse,
cingallegra e tonni erano altri indizi di terre vicine.
Anche l'onda marina, assaggiata dal pescatore del
granchio, e poi via via da altri curiosi, era meno
salata in quei paraggi che non fosse nelle acque
delle Canarie. E quello, per bacco, era indizio di
terre vastissime, di un continente a dirittura, donde
si scaricassero nell'Oceano le acque dolci di grandissimi
fiumi. E il mare sempre tranquillo; e il
vento sempre favorevole. Laggiù da settentrione
l'atmosfera un tantino più fosca; altro indizio di
terra. E poi un fitto sciame d'uccelli che passavano
alti, volgendo a ponente; nuovo e prezioso indizio
che da ponente o da tramontana, ma sempre là,
davanti a loro, fosse vicina la meta.

La *Pinta*, grande veliera della squadra, si accostò
al bordo della *Santa Maria*, chiedendo all'almirante
la licenza di muovere innanzi liberamente,
per iscoprire quella terra benedetta. Martino Alonzo
Pinzon si struggeva d'impazienza; sicuro del fatto
suo, avrebbe desiderato esser primo a dare la buona
notizia. Ma l'almirante non diede la chiesta licenza.
[pg!23]
Si doveva andar tutti di conserva, per non aversi
a smarrire. Ed egli, dai suoi computi, non argomentava
vicina la terra. Che ostinazione era la
sua? I segni crescevano ad ogni giorno, quasi ad
ogni lega di cammino che le navi facevano. Due
pellicani non erano proprio allora passati in aria,
venendo da ponente? Ora i pellicani non sogliono
andar mai lontani oltre venticinque leghe dal lido.
Questo non lo dicevano i soli pescatori di Moguer;
lo asserivano tutti. E quei grossi nebbioni che si
levavano all'orizzonte, senza mestieri di vento, che
cos'altro volevano dire se non questo, che il viaggio
di scoperta toccava al suo termine?

Bene operava Cristoforo Colombo, resistendo alle
domande di Martino Alonzo Pinzon. I suoi computi
potevano essere errati; sicuramente lo erano, ma
non in guisa da giustificare le speranze precoci
della sua gente, poichè la distanza tra l'Europa e
il Nuovo Mondo dovea riscontrarsi anche maggiore
delle settecento leghe immaginate da lui. Per intanto
egli manteneva la sua autorità; e per il giorno dei
disinganni non sarebbe apparso incerto nella sua
dottrina, facile ad infiammarsi per ogni nonnulla,
come i suoi compagni di viaggio, vagante a caso
sui mari, come un avventuriere od un pazzo.

—Stiamo tutti in riga, Martino Alonzo;—gridò
egli al comandante della *Pinta*;—ci sarà gloria
per tutti. Gli indizi che osserviamo sono certamente
notevoli. Forse ci dimostrano l'esistenza di qualche
isola sulla nostra diritta. Ma non mette conto per
ora di cercar piccole cose. Vedremo al ritorno. Approfittiamo
ora di questo buon vento, e facciamoci
avanti verso ponente. Desidero di toccar terra al
pari di voi; ma penso che ne siamo ancora distanti
un bel tratto.—

E si apponeva al vero. La spedizione era appena
[pg!24]
a metà strada. Ma non aveva arcipelaghi sulla diritta,
nè sulla manca; e i pellicani, le cingallegre,
i granchi, i tonni, l'acqua meno salata, i nebbioni,
il mare erboso, non significavano niente di ciò che
gli altri speravano.

E andavano, frattanto, procedevano fidenti tra
quelle chiazze di verde vivo. Ma a grado a grado
quelle chiazze crescevano, si allargavano, e presto
non si vide che una chiazza sola; tutto il mare,
intorno alle navi, era verde per quello strato di
erbe, come è verde un palude, un serbatoio di acque
stagnanti. E ad un certo punto, quello strato
d'erbe era così fitto da impedire il corso alle caravelle,
obbligando i marinai a spenzolarsi dalla
prora coi lunghi aldighieri in pugno, per rompere
e allontanare l'ostacolo.

Era la prima volta che i marinai della vecchia
Europa vedevano quelle praterie galleggianti. Ignoravano
perciò che il mar di Sargasso, come fu chiamato
di poi dalle alghe di cui è formato, occupa
nel mezzo dell'Atlantico uno spazio otto volte più
vasto della penisola Iberica. La formazione di quello
strato verde non è più un mistero per la scienza,
dopo la scoperta del *gulf stream*, ossia della corrente
del golfo, il gran fiume oceanico che si parte
dal polo antartico rimontando fino all'artico, ma
partendosi a mezzo il suo corso in due correnti,
una delle quali costeggia l'Africa e l'altra va a far
gomito nel golfo del Messico, lasciando nel centro
un vasto campo di mare più tranquillo e più freddo,
nel cui fondo vanno a finire tutti i tronchi di alberi,
carcami di navigli, ed ogni materia pesante
travolta dalle acque, mentre alla sua superficie si
raccolgono e galleggiano tranquille come in uno
stagno tutte le erbe marine, strappate dagli abissi
dell'Oceano.

[pg!25]

I marinai si erano rallegrati da principio alla
vista del verde. Avevano anche riso, vedendosi costretti
a far piazza pulita con gli aldighieri. Ma non
si può rider sempre; e dopo aver riso, incominciarono
a seccarsi; dopo essersi seccati, tornarono
a sgomentarsi da capo. Quegli strati d'erbe non si
sarebbero fatti a mano a mano più profondi, tanto
da imprigionare a dirittura le navi? Non era possibile
che i mostri temuti fossero per l'appunto in
agguato dietro a quei monti di viscida verzura? E
se non erano mostri, non potevano essere bassi
fondi, secche e frangenti, in cui dovessero incagliare
le caravelle? Dei mostri non temeva l'almirante;
ma bene incominciò a temere anch'egli delle
secche. A lui, memore di tutti i testi delle antiche
scritture, ritornava in mente l'Atlantide di Platone,
quell'Atlantide inabissata, i cui resti potevano benissimo
essere rimasti a fior d'acqua, o alti tanto
sott'acqua da cagionar gravi danni alle carene delle
navi. Ma questi timori erano presto dissipati dallo
scandaglio, che fu gittato più volte e non trovò
mai fondo, neanche con dugento braccia di sagola.

—Animo, dunque!—diss'egli, dopo parecchie
di quelle prove convincenti.—Abbiamo varcati
oramai gli strati più fitti, e il pericolo dei frangenti
e delle secche è passato, se pure c'è stato mai. Vedete
poi come è costantemente favorevole il vento.

—Sì, ben dite, signore, costantemente!—rispose
per tutti il pilota Perez Matheo Hernèa.—Soffia
sempre da levante, questo vento benedetto!

—Non sempre;—disse l'almirante.—Qualche
volta è caduto; e abbiamo avuto un po' di brezza
da ponente. Rara, se vogliamo; ma basta a dimostrarci
che anche qui comanda la legge della varietà.

—Con questo particolare, per altro;—replicò il
pilota;—che quando soffia il vento da levante si
[pg!26]
fa molto cammino, e quando soffia da ponente non
ha nemmeno la forza di sbatacchiar le vele contro
gli alberi.

—Orbene, che volete voi dir con ciò, Perez
Hernèa?

—Che per andare all'incerto, il vento aiuta; ma
che, se dovessimo dar volta, per ritornarcene a
casa, il vento non ci aiuterebbe più. Ecco, signore,
con vostra licenza, e col debito rispetto, quello che
voglio dir io.—

L'almirante aggrottò le ciglia, alle parole dell'Hernèa.
Ma si contenne, e, per non averlo a riprendere
prima del tempo, si provò perfino a scherzare.

—Bravo il mio pilota!—diss'egli.—Uomo di
provato coraggio com'è, penserebbe egli a ritornare?
proprio ora, che siamo tanto vicini alla meta?

—Eh, vicini!... vicini!...—brontolò il pilota.—Qui
non si capisce più nulla. Ma la vostra esperienza,
signore, che cosa può dirmi, intorno a questo
vento di ponente che non ha forza di muovere
una vela?

—Che cosa posso dirvene io, Perez Hernèa? Sa
il marinaio perchè il vento spiri tanti giorni da un
lato, e poi d'improvviso si volti? Verrà giorno, io
spero, che questo ed altri segreti dell'ordine naturale
saranno conosciuti. Per ora governiamoci con
la pratica nostra. Ci sono venti di mare e di terra,
di golfi e di canali, ed alti e bassi, e forti e deboli.
Per prevederne l'andamento bisognerebbe conoscere
i paraggi. Voi conoscete benissimo ogni particolarità
dei venti che soffiano nel canale del Rio Tinto,
e in quello dell'Odiel; non è vero?

—Certamente. Poveri a noi, se non avessimo pratica
dei brontoloni di casa nostra.

—Ebbene, qui sono altri brontoloni;—replicò
l'almirante.—E siamo in casa d'altri, e non li conosciamo
[pg!27]
ancora. Ma non sarà sempre così. Quando
ci avremo fatta la mano, sapremo come governarci
con loro. Per ora, osserviamo e studiamo. A me
intanto par di capire una cosa: che qui, come altrove,
certi venti sono proprii di certe stagioni. Qui,
ora, è la stagione in cui regna il levante; approfittiamone.
Verrà la stagione in cui soffierà il suo
contrario, e un po' più forte che non abbia fatto
finora. Anche debole, lo abbiamo sentito; ne conosciamo
dunque l'esistenza. E forse ci ha dato questo
indizio di sè, per levare ogni dubbio a voi, sospettoso
uomo. A me dice ancora che una terra è laggiù,
donde egli viene a battaglia, ma finora con poca
forza di resistenza. Ed è meglio così, per la nostra
navigazione; non pare anche a voi?—

Perez Hernèa si acquetò, per allora. L'almirante
aveva ragioni per tutti i dubbi, per tutti gli argomenti
in contrario. Ma egli non era da per tutto, e
non poteva vincere ugualmente tutti i pregiudizi di
una gente ignorante e ostinata. Quella lunga navigazione
dove gli indizi favorevoli non conducevano
a nulla, quel verde che non finiva mai, quel vento
sopra tutto, quel vento che soffiava costantemente
da una parte, come per portarli ferocemente a capitar
male dall'altra, mettevano tutti in apprensione;
e urtava i nervi la inflessibilità dell'almirante, di
quello straniero che voleva condurre tanti poveri
figliuoli d'Andalusia alla morte, per un suo puntiglio,
per una sua stravaganza.

Molti erano stati incerti fino allora se egli fosse
un impostore od un pazzo. Incominciavano a creder
tutti che gli avesse dato volta il cervello. Queste
fissazioni, che mostrano tanta imperturbabile serenità,
son veramente proprie dei pazzi.

E non si chiedeva più nulla a lui. Si obbediva ai
suoi ordini, materialmente, macchinalmente, senza
[pg!28]
metterci punto di quell'ardore, di quella buona volontà
che fa della obbedienza una cooperazione intelligente.

Per contro, incominciavano da prora i crocchi,
i capannelli, quei borbottamenti, quelle mormorazioni,
che non sono ancora il principio della rivolta,
ma ne accennano l'intenzione. Le povere caravelle
malconce; i viveri scarsi; l'acqua fradicia; i venti
contrari al ritorno; di coste all'orizzonte neppur
l'ombra; mare, sempre mare, nient'altro che mare;
quella era la prospettiva. E quanto sarebbe durata?

Indizi di terre ne erano venuti.... Sì, anche troppi,
ed era il caso di richiamarsene, come della famosa
sua grazia a sant'Antonio di Lisbona. Quei pellicani,
quelle cingallegre, tutti quelli uccelli di passo
che erano trascorsi a squadre, a sciami, a nembi,
sul capo dei naviganti, ora venendo da prora via,
ora da poppavia, non indicavano essi, nella capricciosa
direzione del volo, che qualche spirito maligno
si prendeva giuoco di loro? E qui taluni notavano
che quei negri volatori, passando sulle caravelle,
avevano fatto sentire un acuto stridìo. Sì, certamente,
era uno scherno di potenze invisibili; le
quali infondevano con vane immagini le speranze
nei cuori, e si beffavano ancora dei troppo creduli
marinai. E quegli uccelli, quei tonni, quelle nebbie
basse all'orizzonte, non erano che apparizioni diaboliche.
I mostri non sorgevano ancora dalle acque,
dond'erano aspettati; si mostravano invece all'orizzonte,
brulicavano in aria.

Questa spiegazione degli indizi ingannatori apparve
così chiara, che fu creduta a breve andare
da tutti. No, non più avanti, per contentare il capriccio
dell'avventuriere, del pazzo. Quell'uomo voleva
trovar terra a ponente, o morire; proposito da
disperati! Ma egli poteva farlo, egli che non aveva
[pg!29]
famiglia; non potevano essi, che a Palos, a Huelva,
a Moguer, lasciavano occhi per piangerli. Bisognava
dunque ricusargli obbedienza, forzarlo a ritornare
indietro. Chi li avrebbe biasimati? chi li avrebbe
accusati di viltà? Si erano spinti quattrocento e più
leghe sull'Oceano, sul mare tenebroso, spavento di
tutti i naviganti del mondo. Che si voleva di più?
che morissero tutti di fame, errando inutilmente
sopra un mare senza sponde? o che nei gorghi di
quel mare trovassero il sepolcro?

Le coscienze più timorate si davano pensiero di ciò
che avrebbero detto i sovrani, vedendo ritornare le
caravelle in Europa. Ma che cosa potevano dire i
sovrani? Essi medesimi non si erano risoluti di
concedere al marinaio genovese gli uomini e le
navi, se non per levarsi d'attorno quel molesto supplicante,
e a loro malgrado, come in troppe occasioni
era stato dimostrato. Vedendo ritornare uomini
e navi, la regina, forse, si sarebbe addolorata,
poichè il Genovese aveva saputo ammaliarla col
suoi racconti del Cataio e di Ofir; ma poi avrebbe
capito che quel cercare il levante a ponente era una
stravaganza, una pazzia; e buona com'era avrebbe
finito con rallegrarsi di veder salve tante vite di
bravi spagnuoli. Quanto al re Ferdinando, egli aveva
detto di sì per contentare la moglie; ma che fosse
contrario nel profondo dell'anima alla impresa di
Cristoforo Colombo non era mai stato un mistero
per nessuno. Il ritorno della spedizione, senza aver
nulla ritrovato della terra promessa, neanche uno
scoglio fuor d'acqua, sarebbe stato un vero trionfo
per lui.

Sì, dunque, ritornare indietro, ricusando obbedienza
all'almirante, obbligandolo ad accettare la
legge da loro. Ma se non avesse voluto persuadersi
con le buone, era egli conveniente di passare alle
[pg!30]
cattive? Non sarebbe sempre rimasto a carico loro
il fatto della disobbedienza e delle conseguenti offese
alla sua persona? Da senno, o da burla, era
almirante, era vicerè, era governatore; e tutto ciò
per decreto reale.

Il modo di superare quella piccola difficoltà alcuni
dei più audaci lo avevano trovato, e ne avevano
già discorso lungamente tra loro. Ma non se
ne aprivano ancora liberamente nei crocchi più numerosi;
stavano a bocca chiusa, o parlavano a monosillabi,
a interiezioni, quando erano presenti marinai
di altre nazioni; specie quando c'erano i due
genovesi. E i due genovesi avevano capito; e si
erano lungamente consultati tra di loro, per venire
ad una risoluzione che di giorno in giorno si faceva
più urgente. Finalmente uno di quei capiscarichi
che quando è stato lor confidato un segreto,
credono di averlo colto a volo, non istanno più
nella pelle se non lo consegnano altrui, si lasciò
sfuggire qualche parola coi due.

—Ah sì? il vostro Genovese non vuol saperne
di tornare indietro?—aveva egli detto.—Ebbene,
ci resti lui, a naufragare per tutti. Un'ondata che
spazzi la coperta, e si prenda quel matto ostinato,
non è poi tanto difficile a trovare.

—Trovare.... sinonimo d'inventare, non è vero?—aveva
risposto Damiano.

—Eh sicuramente! Capirete bene, voi altri, che
quando la pazienza scappa.... E il vostro Genovese
la farebbe perdere ai santi.—

Damiano non volle sentirne più altro. Quella sera
dormì male. A mezzanotte doveva andar egli di
guardia alla vela, e Cosma gli teneva compagnia.
Era l'uso, tra loro, di non separarsi mai; tanto che
i piloti avevano finito col mandarli sempre insieme
a far le quattro ore di guardia.

[pg!31]

—Senti;—disse Damiano al compagno, quando
furono soli sul ponte;—io, per me, non ho più
pace, fino a tanto che non ho detto ogni cosa all'almirante.
E tu, che cosa ne pensi?

—Io penso,—rispose Cosma,—che avremmo
fatto bene a parlare anche prima. Finalmente, qui
non si tratta di riferire i discorsi della gente; si
tratta d'impedire un delitto. L'almirante dev'essere
posto in grado di custodirsi da un colpo di mano.

—Giustissimo!—ripigliò Damiano.—Eccolo là,
per esempio, che esce dal gavone di poppa, come
fa tutte le notti, per invigilare la guardia. Egli infatti
non dorme che da un occhio. Ma per la sua
persona egli non ha nessuna vigilanza. Due uomini
risoluti potrebbero gittarglisi addosso, afferrarlo per
la vita, levarlo di peso, e una, due, tre, buttarmelo
a mare come un sacco di cenci.

—Che infamia! e sarebbero capaci di farlo.

—Dunque, si dice tutto?

—Si dica.—

Mentre i due si confortavano scambievolmente a
parlare, l'almirante veniva a passo lento da poppa,
per vigilare le guardie, che non si lasciassero prendere
dal sonno.

—Buona notte, signor almirante;—disse Cosma,
appena quell'altro gli fu vicino.—Iddio vi guardi.

—Ed anche voi, ragazzi;—rispose a bassa voce
Cristoforo Colombo.—Buona guardia.

—E san Giorgio valente vi conceda vittoria sui
vostri nemici;—disse Damiano, parlando nel vernacolo
della sua città natale.

—Ah!—esclamò l'almirante, fermandosi.—I
miei genovesi?

—Sì, messere, e desiderosi di parlarvi. Se non
era questa occasione, avremmo chiesto domattina
di essere ammessi alla vostra presenza.

[pg!32]

—Cose gravi, dunque? e da non potersi confidare
al pilota?

—Gravissime, e vorremmo che non le sapesse
neanche l'aria. Guardatevi, messere! C'è del torbido,
a bordo.

—Lo so, ragazzi, lo so. Da più giorni ho dovuto
avvedermene. Gente ignorante ed ingrata! che ci
volete fare? Un giorno i più lievi segni del mare
e del cielo, segni che non persuadono me, offrono
a loro una certezza maravigliosa di approdo imminente.
Un altro giorno una cosa da nulla, mettete
anche la costanza del buon tempo, me li sbigottisce
come i bambini un racconto della balia, quando
non ardiscono più spiccarsi dalle sue ginocchia per
andare nel fondo della stanza. In verità, figliuoli
miei, non avrei mai creduto così debole la fibra
umana. E voi, come fate a non seguire l'esempio
degli altri?

—Noi? noi.... è un'altra cosa!—rispose Damiano.—Noi
abbiamo fede nel nostro Genovese.

—Abbiatela in Dio;—rispose l'almirante.—Da
lui vengono le grandi idee alla mente; da lui i forti
propositi al cuore dell'uomo.

—E dal demonio i cattivi, signor almirante;—rispose
Cosma.—Si guardi, Vostra Eccellenza. Da
certe parole che abbiamo colte per aria, alcuni tristi
avrebbero intenzione....

—Di che cosa?

—Veramente....—balbettò Cosma.—È così nero,
il disegno!...

—Di uccidermi, non è vero?

—No, mio signore.... o piuttosto, sì, perchè infatti,
uccidere e far sparire è tutt'uno.

—Già!—soggiunse Damiano, venendo in aiuto
al compagno.—Si comincia a parlare di un'ondata
furiosa, che spazzi opportunamente la coperta, trascinando
[pg!33]
con sè fuori del capo di banda il comandante
supremo.—

L'almirante rimase alquanto sovra pensiero.

—Si pensa a questo?—diss'egli poscia.—Per
fortuna non c'è l'occasione. Il mare è così costantemente
tranquillo!

—Certo, ed è ciò che li annoia. Questi marinai
son venuti a desiderar le burrasche, e mi fanno ricordare
quel che si dice dei nostri villani del Bisagno
e della Polcevera, che si scorticano i polpacci
con le calze di seta. Ma Vostra Eccellenza
capirà che non c'è bisogno di un temporale, per
fare un colpo di mano. L'essenziale è d'inventarne
la notizia, per quando si sarà ritornati in Ispagna,
e bisognerà render conto della vostra sparizione al
governo.

—È un disegno infernale!—esclamò l'almirante,
più inorridito che spaventato dall'annunzio.—E
siete certi che abbiano pensato di giungere
a tanto?

—Oh, per questo, non dubiti Vostra Eccellenza;
coi nostri orecchi medesimi abbiamo sentito il discorso.

—Pazienza!—replicò l'almirante.—Sebbene
questo non dovessi aspettarmi, vedrò di fare buona
guardia.

—E la faremo anche noi;—disse Cosma.—Così
conoscessimo i buoni, quelli in cui confidate
di più, per metterci d'accordo, e vegliar tutti sulla
vostra preziosa persona!

—Amici miei,—rispose Cristoforo Colombo,
traendo un sospiro,—conosco voi.... da pochi momenti.
Quanto agli altri, non so nulla di loro. Eravate
a Palos; potete ricordare in che modo si è formato
il nostro equipaggio.

[pg!34]

—Pur troppo, mio signore! Metà per forza, l'altra
metà per caso; tutta gente raccogliticcia. I buoni
ci saranno di sicuro, e si vedranno alla prova. Per
intanto....

—Per intanto, è buio pesto;—conchiuse Damiano.—Ma
Vostra Eccellenza potrà confidarsi di
queste cose co' suoi ufficiali.

—Sì, sì, figliuoli, lo farò;—rispose l'almirante.—Ma
non è questo, che importa. La mia speranza
è altrove. Siete voi marinai?

—Noi? sì, come vede Vostra Eccellenza.

—Infatti, la vostra condizione è tale, per ora. Ma
dal primo momento che ho dovuto guardarvi in
faccia, mi è parso.... che non ne aveste l'aria.

—Le nostre mani, signore....

—Sì, capisco, le vostre mani saranno tinte di
pece. Ma non è la pece che fa il marinaio, come
non è l'abito che fa il monaco. Le mani del marinaio
possono essere anche pulite, ma si riconoscono
egualmente; specie nella palma, che par foderata
con pelle di squalo. Ora, le vostre mani, che
sono lieto di stringere....

—Si faranno ruvide quanto è necessario;—rispose
Cosma, inorgoglito da quella dimostrazione
di benevolenza, ma anche un pochettino
turbato.

—Sta bene;—disse l'almirante, sorridendo.—Quantunque,
io non domandi ciò come una qualità
necessaria.... a mani di cavalieri.

—Messere....—mormorò quell'altro, più turbato
che mai.

—Oh, non temete, non voglio andare più in là,—rispose
l'almirante.—I vostri nomi, se ben ricordo,
sono....

—Cosma e Damiano;—si affrettò a rispondere
Cosma.

[pg!35]

—E Cosma è lui, e Damiano son io;—soggiunse
Damiano.

—Benissimo. Due nomi di fratelli!

—Noi non siamo che amici; ma come fratelli ci
amiamo.

—E perciò avete preso il nome da due santi
fratelli, che erano anche colleghi di professione;—replicò
l'almirante.—Erano infatti due medici,
e del primo di loro mi pare di aver letto
in un certo libro, che si conservi ancora una
ricetta.

—Sono anche i santi protettori dei pellegrini;—disse
Cosma, che pareva poco desideroso di stare
sull'argomento della medicina.

—Siano dei pellegrini o dei medici, son sempre
due benefattori;—conchiuse l'almirante.—E voi
certamente avete assunti i lor nomi per adempimento
di un voto.

—Vostra Eccellenza legge nei cuori come nei libri;—disse
Damiano.—Siamo infatti legati da
un voto.

—Per il quale, probabilmente, avrete lasciati gli
agi della vita, venendo partecipi alle fatiche, ai pericoli
di questo viaggio: non è così?—

I due marinai non risposero parola. Ma per essi
rispondeva la sapienza dei popoli, stillata in proverbi:
chi tace acconsente.

—Non voglio chiedervi ciò che non potete dirmi;—riprese
Cristoforo Colombo.—Siete genovesi, e
basta ciò, perchè io v'abbia in conto di fratelli. Ricordate
soltanto che bisogna amarla, amarla molto,
la terra dove si è nati; amarla tanto più, quanto
essa è più sventurata. Sapete quanto abbiano fatta
dolente la nostra povera patria, le discordie maledette
dei suoi figliuoli!...

—Voi dite bene, messere,—rispose Cosma.—E
[pg!36]
noi lo abbiamo ricordato già molte volte, pensando
a voi.

—A me?

—Certamente. Ecco un uomo insigne, dicevamo
tra noi, un uomo che ha fatto un disegno sublime,
e potrebbe e vorrebbe darne la gloria e il profitto
alla patria; ma perchè la patria non è in condizione
d'intenderlo, egli deve rivolgersi ad altre nazioni,
dando ad altri il profitto e la gloria delle
opere sue.

—Ah!—gridò l'almirante.—Lo intendete anche
voi che dolore sia questo? e come profondo? Io
non lo dico a nessuno, perchè nessuno lo intenderebbe.
Pazienza, miei giovani amici! E lasciamo
questo argomento tristissimo. Intanto, le vostre parole
mi han detto assai più che non dicessero le
vostre mani. Vorrei fare qualche cosa per voi; chiamarvi
almeno tra i miei ufficiali. Ma quante invidie
si desterebbero! Non per ora, adunque. Il giorno
che avremo toccata la terra promessa, io sarò
davvero vicerè e governatore; e quel giorno, vedremo.

—Guardatevi intanto, messere. Noi non abbiamo
mestieri che di una cosa: di vedervi incolume,
trionfante su tutti i vostri nemici. Laggiù avete
avuto da lottare coll'invidia; qui avete da lottare
coll'ignoranza.

—E sempre con la malvagità;—conchiuse Cristoforo
Colombo.—Ma le vostre parole mi fanno
ricordare ciò che volevo dire poc'anzi. Vi chiedevo
se eravate marinai, per raccontarvi del primo capitano
con cui ho imparata l'arte del navigare. Eravamo
nelle acque dell'antica Cartagine, atterrati,
con un vento che non si potrebbe immaginare di
peggio. Non si poteva reggere al mare, bisognava
ormeggiarsi e tener fermo ad ogni costo. Ma le áncore
[pg!37]
aravano, per la forza della corrente, e si temeva
di andare da un momento all'altro a battere
negli scogli.

—Un guaio; dei grossi—esclamò Damiano.

—Certamente;—rispose Cristoforo Colombo—e
non c'era tempo da perdere. Il comandante ordinò
di mettere mano all'áncora della speranza.
«Credete—diss'io—che ci farà buon servizio?»
Domandavo troppo, più ch'egli non potesse sapere.
Ma ad ogni modo, me la trovò lui, la risposta:
«Getta l'áncora e spera in Dio!» E così, come mi
fu consigliato nella mia prima navigazione, ho fatto
io in tutte le altre che seguirono.

—Confidiamo nel suo alto volere;—disse Cosma,
inchinandosi.

—Ma pensiamo ancora,—soggiunse Damiano,—che
chi s'aiuta Iddio l'aiuta.

—Oh, sicuramente!—rispose Cristoforo Colombo,
non potendo trattenersi dal ridere, alla pratica ammonizione.—Vi
ho già detto che farò buona guardia
alla mia vita, se occorrerà; non aspetterò che mi
assalgano; andrò io contro ai loro disegni. Non si
compiace di sfidare i bassi pericoli, chi ha cuor
d'affrontare i maggiori. Ma se è necessario di entrare
in lizza coi rivoltosi, anche questo farò. Voi,
frattanto abbiate per certa una cosa: che presto,
con l'aiuto di Dio, saluteremo la terra.

—Con questa fede siamo venuti;—disse
Cosma.

—E ci sia pure da navigare altrettanto, non
ci lagneremo, noi altri;—soggiunse Damiano.—Voi
dite, messere, che si serve a Dio, con questo
viaggio.

—È la mia opinione.

—E bisogna dunque servirlo allegramente. Lo
raccomanda perfino il Salmista.—

[pg!38]

L'almirante sorrise e battè amorevolmente della
destra sulla spalla di Damiano.

—Ottimamente, giovanotto!—esclamò.—E che
Iddio vi guardi ambedue. Ma domandiamogli ancora
una grazia;—soggiunse.—A persuadere questa
gente che ha il furore della paura, un buon vento
gagliardo, e da ponente, farebbe meglio di tutti i
nostri discorsi.—

[pg!39]


.. toc-entry:: III. Di una bella sconosciuta che mandò a Cristoforo Colombo un ramo di spino fiorito.

:small-caps:`Capitolo III.`
===========================

Di una bella sconosciuta che mandò a Cristoforo Colombo un ramo di spino fiorito.
---------------------------------------------------------------------------------


Cristoforo Colombo era stimato un gran dotto in
materia geografica, cosmografica ed astronomica,
quando non era stimato un impostore, od un pazzo.
Per lui, si sa, erano stranamente mutevoli i giudizi
del volgo, nobile o plebeo che si fosse; e saltavano
da un estremo all'altro, come qualche volta usano
saltare i venti, dal primo al terzo, o dal secondo al
quarto quadrante. Si può dire, dopo aver letto attentamente
la storia della sua vita fortunosa, che gli
storti giudizi, i sospetti, le animosità contro di lui
non posassero mai intieramente finchè egli visse,
da prima volendo regalare per forza un nuovo
mondo alla Spagna, poi disputando ai suoi grandi
una corona di vicerè nelle terre scoperte, e da
ultimo combattendo virilmente per la propria fama,
per il proprio onore, per il proprio decoro, contro
le invidie e le ingratitudini congiurate. Ma ci
furono anche nella sua vita, e frequenti, i giorni
della lode e della reverenza universale. Ci furono
anche i giorni in cui egli era tenuto per un gran
mago, padrone di alti segreti naturali, e capace
[pg!40]
di comandare agli elementi coll'autorità di misteriose
parole. E per un negromante, di sicuro, lo
avrebbero tenuto i marinai della *Santa Maria*, il
giorno 22 settembre del 1492, se dieci o dodici ore
prima, cioè nel cuor della notte che fu sopra a
quel giorno, lo avessero udito domandare al cielo
un vento gagliardo di ponente.

Quel vento si levò per l'appunto nella giornata,
fortissimo, teso, dritto da prora; tanto che fu necessario
serrare i velacci e le basse vele, prendendo
i terzaruoli alle gabbie ed anche alla mezzana, per
mettersi alla cappa serrata. Non si navigava più,
con quel vento indiavolato al traverso; ma ne avevano
anche una patente mentita le sciocche paure
dei marinai.

—Ed ora direte ancora che in questi paraggi il
vento fresco soffia soltanto da levante!—esclamò
l'almirante, volgendosi a Perez Matteo Hernea, suo
pilota.

—Non lo dirò più, ve lo giuro;—rispose umiliato
l'Hernea.

Il giorno seguente, le cose mutarono. Pareva proprio
che quel vento da ponente si fosse levato solamente
per dar ragione a Cristoforo Colombo, contro
il suo equipaggio, e che, dopo aver fatto quella
buona testimonianza per lui, non avesse più motivo
di soffiare. Cadde, infatti, e il 23 ripigliò la brezza
di levante, con cui si poteva andare a gonfie vele
per la rotta stabilita.

La *Santa Maria* aveva dato gloriosamente tutta
la sua tela al vento. Ma non durò a lungo con
quella velatura di buon tempo. L'almirante, a un
certo punto della giornata, comandò di serrar fiocchi,
velacci, vela di maestra e mezzana, contentandosi
di navigare con la gabbia, il trinchetto e la
trinchettina. Certi punti neri all'orizzonte, diventati
[pg!41]
presto nuvoloni, l'aria più fresca, un color di piombo
sulle acque, gli avevano annunziato imminente un
temporale.

Non si era ingannato. Il temporale si avanzò
minaccioso, oscurando il cielo e sollevando il mare
a tempesta. Le navi balenarono un poco, indi presero
a menar la ridda sui flutti, ora balzando sulle creste
spumanti che il vento incalzava, ora ascondendosi
a mezzo nei profondi intervalli, per cui pareva che
volesse ad ogni tratto scoprirsi il fondo degli abissi.

La tela al vento era ancor troppa; e l'almirante
comandò di prendere i terzaruoli alle gabbie. Poi,
rinforzando il vento, le fece serrare a dirittura, ed
egualmente il trinchetto, di guisa che la nave prese
a correre con la sola trinchettina.

—Che mare, Santa Vergine!—disse Damiano
al compagno, mentre scendevano da serrare le gabbie.—Par
quello che ha inghiottiti gli Egiziani,
quando volevano dar la caccia agli Ebrei.

—E quello fu per miracolo;—rispose l'almirante,
davanti a cui passavano i suoi due Genovesi.—Così
credo che sia anche questo. Ci vogliono dei
miracoli, per ischiodare il cervello a questa gente.
Del resto,—soggiunse,—le ondate propizie al
gran salto son qua; e i miei nemici hanno già
troppo da fare per sè, aggrappandosi al capo di
banda, o alle sartie.—

La burrasca non si chetò che verso il mattino
del 24. Col sole ritornò la calma sul mare. Le caravelle,
così duramente travagliate da quella collera
d'elementi, ripresero la loro velatura ordinaria, e
col vento più maneggevole si fecero a navigare di
conserva. La *Pinta*, anzi, venne accostandosi quanto
più poteva alla *Santa Maria*.

—Ecco Martino Alonzo che ha qualche cosa da
dirmi;—pensò l'almirante.

[pg!42]

Difatti il comandante della *Pinta* voleva parlare
a Cristoforo Colombo. Questi, alcuni giorni prima,
gli aveva fatta passare la carta nautica, a lui mandata
da Paolo Toscanelli: una carta sulla quale era
segnata la famosa isola di Cipango, ad una distanza
che oramai doveva essere stata oltrepassata da
loro. E di questo dubbio, che glie ne era venuto,
voleva intrattenersi Martino Alonzo Pinzon coll'almirante.

—Pare anche a me, che abbiamo fatto un cammino
più lungo;—gridò Cristoforo Colombo al
Pinzon.—Ma forse il Toscanelli ha fallato il punto,
collocando la grande isola sulla carta, o noi, ingannati
dalle correnti che ci han fatto derivare, abbiamo
fallata la stima.

—Potrebbe anche darsi,—ripigliò il Pinzon,—che
noi ci fossimo tenuti troppo a ponente.
Non credete opportuno di appoggiare un poco a
garbino?

—Non credo;—disse l'almirante.—Del resto,
fatemi passare la carta, e osserverò meglio ancor
io. Intanto non cangiate di rombo; mi raccomando.—

La carta arrotolata e raccomandata ad una sagola
fu scagliata a bordo della *Santa Maria*. Cristoforo
Colombo la portò allora nella sua cameretta,
la spiegò sul deschetto, e si fece ad osservare, insieme
coi più sperimentati dei suoi ufficiali, quale
potesse per allora essere la posizione delle navi.

Il lettore si maraviglierà che Cristoforo Colombo
volesse rilevare il punto di stima sopra una carta
fatta di suo capo da un fisico fiorentino, e nella
quale era segnata l'isola di Cipango ad una distanza
immaginaria. Ma pensi il lettore che quella carta,
fatta avanti la scoperta delle così dette Indie occidentali,
era tuttavia condotta secondo due norme,
che parevano sicure a que' tempi: la divisione della
[pg!43]
circonferenza del globo terrestre in ventiquattro
zone, di quindici gradi ciascuna, che formavano in
tutto trecentosessanta gradi, e il passo biblico di
Esdra, ov'era detto che, diviso il nostro globo in
sette parti, sei sono terra, e la settima è ricoperta
dalle acque. Messe a riscontro queste due nozioni,
aggiunta la notizia delle parti della terra già scoperte
al tempo di Tolomeo, aggiunto finalmente
tutto quel tratto che Marco Polo aveva visitato ad
oriente, e i Genovesi scoperto ad occidente, non era
difficile tracciare lo spazio di mare che doveva intercedere
fra le Azzorre, estremità occidentale di
Europa, e Cipango, estremità orientale dell'Asia. Il
difficile sarebbe ora di credere a quella sistematica
fabbricazione di carte nautiche; ma non era difficile
allora. E ad ogni modo si può considerare con benevolenza
un errore, il quale, rasentando la verità,
condusse un uomo ardito e intelligente a scoprirla.

Lo studio di Cristoforo Colombo e de' suoi piloti
fu repentinamente interrotto da un grido d'allegrezza.
Quel grido, ripetuto e rinforzato da molte voci, veniva
dalla *Pinta*. L'almirante uscì tosto in coperta,
e vide Martino Alonzo Pinzon, ritto sul castello di
poppa della sua caravella, che alzava le mani al
cielo, in atto di giubilo, gridando a squarciagola:
terra! terra!

—Che è ciò che voi dite, Martino Alonzo?—gridò
l'almirante a sua volta.

—Terra, terra!—ripetè il Pinzon.—Signor
almirante, io chieggo la mia ricompensa.—

Martino Alonzo Pinzon alludeva al premio che i
reali di Castiglia avevano stabilito per colui che
primo scoprisse la terra. Il premio consisteva in
una rendita di trenta corone, un poco più di seicento
lire della nostra moneta d'oggidì.

E con la mano distesa, il comandante della *Pinta*
[pg!44]
accennava verso garbino, o libeccio, se meglio vi
piace, dove infatti appariva una lingua di terra all'orizzonte,
forse venticinque leghe distante dalle navi.
I marinai della *Pinta* si erano lanciati come scoiattoli
su per le sartie; così fecero i marinai della
*Santa Maria* e quelli della *Nina*; tutti vedevano la
terra, tutti confermavano con liete grida l'annuncio
di Martino Alonzo Pinzon.

Cristoforo Colombo non era intimamente persuaso;
ma lo scuoteva la sicurezza universale. Commosso,
si buttò ginocchioni, rendendo grazie a Dio. Martino
Alonzo Pinzon fece di più: intuonò ad alta
voce il *Gloria in excelsis*, a cui tosto risposero gli
equipaggi delle tre caravelle.

La terra si vedeva così chiaramente, e così vivo
era l'entusiasmo di tutti, che l'almirante stimò necessario
di lasciare il suo rombo, che era stato
sempre il ponente, governando per tutta la notte a
garbino. Ma giunse l'aurora gran dissipatrice di
sogni; e dissipò anche le speranze di ricompensa
che Martino Alonzo Pinzon aveva così facilmente
nutrite. La terra che avevano creduto di veder tutti
con lui, non era che nebbia vespertina; i primi
chiarori del giorno avevano disperso il fantasma.

Alla speranza, alla fede, doveva tener dietro lo
scoramento. E avevano creduto di vedere la terra!
E quella immagine di terra altro non era che un
inganno degli occhi, un miraggio, una fata Morgana,
il solito scherno delle potenze invisibili. Costernati,
abbattuti, gli equipaggi obbedirono tacitamente al
comando dell'almirante, che ordinava di riprender
la via di ponente; quella via ch'egli non avrebbe
mai abbandonata, senza i lor chiassi importuni.

Per molti giorni si procedette al solito, con buon
vento, mare tranquillo, cielo sereno e dolce temperatura.
Le acque erano così chete, che parevano di
[pg!45]
lago, e i marinai, riavutisi alquanto delle loro malinconie,
si pigliavano spasso a nuotare intorno al
bordo. Nuovi indizi di terra si offrivano, aiutando
a calmare le loro segrete inquietudini; incominciavano
a mostrarsi a sciami i delfini; i pesci volanti,
scagliandosi in aria sulle pinne spiegate, ricadevano
a bordo delle navi.

Si giunse così fino al primo di ottobre. Quel giorno,
secondo la stima di Perez Matteo Hernea, la spedizione
navale del mare Oceano doveva aver compiute
le sue cinquecento ottanta leghe di navigazione,
a ponente dalle isole Canarie. Ma questa era
la stima fatta secondo i computi apparenti di Cristoforo
Colombo. L'almirante faceva una stima tutta
sua, tenuta gelosamente segreta: e questa ascendeva
a settecento sette leghe. Nel fatto, adunque, s'era oltrepassata
di molto la distanza assegnata dal fisico
Toscanelli a quella benedetta isola di Cipango.

Le mormorazioni erano ricominciate tra i marinai;
e con le mormorazioni le congiure. Sarebbero
trascorse un giorno o l'altro ad aperta ribellione,
se di tanto in tanto qualche nuovo inganno degli
occhi non avesse fatto intravvedere la terra all'orizzonte.
Ma anche queste vane visioni, salutate da
grida di giubilo, e seguite sempre da imprecazioni
di gente disperata, annoiavano l'almirante. Il quale
risolutamente dichiarò, e fece bandire su tutte le
navi a suon di tromba, che chiunque gridasse terra,
senza che questa si scoprisse nei tre giorni susseguenti,
dovesse perdere ogni diritto di ricompensa,
quand'anche un'altra volta scoprisse terra per davvero.

E terra non gridò più Martino Alonzo Pinzon. Il
comandante della *Pinta* non credeva più alla esistenza
della terra, nel rombo seguito da Cristoforo
Colombo. Questa sua sfiducia crebbe tanto, che
[pg!46]
nella sera del 6 ottobre, Martino Alonzo Pinzon si
fece ardito a proporre di piegare risolutamente a sinistra,
cercando terra verso mezzogiorno. Inutile il
dire che l'almirante non reputò conveniente di appagare
il desiderio di Martino Alonzo Pinzon.

La mattina del 7 ottobre, allo spuntar del sole,
molti marinai della *Santa Maria* credettero di veder
terra a ponente. Ma temevano anche d'ingannarsi,
e non dissero parola, per non avere a perdere
la speranza del premio. Non furono così prudenti
sulla *Nina*, che quel giorno veleggiava innanzi
alle altre caravelle. Credette Vincenzo Yanez di veder
terra, e gli parve di vederla così chiaramente, da
non consentire alcun dubbio. Perciò fece innalzare
lo stendardo sull'albero di maestra, e sparare un
colpo di cannone. Erano quelli i segnali stabiliti,
per chi primo scoprisse il lido sospirato. Fu grande
la gioia su tutte le navi; ma fu anche breve. La
nuova lingua di terra, comparsa all'orizzonte, svanì
come quella dei giorni andati; e ripreso l'abbattimento,
ricominciarono i lagni.

Per altro, i buoni indizi non facevano difetto. Numerosi
stormi di passeri campagnuoli trascorrevano
alti sopra le navi, spiegando il volo verso libeccio.
Era dunque di là che bisognava cercare il
nuovo continente? Cristoforo Colombo incominciò a
dubitare di aver commesso qualche errore di latitudine;
e perciò, nella sera del 7, si risolse di piegare
alquanto verso la parte a cui aveva veduto
avviarsi i passeri campagnuoli.

Tre giorni di seguito veleggiò verso libeccio, e
crescevano sempre gl'indizi di terra. Sciami di uccelli
di svariati colori svolazzavano intorno alle
navi; i tonni scherzavano numerosi a fior d'acqua;
passarono a breve distanza un airone, un pellicano
ed un'anitra; erbe fresche e verdi galleggiavano
[pg!47]
intorno alla *Santa Maria*, che parevano staccate
quel giorno istesso dal lido.

Ma quante volte non si erano già veduti questi
segni ingannatori? Le ciurme non potevano più pascersi
di quelle illusioni. Domandarono ad alta voce
di ritornare indietro.

Proprio allora? C'era da perdere il lume degli
occhi. Cristoforo Colombo affrontò quel giorno risolutamente
la sua marinaresca. Lo facessero pure
a pezzi, ma egli avrebbe resistito fino all'ultimo.
La spedizione era destinata dal re e dalla regina
alla scoperta delle Indie; qualunque cosa accadesse,
egli, non nato Castigliano, avrebbe serbato obbedienza
ai reali di Castiglia; sarebbe andato avanti
nella sua intrapresa, fino a che, per grazia di Dio,
non giungesse a compirla.

Cosma e Damiano si erano piantati in prima fila,
non per tener bordone ai rivoltosi, intendiamoci,
ma per consentire con le parole e con gli atti ad
ogni frase dell'almirante, e preparati, caso mai, a
menar le mani in sua difesa. Ma per allora non fu
mestieri; i rivoltosi non erano andati più avanti; la
fermezza di Cristoforo Colombo da un lato, l'accenno
alla lealtà castigliana dall'altro, fors'anche il dubbio
di non esser tutti d'accordo nel proposito di ribellarsi
alla volontà dell'almirante, li rimandò indietro
come un'onda di mar lungo; che si ritragga spumeggiando
e brontolando da un ostacolo che non
ha potuto rovesciare.

Nondimeno, la condizione di Cristoforo Colombo
si faceva sempre più difficile e pericolosa. Si poteva
egli durare in quello stato di contrasto, non più
sordo, ma palese e a volte clamoroso, tra lui e la
sua marinaresca? Per fortuna, il giorno dopo quella
scena di rivolta, si fecero più frequenti e più notevoli
gli indizi della terra vicina. Oltre una quantità
[pg!48]
di erbe fresche, e di quelle che nascono lungo le
rive dei fiumi (e c'erano persino dei giunchi), fu
colto un pesce verdognolo, di quelli che vivono solamente
tra gli scogli. Su quella erba, su quei giunchi,
sul pesce verdognolo, stavano almanaccando i
marinai, quando ad uno dei due genovesi, a Cosma,
che stava guardando sul mare, venne veduto qualche
cosa, che lo persuase a spogliarsi in fretta e a
tuffarsi nell'acqua.

Damiano aveva fatto voto di non spiccarsi mai
dal fianco di Cosma. Si spogliò in fretta anche lui,
e tenne dietro al compagno.

—Dove andate, voi altri?—chiese l'almirante,
maravigliato di tanta, fretta dei due genovesi.

—Ma!... Io non lo so;—rispose Damiano nell'atto
di tuffarsi a sua volta.—Cosma va in acqua,
ed io lo seguo. Egli ha un occhio di lince e l'altro
di falco; due animali che vedono molto lontano. Ma
io ho due braccia e due gambe che vanno più svelte
delle sue.—

Cosma, per altro, aveva otto o dieci bracciate
di vantaggio sull'amico, e Damiano lo raggiunse
quando egli aveva già afferrato l'oggetto per cui si
era tuffato nell'acqua.

—Oh bello!—gridò Damiano, vedendo la preda
che Cosma teneva sollevata fuor d'acqua.—E per
me nulla?

—Vedi? C'è dell'altro laggiù;—rispose Cosma.—Mi
pare una canna.

—Ah, si! ed anche qualcos'altro di più nero,—disse
Damiano, nuotando verso il punto che gli era
stato indicato da Cosma.

Questi, frattanto, ritornava verso il bordo della
*Santa Maria*, nuotando sul fianco destro, per poter
tenere in alto, agitandola davanti agli occhi dell'equipaggio,
la sua bellissima preda.

[pg!49]

—Non è alga, per bacco!—gridò, come fu sotto
al capo di banda.—Non è neanche erba, che si
possa scambiare per alga. Gettatemi un cavo, da
poter tirarmi a bordo, senza guastare questo raro
presente. È destinato al signor almirante.

—E a me, perdiana! un cavo anche a me;—gridò
Damiano, a cinque o sei braccia più indietro,—non
vengo neppur io con le mani vuote.—

Il cavo era stato gittato, Cosma vi si era aggrappato,
anzi attorcigliato con tutta la persona, ed era
stato issato a bordo. Con la stessa manovra, fu
pronto a seguirlo Damiano.

—Ebbene, che cos'è?—disse Cristoforo Colombo,
verso di cui s'inoltrava Cosma, tutto grondante d'acqua
salata.

—Signor almirante,—gridò Cosma, levando nel
pugno un bel ramo di spino fiorito,—questo è il
presente che manda a voi una bella sconosciuta.—

Cristoforo Colombo prese il ramo di spino fiorito
dalle mani di Cosma, ammirò i bei fiori del color
dell'oro che ne adornavano le vette, e sorridendo
rispose:

—Conosco la bella dama, quantunque non abbia
ancora avuto l'onore di vederla.

—Ma ella, signor almirante,—replicò prontamente
Cosma,—vi dice con questo ramo fiorito
che voi la scoprirete fra poco. Fregiatevi intanto
dei colori di lei, come suo cavaliere.

—Così farò;—rispose Cristoforo Colombo.—Ma
ecco dell'altro;—soggiunse, vedendo Damiano,
che si avanzava anch'egli col suo donativo.—Questo
non è un presente della dama. Potrebb'essere
del marito, figliuoli miei, ed ammonir tutti noi a
guardarci ben bene.—

Damiano, infatti, oltre una canna verde, offriva
un lungo bastone di legno, di colore tra il rosso e
[pg!50]
il nero, tutto tagliato a rozzi disegni geometrici.
Cristoforo Colombo osservò lungamente anche questo,
e poi lo concesse alla curiosità de' suoi ufficiali
di bordo.

—La terra è vicina, signori;—diss'egli poscia.—Con
un ramo di spino ella si annunzia; ma con
questi altri segni ci ammonisce che dove ella è,
possono anche trovarsi i frangenti. Non ci stanchiamo
di gettar lo scandaglio, per conoscere quando
saremo finalmente atterrati; ma sopra tutto raddoppiamo
di vigilanza nella notte.—

Piloti e gentiluomini di poppa risposero con vivi
segni di approvazione; i marinai, grandemente mutati
da quelli dei giorni innanzi, batterono le mani.

L'almirante si ritirò nella sua cameretta; e là,
deposto il ramo di spino fiorito a piè d'una immagine
di Maria Vergine, che pendeva dell'assito,
stette lungamente raccolto nella muta preghiera
dell'anima.

Quella sera, in coperta, dopo che fu recitata la
*Salve Regina*, l'almirante fece il gesto di voler parlare,
e trattenne tutta la sua marinaresca davanti
al castello di poppa. Fecero cerchio intorno a lui,
religiosamente silenziosi ed intenti, tutti quegli uomini
che pochi giorni addietro avevano fatto il proposito
di buttarlo a mare, e ancora un giorno prima
s'erano levati contro di lui a tumulto.

Ma egli non ricordava più quelle brutte scene, e
generoso le aveva perdonate. Parlò con semplice
dignità, come uomo di alti spiriti, che non ha nulla
a temere dagli altri uomini, neanche la loro invidia,
nulla a sperare, neanche il loro amore, tutto
avendo il suo conforto in sè stesso ed aspettando
il suo giudizio da ben altro giudice che non sia la
moltitudine sciocca.

Notò, incominciando, come la bontà divina, scortandoli
[pg!51]
con dolci e propizi venti sovra il mare tenebroso,
da lei fatto limpido e cheto, avesse ad
ogni tratto con nuovi indizi ravvivato il loro coraggio,
moltiplicando quei segni in proporzione dei
folli terrori da cui erano così spesso agitati, e conducendoli
quasi per mano in una nuova terra promessa.
Rammentò l'ordine da lui dato alle navi,
prima di salpare dalle Canarie, di mettere in panna
alla notte, dopo che avessero fatto il cammino di
settecento leghe a ponente. Le recenti apparenze
comandavano di attenersi oramai a quella precauzione,
essendo probabile che in quella notte medesima
si ritrovassero in vista di quella terra sospirata.
Conchiudeva raccomandando di stare attentamente
alle vedette sull'alto del gavone di prora,
promettendo a chiunque scoprisse primo la terra,
non solo la pensione assicurata dai Reali di Castiglia,
ma ancora una cappa di velluto, ch'egli avrebbe
pagata del suo.

Il vento aveva soffiato abbastanza fresco per tutto
quel giorno. Anche il mare si vedeva più mosso.
Le caravelle fendevano i flutti con una rapidità meravigliosa,
veleggiando al gran largo, e precedendo
al solito la *Pinta*, miglior veliera di tutte. Regnava
a bordo della *Santa Maria* una animazione straordinaria:
nessuno chiuse occhio per tutta la notte;
ognuno aspettando di vedere la terra.

Verso le dieci di sera, Cristoforo Colombo stava
sul cassero di poppa, esplorando ancora con gli occhi
fissi il buio orizzonte. Tutto ad un tratto, gli parve
di vedere in lontananza risplendere un lume. Era piccino
e tremolante, come il lumicino della favola; e
l'almirante credette a tutta prima di aver traveduto.

—Gutierrez!—gridò egli, volgendosi a quello
dei gentiluomini di poppa, che era rimasto ultimo
a vegliare con lui.

[pg!52]

Pedro Gutierrez, gentiluomo di camera del re, e
ragionier generale della spedizione, si avvicinò
prontamente.

—Signor almirante, son qua;—rispose egli, facendosi
al fianco di lui.—Che cosa volete da me?

—Dite, Gutierrez; non vedete voi laggiù, sulla
nostra sinistra, un lumicino che sembra danzare
sulle acque?—

Pedro Gutierrez si fece a guardare laggiù, dove
l'almirante accennava; stette un poco in silenzio,
aguzzando gli occhi nel buio, per rintracciare quel
lume; finalmente esclamò, con accento di convinzione
profonda:

—Ah, sì, eccolo là. Avete ragione, mio signore.
E si muove, difatti. Pare il lume di una barca peschereccia.

—O una fiaccola di viandanti, lungo la costiera
d'un monte;—rispose l'almirante.—Ma vi prego,
don Pedro, chiamate qualchedun altro. Non vorrei
che c'ingannassimo in due.

—Chiamo don Rodrigo Sanchez?—domandò
Pedro Gutierrez.—Poc'anzi, per l'appunto, egli
passeggiava con me; non può essersi già addormentato.

—Sì, chiamate don Rodrigo;—rispose Cristoforo
Colombo.—È il nostro ispettore d'armamento, uomo
di buon giudizio, e non facile a travedere.—

Pedro Gutierrez discese dal cassero ed entrò nel
gavone di poppa. Cristoforo Colombo rimase solo
al suo posto, non potendo spiccar gli occhi dalla
fiamma lontana, che brillava veramente a guisa di
fiaccola, agitata da persona che corresse. Ma tutto
ad un tratto la fiamma disparve, e il mare e l'orizzonte
non furono più che tenebre fitte davanti agli
occhi di lui.

Rodrigo Sanchez di Segovia, capitano generale
[pg!53]
d'armamento della spedizione Oceanica, giungeva
allora sul cassero, insieme con Pedro Gutierrez.

—Troppo tardi, ahimè!—disse l'almirante, con
accento di tristezza.—Il nostro bel lume è sparito.

—Sparito!—esclamò Pedro Gutierrez.—Ma io
spero che ricomparirà, e don Rodrigo potrà goderne
anche lui.

—Voglia il cielo!—disse Cristoforo Colombo.—Ma
noi certamente lo abbiamo veduto; non è vero,
Gutierrez?

—Sul mio onore;—rispose Gutierrez.—E non
mi sono neanche fidato dalla prima apparenza; ho
voluto distinguerlo bene, averlo bene negli occhi. Ma
pensate, signore, che quel lume, se è d'una barca
peschereccia, può esserci nascosto ora da un cambiamento
momentaneo di direzione della barca. Se
poi è una fiaccola a terra, può esserci nascosta la
fiamma da qualche fitto di piante; ricomparirà alla
prima radura del bosco.—

Pedro Gutierrez non aveva ancor finito di parlare,
che il lume ricomparve difatti.

—Ah, eccolo nuovamente!—gridò l'almirante,
che non aveva perduto di vista quel punto dello
spazio donde gli era apparso la prima volta il lume.

—Guardate, don Rodrigo, laggiù, sulla nostra sinistra;
per ritrovarlo, non avete che da calare una
linea perpendicolare dalla cima del pennone di maestra.
Ci siete?

—Sì, sì, ho veduto;—disse Rodrigo Sanchez.—Lo
distinguo benissimo. E non è un fuoco fatuo,
per sant'Jago, quantunque saltelli la sua parte anche
lui. Ma è vivissimo, veramente di fiaccola, come
di legno resinoso, o d'altra materia combustibile di
quella specie.

—Magari d'olio d'oliva, non è vero?—disse ridendo
il Gutierrez.

[pg!54]

—Eh, che cosa ne so io?—rispose il Sanchez.—Per
essere olio d'oliva veramente, domanderebbe
un lucignolo enorme, a giustificare una luce così
viva. Sia quel che vuol essere, voi siete fortunato,
signor almirante. Oggi la bella sconosciuta vi manda il
ramo di spino fiorito; questa notte vi mette il lumicino
sul davanzale. Bisogna andare, da buon cavaliere;
anzi, bisogna correre, come un paggio innamorato.

—E si corre, come vedete;—disse l'almirante.—Le
vele portano tutte maravigliosamente. Incomincio
a temere che siamo già troppo vicini alla
meta.—

Il lume frattanto era sparito da capo, e per non
ricomparir più nel corso della notte. Dopo qualche
altra celia sul fare di quelle che abbiamo udite, don
Rodrigo Sanchez se ne ritornò nel suo covo; e
poco stante gli tenne dietro il Gutierrez. Ma non si
mosse Cristoforo Colombo dal suo osservatorio. Vegliava
sempre, nella notte, e quasi quasi non si sapeva
dire, a bordo, quando trovasse l'ora per chiudere
un occhio: ma quella volta doveva vegliar
più che mai.

Immaginate, del resto, con quale ansia egli aspettasse
il mattino. Ma erano a mala pena le undici
di sera, e l'alba doveva farsi aspettare un bel pezzo.
L'almirante passeggiava convulso in quel piccolo
spazio del cassero di poppa; ma ad ogni tanto si
fermava, aguzzando lo sguardo verso l'orizzonte,
immerso tuttavia nelle tenebre.

Intanto la *Santa Maria* procedeva gloriosa, fendendo
i flutti, col vento in fil di ruota, e al fioco
lume delle stelle baluginavano nell'ombra tutte le
sue vele gonfiate. Veniva di conserva la *Nina*, che
le sue vele quadre, sostituite alle latine nel forzato
soggiorno alle Canarie, avevano resa più svelta.
Precedeva di buon tratto la *Pinta*, la gran veliera
[pg!55]
della spedizione, a cui questa sua qualità e l'umore
del suo comandante Martino Alonzo Pinzon avevano
fatto dare i soprannomi d'impaziente e di smaniosa.
«Sì, dite, dite quel che vi pare» rispondeva Martino
Alonzo Pinzon, quando sentiva celiare sulla
andatura frettolosa della sua caravella. «Se la *Pinta*
mangia più leghe di voi altri, ogni giorno, è segno
che ci ha buono lo stomaco. E senza bere; notate,
senza bere! quantunque il suo nome gliene darebbe
quasi il diritto.»

Erano le due dopo la mezzanotte, e Cristoforo
Colombo passeggiava ancora sul cassero, quando
da prora via gli venne un lampo negli occhi, e dopo
il lampo negli occhi uno scoppio rumoroso, uno
schianto agli orecchi. Era la *Pinta*, la precorritrice
della squadra, che traeva un colpo di cannone, il
lieto segnale della terra veduta.

Un'altra volta la *Pinta* aveva fatto quel colpo di
cannone, e di testa. Se n'era pentita, e non c'era più
ricascata. Se questa volta si arrisicava a sparare,
doveva averlo fatto con buon fondamento.

Tutta la marinaresca della *Santa Maria*, tutti gli
ufficiali di poppa, saltarono dai ranci e furono tosto
in coperta.

I marinai di guardia alle vele avevano già data
la voce, da prora e dalle gabbie. Era la *Pinta* che
aveva sparato; la *Pinta* che aveva scoperta la terra.
Infatti, dopo quel colpo di cannone, imbrogliava
le vele, rallentava il suo corso. Così almeno pareva
di vedere, nella penombra della notte stellata.

La *Santa Maria* proseguiva intanto il suo cammino.
Raggiunse la *Pinta*, mentre questa compieva
la manovra per mettersi in panna.

—Terra! terra!—gridò Martino Alonzo Pinzon,
appena vide accostarsi la *Santa Maria*,—La terra,
signor almirante, la terra!—

[pg!56]

E tutti, dal bordo della *Pinta*, ripetevano il grido.
Tutti lo ripetevano con eco formidabile, dalla *Santa
Maria* e dalla *Nina*, che si avanzava a gonfie vele
pur essa.

Cristoforo Colombo aspettò che si chetasse il clamore;
poi ad alta voce domandò:

—Chi è stato che l'ha scoperta?

—Un marinaio di guardia, Rodrigo di Triana.

—A che ora?

—Un'ora fa; subito abbiamo sparato il cannone,
per darvene l'avviso.

—Anche il signor almirante l'ha scoperta, e
quattro ore prima;—gridò a sua volta Pedro Gutierrez.—Erano
le dieci di sera, quando egli ha
veduto un lume che brillava alla spiaggia.—

Così ricambiate le notizie tra le due caravelle,
tutti si diedero ad osservare la lingua di terra, che
incominciava a vedersi distintamente, come una
massa nera, sulla superficie del mare, a due leghe
di distanza.

—Lesti a serrar le vele;—gridò l'almirante.

Le vele furono prontamente serrate, sulla *Santa
Maria*. La *Nina* non fu lenta a seguitare l'esempio.
Bisognava mettersi tutti in panna, per evitare il
pericolo, dato che ci fossero frangenti, o bassi fondi,
in prossimità della riva. Per muoversi da capo,
per accostarsi all'approdo, si aspettava il sorger
dell'alba.

Cristoforo Colombo era profondamente agitato.
Avrebbe voluto pregare, ma non poteva; il turbamento
dello spirito, oppresso da mille pensieri affollati,
il tremito di tutte le fibre convulse, gli negavano,
oltre l'uso della parola, l'ordinata connessione
delle idee. Temendo di dare spettacolo della
sua commozione, discese dal cassero; discese a
stento, sentendo che male lo reggevano le gambe;
[pg!57]
rientrò nella sua cameretta, e là finalmente, gittatosi
con le braccia in croce sulla sponda del suo
giaciglio, davanti allo spino fiorito e all'immagine
di Maria, non pregò, non ringraziò, diede in uno
scoppio di pianto. E furono molte le lagrime, prima
che si sciogliesse il nodo che i singhiozzi gli facevano
alla gola, come i pensieri alla mente. Tutti gli
affanni sostenuti, gli stenti fisici, i patimenti morali,
i dubbi, le delusioni, le paure di tanti anni infelici,
si sfogavano in quella abbondanza di lagrime, che
occhio umano non doveva vedere. Che sollievo, quel
pianto! e quante cose diceva, che la lingua non
avrebbe mai saputo ripetere! che elevazione di spirito,
in quella prostrazione di nervi! che effusione
riconoscente di un cuore onesto, che amava confessare
la sua pochezza, ripetendo intieramente dal
cielo quella fortunata virtù, per cui egli, oscuro marinaio,
deriso e disprezzato, era fatto ministro di
una grande opera, della più grande a cui creatura
umana potesse raccomandare il suo nome nel tempo!

Piangeva, e piangendo si addormentò. Sono dei
più robusti organismi, queste debolezze improvvise.
Essi hanno vegliato tanto nello spasimo del desiderio,
nella agonia dell'aspettazione, che alfine, come
corda di arco troppo teso, si rallentano le fibre. E
dormendo, egli sognò di fantastici regni che offriva
ai sovrani di Castiglia; sognò di luminose regioni,
a lui additate da una donna d'insigne bellezza, che
teneva in mano, accostandolo al seno palpitante,
un ramo di spino fiorito. Ma quella donna non era
la sconosciuta dei mari. Egli aveva già veduto quel
volto, dai delicati e nobili contorni; non gli erano
nuove quelle ciglia lunghe, che ombreggiavano,
senza nasconderle, due pupille scintillanti di vivissima
luce; nè il bianco incarnato delle guance fiorenti,
nè i bei capegli neri, nè l'alterezza della
[pg!58]
elegante e flessuosa persona. La vide egli, e mormorò
nel sogno il suo nome: Beatrice di Bovadilla.
Era per lei, protettrice generosa e costante, era per
lei il ramo di spino fiorito. Ma anch'essa non lo
aveva accettato in presente, che per farne omaggio
alla Vergine, alla madre di tutti i dolori, ed anche
di tutte le consolazioni. E deponeva l'offerta, ma
ancora la tratteneva, come per dimostrare a lui di
non avere sgradito il dono. Frattanto, volgeva a
lui uno sguardo, lampeggiante di passione, illanguidito
nella espressione dell'annientamento supremo;
con lo sguardo un sorriso, un palpito, un
bacio, mandato lentamente col sommo delle dita;
e spariva. L'angiolo dei casti pensieri, che tutti abbiamo
immaginato e intravveduto, amoroso custode
dell'uomo, di questo inesperto Tobiolo del viaggio
terrestre, non aveva a turbarsi di quel bacio, che
la visione del sogno offriva al povero almirante
del mare Oceano. Era un bacio, poi? o non piuttosto
un pensiero compassionevole, un saluto, un
addio?

Si destò finalmente. Quanto era durato il suo
sonno? Era balzato in piedi, ritornando alla coscienza
di sè medesimo. Non aveva sicuramente
dormito molto, perchè nella cameretta era buio
ancora. E poi, egli sentiva le guance ancor molli
di pianto. Rasciugò le sue lagrime, si scosse, ed
uscì nuovamente in coperta.

L'alba non era spuntata ancora; ma già, all'orizzonte,
si distingueva meglio quella lingua di
terra, isola, o promontorio di continente avanzato
sul mare. Per quella volta, non era più da temere
una delusione mattutina; i contorni non erano di
nube, nereggiavano come dorsi di colline sull'azzurro
cupo del cielo. Ed era la terra desiderata;
finalmente, era quella. Come si sarebbe mostrata
[pg!59]
ai suoi occhi? Somigliante, nella vegetazione, alle
terre d'Europa? Da qual gente abitata? Ultimo confine
del mal conosciuto Cattaio? Isola solitaria sul
mare, e lontana ancora di molto dalla ricca Cipango?
Quali domande, a quell'ora! Il giorno era imminente,
i dubbi si sarebbero chiariti, le curiosità pienamente
appagate. Per intanto, era la terra.

A questa conclusione erano venuti più facilmente
i marinai, che non sentivano il bisogno di saper
tante cose, e ballavano la ridda sulla coperta, accompagnando
i salti e le capriole con liete canzoni
paesane.

L'alba sospirata imbiancò l'orizzonte, diffondendosi
via via per la volta del cielo. Col suo mite
chiarore, un fremito gaio corse sull'acque. La terra
nereggiava ancora; ma a grado a grado si fece turchina,
azzurra, violetta, e da ultimo, spuntando dal
lontano orizzonte marino i primi raggi rossastri
del sole, mostrò le sue vette dorate, mentre le coste
si andavano tingendo di verde.

La bella sconosciuta del mar tenebroso, la donatrice
del ramo di spino fiorito, era dunque là, manifesta
allo sguardo di tutti. E tutti la divoravano
con gli occhi. Fu necessario che l'almirante ripetesse
l'ordine un paio di volte, perchè i piloti lasciassero
di contemplarla, e attendessero alla manovra
delle vele, che volevano essere nuovamente
distese.

Si procedeva, sempre aiutando il buon vento di
levante, che aveva assistite le caravelle per quasi
tutto il viaggio. E l'isola, scambio di essere accostata
dalle navi, pareva venir loro incontro sulle
acque d'argento. Perchè era un'isola veramente:
l'occhio esperto del marinaio non aveva durato fatica
a riconoscerla per tale. S'indovinava estesa di
molte leghe; si vedeva tutta sparsa d'alberi come
[pg!60]
un giardino, ed era, come un giardino, tutta fresca
e ridente, sebbene non offrisse allo sguardo che le
silvestri bellezze di una incolta natura.

—A te, Cosma!—disse Damiano al compagno.—A
te che hai un occhio di lince e l'altro di falco,
spetta di farti onore, questa mattina. Vedi tu case?
palazzi? tugurii? e cittadini che aspettino sulla calata
del porto?

—Finiscila, matto!—rispose Cosma.—Io non
vedo tugurii, nè palazzi, nè case. Ma qualche cosa
vedo brulicare alla riva, e sbucare fra i tronchi
degli alberi. Dovrebbero essere creature umane,
poco vestite, assai poco vestite.

—Ho capito;—disse Damiano;—tutta gente
svegliata di soprassalto; molto curiosa per giunta;
e non avranno avuto tempo a vestirsi.—

Damiano interruppe a questo punto la sua chiacchiera,
sentendo una mano che dimesticamente si
posava sulle sue spalle. Si volse, e vide l'almirante;
lui, proprio, il signor almirante del mare Oceano,
ilare in volto, radioso nello sguardo, nobilmente
vestito di una cappa scarlatta.

—I miei Genovesi sono di buon umore, stamane?—diss'egli
amorevole.

—Io, sì, mio signore;—rispose Damiano.—Il
mio compagno, invece, non tanto. Vedremo se le
bellezze di.... come si chiamerà poi quella benedetta
città, che non si vede?... Vedremo, dico, se riusciranno
a scaldarmelo un poco.—

Cristoforo Colombo sorrise, e passò. Ai due concittadini
aveva rivolto il discorso nel vernacolo genovese.
Quella mattina, felice com'era, trovò modo
di parlare con tutti i marinai della *Santa Maria*
nella lingua di ciascheduno: in castigliano ai Castigliani,
che formavano per la massima parte il
suo equipaggio; in portoghese ai due Portoghesi,
[pg!61]
che v'erano associati, quasi per ragione di buon
vicinato; in inglese e in irlandese all'unico Inglese
e all'unico Irlandese, che c'erano come sperduti.
Per costoro furono poche frasi, le sue, delle più
comuni, di quelle che ogni marinaio intelligente
può subito imparare in un porto straniero, come
per prendere il verso della nuova lingua, e stabilire
le sue prime relazioni, nei più urgenti bisogni della
vita. Ed anche avrebbe potuto parlare islandese, se
avesse avuto un Islandese a bordo; poichè, nella
sua vita di marinaio, aveva anche approdato in
Islanda, nell'*ultima Thule* degli antichi.

[pg!62]


.. toc-entry:: IV. Le maraviglie della terra promessa.

:small-caps:`Capitolo IV.`
==========================

Le maraviglie della terra promessa.
-----------------------------------


In un venerdì, che fu il 3 agosto del 1492, Cristoforo
Colombo era partito dall'isolotto di Saltes,
sulla costa occidentale d'Europa, per muovere alla
ricerca del Nuovo Mondo. In un venerdì, che fu il
12 ottobre del medesimo anno, doveva egli approdare
alla prima terra scoperta di là dall'Atlantico,
dal terribile mar tenebroso. Ed ora seguitate a dir
male del venerdì, gabellandolo sempre per un giorno
nefasto, se ne avete il coraggio.

Il disco del sole era già intieramente fuori delle
acque, allorquando il signor almirante del mare
Oceano diede il comando di gettare le áncore e di
mettere in mare i palischermi. Il doppio lavoro fu
compiuto alla svelta, da una marinaresca giubilante.
Nella barca, come più capace, Cristoforo Colombo
volle compagni i primari ufficiali della spedizione,
Diego di Arana, grande *alguazil*, o capo di giustizia,
Pietro Gutierrez, gentiluomo di camera, anzi
cantiniere del re, diventato ragionier generale della
squadra, Rodrigo Sanchez, ispettore d'armamento
e revisore dei conti, Rodrigo d'Escovedo, regio notaio,
Bernardino di Tapia, istoriografo, e Luigi de
Torres, ebreo convertito ed interpetre per le lingue
[pg!63]
orientali, che si supponevano parlate laggiù. Seguivano
i piloti, o luogotenenti di bordo, Pedro Alonzo
Nino, Bartolomeo Roldan, Sancio Ruiz, Giovanni di
Cosa. Il quinto, Perez Matteo Hernea, restava di
guardia a bordo. Il ringhioso uomo non aveva
creduto alla terra; lo puniva la sorte, non lasciandogli
toccare fra i primi la terra.

Nel bargio, che era il palischermo minore, l'almirante
fece discendere i tre scudieri, addetti alla
sua persona: Diego Mendez, il fedelissimo, Francisco
Ximenes Roldan, il futuro ingrato, e Diego di
Salcedo. Con essi, tra i marinai, diede posto a Cosma
e a Damiano; segno di particolare cortesia
per i suoi due genovesi. E non vorrete mica imputarlo
di parzialità, per aver egli pensato in quella
occasione ai suoi concittadini. Erano stati due marinai
esemplari per tutto il viaggio; l'obbedienza,
la prontezza al lavoro, meritavano un premio. Egli,
del resto, quantunque li sospettasse di condizione
superiore a quella che dalla loro scelta appariva,
non mostrava di distinguerli dagli altri marinai,
poichè li chiamava appunto tra i rematori.

Ed egli, nella barca, ritto sulla poppa, dirigendo
la voga, torreggiava su tutti i suoi ufficiali. Stringeva
nel pugno l'asta dello stendardo; lo stendardo
della capitana, quello che portava il gran crocifisso
in campo bianco; mentre gli altri comandanti, Martino
Alonzo Pinzon, della *Pinta*, e Vincenzo Yanez,
della *Nina*, discesi anch'essi nei loro palischermi,
impugnavano gli stendardi delle loro navi; di bianco,
alla gran croce di verde, accostata dalle iniziali del
re Ferdinando e della regina Isabella, sormontate
dalla corona reale.

I sei palischermi mossero a voga arrancata verso
la riva, andando primo fra tutti quello che portava
l'almirante. Questi e i compagni suoi erano presi
[pg!64]
d'ammirazione alla vista delle ampie foreste che
vestivano le basse colline dell'isola, e dei frutti di
specie sconosciute, che pendevano dagli alberi, fin
sopra alle sponde. Il cielo era puro, le acque trasparenti
come cristallo, l'aria tiepida e fragrante di
profumi silvestri; tutto ciò che vedevano, tutto ciò
che sentivano, era un incantesimo lieto.

In prossimità del lido i vogatori presero a sciare
coi remi, facendo girar destramente sul proprio
asse la barca, affinchè presentasse la poppa alla
spiaggia. Cristoforo Colombo fu il primo a balzar
sulla rena, e i suoi ufficiali lo seguirono, ma a
rispettosa distanza, reverenti e commossi, vedendo
com'egli, toccato a mala pena il lido, cadesse ginocchioni,
baciando tre volte la terra. In questo
atto di omaggio a Dio lo imitarono tutti; ma forse
nessuno versò le calde lagrime che un vivo sentimento
di profonda gratitudine gli strappava dagli
occhi.

Alzatosi poscia da quella adorazione, Cristoforo
Colombo sguainò la spada, dispiegò lo stendardo
reale, e chiamati al suo fianco i comandanti della
*Pinta* e della *Nina*, mentre facevano ala tutti gli
altri ufficiali, recitò la preghiera latina che egli
stesso aveva composta in viaggio, per quella circostanza:

—Signore Iddio eterno ed onnipotente, che col
sacro tuo verbo creasti il cielo, la terra ed il mare;
sia benedetto e glorificato il tuo nome, sia lodata
la tua maestà, che si è degnata di fare, per opera
di questo umile servo, che il tuo sacro nome sia
conosciuto e predicato in quest'altra parte del
mondo [1]_.

.. [1] In latino (e merita di essere riferito testualmente, poichè è
   composizione di Cristoforo Colombo): «\ *Domine Deus æterne et
   omnipotens, qui sacro tuo verbo cœlum et terram et mare creasti;
   benedicatur et glorificetur nomen tuum, laudetur tua majestas
   quæ dignata est per humilem servum tuum efficere ut ejus sacrum
   nomen agnoscatur et prædicetur in hoc altera mundi parte.*» La
   preghiera di Cristoforo Colombo, per ordine dei reali di Castiglia,
   fu usata in simili circostanze dagli altri scopritori spagnuoli,
   come Bilbao, Cortes e Pizzarro.

[pg!65]

—*Amen!*—risposero divotamente gli astanti.

Finita la preghiera, l'almirante piantò lo stendardo,
levò la spada, e battendone la punta sul
terreno, prese solenne possesso dell'isola in nome
del re e della regina di Castiglia, imponendole il
nome di San Salvatore.

Rodrigo di Escovedo, regio notaio, mise mano
alla carta e stese l'atto, che Cristoforo Colombo
firmò, e dopo di lui gli altri ufficiali. In quella occasione
egli assumeva, firmando, i titoli di almirante,
vicerè e governatore. E gli ufficiali, innanzi
di firmare a lor volta, gli giurarono tutti obbedienza.

Le cerimonie erano finalmente adempiute. Ufficiali
e marinai potevano abbandonarsi alla gioia di
quelle ore stupende, indimenticabili, che seguivano
a tanti giorni, a tante settimane di stenti e di terrori.
A tutti gli equipaggi fu data licenza di scendere
a terra; armati, per altro, e con ordine di
non allontanarsi dalla spiaggia, dove potevano preparare
il loro pasto quotidiano.

L'arrivo di quei marinai a terra fu la scena più
graziosa, nel suo gaio disordine, che si potesse
immaginare. Barcollavano tutti, come ubbriachi, un
po' perchè disusati da tanto tempo al saldo terreno,
un po' perchè la commozione era forte, e si reggevano
male. Nell'eccesso della loro allegrezza, preferivano
saltare. Giunti alla presenza dell'almirante,
che ritto a' piè di un albero li stava contemplando,
gli si strinsero attorno, quale baciandogli le mani,
quale abbracciandogli le ginocchia, e tutti gridando
[pg!66]
i più sperticati evviva al grand'uomo, al protettore,
al dio della gente di mare. Ed erano gli uomini che
una settimana prima volevano disfarsi di lui, buttandolo
a mare!

E frattanto, le creature umane poco vestite, anzi
punto vestite, a cui aveva accennato Cosma, dov'erano?
Sulla riva, affollate, al primo apparir delle
navi, di quei mostri ignoti, che fendevano coi negri
corpi le onde marine, spiegando in aria lunghissime
ali di cigno. Ma ben presto avevano veduto ripiegarsi
quelle ali, i mostri fermarsi a mezzo il loro
cammino, cavandosi dal seno due mostricini per
ciascheduno, e quei mostricini affrettarsi alla spiaggia.
Tanto era bastato perchè quelle povere creature
umane si allontanassero in fretta dalla spiaggia,
andando a nascondersi nelle vicine boscaglie. Da
principio non avevano ardito neanche di ricogliere
il fiato, tanta era la furia del correre in salvo; poi,
dalla vetta di un palmizio su cui qualcheduno dei
più audaci si era arrampicato, giungeva l'annunzio
che i piccoli mostri toccavano terra, balzandone
fuori uomini stranamente fatti, coperti di vivi colori,
e taluni di essi con la persona vestita di squamma
lucente alla guisa dei pesci. Quegli uomini strani
si erano fermati, non mostravano intenzione d'inseguire
i poveri abitanti dell'isola. I piccoli mostri
si erano allontanati dalla riva, per ritornarsene là,
d'onde erano venuti, presso i mostri maggiori; e ai
più savi uomini della tribù non era stato troppo
difficile argomentare che si trattasse di piroghe, ma
più grandi e più capaci delle loro, tanto sottili e
così poco sicure, scavate com'erano grossamente
nei tronchi degli alberi.

Che cosa facevano quegli esseri maravigliosi, rimasti
soli sul lido? che riti compievano, agitando
quelle aste, da cui pendevano quei pezzi di tela?
[pg!67]
Perchè si buttavano alle ginocchia di uno tra loro,
notevole per la statura elevata e per quello splendore
di rosso scarlatto? Perchè alzavano le mani
al cielo? Invocavano in quella maniera i loro spiriti
tutelari? Ma quell'uomo alto, dai lunghi capelli
d'oro, non era egli stesso uno spirito buono, disceso
per essi, o con essi, dal cielo?

La curiosità aveva vinto il timore. I più giovani
ed animosi incominciarono a farsi avanti tra gli
alberi, venendo fino al limite estremo del bosco. Gli
esseri strani avevano l'aria di non avvedersi neanche
della loro presenza; se pure accadeva che volgessero
gli occhi da quella parte, non si trattenevano
mai a guardare, e tranquilli attendevano ai loro discorsi.
Taluni, anzi, andando attorno per la spiaggia,
raccoglievano stipa e rami secchi, che portavano
a certi focolari improvvisati, per accendervi
il fuoco e preparare il pasto all'aperto. Non avevano
dunque cattive intenzioni; erano esseri buoni,
discesi a quella spiaggia per riposarsi, non per
nuocere ai tranquilli abitanti dell'isola. E allora i
selvaggi osservatori prendevano animo, si facevano
sempre più avanti; qualcuno di essi era già uscito
dalla macchia, e, mettendo piccole grida, cercava
di destar l'attenzione dei nuovi venuti. I quali, finalmente,
incominciavano a voltarsi, a guardare, e,
senza muoversi dal posto che s'erano scelto sulla
riva, invitavano coi gesti la timida gente ad accostarsi.
Ma ancora non si fidavano, i naturali del
luogo; stavano là sospesi, continuando a mettere
le loro piccole grida, quasi volessero invitare quegli
esseri strani a far sentire anch'essi il suono della
lor voce, che ancora non avevano udita.

Cristoforo Colombo si era avanzato lentamente di
pochi passi verso la macchia. Col gesto cortese, e
col tono di voce più soave che seppe, chiamò quella
[pg!68]
gente a sè, esortandola a non aver paura degli stranieri.
Egli bene intendeva che le sue parole non sarebbero
state capite; ma parlava ad ogni modo,
perchè le frasi giustificassero il gesto.

Una donna era in quella piccola schiera di selvaggi.
Fu essa la prima a farsi più avanti, rassicurata
dagli atti amorevoli, e dal nobile aspetto
dell'uomo dai capelli d'oro. Poveri capelli d'oro,
in mezzo a cui erano già tanti i fili d'argento! La
donna, a mala pena coperta d'una fascia di stoia
raccomandata sul fianco, aveva due bambini con
sè, due putti a cui non toglieva grazia il color di
rame della carnagione. E parlava loro, incitandoli
con gli atti; e uno di loro finalmente si mosse, facendo
alcuni passi verso l'almirante, che ne aveva
fatti altrettanti verso di lui, mandandogli un sorriso
e un gesto di carezza. Così, a poco a poco,
vinto il sospetto e la ritrosia dei bambini, l'almirante
si ritrovò tanto vicino ad essi, da poter porre
la mano sulle lor brune testine; poi, tratti fuori due
sonagliuzzi di metallo, li fece tintinnare al loro
orecchio, destando in essi un senso di curiosità e
di grata maraviglia.

—Prendete,—diss'egli allora,—son vostri.—

E col gesto dichiarando le parole, diede i due sonagliuzzi
ai bambini.

La donna si avanzò per abbracciare i figliuoli,
fors'anche per incuorarli a dir grazie. Ed ella pure
ebbe un dono dal nobile uomo dei capelli d'oro:
un sottil vezzo di perline di vetro. Il gesto dell'almirante,
nell'offrirle quel dono, significava, che ella
poteva adornarsene, mettendolo al collo.

Donna e bambini ritornarono verso la macchia,
saltellando e gridando in segno di allegrezza. E il
vezzo di perline e i piccoli sonagli furono argomenti
di ammirazione per tutti quei selvaggi affollati. Il
[pg!69]
ghiaccio era rotto. Anche gli uomini, poichè ebbero
ammirati i donativi, si avanzarono verso il donatore,
lo attorniarono, riguardosi da prima, quindi
a mano a mano più familiari, cedendo agli impulsi
della loro curiosità. Maravigliavano della sua vantaggiosa
statura, fors'anche del suo nobile aspetto;
contemplavano le sue mani bianche, paragonandole
subito con le loro, del color di rame. Fu quello il
primo gesto parlante, il primo scambio d'idee tra i
naturali dell'isola e l'essere sovrumano sbarcato
sulla loro spiaggia tranquilla. Il secondo gesto fu
ancora il paragone. Contemplavano i fili d'oro che
ornavano le guance e il mento dello straniero (immaginate,
di fatti, che egli da più settimane non
avesse pensato nè a radere nè a scorciare la barba)
e dopo aver toccato quei fili d'oro, toccavano le
loro facce che n'erano prive.

Cristoforo Colombo sostenne placidamente l'esame;
sorridendo sempre, lasciò toccare la barba,
i capegli, le mani, le ricche stoffe di cui era vestito,
e gli elsi della spada che gli pendeva dal fianco.
Cessarono finalmente di toccare, e, fatto un po' di
cerchio intorno a lui, gli chiesero nella loro lingua
qualche cosa, aiutandosi anch'essi col gesto. Intese
che gli domandavano donde venisse. E rispose con
le parole e col gesto che veniva dalla parte di levante.
Ma essi non parvero aggiustargli fede; indicavano
il cielo come patria di lui, e, additando le
navi ancorate alla costa, imitavano con le braccia
il batter delle ali, con cui egli sicuramente era calato
tra loro. Sicuramente per ali avevano scambiate
le vele.

Anch'essi erano molto osservati, non solo dall'almirante,
ma da tutti gli uomini della spedizione,
che a manipoli via via si erano avvicinati. Damiano,
che era capitato dei primi, potè riconoscere che il
[pg!70]
suo amico e fratello Cosma non aveva traveduto. I
naturali dell'isola erano poco, anzi punto vestiti;
non potendo passare per abiti i segni di rosso, di
nero e di giallo, onde avevano rigata e picchiettata
la pelle di rame. Non tutti, per altro, erano così dipinti
con l'ocra, sulle braccia e sul petto; ma tutti
avevano segnata di rosso la punta del naso, e di
rosso avevano cerchiate le occhiaie.

—Strano modo di farsi belli!—diceva Damiano.—E
quella donna là, che mi pare abbastanza belloccia,
gradirà così impiastricciato il naso del suo
dolce marito? Ma già, paese che vai, usanza che
trovi. E siccome egli si tingerà a quel modo per
piacere a lei, è da credere che essa gliene serbi riconoscenza.—

Altra particolarità degna di nota erano i capelli
di quei naturali; capelli di colore tra il fulvo e il
nero, ma corti, non riccioluti, lisciati all'ingiù, fatti
untuosi e lucenti con l'olio di qualche frutto del
luogo. Se non fossero stati quei cerchi alle occhiaie,
che in molti di loro guastavano, si sarebbe potuto
dire che tutti avessero gli occhi assai belli ed espressivi.
E avevano alta la fronte, regolari i lineamenti,
ben proporzionate le membra, non alta la statura,
ma neanche sotto il mediocre. A quella latitudine,
che egli giustamente immaginava esser quella dell'Africa,
e sotto il capo Bojador, Cristoforo Colombo
pensava di trovare un tipo diverso, quello dei negri,
per esempio; e non fu poca la sua maraviglia, vedendo
una specie così nuova. Il lettore si riconduca
col pensiero ai tempi del grande navigatore.
Le carnagioni color di rame si vedevano allora per
la primissima volta.

L'almirante aveva osservate le persone; osservò
anche le armi di quel popolo nuovo. E potè farlo,
perchè qualcheduno dei naturali era venuto armato
[pg!71]
alla spiaggia. Povere armi, in verità! archi con le
corde di liana, e frecce di canna, con la punta di
osso di pesce; lance, o, a dir più veramente, lunghi
e sottili bastoni di legno, la cui punta era indurita
al fuoco, oppure formata di una cuspide di
selce, o d'un dente, o di un osso acuminato di
squalo. Quella povertà d'armi offensive, il difetto di
armi difensive, dicevano chiaramente la semplicità
dei costumi e la mitezza d'indole dei pacifici abitanti
dell'isola. Che vivessero allegri lo diceva abbastanza
l'umor gaio di cui avevano fatto prova
recente: che non avessero da stentare la vita, era
dimostrato dalla ricchezza vegetale del terreno e
dalla varietà, dalla abbondanza dei frutti: che godessero
anche di un certo ozio quotidiano, si poteva
riconoscere dal fatto che molti di essi erano
venuti alla spiaggia tenendo sul pugno pappagalli
addomesticati, brave bestie chiacchierine, le quali
andavano ripetendo a perdifiato intiere frasi della
lingua dei loro padroni; una lingua per cui messer
Luigi De Torres, interpetre della spedizione, era
venuto invano; così poco ella somigliava a quelle
del ceppo Arameo, che dovevano essere il suo forte!

Il pasto era imbandito, e l'almirante ne offerse ai
naturali, specie ai vecchi e ai bambini. Non si è
detto ancora, ma facilmente s'indovina che tutti gli
abitanti del villaggio stessero a godersi la novità
della scena, seduti sulle calcagna, secondo il costume
di tutti i selvaggi. Qualcheduno dei vecchi
accettò, per atto evidentissimo di cortesia; qualcun
altro per curiosità, non riuscendo per altro a maneggiare
convenientemente cucchiai e forchette; ma
subito smessero, o fosse perchè non volevano mostrarsi
ghiottoni, o perchè non gradivano la cucina
dei figli del cielo.

Ma quando, per una delle solite disgrazie di tavola,
[pg!72]
che addolorano profondamente ogni buona
massaia, cadde ad un cuoco e si ruppe in molti
pezzi un gran piatto di maiolica, tutti quegli spettatori
del primo ordine, giovani e vecchi, si buttarono
avanti, per dividersi la preda. Era lucente la
vernice di quei cocci, e chi poteva abbrancarne uno
si stimava felice.

La giornata passò in quel dolce riposo. I naturali
volevano condurre i figli del cielo a visitare i
loro modesti tugurî; e qualche visita, alle capanne
più vicine, fu consentita dall'almirante, a cui premeva
di conoscere come vivessero, quali fossero i
loro utensili domestici, e sopra tutto a che grado
fosse giunta la loro agricoltura. Del resto, egli aveva
già capito che non c'era da aspettare grandi cose.
I regni di Cipango, del Cattaio, del prete Janni, erano
ancora molto distanti; quell'isola non era forse che
il più lontano avamposto delle Indie sospirate e sognate.

Sull'ora del tramonto, fu risoluto il ritorno alle
navi. I naturali stettero estatici sulla rena a vedere
i loro ospiti che montavano nei palischermi; ed
anche aiutarono con le loro braccia a spingere in
mare quelle massiccie piroghe. Ma quando videro
allontanarsi l'uomo dai capelli d'oro, il padre, il
dio di tutti quegli esseri sovrumani che erano scesi
a visitarli, gettarono altissime strida, si sciolsero
in pianti e lamentazioni senza fine.

—Ritorneremo, buona gente, non piangete, ritorneremo
domattina;—andava gridando Damiano.

E col gesto li esortava ad avere un po' di pazienza.
Poi, additando il sole, che tramontava da
una parte, lo indicava rinascente dall'altra. Alcuni
lo capirono, perchè si messero a ridere, battendo
allegramente le palme.

La mattina seguente, come aveva promesso Damiano,
[pg!73]
i figli del cielo dovevano ridiscendere a terra.
Ma assai prima che i marinai pensassero a calumarsi
nei palischermi, il lido echeggiava di grida
festose; molti naturali nuotavano allegramente intorno
alle navi; e le lunghe piroghe, scavate nei
tronchi degli alberi, guizzavano agilmente da poppa
e da prora, portando fino a cinquanta selvaggi.
Erano lunghe e sottili, le piroghe di quegli isolani;
ma la loro snellezza era tutta a danno dell'equilibrio.
Spesso accadeva che per un'ondata più forte
delle altre, o per un tracollo improvviso, andasse
capovolta la barca. Ma non si spaventavano per
così poco, i naturali dell'isola; dato quel tuffo, erano
subito a galla, e con certe zucche lunghe, tagliate
di sbieco e usate a mo' di gottazze, svuotavano
prontamente le loro saettìe d'un sol pezzo.

Coloro che avevano assaggiata il giorno innanzi
la sbroscia dei marinai e provato il dente nel loro
biscotto, portavano in iscambio le loro provvigioni
di frutta e di pane. Avevano infatti una specie di
pane, detto cassava, tratto dalle radici di una jucca,
coltivata a bella posta nei campi, come da noi il
frumento. La radice era fatta in minutissimi pezzi,
tritata e ridotta in focacce, che disseccavano al sole;
e poi, quando volevano mangiarne, la mettevano
in molle. Quell'alimento era insipido parecchio, ma
sano e nutritivo.

Non mancavano altri donativi: il cotone, ad esempio,
di cui davano fino a venticinque libbre in cambio
d'un pugno di perline di vetro. Alcuni, poi, avevano
le nari bucate, e a quel forellino portavano
appeso un pezzetto d'oro nativo. Barattavano volentieri
quell'ornamento con un sonagliuzzo di bronzo.
Ma di quei baratti si fece subito arbitro l'almirante,
perchè l'oro doveva appartenere alla corona di Castiglia,
e non dovevano farne incetta i marinai. Egli
[pg!74]
domandava ai naturali donde provenisse quell'oro;
ed essi accennavano ad un luogo lontano sul mare,
dalla parte di ponente, e frattanto rispondevano:
Cibào.

Cibào! Non forse Cipango? E il pensiero di Cristoforo
Colombo naturalmente correva alle ricchezze
di quell'isola, che Marco Polo aveva descritta con
sì vivi colori. Ed egli seguitava a segnare laggiù
da ponente, dopo aver mostrato ad essi quell'oro;
e proferiva il nome di Cipango; ma sempre i naturali
seguitavano a rispondere Cibào. Cibào era
dunque una corruzione di Cipango; facile corruzione,
ad una distanza di due secoli. Cibào, dunque,
laggiù. E l'isola in cui vivevano? Guanahani, rispondevano
essi, Guanahani. Che cosa volesse poi dire
Guanahani, era difficile sapere, essendo difficile il
domandarlo. Ma questo importava assai meno. L'isola,
visitata alla svelta, non aveva tracce di metalli
preziosi. I suoi abitanti, poveri e semplici, vivevano
di agricoltura e di pesca; poche ed infrequenti
erano le loro relazioni coi naturali delle isole
vicine, talune delle quali si scorgevano distintamente
sull'orizzonte, a destra e a manca di Guanahani.

La giornata del 13 era trascorsa in queste visite,
in questi scambi, in questi discorsi. La mattina del
14, l'almirante partì coi palischermi, per fare il giro
dell'isola, tutta sparsa di lieta verzura, con qualche
poco di terra coltivata, e capanne qua e là, presso
le rive. La voce dell'arrivo degli ospiti celesti a
Guanahani era corsa tutta intorno, anche nelle isolette
vicine; e da ogni lido, al passaggio dei palischermi,
erano frotte di naturali che innalzavano
grida di festa e d'invito. Molti si gittavano a nuoto;
erano tirati a bordo, regalati di perline di vetro, e
rimandati contenti.

[pg!75]

Ma niente era che trattenesse più oltre il signor
almirante nelle acque di Guanahani. Gli si offrivano
allo sguardo molte isole verdeggianti, che tutte parevano
invitarlo. Scelse a occhio la più grande, che
sembrava cinque leghe distante, e a quella drizzò il
corso della sua squadra, nella mattina del 15; ma
non potè, a cagione delle correnti contrarie, approdarvi
che al tramonto del sole. Aveva intitolata la
prima isola al Santo Salvatore; intitolò la seconda
a Santa Maria della Concezione. V'ebbe, nella mattina
del 16, le stesse accoglienze di Guanahani; ci
ritrovò gli stessi costumi, la stessa nudità, la stessa
età dell'oro in azione, ma senza alcuna abbondanza
di quel prezioso metallo. A Guanahani aveva preso
sette naturali, che gli erano parsi di più svegliato
ingegno, e più pronti a formarsi un vocabolario
spagnuolo per i primi usi della conversazione. E i
sette naturali erano andati contenti fino all'isola
vicina. Quando videro che l'almirante non voleva
trattenercisi, ma salpava nello stesso giorno per
andare più oltre, verso ponente, donde appariva
un'altra isola più ragguardevole, incominciarono a
dolersi, come tanti Melibei, di dover lasciare «il
confin della patria e i dolci campi». Uno di essi,
che era imbarcato sulla *Nina*, non stette lungamente
a piangere; si tuffò in mare e a nuoto raggiunse
una piroga di suoi connaturali, che passava
da quelle parti.

Fu l'unico episodio spiacevole di quei primi giorni
vissuti tra le isole. Alla terza di queste Cristoforo
Colombo impose il nome di Fernandina, in onore
del re di Castiglia, disegnando in cuor suo di chiamare
la quarta col nome della sua regal protettrice,
Isabella.

Gli abitanti dell'isola Fernandina somigliavano in
tutto a quelli delle prime due isole; ma parevano
[pg!76]
più ingegnosi e più scaltri. Alcune tra le donne
avevano dei piccoli grembiali di cotone; alcune altre
giungevano al lusso d'una specie di mantello.
Le abitazioni, costrutte di rami, di canne, di foglie
di palmizio, avevano forma di padiglioni; grande
pulizia e decenza ci regnava per entro; i letti erano
stoie di cotone, sospese, chiamate dai naturali col
nome di *hamac*. E il nome e la cosa dovevano incontrar
favore in Europa.

Nella quarta isola, che fu chiamata Isabella, Cristoforo
Colombo trovò bei laghi d'acqua dolce, e
frutti svariatissimi, e sciami di pappagalli «che
oscuravano il sole»; molte lucertole, dei cani che
non abbaiavano, niente spezierie, niente oro, ma
molti indizi di una grande isola verso mezzogiorno,
che i naturali dicevano ricca di ogni ben di Dio.
S'intende che i naturali parlavano agli interpetri, e
questi riferivano, servendosi di quel numero ancora
troppo ristretto di parole castigliane, delle quali avevano
inteso, e fors'anche frainteso il vero significato.

Una grande isola! e ricca! Era dunque Cipango?
Bisognava lasciare al più presto quell'arcipelago di
isolette, così belle, ma povere, e andare alla scoperta
della terra maravigliosa. Venti contrarii, bonacce,
piogge frequenti, impedirono per molti giorni
la partenza, o ritardarono il corso. Finalmente la
squadra salpò alla mezzanotte sopra il 24 di ottobre,
e costeggiate alcune isolette a cui l'almirante
impose il nome di *Islas de Arena*, giunse la mattina
del 28 all'approdo di una grande isola, le cui
alte montagne gli ricordarono quelle a lui note della
Sicilia. Posto piede a terra, ne prese possesso nelle
forme consuete, imponendo a quell'isola il nome di
Giovanna, in onore del principe Giovanni, il piccolo
Infante di Castiglia.

Era destino che tutti quei nomi dovessero perire.
[pg!77]
San Salvatore diventò l'isola del Gatto; Fernandina,
l'Esuma; Isabella, l'Esumeta; le isole *de Arena*,
Mucaras; Giovanna riprese il nome che aveva dai
suoi naturali, il nome di Cuba.

Un fiumicello metteva pure nel golfo a cui approdava
Cristoforo Colombo. Quel fiumicello prese
e ritenne il nome di San Salvatore. Entrandovi col
palischermo, per iscandagliarne la profondità, gli
Spagnuoli posero in fuga due piroghe, le quali si
erano poc'anzi staccate dalla riva. Ed anche posero
in fuga gli abitanti della costa, nelle cui capanne
non erano che stoie, tessute di filamenti di palma,
uncini, fiocine d'osso, ed altri arnesi da pesca. Si
incominciava male, per ritrovare i tesori di Cipango.
Rimontato in nave, l'almirante si accinse a scorrer
la costa verso ponente, e in quella esplorazione scese
parecchie volte a terra, visitando villaggi, donde
gli abitanti costantemente fuggivano ai boschi. Le
case erano meglio fabbricate, la pulitezza notevole;
non mancavano indizi d'una civiltà più inoltrata;
ad esempio, certe statue d'idoli, rozzamente intagliati,
ma con certa vivezza di espressione, nel legno.

Sicuramente, le maraviglie descritte da Marco
Polo non avrebbero indugiato a mostrarsi. E questa
non era solamente la speranza di Cristoforo Colombo,
ma anche quella di Martino Alonzo Pinzon.
Tre naturali di Guanahani, imbarcati sulla *Pinta*,
dicevano che dietro ad un promontorio, poc'anzi denominato
delle Palme, era un grosso fiume, rimontando
il quale, si poteva andare in quattro giorni a
Cubanacan!

—Cubanacan!—ripeteva Martino Alonzo.—Cubanacan!
Non è corruzione, questa, del regno di
Kublai-kan? Siamo sull'orma, signor almirante,
siamo sull'orma.

—Vediamo di non far confusioni;—rispondeva
[pg!78]
l'almirante.—Se questa è l'isola di Cipango, come
potrebb'essere il regno di Kublai-kan, che Marco
Polo ha collocato in terraferma? Notate, Martino
Alonzo, che questa è un'isola; ce l'hanno annunziata
per tale gl'interpetri, indicandola a noi, verso mezzogiorno,
quando eravamo all'áncora nelle acque
dell'Isabella.

—Avremo capito male,—replicava Martino
Alonzo Pinzon.—Per intanto, i miei tre selvaggi
dicono che questa non è un'isola. E la chiamano
Cuba, e dicono che Cubanacan si ritrova a quattro
giornate dentro terra; soggiungono che c'è oro in
abbondanza; che cosa si vuole di più?

—La scoperta del gran fiume, donde si avrebbero
a prender le mosse;—rispose placidamente Cristoforo
Colombo.—Cerchiamo dunque il gran fiume.—

Ma girato il capo delle Palme, non si trovò punto
il gran fiume. Altri promontorii furono veduti e
girati via via; ma senza ritrovare, non che il gran
fiume, un sorgitore in cui gettar l'áncora. Il vento
soffiava al traverso; l'infoscarsi del cielo faceva
prevedere un grosso temporale. L'almirante pensò
giustamente che fosse atto di prudenza ritornare
indietro, per ormeggiarsi alla foce di un altro fiume,
già veduto tre giorni prima; al quale, per l'ampiezza
della sua foce, aveva imposto il nome di *Rio de los
mares*.

Così erano giunti all'ultimo giorno di ottobre. La
mattina seguente, al primo spuntar del sole, l'almirante
mandò i palischermi alla riva, perchè un
drappello dei suoi marinai visitasse un villaggio,
le cui capanne si vedevano biancheggiare tra gli
alberi. Andarono i marinai e scesero a terra; ma
al loro apparire, gli abitanti spaventati presero la
via dei boschi, nè ci fu verso, con parole o con
segni, di farli ritornare alla spiaggia.

[pg!79]


.. toc-entry:: V. Il sogno di Damiano.

:small-caps:`Capitolo V.`
=========================

Il sogno di Damiano.
--------------------


È lecito di sorridere delle illusioni di Cristoforo
Colombo, partecipate ed accresciute da Martino
Alonzo Pinzon; ma non è altrimenti lecito di riderne.
Il sorriso è sempre benevolo: significa qualche
volta la condiscendenza; qualche altra è un
giudizio pietoso che facciamo di noi medesimi, stimandoci
pienamente capaci, nelle stesse condizioni,
di cadere negli stessi errori. Ridere, per contro, è
da orgogliosi che si credono infallibili ed impeccabili;
significa l'ironia, il sarcasmo, lo scherno; abbonda
di solito nella bocca degli sciocchi, e in
quella degli ignoranti, loro amici e compari. Vogliate,
di grazia, considerare una cosa, anzi due. Prima
di tutto, bene aveva potuto Cristoforo Colombo argomentare
l'esistenza di un continente di là dall'Atlantico,
avendo egli presupposta la sfericità
della terra. Ma posta la fede sua, come quella di
tutto il mondo cristiano, nella autorità scientifica
delle Sacre Carte, che quasi gli misuravano a palmi
la superficie del globo; e ammessa la veracità delle
relazioni di Marco Polo e di Ser Giovanni Maundeville
intorno alle regioni estreme dell'Asia; di che
[pg!80]
avrebbe colmato il poco spazio che gli rimaneva
ignoto a ponente, se non delle zone ultimissime
dell'Asia, che il Veneziano e l'Inglese non avevano
intieramente visitate? La vera trovata del navigatore
Genovese, quello che si chiamerebbe oggi il
lampo del genio, consisteva nel cercare quei confini
orientali dell'Asia per la via di ponente. In tutto
il resto, lo stringevano d'ogni parte le autorità, lo
incatenavano i pregiudizi del volgo.

E poi, e poi, contemporanei dell'anima mia, che
avete a buon mercato i manuali e gli atlanti, le
carte murali sotto gli occhi e il maestrino in cattedra,
pensate che pericoli, che stenti e sopra tutto
che costanza c'è voluta, per imbandire a noi un
così lauto pasto di dottrina. Possiamo sorridere,
non abbiamo il diritto di ridere. Del resto, si è riso
tanto a Salamanca, da tutti quei sapientoni, che ben
possiamo astenercene noi altri.

Ammettiamo invece, sorridendo, come e perchè i
racconti di Marco Polo comandassero allo spirito
del grande navigatore Genovese. Lo vediamo ora,
alla foce del *Rio de los mares*, risoluto di trovare
quel benedetto Cubanacan, in cui Martino Alonzo,
il comandante della *Pinta*, vedeva una semplice
corruzione di Kublai-kan. Ignoravano ambedue una
cosa risaputa più tardi: che i naturali di quei luoghi
dicevano *nacan* come noi diciamo il «mezzo»;
donde la conseguenza che Cubanacan significasse
il mezzo, il centro di Cuba. Il Pinzon, che ci vedeva
una corruzione di Kublai-kan, avrebbe potuto con
ugual fondamento vederci un Cipang, che era il
nome riferito da Marco Polo per il regno insulare
del Giappone. Del resto, il desiderio di associare le
nuove scoperte ai vecchi nomi, era proprio nel sangue.
Cuba, quando si perdette ogni speranza di
farne tutt'uno con l'isola di Cipango, fu ascritta
[pg!81]
all'arcipelago delle Antille; un nome opportunamente
svecchiato dalla famosa Antilla di Aristotele, cavata
ad orecchio dalla non meno famosa Atlantide di
Solone, e del suo pronipote Platone.

Ma è tempo che ritorniamo al racconto. Fuggiti
dalla riva i selvaggi al primo entrare dei palischermi
nella foce del *Rio de los mares*, l'almirante
lasciò riposare qualche ora la sua marinaresca, volendo
anche persuadere a quei sospettosi naturali
che egli non aveva alcuna intenzione ostile. Nel
pomeriggio mandò solo, nel bargio, uno dei suoi
interpetri di Guanahani.

Gli abitanti del villaggio erano ritornati alle loro
capanne; ma stavano sempre all'erta, pronti a fuggire
da capo. Videro accostarsi il bargio, ravvisarono
nel vogatore un selvaggio della loro specie,
e stettero ad aspettarlo. L'interpetre, come fu giunto
in vicinanza del lido, tanto da poter essere udito
da terra, si rizzò sulla prora della piccola barca, e
rivolse il discorso a quei popoli, dipingendo loro gli
stranieri come esseri sovrumani, venuti dal cielo,
bianchi nel volto, amici degli uomini rossi, ai quali
facevano molti bei donativi, simili a quello che egli
agitava a braccio teso davanti a loro, facendolo risuonare
piacevolmente agli orecchi. Finito il suo
discorsetto, l'indiano si buttò in acqua risoluto e
volse nuotando alla spiaggia.

Era solo; fu accolto senza sospetto. La sua parlata,
veramente, era un pochino diversa da quella
di Cuba; ma come può essere diversa tra popoli
del medesimo sangue, vissuti a lungo divisi. Stentarono
alquanto a capirlo, ma lo capirono finalmente,
e si persuasero che gli stranieri erano venuti
da amici. E poi quel sonaglio che il messaggiero
faceva tintinnire al loro orecchio, che musica!

Subito fecero scivolare dalla spiaggia le loro svelte
[pg!82]
piroghe; ci posero dentro cotone, frutti e cassava;
con quei presenti mossero incontro alle navi degli
uomini bianchi.

L'almirante li accolse con dimostrazioni di giubilo;
gradì i presenti, e li ricambiò, al solito, con
piccoli campanelli di bronzo e perline di vetro. Quei
naturali non portavano pezzi d'oro nativo sospesi
alle nari; ma pezzi d'argento. Metallo anche questo,
e di maggior valore che non dovesse averne venti
o trent'anni più tardi, quando da Cuba, per l'appunto,
e da tutte le altre terre scoperte, se ne rovesciò
tanta abbondanza in Europa.

Anche l'argento aveva dunque il suo pregio, e la
sua apparizione fu salutata con gioia. Ma più lieta
suonò all'orecchio degli uomini bianchi la notizia
(così almeno parve loro d'intendere) che nell'interno
dell'isola, a quattro giornate di cammino, era il
soggiorno di un re potente e ricchissimo. I naturali
della costa gli avevano già mandati messaggeri,
per avvertirlo dell'arrivo di quelle tre smisurate piroghe
con le ali. Se gli uomini bianchi restavano
ancora sei giorni, li avrebbero visti ritornare, e
molto probabilmente con messaggeri del re.

Cristoforo Colombo poteva aspettare sei giorni,
ed anche di più; ma voleva esser sicuro di entrare
in relazione con quel re, in cui era lecito di immaginare
il gran Cane. Perciò, scambio di aspettare i
messaggeri del re, risolse di mandare i suoi nell'interno
dell'isola, chiamando per tale Ufficio Rodrigo
di Xeres e Luigi di Torres.

Ah, finalmente il grande interpetre avrebbe potuto
sfoderare la sua dottrina poliglotta? Egli conosceva
e parlava l'ebraico, il caldaico, il siriaco, e cincischiava
anche l'arabo. O l'una o l'altra di quelle
lingue avrebbe intesa il gran Cane. Ma se non ne
avesse intesa nessuna fra tante?

[pg!83]

Ad ogni buon fine Cristoforo Colombo mandò compagni
all'interpetre poliglotta due naturali, uno di
Guanahani, il quale già conosceva quel po' di spagnuolo
che si è detto, e un altro della medesima
spiaggia di Cuba, il quale, trattandosi di non uscire
dall'isola materna, volentieri accettò.

Ma non dovevano andar soli quei quattro. Non
lo voleva quello spirito bizzarro di Damiano. Indettatosi
brevemente col suo compagno Cosma, si presentò
all'almirante per dirgli:

—E due genovesi, per caso, non potrebbero andare
a Cubanacan?

—Per che fare? domandò l'almirante.

—Ma che so io! quello che faranno Rodrigo Xeres
e Luigi di Torres. Questo bravo Giudeo venuto alla
fede, sa la sua lingua madre, la caldaica, la siriaca,
e un pochettino anche l'araba; ma poi....

—Orbene? che cosa vorreste voi dire?

—Vorrei dire che non sa il genovese, che è lingua
madre, assai più dell'ebraico.—

Sorrise l'almirante, e notò con accento di arguta
bontà:

—Voi due, Cosma e Damiano, mi sembrate uomini
da conoscere ben altro che la sola lingua madre
dei Liguri.

—Metta pure Vostra Eccellenza che conosciamo
il latino;—replicò arditamente Damiano.—Se si
dovesse incontrare sulla strada il Prete Janni, ci
vorrebbe qualcheduno che potesse parlargli in latino,
io m'immagino. Come prete, infatti, leggerà il suo
breviario ogni giorno.—

A quella trovata del bizzarro Genovese non si
poteva che ridere. E ridendo, Cristoforo Colombo
diede licenzia ai due concittadini di seguire la spedizione
entro terra. Damiano saltò dalla gioia, e
subito corse ad avvisare il compagno.

[pg!84]

—Si parte, sai? L'almirante manda anche noi a
riverire il gran Cane. Mi sa mill'anni di vederlo.

—Chi?—disse Cosma.

—Il gran Cane, perbacco. Mi preme di sapere se
è muto anche lui, come tutti i cani che abbiamo
trovati finora.—

La mattina seguente, ai primi chiarori del giorno,
si pose l'ambasceria in cammino. Apriva la marcia
il naturale di Cuba, che aveva pratica dei luoghi;
seguiva Rodrigo di Xeres, accompagnato da Luigi di
Torres. Chiudevano la marcia i due Genovesi. Il
naturale di Guanahani andava un po' avanti, un
po' indietro, per servire, nella sua qualità d'interpetre,
al bisogno di tutti, quando volevano intendere
i discorsi del condottiero, o farsi intendere da lui.
Ma molto più spesso era al fianco di Damiano, che
diceva di volergli insegnare il genovese, ma nel
fatto cercava d'imparare quanto più poteva della
lingua selvaggia.

Si erano avviati per un'erta verdeggiante, dove
non appariva traccia di sentiero. Felicità dei selvaggi
e dei cacciatori, di non conoscere le strade
battute. E giunti al colmo dell'erta, penetrarono in
una macchia che pareva di lentischi; donde, per
vallette e colline alternate, entrarono in una valle
più grande, fuor dalla vista del mare. Passarono
accanto a certi laghetti d'acqua dolce, i cui margini
erano vestiti di borraccina, e su cui gittavano ombre
amiche certi grandi alberi di specie ignote, dal largo
fogliame, quali vestiti di fiori, quali carichi di frutti,
quali ancora di fiori e di frutti ad un tempo: primavera
ed autunno associati in una sola verzura.
Tutto rideva, in quel paradiso, e tutto anche cinguettava,
poichè c'erano gli uccelli a migliaia, svolazzanti
di fiore in fiore come i piccolissimi còlibri,
rampicanti di ramo in ramo come i pappagalli, trasvolanti
[pg!85]
da un albero all'altro come le gazze, variopinte
e loquaci non meno dei loro parenti rampichini.

La varietà dei frutti, la bellezza dei lor colori, e
la stranezza delle loro forme, destavano la curiosità
e l'ammirazione degli ambasciatori. E di molti assaggiarono,
senza verun timore di avvelenarsi, poichè
ne mangiavano ghiottamente gli uccelli, questi
primi conoscitori della gastronomia vegetale. Del
resto, anche i due naturali intendevano il fatto loro,
e andavano essi medesimi a spiccar dai rami i frutti
più squisiti, scegliendoli al punto loro di maturità,
che gli Europei non avrebbero potuto a tutta prima
conoscere.

Era la festa del verde e dell'azzurro; del verde
che splendeva con cento gradazioni diverse intorno
ai viandanti ammirati, dell'azzurro che si stendeva,
profondamente sereno, sulle vette degli alberi giganteschi.
Tra il verde e l'azzurro correva un'aria
fresca e purissima, aggraziata dall'effluvio di mille
fiori, ravvivata dal predominio delle fragranze resinose,
che giungevano gradite alle nari, dando un
senso di salute alle fibre del cervello, e di vigore
alle facoltà dello spirito. Per far l'illusione compiuta,
per lasciar credere che fosse quello un altro
paradiso terrestre, la creatura umana era assente
da quei luoghi. C'erano bensì i viaggiatori; ma è
dell'animo nostro, davanti ai grandi spettacoli della
natura, il fare astrazione da noi medesimi, non vedendo
e non considerando che quelli. Nella gran solitudine
erano voce unica i contrasti della luce e
dell'ombra; unica varietà i colori del quadro; mancava
la nota umana, così spesso stridente, che reca
qualche volta l'immagine e il senso della vita, ma
guasta sempre la calma e riconduce alla terra il
vagabondo pensiero. Ad un certo momento, davanti
[pg!86]
ad una radura della foresta, dove ad un lago seguiva
una lunga e vasta prateria, i nostri messaggeri
avevano veduto bensì in lontananza un drappello
allineato di uomini, sicuramente guerrieri,
immobili al posto loro, e custoditi sul fianco dalle
loro sentinelle, pronte a dare il sognale di ogni
imminente pericolo. Strana cosa, in terra di uomini
ignudi: quei guerrieri apparivano tutti vestiti di
rosso. Ma la visione non era durata che il tempo
di avvicinarla ad un tiro di balestra. Le sentinelle
avevano dato un grido; e guerrieri e sentinelle avevano
allargati i rossi mantelli, spiccando il volo
verso più lontane regioni. Erano i rossi fenicotteri,
allora così numerosi nell'isola di Cuba.

Un altro spettacolo incantevole era la notte; la
notte, sempre così bella sotto i tropici, rischiarata
dal lume delle stelle scintillanti dalla volta del cielo,
mentre al mite chiaror della luna le cose tutte sembrano
avvicinarsi a voi nella trasparenza dell'aria,
e le stesse ombre della foresta, rotte dal balenio
continuo di maravigliosi insetti, simulanti la luce
del rubino, dello zaffiro, del diamante, si lasciano
penetrare dallo sguardo, recandovi la immagine,
quasi la sensazione, di un letto morbido e dolce,
su cui, più del dormire, è certo e promettente il
sognare.

Non pensò tutte queste cose il nostro Damiano,
la prima notte del viaggio a Cubanacan. Gli davano
noia, forse, o turbavano la sua dottrina in materia
di storia naturale, gli uccelli dell'isola, che seguitavano
a cinguettare, a trillare, a gorgheggiare,
come se fosse di giorno.

—Ma che hanno questi diavoli?—esclamò.—Non
dormono, dunque?

—Sognano;—rispose Cosma, che qualche volta
si adattava a parlare.

[pg!87]

—Ah sì; e non hanno mica il torto!—riprese
Damiano.—In quest'isola benedetta, potrebb'essere
un sogno continuo. Io, per me, ti voglio dire quel
che ne penso: ci vivrei volentieri per tutto il resto
dei miei giorni.

—Tu?—disse Cosma.

—Certamente, io. E nota che il più l'ho da vivere
ancora, se la Parca mi fila giustamente la mia
parte di lino.

—Ma che faresti tu qui? Dormiresti sempre?

—Oh questo poi no. Vorrei anzi vegliare, vegliar
molto, al fianco d'una bella castellana....

—Che non hai pensato a condurre con te.

—Nella speranza di trovarla sulla faccia del
luogo;—rispose Damiano.—Che pensi? che ci
siano donne solamente nel vecchio mondo?

—Io non pretendo questo.

—Ah, volevo dire! Mi potresti invece osservare,
e con più ragione, che non c'è da sperar castellane,
in questi luoghi, perchè non ci sono castelli. Ma un
castello me lo fabbrico io tutte le volte che mi pare,
e una volta sempre meglio dell'altra. Del resto,
dove andiamo noi, di questo passo? Cioè, mi spiego,
dove ripiglieremo ad andare, quando spunterà l'alba
dai lidi Eòi.... che per noi sono le acque dell'Oceano?
Alla corte del gran Cane, io m'immagino. Il gran
Cane, per far che faccia, non sarà così cane da ricusarmi
la mano di sua figlia. Mi dirai che potremmo
dar del capo alla corte del Prete Janni: la
qual cosa mi piacerebbe meno, perchè i preti non
fanno famiglia. Ma egli, per bacco, vorrà avere un
ministro, dei gran signori, dei principi assistenti
al soglio. Vedrai, Cosma; figlia di re, o figlia di
principe, la prima bellezza che mi capita tra i piedi
paga il tributo del Nuovo Mondo al tuo amico Damiano.

[pg!88]

—Uomo volubile!—esclamò Cosma.

—Caro mio,—rispose Damiano,—sai che non
voglio morir di crepacuore, io? Se la bella Ca....

—Zitto, Bar....—interruppe Cosma.

—E zitto tu, ora!—interruppe a sua volta Damiano.—Vedo
che commettiamo un'imprudenza
per uno. Fortuna che qui nessuno capisce la lingua
madre; altrimenti, il segreto sarebbe custodito
per benino!—

La chiacchiera allegra di Damiano durò ancora
un bel pezzo. Ma Cosma, che la inframmezzava di
poche parole, diradò anche quelle poche, lasciando
tutto il carico della conversazione all'amico.

—Ho capito;—disse ad un certo punto Damiano.—La
notte è alta, *suadentque cadentia sidera
sonnos*. Vediamo dunque di dormire.—

E sdraiatosi sul fianco, si tirò sugli occhi il cappuccio
della sua veste catalana. Pochi minuti dopo,
era profondamente addormentato.

—Felice amico!—mormorò Cosma, che stava
ancora appoggiato al gomito, contemplando le stelle.—Egli
ha lasciato i tristi pensieri di là dall'Oceano;
e i miei frattanto....—

E i suoi frattanto li lasceremo lavorare a lor posta,
nel silenzio della notte serena. La gente malinconica,
si sa, è amante del proprio dolore, e non
vuol essere molestata.

Del resto, anche Cosma si addormentò, un'ora
dopo i suoi compagni di viaggio. Per compenso
(diciamo così) fu anche il primo a svegliarsi, e balzò
in piedi senza farsi pregare, al primo cenno delle
guide, che annunziavano il sorger dell'alba.

La comitiva si rimise in cammino; attraversò
nuove valli e nuove colline, salutò nuovi orizzonti,
ammirò nuove scene pittoresche, e ricevette il saluto
di nuovi sciami d'insetti, di nuovi stormi di
[pg!89]
pappagalli. Finalmente, poco dopo il meriggio, appena
fornite dodici leghe di cammino da che aveva
lasciata la costa, vide aprirsi davanti a' suoi occhi
una gran valle, e nel centro di quella valle apparire
una lunga lista di terreni coltivati.

—Cubanacan?—domandò Damiano al selvaggio
della costa.

—Cubanacan;—rispose quell'altro.

—Ma le case? dove sono le case?—

A questa domanda, fatta in lingua spagnuola, non
poteva rispondere il selvaggio della costa. Per rispondere,
gli sarebbe bisognato capir la domanda.

Rispose invece, o parve rispondere per lui, il selvaggio
di Guanahani.

—*Bohio*;—diss'egli, accennando verso il fondo
della valle;—*Bohio!*

—E *Bohio* sia;—rispose Damiano.—Io speravo
che fossimo giunti alla capitale del gran
Cane; invece, a quanto pare, non c'è neanche il
sobborgo.—

Per altro, seguitando a guardare, incominciò a
distinguere qualche cosa. Si vedevano dei tetti di
paglia, d'una forma conica, come quelli che già
avevano veduti nelle isole dianzi scoperte. E dopo
una mezz'ora di cammino, alla svolta di un poggio,
si vide un intiero villaggio; non più di cinquanta
capanne, ma tutte assai grandi, fatte di legno, esagone,
ottagone, tondeggianti, a forma di padiglioni.
Non era la capitale del gran Cane, no certo; non
risplendeva di metalli preziosi; ma era sempre un
villaggio abbastanza pittoresco, ed era dopo tutto il
primo centro popoloso un po' fitto, che fosse dato
di scoprire, in quelle isole, dal 12 ottobre al 2 novembre
dell'anno di grazia 1492.

—Bohio?—domandò Damiano al selvaggio della
costa.

[pg!90]

—Bohio;—rispose gravemente quell'altro.

—Ed ora, caro mio,—ripigliò Damiano,—ne
so come prima. Amo per altro illudermi colla opinione
che sia il nome di quella città minuscola, che
apparterrà benissimo al gran Cane, ma donde non
esce un cane per venirci a ricevere.—

Anche qui Damiano s'ingannava, per soverchio
di fretta. Aveva appena finito di lagnarsi, che dalla
strada principale di Bohio (diciamo Bohio anche
noi, per dare un nome al villaggio) si vide apparire
una schiera, una processione di naturali. Cosma,
che aveva un occhio di lince e l'altro di falco,
avrebbe potuto riconoscere a quella distanza che i
cittadini di Bohio non erano niente più vestiti dei
pescatori di Guanahani. E tutta quella gente muoveva
incontro agli ambasciatori. Sicuramente, li
avevano veduti da lungi, mentre giravano il poggio,
ed era facile scoprirli su quell'altura solitaria, dove
il terreno era sgombro di piante, e il verde del
prato dava riflessi giallicci, sotto la gran luce meridiana
del sole.

Ancora pochi passi, e si potevano sentire le voci
degli abitanti di Bohio. Erano voci festose, grida
di giubilo, a cui facevano eloquentissimo commento
le braccia levate, i salti e le capriole della turba
accorrente. Non vi maravigliate della poca gravità
con cui gli abitanti di Bohio, forse i più ragguardevoli
di quella terra, accoglievano i loro visitatori.
Queste dimostrazioni allegre sono sempre state di
tutti i popoli giovani; e pare che non disdicessero
nemmeno ai re, se David potè ballare in mezzo ad
una strada provinciale, davanti ai buoi che tiravano
l'arca del Dio degli eserciti.

—Ecco un popolo molto cortese, a cui bisogna
render giustizia;—osservò Damiano.—Non è
quello di Quinsay, ma ci si accosta.—

[pg!91]

E si accostavano nel fatto gli abitanti del villaggio;
poco vestiti gli uni, che parevano i più vecchi,
e portavano un pezzo di stoffa di cotone legata intorno
alle reni; ignudi gli altri del tutto.

Come furono vicini agli stranieri, i naturali di
Bohio, si fermarono; ed uno di loro, che doveva
essere un pezzo grosso nella tribù, forse il re in
persona, accompagnato da due giovani selvaggi,
che in segno di grande rispetto mostravano di sostenerlo
sotto le ascelle, rivolse il discorso ai nuovi
venuti.

Don Luigi de Torres si lasciò sfuggire quel giorno
una stupenda occasione, che è sempre stata da fini
diplomatici: quella di tacere in più lingue. Volle in
quella vece parlare in tutte quelle che sapeva, e
sventuratamente senza riescire a farsi intendere,
nè dal suo interlocutore, che lo guardava trasognato,
nè dagli interpetri della spedizione, che si guardavano
tra loro, e avevano l'aria di dirsi a vicenda:
«come parla bene! non si capisce una saetta.»

—Sentite, collega;—disse finalmente Rodrigo
di Xeres;—sarà meglio che lasciamo parlare questi
selvaggi.

—Sì, sarà meglio;—ripetè Luigi de Torres.—Per
altro, non è stato male, fare una prova con tutte
le lingue d'Oriente. Siamo sicuri, per conseguenza,
di non essere sul territorio del gran Cane.

—Non dico che abbiate fatto male;—replicò
Rodrigo di Xeres.—Vi approvo, anzi, e vi lodo del
vostro accorgimento. Sappiamo oramai che cosa
pensare di questa gente. A te, Caonec,—diss'egli,
rivolgendosi al naturale di Guanahani,—parla!

—*Quien?*—domandò Caonec.

—Quel che ti pare, purchè tu parli.

—*Castilla muy grande? Castillano muy fuerte?*

—Sì, tutto quello che vorrai, ti ho detto,—replicò
[pg!92]
don Rodrigo spazientito.—Non vedi che i
tuoi connaturali stanno aspettando a bocca aperta
le tue parole, come gli antenati del mio collega
aspettavano la manna nel deserto?—

Caonec non intese tutte quelle finezze di ragionamento;
ma aveva capito di dover parlare, magnificando
la potenza e la bontà degli stranieri. Non gli
era difficile di dirne assai bene; anch'egli, come
tutti i suoi connaturali, credeva che fossero figli
del cielo.

E parlò lungamente, con grande scioltezza di scilinguagnolo,
in quel suo strano idioma, così ricco
di dittonghi e di suoni gutturali; parlò lungamente,
facendo inarcare le ciglia del re di Bohio, che di
tanto in tanto si volgeva a guardare gli stranieri,
chinando la fronte e levando le palme, in atto di
adorazione.

Come l'interpetre ebbe finito il suo discorso, il
re di Bohio rispose brevemente, s'inchinò da capo,
poi disse qualche parola ai suoi sudditi; otto dei
quali si avanzarono tosto, s'inginocchiarono a coppie,
ogni coppia davanti ad uno degli stranieri, offrendogli
per sedile un intreccio di mani e di braccia.

—Seggiolina d'oro!—esclamò Damiano ridendo.—Seggiolina
d'oro! Come da noi! Ma sai, Cosma,
che son molto civili, questi signori selvaggi?—

Levati di peso i figli del cielo, le coppie umane
presero tosto il portante. Anche il re, o capo degli
anziani che fosse, non credeva disdicevole alla sua
dignità di correre come gli altri. Correva anzi un
pochino di più, perchè andava sempre a capo della
sua gente, facendo di tanto in tanto qualche allegro
scambietto. In verità, il re David, buon'anima
sua, poteva andarsi a riporre.

—Guarda, guarda!—continuava Damiano, sentendosi
dondolare così piacevolmente a mezz'aria.—È
[pg!93]
cento volte meglio che in lettiga. E si gode la
vista del paese, e non si guasta la digestione. Io ti
giuro, Cosma, che sono contento come una pasqua.
Incomincio a credere che questi naturali di Bohio
siano uomini civili, i quali si sono fatti selvaggi
unicamente per non pagare il conto al sartore. A
momenti vedremo la loro capitale. Spero bene che
ci saranno donne. Altrimenti, come farebbero questi
selvaggi a propagare la loro amabilissima specie?

—Metti,—rispose Cosma,—che ci abbiano le
Amazzoni in un'isola vicina. Noi siamo cascati in
un'isola tutta abitata da uomini.

—Dio sperda il tuo augurio, o Cosma! Vuoi tu
guastarmi la gioia di questo ingresso trionfale in
città?

—Eccola davanti ai tuoi occhi, la città di Bohio;—ripigliò
Cosma, sorridendo.—Guarda il popolo
che si affolla sugli usci delle capanne. Vedi tu una
donna?

—No, per Giano bifronte, tuo santo patrono!—esclamò
Damiano.—Non la vedo. E incomincio a
credere che i tuoi scongiuri, o nemico delle donne,
abbiano operato il prodigio. Ma bada, Cosma! io
non ti perdonerò mai questa azionaccia. Che tu non
le ami, sta bene; ma io.... io, passando l'acqua, ho
cambiato di complessione.—

Erano giunti finalmente, come si è potuto anche
capire dalla conversazione dei due amici; erano
giunti, in mezzo alle grida, alle canzoni, ai salti,
alle capriole, di tutto un popolo in festa. Tra uomini
e ragazzi, quei naturali potevano essere un
migliaio. Le case, in verità, non erano più di una
cinquantina; ma tutte per capanne, assai vaste, ed
ognuna bastava, come i nostri ambasciatori seppero
di poi, per una numerosa famiglia, e magari
per due.

[pg!94]

Scortati dal re, accompagnati da quelle grida e
da quei salti, gli ambasciatori furono calati di seggiolina,
davanti ad una casa più vasta delle altre.
Colà, il capo della comitiva li invitò molto gentilmente
ad entrare in una sala nobilmente arredata
di scudi, d'archi e d'altre armi selvagge. Sicuramente
era la sala del consiglio, perchè tutto intorno
si vedevano dei sedili di legno, tutti d'un pezzo,
evidentemente tagliati in un tronco d'albero, e in
quel punto del tronco dove questo incomincia a
spartirsi in rami. Quei sedili erano di forma stranissima,
che indicava un principio d'arte imitativa,
raffigurando essi un animale di corte gambe, con
la coda rialzata in guisa da formare una spalliera.
La testa non lasciava indovinare a qual genere appartenesse
la bestia. Forse l'artista aveva voluto
creare un animale fantastico; ma certamente era
riuscito a farlo prezioso, poichè gli aveva incastonati
due pezzi d'oro nelle occhiaie, e d'oro gli aveva
fatte le orecchie.

—Noi siamo,—conchiuse Damiano, dopo avere
osservate quelle orecchie d'oro,—noi siamo alla
corte di Mida.—

Un gesto del re invitò gli ambasciatori a sedere
su quegli scanni. Luigi di Torres e Rodrigo di Xeres
presero posto nel mezzo, Cosma e Damiano sui
lati. Il re stette in piedi, gli altri naturali si accoccolarono
sul pavimento. E così fecero fuori dell'uscio
tutti coloro che non avevano potuto penetrare nella
sala.

—Ed ora, che pesci si pigliano?—disse Damiano
tra sè.—Sta a vedere che ci contemplano
come rarità, e non si ricordano che abbiamo uno
stomaco.—

Damiano, nella sua impazienza, era sempre ingiusto.
A buon conto, i naturali di Bohio non li contemplavano
[pg!95]
soltanto come rarità; li veneravano
come figli del cielo. E per tali dimostrarono di averli,
poichè il re si avanzò, si gittò bocconi a terra, e
baciò a tutti quattro i piedi e le mani. L'atto del re
fu imitato con molta compunzione e regolarità da
tutti gli astanti: i quali uscirono ad uno ad uno
per lasciare il posto a quelli di fuori.

—Non c'è male, non c'è male;—borbottava
Damiano;—ma qualche cosa per lo stomaco sarebbe
a quest'ora anche meglio.—

Era scritto lassù che tutti i desiderii di Damiano
fossero prontamente appagati. Finito il bacio dei
piedi, entrarono parecchi naturali, portando su certi
piatti larghi, in cui era facile riconoscere dei fondi
di zucche, radici arrostite, grani dorati arrostiti del
pari, focacce di cassava, frutta di specie diverse, orciuoli
di terra con acqua dentro, e piccole zucche
dal collo allungato, in cui erano bevande fermentate.

I figli del cielo assaggiarono un po' di tutto, e
a certi piatti ritornarono, senza far cerimonie. Il
viaggio aveva aguzzato l'appetito, e quelle radici
arrostite in ispecie erano molto gustose. Damiano,
per altro, rendendo giustizia ad ogni cosa, diede la
palma al dolce liquore spiritoso che era contenuto
nelle piccole zucche, e che gli era versato in certi
mezzi gusci di durissimo legno, che egli vedeva per
la prima volta, e non sapeva per ciò a qual frutto
appartenessero. Lo seppe più tardi, quando ebbe
veduti i gusci intieri, e ne assaggiò la polpa bianca
di latte, che aveva sapore di mandorle.

—Cocco;—gli disse Caonec, vedendolo contemplare
con grande attenzione il frutto maraviglioso.

—Cocco? sta bene;—rispose Damiano.—È delizioso.
Ma bisogna maritarci ancora un sorso di
quella bevanda, anche più deliziosa del cocco.—

Il pasto non era finito ancora, quando, ad un
[pg!96]
cenno del re, i naturali si allontanarono tutti dalla
sala del convito. Una strana musica, come di nacchere
e di tamburi, si sentiva di fuori.

—Che è ciò? dell'altre novità?—disse Damiano.—Io
incomincerei a sentire il desiderio di sdraiarmi
sull'erba, all'ombra amica di un palmizio. E poichè
siamo destinati a non vedere il gentil sesso di
Bohio....—

Ma ve l'ho detto poc'anzi; ogni voto di Damiano
doveva essere esaudito, come nelle favole orientali,
per opera di un genio benefico.

I naturali del sesso forte erano tutti partiti. E al
suono di quella musica strana, apparve sull'uscio
uno stuolo di donne.

Era una cortese attenzione del re, ed anche una
bella improvvisata. I figli del cielo poterono ammirare
a lor posta le grazie delle figlie degli uomini,
coperte a mezzo da grembialini di cotone, e da
mantelli girati graziosamente a tracolla. Ma dei figli
del cielo, due erano Castigliani di nascita; gli altri
due lo erano di elezione. E tutti quattro si levarono
prontamente in piedi, offrendo i loro sedili alle
dame.

Non accettarono esse l'offerta. Volevano buttarsi
a' piedi dei figli del cielo, per imitare l'atto di adorazione
dei loro uomini. E qui, naturalmente, fu
una gara scambievole: delle donne, per baciare i
piedi degli ospiti; degli ospiti, per ricusare quell'atto
di umiliazione.

—Caonec!—disse Damiano al naturale di Guanahani.—Dirai
a queste Veneri di Bohio che da
noi non è costume che le dame bacino i piedi agli
uomini; ma piuttosto, quando le dame li han belli,
si usa di baciarli noi alle dame.—

Se Caonec intendesse a puntino il discorso, non
saprei dirvi io. Certo è che l'interpetre parlò lungamente
[pg!97]
alle Veneri di Bohio; dopo di che esse si
contentarono di baciare le mani ai figli del Cielo.

E dopo averle baciate, vollero anche lavarle. Andarono
infatti a prendere gli orciuoli dell'acqua, e
ne versarono sulle mani degli ospiti. Dopo averle
bagnate, era mestieri asciugarle, e le strofinarono
diligentemente con batuffoli d'erbe aromatiche.

—Ma questa è civiltà sopraffina;—disse Rodrigo
di Xeres.—Che ve ne sembra, signori?

—Si capisce, per altro;—rispose Luigi di Torres,
con la sua asseveranza dottorale.—Il lavar
le mani è qui una conseguenza naturalissima del
mangiar con le dita.

—Popolo senza forchetta, volete dire?—ripigliò
Rodrigo di Xeres.—E l'uso dell'erba per rasciugar
le mani si spiegherebbe ugualmente, in un
popolo senza salvietta. Ma osservate, don Luigi,
che sono erbe aromatiche.

—Dare essenze odorose alle mani degli ospiti è
costume dell'estremo Oriente;—replicò Luigi di
Torres, imperturbato.—Nell'India pastinaca, se crediamo
a Beniamino di Tudela....

—Ah sì! nell'India pastinaca;—interruppe Rodrigo
di Xeres, che non voleva conoscere le opinioni
di Beniamino di Tudela.—Ma qui dobbiamo
esserne molto lontani, perchè il vostro siriaco non
lo capisce nessuno, don Luigi mio caro.—

Don Luigi si degnò di sorridere, e si strinse nelle
spalle, quasi in atto di rispondere:—«Se questi
ignoranti non mi capiscono, che cosa ci posso
far io?»

Damiano, frattanto, in mezzo a quello stuolo di
donne, aveva adocchiata la sua. Dico la sua, perchè
ogni uomo crede di doverla trovare, nel numero.
E qualche volta, per tema d'ingannarsi, ne
prende più d'una. Affrettiamoci a dire, per onor di
[pg!98]
Damiano, ch'egli ne prese una sola; anzi meglio,
non la prese per mano, la scelse a occhio, rivolgendo
a lei tutta la sua attenzione.

—Son collocato;—diss'egli a Cosma.—Quella
brunettina là si è impadronita del mio cuore. Non
mi dir nulla. So già quel che vorresti dirmi. Tutti
discorsi al popolo! Quella donna è il mio sogno;
lasciami sognare.—

[pg!99]


.. toc-entry:: VI. Il primo sigaro fumato nel nuovo mondo da un abitante del vecchio.

:small-caps:`Capitolo VI.`
==========================

Il primo sigaro fumato nel nuovo mondo da un abitante del vecchio.
------------------------------------------------------------------


Rendiamo quest'altra giustizia a Damiano. Se le
giovani donne di Bohio erano Veneri, quella che
egli aveva scelta in un impeto subitaneo d'affetto, era
l'Anadiomene. E non vi paia che si sprechi il nome
di Venere, con donne che avevano la pelle color di
rame. Ogni professore di fisica vi dirà che i colori
per sè stessi non esistono. Ogni fisiologo vi soggiungerà
che i gusti sono diversi, e i capricci egualmente.
Io vi ricorderò che se noi associamo il color
bianco alla immagine di Venere, la colpa è tutta
del marmo Pario e del Pentelico, in cui l'abbiamo
sempre vista scolpita. Nel fatto, per piacere a Marte,
a Vulcano, ad Anchise e ad altri personaggi dell'antichità,
Venere sarà stata di buon colore come
ogni altra femmina o dea, e magari più d'ogni altra.
Il colore del rame è un incarnato un po' carico;
questione di più o di meno.

Aggiungete che la bella selvaggia non era neanche
tanto bruna, o era bruna con riflessi luminosi,
come di rosa pavonazza. Era poi fatta a pennello;
aveva le labbra tinte nel succo della melagrana;
aveva gli occhi umidi e languidi sotto l'arco delle
[pg!100]
ciglia lunghe, e quegli occhi nereggiavano come due
more salvatiche entro due coppe d'indaco stemperato.
Che occhi, Dio creatore! E dicevano un visibilio
di cose; tutte quelle, almeno, che ameremmo farci
dir noi, vedendo due occhi di quella fatta.

Damiano aveva trovato modo di farsi lavare e
strofinar le mani da lei. E poi, afferrato a sua volta
il batuffolo delle erbe aromatiche, aveva voluto strofinar
la sua parte anche lui. Con la eloquenza del
gesto, le aveva dimostrato che il bisogno c'era. In
fatti, la bella Anadiomene, versando dall'orciuolo
si era rovesciata l'acqua sulle mani, e le aveva
inumidite anche lei. Bisognava dunque rasciugarle.
Ed egli si mise a strofinare con molta coscienza,
ma perdendo altrettanta erba per via. Non ne aveva
più un filo tra le dita, che strofinava ancora.

La bella Anadiomene lasciava fare, guardandolo
coi suoi grandi occhi d'indaco stemperato. Ma infine,
vedendo che il suo servente non accennava a
finire, si mise a ridere, mettendo in mostra due
file di denti che erano tante perline.

—Come vi chiamate, signora?—le disse con
languido accento Damiano.

Ella non rispose, e lo guardò con aria trasognata.

—Che bestia!—proseguì egli allora, ma rivolgendo
la parola a sè stesso.—Ella non capisce lo
spagnuolo. Se le parlassi genovese! Ma no, questo
bisogna serbarlo per i casi estremi.—

Fatto questo ragionamento, chiamò a sè l'interpetre
di Guanahani.

—Caonec! domanda a questa bella bambina come
si chiama, e trova anche il modo di farle sapere
che il mio nome è Damiano.—

L'interpetre parlò; e Damiano, sentendo profferire
nel discorso il suo nome, capì che la commissione
era fatta.

[pg!101]

—Si chiama Samana;—disse l'interpetre, come
ebbe finito il suo breve dialogo con la bella selvaggia.

—Samana! oh dolce nome, Samana! Già, capisco,
è sempre dolce, il nome che piace.... fosse pur
Cunegonda. E che cosa vuol dire Samana?

—Sama....—disse Caonec.

E dopo aver proferita quella prima parte del nome,
accostò l'indice alla bocca aperta, e subito lo allontanò,
in atto di cavarne fuori qualche cosa.

—Soffio?—disse Damiano, facendo l'atto di respirare.

Caonec rispose con un atto di diniego.

—Voce?—riprese Damiano.

E per dare un esempio di ciò che diceva, mandò
fuori le cinque vocali, coi loro dittonghi rispettivi.
Caonec sorrise, e fece un atto affermativo.

—Ah, sia lodato il cielo. E poi?

—Ana....—riprese Caonec.

—Sicuro, Ana; sentiamo che cosa vuol dire Ana;—rispose
Damiano.

Caonec prese una piastrella d'oro che Damiano
portava al collo, e accennandola rispose:

—Ana.... Oro!

—Ah, bene,—gridò Damiano.—Samana, contrazione
di Samaana; voce d'oro! È un bel nome.
Su per giù, è come il nostro Boccadoro, che noi, per
altro, non abbiamo mai usato per le donne. E questo
non ci fa onore, sia detto di passata. Tu sei
bella, o Voce d'oro, o Grisostoma. A proposito....
Caonec! Dille a mio nome che è bella. Come si dice
bella, in questi paesi?

—Taorib;—rispose l'interpetre.

—Diciamo dunque Samana Taorib;—gridò Damiano,
volgendosi alla giovane selvaggia, che rideva
a più non posso;—Samana Taorib, ah! se
[pg!102]
tu volessi trovare *taorib* anche me, come sarebbe
*taorib*! Vedete, amici? Io sono l'uomo più felice di
tutte le isole del mar Oceano. Mi fermo qui, col
permesso del signor almirante; non mi muovo più
dal fianco di Samana Taorib, e la domando in isposa.

—Con che rito?—disse Rodrigo di Xeres.

—Con quello dei suoi paesi; e non ci vedo modo
di fare altrimenti;—rispose Damiano.—Se per
altro vuol esser sposata là col nostro rito, venga
con noi, la sposerò davanti al Prete Janni.—

Cosma si era avvicinato all'amico, e gli bisbigliava
all'orecchio:

—Non dir sciocchezze, ti prego. E non ne fare,
mi raccomando.

—Sciocchezze!—esclamò Damiano, ribellandosi
alle voci dell'amicizia.—E perchè, di grazia? Sciocchezza
per te, se mai, non per me. Tu odii le donne.
Io sono più giusto. Perchè una.... Ma già, non mi
fare gli occhiacci! Volevo dire che se fossi nel vecchio
mondo, potrei forse pensare come te. Ma qui
siamo nel nuovo, mi capisci? nel nuovo. Avessi
anche giurato di non amar più, siamo agli antipodi;
agli antipodi il giuramento non regge, casca
nel vuoto. Non è vero, Samana Taorib, che voi siete
la più bella creatura dell'universo mondo?—

Samana rideva, rideva sempre, come ridono, sotto
ogni latitudine, le donne che sanno di non perder
grazia a quel giuoco.

Quel fiume di parole aveva tirata su Damiano
l'attenzione di tutta la brigata. Le donne di Bohio,
sentendo quel visibilio di *taorib*, prodigati a Samana,
avevano fatto cerchio, come ad uno spettacolo di
piazza. Sentivano invidia e gelosia, le donne di
Bohio? A vederle così allegre, ci sarebbe stato da
scommettere che le sullodate furie non fossero penetrate
ancora nelle isole del nuovo mondo. Ma
[pg!103]
forse, chi sa? le donne sanno padroneggiarsi così
bene! Comunque sia, non cerchiamo di approfondire
certi misteri. Molti fatti sono rimasti oscuri,
molti particolari inesplorati, nei primi viaggi di
scoperta di là dall'Atlantico. Ai giorni nostri, se si
dovesse scoprire una sesta parte del globo, andrebbero
botanici, zoologi, fisiologi, psicologi, medici,
speziali, perfino giornalisti, e si saprebbe ogni cosa
appuntino. Ma allora, niente di ciò; e troppe cose
son rimaste nell'ombra.

Samana aveva dette, sulla spalla di Damiano, alcune
parole al naturale di Guanahani. Se ne avvide
Damiano, e, sospettoso come un europeo, chiese
tosto a Caonec:

—Che cosa ti domanda il mio sole?

—Domanda,—rispose Caonec,—se quel giovane
che ti ha parlato poc'anzi è tuo fratello.

—No, non è mio fratello.

—E gliel ho detto.

—Ma dille ancora che Cosma mi è più che fratello,
amico del cuore. Capisci? del cuore.—

Caonec aggiunse qualche parola alla sua risposta,
per contentare Damiano.

Frattanto, per invito delle donne di Bohio, si
usciva dalla sala del convito in giardino, a prendere
una boccata d'aria. Damiano offerse galantemente
il braccio a Samana Taorib. La fanciulla non capiva
che cosa significasse quell'atto, per cui l'uomo
si accosta così gentilmente alla forma di un'anfora
col manico. Ma ella vide che Rodrigo di Xeres e
Luigi di Torres facevano lo stesso, pigliando a braccetto
due altre donne di Bohio, e si adattò subito
ad imitar le compagne. Si voltò, per altro, a guardare
che cosa facesse il quarto figlio del cielo, e
vide che il quarto non faceva manico d'anfora a
nessuna tra le figlie degli uomini.

[pg!104]

—Cosma....—mormorò ella.

E proseguì la frase, ma nella sua lingua; donde
avvenne che il suo cavaliere non capisse altro che
il nome dell'amico, un nome da lei imparato poc'anzi.

Damiano si volse per notizie all'interpetre.

—Che cosa dice la mia sultana?—gli chiese.

—Vuol sapere,—rispose Caonec,—perchè il
tuo amico non fa come gli altri.

—Ah sì, è vero;—disse Damiano.—Cosma
fa sempre tutto alla rovescia degli altri. Dille che
Cosma non ama le donne.—

Cosma udì le parole dell'amico, e alzò sdegnosamente
le spalle.

—Mi raccomando,—diss'egli poscia, in vernacolo
genovese,—non far sciocchezze; non ne dire,
almeno. Credo in verità che quel liquore maledetto
ti abbia dato al cervello.—

Damiano voleva rispondergli. Ma quell'altro si
era già allontanato.

Erano andati a sedersi, come desiderava Damiano,
sull'erba del prato, all'ombra dei palmizi e dei cocchi.
Le donne di Bohio si erano sedute accanto ai
figli del cielo. I colibri svolazzavano di fiore in fiore:
i pappagalli facevano un casaldiavolo sui rami degli
alberi giganteschi; l'idillio e l'egloga intenerivano
i cuori della comitiva satolla.

Poco stante, capitarono anche gli uomini della
tribù. E chiesero, con l'aiuto degli interpetri, se i
figli del cielo fossero rimasti contenti; pregarono
che volessero rimanere molti giorni con loro, nella
pace pastorale di Bohio, per riposarsi dei loro viaggi
nell'aria e sul mare. Ma no, era impossibile, facevano
rispondere i capi dell'ambasciata. Erano venuti
per conoscere il paese, per chiedere come fosse
grande quell'isola, quanti fossero i villaggi, e quanti
[pg!105]
i re; da chi dipendessero; se su quell'isola, o in
altra terra vicina, imperasse il gran Cane, o il Prete
Janni, od altro monarca; dopo di che, era necessario
che ritornassero alla costa, per dar ragguaglio
di tutto al loro grande almirante, signore dei
mari, ma soggetto egli stesso al più grande monarca
del mondo. Era necessario che partissero:
sarebbero rimasti a Bohio solamente quella notte.
Ma perchè il re di Bohio non sarebbe andato ad
accompagnarli fino alla costa, per conoscere l'almirante,
signore dei mari, che lo avrebbe accolto come
un fratello, e gli avrebbe fatti dei ricchi presenti,
per lui e per i principali uomini di Bohio?

Erano in questi discorsi, quando venne un selvaggio,
probabilmente un servo del re, portando
una cesta intessuta di vimini colorati. In quella
cesta si vedeva una quantità di piccoli arnesi, di
color lionato carico, in forma di fusi. Ma non erano
fusi di legno; parevano di carta, o piuttosto di foglie
disseccate.

—Che roba è?—disse Luigi di Torres.

—Come?—esclamò Rodrigo di Xeres.—Non
lo sapete? Nell'estremo Oriente, nell'India pastinaca,
non c'è nulla di simile? E non vi dà lume di niente
il vostro Beniamino di Tudela?

—Voi scherzate, don Rodrigo!

—Eh, Dio buono, a quest'ora, dovrebb'essere
permesso. Non avete voi pranzato di buon appetito?—

Frattanto avevano presi fra le dita quei fusi, li
palpavano, li guardavano, li fiutavano. L'aspetto
non era brutto; la sostanza cedeva al tatto, come
un composto di foglie secche; l'odore era buono,
ma di un aroma sconosciuto.

Il re, forse per dare il buon esempio ai suoi
ospiti, prese uno di quei fusi, ne introdusse una
[pg!106]
estremità fra le labbra, e accostò l'altra ad un tizzone
acceso che gli porgeva un famiglio. Appiccato
il fuoco a un capo del fuso, il re si mise a tirare
il fiato dall'altro, e incominciò a render fumo dalla
bocca.

—Oh, *taorib!*—esclamò Damiano, che aveva
seguita con occhio curioso l'operazione regale.

L'interpetre di Guanahani spiegò a Damiano e
alla compagnia che quello non era *taorib*, ma si
diceva *kohiba*.

—Siamo lì!—disse Damiano.—E a che serve
quel succhiar foglie accese e dar fumo dalla bocca?

L'interpetre stentava a capire. La frase di Damiano
accoglieva troppi vocaboli nuovi per lui.

—Ti domando,—riprese Damiano,—che cosa
è questa *kohiba*.

—Un'erba,—rispose allora l'interpetre,—un'erba
che scaccia gli spiriti della sera.

—Spiriti?... che sono in corpo?—domandò Damiano,
aiutando le parole col gesto.

Caonec rispose affermativamente. Ma forse intendeva
di spiriti che possono entrare in corpo. Nondimeno,
si trattava sempre di spiriti, e della utilità
grande di mandarli a quel paese.

—Ah!—disse Damiano.—Credo di averne
bisogno ancor io. Vuoi tu accendermi questa *kohiba*,
dolce Samana Taorib?—

La fanciulla non capì le parole, ma il gesto era
eloquente; ed ella appagò il desiderio del suo cavaliere.
Prese il fuso, lo accostò alle labbra, lo accese
al tizzone, e poi lo porse graziosamente a Damiano.

Questi incominciò a guardare devotamente la traccia
umida che le labbra di Samana avevano lasciata
sulla estremità del fuso. E più divotamente accostò
le sue labbra a quella traccia; poi diede la stura
agli inni, rubando frasi ed immagini al Cantico dei
Cantici.

[pg!107]

—*Taorib! Taorib!* Sono dolci i tuoi amori, e il
succo delle tue labbra è migliore del miele. Non
parlo del vino, come termine di confronto, perchè
il vino della *Santa Maria* non è altro oramai che
un cattivissimo aceto, un aceto con sapore di muffa,
neanche buono a condire il cappone in galera. *Taorib!
Taorib!* i tuoi occhi sono due pezzi di lapislazzuli,
in mezzo a cui l'orafo divino ha incastonati
due diamanti purissimi. Il tuo collo è come la
torre di Sion, a cui Davide appendeva le targhe
dei prodi, ed io appenderei una collana di baci. I
tuoi orecchi sono come capriuoli... cioè, no, veramente
non sono i tuoi orecchi; ma, sono capriuoli
egualmente, sebbene non si levino tra i gigli. Ed
io mi levo... mi levo su, leggero leggero, enfiato
come una vela maestra, dal soffio di una legione
di amori.—

Non era più un discorso, quello di Damiano; era
un mormorio; un bisbiglio all'orecchio di Samana,
mentre intorno a loro erano parecchie conversazioni
avviate. Samana Taorib stava a sentire la filastrocca,
come trasognata, cadente dalle nuvole, mentre egli,
sentendosi più leggero che mai, andava con la fantasia
più alto che non dicesse a parole.

—*Taorib! Taorib!*—seguitava egli, balbettando.—Vuoi
tu seguirmi lassù? Ti porto in cielo. Strappo
un par di raggi alla prima stella che passa, e te
ne faccio un diadema; qualche goccia di rugiada
alle nubi, e te ne faccio una collana di perle. *Taorib!*
Samana *Taorib!*...—

Samana Taorib, più confusa che mai da quella
monotonia di suoni deprecativi, volgeva intorno i
suoi grandi occhi d'indaco.

—Caonec!—diss'ella, vedendo l'interpetre seduto
sulle calcagna, a pochi passi da lei.—Cosma
*kohiba nericama?*—

[pg!108]

Damiano incominciava a sentirsi impacciata la
lingua; ma aveva ancor sano l'orecchio.

—Caonec!—diss'egli a sua volta.—Che dice,
la mia bella sovrana?

—Domanda,—rispose Caonec,—perchè il tuo
amico non ha voluto fumare *kohiba*.

—Dille che Cosma odia la *kohiba* come odia le
donne;—rispose Damiano.—Cosma è uno sciocco.

—Cosma *taorib!*—mormorò Samana.

Un'opinione così recisamente espressa, non poteva
piacere a Damiano, che si voltò scorrucciato
alla sua bella vicina.

—Ecco, signora;—diss'egli.—Bisogna distinguere.
Cosma sarà *taorib* finchè vorrai, ed anche
di più. Ma ti prego di credere che nel mio paese,
agli occhi di una donna, non è *taorib* che un uomo
solo. Non mi capisci, Samana? Ora te lo faccio spiegare
da Caonec. O piuttosto, no!...—soggiunse egli,
ravvedendosi.—Non leviamo il velo dell'innocenza
a questa divina creatura. Ella vede che Cosma è
mio amico, e crede farmi un piacer matto, decorandolo
dell'epiteto di *taorib*. Certo, il mio compagno
non è... non è... come si dice il contrario di taorib?
A te, Caonec! Come si dice brutto nella tua lingua?

—*Uruab;*—rispose prontamente l'interpetre.

—Ah sì? *Uruab?* Dovevo immaginarmelo. Dicevo
dunque a questa cara fanciulla che Cosma non è
*uruab*. Tutt'altro! Anzi, la signora Nina lo trovava
*taorib*.... molto *taorib*.... la qual cosa non tolse che
un bel giorno.... Ma già, c'è sempre nel mondo un
*taorib* che è più *taorib* di noi, o sembra tale, e viene a
vogarci sul remo. Ebbene, che cosa dicevo? Samana
Taorib... tu mi guardi?... Cioè, non mi guardi affatto.
Ma il tuo fumo di *kohiba* mi dà maledettamente
alla testa. Caonec! Caonec! dell'acqua... un sorso
d'acqua, ti prego....—

[pg!109]

Caonec corse nella capanna a prendere l'orciuolo,
e ritornò prontamente, per accostarne l'orlo alla
bocca del fumatore giacente.

—Oh bene, grazie, Caonec. È buona, l'acqua; e
noi siamo qualche volta ingiusti con essa. Ancora
un sorso... e un altro.... È tanto buona, che la tracannerei
tutta d'un fiato. Ma dov'è Samana Taorib,
che non la vedo più al mio fianco? Partita! perchè?...
Dell'acqua ancora! E ti prego, raccogline un
poco nel cavo della mano, e spruzzami il viso....
Mi arde la testa, e mi vengono i sudori freddi alle
tempie. Che diavol è? Pigliami tra le braccia, Caonec;
tirami su, a sedere... così! Ma no, tirami su,
del tutto, in piedi... e sorreggimi. Sento che mi si
rovescia lo stomaco. Vorrei passeggiare, Caonec.
Là, dietro a quegli alberi, ci dev'essere più aria.—

Caonec, intelligente selvaggio, obbediva a tutti i
cenni di quel figlio del cielo. Presolo sotto le ascelle,
lo condusse barcollante verso la macchia.

—Che c'è!—domandò Rodrigo di Xeres, vedendo
la scena.

—Niente, don Rodrigo;—balbettò Damiano, tenendosi
lo stomaco, e stralunando gli occhi.—Vado
a prendere un po' d'aria.

—Infatti, siete assai pallido.

—Sfido io... con quella *kohiba!* Ma l'aria fresca
mi farà bene. So un poco di medicina, don Rodrigo,
e penso che potrò liberarmi... da questa oppressura.
Vapori, capite? vapori dello stomaco. Ippocrate dà
dei consigli, in proposito; Galeno raccomanda; e
Celso non contraddice.—

Così dicendo, Damiano si allontanò, appoggiandosi
al braccio di Caonec. Le gambe lo reggevano
male, ma il braccio del suo compagno era saldo.
Così avesse egli avuto saldo lo stomaco! In quella
vece, o Dio liberatore!... Ma è giusto che certe cose
[pg!110]
avvengano, per salutare esempio, se non per edificazione
dei popoli.

Mezz'ora dopo, respirata l'aria fresca della macchia,
risciacquata la bocca e la fronte allo zampillo
di una sorgente vicina, con lo stomaco debole e il
cervello intronato, Damiano ritornò verso la comitiva.
Il sole era tramontato, e la notte si avvicinava
a gran passi. Nell'ombra della sera, e attraverso le
nebbie dei suoi occhi, Damiano vide Cosma che stava
presso l'uscio della capanna. La fanciulla dagli occhi
d'indaco era vicina a lui, e pareva guardarlo
con molta attenzione.

—Samana!—disse Damiano.—Che fai tu qui,
in così stretto colloquio con l'amico mio?

—Cosma...—rispose l'ingenua selvaggia, non
arrossendo neanche, sotto la sua pelle di rame,—Cosma
*taorib!*—

Damiano si morse le labbra. Ma aveva lo stomaco
tanto debole, e il cervello ancora tanto annebbiato,
che non si provò neanche a gridare.

—Ho capito;—mormorò.—Buona fortuna,
Cosma taorib! Io vado a letto. Come si dice letto,
nella lingua di questo popolo agreste? Ah, mi ricordo,
amac. Io dunque vado nell'*amac*... e senza
*taorib*.—

Samana, tutta intenta a guardar Cosma, non diede
neanche retta a Damiano; lo lasciò andare senza
dirgli crepa.

—Ingratitudine delle *taorib!*—borbottò Damiano,
entrando nella capanna.—Ma non diciamo male
delle *taorib*, dopo tutto. Sono così anche le lepri.
Un cacciatore le scopre; un altro le prende.—

Damiano cullava ancora la sua filosofia nel pensile
tessuto di un'amaca, quando venne Cosma a
raggiungerlo.

—Ah sei qua, tu?—gli disse Damiano—Troppo
buono, in verità!

[pg!111]

—Te lo avevo pur detto!—rispose Cosma.—Non
ne ber tanto, di quel liquore. È non ti sei contentato
di bere; hai voluto anche aspirare il fumo
di quell'erba.

—Caro mio, per discacciare gli spiriti della sera.
Avevo un diavolo in corpo. E come sai, un diavolo
scaccia l'altro.

—Quando non restano in corpo tutt'e due.

—No, sai? uno... è andato fuori di certo. Del resto,
cose nuove; e bisogna farci lo stomaco. Ma tu,
caro amico, hai fatto un'opera di carità, venendo a
vedermi. Ed anche un sacrifizio, mi pare.

—Perchè?

—Perchè hai piantata sull'uscio la mia... no, la
tua... infine la nostra Samana Taorib.

—Ma che mia? che nostra? che Taorib?

—Come? e non era poc'anzi con te?

—Eh, sfido! volevi che la scacciassi?

—Non pretendevo questo. Ho detto di averla veduta
con te. E ti chiamava Cosma *Taorib*, la perfida!
Sentiamo, che cos'altro ti ha detto?

—Caro mio, lo vorrei, ma non lo posso. Non
l'ho capita.

—E non hai preso interpetre?

—No.

—Uomo raro! uomo singolare! giuralo.

—Te lo giuro;—disse Cosma, ridendo a suo
malgrado della necessità di un giuramento solenne.—Ma
che, per caso, mi avresti tu preso in iscambio,
credendomi un altro te?

—Caro mio, che cosa vuoi che ti dica? L'uomo
è un animale così irragionevole!

—Parla per te, Damiano.

—È giusto, parlerò per me. Anzi, non parlerò più
affatto. Con tua licenza proverò a dormire.

—È il meglio che tu possa fare;—concluse
[pg!112]
Cosma,—E poichè vedo lì un'altra amaca, ne
prendo possesso, e ti fo compagnia.—

Così dicendo, Cosma pose le mani sull'orlo di una
amaca, librò la persona sulle braccia tese, e con
una abilissima giravolta si gittò di lancio in quel letto
pensile, dove pochi minuti dopo dormiva saporitamente,
con molta invidia del compagno Damiano,
a cui i dolori del capo, l'arsura delle fauci e i vapori
dello stomaco non lasciavano prender sonno.

Ma tutto ha fine quaggiù, anche il mal di capo
e il mal di stomaco. Dormendo interrottamente, sudando
freddo, voltandosi un po' sul fianco destro,
un po' sul mancino, Damiano trovò finalmente il
modo di riposare, aspettando una domani che era
così lenta a venire. A giorno chiaro si svegliò del
tutto, e balzò dall'amaca, al rumore che gli altri
facevano dintorno a lui, essendo alzati già tutti.

Damiano aveva la bocca amara e le ossa peste,
come dopo una febbre quartana. Ma infine, se paragonava
il suo stato d'allora con quello della sera
innanzi, poteva stimarsi abbastanza contento. Lo
stomaco era sempre dubbioso, ma non gli doleva
più. Uscì all'aperto, per prendere davvero una boccata
d'aria; passeggiò un poco sotto i palmizi, e
andò a salutare la fontana, in fondo a quel prato
nascosto, dove aveva corso il risico di rendere
l'anima a Dio, come tant'altre cose alla terra di
Bohio. Al vivo zampillo della fontana si lavò le
mani e la faccia; questa, poi, lungamente, una mezza
dozzina di volte. Avrebbe fatto anche un bagno, se
non avesse pensato che ci voleva troppo tempo a
spogliarsi, mentre Luigi di Torres e Rodrigo di
Xeres parlavano già di rimettersi in cammino, per
ritornare alla costa.

Quando ricomparve nella brigata, era già l'ora
della refezione.

[pg!113]

—Mangiate qualche cosa;—gli disse Rodrigo
di Xeres.—Niente, è più utile d'un cibo moderato,
a rianimare lo stomaco indebolito da un stravizio....
e dalle sue conseguenze.

—A chi lo dite?—esclamò Damiano.—Sono
anche un po' medico. E assaggerò di questa farinata
gialla, che mi pare di ceci.

—Maiz;—disse Caonec—Qui mangiare, là
nascere.—

Indicava, così dicendo, certe pannocchie dorate
di quello che si chiamò poi grano turco; le quali
pannocchie pendevano dalle pareti della capanna.
Insieme con altre sementi di civaie, che gli ambasciatori
avevano raccolte, per portarle alla costa.

Il pasto fu leggero, ed anche breve; Damiano non
innaffiò la sua farinata di maiz che con sorsate di
acqua pura. Finalmente, gli ambasciatori si alzarono,
per prendere congedo dai loro ospiti di Bohio.
In due grandi ceste di vimini, ricambiate con le
solite perline di vetro colorato e sonagliuzzi di
rame, avevano fatti riporre i saggi della agricoltura
di Bohio; e i naturali del luogo vi aggiunsero
una discreta quantità di bambagia, che traevano da
un fiore, non coltivato nei campi, ma facile a trovarsi
dovunque nello stato salvatico. Era, come immaginate,
il cotone. E i naturali dell'isola conoscevano
l'arte di filarlo, per tesserne le loro amache
non solo, ma ancora i manti di cui le donne più
ragguardevoli si adornavano le spalle, e le *pernague*,
o pannicelli, che tutte si giravano intorno ai fianchi.

Insieme con le ceste di vimini, che erano confidate
alle cure dei due interpetri, gli ambasciatori
dell'almirante portavano un carico meno pesante,
ma egualmente voluminoso, di utili notizie, raccolte
a fatica, e forse non tutte dirittamente intese,
sulle condizioni dei luoghi. Sapevano, per esempio,
[pg!114]
che in quell'isola, detta di Cuba, erano molti i villaggi,
ognuno col suo re, detto *cacìco;* potevano
riferire con certezza all'almirante che quei villaggi
erano tutti, dal più al meno, come quello di Bohio,
e che non era a sperare di trovarci il gran Cane,
nè il Prete Janni, nè altri segni di dominio orientale,
nè perle, nè oro, nè spezierie. Queste ricchezze,
per altro, dovevano ritrovarsi a staia, molto più
lungi di là, verso ponente, in un'isola, o terra, che
i naturali di Bohio chiamavano col nome di Babeque.

O Babeque, o isola fantastica come quella di San
Brandano, cercata inutilmente come quella di Cipango,
voi avete fatto perdere un tempo prezioso
al signor almirante del mare Oceano. E siete rientrata
nel gran limbo delle cose vane, senza che i
posteri siano mai venuti a capo di sapere che diavolo
intendessero di accennare, pronunziando il
vostro riverito nome, i naturali di Cuba.

—Ed ora, amici, in cammino!—aveva detto
Rodrigo di Xeres.—Bisognerebbe esser domani
alla costa, per non tenere in ansietà il nostro signor
almirante.—

Il cacìco e i principali della tribù accompagnarono
l'ambasciata per un buon tratto di strada. Le
donne, affollate all'ingresso del villaggio, piangevano
sulla partenza dei figli del cielo.

Damiano vide tra quelle donne, e in prima fila,
quella perfida Samana, che lo aveva lasciato solo
a combattere coi fumi della *kohiba*, andando a chiamare
*taorib* il suo amico e fratello Cosma. Stette
saldo, vedendola, e guardò davanti a sè, fingendo
di non averla veduta.

Le donne si accalcavano intorno agli ambasciatori,
baciando loro le mani. Samana approfittò di
quella confusione per accostarsi a Damiano.

[pg!115]

—Damiana!—gli disse, guardandolo con aria
compunta.

—Damiana!—ripetè egli, sardonico.—Cambiami
ancora il sesso, satirica donna, che me lo
son meritato.

—Damiana.... *taorib!*—ripigliò Samana con voce
carezzevole.

—Troppo tardi, fanciulla!—rispose egli inflessibile.—Ma
se *taorib* vuol dire imbecille, tu hai
sicuramente ragione.—

Così dicendo, Damiano levò il braccio, come se
volesse darle la sua benedizione, o mandarla a farsi
benedire altrove; e proseguì la sua strada.

[pg!116]


.. toc-entry:: VII. Si cerca Babeque, si smarrisce la Pinta, e si ritrova Haiti.

:small-caps:`Capitolo VII.`
===========================

Si cerca Babeque, si smarrisce la Pinta, e si ritrova Haiti.
------------------------------------------------------------


L'almirante aveva spesi utilmente quei giorni di
aspettazione, facendo tirare a terra e spalmare la
*Santa Maria*, che incominciava a sentire il bisogno
di essere racconciata. L'opera dei calafati era
a mala pena finita, e la caravella in pronto per navigare,
quando ritornarono i messaggeri alla costa,
e riferirono al comandante supremo tutto ciò che
avevano veduto nel loro viaggio entro terra. Era
quel giorno il 5 novembre. E perchè la freschezza
delle notti faceva preveder vicino l'inverno, l'almirante
deliberò di non avanzarsi troppo verso settentrione,
e di non fermarsi più a lungo in così
povere contrade.

Per altro, innanzi di salpare le áncore dal *Rio
de los Mares*, comandò che si prendesse qualche
naturale dell'isola di Cuba, avendo in animo di condurre
d'ogni isola visitata qualche abitante in Castiglia.
Furono presi così dodici naturali, tra uomini,
donne e fanciulli. Le navi erano già alla vela,
quando si accostò in una piroga un selvaggio, chiedendo
[pg!117]
di essere preso a bordo egli pure. Marito di
una delle donne prese dagli Spagnuoli, padre di due
fanciulli che con la madre erano stati condotti alla
nave, il poveraccio non vedeva che cosa avrebbe
potuto far egli a terra, lontano dalla sua famigliuola.
L'almirante lo accolse festosamente, e comandò che
fosse trattato, egli e i suoi, con ogni cortesia. Così
contenti tutti, si uscì dalla foce del fiume, nella giornata
del 12, muovendo verso levante, alla ricerca
dell'isola di Babeque.

Fu un grave danno per lui, quella illusione di
Babeque. Se avesse volta la prora a ponente, e seguitato
il suo consueto cammino, avrebbe toccate
le coste della Florida; od anche, seguitando a costeggiare
l'isola di Cuba, nel rombo di libeccio,
avrebbe incontrate le sponde opposte dell'Yucatan,
così facendo nel suo primo viaggio la scoperta del
Messico, cioè della più ricca e della più incivilita
contrada del nuovo mondo.

Ma per allora, seguendo le indicazioni dei naturali
di Bohio, egli andò a cercare Babeque, la irreperibile
Babeque. Le navi avevano appena pigliato
il largo, che incominciò a soffiare il vento di tramontana,
e così fresco, da consigliare una poggiata
verso l'isola di Cuba. La spedizione entrò allora fra
alcune isolette, le quali sorgevano in vicinanza di
un gran porto, a cui Cristoforo Colombo impose il
nome di porto del Principe. Egli spese qualche giorno
a visitare coi suoi palischermi il grazioso arcipelago,
a cui diè nome di Giardino del Re. Erano
quelle isole così fitte e vicine, che dall'una all'altra
non era più d'un quarto di lega; e tanto erano profondi
i canali, le rive così adorne di alberi e di erbe
così verdi, che niente si sarebbe potuto immaginare
di più bello. Tutte quelle isole erano vuote di abitanti;
eppure ci si vedevano tracce di molti fuochi
[pg!118]
di pescatori. Sicuramente, a quelle isole andavano
i naturali di Cuba, per attendere alla pesca; la qual
cosa si seppe poi con certezza, insieme con altre
particolarità, che importano poco al nostro racconto,
e che per amore di brevità si ommettono.
Ce ne sappia grado il lettore.

Il 19 dicembre, che fu un lunedì, l'almirante salpò
nuovamente dal porto del Principe, ripigliando il
suo cammino verso la fantastica Babeque. E seguitava
a cercarla il 21, quando Martino Alonzo Pinzon,
seccato di cercare Babeque in compagnia dell'almirante,
si mosse per suo conto alla ricerca di una
isola nuova, che i naturali a bordo della *Pinta* chiamavano
Bohio, come i villaggi dell'interno di Cuba.
Evidentemente, con quel nome di Bohio indicavano
la casa, o un ceppo di case; un luogo abitato, insomma.

Vedendo la *Pinta* allontanarsi verso levante, Cristoforo
Colombo la richiamò coi segnali d'uso. Ma
la *Pinta* non fece caso dei richiami, e andò innanzi
per tutto il resto della giornata. Sopraggiunta la
notte, l'almirante fece serrare alcune vele, e appiccar
lanterne all'albero di maestra, pensando ancora
che la *Pinta*, ottima veliera, lo avrebbe raggiunto;
ma invano. La *Pinta* non ritornò; allo spuntar del
giorno si era dileguata del tutto.

Che voleva dir ciò? Noi sappiamo che i racconti
di un selvaggio, accennando ad una ricchissima regione,
avevano abbagliato il Pinzon. Ma senza sapere
di ciò, l'almirante pensava dirittamente dell'altro;
pensava ad esempio che Martino Alonzo
non era il più obbediente degli uomini e sopportava
con impazienza l'autorità del comandante supremo.
E sospettava, per conseguenza, di qualche
brutto disegno. Il Pinzon voleva, arrogandosi un
comando separato, procurare a sè vantaggi separati;
[pg!119]
oppure egli faceva conto di ritornarsene in
Ispagna, per usurpare al comandante supremo l'onore
delle fatte scoperte.

La lentezza della *Santa Maria* non permetteva
d'inseguire la *Pinta*. Cristoforo Colombo, che già
tante contrarietà aveva dovuto sopportare e tanti
affronti mandar giù, ricacciò il suo giusto sdegno
nel fondo dell'animo; e seguitò a veleggiare lungo
la costa di Cuba. Gli occorse anzi di ritrovare un
bel porto, e di ancorarvisi, per fornirsi d'acqua e
di legna. In quel porto, che egli chiamò di Santa
Caterina, vide alla foce d'un fiume alcune pietre
che avevan mostre d'oro; e le montagne tutto intorno
erano vestite di pini così alti, che se ne potevano
far alberi per grosse navi.

Ma non era tempo d'indugiarsi. La tarda *Santa
Maria* e la tardissima *Nina* ripigliarono il viaggio:
toccarono un altro porto, che fu chiamato porto
Santo, e di là volsero alla punta orientale di Cuba,
che prese il nome di Alfa ed Omega. Laggiù, mentre
correva bordeggiando, incerto della via da prendere,
l'almirante scoprì a scirocco una nuova terra:
e questa a grado a grado si mostrava più chiaramente,
innalzandosi le sue alte montagne a foggia
di piramidi, sulla linea dell'orizzonte, ed annunziando
un'isola di grande estensione.

I naturali di Guanahani e di Cuba, che erano a
bordo della *Santa Maria*, vedendo quell'isola in
lontananza gridarono: Bohio! Quando videro che
l'almirante faceva drizzar la prora a quella volta,
diedero segni di gran terrore, e lo supplicarono di
mutar cammino, assicurandolo che gli abitanti erano
feroci e crudeli. Parve anzi di capire dai discorsi
dell'interpetre che fossero antropofagi e che avessero
un occhio solo nel mezzo della fronte. Davvero,
in quel maraviglioso viaggio del navigator
[pg!120]
genovese, un po' d'Odissea non guastava, e Polifemo
ci ritrovava il suo posto.

Il vento si era voltato contrario; nè osando far
vela nella notte per quei mari sconosciuti, l'almirante
spese due giorni intieri per arrivare alla temuta
isola di Bohio. Ma egli potè lungamente ammirarla,
in mezzo alla trasparente atmosfera dei
tropici. Le sue montagne erano più alte e rocciose
di quante egli ne avesse vedute in quell'isole; per
contro, sorgevano dal verde cupo di fitte boscaglie
le ridenti colline; e le verdeggianti praterie che la
circondavano, i segni di coltura che offrivano le
pianure, i fuochi innumerevoli che si vedevano
brillare nella notte, le colonne di fumo che di giorno
s'innalzavano al cielo, davano indizio di un popolo
numeroso e felice. Tale si offerse Bohio, o per chiamarla
col suo vero nome, Haiti, agli occhi dell'almirante
e del suo equipaggio.

Egli era partito dal capo Alfa ed Omega la mattina
del cinque di dicembre. Non toccò la punta occidentale
della nuova isola che nella sera del sei.
Approdò ad un porto, a cui diede il nome del santo
di quel giorno, san Nicolò; nome che i posteri hanno
conservato a quel sorgitore, spazioso e profondo,
attorniato di alberi d'alto fusto, molti dei quali erano
carichi di frutti.

Verso il fondo del porto si stendeva una vasta
pianura, irrigata da un'acqua limpidissima. Nel porto
si vedevano cinque piroghe, grosse come fuste spagnuole,
di quindici banchi ciascuna. Sicuramente
erano villaggi in vicinanza; ma i naturali, alla vista
delle navi straniere, erano tosto fuggiti alla macchia.

Non potendo aver pratica con quella gente, l'almirante
fece rimettere alla vela, seguendo la costa
verso tramontana, finchè giunse ad un altro porto,
da lui chiamato della Concezione. Anche in quel
[pg!121]
porto metteva foce un piccolo fiume. La costa abbondava
di pesci, molti dei quali saltavano perfino
nei palischermi. E perchè la più parte di quei pesci
somigliavano a quelli delle coste di Spagna, e perchè
parve di udir dai boschi vicini il gorgheggio
del solito rosignuolo di Andalusia, e perchè l'aspetto
dei monti e delle colline ricordava anch'esso la
terra dond'erano partiti i navigatori animosi, l'isola
ebbe il nome nuovo di Spagnuola, innanzi che fosse
conosciuto il suo vero nome di Haiti.

Erano nel dintorni del porto le tracce d'una grossolana
coltura; ma non si vedevano abitanti, perchè
tutti erano fuggiti all'arrivo degli stranieri. Quattro
o cinque ne furono veduti in una radura del
bosco, che stavano spiando i nuovi venuti; si
diede loro la caccia, ma non fu possibile raggiungerli.

Desiderando l'almirante di entrare ad ogni modo
in relazione coi naturali dell'isola, mandò sei uomini
bene armati in esplorazione. Trovarono essi dei
campi coltivati, delle tracce di sentieri, delle eminenze
con avanzi dì carbone e di cenere; ma gli
abitanti impauriti si erano sempre tenuti lontani da
loro. Non era molto, ma bastava a convincere l'almirante
che la popolazione dell'isola fosse abbastanza
numerosa. Quei fuochi che egli aveva veduti
risplendere la notte innanzi, e di cui erano state
ritrovate le vestigie, ricordavano ciò che si sapeva
per tradizione in Ispagna, dei fuochi accesi nelle
montagne dal popolo cristiano, al tempo della invasione
degli Arabi, per avvertire gli abitanti del
piano di fuggire quanto più potessero lontani dal
lido minacciato.

Era il 12 dicembre, quando Cristoforo Colombo
piantò solennemente una croce, sopra un poggio
all'ingresso del porto, per dinotare che ne aveva
[pg!122]
preso possesso. Cosma e Damiano, che passeggiavano
allora in quelle vicinanze, scopersero sul confine
di una macchia vicina un gran numero di naturali.
Data la voce ad alcuni compagni, e tosto seguiti
da essi, corsero sulle tracce di quella gente,
che si era data, come potete immaginarvi, alla fuga.
Non impediti da drappi, nè da falde, quei naturali
guadagnarono facilmente terreno, e non furono potuti
raggiungere. Ma la fortuna arrise a Damiano,
che era più innanzi dei compagni, e potè metter la
mano sopra una giovane donna, rimasta ultima
dello stuolo fuggitivo.

Confessiamo, per amore di verità, che Damiano
da principio non pensò al sesso della sua preda.
L'aveva abbrancata e la teneva forte. Ma alle strida
di lei, riconobbe di aver sotto l'unghie una donna.
E senza lasciarla tuttavia, la strinse un po' meno,
cercando in quella vece di chetarla, con quel po' di
lingua selvaggia che aveva imparata.

Quel poco, per altro, era pochissimo; una sola
parola.

—*Taorib!*—le disse.—*Taorib!*—

La donna seguitava a divincolarsi, ma inutilmente.
Del resto, sopraggiungevano i compagni di
Damiano, a prestargli man forte.

—Per caso,—disse Cosma all'amico,—avresti
ritrovata Samana?

—Eh, qualche cosa di simile;—rispose Damiano.—Ma
il diavolo mi porti, se ricasco nelle
sue tentazioni.—

Pure la donna era giovane e graziosa. Era nuda
affatto, il che augurava male del grado di civiltà
dell'isola Spagnuola. Ma essa portava sospesa alle
narici una piastrella d'oro, e questo faceva sperare
che il prezioso metallo fosse comune in quell'isola.
Una miniera d'oro valeva bene uno stato di civiltà.
[pg!123]
Così almeno si ragionava allora, e il narratore non
ci mette del suo nè sal nè pepe.

La bella conquista fu portata in trionfo a piè
della croce. Colà il suo spavento fu presto calmato
dagli interpetri, e più dal benigno aspetto e dagli
umanissimi gesti dell'almirante; il quale tosto ordinò
che la bella sbigottita fosse coperta d'un manto,
le diede anelli di rame da mettersi alle dita, una
collana di perline di vetro e dei piccoli sonagli da
mettersi al collo. Eva fu prontamente tranquillata.
L'avevano ornata di bei presenti; la rimandavano
libera: l'avevano chiamata *taorib*.

—*Taorib!* si, *taorib!*—le andava ripetendo Damiano,
mentre ella si allontanava.

Ed ella si allontanava lentamente; o fosse, come
credette Damiano, perchè non le dispiacesse quel
complimento, o perchè al suo cuore riconoscente
piacesse meglio mostrare con la lentezza del ritorno
che era grata delle buone accoglienze ricevute.

—Accompagnatela;—disse l'almirante agli interpetri.—Forse
troverete modo di parlare agli
uomini della tribù.—

Tre degli interpetri obbedirono al comando.

—Signore,—disse Damiano,—volete che l'accompagni
qualcun altro di noi?

—Fatelo, se vi pare. Io non pensavo di darne
incarico a voi, immaginandovi stanchi della corsa
già fatta.—

Damiano volse un'occhiata a Cosma, invitandolo.

—Io verrei;—gli disse Cosma, muovendosi;—ma
non mi farai tu assistere a qualche altra
follia?

—Uomo di poca fede,—rispose Damiano,—ti
ho detto che non ricascherò in tentazione. E voglio
averti per testimonio della mia maravigliosa
[pg!124]
virtù. In questo momento, poi, mi ricordo di Scipione
in Ispagna.—

La donna, vedendosi seguire da tanti, incominciava
a pentirsi di essere andata troppo lenta. Ma
gl'interpetri furono solleciti a chetare i suoi timori;
ed ella si mostrò contenta di ritornare al suo villaggio
così bene scortata, con quel manto da regina
sulle spalle.

Damiano, in quella spedizione, mantenne la parola
che aveva data al compagno. Non fece gli occhi
teneri alla bella selvaggia; si contentò di chiamarla
un centinaio di volte *taorib*.

—Parole,—diceva egli a Cosma,—parole che
si dicono, e il vento se le porta. È sempre bene
dire ad una donna che ella è *taorib*, anche se una
piastrella d'oro sospesa alle nari le sforma un pochettino
la faccia. Ella ritorna a casa sua, vede le
amiche, s'intrattiene di cento cose con loro, e trova
sempre modo di ricordar loro quel gentil cavaliere
che le ha detto tante belle cose, magari dicendogliene
sempre una sola.

—Ah, furfante di tre cotte!—esclamò Cosma,
ridendo.—Così ti disponi tu a non ricadere in
tentazione? preparandoti il terreno in guisa che
tutta una popolazione femminile s'innamori di te?
Vuoi dunque conquistare tutti i teneri cuori del
nuovo mondo?

—Sì, dammi la soia!—rispose Damiano.—Sei
tu, Cosma *taorib*, che puoi parlarmi così? tu, che
appena saremo al villaggio, mi vogherai bravamente
sul remo?—

Con grande soddisfazione di Damiano, che era
fresco di malattia e non voleva far ricadute, non fu
il caso che l'amico gli vogasse, anche involontariamente,
sul remo. Sopraggiunse la sera, senza
che avessero ritrovato il villaggio. Non volendo
[pg!125]
avventurarsi in piccol numero, e di notte in quei
luoghi sconosciuti, pensarono di ritornare alla costa.
La selvaggia, del resto, aveva veduto compagni
sulle balze vicine; poteva ritornarsene insieme
con loro al villaggio. Fu salutata, ossequiata, pose
le mani sulla testa di tutti, in segno di riverenza e
di fede, si sentì chiamare un'altra volta *taorib*, e
mezzo sorridente, mezzo piangente, si separò dai
suoi cavalieri.

L'almirante vide a tarda sera ritornare i suoi uomini.
E facendo assegnamento sul buon effetto che
avrebbe dovuto produrre sui naturali il racconto
della donna così prontamente rimandata libera e
tanto onorata da tutti, pensò di mandar gente nell'interno
dell'isola. Nella mattina seguente egli scelse
adunque nove uomini, comandò che si armassero
a dovere, e li spedì per la via di cui già avevano
fatta una parte, a rintracciare il villaggio.

Damiano, si capisce, era del numero; e Cosma
non poteva non accompagnare Damiano. Un naturale
di Cuba fu aggiunto al drappello, per servire
da interpetre.

Il villaggio fu ritrovato, a quattro leghe e mezzo
dalla costa, e sulle sponde di un gran fiume. Conteneva
un migliaio di capanne; ma tutte deserte,
essendone fuggiti gli abitanti al primo apparire degli
Spagnuoli. Per altro, non erano andati molto
lontano; parecchi ne furono veduti ronzare tra gli
alberi, in prossimità del villaggio, e come in vedetta,
per dare avviso d'ogni novità ai loro compagni.

Ad essi, per consiglio di Cosma, che capitanava
il drappello, andò solo soletto l'interpetre. Trattenendoli
coi gesti e con la voce amica, li raggiunse,
parlò, e riuscì a persuaderli, discorrendo a lungo
della bontà dei figli del cielo, che viaggiavano il
[pg!126]
mondo, facendo ricchi donativi a tutti, e male a
nessuno.

Si erano affollati in cento a sentirlo; crebbero a
mille, mentre egli parlava; In duemila lo seguirono
al villaggio, circondando i nove Spagnuoli, ma rispettosamente,
sapendoli figli del cielo, e immaginando
forse che quegli esseri soprannaturali, scesi
dalla patria della folgore, potessero sprigionare da
un momento all'altro scintille ed atterrarli a diecine.

A poco a poco, vedendoli così buoni, che si lasciavano
ammirare, e rivolgevano loro occhiate
amorevoli, si addomesticarono del tutto. I più vecchi
giunsero perfino all'atto di metter le mani sulla
testa degli uomini bianchi; il che, come sapete, era
segno di onore grandissimo, come di confidente
amicizia per gli stranieri, e di buon augurio per sè.
Quindi, sparpagliatisi per le case e pei campi, ritornarono
in piazza con frutti, radici e pane di
cassava. Vollero ancora che visitassero le loro capanne,
portandoci la benedizione del cielo, e li pregavano
di rimanere a lungo loro ospiti. Udito dall'interpetre
che amavano i pappagalli, ne recarono
molti addomesticati. Non oro, ahimè, non oro, che i
figli del cielo anteponevano ai pappagalli. Salvo quelle
piastrelle che taluni di essi, specie le donne, portavano
sospese alle nari, non avevano in casa altro
saggio del prezioso metallo. Ma lasciavano intendere
che la terra dove si raccoglieva l'oro, giaceva
più oltre a levante. Era un'altra parte dell'isola?
era un'altra isola a dirittura, o un continente lontano?
Era povero ancora il vocabolario, più povera
la sintassi dell'interpetre; e quel punto difficile non
fu potuto chiarire lì per lì, come avrebbero desiderato
i figli del cielo.

Gl'indigeni di quel villaggio erano dei più belli,
per regolarità di fattezze e proporzione di membra,
[pg!127]
che i cristiani avessero veduti fino allora nelle
isole scoperte. Avevano pure la pelle più bianca
degli altri. Apparivano anche singolarmente felici,
poichè la terra ferace produceva quasi senza coltivazione
la maggior parte dei loro alimenti; i fiumi
e le rive del mare davano pesce in gran copia. Tutto
avevano comune, la terra del pari che l'acqua ed
il sole; i loro frutteti, come i lor boschi, non si vedevano
circondati da fossi, nè divisi da stecconate,
nè protetti da muri. Vivevano senza leggi, senza
giudici, senza uscieri e senza gendarmi, riguardando
siccome malvagio chi si compiacesse di far
male altrui, nè avendo altra cura fuor quella di vigilare
la riproduzione delle radici di jucca, donde
ritraevano il pane. Non era sconosciuta ad essi la
poligamia, poichè assegnavano venti donne al capo
della tribù; ma ognuno di loro pareva contentarsi
di una. E non difettavano d'idee filosofiche, nè di
credenze religiose. Stimavano esser l'anima immortale,
e pensavano che, dopo la morte del corpo, ella
andasse per boschi e montagne, vivendo eternamente
collegata alla sua patria terrena, nel fondo
delle caverne. Queste, perciò, avevano un culto, essendo
riguardate con superstiziosa venerazione. E
quelle voci che rispondono alla nostra nei luoghi
solitarî, dalla cavità delle grotte, dalle pareti dei
massi, erano, secondo loro, le anime dei trapassati.
Vita bucolica, religione poetica, come vedete.

Mentre i nove Spagnuoli stavano ragionando coi
naturali del villaggio (per intromissione dell'interpetre,
quasi non sarebbe mestieri di dirlo), videro
avvicinarsi un numeroso stuolo d'indigeni, che portavano
una donna sulle loro spalle, come in trionfo.

—La regina!—disse Damiano.

—Sì, piglia fuoco, bombarda!—fu pronto a ribattergli
Cosma.

[pg!128]

—Eh, se sarà degna dei nostri omaggi, perchè
no? Ne ho pensato una, sai? L'altra volta, caro mio,
mi hai sconfitto facilmente, avendo io bevuto troppo
di quel maledetto liquore, e sorbito quell'altro veleno
nel fumo dell'erba magica, o che altro diavolo
fosse. Ma questa volta, per tua regola, non berrò
che acqua, non accosterò *kohiba* alle labbra, e ce la
vedremo, mio caro!—

Cosma ascoltava e sorrideva, di quel suo sorriso
malinconico che non iscopriva i segreti dell'animo,
ma li lasciava intravvedere, e faceva di lui un personaggio
singolare in mezzo a quella numerosa famiglia
di poveri naviganti.

Il drappello si era avvicinato, e i due amici riconobbero
nella creduta regina la giovane donna
che avevano fatta prigioniera il giorno innanzi e
poi ricondotta a mezza strada verso il villaggio.
Coperte le spalle del suo manto dai vistosi colori,
cinta il collo dei sonagli e delle perline di vetro che
le aveva donato l'almirante, ella veniva tutta sorridente
e felice su quel suo cocchio improvvisato. Il
marito di lei precedeva il drappello, e fu molto contento
di aver lì pronto un interpetre, per fare un
lungo discorso, in cui esprimeva la sua profonda
riconoscenza per la bontà che i figli del cielo avevano
dimostrata verso sua moglie.

Una buona parola non è mai sprecata. Damiano
ebbe il premio di quella che aveva detta tante volte
alla giovane selvaggia; lo ebbe sentendosi da lei
chiamare per nome. Era il nome con cui essa lo
aveva sentito chiamare dagli amici, e non lo aveva
dimenticato.

—Damiano!—gli disse;—Damiano!—

E pareva contenta di rammentarlo; più contenta
di dimostrargli che lo aveva ritenuto.

—Ah! sia lodato il cielo!—mormorò Damiano.

[pg!129]

—Questa, almeno, non mi cambia il sesso. Buon
giorno, *taorib*!—soggiunse ad alta voce, facendole
con la mano un grazioso saluto.

—Ella sa il tuo nome;—gli disse Cosma all'orecchio.—Chiedile
almeno il suo.

—A qual pro?—disse Damiano.

—Ma, che so io? Per ricordartene.

—E domandiamo il suo nome:—riprese Damiano.—Cusqueia!—

Il naturale di Cuba, che si chiamava così per lo
appunto, si volse.

—Come si chiama quella *taorib*? Domandalo.—

L'interpetre contentò subito il desiderio di Damiano;
poi ripetè il nome che gli aveva detto la donna:

—Caritaba.

—Onore a Caritaba!—disse allora Damiano.

E levatasi una rossa fascia di lana che portava
in cintura, la porse a lei in presente. Caritaba ringraziò,
battendo le palme e saltando.

Era giunta l'ora di lasciare il villaggio. I marinai
volevano essere prima di notte alla costa. Saputo
della loro risoluzione, tutta la tribù si diede a gemere,
a guaiolare, come se fosse accaduta una
grande sventura.

Ma poco valevano i pianti. Il destino era quello.
*Fata trahunt*, avrebbe potuto dir loro Damiano, che
sapeva di latino. Ma a qual pro', se i naturali di
Cuba non capivano il latino?

Il drappello si pose in cammino, accompagnato
dal saluti, dai gemiti, dalle acclamazioni di tutta la
tribù. Era un tumulto assordante, aggravato ancora,
se pur ce ne fosse stato bisogno, dalle grida dei
pappagalli, che gli Spagnuoli dovevano portare con
sè, per non aver aria di sgradire i donativi di quell'ottima
gente.

—E tacete, che il diavolo vi porti, animali molesti,
[pg!130]
nemici dell'uomo!—gridava Damiano.—Se
almeno si capisse il vostro linguaggio!

—Tu non hai pazienza;—gli diceva Cosma.

—Ne ho, perdincibacco, ne ho quanto occorre;—rispondeva
Damiano.—Ma queste bestie maledette,
la farebbero perdere a Giobbe.

—Ah sì! bell'esempio che tu porti! un uomo che
si lagnava dalla mattina alla sera, e dalla sera alla
mattina.

—E credi che non ne avesse ragione? Vorrei vederti,
con quel po' po' di disgrazie e di guidaleschi
addosso! e con quella razza di amici! e con quella
donna, poi! Felice te, Cosma, che non hai preso
moglie!...—

Il viso di Cosma si rabbuiò, a quel discorso di
Damiano.

—Scusami, sai;—ripigliò Damiano, vedendo, o
piuttosto indovinando l'effetto delle sue parole.—Volevo
dire: felice te, che di amici chiacchieroni
non ne hai alle costole che uno.

—E lo amo, e son lieto di avercelo;—disse
Cosma, stendendogli la mano.

Si erano fermati un istante, alla svolta del sentiero,
per mandare un ultimo saluto alla tribù, che
era tutta quanta affollata all'ingresso del villaggio,
in atto di contemplare i figli del cielo.

—Che è?—disse Cosma.—Uno dei naturali
viene verso di noi, correndo come una lepre.

—Che cosa vorrà?—disse Damiano.—E che
diavolo porta egli in mano? Qualche cosa di verde.
Una foglia di palma, forse? A te, che hai un occhio
di lince, e l'altro di falco; vedi un po' tu.

—Povero Damiano!—esclamò Cosma, non potendo
trattenere un sorriso.—Sta a vedere che quella
palma è per te! Infine, non hai tu trionfato? e non
la meriti? Ma pur troppo, amico mio, non è una
[pg!131]
foglia di palma. Tura gli orecchi, Damiano; è un
pappagallo.

—Che il diavolo si porti anche quello;—gridò
Damiano.—Ma perchè poi dovrebbe essere destinato
a me? Non sei tu il capo della spedizione? I
donativi vanno al comandante, mi pare.—

Il naturale si avvicinava. Quella sua pelle color
di rame non permetteva agli Europei di riconoscerlo.
Ma bene lo distinse l'interpetre.

—Marito a Caritaba;—diss'egli.

—Che cosa ti dicevo io?—mormorò Cosma all'orecchio
di Damiano.—È il marito della bella: ti
porterà un ultimo saluto di lei.—

Era infatti il marito dell'indiana, a cui erano state
fatte tante buone accoglienze il giorno innanzi, e
tanta festa un'ora prima. Veniva egli con un pappagallo
nel pugno; e giunto alla presenza degli Spagnuoli,
guardò un poco nel crocchio, per cercare il
suo uomo; lo ritrovò, diede un grido, e gli offerse
il pappagallo, dicendo con breviloquenza spartana:

—Caritaba.... Damiano.

—Cari....—balbettò Damiano, confuso.

—Caritaba;—gli rispose una voce.

Ma non era la voce dell'indiano; era la voce del
pappagallo.

—Diciamo dunque Caritaba;—conchiuse Damiano,
rassegnandosi.—E tu, Cusqueia, sapientissimo
tra gli araldi, chiedi a questo ottimo naturale
per qual ragione abbia portato a me un così maraviglioso
presente.—

L'interpetre capì ad un bel circa il pensiero di
Damiano. E parlò al marito di Caritaba; ne ebbe
la risposta, e la riferì prontamente a Damiano.

—Caritaba,—diss'egli,—contenta dono Damiano.
Figli del cielo amare bestie parlanti. Caritaba
mandar bestia parlante Damiano.

[pg!132]

—Grazie!—rispose Damiano, commosso, ma
non fino alle lagrime.—Dica quell'ottimo naturale
alla sua dolce metà che io terrò questo pappagallo
sul mio cuore, finchè mi duri la vita.—

L'interpetre capì quel che potè, disse quel che gli
parve meglio, e fece saltare quell'altro dalla gioia.

—È contento vedi? è contento;—rispose Damiano.—Ma
già, quell'ottimo naturale ha il suo segreto
in corpo. Egli ha letto Plutarco, e sa il motto
di Temistocle: a nemico che fugge, ponte d'oro.—

Il marito della bella indiana levò le mani, salutando;
fece una giravolta da ballerino, e prese il
volo verso il villaggio.

—Guarda,—disse Cosma,—guarda come è
bene arnesato.

—Arnesato, di che? Mi par nudo.

—Non vedi? Ha la tua fascia rossa alle reni.—

Damiano guardò, e riconobbe la fascia che egli
aveva donata un'ora innanzi alla bella Caritaba.

—Ah figlio di cane! e cane egli stesso!—gridò.—Ma
quell'altra.... quell'altra, che gli ha ceduto il
mio regalo!

—Caro mio, non accusare quella povera donna.
Non avrà potuto rifiutarlo ad una domanda del suo
signore e padrone. Quella fascia, del resto, era arnese
da uomini; doveva andare ad un uomo. Egli
ha veduto che tu la portavi in cintura; l'ha voluta,
e l'ha messa anche lui in cintura.

—O giù di lì!—disse Damiano.

—Ma di che ti lagni, uomo incontentabile?—riprese
Cosma.—È venuto ancora a portarti il
cambio del tuo presente; il pappagallo, la bestia
parlante....

—Cosma!—brontolò Damiano.—Giobbe aveva
parecchi amici; tre, se io ricordo bene la Sacra
Scrittura. Ma io ne ho uno, che fa per trenta.

[pg!133]

—Mi rinchiudo nel mio guscio,—rispose Cosma,—e
non ti dico più nulla.—

Damiano se ne ritornò verso la costa, tenendo
sul pugno il suo pappagallo, che di tanto in tanto
gli veniva ripetendo:

—Caritaba!

—Sì, Caritaba! e aggiungi anche *taorib*, bestia
malnata!—borbottava Damiano.—Io dunque ti
porterò in Europa, perchè tu m'introni sempre gli
orecchi, con quel tuo Caritaba?

—Senti,—si provò a dirgli Cosma,—ora tu
sei maravigliosamente ingiusto. Vorresti dunque
che egli ti dicesse.... Samana?

—Ah sì, non ci mancherebbe più altro;—rispose
Damiano.—Ma infine, tu mi ci fai pensare:
qui non è tutto male. Caritaba val meglio di Samana;
alla Spagnuola è scongiurata la mala sorte
di Bohio. Mi dirai che mi contento di poco. Ebbene,
che fa? Uno sguardo, una parola, un pensiero, un
ricordo; ecco l'amore.

—Caritaba!—gracchiò il pappagallo.—Caritaba!

—O senti, tu! non potresti cambiarmela, una
volta tanto, la musica?—gridò Damiano, seccato.—Dirmi,
per esempio, Caratiba? Carabita? Catariba?
Ah sì, perbacco, Catariba. È quasi come dir
Catarina; non è vero, Cosma?—

Cosma non rispose più sillaba. Si era per davvero
rinchiuso nel suo guscio.

Quella sera, udita la relazione de' suoi messaggeri,
Cristoforo Colombo depose la speranza, o l'illusione,
di essere pervenuto ai confini orientali del
Cattaio, e di dover mai, per quel viaggio almeno,
usare della scienza poliglotta di don Luigi de Torres.

Selvaggi, selvaggi, ancora, selvaggi sempre. Terra
vergine, adunque: e non era la realtà più bella del
sogno?

[pg!134]


.. toc-entry:: VIII. Nel quale si ripete su per giù la medesima storia.

:small-caps:`Capitolo VIII.`
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Nel quale si ripete su per giù la medesima storia.
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Dobbiamo noi raccontare partitamente ogni cosa?
riferire ogni particolarità del viaggio di Cristoforo
Colombo? Badate, lettori umanissimi; si ruberebbe
il mestiere al buon Las Casas, vescovo di Chiapa,
il quale ha narrato tutto per filo e per segno; oppure
a quell'altro scrittore, che corre il mondo sotto
il nome di Fernando Colombo, figliuolo dell'almirante
e di donna Beatrice Enriquez, fingendo di narrare
la vita del suo genitore immortale, e non facendo
altro che copiare il Las Casas. Del resto, intorno
ad Haiti, come intorno a Cuba, come intorno
a tutte le isole scoperte nel primo viaggio di messer
Cristoforo, troppe cose, nel seguirsi che fanno,
si rassomigliano; e voi fareste colpa al narratore
di una monotonia, ch'egli, per amor vostro, vorrebbe
ad ogni costo evitare..

Ecco qua, per esempio. La mattina del 14 dicembre,
persuaso di non essere in vicinanza del Cattaio,
l'almirante si muove con le due caravelle per
andare un'altra volta in traccia della favolosa Babeque.
I venti contrarii glielo impediscono, ed egli
si contenta di visitare un'isola che si vede all'orizzonte,
[pg!135]
di rimpetto ad Haiti. Ci arriva, e dall'abbondanza
di tartarughe marine che ritrova in quelle
acque, dà all'isola nuova il nome di *Tortugas*. Anche
là i naturali scappano dal lido, alla vista degli
stranieri; anche là il paese è amenissimo; una valle
stupenda riceve il nome di Paradiso; un bel fiumicello
è battezzato (della sua propria acqua, m'immagino)
col nome di Guadalquivir. Dopo di che, nel
giorno 16 dicembre, l'almirante rimette alla vela, e,
se ne ritorna ad Haiti, o alla Spagnuola, se meglio
vi piace.

In una rada, che porta oggi ancora il nome di
*puerto de Paz*, l'almirante fece a mala sorte buon
viso; approfittò della inerzia a cui lo obbligavano
i venti contrari, per stringere più intime relazioni
coi naturali dell'isola. E là ricevette la visita di un
giovane cacico, che pareva aver fatti i suoi studi in
Europa. Era venuto alla spiaggia in lettiga, portato da
quattro uomini, e scortato da dugento. Quando egli
giunse a bordo della *Santa Maria*, l'almirante era a
tavola, co' suoi ufficiali. Voleva alzarsi, per ricevere
l'augusto visitatore; ma l'augusto visitatore non lo
permise, e nella sua lingua, che tosto tradusse un interpetre,
lo pregò di non far cerimonie. Egli aveva lasciati
i suoi uomini, parte a terra, e parte nelle piroghe;
due soli lo accompagnavano alla mensa dell'almirante,
due vecchi, forse due ministri, forse due consiglieri
aulici. Cristoforo Colombo gli offerse di prender
parte al suo modesto desinare; e il cacico si
degnò di assaggiare, forse per mostrargli di aver gradita
la cortesia, ma subito passando il cibo ai suoi consiglieri.
I quali stavano attenti a guardarlo, spiando
ogni moto delle sue labbra, come se volessero coglierne
a volo le idee, prima che fossero compiute
le frasi. Tutte cose, come vedete, che somigliano a
quelle d'ogni tempo in Europa. Ma già, è noto all'universo
[pg!136]
mondo che noi non abbiamo inventato
nulla; neanche la polvere da cannone. E non mi
stupirebbe, a questo proposito, se un giorno o l'altro
si venisse a sapere che i Cinesi, duemil'anni fa,
avevano già inventata la polvere senza fumo. Nel
qual caso, a noi non resterebbe altra gloria che di
avere inventato il fumo senza arrosto, che è, come
a dire, la polvere negli occhi.

Il giovane cacico offerse all'almirante una cintura
di grazioso lavoro, e due piastrelle di quel prezioso
metallo che ad ogni approdo gli Spagnuoli vedevano
in troppo piccola quantità, sentendosi dir sempre
che le miniere, o i depositi naturali, o i tesori pubblici,
si ritrovavano più in là, verso levante, o più su
verso settentrione; ora a Bohio, ora a Babeque, ora
a Cibao. Che diavolo intendessero dire i selvaggi
delle Lucaie, o delle Antille, con certi nomi di
luoghi lontani, è rimasto un arcano nella storia.

Cristoforo Colombo ricambiò nobilmente i donativi
del giovane cacico. In primo luogo gli diede
un pezzo di stoffa colorata, che molto gli piacque,
e di cui certamente egli si fece fare, dal sarto di
Corte, un mantello regale; poi una coroncina di
chicchi d'ambra, perchè dicesse le sue preghiere,
quando fosse diventato cristiano; quindi un paio di
scarpe di cordovano, che gli avranno procacciate
le prime delizie della Venere.... Callipigia; da ultimo
una boccetta d'acqua di fior d'arancio. E ci si venga
poi a sostenere che i maggiori dell'immortale Genovese
non erano di Quinto!

Qui si scherza un pochino per rallegrar la materia;
ma non ignorando neppure che ogni bel giuoco
dura poco. L'almirante mostrò al giovane cacico
alcune monete d'oro, all'effigie di Ferdinando e di
Isabella, tentando, con l'aiuto degli interpetri, di
fargli capire che quelle due immagini esprimevano
[pg!137]
i volti di due potenti sovrani, dalle cui terre egli
era venuto, attraverso l'Oceano. Il cacico ammirò,
ma non volle intender altro che questo: che gli
stranieri in mezzo a cui si ritrovava, erano venuti
dal cielo. Poveri naturali del nuovo mondo! e poveri,
sopra tutti gli altri, i naturali di Haiti! Mai fu
presa da creature umane una cantonata più solenne
di questa.

Il ricevimento era finito, e il giovane cacico fu
ricondotto a terra nei bargio dell'almirante. Mentre
egli approdava, si sparavano in suo onore i cannoni
della *Santa Maria* e della *Nina*. Egli rimontò
in lettiga, i portatori si rimisero in moto, e la processione
dei suoi sudditi si distribuì nell'ordine con
cui era venuta. Non c'era altro di nuovo che i presenti
dell'almirante, portati in gran pompa da due
naturali, che camminavano davanti al lettighieri.
Pareva un trionfo romano in miniatura.

In quei giorni, Cristoforo Colombo seguitò a costeggiar
l'isola di Haiti, piantando croci qua e là,
per far atto di possesso, e dando nomi a nuovi
porti, a nuove rade che andava visitando. Quando
fu nel porto di San Tommaso, nella moderna baia
di Azul, ebbe la visita di altri cacichi a bordo, tutti
amici, tutti confidenti ad un modo, e desiderosi
d'una visita ai loro distretti. Ma non si potevano
contentar tutti; si rimandavano consolati a mezzo
con le buone accoglienze e coi soliti donativi, in
ricambio delle solite piastrelle d'oro.

Una visita di maggiore importanza fu ricevuta il
22 dicembre, essendo le navi in prossimità della
Punta Santa; un nome attenuato dai moderni nell'altro
di Punta onorata. Si avvicinò al bordo della
nave capitana una grande piroga, piena di naturali,
inviati da un potente cacico, chiamato Guacanagari,
che governava tutta quella parte dell'isola.

[pg!138]

Il principale di quegli inviati portava in dono all'almirante
una larga cintura, ingegnosamente fatta
di osso e di chicchi colorati, ed una maschera di
legno, i cui occhi, il naso e la lingua, erano d'oro.
Recava inoltre una imbasciata a nome del suo signore,
il quale pregava che si conducessero le due
caravelle rimpetto alla sua residenza, situata sul
promontorio a cui l'almirante aveva imposto il nome
di Punta Santa, ricordato poc'anzi.

Il vento, che soffiava al traverso, non permetteva
di contentare il desiderio di Guacanagari. L'almirante
pensò di restituire per intanto la visita, e
nella medesima forma che aveva usata il cacico.

—Rodrigo di Escobar,—diss'egli allo scrivano
della piccola armata,—voi siete regio notaio; a
voi si pertiene di rappresentarmi in questa circostanza,
presso questo cacico Guacanagari, che dicono
essere il principe più ragguardevole di quest'isola.
Volete andar voi a portargli i miei ringraziamenti,
e i miei donativi?

—Io farò in tutto secondo i comandamenti di
Vostra Eccellenza;—rispose il degno tabellione.

—E voi altri, già si capisce,—soggiunse l'almirante,
volgendosi ai due Genovesi,—come pratici
di queste spedizioni, accompagnerete don Rodrigo.

—Ai vostri ordini, messere;—rispose Cosma,
per sè e per l'amico Damiano.

Damiano, del resto, aveva già risposto per conto
suo, dandosi una stropicciata di mani.

—Senti,—diss'egli sottovoce a Cosma,—questa
volta rifiuto i pappagalli.—

Si erano messi in cammino, Rodrigo di Escobar,
due Spagnuoli, i due Genovesi, e Cusqueia, il naturale
di Cuba. I primi tre andarono insieme; l'ultimo
per dar ragione alla massima evangelica, andava
[pg!139]
innanzi a tutti; i due Genovesi chiudevano la
marcia.

—Mi sai dire, Damiano,—incominciò Cosma,
quando si fu avviato il drappello,—perchè tu sei
sempre così....—

E non sapeva risolversi di finire la frase.

—Così.... come sarebbe a dire?—chiese Damiano.

—Così.... dedito agli amori;—soggiunse Cosma.—Tu
non pensi più altro, oramai.

—Non mi pare, Cosma, non mi pare. Cita dei
fatti, se n'hai.

—Dei fatti, no, veramente; ma i tentativi, le intenzioni,
non si contano più. Tu pigli fuoco peggio
dell'esca.

—Meglio, se mai!—disse Damiano.—Ti raccomando
la proprietà della lingua.

—E meglio sia;—disse Cosma.—Tu dunque
lo ammetti, di essere diventato troppo tenero? E ti
capisco, sai? ti capisco.

—Ah sì, sentiamo che cosa capisci.

—Che tu cerchi di passarla, di obliare, di affogare
i tuoi dolori nelle pazze avventure, come un
altro li affogherebbe nel vino.—

Damiano stette un poco in silenzio; tanto che l'altro
immaginò di essersi apposto al vero.

—È così,—riprese Cosma,—non puoi negarlo.

—Senti,—rispose pacatamente Damiano,—t'inganni.
Ma già, è il tuo costume. Tu hai preso sempre
lucciole per lanterne, mio buon amico. Ti ricordi,
a Pavia, di quella bella dama che vedevamo
là, dalla Torre del pizzo in giù? Una volta ebbe a
dirtelo chiaro e tondo: Messer Gi.... oh scusami!
volevo dire: messer Cosma.... dove avete la testa?
E a me la divina signora Eleonora soggiungeva in
[pg!140]
disparte: «il vostro amico non è mai presente a quel
che dice, nè a quello che fa; perchè studia la medicina?
non potrebbe studiare l'astrologia, o la cabala?»

—Tira via!—disse Cosma.—È storia antica.

—E di tutti i giorni, per te. Le alte cagioni che
la signora Eleonora non sapeva, persistono. Tu sei
l'uomo dell'unico amore, ed io non te ne faccio
le mie congratulazioni; no, perchè tu sei un malato
cronico. E vuoi che tutti siano malati come te.
No, caro; io son risanato. Che cosa t'ho a dire?
avevo il petto sano, io. Sicuramente, ho sofferto
ancor io la mia parte; ma poi ho fatto un ragionamento....
Hai tu mai osservato, Cosma, che la filosofia
è la pietra di paragone dello spirito? Quando
un uomo può filosofare, è forte; quando non può
più filosofare, è fritto.

—E tu hai sempre filosofato!

—No, pur troppo, non sempre. Fritto, per verità,
non sono stato mai; ma ad un bel punto di cottura,
sì, quella volta sono stato, come tanti e tanti altri.
Ma poi, ho capito, ed ho riconquistata la mia freschezza
di mente. *Mens sana in corpore sano*. Infine,
a qual pro' tutte queste pene d'amore? Un
pochettino di febbre, non dico di no, tanto per ravvivar
gli occhi e dar colore alle guance. Specie
quando la gioventù incomincia a mancare. Ah, la
gioventù, caro amico! quella è una gran cosa. Fino
a tanto c'è quella, non muor la speranza.

—Speranza!—disse Cosma.—Di che?

—Di passare qualche giorno allegro, che diamine!
di aver l'illusione e il gusto superficiale di
tutte le cose che ad approfondirle troppo ti dànno
invece il dolore. E qui, perbacco, nel nuovo Mondo,
io voglio tante allegrezze quanti dolori mi ha cagionati
il vecchio. Mi dirai che non per questo siamo
venuti di laggiù, a raggiungere il nostro concittadino,
[pg!141]
per trovar nuova terra o affogare con lui. Ma
al disegno per cui siamo venuti, siamo stati fedeli;
non ti pare? Quanto a me, se ho adempiuta per
questa parte la mia promessa, posso anche darmi
bel tempo, non vedere che il mio capriccio, non seguire
che quello. Vedere, conoscere, saper tutto
quello che si può, ed abbracciare altrettanto, ecco
la vita del savio.

—Sopra tutto abbracciare!—disse Cosma.

—Eh, forse;—rispose Damiano.—Ma capisco
che un uomo non basterebbe. Ah, se tutte le donne
del mondo avessero una testa sola!

—Bravo! e se in quella testa ci fossero due occhi
che non ti vedessero volentieri!...

—Taci! incomincio a credere che sia così.... anche
al nuovo Mondo. E mi pare di averne trovata
la ragione, sai? L'altro giorno, vedendomi in quel
coccio di spera che ci è rimasto per guardarci le
macchie sul viso, ho notato che i miei capelli son
neri. E tu sei biondo, Cosma, sei biondo a quel dio!
Ma che cosa vuol dire, che quando una donna si vede
davanti due uomini, un bruno ed un biondo, ella è
molto cortese col bruno, e molto tenera col biondo?—

Cosma rispose alla domanda con una alzata di
spalle.

—Ubbie!—esclamò.

—Eh, niente ubbie, verità sacrosante. Non ti parlerò
della vecchia Europa, che m'annoia, solamente
a pensarci. Ma ecco qua delle donne nuove, degli
occhi innocenti, dei vergini cuori. Che cosa fanno?
Sorridono al bruno, ma scelgono il biondo. Cosma
*taorib*! E sai perchè ti trovano *taorib*?

—Non dir sciocchezze, via! Per una che ha preso
questa cantonata, c'è da fare un trattato? Samana
ha commesso l'errore; Caritaba lo ha riparato.

—Ah sì, parliamo di Caritaba! Che cosa n'ho
[pg!142]
avuto? Un pappagallo; un pappagallo che, bontà
sua, mi ha levato l'incomodo la mattina seguente,
rivolando alla spiaggia.

—E dovevi tenerlo per tutta la vita sul cuore!

—Già, per farmi beccare il costato, come un altro
Prometeo! Non più pappagalli, mio caro, nè
avvoltoi, nè altre bestie che ti rodano il cuore. Ce
n'ho già abbastanza della gelosia che m'inspirano
i biondi. Tu mi guardi, Cosma? Ebbene, sì, questa
è la verità; non ero geloso di te, in Europa, e mi
pare di avertelo dimostrato, da galantuomo; sono
geloso qui, dei tuoi capelli biondi e della tua aria
da serafino. Anzi, senti, volevo dirtelo l'altro giorno,
e poi mi sono pentito; facciamo ancora una prova,
ho detto tra me.... Se la prova mi viene come a Bohio,
ti pregherò, caro amico.... quando ci siano spedizioni
da fare, ti pregherò con molto garbo, a discendere
a terra tu solo, o di lasciare che scenda solo io,
per correre la mia ventura da solo.

—Matto!—disse Cosma, sorridendo.

—Ah sì, matto mi chiami? Così tu potessi chiamarmi
biondino!

—Pure,—ripigliò Cosma,—la tua tesi non
regge. Giulio Cesare, di cui vorresti augurarti le
fortune, aveva neri i capelli.

—Non mi parlar di Cesare; quello era calvo
come un ginocchio; tanto che gli permisero di metter
corona d'alloro.

—Augusto, allora.

—Lascialo stare; doveva esser calvo anche lui.
Non ti ricordi che portava sempre il cappello in
testa, perfino quando era nelle sue camere, per
paura d'infreddarsi? Lo racconta Svetonio. Parlami
dei biondi, Cosma; parlami d'Apollo.

—Apollo.... è il sole. Rammenta la sua bella statua
di bronzo dorata, che ammiravamo a Pavia.

[pg!143]

—Il Regisole, sicuramente. E vorrei avere i suoi
capelli d'oro, e durar come lui. Ti vorrei vincere,
allora! ti vorrei sopraffare!—

Cosma sorrideva dei pazzi discorsi di Damiano.
Intanto, con quei discorsi, non si era veduta la
strada. Ma di questa si davano pensiero i tre Spagnuoli
e l'interpetre.

—Signori,—disse Rodrigo Escobar, rivolgendosi
indietro,—voi siete molto allegri, quest'oggi!

—E come no, don Rodrigo?—disse di rimando
Damiano.—Si va alla corte di Guacanagari, un
re potente e ricco, che vorrà, speriamo, accoglierci
degnamente.

—E voi vi preparate all'udienza,—ripigliò
l'Escobar,—parlando tra voi una lingua.... una
lingua....

—Indiavolata, volete dire? Badate, don Rodrigo:
è lingua genovese, e molto somiglia alla catalana.

—Non mi pare. Del catalano qualche cosa capisco;
del vostro genovese non capisco niente.

—Quanto avete guadagnato, don Rodrigo!—esclamò
Damiano.—E quanto abbiamo guadagnato
noi!—soggiunse egli mentalmente.

Intanto erano giunti sull'erta, alla vista dell'abitato.
La città di Guacanagari sorgeva per l'appunto
sovra un ripiano, il cui lembo estremo pendeva
sul dirupo a cui Cristoforo Colombo, vedendolo da
lungi, aveva imposto il nome di Punta Santa. Le
case erano molte, e regolarmente spartite, almeno
sulle vie principali; ed erano case di legno, sì, ma
edificate con un certo garbo artistico, e con qualche
idea di disegno, specie per il modo in cui erano
disposti i tronchi di pino, che tenevano luogo di
mura maestre.

È stato detto (da un matematico, sicuramente)
che Iddio, in cielo, geometrizza; e gli uomini, aggiungo
[pg!144]
io, gli uomini, fatti a similitudine sua, geometrizzano
in terra. Il quadrilatero, l'esagono, l'ottagono,
il circolo, il cono, son forme geometriche
familiari al selvaggio; e queste forme egli esprime
naturalmente nella casa, quando incomincia a fabbricarsene
una. Il circolo e il globo sono ancora le
sue forme predilette, quando ha da foggiare il primo
calice e il primo vaso di terra. Su quella stoviglia,
poi, egli imprimerà i primi segni della sua
arte bambina, in poche linee regolari, geometriche
per conseguenza; spezzate, s'intende, ma ripetute
con uniformità matematica. Una cosa sola non saprà
farvi, nè seguitare, fino a che non abbia inventate
le seste: dico la linea diritta. Ma l'uomo non
è nato perfetto. E poi, anche dopo l'invenzione delle
seste.... non so se mi spiego.

Le case dunque erano fatte con garbo, ed anche
disposte in bell'ordine, ognuna d'esse col suo giardino
intorno: cose da selvaggi, che gli uomini civili
non si sono più curati d'imitare. Ed erano belle
a vedersi da lungi, coi loro tetti acuminati, intessuti
di foglie di palma, per modo che la pioggia vi
potesse scorrer sopra, senza far visite a domicilio.
Ed erano anche belle a vedersi da vicino, con le
loro finestre sotto la gronda del tetto; talune con
un terrazzino all'ingiro, talaltre coi loro porticati
a pian terreno, facilmente, anzi naturalmente ottenuti
dalla disposizione delle antenne, dei tronchi
d'albero che sostenevano l'edifizio, non avendo nel
mezzo altro ingombro che una scala di bambù, per
la quale si ascendeva alle stanze, e che probabilmente
all'ora del riposo si tirava su in casa, per
maggior sicurezza. Ma forse questa è una mia supposizione,
che fa onta ai costumi di quell'ottima
gente. Animali feroci, giaguari o gatti salvatici, non
ce n'erano, nell'isola di Haiti; nè l'idea di nuocere
[pg!145]
all'uomo era ancor penetrata nello spirito dell'uomo;
donde è facile indurre che quelle scale di bambù
restassero anche di nottetempo al posto loro. In
qualche luogo le antenne, o pali che vogliam dire,
sparivano sotto una gaia veste di verde; grazioso
lavoro di piante rampicanti, che mandavano la
pompa delle foglie di smeraldo e i lor grappoli di
fiori odorosi a rallegrare il terrazzino soprastante.
Le vie del paese erano larghe, come dovevano essere
in un luogo dove il bisogno non misurava lo
spazio: e la piazza maggiore, poi, non aveva nulla
da invidiare ai villaggi d'Europa.

Questa era, veduta esternamente, la capitale di
Guacanagari. Le case, vedute di dentro, avrebbero
fatto morir d'invidia, non pure le massaie di tanti
nostri villaggi, ma delle istesse città.

Il popolo, nell'ora in cui giunsero i messaggeri
delle navi, era tutto fuori dell'abitato ad accoglierli.
In quella folla color di rame erano spruzzate le
gaie note del bianco e del rosso, indizio primo e
sicuro d'un principio di vestimenta. Le donne, infatti,
portavano quasi tutte certi guarnelletti di cotone,
che si stringevano alla vita e non giungevano
al ginocchio, lasciando scorgere tutta la eleganza
del busto e le gambe fini e nervose. Meno coperti
erano gli uomini, contenti della lor fascia alle reni;
ma essi mettevano tutta la cura dell'adornamento
mascolino nelle loro capigliature, legate a ciuffo sull'alto
della testa, un po' verso la nuca, donde usciva
a mo' di cresta di pavone un piccolo fascio di penne,
verdi, rosse, gialle ed azzurre. Uomini e donne avevano
la carnagione d'un bel colore metallico; di
rosso cupo, come la terra di Napoli, con una velatura
di lacca carminata; il color di rame, insomma,
quando lo esalta e lo rallegra la viva luce del sole.
A questo color di carnagione bisogna farci l'occhio,
[pg!146]
lo capisco ancor io; ma domandate a Damiano, che
ci si era avvezzato, e sarà capace di rispondervi:
facce pallide, guance smorte, cere d'ospedale, voi
siete i frutti d'una civiltà di stufa; venite alla Spagnuola,
e vedrete di che tinta abbia creato Domineddio
il primo uomo, del quale io veramente non
so che farmi, e la sua dolce compagna, che mi preme
assai più.

Diavolo d'uomo, quel Damiano! Ma sapete voi che
prima d'entrare in paese egli aveva fatti i suoi apparecchi
di civetteria? In primo luogo si era diligentemente
ravviati i capelli; poi s'era arroncigliati
i baffi in forma di due rubacuori; da ultimo aveva
fermate un po' meglio nella rivolta della berretta
alcune penne di pappagallo, che il giorno innanzi
aveva ritrovate nei boschi. Sicuramente, il nostro
allegro Genovese voleva far colpo sulle belle suddite
di Guacanagari. Ah, se per colmo di fortuna
fosse stato anche biondo!

Furono accolti, come al solito, da grida festose.
Tutto quel popolo acclamante si era precipitato incontro
a loro, e si accalcava ai lor fianchi, ma con
rispettosa foga, se mi è lecito di accoppiare due
concetti come questi, che a tutta prima sembrano
escludersi l'un l'altro. Voglio dire, del resto, che
la calca festante non si buttava in mezzo alle persone
che voleva onorare, non cercava di romperne
le file, di travolgerne, di sballottarne, di soffocarne
le parti disgiunte, come farebbe in simili casi ogni
folla civile d'Europa. Sentite, i selvaggi hanno del
buono assai; quasi quasi vo sulle tracce di Damiano,
mi fo selvaggio ancor io.

Guacanagari, il cacìco della regione, sedeva nel
mezzo della gran piazza centrale, circondato da
tutta la sua casa, figliuoli, donne, guerrieri e servitori.
Lo spettacolo non era senza maestà. Le lance
[pg!147]
e gli scudi, senza alcuna traccia di metallo, non
scintillavano al sole; ma nella regolarità della loro
disposizione contentavano l'occhio, mentre lo rallegravano
i vivi colori dei guarnelletti, dei mantelli,
delle fasce di cotone, che spiccavano per entro
a quella massa di rame. L'aggruppamento delle
persone, poi, dava un aspetto sommamente pittoresco
alla cerimonia che stava per cominciare.

Alla vista di quell'apparecchio solenne, i messaggeri
si fecero più gravi nel volto e più composti
negli atti. Rodrigo di Escobar, tutto compreso della
sua dignità di ambasciatore, come lo era sempre
della sua dignità di regio notaio, si fece avanti di
due passi sulla prima fila dei suoi colleghi. Da un
lato, e in disparte, conscio dell'ufficio a cui era destinato
dalla sua parlantina, si avanzava il naturale
di Cuba, come nelle ordinanze militari il guidone
a sinistra.

All'avvicinarsi dei messaggeri, e vedendo quello
che veniva tutto solo con tanta nobiltà di contegno,
Guacanagari si alzò dal suo alto seggio di bambù,
e mise in atto di amicizia una mano sul cuore.

—Sei tu,—diss'egli,—il capo del figli del
cielo?—

La domanda fu subito raccolta e tradotta da Cusqueia,
che s'incaricò di tradurre la risposta di
Rodrigo d'Escobar:

—Non son io. Il capo dei figli del cielo deve invigilare
i suoi uomini e le sue grandi piroghe, a
cui il vento contrario non permette di avvicinarsi
fino alla vista della tua sede reale. Egli manda un
suo ministro a salutarti, e a portarti il pegno di
amicizia degli uomini bianchi.

—Siano essi i ben venuti;—replicò nobilmente
Guacanagari;—siano essi gli amici miei, e di tutto
il mio popolo.—

[pg!148]


.. toc-entry:: IX. Come Damiano si persuase di non avere amato mai, prima d'allora.

:small-caps:`Capitolo IX.`
==========================

Come Damiano si persuase di non avere amato mai, prima d'allora.
----------------------------------------------------------------


Noi non istaremo a sentire tutti i discorsi che si
fecero su quel tono, il cacìco Guacanagari e il regio
notaio Rodrigo di Escobar, essendo intermediario
il naturale di Cuba. Sono lunghi, troppo lunghi,
i discorsi che hanno bisogno d'interpetre; e per
solito non sono neanche piacevoli. Del resto, i due
personaggi duravano già molta fatica a farsi intendere
dal loro intermediario, per il frastuono che
si faceva intorno a loro da una intiera tribù d'uomini,
donne e fanciulli. La curiosità di veder da
vicino i figli del cielo era grande; tutti volevano
avvicinarsi, tutti volevano guardare e toccare. Sicuro,
anche toccare. Forse annettevano a quella tastatina
la stessa virtù preservativa che noi annettiamo,
al toccare una santa reliquia. E per avvicinarsi
tutti, dovevano pigiarsi; per toccare, dovevano
cacciarsi l'un l'altro; quei che riuscivano ad avvicinarsi,
a toccare, non si sarebbero più mossi di
là; donde gli spintoni, le grida, il tumulto, il baccano
indiavolato, che confondeva, a pochi passi di
distanza, il cacico Guacanagari, il notaio Rodrigo
di Escobar, e l'interpetre Cusqueia.

[pg!149]

Finalmente, il cacìco si alzò da sedere, volgendo
da prima un gesto autorevole, poi la parola alle
turbe. Che cosa disse? Le turbe si ritrassero umiliate:
ma parecchi restarono al posto, battendo le
palme in segno di allegrezza; e subito, spartiti in
manipoli, s'impadronirono dei quattro compagni di
Rodrigo di Escobar, mentre di lui s'impadroniva il
cacico in persona.

—Che cosa si vuole da noi?—gridò Damiano
all'interpetre.—Che diavolo ha detto il cacico?

—Figli del cielo, bisogna mangiare e poi riposare;—rispose
Cusqueia.—Amici consiglieri di
Guacanagari condurre nelle case figli del cielo.

—Ospitalità?—disse Damiano.—E niente banchetto
nella casa reale? Tanto meglio. E la fortuna
assista ognuno di noi. Cosma mio bello, salute!—

Cosma era già nelle mani di tre o quattro persone,
che lo portavano, più che non lo conducessero,
verso il lato sinistro della piazza. Damiano
si lasciò trascinare verso il lato destro. E non era
neanche scontento di quella dolce violenza; neanche
scontento di vedersi per un po' di tempo lontano
dalla eterna compagnia dei figli del cielo, suoi
fratelli amatissimi. L'amicizia è una bella cosa; ma
qualche volta è pesante; specie quando il cuore vi
dice che essa non basta alla vostra felicità, e che
una.... Ma c'è egli bisogno di mettere i puntini
sugli i?

Damiano era stato preso per le braccia da un
vecchio, il quale gli faceva un discorso e dei gesti
vivaci. Egli non capì una parola del discorso, ma
indovinò dai gesti che la casa in cui lo avrebbero
accolto non era molto lontana. Anzi, tutt'altro, era
in fondo alla piazza, e molto vicina alla casa del re.

—Sono coi pezzi grossi;—pensò.—Cusqueia,
del resto, lo ha detto: amici e consiglieri di Guacanagari.
[pg!150]
Attento Damiano! qui bisognerà star bene
in gambe, e non far onta alla nostra eccelsa Repubblica.—

Col vecchio venivano due giovanotti, forse figliuoli,
forse nipoti, fors'anche generi del personaggio eminente.
Generi!... Damiano pensò naturalmente alle
figlie. Infatti, dove son generi, son sempre figliuole.
Per contro, dove sono figliuole, non è ancor detto
che i generi abbondino.

Damiano si lasciava condurre, sorridendo alle
frasi del vecchio, sorridendo alle frasi dei giovani,
sorridendo a tutti e a tutto. Si sarebbe arrivati
finalmente in qualche luogo, dov'egli potesse continuare
a sorridere, e con più gusto che allora.

E si arrivò davanti ad una capanna, la cui grandezza
e l'architettura esteriore promettevano assai.
Le antenne, che salivano a sostenere il gran tetto
di palme, erano tutte vestite di gaio fogliame e di
fiori, bell'indizio di altri fiori ch'egli avrebbe ritrovati
nell'interno. La porta aveva stipiti di legno,
intagliati rozzamente, ma di bella apparenza, perchè
l'intaglio era screziato di vivaci colori. In alto, dove
i grandi d'Europa mettono lo stemma e la corona,
si vedeva un bianco teschio d'animale, in mezzo
ad un trofeo di frecce, spiedi, mazze ed altre armi
selvagge.

—Questo,—disse Damiano tra sè, poi ch'ebbe
veduti quei simboli,—è certamente il savio che
presiede alle cose della guerra. Mi sia propizia Minerva!
Ma io, confesso il mio peccato, preferirei
un'altra divinità.—

In quel mentre, una famiglia numerosa si affollava
all'ingresso. E più innanzi di tutti veniva una
donna, vestita del suo guarnello bianco e di un piccolo
drappo girato ad armacollo dal fianco alle
spalle.

[pg!151]

—Che sia questa, Minerva?—pensò Damiano.—O
non piuttosto la Giunone di questo Giove sbarbato?—

Era infatti Giunone, la moglie del padrone di casa,
la madre di famiglia, che stese la mano per toccar
l'ospite sulla fronte, secondo il rito del paese, e gli
diede il benvenuto con una frase ch'egli non doveva
capire.

Damiano rispose con un inchino. Ma subito gli
venne un'idea luminosa.

—Qui,—disse tra sè,—onorano l'ospite a modo
loro; l'ospite deve onorare a modo suo i padroni....
e le padrone di casa.—

E fermatosi di botto sull'uscio, si volse al vecchio,
lo guardò e gli stese la mano, per dargli una
stretta famosa. Poi, voltosi alla moglie dell'ospite,
prese la mano di lei, e s'inchinò, come per imprimervi
un bacio. Fece l'atto, s'intende, ma non andò
fino a toccar con le labbra. Non tutte le mani si
baciano; e una bella cerimonia, uguale per tutte,
vi consente di aggiustarla come vi pare.

L'uomo era rimasto lì, in atto di osservare, studiando;
si era lasciata prender la mano, e stringere
a quel modo che ho detto; e subito aveva
fatto un cenno del capo e data un'occhiata ai suoi,
che pareva volesse dire: capite? questa è l'usanza
degli uomini bianchi. La donna, a sua volta, aveva
lasciato fare, notata la diversità dell'atto, e sorriso
al marito, come per dirgli: i figli del cielo fanno
così, per dimostrare l'amicizia e il rispetto. E tutti
e due, guardandosi ancora, e ammiccando, parevano
accordarsi a conchiudere che il loro ospite
faceva le cerimonie secondo l'uso della sua terra;
che queste cerimonie si facevano sull'uscio, come
da loro; che erano di due forme, per gli uomini e
per le donne, e volevano dire su per giù: sono
[pg!152]
l'amico del padrone, sono il servo della padrona
di casa.

Da uomo savio ed accorto, il nostro Damiano
non prese altre mani, nè per stringere, nè per baciare.
Ce n'erano troppe, del resto, e di belle e di
brutte, di delicate e di ruvide. Ad un certo punto,
guardandosi intorno.... altro che mani, buon Dio!
Tra vecchie e giovani, stavano a contemplarlo due
dozzine di femmine.

E si capiva che la più parte fossero ancelle della
padrona, o del padrone di casa. Ma cinque o sei,
che erano in prima fila, più giovani, e meglio adornate,
si capiva ancora che fossero figliuole dei padroni
di casa, o spose dei loro figliuoli.

Tra persone che non parlano la medesima lingua,
non è da far cerimonie. Anche i naturali di Haiti
intendevano questa verità elementare. E subito condussero
Damiano nella stanza più vasta, quella del
focolare, che è la più intima, e che, presso tutti i
popoli primitivi, del nuovo mondo come del vecchio,
è quella in cui si ricevono gli ospiti, nella
dolce intimità del convito. Colà, su piccoli deschetti
di canne, era imbandito il pasto. Ciotole e vasi d'argilla
erano disposti davanti ai commensali; ma la
parte maggiore del vasellame di tavola si componeva
di zucche, d'ogni forma, d'ogni misura, e in
vari modi tagliate, per servire a tutti gli usi, del
mangiare e del bere.

Innanzi di prender posto, Damiano aveva guardato
attentamente in giro. E adocchiate le giovani
donne, subito ne aveva distinta una, su cui doveva
ritornare più frequentemente il suo sguardo. Si sbagli
o no, a qualcheduna bisogna pur dare la palma,
e a lei volgere la muta adorazione, la giaculatoria
degli occhi. L'attenzione di Damiano si era fermata
sopra una bellezza nascente, dal color di rame
[pg!153]
assai chiaro, traente al roseo. Come forma, era
fatta a pennello, anzi meglio, a scalpello, se non da
Fidia o da Prassitele, certo da uno dei loro più valenti
discepoli. Mi chiederete come potessero artisti
greci aver passato l'Atlantico, per modellare quella
bella creatura; ed io correggerò la mia frase dicendo
che non un discepolo di Fidia o di Prassitele,
ma lo stesso maestro dei greci maestri aveva
plasmata quella creta e spiratole in fronte il soffio
della vita. L'opera ci guadagnerà, in questo cambio
d'artefice, e il narratore si sarà accostato alle fonti
del vero. Quanto ad attingervi direttamente, si sa,
è un altro paio di maniche.

Debbo io dirvi della fronte breve, mezzo nascosta
dai ciuffi indocili della sua negra capigliatura? Amerei
meglio parlarvi della grazia birichina con cui
portava una ghirlanda di vitalba, o d'altro fiore
consimile, al sommo della testa. E più ancora amerei
parlarvi (ma bisognerebbe farlo bene) delle sue
guance floride, lucenti e morbide come le pesche
mature; guance aperte e sporgenti, a cui davano
spicco due grandi occhioni neri, maravigliosamente
frangiati di ciglia e di sopracciglia nerissime. Erano
quelli i veri occhi parlanti, e dicevano, quando ella
arrovesciava un pochino la testa, per guardarvi
dall'alto, un visibilio di cose, consigliandovi naturalmente
un visibilio di pazzie. E quelle labbra tumidette,
coralline, rugiadose! E quei denti piccolini,
luminosi nella loro candidezza lattea! Oh, infine, non
voglio che perdiate la testa, come il nostro amico
Damiano. Vi dirò brevemente che era dal capo alle
piante un miracolo di bellezza, di salute, di gioventù;
che si vedevano e si sentivano in lei tutte le native
eleganze che si sogliono immaginare oggidì nella
creola americana, e che del resto non mancano neppure
in Europa, sebbene qui un altro tipo prevalga.

[pg!154]

Damiano era rimasto sbalordito. Ma voi sapete
che questi sbalordimenti non mettono un uomo per
terra, anzi gli addoppiano le forze, ravvivando, stimolando,
aguzzando tutte le sue facoltà. Egli parlava
a tutti e a tutte, dicendo quelle frasi corte con
cui si suole accompagnare il gesto, quando si sa
che solamente da questo e per questo possiamo
esser capiti. E di qua e di là si volgeva, parlando
e gesticolando con quanta più grazia poteva; ma si
volgeva alla guisa degli innamorati, che, dopo aver
ben girato con gli occhi, cascano sempre a guardare
in un punto, e pare che non abbiano guardato
altrove, se non per descrivere il mezzo cerchio, e
ricascare a quel punto.

La bellissima creatura aveva capito tutto quel
sapiente artifizio di occhiate. E quando gli sguardi
dell'ospite, dopo aver ben girato di qua e di là, venivano
a fermarsi, a raccogliersi amorosamente su
lei, si confondeva, abbassando le ciglia. E allora le
due frange nere pendevano come lembi di velo, ad
ombreggiare il sommo delle guance. Ma tosto si
rialzavano, e di sotto a quei lembi balenava un
doppio raggio bianco azzurrino, che andava diritto
agli occhi dell'ospite, e dagli occhi al cuore, per
accendergli il sangue.

Quello era un linguaggio tra i due, che non aveva
mestieri d'interpetre. E se nella vita si potesse parlare
sempre quello, confessiamo sinceramente che
nessuno di noi vorrebbe imparar lingue straniere,
nè perdere il tempo su quel congegno legnoso, tormentoso
e sciocco, che è la grammatica.

Che cosa diedero quel giorno da mangiare a Damiano?
Egli non se ne avvide; mandò giù, senza
badarci più che tanto. Del resto, egli mangiò pochissimo.
Che cosa gli diedero da bere? Doveva
essere uno di quei soliti liquori, che mordono la
[pg!155]
lingua, bruciano il palato, e mandano i fumi al cervello.
Ma egli ne assaggiò a mala pena. Il padrone
di casa si avvide sicuramente che il suo ospite non
gradiva le bevande fermentate di Haiti, perchè ad
un certo punto, fatta appressare una gran zucca,
gli versò dell'acqua nella ciotola. E allora Damiano
tracannò tutta quell'acqua, che era fresca e gustosa,
chiedendone tosto dell'altra. E bevve, da quel momento
in poi, bevve largo e frequente. Gl'innamorati,
si sa, bevono sempre molt'acqua. Non hanno
bisogno di bevande eccitanti, perbacco; piuttosto di
refrigeranti, che estinguano, insieme con la sete, i
soverchi ardori del sangue.

Egli era dunque rimasto preso ai vezzi della giovane
indiana? Già ve l'ho detto. Si era messo in
testa di doversi innamorare, e innamorare a buono,
di una pelle rossa. E manteneva la sua promessa,
correva la sua ventura, soggiaceva al suo fato.

Strano capriccio di fortuna! Avevano messa accanto
a lui quella bella creatura. Ma era poi da vederci un
capriccio della fortuna, o non piuttosto una scelta, più
o meno giudiziosa, ma sempre meditata, dei padroni
di casa? Poteva essere una delicatezza di costume,
non rara tra selvaggi, di collocare al fianco dell'ospite
la più bella donna della casa, come d'imbandirgli la
più preziosa vivanda sul desco. Fors'anche era un
rito, che la più giovane donna fosse data per compagna
al forestiero, fino a tanto egli dimorasse sotto il
tetto ospitale. Insomma, potevano essere tante cose
e tante altre; e Damiano non poteva immaginarsele
tutte, nè provarsi a cercarle. Se anche gli fossero balenate
tutte alla mente, egli, nello stato d'animo in cui
era, e nella assoluta ignoranza degli usi selvaggi,
non avrebbe saputo cavarne un costrutto. Ora, delle
cose che non si sanno, una scienza mediocre insegna
a non cercare il come e il perchè.

[pg!156]

Egli, dopo tutto, non era uomo da stillarsi il cervello.
Aveva quella vezzosa creatura daccanto, e
approfittava volentieri della vicinanza per volgersi
a lei, ora con un pretesto, ora con un altro, per
guardarla molto negli occhi. E le parlava ancora,
offrendole cortesemente i pezzi migliori delle vivande
che gli erano poste sul tagliere, o sulla focaccia
di cassava che faceva uffizio di tagliere, di
piatto, di tutto quello che vi parrà meglio. Ma parlandole
con tanto maggior libertà, quanto era più
sicuro di non esser capito, si guardava bene dal
dirle la sola parola della lingua di lei, che egli sapeva
a memoria. *Taorib*, vi ricordate? Ma questa
la serbava per un discorso a quattr'occhi. In quella
numerosa brigata il suo *taorib* sarebbe stato sentito
da tutti. L'amore ha la sua verecondia, la sua
ritenutezza. E quella volta Damiano era innamorato
per davvero; anzi, diceva a sè stesso di non
avere amato mai, prima d'allora.

La bella creatura lo stava a sentire, senza capirlo
mai, ma certamente indovinandolo spesso.
Forse dico male; forse ella indovinava sempre le
chiacchiere di Damiano, intendendo ch'egli parlasse
a caso, e non per altro che per poterla guardare
negli occhi. Ed ella rideva, ad ogni frase di lui, mostrandogli
tra le due labbra di corallo tenero i bei
denti piccini, luminosi nella loro candidezza; e arrovesciando
la testa, con quel suo gesto consueto,
lo guardava di sotto alle palpebre socchiuse, di
sotto a quei veli frangiati che sapete, e che, sollevati
a mezzo, come lembi di tende misteriose, parevano
dirgli: qui non penetra raggio importuno di
sole, nè occhio geloso di rivale; vieni.

E quelle guance morbide, quella gola tenera, quel
collo soave!... Damiano guardava, e pensava; e il
suo pensiero si potrebbe esprimere a un dipresso
[pg!157]
così: Buon signore Iddio! che mirabile cosa avete
voi fatta, nell'ultimo giorno delle vostre creazioni!
Si capisce che per farla così bella, ve la siate serbata
per l'ultima. Per noi, vedete, buon signore
Iddio? per noi, è la prima, senza contrasto la prima.
Ah, poveri noi, frattanto! Ma pensate, misericordioso
come siete, che, se perdiamo la testa, è ancora e
sempre per ammirazione delle opere vostre; e non
vogliate farcene un capo d'accusa, *in novissima die*.

Il banchetto era giunto a quell'ora in cui tutti i
convitati sciolgono Giordano. Dovrebb'essere un
cane; ma è invece lo scilinguagnolo. In quell'ora
ognuno incomincia a dire quel che gli pare, immaginando
che tutti lo ascoltino; e nessuno ascolta,
o, se ascolta, non capisce un bel nulla. Damiano
incominciava a parlare; ed essendo egli l'ospite,
l'uomo bianco, il figlio del cielo, i commensali non
si fecero dar sulla voce dal padrone di casa, per
prestare un'attenzione benevola al parlatore. Ma
questi, che aveva bevuto soltanto acqua, non s'ingannava,
come a quell'ora si sarebbe ingannato
ogni altro parlatore. Sapeva benissimo che nessuno
lo avrebbe inteso; ma non gliene importava affatto.
Parlava, per bisogno di parlare, di farsi udire da
quella cara bambina che sedeva alla sua destra.
Neanche lei lo avrebbe capito: ma che importava
ciò, per allora? La cara bambina avrebbe sentito il
suono della sua voce, e indovinato da certi segni,
da certi indizi frequenti, che il discorso era tutto
per lei.

—Vedete, cari selvaggi?—diceva Damiano.—Voi
siete brava gente, ed io vi amo. Non già per le
vostre facce, oh no. Voi m'inspirate un modico affetto.
Siete mio prossimo? Non lo so. Per averne
un barlume, dovrei almeno sapere che discendete
da Cam, da Sem, o da Jafet. Perchè, io non ve lo
[pg!158]
nascondo, il prossimo nostro si racchiude tutto in
questa biblica terna, moltiplicata per cinquanta secoli
e più, secondo la regola antica ed accetta. Ma
siete brava gente, vi ripeto, e non voglio farvi torto,
mettendovi al bando della umana famiglia. Come
potrei farlo, del resto? Avete tra voi una bella creatura,
che non mi sarà prossimo, ma mi è prossima,
e nondimeno mi pare ancora troppo lontana. Dove
l'avete pescata? Dove e come vi è nato questo fiore
maraviglioso, che si chiama.... Come ti chiami, adorata
vicina? Io lo ignoro. E mi duole che non sia
qui, per domandartelo, il savio interpetre Cusqueia.

—Cusqueia!—gridò uno dei commensali, udendo
la prima parola di cui potere capire qualche cosa.

—Cusqueia: Cusqueia!—ripeterono parecchi.

E tutti risero, ripetendo quel nome. Damiano, lì
per lì, ne rimase sconcertato.

—Capisco,—diss'egli, dopo un istante di pausa,—il
nome del naturale di Cuba significherà qualche
cosa ridicola, come avviene di tanti nomi nel
vecchio mondo. Ebbene, non importa, tiriamo avanti.
Non vorremo mica guastarci il sangue per un nome
di selvaggio. Ritornerò alla bella creatura che mi
sta al lato destro, ed occupa già tutto il mio lato
sinistro. Una bella donnina in una società, è la
mano di Dio. Niente vale una bella donnina; nè ricchezze,
nè onori, nè gioventù, nè salute. Nel vecchio
mondo, per una donna bella, due popoli si sono
bisticciati dieci anni, insanguinando largamente due
palmi di terra; e il primo poeta della Grecia ne ha
cantato assai lungamente, alla maniera degli orbi.
Onore a lui, che non fu orbo per la bellezza di
Elena! C'è nella donna bella il gran *quid* dell'esistenza.
Perchè si vive, infine? perchè si studia? perchè
si cerca tutti di comparire, meglio che si può,
a costo di cento sacrifizî, e di mille? Fino a che
[pg!159]
siamo giovani, e gli occhi scintillano, e le guance
rosseggiano, e i capelli.... nereggiano (alcuni uomini
li hanno biondi, ma, credete a me, i capelli
biondi non valgono un fico secco), amiamo con
fiducia, sicuri di essere amati, o giù di lì. Poi.... perchè
c'è un poi, l'ambizione ci si appiccica al cuore;
vogliamo avere gli onori, conquistar le ricchezze.
Ma perchè? Per comparire ancora, per comparir
sempre, per essere amati, se ci riesce. Non c'è altro
che questo, nel mondo, o, se c'è altro, non vale.
Voi, per esempio, selvaggi dell'anima mia, valete
pochino. Io pagherei non so che cosa, perchè tu,
vecchio consigliere di Guacanagari, ministro, anziano,
o che altro tu sia, te ne andassi di qua: e
con te tutta la tua gente, meno questa cara bambina,
che mi fa girare la testa, come se avessi bevuti
i vostri liquori. Ma già, vicino a queste bellezze,
anche l'acqua ubbriaca.—

Gesticolava parlando. E stavano tutti a sentire
quel discorso in lingua sconosciuta, guardandosi
ad ogni tanto l'un l'altro, e ridendo stupidamente,
come sempre avviene, quando si ride senza sapere
di che. Ma qualcheduno si provò a parlare, rispondendogli;
naturalmente fuori di tono. E risero anche
di più, ma almeno sapendo di che cosa ridevano.
A breve andare parlarono tutti, alternamente
da prima, e poi tutti insieme, facendo un passeraio.

—Sì, bravi, parlate un poco voi altri;—diceva
Damiano.—Io non ne potevo già più. Parlate molto,
fino a schiattarne. E non date retta a me, sopra
tutto. Lasciatemi discorrere con questa graziosa
vicina, che mi arrovescia la testa, con tanta languidezza
di gesto, e mi guarda di sotto a quelle
frange nere. Che cosa vuoi dirmi con quegli occhioni,
selvaggia dell'anima mia, che io mi sorbirei
tanto volentieri, come un ovo fresco? Mi dirai che
[pg!160]
non è cortese, in un ospite, dopo aver desinato, accogliere
pensieri e desiderî da stomaco digiuno. Ma
che ci posso far io, se tu sei tanto bella? e se devi,
come sei bella, esser buona? Ah, infine, ve ne andate,
voi altri? Volete lasciarmi con questa dolce
*taorib*.—

Aveva in Haiti il *taorib* la stessa potenza magica
del Sesamo nella novella orientale di Alì Baba? Probabilmente
non si trattò che di una coincidenza fortuita.
Ma intanto, i commensali di Damiano incominciarono
ad uscir dalla sala; pochi minuti dopo,
non c'erano neanche più i due padroni di casa.
Questi, per altro, non si ritirarono alla guisa degli
altri; si volsero indietro parecchie volte, guardando
Damiano, poi ammiccandosi l'un l'altro, quasi volessero
dirsi, a mo' di un babbo e di una mamma
d'Europa; poveri ragazzi! lasciamoli discorrere;
avranno tante cose da dirsi!

—*Taorib!*—mormorò Damiano, piegandosi sulla
vita, verso la bella selvaggia.—*Taorib!*—ripigliò,
mettendo nella parola tutta la intensità
soave e profonda di cui erano capaci le sue corde
vocali.

—*Mara Taorib;*—rispose ella, tentennando la
testa.—*Ada turey taorib.*

—*Mara!*—esclamò Damiano.—Che roba è
questa? Ma vediamo. Le ho detto bella, ed ella mi
risponde.... Che cosa mi risponderebbe in simili casi
una forosetta della vecchia Europa? Ah, mi par di
capire. *Mara taorib*, come a dire: niente bella. Ma
che cosa vorrà poi dire *Ada turey*, che è per giunta
*taorib*? Dimmi, bambina;—soggiunse egli, facendo
il viso dell'uomo impacciato;—che cosa vuol dire
*Ada turey*?—

La bella selvaggia rise delle angustie in cui era
il suo povero interlocutore. Poi, levato il braccio, e
[pg!161]
descrivendo coll'indice un mezzo, cerchio in aria,
più alto che potè gli disse: *turey*.

—Il cielo?—domandò egli.

E per farsi meglio intendere, dopo aver descritta
con ambe le mani la volta del firmamento, fece
l'atto, di curvarsi, pregando. La bella selvaggia battendo
le palme, ripetè ancora due volte: *turey*.

—Dio voglia che io abbia capita la prima parte
del tuo discorso, come mi par di capire la seconda.
Infatti, che cosa ci ha da fare qui il cielo... che è
bello? Non vuoi tu forse dirmi: io non son bella,
ma è bello il figlio del cielo? E perciò, divina creatura,
io sono il *taorib*? io, il *taorib*, non è vero?—

E ripetendo la parola, Damiano si recava ripetutamente
l'indice al petto. La bella selvaggia fece
prontamente un cenno affermativo.

—*Ada turey taorib;*—soggiunse, confermando il
cenno con un gesto della mano, che rivolgeva al
suo interlocutore.

Qui, poi, fu Damiano che battè palma a palma,
rallegrandosi di quella prima vittoria.

—Grazie!—diss'egli.—Ma questa lingua è facilissima.
Io farò miracoli, fin dalla prima, lezione.
Ora, o *taorib*, poichè siamo così bene avviati, vorrei
sapere il tuo nome.—

Questo era il guaio. Come farsi, capire? Ma il nostro
Damiano si era riscaldato al giuoco, e niente
doveva parerai difficile oramai.

—Vediamo un poco;—diss'egli tra sè.

Poi, accennatole col gesto, di essere in procinto
di fare uno sforzo supremo, chiese ed ottenne facilmente
tutta l'attenzione della bella selvaggia.

—Io,—le disse, volgendo l'indice al petto,—io
*taorib* Damiano. Damiano!—ribadì, segnando ripetutamente
sè stesso.—E tu?—proseguì, volgendo
rapidamente l'indice a lei.—E tu?—

[pg!162]

Ma la bella selvaggia non capiva quel monosillabo.
E mostrò di non capirlo, guardando lungamente
Damiano con le ciglia inarcate.

—Ho messo il carro avanti ai buoi;—disse
Damiano tra sè....—Studiamone un'altra.—

Allora, indicando con la mano fuori della capanna,
disse alla sua vicina:

—Guacanagari!—

Ella capì; e non era difficile che capisse alla
prima, poichè egli proferiva il nome del cacìco della
tribù. E rispose, accennando del capo:

—Guacanagari.—

Damiano, allora, accostandosi la mano alla guancia
e facendola scorrere in atto di carezza fin sotto
al mento, ripigliò:

—*Cacique Guacanagari.... taorib?*

La bella selvaggia si mise a ridere, e gli rispose:

—*Nala u nala.*

—Dovrebb'essere: così così!—pensò Damiano.—Già,
non avevo neanche bisogno di domandarglielo;
perchè io l'ho veduto, il cacìco, e non m'è parso
niente di prelibato.—

Poi, sempre accennando fuori della capanna, nella
direzione della piazza, ripetè:

—Guacanagari.—

E subito rivolgendo l'indice a sè, soggiunse:

—Damiano; io Damiano, io.—

Qui, come il lettore intenderà di leggeri, l'indice
batteva ripetutamente il petto.

La bella selvaggia stava a guardarlo con tanto
d'occhi. E si capisce ch'ella aveva un gran desiderio
d'intendere.

Damiano ripigliò il suo doppio lavoro, di gesto e
di voce, indicando il lontano col nome del cacìco,
e sè stesso col nome suo proprio, aggiungendogli
ancora l'epiteto.

[pg!163]

—Damiano,—diceva egli,—Damiano *taorib*.—

Un lampo di allegrezza, balenato dalle pupille di
quella vezzosa creatura, disse al nostro Damiano
che egli era stato finalmente inteso. E glielo dissero
ancora due parole di lei:

—*Taorib*.... Damiana.—

Ma questo non piaceva troppo a lui.

—Damiana!—borbottò egli.—*Mara* Damiana!
Damiano! Damiano!—ripetè, battendo sulla finale.—Non
mi cambiare il sesso anche tu, creatura
assassina!

—Damiano;—ripetè la selvaggia, con accento
dimesso.

—Ah bene!—ripigliò egli allora.—Vedete che
testina! Questa selvaggia impara le cose a volo.—

Ma non bastava ancora ch'ella sapesse il nome
di lui. Occorreva ch'egli sapesse il nome di lei. E
perciò il nostro Damiano fece da capo il gesto solenne
che invitava all'attenzione; poi disse, aiutandosi
sempre col gesto dell'indice:

—Io *taorib* Damiano; e tu, *taorib*.... *taorib*....—

Ma ella non intendeva. E Damiano incominciava
a disperarsi, quando gli venne alla mente un'idea
luminosa.

—Vediamo,—diss'egli a sè stesso,—se una
scorribanda nel calendario selvaggio mi potesse
aiutare. Nel vecchio mondo, chi domandasse ad una
donna il suo nome pronunziando quello di un'altra,
si farebbe schiaffeggiare, a dir poco. Ma qui
bisogna escire da un passo difficile. Corriamo il
rischio, per bacco.—

E ripigliò la sua frase, accompagnandola ancora
col gesto dell'indice:

—Io *taorib* Damiano; e tu?... *taorib* Samana?
taorib Caritaba?

—*Mara* Samana;—rispose la selvaggia.—*Mara*
Caritaba. Abarima!

[pg!164]

—Abarima!—gridò Damiano.—Abarima, tu?
è il tuo nome, Abarima? *Taorib* Abarima! Tu sei
di tutti i miei pensieri in cima. Fino a' tuoi piedi
questo cuor s'adima. Lascia che il labbro un caldo
bacio imprima.... sovra quegli, occhi tuoi d'indaco,
prima.... ch'ei ti esalti sua donna in prosa e in rima.
Abarima! o dolcissima Abarima!—

Non ardì per altro di accostar le labbra all'indaco
che aveva accennato. Si contentò di prendere la
mano di lei, e di baciarle con cavalleresco riserbo
il sommo delle dita.

—Vedi, Abarima?—le disse, commentando il
suo atto.—Nei nostri paesi si comincia di qui; ordinariamente
dal dito mignolo; poi su su, lentamente,
o alla svelta, secondo i casi, si procede al
dorso della mano. Ci sono anche dei sapientissimi
uomini che con una dolce violenza ti rivoltano una
bella mano, dal dorso alla palma; così vedi, così....—

Abarima rideva; ma intanto ritirava la sua mano
dal giuoco, e gliene assestava un colpettino sul
volto; quasi a punirlo, ma non troppo gravemente,
della sua impertinenza.

—Come nel vecchio mondo!—esclamò Damiano,
ripigliando la destra di Abarima.—Oh Dio! non
siamo della medesima stirpe? piuttosto, non lo
siete voi donne, tutte figliuole d'Eva ad un modo?
E così, da un buffetto, da una ceffata, prendete occasione
di far conoscenza col nostro mostaccio.
Abarima! Io ti adoro. Te lo lascierai dire, che hai
gli occhi d'indaco? e le guance morbide, profumate,
come le pesche di settembre? Vorrai tu venire in
Europa? Io te lo giuro, ti sposerò davanti a tutti i
parroci della cristianità.—

Chiacchierava, chiacchierava, bene intendendo che
ella non lo avrebbe capito. Ma le parole gli davano
animo a guardarla ben da vicino negli occhi e a
[pg!165]
carezzarle la mano. Ella aveva incominciato a ridere:
e aveva riso ancora, dandogli quella lieve ceffata.
Ma ormai non rideva più. Guardava timidamente,
si confondeva, abbassava le frange nere
sulle guance, fremeva e taceva. Nessuno, intanto,
capitava là dentro.

—Capisco;—pensò Damiano, che aveva notata
la cosa;—è costume di questi paesi. L'ospite è
padrone; il meglio della casa è per lui. Dicono che
sia così anche in certe regioni dell'Asia.... e nell'India
pastinaca di Luigi de Torres. E non mi dispiace,
il costume di qui. Nel nostro vecchio mondo,
a quest'ora, sarebbero già venuti i servi a sparecchiare.
Oppure, vedendoci star bene a quattr'occhi,
sarebbero capitati in venti curiosi ad osservarci.
Vecchio mondo, io ti abomino, ti esecro e ti maledico.
Abarima! dolce Abarima! senti, vorrei dirti un
mio pensiero all'orecchio.—

Abarima capì il gesto, e porse ingenua l'orecchio.

—Ti amo;—le bisbigliò Damiano.—Ti amo.

—Ti.... a.... mo;—ripetè la selvaggia, ammirata
di poter proferire le parole del figlio del cielo.

Egli, allora, aiutandosi con tutti gli artifizi della
mimica, le spiegò il pronome ed il verbo. Per il
pronome, veramente, bastava indicare la sua graziosa
vicina. Ma il verbo.... il verbo, come sapete,
è il gran mistero di tutte le lingue. E i misteri si
capiscono a volo, si sentono, si afferrano di schianto
con tutte le virtù dell'intelletto, ma non si spiegano
per indicazioni, per segni approssimativi. Nondimeno,
trattandosi del verbo per eccellenza, e del
suo modo indicativo, e del suo tempo presente, e
della prima persona, Damiano ci si provò con coraggio.
Additando lei parecchie volte, si carezzò il
viso, storcendo gli occhi in atto di spasimo; additò
lei parecchie altre volte, come per riferire a lei la
[pg!166]
carezza che aveva regalata a sè stesso; finalmente
si recò le mani al cuore, e dal cuore le stese verso
di lei in atto di preghiera, di desiderio, di tutto
quello che segue e che per amor di brevità si ommette;
da ultimo, e continuando i gesti appassionati,
le ripetè dolcemente, teneramente, languidamente:

—Ti amo.—

Ella era stata ad osservare con molta attenzione
tutto quel lavorio faticoso, ma chiaro nella sua intensità.
Diede in una risata argentina, mosse la
testa come per dirgli: ho capito, e tradusse la frase
nella sua lingua:

—*Lessinitli*

—E vada per *lessinitli*;—rispose Damiano.—Ti
dirò allora la mia frase completa: *Damiano lessinitli
Abarima taorib.*

Abarima chiuse le palpebre e tentennò la testa in
atto d'incredula. Poi, a mezza voce, gli disse:

—*Mara nala kini sindekì?*

Damiano rimase male, a quella domanda, scoccata
così a bruciapelo. Un povero diavolo che crede
di sapere il tedesco perchè ha fatti i primi due esercizi
dell'Ollendorf, e si sente domandare per via da
un pronipote di Arminio a che ora parte il primo
treno diretto, non rimane più sconcertato di quello
che rimase Damiano davanti a quella selvaggia,
tanto bella e tanto birichina per giunta.

—*Mara....?*—diss'egli, tanto per dire.

—*Mara nala kini sindekì?*—ripetè ella, ridendo.

—Cara mia,—disse Damiano, avvilito,—questo
è arabo, turco, egiziano, per il tuo umilissimo
servo. Così, credo io, parlavano i mastri muratori
della torre di Babele, quando incominciarono a non
capirsi l'un l'altro. Dove vai? diceva l'uno; e l'altro
rispondeva: le son cipolle. Dolce bambina, pensaci
[pg!167]
bene; io ti ho detto: *Damiano lessinitli Abarima
taorib;* e tu mi rispondi....

—*Mara nala*....—replicava la bella selvaggia.

—Si, ho inteso, basta!—gridò Damiano.—Per
mara, non ci vedo difficoltà; è il vostro modo per
dir di no. *Nala*, ora che ci penso, l'hai detto poc'anzi,
nella frase: *nala u nala*, che io ho interpetrato:
così così. Ma il tuo *kini sindekì* mi allega i
denti, bambina bella. «Non così....» Che frase può
incominciare con queste due parole, e con accento
interrogativo, come hai fatto tu? «Non così....» Oh,
senti, io ne faccio una, *Abarima taorib*. Tu vuoi
burlarti di me; io non ti ricaccerò le tue parole in
gola, che sarebbe atto scortese, con una donna; mi
contenterò di suggellartele in bocca.—

E si accostava, come aveva già fatto una volta;
ma non accennava al desiderio di parlarle all'orecchio.

Un braccio alzato e un'occhiata espressiva interruppero
a mezzo il gesto di Damiano. Il braccio
alzato, per verità, avrebbe fatto poca difesa. L'occhiata
espressiva gli diceva troppo chiaramente:
fermatevi, c'è qualcheduno che vede.

Damiano si volse di soprassalto, e intravvide qualcheduno
che era apparso allora sulla soglia. Il padre
di Abarima, forse? o un altro della famiglia?
No, un compagno di Damiano, e il più fedele, Cosma!

La testa di Medusa non avrebbe.... Ma no, lasciamo
lì i paragoni classici. Questo, poi, non reggerebbe
neanche. Damiano non rimase di sasso; al più si
potrebbe dire che egli, a guisa di un mattone, cavato
lì per lì dalla forma, e tenuto un pezzo al sole,
rimase abbastanza.... seccato.

—Cosma!—esclamò.

—Son io, perdonami;—disse Cosma, inoltrandosi
di qualche passo.—Do noia, forse?

[pg!168]

—No, caro; giungi un pochino a contrattempo;
ecco tutto. E se tu fossi rimasto dov'eri, ti saresti
sicuramente meno annoiato. Perchè qui, vedi, si
studia. Ero tutto occupato a prender lezione di lingua
Haitiana. Non puoi immaginarti come ne siano
difficili i principii. Ma con un po' di buona volontà,
sudandoci naturalmente....

—È somigliantissima a quella di Cuba;—disse
Cosma.

—No, sai? questa è più dolce; oh, molto più dolce.

—Questione di più e di meno, allora;—riprese
Cosma;—e il nostro Cusqueia potrebbe bastare.

—È vero, sì; ma Cusqueia, vedi, non ha metodo.
Ti rammenti che cosa diceva il nostro maestro, commentando
Aristotele? Senza il metodo, uomo non
isperi di profittare in nessun ramo dello scibile. Ma
io ti faccio dei discorsi inutili, caro; e tu sei venuto
per parlarmi di cose gravi, m'immagino.

—Sfido io!—rispose Cosma.—Son venuto per
dirti che è tempo di partire. Son tutti sulla piazza,
incominciando dal regio notaio, e non si aspetta
che te per metterci in cammino.

—Si va via!... e perchè?

—Per ritornare alle navi, che diamine! Dove hai
la testa? ai grilli?

—Eh! almeno a quelli del focolare;—rispose
Damiano.

E si volse con aria dolente a guardare la sua
bella interlocutrice, che era rimasta là, mezzo incantata
a guardare i due figli del cielo.

—*Abarima taorib*,—disse Damiano,—vedi?
questi è un mio amico, ma un amico crudele. Egli
mi rapisce a te, soavissima fra tutte le pelli rosse.
Ti prego, Cosma;—soggiunse egli, parlando all'amico,
ma senza voltarsi a lui;—non mi fare il
bello, ora, col pretesto d'esser biondo.

[pg!169]

—Ma che? sei matto?

—Perchè, vedi,—riprese Damiano,—questa
volta sono innamorato a buono. Addio, *Abarima
taorib. Ada turey* deve partire,—

Così dicendo, faceva il gesto dell'andare.

—*Azatlan*?—disse Abarima.

—Eh cara, non so che paese sia; ma il comando
è di andare. Che fretta è mai quella del regio notaio?
Va, te ne prego, Cosma, digli che vi raggiungo
subito.

—Ma non perdiamo tempo, mi raccomando.

—No, no; un addio, l'ultimo addio, e ti corro
sull'orma. Va.—

Cosma sorrise, fece una giravolta sulla persona,
e si avviò verso l'uscio.

[pg!170]


.. toc-entry:: X. Chi piange e chi ride.

:small-caps:`Capitolo X.`
=========================

Chi piange e chi ride.
----------------------


Rodrigo di Escobar, regio notaio di un'armata
ridotta a due navi, anzi a due caravelle, aveva adempiuta
la sua commissione. Disceso coi suoi compagni
alla spiaggia, dove lo aspettava il palischermo
della *Santa Maria*, si ridusse quella medesima sera
al bordo della capitana. Portava egli a Cristoforo
Colombo i saluti del cacìco Guacanagari, molti pappagalli
e una certa quantità di piastrelle d'oro in
presente. I pappagalli incominciavano ad ingombrare,
dopo tanti che se n'erano raccolti, da Guanahani
e da Cuba. Per fortuna, parecchi se ne erano
volati via, come quello di Caritaba. All'almirante
piacevano assai più le piastrelle d'oro, che dovevano
far fede ai reali di Castiglia della importanza
delle fatte scoperte.

Insieme coi presenti del cacìco, Rodrigo di Escobar
portava qualche notizia. L'isola si diceva assai
ricca, non pure di frutti, di biade, di legname e di
spezierie, ma ancora di metalli preziosi. Questi, a
dir vero, non abbondavano nella regione su cui
comandava il cacìco Guacanagari; ma nell'interno,
e dalla parte di levante, era il paese di Cibao, dove
[pg!171]
ogni ben di Dio si sarebbe ritrovato. Figurarsi che
il cacìco di Cibao nuotava nell'oro, tanto che aveva
fatte di quel metallo perfino le bandiere del suo
piccolo esercito. Così almeno dicevano i naturali
della costa; o così aveva capito, e così riferito l'interpetre.

L'almirante non istette più in forse. Bisognava
restare alla Spagnuola, esplorandone le parti interne
e riconoscendone tutta quanta la costa. Per
intanto, cortesia voleva che al primo soffio di buon
vento si andasse ad ancorare di là dalla Punta
Santa, alla vista della residenza di quel Guacanagari,
che si mostrava tanto cortese con gli uomini
bianchi e poteva riuscire un amico prezioso per
essi.

Era il giorno 24 dicembre, avanti l'alba, quando
Cristoforo Colombo lasciò il porto da lui denominato
della Concezione, per muovere verso la Punta
Santa. Il vento spirava da terra, ma scarso, e le
due caravelle facevano poco cammino. Ne fecero
così poco, che alle undici della sera la Punta Santa
era ancora una lega e mezzo lontana.

—Per essere il giorno dell'Avvento,—diceva
Damiano a Cosma,—si arriva pochino, anzi
niente!—

E gli doleva, al nostro Damiano; gli doleva
molto di questo indugio che lo teneva lontano dalla
capitale di Guacanagari; da quella capitale che egli
aveva abbandonata con tanto rammarico, e dove
un ottimo pensiero dell'almirante lo riconduceva,
per dargli modo di proseguire il suo idilio selvaggio.
Questo, veramente, non era stato l'intendimento
del principale; ma il garzone, si sa, vede sempre
l'utile proprio, ed è seconda natura nell'uomo di
tirar l'acqua al suo mulino.

Tutto quel giorno l'almirante era stato in piedi.
[pg!172]
La stanchezza lo aveva vinto; egli sentiva il bisogno
di riposarsi un paio d'ore. Non usava dormire,
quando si costeggiavano terre, volendo veder coi
suoi occhi ogni cosa. Ma quella sera il mare era
cheto e tranquillo come l'acqua in una scodella. Il
pilota che aveva accompagnata il giorno innanzi la
spedizione del notaio fin sotto alla Punta Santa, assicurava
di avere diligentemente osservate le acque
all'andata e al ritorno.

—Non dubiti Vostra Eccellenza;—diceva.—C'è
da dormire tra due guanciali.

—Ed anche con nessuno, prenderò un'ora di
sonno;—rispose l'almirante.—State dunque voi
al timone, Sancio Ruiz, mi raccomando.—

Era la mezzanotte, e l'almirante si era coricato
nel suo letticciuolo. Il mare era in calma morta, e
Sancio Ruiz pensò che se dormiva, l'almirante, poteva
chiudere un occhio il pilota.

—Infine,—diss'egli tra sè,—ieri ho veduto
queste acque per tre leghe di cammino. La Santa
Maria, che entra nei fiumi senza toccar fondo, non
ha da temere di nulla in questi paraggi.—

Fatto questo ragionamento, Sancio Ruiz allungò
una pedata amorevole ad un batuffolo di cenci che
stava mezzo nascosto sul cassero di poppa, presso
il capo di banda, e gridò:

—Olà, *pereza*!—

Il batuffolo di cenci si rivoltò in soprassalto. Era
un ragazzo, come avete capito, un mozzo di bordo;
il quale si mise a sedere, stropicciandosi gli occhi.

—Signor pilota!—diss'egli, riconoscendo Sancio
Ruiz, e saltando subito in piedi, per non ricevere
altre carezze.—Dormivo così bene!

—Ti credo, mio caro, ti credo. Ma chi dorme
non piglia pesci. Vien qua, e stammi al timone, che
vo' schiacciare un sonnellino ancor io.

[pg!173]

—Non piglierete pesci neanche voi;—mormorò
il mozzo, vedendo che il pilota era di umor maneggevole.

—Ci vorrà pazienza, ragazzo. Non si può cantare
e portar la croce. Animo, al timone; e fai bene
attenzione. Il tuo rombo è quello: devi aver sempre
quella punta a sinistra, due palmi di là dal pennone
di maestra;—hai capito?

—Ho capito, signor pilota; buona notte!—

Sancio Ruiz si ravvoltolò nella sua gabbanella, e
si sdraiò, in coperta, presso il capo di banda. Ma
non ci dormiva così bene come il ragazzo; perciò,
dopo essersi voltato e rivoltato parecchie volte, si
alzò brontolando, e andò sotto coperta a trovare il
suo rancio.

Quello che Sancio Ruiz commetteva era un grave
mancamento. L'almirante aveva severamente: vietato
che quando uno era alla guardia del timone,
se ne allontanasse per alcuna ragione, lasciando ad
altri l'uffizio. E più severamente aveva vietato che
quell'uffizio fosse lasciato ai ragazzi, la cui poca
esperienza era pari alla poca robustezza di braccio.

Dai canto loro, i marinai di guardia alla vela
avevano detto:

—L'almirante è andato a dormire; lui, che non
dorme mai, ha lasciato ad altri l'incarico di vegliare.
Segno che non c'è niente da temere, stanotte.
E difatti, il mare è cheto come l'olio. Questo
po' di vento che soffia, stenta a far increspare le
vele. Ecco là Sancio Ruiz che se ne va a dormire
anche lui. Buona notte a tutti.—

E chinato il mento in seno, si appisolarono anch'essi.
Pochi minuti dopo, non dormivano neanche
più seduti; si accovacciavano a dirittura in coperta.

Solo il mozzo vegliava, sulla *Santa Maria*, nella
grande tranquillità della notte. E pensava, pensava
[pg!174]
alla sua casa di Huelva, ai piccoli compagni che
aveva lasciati laggiù, ai giuochi in piazza, alle
corse nei boschi, alle sassaiuole sui greti, alle torte
della nonna, e a tante altre cosette egualmente piacevoli.
Che cosa aveva da fare, povero figliuolo, per
ammazzare il tempo, mentre intorno a lui e davanti
non c'era pericolo di nulla? Guardava di tanto in
tanto il promontorio; lo teneva sempre sulla sua
sinistra; quando gli pareva che con tutta la sua
attenzione quel promontorio gli sparisse dietro la
velatura, poggiava forte sulla barra e si rimetteva
alla via.

Ma egli non aveva veduto una cosa, o non aveva
ragionato sopra un'altra. Non aveva veduto che la
nave era lentamente tirata verso la costa; non aveva
ragionato sul fatto che ad ogni tanto gli bisognava
cercar l'orizzonte libero, davanti alla Punta Santa;
segno che una forza superiore alla sua vigilanza
operava sulla caravella. Era un ragazzo, non aveva
esperienza, ed è qui la sua scusa.

Ad un certo punto gli parve di sentire sulla sua
sinistra un rumore. Era sordo da prima, quasi di
onde lontane. Ma a grado a grado cresceva, era diventato
un fragore, uno strepito di marosi, che andassero
l'un dopo l'altro a colpire in un ostacolo.
Si atterrì, pensando che qualche scoglio dovesse
apparirgli sulla sinistra. Guardò attentamente e
non vide scogli; ma qualche minuto dopo vide biancheggiare
le spume e il flutto far cresta poco lungi
da lui.

—Jesus Maria!—gridò egli, atterrito.—I frangenti!—

Aveva a mala pena gridato, che sentì arare il timone.
Non gridò più, il povero mozzo; gittò un
urlo senz'altro.

—Al soccorso, in coperta! al soccorso!—gridò
[pg!175]
il povero mozzo, con quanto fiato aveva in corpo.—Ara
il timone; al soccorso!—

I marinai di guardia alla vela si erano appena
svegliati, che già appariva l'almirante sul cassero
di poppa.

—Come? tu qui, ragazzo?—esclamò, vedendo
al timone il fanciullo.—E Sancio Ruiz? Ma che cosa
è egli avvenuto?

—Signor Almirante....—balbettò il povero mozzo,
più morto che vivo.—Sancio Ruiz era andato a
dormire.... Io qui.... ma non è colpa mia.... Tutto ad
un tratto ho sentito arare il timone....—

Cristoforo Colombo non lo ascoltava già più. Aveva
guardato sulla sua sinistra, e veduto nell'ombra
della notte biancheggiare le spume; aveva udito il
mugghiar furibondo del mare, e aveva riconosciuta
la secca su cui frangevano con tanta rabbia i marosi.
Certamente la caravella, passando troppo da
vicino all'ostacolo, aveva toccato nel bassofondo
che accompagnava il frangente. Ed egli pensò subito
un'altra cosa: che una forte corrente dominasse
in quei paraggi, e che questa per l'appunto
avesse tratto alla deriva il naviglio.

Non c'era tempo da perdere; bisognava tentare
ad ogni costo di liberarsi. I marinai, svegliati dalle
grida del mozzo, erano già tutti in coperta, confusi,
sbigottiti e nella prima commozione facendosi ancora
più grave il pericolo.

—Lesti ad armare il palischermo!—gridò, l'almirante.—Prendete
un'áncora, e andate a gittarla
venti braccia in fuori.

—Credete che basterà?—disse Sancio Ruiz con
un filo di voce.

—Se non basterà a levarci di qui, impedirà che
c'incagliamo dell'altro;—rispose l'almirante.—Obbedite,
e non mi fate il saccente. Meglio sarebbe
[pg!176]
aver vegliato prima, com'era il debito vostro, che
dar sentenze dopo.—

Sancio Ruiz non fiatò più, e corse al palischermo,
che i marinai lanciavano in mare. L'áncora fu calumata
nella barca, e i marinai che restavano a
bordo delta caravella le filavano la gomena. Ma il
fragore dei flutti che infuriavano sui frangenti della
costa, il crocchiare dello scafo della *Santa Maria*,
che pareva ad ogni istante volesse andare alla
banda sullo scoglio, il buio della notte che ingrandiva
il pericolo, fecero perdere le testa ai marinai
del palischermo.

—A che servirà quest'áncora?—dicevano.—Ci
vuol altro che un'áncora. Fra dieci minuti la
nave è perduta. Bisogna pensare ai nostri fratelli,
e andare per soccorso alla *Nina*.—

L'idea parve ottima, quasi una ispirazione del
cielo. Gettar l'áncora inutilmente, sarebbe stato un
buttarla via. Slegarono invece l'anello, e a gran
forza di remi corsero verso la *Nina*, che navigava
mezza lega discosto.

Quei della *Santa Maria* sentirono molleggiare la
gomena, e capirono che il nodo si era disfatto a
bordo del palischermo, o che la gomena si era strappata.
Non potevano infatti pensare che gli uomini
del palischermo disobbedissero ai comandi dell'almirante,
rinunziando a gettar l'áncora, per andare
dove non erano stati comandati.

Ma così era; il palischermo si allontanava: sempre
più. Ben presto non si sentì più il rumore
della voga.

—Signor almirante!—gridarono i marinai.—La
gomena molleggia.... viene a noi.

—Forse l'áncora non agguanta;—disse l'almirante.

—Oh c'è ben altro; l'áncora, non c'è più. Vedete
[pg!177]
quante bracciate di gomena si prendono. Il palischermo
è fuggito.

—Hanno paura!—mormorò Cristoforo Colombo.—E
lasciano noi alla balìa dei frangenti.—

La forza del mare incalzava sempre più il fianco
della caravella, spingendola contro lo scoglio. Scricchiolavano
ad ogni ondata gli staminali; c'era pericolo
da un momento all'altro che la chiglia si
rompesse nel vivo sasso, e si sfondassero i fianchi
della nave.

Cristoforo Colombo sospirò, e diede ordine ai marinai
di metter mano alle scuri. Bisognava abbattere
l'albero di maestra, per tentare in quel modo
di alleggerire la *Santa Maria*. L'albero fu in breve
ora abbattuto, andando a spezzarsi, rimbalzando,
sulla scogliera. Ma non bastava ancora; la nave
era sempre incagliata.

Mentre così lavoravano a furia sulla *Santa Maria*,
ma disperati oramai di rimettere a galla il naviglio,
gli uomini del palischermo andavano a voga
arrancata verso la *Nina*. L'accostarono finalmente,
e diedero notizia di ciò che era accaduto, chiedendo
di essere issati in coperta. Vincenzo Yanez Pinzon,
valoroso uomo, devoto a Cristoforo Colombo quanto
il suo fratello maggiore Martino Alonzo gli si era
mostrato avverso e disubbidiente, rimproverò con
acerbe parole i fuggiaschi, ricusando di riceverli a
bordo.

—Se tentate di accostarvi—disse loro dall'alto
del capo di banda,—vi faccio andar sotto, come
è vero Iddio. Ritornate alla *Santa Maria*, e date
una mano ai vostri fratelli, che ne avranno bisogno.—

Rimandati i pusillanimi, il bravo Vincenzo Yanez
fece armar subito il suo palischermo, ed egli stesso
[pg!178]
a gran forza di remi andò verso la *Santa Maria*.
Umiliati, gli uomini dell'altro palischermo lo seguirono
colà dove la violenza della corrente aveva
spinta la povera nave capitana.

Quando Vincenzo Yanez giunse in aiuto dell'almirante,
l'albero di maestra era stato troncato; ma il
naviglio non galleggiava altrimenti; peggio ancora,
si era mezzo sfasciato sul fianco; poco dopo, era
andato alla banda. Per fortuna dell'equipaggio, il
tempo era buono. Con vento fresco e mare più
mosso, la caravella si sarebbe sfracellata, e tutta
la gente sarebbe perita nei frangenti, prima di poter
afferrare a nuoto la riva.

Cristoforo Colombo e i suoi compagni della *Santa
Maria* ebbero il tempo di scendere nei palischermi,
e di ricoverarsi a bordo della *Nina*. Intanto era
spuntato il giorno, e si conobbe che non era troppo
lontana la costa. Qua e là si vedeva ribollire il mare
intorno alle secche, o rompere il flutto a certi scogli
che venivano quasi a fior d'acqua. La *Nina* si
tenne prudentemente in fuori, governando contro la
corrente traditora. Frattanto l'almirante, poichè ebbe
meditato alquanto sulla triste condizione in cui era
posto dalla scomparsa della *Pinta* e dal naufragio
della *Santa Maria*, pensò di mandare a terra il palischermo,
con Diego di Arana, capitano di giustizia
dell'armata, e Pedro Gutierrez, credenziere del
re, suo ragioniere generale. Essi erano incaricati di
riferire al cacìco Guacanagari quello che era accaduto:
come l'almirante, volendo mantener la promessa
di andare a visitare nel suo porto il cacìco,
avesse perduta la nave dirimpetto alla sua residenza,
dando in una secca, una lega e mezzo discosto
dal lido.

Spirava da terra una brezza leggiera. E temendo
l'ammiraglio che non vi fosse in vicinanza qualche
[pg!179]
scoglio o banco di rena nascosto, rimase in panna
fino a giorno ben chiaro.

Diego di Arana e Pietro Gutierrez, con due scudieri,
un interpetre e sei marinai, andavano intanto
verso la spiaggia. Apparivano tutti assai tristi; anche
taluno che non aveva ragione di esserlo nello
interno del cuore, lo era abbastanza nel volto. E
il savio lettore intenderà facilmente di chi vogliamo
parlare.

Smontati a terra, e lasciati quattro uomini alla
guardia del palischermo, partirono gli altri sette
per salire alla residenza del cacìco. Il villaggio di
Guacanagari non si vedeva di laggiù; afferrato il
colmo del poggio, i nostri ambasciatori lo scopersero,
poco meno d'un miglio lontano.

Non era un gran tratto di strada; ma bastò perchè
fossero veduti dal villaggio, annunziati al cacìco,
il quale si mosse ad incontrarli fuori dell'abitato.
Guacanagari, infatti, s'immaginava che tra quei
viaggiatori fosse l'almirante in persona.

Come il cacìco ebbe saputo dalla bocca dell'interpetre
ciò che era accaduto sulla costa, molto si addolorò,
e gliene vennero anzi le lagrime agli occhi.

—E sono io la cagione di questa grave sciagura!—esclamò.—Dite
al capo degli uomini bianchi
che io non saprò mai consolarmene.—

Ma i pianti e le querele non aggiustavano nulla;
ben altro occorreva, e Pietro Gutierrez lo fece dire
al cacìco dall'interpetre Cusqueia.

—Amico degli uomini bianchi, le tue parole piacciono
agli spiriti del cielo. Ma tu devi mostrare la
tua amicizia, dando aiuto coi tuoi uomini e con le
tue piroghe, affinchè tutto quanto si trova nella
gran nave abbattuta, sia messo in salvo alla spiaggia.—

Così parlava l'interpetre, riferendo la domanda di
[pg!180]
Pietro Gutierrez. E il buon Guacanagari si mostrò
sollecito a contentare gli uomini bianchi. Non piangeva
più; gli occhi suoi mandarono lampi di allegrezza,
al pensiero che egli avrebbe potuto in
qualche modo esser utile ai navigatori stranieri,
che per amor suo avevano patito un danno così
grande.

Tutto il suo popolo fu prontamente convocato, e
a drappelli avviato verso la costa. Circondato dai
suoi fratelli e parenti, seguiva egli stesso la folla.
Dal bordo della *Nina*, Cristoforo Colombo vide discendere
quelle lunghe file di naturali alla riva, ed
egli stesso, entrato nel palischermo, andò a stringer
la mano di quel piccolo re selvaggio del nuovo
mondo, che avrebbe potuto dar lezioni di umanità
e di cortesia a molti potenti del vecchio.

I discorsi furono brevi, essendo urgente di operare.
E tosto messe in acqua Le loro piroghe, i naturali
di Haiti si unirono ai marinai dei palischermi,
per discaricare la *Santa Maria*.

In breve spazio di tempo la coperta fu tutta sgomberata.
A vedere quella folla di burchielli che si
aggiravano intorno alla scafo della nave abbattuta,
con uomini che andavano e ritornavano senza posa,
dalla nave ai burchielli, ricorreva naturalmente al
pensiero un popolo di formiche, affaccendate intorno
ad una mollica di pane, che in breve ora riescono
a sgretolarla, a tritarla, a portarne via le briciole,
facendo piazza pulita.

Quanto era in coperta e sotto coperta fu portato
alla spiaggia. E il cacìco in persona, coi suoi fratelli
e parenti, usava ogni diligenza, così nella nave
come in terra, perchè il tutto fosse ben governato
e custodito. E di tempo in tempo, mandava qualcuno
de' suoi all'almirante, che era rimasto sullo
scafo della *Santa Maria*, per pregarlo di non prendersi
[pg!181]
fastidio dell'accaduto, che egli volentieri gli
avrebbe donato in compenso tutto ciò che possedeva.

Così passò per Cristoforo Colombo la mattina del
Natale. Intorno al meriggio ogni cosa era al lido; e
dal lido, a braccia d'uomini, era portata al villaggio.
Non si poteva infatti lasciare tanta roba allo
scoperto, esposta alle intemperie. Quanto ad altri
pericoli che potesse correre, non era neanche da
pensarci; cose grosse e minute erano in buone mani;
nessuno di quei naturali pensò di appropriarsi nulla.
Cristoforo Colombo potè dire, ammirato, e scrivere
nel suo giornale di bordo, che delle cosa salvate
dalla *Santa Maria*, non mancò neppure una stringa.

Giunti i preziosi fardelli al villaggio, Guacanagari
li fece riporre nella sua casa medesima, che ne
fu tutta ingombrata. E li tenne là dentro, fino a
tanto non furono vuotate tre case, che aveva destinate
per una più lunga custodia. Agli usci di
quelle case, e tutto intorno, furono messi a guardia
uomini armati, che dovessero starci di giorno
e di notte.

Così adempieva agli obblighi della ospitalità il
cacìco Guacanagari, amico agli uomini bianchi, e
preso di grande affetto per il loro comandante supremo.

Quella sera, discendendo coi suoi uomini alla
spiaggia, per ritornare a bordo della *Nina*, l'almirante
non sapeva ristarsi dal lodare Guacanagari
e il suo popolo.

—Che gente amorevole!—esclamava.—È trattabile,
e mansueta, che io credo non ci sia la migliore
sulla faccia della terra. Amano il loro prossimo
come sè stessi; hanno un ragionane dolce,
umano, sempre accompagnato dal riso. Quel loro
re, poi! È servito con molta divozione da tutti, e
con altrettanta dignità riconosce i loro servizi. Ha
[pg!182]
buon contegno e mi pare anche fornito di molta
intelligenza. Avete notato come tutto osserva, e di
tutto vuol sapere il principio ed il fine, e la causa
e l'effetto?

—Crederai tu che abbiamo messe le mani sopra
un re filosofo?—disse Damiano sotto voce a Cosma.—Mi
piacerebbe moltissimo.

—E perchè, di grazia?

—Perchè si potrà discorrere, argomentare, disputare
in famiglia, nelle lunghe serate d'inverno.

—Vuoi tu dunque trattenerti alla sua Corte, matto
insanabile che sei? T'ha egli offerto un posto di
ministro?

—Eh, sarà il meno ch'egli potrà fare per me,
quando mi riconoscerà per nipote.

—Nipote!—esclamò Cosma.—Eccone un'altra.
Hai dunque già posto gli occhi sopra una nuova
bellezza?

—No, caro; sono fedele ad Abarima. L'ho riveduta
oggi, e mi ha fatto una festa da non dirsi. E
per me e per lei la *Santa Maria* ha fatto egregiamente,
a dare in secco. Non mi guardare con quegli
occhi. So bene ancor io che è una disgrazia;
ma infine, poichè il male è fatto, possiamo ben dire
che esso non vien tutto per nuocere. E come è bella,
Abarima! Mi è venuta incontro battendo le palme,
dopo aver gettato un grido, che mi è penetrato qui,
nel fondo del cuore. Anche il suo vecchio padre mi
ha accolto benissimo; mi ha perfino abbracciato.
O son io che ho abbracciato lui?... Non saprei dirti,
ora; ma una cosa è certa, che siamo stati un par
di minuti l'uno nelle braccia dell'altro. La parentela,
capisci? la parentela imminente. Perchè io la sposo,
quella bella creatura; com'è vero Dio, la sposo.

—Secondo comandamento del Decalogo;—disse
Cosma;—non proferire il nome di Dio invano.

[pg!183]

—E non fo conto di averlo proferito invano;—rispose
l'altro con gran sicurezza.—Non giudicare....
da quelle altre. Laggiù erano capricci, morti
appena nati; nuvolette formate all'orizzonte, e dissipate
dalla prima brezza del mattino. Qui è un'altra
cosa. Sono innamorato come un gatto. No, il
paragone è brutto; saresti capace di dirmi che ora
io ti miagolo la mia canzon d'amore. Diciamo dunque
come un piccione. E sai a proposito di canzoni,
che ho fatto cantare l'interpetre?

—Che c'entra l'interpetre?

—C'entra per parecchie notizie che io non potevo
avere da me, direttamente, da bocca a bocca. Perchè
in materia di lingua Haitiana io sono ancora
ai primi esercizi. Orbene, oggi ho domandato all'interpetre
di sapermi dire chi fosse il vecchio naturale
nella cui casa sono stato ospitato. Cusqueia si
è informato, e sai che cosa ha saputo? Sai chi è
il mio ospite, il padre di Abarima! Nientedimeno
che il fratello di Guacanagari, il fratello del ca....
No, non voglio dire cacìco! il fratello del re; mi
capisci? del re.

—Capisco;—rispose Cosma, sforzandosi di sorridere.—Per
questo accennavi alla tua qualità di
futuro nipote.

—E futuro prossimo, perchè qui bisogna stringere,—riprese
Damiano.—L'almirante non vorrà
mica restare troppo a lungo in queste acque. Siamo
a Natale; bisognerebbe far le nozze per la Befana....—

Cosma diede di sbieco una guardata al compagno,
come per accertarsi se parlasse da senno. Per
matto lo conosceva oramai; ma non sapeva acconciarsi
all'idea che lo fosse diventato a tal segno.
Ed era quello il cavaliere che con lui, una volta....
Ma insomma, a che filosofar tanto sul cuore e sulla
[pg!184]
testa dell'animale irragionevole? Non c'è che l'uomo,
per adattarsi alle condizioni di tempo e di luogo.
Ma queste cose non le aveva insegnate a Cosma
la filosofia d'Aristotile, nè quella del suo maestro
che gli commentava Aristotile nella università di
Pavia.

—Sta bene;—diss'egli al compagno.—Auguro
fortuna ai tuoi novelli amori.—

E lasciò cadere una conversazione che fino allora,
come in tant'altre occasioni consimili, aveva tenuta
viva per far piacere all'amico.

Il silenzio era una consuetudine, in lui. Spesso
restava intiere giornate senza aprir bocca. Nessuno
tra i marinai della *Santa Maria* era più attento di
lui ai comandi dei piloti, nè più diligente al servizio.
Da principio, quel suo fare un po' contegnoso
era parso superbo; ed avevano preso a motteggiarlo.
Non ne aveva fatto caso, finchè la cosa era
rimasta in certi confini, tanto da lasciargli parere
che non dicessero a lui. Ma la prima volta che lo
stuzzicarono davvero, ed egli non poteva più far
mostra di non avvedersi, entrò risolutamente nel
mezzo e parlò animosamente ai compagni.

—Sentite,—diss'egli,—ogni bel giuoco dura
poco. Una volta e due si può credere che chi ci ha
dato uno spintone non l'abbia fatto a posta. Alla
terza, bisogna parlarci chiaro. Io voglio parlar
chiaro con voi, poichè siamo obbligati a vivere insieme,
finchè duri questo viaggio. Ho buone braccia
come voi, e un buon coltello catalano per difendermi.
Se avete voglia di leticare con me, ditelo
liberamente, e ce la faremo senza tanti discorsi,
sopra tutto senza tanti motteggi. Volete essere amici?
rimetto il coltello in cintura, e qua la mano. Dunque,
siamo intesi; scegliete.—

I patti chiari fanno gli amici cari. I compagni di
[pg!185]
Cosma scelsero prontamente il partito migliore. Alla
fin fine, non era egli un buon figliuolo? Non dava
mai noia a nessuno, e quando c'era qualche cosa
da fare, lavorava sempre per due. Troppo contegnoso
in verità; ma questo dipendeva dal suo carattere.
Era un taciturno. Gli avevano affibbiato un
nome: il cavaliere. E non sapevano, chiamandolo
così, di aver dato nel segno. Del resto, quando gli
si diceva qualche cosa, rispondeva sempre con
garbo. Gli si domandava un parere, e lo dava sempre
con molto giudizio. Era un po' chiuso; ma niente
affatto orgoglioso; e questo bastava. Si avvezzarono
alla sua indole severa; presero a rispettarlo come
un superiore, sapendo ch'egli non si teneva per
tale; lo scelsero volentieri giudice ed arbitro nei
loro litigi, sperimentandolo giusto ed umano in ogni
occasione. Dov'era lui, regnava la disciplina; quello
che sopportava lui, sopportavano tutti senza farsi
pregare, nè minacciare. Gran virtù dell'esempio!
Per contro, quando il cavaliere si degnava di sorridere,
gli altri ridevano e saltavano. Ma questo
non era un guaio; ed egli, frattanto, aveva conquistato
il diritto di chiudersi nelle sue meditazioni.

A sua volta, Cosma era tutt'orecchi quando parlava
il signor almirante. Cristoforo Colombo aveva
una grande autorità sull'animo del cavaliere. Questi
raccoglieva religiosamente ogni parola del suo
grande concittadino; e sospirava spesso, pensando
alla sua bontà di cuore, alla sua dirittezza di mente.

—Venti di questi uomini a Genova,—diceva allora
in cuor suo,—e ci sarebbe da comandare al
mondo. Invece.... Ah, povera patria, che le discordie
dei suoi figliuoli hanno resa l'ultima delle terre
italiane!—

[pg!186]


.. toc-entry:: XI. Come una debolezza di Damiano andasse a finire in una fortezza.

:small-caps:`Capitolo XI.`
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Come una debolezza di Damiano andasse a finire in una fortezza.
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Il 26 dicembre, che era un mercoledì, venne il cacìco
Guacanagari in visita solenne alla caravella
dell'almirante. L'ottimo re selvaggio mostrava gran
tristezza e dolore, vedendo lo scafo della *Santa Maria*
mezzo rovesciato alla spiaggia, e nuovamente
profferiva agli uomini bianchi tutto ciò ch'egli possedeva,
per ricompensarli dei danni patiti.

Mentre egli stava ragionando con l'almirante sul
cassero della *Nina*, si accostò alla caravella una
piroga di naturali di un'isola vicina, i quali portavano
piastre e lamine d'oro, per barattarle con sonagliuzzi
di bronzo. Niente piaceva di più, a quella
gente, dei piccoli strumenti sonori che gli Spagnuoli
avevano portati al nuovo mondo, opportunamente
imitando un costume dei Portoghesi nei loro viaggi
di scoperta lungo la costa Africana. Amavano la
danza, e saltavano spesso, cantando certe loro canzoni,
che accompagnavano col suono d'una specie
di tamburo, fatto d'un tronco d'albero scavato, su
cui era una pelle distesa. Il suono del tamburo non
era sicuramente così piacevole all'orecchio dei danzatori,
[pg!187]
come il tintinnio di quei piccoli sonagli di
rame.

Anche i marinai della nave naufragata, che ritornavano
a bordo della *Nina*, riferirono all'almirante
di altri naturali dell'interno di Haiti, i quali accorrevano
di tratto in tratto alla spiaggia offrendo pezzetti
d'oro in cambio di ogni nonnulla; e più ne
avrebbero portato, anche piastre più grosse, ove
fosse gradito il baratto coi sonagliuzzi di rame e
con le perline di vetro colorato.

Guacanagari, sempre attento ai discorsi degli uomini
bianchi, come erano tradotti dagli interpetri,
e non meno agli atti, ai gesti, ai moti del viso, osservò
che quelle notizie facevano scintillar d'allegrezza
gli occhi dell'almirante. E noi possiamo intendere
più facilmente di Guacanagari come e perchè
fosse lieto Cristoforo Colombo. Egli aveva promesso
di trovare per la via di ponente l'isola di
Cipango e le regioni estreme dell'Asia, famose per
infinite ricchezze. In quella vece, aveva trovato delle
isole abitate da selvaggi, ignudi la più parte come
Adamo ed Eva innanzi il peccato. Guanahani, Cuba,
Haiti e via discorrendo, potevano esser considerate
altrettante aiuole del Paradiso terrestre. Ma questo
ai re Cattolici di Spagna sarebbe parso troppo poco
guadagno, in compenso al grandissimo sforzo che
avevano fatto, di concedere tre gusci di noce per
mandare a scoprire il Cattaio, e far vassallo di Castiglia
il gran Cane dei Tartari! Perciò l'almirante
del mare Oceano giustamente pensava che nulla
avrebbe operato sull'animo de' suoi signori, meglio
della vista dell'oro. Che importava più del gran
Cane e del suo Cattaio, se si metteva la mano
sulle miniere di Ofir? Isole ricche d'oro nativo,
meglio trovarle selvagge, che abitate da popoli numerosi,
governati da re potenti, forse disposti a
[pg!188]
trafficare, ma niente affatto a ricevere un nuovo padrone.

Conosciuto per tal modo il desiderio del suo
ospite, Guacanagari fu molto lieto di potergli dire
che a poca distanza dalle sue terre, nella regione
più montuosa dell'isola, il metallo dal colore del
sole era tanto facile a ritrovare, che gli abitanti
non ne facevano stima veruna. Il luogo, soggiungeva
egli, si chiamava Cibao. Non forse Cipango?
pensò tosto l'almirante. Ma fosse Cipango, o non
fosse, egli aveva finalmente trovato Cibao, la misteriosa
regione aurifera, di cui gli avevano già
detto nome i naturali di Guanahani e di Cuba.

Guacanagari pranzò quel giorno con l'almirante,
a bordo della *Nina*; e quindi lo invitò alla sua residenza,
dove gli avrebbe fatto vedere come fossero
tutte le cose di lui gelosamente custodite.

La refezione, imbandita quel giorno nella casa di
Guacanagari, era copiosa e scelta, per quanto permetteva
ad Haiti la semplicità del costume. I piatti
forti erano di utia, che è una specie di coniglio, e
di pesci; le intramesse di radici, che erano di varii
generi e in varii modi preparate; delle frutte non si
parla nemmeno, che abbondavano nell'isola, e con
la varietà degli aspetti rallegravano gli occhi, come
con quella dei sapori stuzzicavano i palati degli uomini
bianchi.

Sempre maravigliosa la bontà d'animo dei cacìco,
e delicatissime le premure amichevoli, con cui cercava
di consolare il suo ospite della disgrazia sofferta.
Ed era strano per i suoi convitati spagnuoli
il vedere com'egli fosse garbato nel modi. Il civilissimo
tra gli Europei non avrebbe recato con maggior
dignità e pulitezza il cibo alla bocca. Ad ogni
portata Guacanagari si lavava le mani, e le strofinava
con erbe odorose. Era servito con molto rispetto
[pg!189]
dai suoi sudditi, e li ricambiava con atti di
graziosa maestà. Che dirvi di più? Bisognerebbe ripetere
il già detto, di questo selvaggio portentoso,
che oggi ancora si potrebbe proporre ad esempio
presso tutti i popoli civili del mondo.

Intorno a lui, Damiano aveva compendiato il suo
giudizio in queste poche parole: Guacanagari, non
ce n'è guari. E contemplava il suo futuro zio con
una tenerezza ineffabile.

Ma ci pensava egli davvero, a fare il nido in Haiti?
Pare di sì. Damiano era uno spirito bizzarro, pronto
ad infiammarsi, e sincero nei suoi innamoramenti,
qualunque ne fosse l'oggetto. Abarima gli era piaciuta
a quel dio; egli era piaciuto a lei; non c'era
nessuna ragione perchè ella non fosse sua moglie,
o con un rito o con l'altro, dei tanti che servono a
fermare in modo indissolubile il bel capriccio di un
giorno, in quella guisa che una spilla nera, un cartellino
scritto con due parole latine, e una lastra di
cristallo in cornice, vi fissano un bel *Priamus*, una
bella *Vanessa*, dalle ali fatte di polvere d'oro, nella
vetrina d'un museo di storia naturale.

E di questo suo disegno era tanto invasato Damiano,
che egli si era perfino rallegrato della perdita
d'un naviglio. Egoismo d'amore, che dalla sua
stessa ferocia è innalzato al sublime! Il naufragio
della *Santa Maria* riduceva Cristoforo Colombo e
la sua gente a vivere sulla più piccola delle tre caravelle,
e sulla meno adatta a sostenere la forza
del mare. Forse era per tutti la impossibilità di ritornare
in patria. Si sarebbero perduti laggiù, come
Ugolino Vivaldi sulla costa di Africa, senza che più
si avessero nuove di loro. Ebbene? che importava
ciò? Si rassegnava a tutto, Damiano; anche a non
rivedere l'Europa.

—Vecchia Europa!—diceva egli, in una di quelle
[pg!190]
apostrofi che gli erano familiari.—Infine, che cosa
sei tu, per un uomo del tempo presente? Un giorno,
sei piaciuta a Giove, che per te non dubitò di cangiarsi
in toro, e tu lo incoronasti di fiori, come una
vittima. Per altro, da quel giorno, ne sono passati,
degli anni! Vecchia megera, se io potessi aver la
sorte di non rivederti mai più! Spero bene, ora che
ti abbiamo scoperto una sorella di parecchie migliaia
d'anni più giovane, spero che un giorno molti dei
tuoi cavalieri passino il mare, uscendo dal tuo vilissimo
stretto di Gibilterra, per venirsene qua, a
dimenticare in questa vergine bellezza i tuoi vezzi
cascanti, il tuo belletto, i tuoi capelli tinti, i tuoi
denti posticci. Per rifarti la pelle, vecchia incartapecorita,
non ci sarebbe che un espediente, ma
eroico, anzi più che eroico, divino. Sarebbe infatti
mestieri che la mano di Domineddio si aggravasse
gentilmente su te; con un dito sui Pirenei, un altro
sulle Alpi, un altro sugli Urali, un altro sul Caucaso,
un altro sui Carpazi, un altro.... Ma no, ne ho
contato già cinque, e cinque basterebbero, purchè
premessero, premessero bene, giù giù, fino a metterti
un venti braccia, sott'acqua, per venti minuti!
E allora, crepi l'avarizia, ti si potrebbe far ritornare
a galla, per lasciarti respirare. Che bella faccia pulita,
mia vecchia Europa! e che bel bagno di gioventù!—

Sincero anche in questi suoi voti, il nostro Damiano!
Vi pare di dovergli dare il torto, per aver
egli detto ad alta voce ciò che tanti avranno pensato,
ai suoi tempi, ed ai vostri? A buon conto, non glielo
voglio dar io.

Con questo modo suo di ragionare, figuratevi se
non volesse restare ad Haiti. Ci pensava tanto, che
si risolse d'imparare alla svelta la lingua del paese.
Maestri ce n'erano parecchi: gl'interpetri di Guanahani
[pg!191]
e di Cuba. Egli sapeva già parecchi vocaboli;
ne imparò in due o tre giorni parecchie centinaia,
che scriveva sopra pezzetti di carta, di contro ai
corrispondenti vocaboli italiani. Con quel principio
di glossario si poteva fare molto cammino, e non
desiderarsi la vicinanza di un terzo incomodo,
quando aveva da far conversazione con la leggiadra
Abarima.

Il vecchio babbo, quantunque fratello di re, vedeva
di buon occhio quel semplice marinaio. Ma
questo s'intenderà facilmente: il semplice marinaio
era un uomo bianco, un figlio del cielo. Del resto,
il capo degli uomini bianchi era molto amico di quel
semplice marinaio, gli rivolgeva spesso la parola,
intrattenendosi con lui in una lingua che essi soli parevano
intendere. E questa familiarità di Damiano
con l'almirante rialzava molto il marinaio agli occhi
del vecchio Tolteomec.

Quel giorno, per l'appunto, Damiano aveva accompagnato
l'almirante alla residenza di Guacanagari.
Sedeva anch'egli alla mensa del re; ultimo nell'ordine
gerarchico, è vero, ma forse per sua elezione,
volendo esser vicino alla dolce Abarima. Nelle numerose
comitive e nelle grandi riunioni, il miglior
posto è sempre quello degli ultimi, che hanno sempre
la libertà della scelta. Il personaggio maggiore
s'annoia a capo di tavola, e manda occhiate di desiderio
ai felici che se la spassano nel fondo, facendo
il comodo loro e ridendo come matti.

Levate le mense, Guacanagari aveva condotto il
suo ospite negli ameni boschetti che circondavano
la sua casa. Migliaia di naturali aspettavano la nobile
comitiva; e a mala pena Cristoforo Colombo si
fu seduto con Guacanagari al rezzo d'un palmizio,
quella turba poco vestita si mise a cantare e a saltare,
accompagnando la voce ed il passo col suono
[pg!192]
dei suoi tamburi, a cui si aggiungeva per grande
novità il tintinnìo dei sonagli di bronzo.

La danza era il passatempo prediletto dei naturali
di Haiti. Se a quel tempo fosse stato comune sulla
faccia del globo l'uso delle carte da giuoco, sicuramente
quei buoni selvaggi avrebbero fatto carte
false, pur di ballare dalla mattina alla sera. Damiano,
contemplando le loro giravolte e i loro salti,
aveva facilmente imparata la coreografla, del resto
assai scarsa, dei suoi futuri concittadini. Un ballo,
tra gli altri, gli era sembrato molto somigliante al
trescone, che si ballava in Europa. Preso da un capriccio
subitaneo, chiese ad Abarima se ella avrebbe
consentito a ballare con lui. Abarima non aveva
detto di no. Animo dunque, e nel mezzo del prato,
facendo fermare stupefatti tutti i ballerini della tribù.
Damiano provava un gusto matto a ballare con quel
fior di selvaggia; ma altrettanto ne provava la graziosa
fanciulla a ballare con lui. E non erano meno
contenti i naturali di Haiti, vedendo un figlio del
cielo che non isdegnava di saltabellare in cadenza
con una figlia degli uomini. I tamburi battevano
via via più affrettata la misura; e più rapido girava
Damiano, più forte stringendo nelle braccia nervose
la leggiadra Abarima. Essa era snella, egli robusto;
durarono un pezzo alla prova. Ma egli non vedeva
già più il prato, nè gli alberi, nè gli spettatori circostanti,
quando la sua dama gli fece la grazia di
arrendersi, cadendogli ansante, quasi svenuta dal
piacere, sul braccio, e abbandonandogli la bruna
testa inghirlandata di fiori sul petto.

Ma bisognava dare a Guacanagari altra idea che
di avergli portato ballerini, dalle regioni del cielo.
L'almirante aveva mandato a prendere a bordo della
*Nina* un arco moresco, col suo turcasso di frecce.
Era nel suo seguito un Castigliano, che aveva fatta
[pg!193]
la guerra contro i Mori ed era stato all'assedio di
Granata. A lui, destro arcadore, toccava di far vedere
la sua prodezza, con l'arco alla mano. Una foglia
di palmizio fu collocata in fondo alla prateria,
sulla vetta di una canna. E il Castigliano la prese
di mira, piantando nel suo verde tessuto, una dopo
l'altra, tutte le frecce del suo turcasso, tra le grida
di ammirazione e gli applausi della intiera tribù.

Guacanagari chiamò con un nobilissimo gesto
l'interpetre Cusqueia, e gli dettò le parole che questi
doveva riferire all'almirante:

—Potente signore, colpiscono diritto nel segno i
tuoi guerrieri. Questo è certamente un dono del
cielo, donde siete venuti. Con l'arco e la freccia non
colpiscono così giusto i Caribi, nostri mortali nemici.
Vengono essi sulle lunghe piroghe, dalle isole vicine,
verso mezzogiorno, e fanno prigioni i miei
uomini, che conducono nelle loro terre a servirli,
quando non ne bevono il sangue e non si cibano di
essi, fino al midollo delle loro ossa. Ahimè! i figli
di Haiti nulla possono contro quegli amici della
strage, e non sempre i nostri buoni spiriti li tengono
lontani da noi.—

Udì l'almirante la querela di Guacanagari, e prontamente
rispose:

—Ben altre armi abbiamo contro i nemici del
nostro ospite e fratello. Or ora tu le vedrai, e ti
sarà facile intendere che niente vale contro gli uomini
bianchi, che ti hanno giurato amicizia.—

E lasciato di parlare all'interpetre, si volse a Damiano:

—Prendete gli uomini che vi bisognano,—gli
disse,—e andate nelle case che Guacanagari ha
assegnate per la custodia delle cose nostre. Prenderete
un archibugio, con un po' di munizione, e
[pg!194]
farete anche rotolare fin qua un cannone lombardo
della *Santa Maria*.—

Damiano prese con sè i marinai che erano venuti
ad accompagnare l'almirante, e con essi e con qualche
selvaggio di buona voglia andò ad eseguire i
comandi dell'almirante.

Archibugio e cannone lombardo furono poco stante
sul prato, davanti al cacìco Guacanagari.

—Or ora,—disse Cristoforo Colombo al suo
ospite,—tu vedrai un colpo ben più veloce e più
micidiale che non possa farne una freccia.—

E fatto caricare l'archibugio, ordinò a Damiano
di prender la mira contro un albero che sorgeva
nel fondo del prato. Damiano si piantò saldamente
sul terreno, calò il moschetto, aggiustò la canna
contro il bersaglio, e accostata la miccia allo scodellino,
diede fuoco alla polvere. Partì il colpo, e il
lampo che uscì dardeggiando dalla canna, comprese
di stupore i selvaggi; ma più li fece maravigliare
lo strappo che videro in pari tempo esser
fatto nella corteccia d'albero, e il buco in cui si era
conficcata la palla: quella palla che essi avevano
veduta poc'anzi cacciar dentro la canna, ma che
non avevano veduta altrimenti uscir fuori.

Venne la volta del cannone. Damiano e uno dei
marinai lo avevano caricato con molta ostentazione,
affinchè i naturali vedessero bene come fosse quella
fattucchieria. Poscia puntarono lo stesso albero contro
cui era stato scaricato il colpo dell'archibugio.
La miccia fu accostata; il forellino diede una piccola
vampata, e tosto dalla gran canna di ferro escì
un globo di fumo, per entro a cui lampeggiava una
grossa lingua di fuoco. Non fu un rumore secco,
accompagnato da un sibilo, come era stato quello
dell'archibugio; fu un rombo, uno schianto, che intronò
gli orecchi di tutti gli astanti, a cui parve di
[pg!195]
avere udito il fragore del fulmine. E in pari tempo
l'albero preso di mira si spezzava nel mezzo; e si
abbatteva la parte superiore del tronco, non restando
che per poche fibre appiccicata alla parte
inferiore. La palla intanto proseguiva la sua via nel
bosco, sforacchiando in più luoghi la frappa.

Al fragore inatteso, molti naturali erano caduti
per terra. Lo stesso Guacanagari, che sempre cercava
di padroneggiare i moti dell'animo, non potè
trattenersi dallo afferrare il braccio dell'almirante,
come per cercare istintivamente un appoggio.

—Sono queste le nostre armi;—disse Cristoforo
Colombo.—I sovrani di Spagna, nostri potenti signori,
hanno di queste armi a migliaia; con queste
combattono i loro nemici; per esse sono rispettati
da tutto il mondo.

—Con esse ci difendano dai Caribi, invasori della
nostra terra, oppressori dei nostri figli, rubatori
delle nostre figliuole;—disse Guacanagari all'interpetre.

Non aveva mestieri di parlar per interpetre la
leggiadra Abarima. Fattasi accanto a Damiano, che
essa aveva ammirato nei due saggi della sua maravigliosa
prodezza, così gli parlò dolcemente nella
sua lingua, ridotta per la circostanza alle forme più
brevi:

—Damiano vivere casa nostra in Haiti, fianco
Abarima; difendere Tolteomec contro nemici Caribi.

—Fianco Abarima dolce cosa;—rispose Damiano,
con quel po' di glossario che aveva messo
da parte.—Damiano restare Haiti, amar sempre
Abarima, baciare suoi occhi.

—Difendere contro Caribi;—ripetè ella, a cui
pareva che il suo innamorato saltasse troppo volentieri
di palo in frasca.

—Una cosa non esclude l'altra, che diamine!—esclamò
[pg!196]
Damiano, nel suo vernacolo nativo.—Ma
questo, come fartelo capire, in lingua Haitiana?—

Questo, per altro, glielo disse col gesto affermativo,
ripetuto parecchie volte, e con un lampo degli
occhi, che non brillava meno di quello del cannone
lombardo.

Quella sera, tornando la comitiva alla spiaggia,
Damiano faceva all'almirante un discorso che aveva
a lungo meditato.

—Messere,—incominciò timidamente;—vorrei
dirvi una cosa.... intrattenervi di un pensiero che
mi è venuto quest'oggi alla mente.

—Sentiamo il vostro pensiero, Damiano,—rispose
l'almirante.

—Vi parrà poi una sciocchezza, messere. Ma
infine, potrebbe anche non esserlo.

—E non lo sarà. Dite ad ogni modo; tanto si fa
cammino, e le ciarle aiutano.

—Voi siete buono, messere, e date animo a chi
non l'ha. Pensavo adunque che noi eravamo imbarcati
in sessantasei sulla *Santa Maria*.

—Sessantasei, difatti, tra ufficiali e marinai;—rispose
l'almirante.

—E ventiquattro erano imbarcati sulla *Nina*;—ripigliò
Damiano.—Ora, sessantasei e ventiquattro....

—Fanno novanta;—conchiuse l'almirante.—Un
bel numero!

—Esorbitante per la più piccola delle tre caravelle
con cui siamo partiti da Palos;—replicò Damiano.—Non
pare a voi, messere, che ci si stia
pigiati, sulla *Nina*?

—Molto pigiati, troppo pigiati;—rispose l'almirante;—lo
vediamo e lo sentiamo fin d'ora, che
per una ragione o per l'altra qualcheduno dei nostri
uomini passa la notte alla spiaggia.

[pg!197]

—Ah, lo dicevo bene, io!—esclamò Damiano.—E
peggio sarà quando dovremo ritornare su quel
guscio di noce in Europa.

—Certamente, mio caro, certamente. Quello che
voi dite ora, l'ho già pensato più volte ancor io.

—E non avete pensato, messere, al rimedio?

—Ci ho pensato;—rispose l'almirante, sospirando;—ma
forse sarebbe un rimedio peggiore
del male. Chi vorrebbe adattarcisi?

—Ognuno che vi ami, messere. Perchè io l'ho
già indovinato, il rimedio; e sarebbe.... di lasciar
qui gli uomini di buona volontà.

—Che sarebbero naturalmente assai pochi, mio
caro Damiano!

—Non lo credete, messere. Io ne conosco parecchi,
che sarebbero contenti di restare. Non già per
sempre, si capisce; ma cinque, sei mesi, magari un
anno, quanto vi bisognasse per andare e ritornare.
Soldati in sentinella, resterebbero fino a che il comandante
non venisse a mutare la guardia.—

—Dite voi da senno, Damiano?

—Tanto, che io stesso mi proporrei di restare.

—Voi?—esclamò l'almirante.—E il vostro
compagno, naturalmente con voi? perchè l'uno non
può stare senza l'altro, siccome ho veduto. Ed anzi,
quella d'oggi mi pare una novità, e così strana, da
doverla segnare col carbon bianco.

—Cosma aveva l'umor nero, quest'oggi;—rispose
Damiano, impacciato.—Del resto, io credo
che egli non rimarrebbe, per sua elezione, in questa
parte del mondo, salvo il caso di obbedire ad
un vostro comando.

—Nè io sarò mai per dare di questi comandi a
nessuno;—ripigliò l'almirante.—Ma voi, piuttosto....
come vi adattereste voi a restare, senza l'amico?

—Messere, la vita è varia, e varii sono i capricci
[pg!198]
degli uomini. A me quest'isola piace moltissimo.
Ed anche ad altri, che hanno perduta la casa, e
non si raccapezzano nella casa altrui. I marinai
della *Santa Maria* si sentono ospiti, a bordo della
*Nina* La conoscono poco, non ci hanno fatta la
mano, nè l'occhio.

—È giusto, ciò che voi dite. Il marinaio si fa
casa volentieri della sua nave. Ma dunque, voi esponete,
oltre il desiderio vostro, quello di molti compagni?

—Si, messere; è un desiderio nato molto spontaneamente,
come il mio. Il paese è bello, si è detto;
gli abitanti son pasta di zucchero. A fabbricarceli
con le nostre mani, come ha fatto Domineddio per
il capo della specie umana, non si potrebbe inventar
niente di meglio. La vita è facile, qui, poichè la
terra produce tutto il necessario, senza che l'uomo
abbia da innaffiarla col sudore della sua fronte. E poi
c'è l'oro, che si raccoglie con facilità negli scambi,
senza bisogno di andare a cercarlo nelle miniere,
almeno per ora.

—Ma voi non pensate al pericolo di dover combattere
coi Caribi, gente feroce delle isole di mezzogiorno.

—Gente feroce che fa paura a Guacanagari, e al
suo popolo pacifico;—rispose Damiano.—Contro
i Caribi, se sono quei terribili pirati che ci ha descritti
il cacìco, avremmo sempre gli archibugi e i
cannoni della *Santa Maria*, che voi potreste lasciarci
per nostra difesa.

—Sicuramente, e con munizioni sufficienti. Ma
tutto ciò richiede un luogo adatto per la difesa.

—L'isola è vasta; il luogo si può trovare; le
eminenze non mancano.

—Ci vorranno dei ripari.

—Si faranno. Abbiamo qui la caravella naufragata;
[pg!199]
si può fabbricarne una fortezza. Della chiglia,
degli staminali e del bagli si può fare l'ossatura di
una torre. Col fasciame si possono fare le pareti. E
poi, dentro o fuori, si può aggiungere un impasto
di argilla e di paglia, come fanno i nostri contadini,
nelle gole dell'Apennino. Con uno scavo di pochi
giorni si fa un argine ed un fosso, che giri tutto
intorno alla fortezza. Quando il lavoro sia fatto, ci
si starà dentro a meraviglia, e sicuri come in chiesa.
Non lo credete, messere?

—Voi rispondete a tutte le obiezioni, Damiano.
L'idea non mi dispiace; voglio pensarci. E quanti
sareste, desiderosi di restare?

—Non saprei dirlo, ora. Ma così a occhio e croce,
argomentando dai discorsi che ho sentiti, potete far
conto sui due terzi della *Santa Maria*. Poi ci sarà
da domandare a quelli della *Nina*, che non vorranno
perder tutti la buona occasione di passare qualche
mese a terra.

—Vedete un po'!—disse Cristoforo Colombo,
ridendo.—Ed io che non osavo neanche vagheggiarlo
nella mente, un disegno come questo!

—Vagheggiatelo, messere. Anzi, fate meglio, mandatelo
tosto ad effetto. Non già per darvi consigli,
che a voi non occorrono, ma per dirvi sinceramente
quello che io penso, se fossi nei panni, vostri,
metterei mano all'opera fin da domani mattina.—

L'almirante non si potè trattenere dal ridere, a
tanta furia del suo concittadino. E pensò in quel
momento ad un proverbio di casa: la furia dei genovesi
dura tre giorni. La qual cosa poteva anche
esser vera, ma certamente non era intieramente creduta
dagli altri Italiani, che a questo proposito solevano
dire: genovese aguzzo, piglialo caldo.

—Avete ragione;—rispose l'almirante.—Ma
bisogna pensare ad un'altra necessità. Intenderete
[pg!200]
benissimo che per questa piccola colonia non potrei
lasciare soltanto marinai. Qualche ufficiale sarà necessario;
e non potrei, almirante di Castiglia, avendo
quasi tutti Castigliani nella mia gente, dare il comando
della colonia che ad uomini di questa nazione.
Degli ufficiali che sono imbarcati con me
dovrò dunque sentire l'opinione, per vedere chi volesse
restare ed assumere il comando della fortezza.
Se dovessi ascoltare il mio cuore, darei il comando
ad uomini come voi, o come il vostro compagno.

—Non pensate a noi, messere; noi siamo marinai.

—Infatti, come marinai siete venuti a me. Ma
io non vi ho mai avuto per tali. Anche parlando
il nostro vernacolo, non vi nascondete abbastanza;
si sente che non siete di Maccagnana, nè della Marina;
la batte da San Lorenzo a San Luca, miei cari.

—Messere....—balbettò Damiano, confuso.

—Ebbene, ditemi che non è vero; che non ho
colto nel segno.

—Eh, non saprei;—rispose Damiano.—Ci sarebbero
altre chiese, da mettere in riga; San Siro,
per esempio, o Santa Maria di Castello, San Domenico
o Santa Maria delle Vigne. Ma io non potrei
fermarmi su questo tema, se non per ringraziarvi
d'una curiosità che è figlia di benevolenza, e per
dirvi subito i nostri nomi, come sono scritti laggiù.
Disgraziatamente, ho promesso a Cosma.... di chiamarmi
Damiano. Quando egli non vorrà essere più
Cosma, credetelo, messere, sarò felicissimo di restituire
il mio nome di guerra al santo da cui l'ho
tolto ad imprestito.

—Nè io vi chiedo di rinunziarci per curiosità
che io abbia di sapere i vostri nomi veri ed autentici;—disse
l'almirante.—Ho accennato alla vostra
condizione per significarvi il mio rammarico
[pg!201]
di non potervi dare un uffizio più conveniente, e di
vedere in pari tempo che voi, amico Damiano, poichè
Damiano volete essere, vi disporrete ad un sacrifizio
come quello di restare parecchi mesi, forse
un anno, in questi lidi lontani.

—Oh, non vi date pensiero di ciò!—disse Damiano.—Ho
in uggia l'Europa.

—Capisco;—mormorò l'almirante.—Dolori?

—Che! Se ci avessi lasciato dei dolori, chi sa!
L'uomo è un animale così irragionevole! sarei capace
di correr laggiù, per rinfrescarmeli tutti. Il
fatto è che non ci ho lasciato dolori, e non ne ho
portati con me. Forse li avevo nel fardello; ma devono
essermi sdrucciolati nelle acque dell'Odiel, sul
punto di mettermi in barca.

—Avrete perdonato;—disse l'almirante.—E
questo è segno di animo buono.

—Ahimè! neanche questo, messere. Io non so
perdonare; il dimenticare mi sembra più savio. Fors'anche
è più sbrigativo. In ciò non sono d'accordo
col mio amico. Dove Cosma sospira, io alzo le spalle;
dove Cosma piange, io sorrido. Ma in una cosa ci
siamo affiatati come due pive: nell'amar voi, signor
almirante, nel riverirvi, nello intendere la grandezza
dell'impresa che avete ideata e compiuta. Pensiamo
qualche volta a ciò che diranno laggiù, in Europa,
quando vi vedranno ricomparire, scopritore di un
mondo ignoto, e allora....

—E allora,—interruppe Cristoforo Colombo,—dovreste
anche immaginare che mi faranno colpa
di non avere scoperto il Cattaio. Quattro isole
popolate da selvaggi, gran cosa! S'intende che
se un altro giungerà prima di me alle coste di
Spagna....

—Martino Alonzo Pinzon, non è vero?

—Sicuro;—ripigliò l'almirante.—Se il disertore
[pg!202]
giungerà primo alla sua patria, sarà egli lo
scopritore, avrà egli il merito e l'onore di tutto.

—Signor almirante, debbo dirvi intiero l'animo
mio?—replicò Damiano,—Dall'Europa ci si può
aspettare di tutto.... anche un atto di giustizia. È una
terra tanto curiosa! Io metto pegno che quando voi
giungerete, nessuno crederà più a Martino Alonzo
Pinzon. Del resto, voi avrete sempre la testimonianze
di due equipaggi, quasi intieramente di Castigliani,
in mezzo a cui è un fratello di Martino Alonzo, e
qualche altro suo consanguineo.—

L'almirante fece un cenno del capo e un moto
delle labbra: due gesti che dicevano e non dicevano,
ma che, ad ogni modo, in quell'ora tarda di
sera, non potevano essere notati dal nostro Damiano.
Per altro, era eloquente anche il silenzio, e significava
abbastanza i dubbi che amareggiavano il cuore
dell'almirante.

—E bisognerà quindi affrettare la partenza;—soggiunse
questi, proseguendo ad alta voce un ragionamento
che aveva fatto dentro di sè.—Ho osservato
una certa regolarità nei venti che soffiano
su questi mari. Quando siamo venuti, li avevamo
favorevoli, da levante a ponente. Ora mi pare che
incomincino a voltarsi da ponente a levante. Bisognerà
approfittarne; se no, risicheremmo di stare
in panna per molto tempo, avanti di far cammino
per le coste di Spagna.

—Ebbene, messere;—rispose Damiano.—Si
prende una risoluzione sollecita. Disfacciamo la caravella,
prima che se ne piglino l'incarico i marosi,
e facciamo la fortezza. È questione di giorni.

—Sì, dite bene, è questione di giorni, quando ci
sia la buona volontà;—conchiuse l'almirante.—Domattina
ne parleremo.—

Il giorno seguente, Cristoforo Colombo chiamò a
[pg!203]
consiglio gli ufficiali della spedizione e i piloti delle
due marinaresche, della *Santa Maria* naufragata, e
della *Nina* superstite. Espose la condizione di un
equipaggio raddoppiato, sulla più piccola caravella
e sulla meno maneggevole, rimasta l'unica per ritornare
in Europa, ed accennò al disegno di fondare
una colonia ad Haiti, lasciandovi un certo numero
di marinai, con quegli ufficiali che volessero
restare al comando. Gli avanzi della *Santa Maria*
avrebbero fornita la materia per la costruzione di
una fortezza, che i suoi cannoni potevano difendere,
e in cui si sarebbero lasciati viveri per il sostentamento
del presidio, nello spazio di un anno. Tanto
non credeva egli che la colonia avrebbe dovuto
aspettare il ritorno di una nuova spedizione dalla
Spagna; ma era meglio provvedere per un anno,
che per sei mesi soltanto; le precauzioni in simili
casi non essendo mai troppe.

Del resto, in quello spazio di tempo, i nuovi coloni
avrebbero avuto agio di visitare, con le debite
cautele, tutte le parti dell'isola, di cercare le miniere
e tutte l'altre sorgenti di ricchezza. Inoltre,
col cambio di tanta minutaglia che ancora si ritrovava
a bordo della *Nina* e nel carico sbarcato dalla
*Santa Maria*, avrebbero potuto accumulare dell'oro
in gran copia. Imparando la lingua dei naturali, si
sarebbero avvezzati ai loro costumi, alle loro abitudini,
in guisa da poter prestare utilissimi servigi
nelle spedizioni susseguenti. Alle quali, appena ritornato
in Ispagna, avrebbe pensato e provveduto
l'almirante, con quel pronto animo e con quell'ardore
di desiderio che tutti riconoscevano in lui, e
che oramai dovevano intendersi piuttosto accresciuti
che diminuiti.

Piacque la proposta a tutti, assai più che l'almirante
non isperasse. Ma forse il pensiero di liberare
[pg!204]
la *Nina* da un soverchio di gente, faceva
tutti più facili ad accettare un partito, sul quale, in
ogni altra occasione, avrebbero trovato molto a
ridire.

Damiano aveva dunque ragione, pronosticando che
l'idea sarebbe stata accolta con giubilo. Ed oltre
all'aver ragione, Damiano vinceva il suo punto.

[pg!205]
 

.. toc-entry:: XII. Una nave che va, e l'altra che viene.

:small-caps:`Capitolo XII.`
===========================

Una nave che va, e l'altra che viene.
-------------------------------------


Quel medesimo giorno, che fu il 27 dicembre, era
annunziato agli equipaggi della *Nina* e della *Santa
Maria*, morta ma non ancora sepolta, il disegno del
signor almirante del mare Oceano e vicerè delle
isole scoperte nelle Indie Occidentali. Il disegno era
già in embrione nella mente di molti; fu accolto da
tutti con grida festose.

E bisognava sentire i discorsi che si facevano a
bordo, nell'ora della colazione.

—Ah, io resto nell'isola. E tu?

—Ancor io, certamente. Fossi pazzo, a chiudermi
per due o tre mesi nella stiva della *Nina*, per morirci
soffocato dalla mancanza d'aria.... e dall'odore
del prossimo!

—Ancor io, sai? ancor io ci rimango, nell'isola.
Vuol essere una vita d'oro, la nostra, senza staffilate
di vento, e senza schiaffi d'acqua salata.

—Se la va di questo passo, figliuoli, si resta tutti
a terra, e il signor almirante se ne ritorna da solo
in Ispagna.

—Ma già! Non ci avete pensato, a questo guaio?
Se si vuol restar tutti, l'ammirante dovrà sceglier
lui quelli che lascerà e quelli che porterà.

[pg!206]

—Deciderà la sorte, m'immagino.

—Ebbene, se decide la sorte, io, che son nato in
un cattivo giorno, dovrò restare a bordo. Ma badate,
sono il primo a fare una proposta, e intendo
di averne assicurato il benefizio.

—Sentiamo la proposta di Ruiz.

—Eccola qua: mi profferisco per cambio a chi,
essendo designato dalla sorte per restare colono,
volesse invece ritornare in Europa.

—Nella decrepita Europa!—borbottò Damiano
tra i denti.

—Non mi dimenticate, adunque, nel caso che
non mi avesse favorito la sorte. Io voglio restare
ad Haiti. Paese buono, donne belle, lavorar poco,
spassarcela assai; che cosa si vuole di più?

—Bravo! Così intendi tu una colonia?

—E come l'avrei da intendere, io? Son marinaio;
sarei soldato. Non avrei da partecipare ai profitti, o
solo in troppo piccola parte, coll'aiuto di queste cinque
dita, che non sono neanche troppo lunghe, nè
troppo esercitate alla pratica di un perfetto tesoriere.
Il mio guadagno sicuro sarà di darmi bel
tempo. Questo è il paradiso terrestre; voglio godermelo.

—Facendo la parte del serpente, non è vero?—Si
rideva, si sghignazzava, si fantasticava a tutto
spiano. Damiano, attento ai discorsi, ma non mettendoci
bocca, godeva della sua bella trovata. Egli
sapeva bene quali sarebbero stati i profitti suoi,
nella nuova colonia. L'almirante, di sicuro, gli
avrebbe assegnato un uffizio. Magari, separandosi
da Cosma, egli si sarebbe risoluto di lasciare il suo
nome di guerra, per riprendere il suo nome vero
ed autentico. E con quello, per bacco, e con le qualità
che lo accompagnavano, l'uffizio non gli poteva
mancare; nessuno, poi, ci avrebbe trovato a ridire.

[pg!207]

Che momento, quando si fosse sentito leggere un
ordine di questa fatta: «Noi ecc. ecc. nominiamo
il nobile uomo ecc. ecc. dei conti ecc. ecc. alla
carica di ecc. ecc.»! L'uffizio a cui l'almirante poteva
destinarlo, egli, per verità, non lo sapeva ancora,
non aveva ancora osato immaginarselo. Ma
se non era il primo, nè il secondo, non sarebbe
neanche stato il quarto, per bacco baccone.

—Ma poi, perchè non sarebbe il secondo?—chiedeva
Damiano a sè stesso.—Ragioniamo un
poco, e vediamo.—

Qui l'amico Damiano faceva i suoi conti:

—Un Castigliano al comando supremo, si capisce;
l'ha detto anche l'almirante. È un onore dovuto
alla nazione per cui si è fatta l'impresa. Si dovesse
cercarlo col lumicino, trattenerlo qui con la
forza, un Castigliano ci vuole. Ma il secondo posto,
vivaddio, dovrebbe esser libero. Resteranno volentieri
i marinai; vita per vita, preferiranno sempre
sei mesi, un anno di presidio a terra, anzi che le
noie d'un viaggio, fosse pure di ritorno In patria.
Figurarsi il bordo della *Nina*, che cosa sarà per
due o tre mesi! Solo per andare a dormire, bisognerà
dividersi almeno in tre squadre, e darsi la
muta nei ranci. E se ne pregheranno, a vicenda!...
se ne pregheranno di quei secchi, o di quegli altri
fatti a ferraiuolo, così quelli che vorranno andarsene
a schiacciare un sonnellino, come quelli che
non vorranno smettere il loro. Mi par già di sentirli.
Per gli ufficiali, è un altro paio di maniche. Il
loro rancio, buono o mediocre, gli ufficiali lo hanno.
Sicuri per questo lato, non avranno nessuna ragione
per voler rimanere a terra; e il secondo posto
dovrebbe toccare a me, per qualche onesta ragione,
oltre la benevolenza del signor almirante. Con un
uffizio simile, sarei bene collocato, agli occhi della
[pg!208]
dolce Abarima e dei suoi. Comandante supremo, lo
so, potrei domandare la figlia del re. Secondo di
grado, potrò sempre aspirare ad una nipote di re;
senza contare che Guacanagari non ha figliuole
da marito. Veramente, m'annoia un poco quello
che ho udito delle leggi di successione in questo
paese. Morendo un cacìco senza figliuoli, gli succede,
a preferenza del figlio del fratello, il figlio
della sorella, perchè c'è più sicurezza che questo
sia del medesimo sangue, dirò così, cacicale. E si
capisce: i figli creduti d'un fratello potrebbero alle
volte non aver nessuna consanguineità con lo zio;
laddove i figli della sorella sono necessariamente i
figli della madre loro. Vedete che cervelli sottili,
questi selvaggi di Haiti! e sanno dove il diavolo
tenga la coda.—

Damiano, come vedete, pensava molte cose, facendosi
già in tasca il contratto di nozze. Era un
sogno in tutte le regole, il suo; egli se lo ingrandiva,
descrivendolo a sè stesso, ed era un po' come
colui che s'ubbriaca delle proprie parole.

Alle chiacchiere di bordo seguì presto il lavoro,
un lavoro animato ed allegro di tutto il doppio equipaggio.
Bisognava disfare pezzo per pezzo la *Santa
Maria*. Calafati e marangoni, con martelli, tanaglie,
scuri, e ogni altra maniera di ferri, schiodavano,
strappavano, segavano, facevano leva; ed assi, tavole,
bagli, staminali, tutto saltava in acqua, donde
i naturali di Haiti, volontarii aiutanti, nuotando intorno
alla secca, spingevano al lido ogni cosa.

Mentre così lavoravano gli equipaggi, Cristoforo
Colombo risaliva ancora una volta alla residenza
del cacìco, per informare l'amico Guacanagari della
sua nuova intenzione. Egli voleva lasciare una
parte della sua gente, per difender quell'isola dalle
scorrerie dei Caribi; con più gente sarebbe ritornato
[pg!209]
al secondo viaggio, ed anche con maggior copia
di preziosi donativi per il suo ospite, come di merci
da barattare con l'oro. Piacque a Guacanagari il
disegno; l'idea di ritener seco una parte di quegli
esseri straordinarii, di quei figli del cielo, e il pensiero
di vedere un giorno ritornare alla spiaggia di
Haiti il signore degli uomini bianchi, con grandi
piroghe cariche di sonagli di bronzo, di braccialetti
e bei monili di perle di vetro colorato, fece andare
in visibilio la tribù tutta quanta. Immaginate
le grida, i salti, le capriuole di quel popolo semplice,
mentre Cristoforo Colombo, accompagnato dal
cacìco e dai grandi della sua casa, andava attorno
per ritrovare un luogo adatto, su cui edificare la
sua fortezza di legno.

Il sole non era anche sparito dall'orizzonte, e già
la maggior parte del legname della *Santa Maria*
era trasportata dalla costa alla eminenza che Cristoforo
Colombo aveva scelta, non molto lontano
dal villaggio di Guacanagari. Lungo la salita si vedevano
andare e venire i naturali di Haiti in doppia
catena: quei che ascendevano la costiera portando
fasci di tavole, o travi, e quei che discendevano
a mani vuote, per andarsi a rifare un buon
carico.

Intanto che il lavoro procedeva, alcuni naturali
di un'altra parte dell'isola erano venuti ad annunziare
che una grande piroga, con le ali bianche,
come quelle della *Nina*, aveva gettata l'áncora in
un fiume, alla estremità orientale dell'isola. Cristoforo
Colombo diede una rifiatata di contentezza.
Quella grande piroga non poteva essere che la *Pinta*,
la *Pinta* ch'egli oramai credeva già in cammino
per l'Europa, la *Pinta*, che di sicuro si era allontanata
dalla squadra per obbedire alla indisciplinata
ambizione di Martino Alonzo Pinzon, insofferente
[pg!210]
di comandi, avido di scoprire e di raggranellare
per sè.

Comunque fosse, la *Pinta* era là, ancora sotto la
mano dell'almirante. Disubbidiente o no, era una
nave di più per il ritorno; e la sua presenza, raffidando
un pochino gli animi di tutti, consentiva di
dividere un po' meglio l'equipaggio della *Santa Maria*,
che altrimenti sarebbe stato costretto a pigiarsi
tutto sulla *Nina*, o a lasciare un numero troppo
grande d'uomini nella fortezza incominciata. Per
questa, niente era mutato nel disegni dell'almirante.
Il suo naufragio, in una calma perfetta, senza vento
e senza mareggiata, era per lui un segno manifesto
di una volontà suprema. Sembrava una disgrazia;
ma senza quella disgrazia, egli non si sarebbe fermato
tanto tempo ad Haiti, da scoprirne le ricchezze
nascoste. La decisione di fermarsi e di fabbricare
la fortezza era presa; non si doveva, non
si poteva più revocare.

Con tutti questi pensieri che gli ribollivano nell'anima,
Cristoforo Colombo ai era affrettato a chiedere
al cacìco una delle sue piroghe più veloci, con
quanti più rematori del paese potessero starci alla
voga. Uno spagnuolo andava con essi, portando al
Pinzon una lettera dell'almirante. In quella lettera,
che aveva scritta lì per lì, Cristoforo Colombo, senza
muover rimprovero alcuno all'indisciplinato comandante
della *Pinta*, lo invitava a raggiungere immantinente
la squadra.

La piroga ritornò in capo a tre giorni. Aveva costeggiata
l'isola per lo spazio di quaranta miglia,
senza vedere la *Pinta* e senza neppure udirne novella
dai naturali di quelle marine. Venivano intanto
all'almirante altri annunzi dello stesso genere,
ma da altre parti dell'isola; di qua, di là molti avevano
veduta la gran piroga con le ali di cigno; ma
[pg!211]
Cristoforo Colombo pensò che avessero tutti sognato,
nè più volle distoglier gente dal lavoro, per rintracciare
quella nave fantastica.

Ed era triste per lui non avere altro legno che la
*Nina*, per ritornare in Europa. Se la *Pinta* era fuggita,
e giungeva prima di lui alle coste di Spagna,
gli usurpava l'onore delle fatte scoperte, o, con calunniose
imputazioni preoccupando gli spiriti, guastava
a lui ogni disegno di spedizioni future. Se la
*Pinta* era perduta, la condizione di lui era anche
peggiore; poichè di tre caravelle che gli erano state
affidate, una sola ne restava, inferiore di troppo alle
altre nel veleggiare, e l'esito della sua grande intrapresa
dipendeva dall'incerto ritorno di un fragile
schifo, attraverso la immensità dell'oceano. Periva
egli nei flutti? e con lui si chiudeva nell'abisso il
grande segreto del mare tenebroso.

Il pericolo era grande; ogni indugio, poi, non faceva
che aumentarlo; necessario dunque di lavorare
con alacrità sempre maggiore alla costruzione della
fortezza. Della *Pinta*, se proprio si aggirava in quelle
acque non sarebbero mancate più sicure notizie, in
quei giorni ch'egli avrebbe dovuto pur troppo rimanere
colà.

Damiano aveva seguite con una certa ansietà le
peripezie di quel dramma che si svolgeva nella
mente del suo grande concittadino. A tutta prima,
udendo che la *Pinta* era stata ritrovata, e vedendo
l'almirante così sollecito a mandar gente sulla traccia
del Pinzon, gli era entrato nell'animo il sospetto
che della colonia d'Haiti non si dovesse fare più
nulla.

—Ahimè!—diceva egli quel giorno a Cosma.—Il
mio bel sogno svanisce.

—Che sogno?—esclamò Cosma.

—Come?—riprese Damiano, con aria di
[pg!212]
stupore.—Non sai?... Ma tu dunque vivi proprio nel
mondo della luna?

—Mio caro, non so se sia il mondo della luna;—rispose
placidamente Cosma;—so bene che è
il mondo dell'anima mia; ed è tutto qua dentro.

—Il mio, invece, è il mondo del mio cuore;—disse
Damiano.—Ed è qui presso, in Haiti.

—In Haiti!

—In Haiti, sì; o nella Spagnuola, per usare la denominazione
del signor almirante; o, per essere più
precisi, nella Corte di Guacanagari.

—Ah, sì, ora ci sono;—disse Cosma, che proprio
aveva l'aria di scendere allora dalle nuvole.—Hai
dunque e davvero in mente quella selvaggia?

—Una selvaggia, mio caro, che val più di molte
dame della civilissima Europa.

—Questione di gusti!

—E d'occhi, ti prego di aggiungere, e d'occhi che
sappiano discernere. So bene che non tutti vedono
ad un modo. Ci sono i presbiti, e ci sono i miopi,
per esempio. Ma tu, Cosma, che hai un occhio di
falco e l'altro di lince, dovresti riconoscere che la
figliuola di Tolteomec non è una selvaggia come
le altre. Che stupenda creatura! E non ti è mai venuto
in testa di raffigurartela vestita come una
dama d'Europa?

—No, veramente. Ti dirò anzi che non l'ho neanche
guardata.

—Male!—esclamò Damiano.—Cioè, mi correggo:
potresti aver fatto anche bene.

—Che discorsi son questi?

—Discorsi d'uomo savio.... e stagionato. Diciamo
dunque: meglio così; meglio che tu non ti sia fermato
a guardarla. Non si sa mai. Or dunque, io,
che l'ho guardata moltissimo, e fo conto di non
saziarmene mai, me la son figurata in tutte le fogge
[pg!213]
possibili. Da principio nella foggia di Diana cacciatrice.
Con quel suo guarnelletto ai fianchi, con quel
manto, o stola che tu voglia dire, gittata con tanta
grazia sull'òmero destro e rigirata sul fianco sinistro,
mi è parsa veramente la dea delle selve. Ieri
ancora glielo dicevo.

—E t'ha capito?

—Eh, così così. Sai che faccio profitto, nella lingua
d'Haiti. È più facile che non credessi a tutta
prima. O forse, son questi i miracoli della necessità,
quando amore l'aiuta. Abarima mi appariva
lassù, da quella macchia che confina col prato, dietro
la casa di Tolteomec... Ma tu non conosci abbastanza
i luoghi, mio caro. Non importa, del resto;
una macchia è sempre una macchia. Abarima usciva
dalla macchia, quando io attraversavo il prato, per
andarla a cercare. Orbene, lo crederai, o non lo
crederai, l'illusione era perfetta; mi parve di vedere
Diana, uscente dal limitare della selva, alla ammirazione,
alla adorazione dei pastori.

—O dei lupi rapaci;—disse Cosma, sorridendo.

—Lascia stare i lupi, poveracci! Io, del resto, non
sono quella bestia feroce che tu credi. Ti ho detto
che amerei quella donna vestita da dama europea.
E me la sono raffigurata anche con una gran veste
di velluto, o di ormisino, gallonata d'oro, col suo
gran vertugadino ai fianchi, per tener larghe le pieghe,
una ricca mantiglia sul capo, accomodata sopra
una trecciera di perle.... Come dovrebbe star bene!
Che portento di gioventù, di bellezza e di grazia,
da far morir d'invidia cento donne d'Europa al
giorno!

—Ci sarà sempre la carnagione,—disse Cosma,—su
cui le donne d'Europa potranno ricattarsi.

—Che carnagione!—gridò Damiano, facendo
una spallucciata.—Quella di Abarima è più chiara,
[pg!214]
in Haiti, al paragone delle altre. In Europa sarebbe
un tantino più carica, darebbe un po' più nel rosso,
ecco tutto. E ti pare un difetto, quello? Il bianco,
caro mio, ha un altro difetto, e molto più grave:
ti gira troppo spesso nel pallido, nello smorto, nel
giallo. Qui non ci sarebbe pericolo. Dunque, dico io,
tanto di guadagnato, ad innamorarsi di una pelle
rossa. E poi, pensa alle pèsche, alle belle pèsche
duràcine della nostra dolce Liguria. È sempre piacevole
il pensarci.... fuori di stagione; ti corre l'acquolina
alla bocca, e dal palato ti sale alle nari una
fragranza soavemente acuta, o acutamente soave,
che ti fa raggrinzare il collo e stralunar gli occhi
dall'eccesso del piacere. E queste, caro mio, sono
le sensazioni che prova il tuo servo umilissimo,
quando pensa alla figlia di Tolteomec, alla dolce,
alla gustosa Abarima, alla pèsca di Haiti.

—Pèsca salvatica, Damiano, pèsca salvatica!

—Eh no, Cosma! Questi, se mai, sono selvaggi di
un'indole strana. Hai veduto il gran logorare che
fanno di erbe aromatiche? Ad ogni momento se ne
strofinano le mani. Con certe erbucce fragranti,
Abarima si rifà spesso anche la bocca, che non ne
avrebbe bisogno. E fa inoltre il suo bagno, sai,
quella Diana cacciatrice. Là, nella macchia, è una
fontana, una vera conca di smeraldo, e in quell'acqua
ella si tuffa ogni giorno. Me lo ha confessato
ieri, quando usciva dalla macchia. Ed io ho pensato
alla fontana di Valchiusa; ed ho ripetuti a me stesso
quei bellissimi versi:

   | Chiare, fresche e dolci acque,
   | Ove le belle membra
   | Pose colei che sola a me par donna!

—Povera madonna Laura!—gridò Cosma,
[pg!215]
rabbrividendo.—Se lo spirito di messer Francesco ti
sente, povero a te!

—Vorrai dire che mi manderà a graffiare dalla
sua gatta? Io invece scommetterei che s'egli vivesse
ancora e vedesse la figliuola di Tolteomec, si dimenticherebbe
a volo della moglie di Ugo di Sade. Del
resto,—soggiunse Damiano,—il valentuomo se
n'era dimenticato più volte, quando era vivo. Ci sono
delle storie, intorno a quel platonico amatore!...

—Senti!—interruppe Cosma.—Non mi guastare
la immagine del Petrarca, neanche ad Haiti. La posterità
vuol figure tutte d'un pezzo; e il simulacro
non deve mostrare la saldatura nè la rappezzatura
dell'artefice mal pratico. Sappiamo tutti che ogni metallo
ha le sue scorie. Io, per esempio, studiando te,
vedo bene dov'è la tua. E un giorno ti credevo più
fedele a certe idee!...

—Delle quali, se mai, non avevo a star molto allegro!—esclamò
Damiano, seccato.

—E neppur io;—disse Cosma.—Nondimeno,
l'uomo ha da essere tutto d'un pezzo, come la statua
di bronzo.

—Per che? per chi?—domandò Damiano.—Per
la posterità, forse?

—No, caro, e risparmia l'epigramma;—replicò
l'altro,—Nè tu, nè io, possiamo aspettarci l'ammirazione
dei posteri. Ci vorrà pazienza. Ogni uomo, per
altro, ogni uomo che pensi ed intenda, ha i suoi giudici....
dentro di sè. Qualunque sia il suo stato e la sua
condizione, egli deve poter esser contento, quando
rientra in sè stesso ed osserva i suoi atti.

—Cavalleria antica!—disse Damiano.—E sebbene
incominci a dar giù, è pur sempre una bella
cosa; commovente, poi, commovente a quel Dio!
Ma io non credo neanche di far contro alla vecchia
cavalleria, amando una donna, dopo averne amata....
[pg!216]
qualche altra. Una va, e l'altra viene, come le nostre
caravelle. La *Santa Maria* va in pezzi? la *Pinta*
viene al nostro ancoraggio; almeno, così ci si fa sperare,
dalle notizie che sono arrivate di lei. Io m'attacco
alla *Pinta*.—

Cosma stette un pochino in silenzio, guardando il
suo amico e concittadino nel bianco degli occhi.

—Ma parli proprio da senno?—gli disse finalmente.—Sei
veramente innamorato?

—Innamoratissimo.

—E non per chiasso, come hai fatto.... nelle altre
isole?

—Oh, credi che questa volta è la buona. *Ultima
necat*, come è scritto anche sulle meridiane. Ho ricevuto
il colpo qui, al costato sinistro. Son morto;
mi seppellisco qui.... e faccio stirpe di re.

—Re d'Haiti!

—Eh, non posso mica farne una di re di Spagna
Nota, mio caro, che qui ce n'è proprio il bisogno.
Guacanagari non ha figli. Ma per fortuna non ha
figli maschi neanche la sua unica sorella.

—Che c'entra questo?

—C'entra, per quella benedetta legge di successione
al trono, che hanno qui in vigore; una legge
che esclude dal trono i figliuoli dei fratelli, perchè,
dicono, non ci sarebbe tutta la sicurezza della consanguineità.
Ma qui abbiamo un caso speciale. Tra
una figlia della sorella di Guacanagari, e una figlia
del fratello, spero bene che per una volta tanto si
darà la preferenza a quest'ultima, se quest'ultima
ha trovato un partito di prima qualità, un *ada Turey*,
un figlio del cielo.

—Ecco un titolo che tu ti largisci con molta liberalità!

—Ce lo dànno;—rispose Damiano.—Accettiamolo,
e mostriamo di gradirlo, vestendocene subito.
[pg!217]
con pompa e solennità. Ritornando al fatto, o al
da fare, non ti sembra che io debba operare come
ragiono?

—Non mi sembra affatto;—disse Cosma.—Ragioni
male, e ti proibisco di operare in conformità.

—Tu?—esclamò Damiano, stupito

—Io, sì, io.

—E perchè, se è lecito saperlo?

—Perchè non mi piace.

—Non ti piace! non ti piace!—balbettò Damiano.—Questione
di gusti, mi dirai. Ma questa, caro
mio, non è una mela, non è una sorba, non è una
susina; e voglio sperare che tu, uomo savio, dei
gusti tuoi.... a proposito dei fatti miei.... mi vorrai
dir la ragione.

—La ragione!—ripetè Cosma.—Potevi dire le
ragioni, perchè infatti ce ne sono parecchie. Ma incominciamo
dalla prima. Hai sempre sostenuto con
me, laggiù, in Europa, che un cavaliere ha da essere
costante in amore.

—Ti potrei rispondere,—ribattè Damiano,—che
di laggiù a venir qua si è passata molt'acqua.
E, se Dio vuole, siamo anche agli antipodi. Ma, per
tua norma e regola, io non ho mutato opinione:
credo alla bellezza, alla bontà, alla necessità morale
di essere costanti in amore, quando l'uomo è
ricambiato. Il mio non è stato ricambiato; fattelo
giudicare da quella corte d'amore che vuoi, da tutti
i tribunali di cavalleria che ti parrà di convocare;
nessuna corte, nessun tribunale giudicherà che si
debba esser fedeli ad una dama, la quale ha lasciato
l'uno per l'altro, e tutt'e due per un terzo. Se
a te non pare d'imitarmi in questo sentimento di libertà,
serviti pure; ma non accusar me di mancamento
alla legge.—

Cosma rimase muto per un buon tratto; forse cercando
[pg!218]
argomenti contro la logica del compagno, e
non trovandone di buoni, o almeno di tali che si
potessero dire, senza offendere l'amico Damiano.
Comunque fosse, egli mutò discorso, passando ad
un'altra forma di argomentazione.

—Dato e non concesso....—diss'egli, dopo quella
lunga pausa,—vediamo il caso tuo di qua dall'Oceano.
Ci sei venuto libero di cuore, senza i vincoli
che avevi l'aria d'imporre a te stesso. Non
ischerzi più, non t'innamori per chiasso, come hai
fatto nelle altre isole; sei innamorato a buono, di
questa principessa Abarima. Vedi? te la fo principessa
di schianto.

—Lo è, senza la tua liberalità, mio dolcissimo
Cosma.

—E sia, non letichiamo per queste piccolezze.
Mettiamo invece che questa principessa Abarima
non volesse saperne di te....

—Sei pazzo? Mi ama.

—Te lo ha detto?

—Sì, come si possono dire queste cose: ascoltando
molto, sorridendo altrettanto, arrossendo
spesso, come ad una innocente creatura si addice.

—E ad una pelle rossa, non è vero?

—Oh senti,—gridò Damiano, stizzito,—se tu
credi di farmi un epigramma, ti avverto che questo
t'è riuscito senza punta. Anche le pelli rosse arrossiscono,
e un attento esame te ne persuaderebbe,
come ha persuaso me. Del resto, lasciamo stare il
rossore; ci ho anche delle frasi sue, belle e buone,
che mi dànno il diritto di credere che sono riamato.
Se non ti piace, rincarami il fitto.

—Sei dunque felice?—disse Cosma.

—Sì....—rispose Damiano.—O quasi.

—È già un bell'avviamento;—riprese Cosma,
assentendo cortesemente del capo,—Ma se la tua
[pg!219]
principessa non durasse nell'amore che incomincia
a sentire per te?... Queste cose avvengono, lo
sai.... anche di qua dall'Oceano.

—Non me ne parlare!—gridò Damiano.—Sarebbe
una maledizione.

—Mi basta che sia una cosa possibile;—disse
Cosma.—E se questa cosa si avverasse per te, tu,
caro amico, rimasto tra i coloni, tra gli abitatori
della fortezza, non potresti più curare il tuo male,
partendo. Saresti confinato per sei mesi, per un
anno, ad Haiti, bestemmiando la tua risoluzione
troppo sollecita, per la quale, a voler dire ogni cosa,
avresti anche mancato ad un'altra fedeltà, ad un'altra
costanza: voglio dire la fedeltà e la costanza
nell'amicizia. Pensaci, Damiano;—soggiunse Cosma,
con accento di tenerezza solenne;—noi ci siamo
conosciuti in brutti momenti, lo sai. Due altri uomini
si sarebbero odiati. Anche noi, da principio, ci
eravamo messi su quella via; ma eravamo due cavalieri,
e non abbiamo potuto, non abbiamo voluto
durarci. E da quel giorno che ci siamo strette le mani,
quante ragioni non abbiamo avute noi per amarci!
Tutt'e due liberi dalle passioni malvagie di casa nostra,
ci siamo trovati d'accordo a compiangerle.
C'era una gran cosa da fare, una grande occasione
da cogliere, che ai nostri concittadini era parsa una
follìa. Ci siamo guardati negli occhi, e abbiamo
detto: vogliamo partire noi due? vogliamo almeno
partecipar noi ai pericoli e alla gloria d'una impresa
che i nostri concittadini ricusano? E la risposta è
stata una sola, che uscì da due bocche; partiamo;
sempre uniti, nella vita e nella morte, si segua quell'oscuro
popolano, il cui animo è così grande, sopra
tutti i maggiori della sua terra, ai quali sarà
gloria, se la fortuna lo assiste, di potersi dire della
sua medesima patria.—

[pg!220]

Damiano asciugò una lagrima che gli era venuta
sugli occhi.

—È vero, sì,—rispose egli, commosso,—abbiamo
fatto quello che avevamo promesso. Genova,
la prima esploratrice del mare tenebroso, Genova
che aveva scoperte le Azzorre, Madera, le Canarie
e le isole del Capo Verde, le doveva scoprir lei, le
nuove terre intravvedute dall'ingegno di un suo
valoroso figliuolo! Ma se ella non ha potuto, per le
sue eterne discordie, por mente ai disegni di Cristoforo
Colombo, non sono vivaddio mancati all'impresa
due dei suoi cittadini.... oso dire il fiore dei
suoi cittadini. Tanto, non c'è qui nessuno che ci
senta....

—I vicini sono in villa!—disse Cosma.

—Sicuramente,—rispose Damiano.—Aggiungi
che il capo della spedizione, l'uomo che l'ha ideata
e così fortemente voluta, è genovese come noi.
Siamo in tre, perbacco; *omne trinum est perfectum*;
tanto che, vedi, un quarto Genovese guasterebbe.
L'onore è salvo; è pensiero Ligure, qui; è fatica di
Liguri.

—Ah, bene!—gridò Cosma.—T'infiammi?

—Si, metto le ali ancor io. Ma tu sei Dedalo, ed
io non sono che Icaro. Il volo è fatto; si è fuori del
labirinto, lontani da Creta quanto basta. Icaro perde
le penne, e dà il suo nome al mare in cui cade. Io
dò un tuffo ad Haiti, e mi fermo. L'impresa per cui
siamo partiti è compiuta. La nostra società, la nostra
*maona*, ha dati i suoi frutti. Tu ritorni, io resto.
Perdio! al guerriero che ha combattuto, si concede
il riposo. Io riposerò sugli allori.

—È la tua risoluzione?—domandò Cosma, accigliato.

—Sì, caro; è la mia risoluzione;—riprese Damiano.

[pg!221]

—Orbene;—ripigliò Cosma;—non è la mia.

Damiano si strinse nelle spalle e inarcò le sopracciglia,
in atto di dirgli: che importa?

Ma l'altro finse di non vedere il gesto canzonatorio,
o di non intenderne il significato.

—Non voglio,—soggiunse,—che tu rimanga
in Haiti. Per il tuo onore, per la tua pace, non
voglio.

—Ma sai, Cosma, che è una pretensione strana,
la tua! Non voglio! non voglio! Tu parli come se
tu fossi il soldano d'Egitto, ed io il tuo umile schiavo.

—Come ti parrà meglio;—rispose Cosma, inflessibile;—ma
io non voglio.

—E che diresti se io mi ribellassi?

—Mi dorrebbe all'anima, perchè dovrei.... usare
la forza.

—La forza!—gridò Damiano.—La forza! Tu?
con me? Vorrei veder questa!—

E si era piantato, così dicendo, davanti a Cosma,
con le braccia al petto e i pugni chiusi, come un
atleta conscio della virtù de' suoi muscoli, e pronto
a farla sentire.

Cosma stette un istante a guardarlo; poi disse:

—Vedetelo, l'uomo antico, che scatta fuori dal
nuovo. Mi hai provocato, Damiano; ho dovuto parlarti
sinceramente. Che cosa sono queste tue smargiassate?
questi atteggiamenti da lottatore? Perchè
un giorno potevi uccidermi, e non lo hai fatto, credi
tu di farmi l'uomo addosso, opponendo braccia a ragioni?—

Ma Damiano non lo ascoltava già più. Le prime
parole di Cosma lo avevano colpito abbastanza.

—Che parli tu dell'uomo antico? che parli tu del
passato?—proruppe.—È stata la forza delle cose;
è stata la fortuna del momento. A quei giorni, a
quelle miserie, io non ci penso neanche.

[pg!222]

—Ma provi a ribellarti;—rispose Cosma.—E
mi sfidi a fare il poter mio per ricondurti in Europa....

—Questo sì;—replicò Damiano—Forza materiale,
o forza morale che sia, ti sfido ad usarne. Qui
non c'è uomo antico che tenga. Anzi, guarda, facciamo
una cosa: immaginiamo di non esserci conosciuti
mai, prima di vederci a bordo della *Santa
Maria*. Siamo amici, e con pari diritti. Tu fai quel
che ti pare, dal canto tuo; ed io dal mio.

—Sta bene, ed accetto il partito;—rispose Cosma,
chinando la testa.

Ma quella chiusa fredda e repentina non piacque
troppo a Damiano, che restava al buio di tutto.

—Ti ringrazio;—diss'egli, cercando di riappiccare
il discorso.—Ma che cosa farai?

—Quel che farò non debbo dirlo a te.

—Capisco.... parlerai all'almirante.

—Non debbo dirlo a te, ti ripeto. Se vorrò parlare
all'almirante, non sarai tu che potrai impedirmelo.—

Damiano gli diede una guardata in cagnesco; alzò
dispettosamente le spalle; fece una giravolta sui
tacchi, e si allontanò borbottando.

Cosma rimase pensieroso al suo posto. Come lo
vide voltato e in atto di andarsene, tentennò malinconicamente
la testa, e mormorò:

—Che peccato! un cuore così buono, e un cervello
tanto balzano! Ma ti aggiusterò io, bambino,
vedrai. E tu credi pure che io parlerò all'almirante—

[pg!223]


.. toc-entry:: XIII. Come andò che Cosma si risolvesse ad imparare la lingua di Haiti.

:small-caps:`Capitolo XIII.`
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Come andò che Cosma si risolvesse ad imparare la lingua di Haiti.
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Damiano si era allontanato dal castello di prora,
dove aveva avuto quella lunga ed aspra conversazione
col suo concittadino ed amico. Ed anzi, veduto
che l'almirante era sceso poc'anzi a terra, non
volle rimanere a bordo neppur lui. Chiamata una
delle tante piroghe di naturali, che si aggiravano
sempre intorno alla caravella, ci saltò dentro e si
fece trasportare alla riva. Quelli erano giorni di
gran libertà! fuori delle ore di servizio, ognuno
faceva il comodo suo. Damiano, del resto, era tra
quelli che più particolarmente si occupavano di
provvedere a tutto il bisognevole per la costruzione
della fortezza. Niente, adunque, era più naturale
del vederlo ritornare alla riva.

—Vedete che follia!—andava egli borbottando
tra sè, mentre gl'Indiani vogavano lesti con le loro
pagaie.—Vuol parlare all'almirante! Ah, gli parlerò
io prima di te, all'almirante. Ma perchè questo
capriccio di farmi ritornare laggiù? Se ci vuole andar
lui, buon padrone; io non vedo la necessità
d'imitarlo. È un fatto, sì, che io m'infiammo facilmente.
[pg!224]
Devo averci dello zolfo, nelle vene. Ma finalmente,
si vive una volta sola: e quando si ritrova
la donna che piace più dell'altre, sia pure in un'isola
dell'Oceano, come in una gola dei patrii monti, perchè
non ci si fermerebbe, come ci si ferma alla
prima frasca, che promette di darvi il migliore della
cantina? L'amicizia! L'amicizia! una gran parola,
ma vuota!—

Damiano tossì, come se non potesse mandarla
giù, si rivoltò sul sedile di poppa, e ripigliò il suo
monologo:

—Non dico che non abbia potuto essere in altri
tempi una bella cosa. Fors'anche era più utile, allora.
Due amici erano due forze alleate, contro il
nemico. E in tempi barbari, di guerra continua, un
aiuto scambievole s'intendeva benissimo. Uno teneva
ritto lo scudo; l'altro tendeva l'arco e aggiustava
la mira. Si veniva ai ferri corti? Quello che
aveva spacciato prima il suo nemico, si voltava con
un manrovescio addosso al nemico del suo compagno.
Una mano lavava l'altra, e tutt'e due il viso.
Ma ora?... Ora si combatte in ordine serrato: l'amico
è quello di destra, è quello di sinistra, e l'uno e
l'altro ci son dati dal caso. Tutti si combatte per
la bandiera, e quando la bombarda ha mandato il
suo lampo e il suo fumo dalla bocca, tu non puoi
col tuo scudo riparare l'amico da una nespola tanto
fatta, che manda in pezzi ogni cosa che incontra.
L'amicizia è ancora un buon sentimento, di stima,
di cortesia, che ci prende, a ragione o a torto, per
una persona anzi che per un'altra. Questione di piacerti
più o meno una figura, un atto, una parola.
Ma perchè questo sentimento nasce facilmente in
noi, facilmente si spegne. O se non si spegne, non
è neanche troppo forte e profondo. Se è un sentimento
forte, diventa esclusivo, e allora addio roba!
[pg!225]
è la padronanza di un uomo sull'altro. Ed io, perbacco,
non sarò mai lo schiavo di nessuno. Amici,
sì, per una buona stretta di mano, per darci aiuto
all'occasione, per raccontarci, i nostri amori, i nostri
sogni, le nostre malinconie; ma fermi lì, con
le pretensioni bislacche, i voglio e i non voglio che
fanno salire la mosca al naso!—

Il monologo finì, come potete immaginarvi, con
l'arrivo della piroga alla spiaggia. Damiano balzò
dalla piroga sul greto, e si avviò per la costiera al
villaggio. Arrivato sulla gran piazza, non poteva
trattenersi dal volgere un'occhiata ad una certa casa
sulla sua sinistra; un'occhiata di saluto, di adorazione
e di desiderio. Le mura che accolgono la
donna amata sono sempre il centro dell'universo
per noi. Questa è il cardine inconcusso d'ogni scienza,
geografica, cosmografica, astronomica. I dotti che
la pensano diversamente, sono pregati di andarsi
a riporre.

—Dolce donna!—mormorò Damiano, attraversando
la piazza.—Se tu sapessi quello che io soffro
per te! Vogliono portarmi via, capisci? portarmi
via, strapparmi da quest'isola di Citèra, dove io ho
risoluto di finire i miei giorni.—

Mentre così parlava, e teneva gli occhi fissi sulla
casa di Tolteomec, una figura di donna apparve
sulla loggia, in mezzo al verde intreccio delle piante
rampicanti. La riconobbe subito, quantunque egli
non avesse gli occhi del suo concittadino Cosma;
era Abarima, la pèsca di Haiti, più appariscente che
mai, più che mai deliziosa.

Anch'essa aveva riconosciuto Damiano, poichè, affacciatasi
al parapetto di legno, stendeva il braccio
verso di lui, facendogli cenno con la mano, e invitandolo
ad accostarsi.

Damiano non si fece pregare. Andò, corse sotto
[pg!226]
alla loggia. Abarima gli sorrideva; Abarima gli
rendeva col sommo delle dita il bacio che egli le
aveva scoccato in quella medesima forma. E appena
egli fu abbastanza vicino, gli gittò queste parole:

—Damiano, laggiù, nel bosco; vengo subito a te.—

Il nostro Damiano sapeva già tanto di lingua
Haitiana per capire quelle parole, e delle altre ancora.
Se anche non le avesse capite, il gesto gliele
avrebbe spiegate a puntino.

Rasentò la casa, riuscì sulla prateria, e in quattro
salti fu nella macchia. La fontana era il luogo
del ritrovo. Colà egli aveva veduta al bagno quella
Diana del Nuovo Mondo, e la bella dea non gli
aveva fatta subire la metamorfosi nè la catastrofe
di Atteone.

Abarima fu pronta a seguirlo nel verde. Venne a
lui leggera e sorridente, mise un grido di giubilo e
gli cadde nelle braccia.

—Dolce donna!—esclamò Damiano, intenerito.—Ed
io dovrei abbandonarti? spiccarmi da te? sacrificarti
al Moloch dell'amicizia?

—Che dice il mio signore?—domandò la bella
selvaggia, fissando in lui i suoi grandi occhi d'indaco.

—Nulla, nulla, Abarima *taorib*. Parlavo da me,
nella lingua del mio paese. Nella tua lingua ti domanderò
invece una cosa. Dimmi, *taorib* fra tutte
le *taorib*; mi ami tu?—

Abarima chinò la guancia sul petto di Damiano,
alzò le ciglia per mandargli di sbieco un'occhiata
assassina, e gli disse sottovoce:

—Ti amo.

—Mi amerai sempre?—riprese Damiano.

—Oh sempre, sempre!—rispose Abarima.—E
tu?

—Io, cara, fino alla morte. Son fatto così, sai;
[pg!227]
sono stato creato per l'amore costante, eterno, immobile
come la vôlta del cielo. Finchè sarà il sole
lassù, il mio cuore ti amerà.... Cioè, non diciamo
sciocchezze. Io non vivrò quanto il sole. Volevo
dirti che ti amerò finchè i miei occhi vedranno il
sole, o la luna e le stelle. Bambina dolce, tu sai che
il grande Spirito ci ha creati per l'amore. Senza
l'amore si vive male; anzi, non si vive affatto. Si
è stanchi, fiacchi, svogliati....

—Che dice il mio signore?—domandò ancora
Abarima.

—Ah sì!—rispose Damiano.—Capisco che vada
nel difficile, e non riesco più a farmi capire. Maledette
lingue straniere! Se fossi nei panni, anzi no,
nella pelle di quello stupido Cusqueia, potrei dirti
tante belle cose! Pazienza, vediamo di girare la
difficoltà che non si può superare. Abarima *taorib*!—soggiunse
Damiano, ritornando alla lingua d'Haiti.—Uomini
soli, senza donne, essere stanchi, non
desiderare nulla, essere ammalati. Ma quando apparire
bella donna, come Abarima, uomini subito
ridere, saltare, ballare, come avere buon liquore in
corpo. Ah, donne, donne! Sapere voi vostro potere
sopra uomo! E ridere, ridere volentieri. Ridere bene,
quando avere bella bocca come questa.—

Abarima commentava il discorso tripolino del suo
innamorato, ridendo veramente di gusto.

—Hai capito, ora, birichina?—ripigliò Damiano,
nella sua lingua nativa.—Vediamo un po' se capisci
quest'altra. È la lingua universale.... e si parla
da labbro a labbro.—

Un colpettino leggero, ma pronto, come una zaffata
di micio, colse Damiano sulla bocca protesa. Era
uno scherzo, non prometteva più aspre difese, e
Damiano lo ricevette con buona grazia da quella
dolce manina.

[pg!228]

—Senti,—diss'egli, prendendo quella manina
sotto il braccio e mettendosi in atto di passeggiare,—vorrei
dirti una cosa importante. Tu sarai
mia, non è vero? Tolteomec darà Abarima in moglie
a Damiano?

—Damiano *ada turey*:—rispose Abarima.

—Si sottintende;—rispose Damiano;—ed è
una condizione invidiabile, quella di figlio del cielo,
a patto che mi faccia ottenere la figlia di Tolteomec.
Sappi dunque, Abarima *taorib*.... Vogliono mandarmi
in Europa, laggiù, laggiù, dall'altra parte del
mare.—

Il gesto spiegava le parole che non erano riuscite
abbastanza chiare alla bella selvaggia.

—*Azatlan*!—esclamò ella, turbata.

—Eh! diciamo pure *Azatlan*. Ma non è per me
come una casa del diavolo? Io dunque ti dicevo,
Abarima, che i figli del cielo ritorneranno laggiù....
nel brutto paese! E vogliono, che Damiano li segua
nel brutto paese.

—No, no!—diss'ella, stringendosi a lui; sbigottita.—Damiano
restare in Haiti, casa Tolteomec.

—E sposo ad Abarima, non è vero?

—Damiano,—rispose ella,—Damiano è *ada
turey*.

—E dàlli!—esclamò Damiano, seccato dalla ripetizione.—Non
vorrei esser debitore dell'amor
tuo a questa condizione privilegiata di figlio del
cielo, che ho comune, del resto, con tante birbe matricolate.

—Che dice il mio signore!

—Niente, niente, Abarima taorib. Dico che tu sei
una cara donnina, e che.... Ma senti! Vien qualcheduno.—

Si udiva infatti un fruscìo di rami nel bosco. Abarima
levò la fronte e tese l'orecchio.

[pg!229]

—Forse Tolteomec che ritorna da vedere i suoi
campi di maiz;—diss'ella.

—Ebbene, io ti lascio con lui;—rispose Damiano.

—Temi tu di vederlo?—disse Abarima.

—No, cara. Lo vedrò volentieri più tardi, nella
giornata, quando potrò fargli una certa domanda.
Ora, e appunto per te, appunto per quella domanda,
vorrei vedere il signor almirante, il capo dei figli
del cielo, che il diavolo se li porti.... fatte, s'intende,
le debite eccezioni.

—Che dice....

—Sì, ho capito «Che dice il mio signore?» Vorrei
esserlo già, Abarima *taorib*, il tuo signore, genero
di Tolteomec, nipote di Guacanagari, erede
del trono di Haiti, e non più condannato a ritornare
in quella desolazione dell'abominazione, che si
chiama la vecchia, la decrepita Europa. Ora addio,
cara; vado e ritorno.—

Così dicendo, Damiano si mosse per andare verso
il prato. Giunto al limitare della macchia, si volse
ancora, gittò il cenno di un bacio alla bella selvaggia,
e senza attraversare il prato prese una scorciatoia
tra i campi. Gli premeva di giungere alla
fortezza e di trovare l'almirante, prima che questi
ritornasse alla spiaggia.

—Se non lo combino lassù,—diceva egli tra sè—lo
vede Cosma prima di me, e mi guasta ogni
cosa, con le sue alzate d'ingegno.—

Per fortuna sua, l'almirante non era ancora partito
dal poggio, su cui già era scavato il fosso e
alzato l'argine della fortezza.

—Siete qui, voi?—disse l'almirante a Damiano,
come lo vide apparire sul ciglio della collina.

—Sì, messere, e molto desideroso di parlarvi, da
solo a solo, se potete concedermi qualche minuto di
tempo.

[pg!230]

—Tutto il tempo che vorrete, mio caro. Portate
notizie di laggiù?

—No, si tratta di me.

—Sarò felicissimo di ascoltarvi;—disse l'almirante,
sorridendo benignamente al suo concittadino.

E presolo per un braccio, lo condusse un po' più
in là, dove non potessero i loro discorsi essere uditi
dagli uomini che lavoravano all'argine.

—Sentiamo che cosa avete a dirmi;—incominciò,
per dargli coraggio.

—Signore,—disse Damiano,—vi chiedo una
grazia, che l'altro giorno mi avevate concessa.

—Se io ve l'ho concessa, perchè me la chiedete
ancora? Sarà piuttosto il caso di rammentarmela,
se mai l'avessi dimenticata.

—È giusto, perdonate. Ma sono tanto confuso!
ed è così forte in me il desiderio di restare alla
Spagnuola!

—Ah sì.... ricordo;—disse l'almirante;—nel
presidio della fortezza, in questo principio di colonia
cristiana. Ma siete voi proprio risoluto? Non è
un capriccio passeggero? Son cose gravi, e bisogna
pensarci due volte.

—Ci ho pensato, mio signore.

—Ed anche avete pensato che voi potreste restare
lungamente senza alcuna novella di noi? Rimanere
alla Spagnuola, ritornare in Ispagna, sono
due partiti egualmente pericolosi. Se noi non potessimo
recar nuove della nostra scoperta in Europa,
che sarebbe di questa colonia? Certo, varrà
sempre meglio,—disse l'almirante,—esser vivi e
sani in quest'isola, che sepolti negli abissi dell'Atlantico.
Ma un troppo lungo soggiorno qui, senza
novelle di casa, e nella incertezza dolorosa di non
averne mai, potrebbe anche farvi pentire di una risoluzione
come questa che voi mi accennate.

[pg!231]

—Signore, voi giungerete al lido di Castiglia e
avrete il premio delle vostre fatiche. Iddio non vi
ha condotto fin qua perchè sia vana l'impresa maravigliosa
a cui vi aveva destinato. E non solo la
Spagna, ma tutto il mondo cristiano saprà che voi
avete lasciata qui una parte dei vostri.

—Vi ascolti il cielo;—rispose l'almirante.—La
vostra risoluzione è dunque irrevocabile?

—Con vostra licenza, mio signore, sì;—disse
Damiano.

—E siate contento;—ripigliò l'almirante.—Poichè
una colonia si fonda in quest'isola, è bene che
ci sia qualcheduno di cui io possa maggiormente
fidarmi. E di chi mi fiderei io veramente, se non di
voi, o del vostro amico? Restate dunque, messer
Damiano. Ma quale uffizio vi daremo noi qui?

—Qualunque esso sia, lo accetterò di buon grado.

—Bene; vi metteremo dunque per aiuto a Diego
di Arana. Sappiate che il nostro capo di giustizia
rimane volentieri. Egli stesso si è offerto, e la proposta
sua mi ha levato da un grave impiccio. Lo
Spagnuolo, per comandare a Spagnuoli, è dunque
trovato. Così voi, messer Damiano, potrete rimanere
suo primo uffiziale, senza dar gelosie.

—Io vi ripeto, signore,—disse Damiano, gongolante
di gioia,—qualunque uffizio, anche il più
umile, mi basterebbe. Ma vedrò di tener degnamente
quello che voi mi avete conferito. Ho dunque la
vostra parola, che io resterò nella colonia?

—L'avete;—rispose Cristoforo Colombo.—Ma
perchè dubitate?

—Perchè.... vedete.... a voi non voglio tacer nulla....
Cosma, l'amico mio, si è messo in testa che io ritorni
in Europa.

—L'amicizia ha i suoi diritti, o le sue pretensioni;—disse
l'almirante.—Potete cedere, potete
[pg!232]
resistere; ma dovete sempre intendere le ragioni
che muovono un amico a consigliare in un modo,
anzi che in un altro.

—Le intendo, sì; ma gli è come se non le intendessi.
Io amo restare a terra, per ora. Debbo io
dirvi tutto, mio signore? Dopo aver corsa tant'acqua,
non me la sento di correrne altrettanta. Quantunque
Genovese, sono un marinaio.... d'acqua dolce.

—Eh via! non vi calunniate;—disse Cristoforo
Colombo, sorridendo.—Vi ho veduto alla prova,
ed eravate invece dei buoni. Certo,e questo io l'avevo
subito indovinato, voi non siete uomo d'albero; ma
per gentiluomo di poppa, o d'arrembata, andreste
benissimo. Dio sa quanti dei vostri vecchi, messer
Damiano, han comandato galere!—

A questo accenno non credette opportuno di rispondere
quell'altro.

—Voi dunque intendete la ragionevolezza del mio
desiderio;—diss'egli.—Ed ancora ammetterete
che qualche persona di garbo, capace di stringere
buone relazioni con questi naturali, possa giovare.

—Questo, poi, non solamente lo ammetto, ma lo
desidero e lo spero. Una colonia come la nostra
non potrebbe prosperare che a questi patti. Siamo
venuti tra gente buona, degna di trovare amici e
protettori, non padroni ed oppressori. Voi parlate
secondo il mio pensiero, messer Damiano; ed io,
non che concedervi di recare, mi rallegro che me
lo abbiate domandato. È grazia che voi fate a me,
non io a voi.—

Damiano non capiva in sè dalla gioia. Se non
fece un salto davanti al suo grande concittadino,
mettete pure che gliene mancasse il coraggio, perchè
la voglia c'era tutta, e vivissima.

—Ed ora,—diss'egli dentro di sè,—mio caro
[pg!233]
Cosma, farai quel che ti pare; io non ho più paura
di niente; sono ormeggiato in barba di micio.—

Quella notte, per cansare le occasioni di discorrere
con l'amico, Damiano si fermò con la squadra
degli uomini che dormivano a terra. S'intende che
andò a dare nella sera una capatina alla casa di
Tolteomec.

Il vecchio fratello di Guacanagari era seduto accanto
all'uscio, in atto di prendere una boccata
d'aria vespertina; ma nel fatto ne prendeva parecchie
di fumo da una foglia aromatica che teneva
arrotolata ed accesa fra i denti: la foglia che sapete,
e per cui si era rivoltato, a Cuba, lo stomaco
del nostro Damiano.

Salutato il suo futuro suocero, e accolto da lui
con paterna amorevolezza, Damiano ricusò il tabacco
di Tolteomec, ma accettò qualche goccia di
un liquore che per ordine del vecchio gli era ministrato
dalla leggiadra Abarima. E lì, seduto anch'egli
sul limitare della casa, stette a prendere il
fresco; da prima beandosi negli occhi d'indaco della
fanciulla, poi, essendo sopraggiunta la notte, contentandosi
di ammirare i contorni della sua graziosa
persona. La scena era patriarcale; ma appunto
perchè c'era il patriarca, e non accennava mai
di andarsene, Damiano non fu contento della sua
serata com'era stato contento della sua mattinata.
Ed anche Abarima doveva sentire la differenza dal
giorno chiaro alla sera, dalla fontana alla piazza,
perchè era taciturna, ed appariva anche impacciata.

Parlava il vecchio, e per lei e per Damiano. E tra
le molte cose che disse, ci fu l'invito al figlio del
cielo di passar la notte nella sua casa.

—Una stoia non manca mai per il forestiero.—diss'egli.

[pg!234]

Damiano accettò con giubilo. In fin dei conti, il
patriarca era un buon diavolo.

—Sii dunque il ben venuto;—soggiunse Tolteomec.—Noi
faremo in modo che i tuoi sonni non
siano molestati. Nella mia stessa camera ti sarà
apprestata la stoia.—

A mala sorte buon viso, dice un proverbio. E Damiano,
un po' seccato dalla troppa bontà dei patriarchi,
doveva meditare quel proverbio per tutta
la notte.

Il vecchio Tolteomec sarebbe stato un buon compagno
di camera per un ammalato, ed anche per
uno che soffrisse di nervi. Non russava, nè alto, nè
basso, nè squillante, nè sordo; aveva il sonno leggero
come i bambini lattanti. Ad ogni voltarsi di
Damiano sulla stoia, si sentiva la sua voce sommessa
che domandava dall'altro canto della stanza:
«Che hai, figlio del cielo? Non puoi dormire? Vuoi
tu qualche cosa? La mia casa è tua. Sia con te il
grande Spirito; allontani il mal occhio da te» ed
altre cosette ugualmente graziose, ugualmente piacevoli.

Damiano mandò con tutta l'anima il suo ospite
in un'altra casa, che non era neppur quella del
grande Spirito. Ma questi voti del cuore, si sa, non
sono mai esauditi dalle potenze invisibili. Damiano
si adattò a non muoversi più, e risolse di dormire.
Rabbia impossente, stanchezza fisica, gioventù e
sanità di corpo, fecero presto il miracolo. Damiano
si addormentò per uno, e russò ferocemente per due.

La mattina seguente si destò forse un po' più
tardi dell'usato. E si capisce; non aveva intorno i
compagni a far rumore, a guastargli il sonnellino
d'oro. Regnava nella casa di Tolteomec un religioso
silenzio; era ospite il figlio del cielo, e il figlio del
cielo dormiva; bisognava dunque andar tutti in
[pg!235]
punta di piedi, parlare a bassa voce, per non disturbare
i sonni del figlio del cielo.

E non bastava ancora. Quando il nostro Damiano
si alzò a sedere sulla stoia, e si fu strofinati gli
occhi col dorso della mano, vide nella stanza, vigile
custode, pronto ai suoi desiderii, il vecchio Tolteomec,
il patriarca, il fratello del re. In verità, Damiano
era trattato da principe; avrebbe avuto il
torto, a dolersi; avrebbe dato prova di cattivo carattere.

E questo, egli lo capì tanto, che si trattenne fra
i denti una preghiera mattutina già pronta a scattar
fuori; anzi, mutò quella preghiera in un sorriso,
tra il pallido e il verdognolo, ma pur sempre un
sorriso.

Damiano uscì dalla camera, e Tolteomec lo accompagnò
fino al limitare della casa. Damiano andò
verso il prato, e Tolteomec lo seguì. Damiano si
pose a sedere sotto un palmizio, e Tolteomec si assise
a due passi da lui, guardandolo negli occhi, come
è dovere del padrone di casa, quando ha da interpetrare,
da cogliere a volo i desiderii del suo ospite.

—Ma non ha dunque nulla da fare, questo.... fratello
di re?—domandò Damiano a sè stesso.—Non
c'è uno straccio di consiglio di stato, a cui egli
debba assistere, come uno della famiglia?—

Chi domanda una cosa a sè stesso non la domanda
a nessuno. Damiano si provò ad interrogare
il padrone di casa.

—Tolteomec, lume dei savi,—gli disse,—tu ti
prendi molta cura di me. Il mio cuore te ne ringrazia.
Ma oggi, per cagion mia, tu non sei andato
nella casa reale, per assistere alla levata del gran
sole di Haiti.

—È vero;—rispose Tolteomec.—Ma il gran
sole è buono. Egli non mi avrebbe veduto volentieri
[pg!236]
in sua casa, sapendo che io avevo ospite nella
casa mia un figlio del cielo.

—Ah sì, capisco;—disse Damiano.—Gli hai
mandato a dire che io ero tuo ospite.

—Così ho fatto,—rispose il vecchio, ridendo,
come l'uomo che gode in cuor suo della propria intelligenza,—e
Guacanagari se n'è mostrato contentissimo.

—Grazie anche a lui!—conchiuse Damiano.—Voi
siete i migliori tra gli uomini.—

Damiano frattanto volgeva gli occhi intorno, cercando
qualche cosa, ma senza farsi scorgere troppo.
Egli temeva infatti che quell'intelligentissimo vecchio
gli facesse qualche altra domanda. E perchè
Tolteomec, sempre seduto accanto a lui, non accennava
a spiccarsi di là, Damiano fece un altro ragionamento
tra sè:

—Certamente questo figlio della terra si è insospettito,
ha indovinato le mie intenzioni. Ma esse,
in fin dei conti, sono purissime. Voglio diventare
suo genero, per bacco. Ma questa mattina egli è
stato tanto noioso, che non gliene voglio dir nulla.
No, sarebbe una debolezza, una viltà, comperare la
pace di un'ora con una confessione di questa fatta.
E poi, la sua vigilanza non cesserebbe mica per
questo. Nei nostri paesi, quando uno ha chiesta la
mano di una ragazza, o i parenti gliel'hanno accordata,
proprio allora incominciano a guardarla con
maggiore attenzione, a tener d'occhio il fidanzato,
a far muso arcigno per ogni parola che dica, per
ogni atto che accenni di fare. Son tutti selvaggi, nel
mondo. E fanno bene, bisogna riconoscerlo, fanno
bene. Con certi cacciatori nella macchia, non si è
mai selvaggi abbastanza.—

Egli aveva appena finito di dar ragione a quel
lume dei savi, a quella perla dei padri, che un servo
[pg!237]
apparve nel prato, con una gran foglia di palma
disseccata e foggiata ad ombrello. Tolteomec lo
vide e si alzò.

—Devo partire;—diss'egli.—Il sole è già alto
e sarà necessario ch'io vada.

—Vai via?—chiese Damiano, con la ipocrisia
naturale di simili occasioni.

—Sì,—rispose Tolteomec,—un buon padre
deve invigilare la terra che dà il sostentamento alla
famiglia; l'occhio del padrone fa prosperare il suo
campo.

—Ah, bene! e ti lodo;—disse allora Damiano,
facilmente persuaso da quelle savie massime di economia
domestica.

—Andiamo dunque;—ripigliò Tolteomec.—Mi
duole di lasciarti, figlio del cielo; Abarima ti terrà
compagnia, fino a tanto ti piacerà di restare. Ma
capisco che anche tu avrai da lavorare. Dobbiamo
tutti lavorare, finchè il grande Spirito ci mantiene
in vita.

—Già!—disse Damiano.—Anch'io dovrò andare....
fra poco.

—Ma dov'è quella cara figliuola?—soggiunse
il patriarca.—Abarima! Abarima! Sarà alla fontana,
m'immagino.

—Lasciala stare; aspetterò, per salutarla

—No, ella deve esser qua. Abarima!—

La fanciulla era andata per l'appunto alla fontana.
La voce del padre la richiamò tosto verso la
casa; e Damiano e Tolteomec la videro apparire
sul limitare della macchia. Saltellante, graziosa nelle
movenze come una gazzella, accorse ella, stringendosi
i capi della sua breve mantellina intorno alla
vita, e venne a ricevere sulla fronte il bacio di suo
padre.

—Mia dolce figliuola!—mormorò il vecchio.—Amore
di Tolteomec!

[pg!238]

—E di tutti coloro che la vedono;—soggiunse
Damiano, parendogli che in quel punto non disdicesse
una frase galante.

—Sì, bella e buona;—rispose il vecchio.—Ora
io vi lascio. Tu, Abarima, offrirai il pane di cassava
al nostro ospite, e i frutti più saporiti. Egli partirà,
perchè il suo lavoro lo chiama alla gran casa dei
figli del cielo; ma se vorrà ritornare per il pasto
della famiglia, sarò felice di vederlo alla mia tavola.—

Damiano era felice. Incominciava a veder volentieri
quell'Argo, quell'Acrisio selvaggio, ed anche a
capire che tanta vigilanza su quella Danae dalla
pelle rossa non era cosa pensata, ma effetto casuale
della sua sollecitudine eccessiva per l'ospite.

Rimasto solo con la bella Haitiana, il nostro Damiano
si disponeva a far vendetta allegra di tutte
le ore che aveva dovuto passare senza vederla.

—Vieni,—diss'ella,—il pane di cassava ti attende.

—Non ho fame;—rispose Damiano.

—È caldo di questa mane, vieni;—ripetè la fanciulla.

—Non ho fame, Abarima;—replicò Damiano.—Bene
ho desiderio di guardarti negli occhi. Sai
che non ti ho più veduta da ier sera? Vieni, *taorib*
Abarima; andiamo lassù alla fontana. Ci dev'essere
una così grata frescura!

—No,—disse Abarima,—ne son venuta or ora,
e l'aria è troppo fredda, nel bosco. Restiamo qua,
se non vuoi rientrare nella casa di Tolteomec. Il
sole mi fa bene.

—Il sole ti bacia;—disse Damiano, accostandosi,
e involgendola tutta d'una sua languida occhiata.

—Bacia tutti, il sole;—rispose Abarima, crollando
il capo, come se non gradisse, o non intendesse
la galanteria di Damiano.

[pg!239]

—Ho capito;—pensò egli, stizzito.—Oggi non
è come ieri. La dolce Abarima non ha dormito
bene, stanotte; fors'anche ha sognato uno scorpione,
od altra bestia di mal augurio.—

Poi, rivolgendosi alla fanciulla, le disse:

—Sai, Abarima, la grande notizia? Io rimango
in Haiti. La cosa è stata risoluta ieri. Resterò con
la nostra gente, che difenderà questo popolo dalle
incursioni dei feroci Caribi.—

La fanciulla sgranò tanto d'occhi, sorrise e battè
palma a palma, con atto di gioia infantile.

—Vero?—diss'ella.

—Verissimo; non posso più dubitarne, poichè il
capo dei figli del cielo mi ha data la sua promessa
solenne, mettendo la sua mano nella mia.... così,
come io faccio con te, Abarima *taorib*.

—Lascia! tu stringi troppo forte;—disse Abarima,
ridendo.—E le tue mani sono troppo ardenti.

—Mani d'innamorato, mia cara.

—Va,—disse Abarima,—va là in fondo al
prato, e coglimi di quei fiori. Voglio farne una ghirlanda.

—Non vuoi altro?—rispose Damiano.—Ti
servo subito.—

E spiccato un salto, andò in fondo al prato, dove
incominciò a cogliere, a strappare quanti rami fioriti
gli vennero alle mani.

—Non tanti! non tanti!—gridò Abarima.—Basta
così.—

Damiano ritornò a lei con una bracciata di fiori
e di foglie.

—Per una ghirlanda son troppi;—disse la bella
Haitiana, ricevendo il presente.

—Butterai quelli che non ti serviranno;—rispose
Damiano.—Purchè tu non butti via il mio
cuore!—

[pg!240]

La capricciosa fanciulla finse di non aver udite
le ultime parole del suo innamorato; e con molta
gravità si diede a scegliere i tralci d'una specie di
vitalba, con cui voleva fare la trama della sua ghirlanda,
per innestarvi i fiori più belli. Damiano, seduto
accanto a lei, contemplava, e contemplando
aspettava.

—Dunque,—disse Abarima, mentre seguitava
il suo lavoro;—tu resti in Haiti. E chi sarà il capo
dei figli del cielo?

—Diego di Arana, il giudice... quello che fa giustizia,
quando alcuno trasgredisce le leggi.

—Non lo conosco;—disse Abarima.

—Egli non è mai venuto nella casa di Tolteomec;—rispose
Damiano.—È stato ospite di Guacanagari.
È un uomo magro, lungo, con una barba
nera nera.

—Non sarai dunque tu, il capo?—ripigliò la
fanciulla.

—No, io sono.... troppo giovane;—disse Damiano.—Ma
sarò il suo primo ufficiale; comanderò
io, dopo di lui.—

Non c'era male, per la sua età; ed Abarima mostrò
di capire che Damiano diventava un personaggio
importante nella colonia, anche restando al secondo
posto.

—Sarò tra gli uomini bianchi,—soggiungeva
Damiano,—come Tolteomec fra gli abitanti di
Haiti. Dopo Guacanagari, il gran sole, è Tolteomec,
lume dei savi, il più ragguardevole capo di questa
terra.—

Abarima lo stava a sentire, continuando a tessere
la sua ghirlanda.

—E il tuo amico,—diss'ella,—che posto avrà?
il terzo o il quarto?

—Il mio amico!—ripetè Damiano.—Chi sarebbe
egli?

[pg!241]

—Cosma;—rispose Abarima.

—Cosma!... lo conosci tu?

—Mi pare. Non è quello che è venuto a cercarti
nella casa di Tolteomec, quando per la prima volta
sedevi alla nostra tavola?

—È vero, sì, hai ragione;—disse Damiano.—Guardate
che buona memoria, in questa bella testina!
Ella ha ritenuto anche il nome del mio compagno.
No,—soggiunse egli allora,—Cosma non
resta in Haiti; Cosma ritornerà in Azatlan.

—Male!—esclamò la fanciulla.—Gli amici
buoni devono restare sempre uniti.—

Il ragionamento di Abarima parve a Damiano la
voce della sua propria coscienza. E gli risuonò nel
profondo dell'anima, e gli diede noia come tutti i
suoni repentini, specie quando sono anche squillanti.

—Lo so,—diss'egli, contorcendosi un poco,—ma
che ci vuoi fare, mia bella? Egli non ha per
restare le stesse ragioni che ho io.

—E quali sono le tue?

—Veramente,—soggiunse Damiano,—si restringono
ad una. Ti amo, e voglio averti mia. Consentirai
tu al mio desiderio, Abarima *taorib*?

—Tolteomec comanda;—rispose Abarima, chinando
la fronte.

—È giusto;—disse Damiano.—Parlerò quest'oggi
a Tolteomec.

—Non oggi, non oggi;—gridò prontamente
Abarima.

Damiano rimase un po' sconcertato, guardandola.

—Non oggi?—ripetè.—Sia dunque domani.

—No, non domani, non subito;—rispose Abarima
sollecita.—Per dare la sua figlia ad un uomo,
Tolteomec deve invocare il grande Spirito.

[pg!242]

—Ah!—disse Damiano.—È il grande Spirito
che fa i matrimonii, nell'isola di Haiti?

—Sì,—rispose Abarima.—Il grande Spirito sa
tutto. Il grande Spirito solo può dire se l'unione di
due creature deve essere felice.

—È naturale, se egli sa tutto;—conchiuse Damiano,
un pochettino umiliato.—E capisco che
dovrò farmi divoto del grande Spirito, per ottenere
il suo responso favorevole. Ha egli i suoi ministri
in terra, ai quali si possa parlare?—

Abarima non intese la domanda. Parecchie cose
non intendeva, nei discorsi di Damiano. E ciò accadeva
molto facilmente, perchè non sempre Damiano
aveva pronta la parola in lingua Haitiana, o
perchè, avendo pronta la parola, non gli veniva egualmente
giusta la frase.

—Basta,—diss'egli, conchiudendo,—vedremo
ad ogni modo Tolteomec. Sono impegnato al giuoco,
e intendo di guadagnar la partita.—

Poco dopo, vedendo che la bella Abarima non si
muoveva dalle vicinanze della casa, e pensando che
la sua presenza poteva essere desiderata altrove, si
alzò e prese commiato.

—Che dirò a Tolteomec?—domandò la fanciulla.—Che
tu ritornerai per il pasto?

—Se potrò.... se ti farà piacere che io torni....—balbettò
Damiano.

—Tolteomec sarà contentissimo;—rispose Abarima.

—Ebbene, farò questo piacere.... a Tolteomec;—conchiuse
Damiano.—Abarima, Abarima! tu non
sei oggi come ieri. Ma già—soggiunse egli, nel suo
vernacolo,—son pazzo io a volere che una donna sia
due giorni alla fila dello stesso pensiero. Questa qua
aspetta che il grande Spirito abbia dato il responso.
Sente il marito in aria, e si tiene in riserbo.—

[pg!243]

Uscito sulla piazza del villaggio, Damiano si abbattè
in Cusqueia. Il naturale di Cuba andava impettito
e superbo, argomento di ammirazione a tutti
i sudditi di Guacanagari, per una camicia bianca
che aveva indossata.

Damiano non aveva mai veduto Cusqueia in quell'arnese.
Non sapeva, non avrebbe immaginato mai,
che l'interpetre di Cuba possedesse una camicia.

—Ma bene, Cusqueia!—gli disse, rispondendo
al suo saluto.—Chi ti ha vestito così nobilmente?

—È stato Cosma;—rispose Cusqueia, facendosi
bello.

—Cosma!—esclamò Damiano, inarcando le ciglia.—Cosma,
che ha due sole camicie nel suo
fardello, come tutti noi, del resto.... Cosma ne ha
data una a te?

—Cosma buono!—rispose Cusqueia.

—Eh, non dico di no; ma quale servizio gli
hai reso, per meritarti la sua camicia..... di rispetto?—

L'interpetre, naturalmente, non capì il «rispetto»
con cui i marinai genovesi intendevano ed intendono
ancora di dire «ricambio». Ma intese sempre
ad occhio e croce il pensiero di Damiano, e ingenuamente
rispose:

—Cosma impara lingua di Haiti. Ieri, appena ritornato
dalla fortezza, Cosma cercò amico Cusqueia,
dicendogli: voglio imparare tua lingua.

—Ieri!—esclamò Damiano.—Ieri Cosma è disceso
a terra?

—Sì, Cosma disceso; Cosma salito al *bohio* di
Guacanagari; poi venuto cercare Cusqueia, per imparare
lingua di Haiti.

—Strano!—mormorò Damiano.—Ed io non
l'ho veduto. È vero che io sono andato alla fortezza
un po' tardi. Ma egli poteva andare prima di
[pg!244]
me dall'almirante; e non c'è andato. Se ci fosse
andato, me ne sarei avveduto dai discorsi del nostro
grande concittadino.—

Tutti questi ragionamenti interiori non cavavano
un ragno da un buco. Damiano rinunziò a capir la
ragione della gita di Cosma.

—E tu?—diss'egli allora a Cusqueia.—Che
cosa hai fatto?

—Io ho insegnato a Cosma: tante parole, come
a te. Cosma le ha scritte, coma hai fatto tu.

—Ah, bene!—borbottò Damiano;—Cosma vuol
fare un gran profitto in breve ora.—

Ma che altra novità era quella, che Cosma volesse
imparare la lingua di Haiti? Scendere a terra,
senza averne accennato pur l'intenzione, non era
ancor nulla a petto dello studio d'una lingua, per
cui non aveva mostrata mai nessuna propensione.
L'idea di muoversi da bordo poteva essergli venuta
lì per lì, forse per seguire e per vigilare l'amico, o
per andargli a fare un cattivo servizio presso l'almirante.
Questo, anzi, egli lo aveva lasciato capire
abbastanza. Sceso a terra, si era pentito; non aveva
spiato Damiano, non aveva cercato di parlare all'almirante;
e questo vero o falso che fosse, si poteva
argomentare dal fatto. Ma imparare la lingua
di quei selvaggi, e proprio sugli ultimi giorni di dimora
in quell'arcipelago, era un negozio molto più
difficile ad intendersi. Damiano non poteva aver
pace, fino a tanto non ne vedesse l'acqua chiara.

Ritornò a bordo. Cosma era là, occupato a lavare
il cassero di poppa; e pareva che esercitasse il comando,
tanta era la dignità con cui adempieva
l'uffizio.

—Buon giorno;—gli disse Damiano.

Cosma alzò gli occhi, e guardò in faccia l'amico.

—Buon giorno;—gli rispose poi, adattandosi a
[pg!245]
quell'eccesso di cortesia, che veniva sei ore dopo
la diana.

—Che cos'è che mi ha detto Cusqueia?—riprese
Damiano.—Tu impari la lingua di Haiti?

—La imparo;—rispose Cosma, con breviloquenza
spartana.

—E perchè.... se è lecito saperlo?

—Per due ragioni;—disse Cosma.—In primo
luogo per legittimo desiderio d'istruirmi. E poi.... te
l'ho a dire?

—Dillo, in nome di Dio.

—E poi, perchè ho cambiato opinione. L'Europa
dà noia anche a me.

—Ah!

—Sicuro; e ancor io voglio restare in Haiti.—

[pg!246]


.. toc-entry:: XIV. In che salsa vanno accomodati gli amici quando ci guastano le uova nel paniere.

:small-caps:`Capitolo XIV.`
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In che salsa vanno accomodati gli amici quando ci guastano le uova nel paniere.
-------------------------------------------------------------------------------


Damiano si aspettava di tutto, fuorchè quella notizia,
ricevuta così a bruciapelo dal suo dilettissimo
Cosma. O, per dire più veramente, se anche un vago
sospetto di quella novità gli era venuto allo spirito,
egli si aspettava di tutto, fuorchè di sentirselo confessare
con tanta tranquillità.

Ma perchè gli tornava così ostico che Cosma
avesse deliberato di restare? Non restava ancor
egli? E non era naturale che, vedendo lui tanto fermo
nel suo proposito, Cosma avesse finito con adattarsi
alla medesima fine? Tutto considerato, si poteva
ricostituire benissimo la serie di argomentazioni
per cui era passato l'amico. Da principio aveva
tentato di persuadere Damiano a ritornare in Europa;
poi si era stizzito vedendo la sua ostinazione,
e aveva lasciato trapelare il disegno di ricorrere
all'autorità dell'almirante. Di lì la risoluzione di scendere
a terra anche lui, e di salire alla fortezza, dove
l'almirante era andato. Ma per via si era pentito, o
perchè gli paresse che le sue ragioni non sarebbero
bastate a muovere l'almirante, o perchè temesse di
[pg!247]
render ridicolo il suo compagno, con la esposizione
di quelle ragioni. E allora, non sapendo più a qual
santo rivolgersi, era avvenuto a Cosma un quissimile
del caso del profeta Balaam, che, andato per
maledire, si era voltato di schianto a benedire. Damiano
voleva restare ad ogni costo? Ebbene, non
bisognava lasciarlo solo in quella terra lontana;
anche Cosma, il vecchio amico, sarebbe rimasto laggiù;
e la sua risoluzione avrebbe fatto arrossire di
vergogna l'ingrato Damiano, per cui Cosma si disponeva
ad un sacrifizio così grande.

Questa risoluzione tornava sicuramente a grande
onore dell'amicizia. Si era detto, nei tempi antichi,
Damone e Pizia, Niso ed Eurialo, Oreste e Pilade;
si sarebbe detto, nei tempi moderni, Cosma e Damiano.
È sempre bene che certi tipi, belli ma antiquati,
si rinnovino, in quella stessa guisa che si
rinfrescano i vecchi dipinti.

Eppure, no, la ricostituzione delle fasi psicologiche
per cui poteva esser passato Cosma, non finiva
di persuadere Damiano. Egli sentiva Cosma, da parecchio
tempo, come uno che gli vogasse sul remo.
Senza volerlo, sì, forse; ma infine, non è necessario
che uno sia innocente dell'averci pestato un piede,
se ci dà noia e dolore pestandolo; e tutti abbiamo
in uggia il nostro compagno di passeggiata, che,
senza farlo a posta, solo per vizio d'abitudine, ci
dà l'eterno colpettino sul braccio.

Damiano, adunque, sentiva da qualche tempo riuscir
molesto l'amico. La noia che Cosma gli aveva
data in altre isole non poteva dargliela pure in
Haiti? E qui certe idee vaghe, ma dolorose, passavano
per la mente di Damiano. Abarima che sapeva
il nome di Cosma.... E perchè ciò? Come poteva
ella ricordarlo, avendo veduto una volta sola,
e alla sfuggita, l'amico di Damiano, mentre questi
[pg!248]
non ricordava di averne proferito il nome, vedendolo
apparire nella sala del convito?

E poi, quel desiderio, manifestato da lei, che Cosma
restasse! Gli amici dovrebbero star sempre
uniti; bella ragione! Ma deve passare per la mente
di una donna, che ami l'uno dei due? L'opposto dovrebbe
essere, precisamente l'opposto.

E finalmente, quella discesa di Cosma a terra, subito
dopo di lui, ma senza lasciarsi vedere da lui!...
Abarima diventata ad un tratto così capricciosa,
che non pareva più quella del giorno innanzi!... Il
rumore venuto dal bosco, dove ella non aveva voluto
più ritornare con Damiano!... Ah, per tutti i diavoli!...

Lettori, vi è mai avvenuto di almanaccare su
certi fatti che vi riguardassero, e di cui non sapeste
darvi ragione? Voi mettevate in fila tutte le
ipotesi più ragionevoli, facevate le deduzioni più
logiche, ricavandone una spiegazione naturalissima
del problema che vi affaticava lo spirito. Un matematico
se ne sarebbe contentato; voi no. Voi andavate
a cercare un fatto da nulla, quasi un fuscellino
dimenticato per via, e su quello fondavate un
altro ragionamento, più leggero, più sottile, più vano.
Ed era quello che vi contentava di più. Perchè ciò?
perchè un vago sospetto, un presentimento sordo,
come la voce dell'istinto, vi diceva: la traccia è
quella; tutto il resto è.... logica; e la logica, in questa
materia, non serve.

—Ah, per tutti i diavoli!—aveva detto Damiano,
tra sè, mentre uno sprazzo di luce ideale gli balenava
alla mente.—Se è così come io vedo, ti aggiusto
io, bell'amico.—

Quell'altro, stando sempre a capo chino, rovesciava
acqua a secchie sul tavolato del cassero, e
subito dopo ripigliava a lavorare di strofinaccio. La
[pg!249]
posizione non si poteva tenere, col pericolo continuo
di essere innaffiati come gambi di cavolo. Damiano
colse l'occasione d'uno spruzzo che gli era
venuto più vicino; e borbottando ridiscese dal cassero
di poppa nella corsìa.

Ivi si trattenne un pezzo a far le volte del leone,
seguitando a svolgere la sua coroncina. Non erano
avemmarie nè paternostri, come vi potete immaginare.

—Ah sì, eh? Mi guasti le uova nel paniere? Vedrai,
vedrai in che salsa ti accomodo. Perchè, non
c'è dubbio, egli ha veduta Abarima.... Questa volta,
per altro, è arrivato un po' più tardi del solito. Sono
meglio avviato, qui, che non fossi a Cuba. Ma qui
mi preme assai più di vincere il giuoco. Fossi
pazzo!... Ho detto di voler diventare l'Infante di
Haiti, il principe ereditario..... e vivaddio, lo sarò,
in barba a tutti i biondi dell'universo. Purchè quell'altra
non sia rimasta stregata dai suoi capelli
d'oro!... Strano, del resto, questo capriccio delle
donne, al Nuovo Mondo! Hanno l'oro a bizzeffe, lo
dànno in cambio del vetro e del bronzo, e rimangono
incantate davanti a quattro fili di quel colore.
Ma non corriamo tanto coi sospetti, via! Abarima
non ha ancor lasciato trapelare di avere di questi
gusti sciocchi. Comunque sia, qui bisogna lavorare
di fine, mio caro Damiano; «qui si parrà la tua
nobilitate.», come ha detto il poeta.—

Così mulinava Damiano dentro di sè, quando
vide Cosma che scendeva dal cassero di poppa.
Non volle più rimanere, e si affacciò al capo di
banda, per chiamare una piroga delle solite, che si
aggiravano intorno alla *Nina*.

Cosma si fermò presso di lui, in atto di voler appiccare
discorso. Ma egli non aveva nessuna voglia
di tenergli bordone.

[pg!250]

—Ti saluto;—gli disse.

—Te ne vai?

—Sì, vado a terra.

—Bravo! e dàtti bel tempo.

—Che credi?—brontolò Damiano, seccato di
quella licenza.—Che ci sia solamente da sollazzarsi,
a terra? Ho il mio da fare, lassù. Non debbo anche
prepararti l'alloggio?

—A me?—disse Cosma.

—Certamente. Non mi hai annunziato poc'anzi
che hai mutato opinione, e che vuoi restare alla
Spagnuola anche tu?

—Ah sì, è vero;—rispose Cosma, che aveva
l'aria di risovvenirsi in quel punto.—Ma tu parlavi
di un alloggio per me; ed io mi contento di
poco!

—Sei camere ti bastano?

—Anche dodici.

—Benissimo; le avrai.... E la tredicesima, per il
buon peso.—

Ciò detto per metà ad alta voce, e trattenendo il
resto nella chiostra dei denti, Damiano scavalcò il
capo di banda e saltò nella piroga.

—Ora, facciamo giudizio;—mormorò egli
mentre lo schifo scivolava leggero sull'acqua.—Prima
di tutto, niente a quella capricciosa principessa,
che possa metterla in sospetto. Già, col poco
che so della lingua di Haiti, potrei fare poco lungo
discorso; non potrei di sicuro addentrarmi nelle
sottigliezze di una conversazione agrodolce.—

Prima ch'egli giungesse al *bohio* di Guacanagari,
Damiano aveva stabilito il suo disegno di battaglia.
Per verità, egli si disponeva ad usare di tutte armi,
e la coscienza gli rimordeva un pochino.

—Oh, infine!—esclamò, dando una scrollata di
spalle.—La mia è difesa legittima. Un uomo mi
[pg!251]
vuol mettere il piede addosso, ed io non devo mandarlo
a gambe levate? S'intende che io metterò
mano agli estremi spedienti solo nel caso che egli
abbia veduta Abarima. Se l'ha veduta, il suo intento
di nuocermi è chiaro, ed io non debbo più
usare riguardi.—

Si, tutto bene; ma come sapere se Cosma avesse
veduto Abarima? Sospettarlo non bastava; era necessario
di averne certezza. Ora, con una donna, sia
pure selvaggia, non c'è mai verso di sapere quel
che vi preme. Le accennate in coppe, vi risponde
bastoni.

Poco sicuro del modo in cui avrebbe condotte le
prime avvisaglie, Damiano salì al villaggio di Guacanagari;
e come fu sulla piazza, si volse alla casa
di Tolteomec. I servi stavano certamente in vedetta,
perchè due naturali, che si stavano soleggiando all'aperto,
entrarono subito in casa, e poco stante apparve
il vecchio sull'uscio.

—Mandavo a cercare di te,—disse Tolteomec.—È
l'ora di metterci a tavola.

—Ah si? molto bene!—rispose Damiano, affrettando
il passo.

L'accoglienza festosa del vecchio gli parve di
buon augurio. Entrò più allegro nella casa ospitale.

—Purchè tu non mi stia sempre alle costole,
benedetto patriarca!—diss'egli tra sè, muovendo
verso la sala del banchetto, che era già tutta preparata
come pochi giorni addietro.

Abarima comparve, più bella che mai e con un'altra
ghirlanda di fiori sulle chiome nerissime. Sorrise
all'ospite, parve anche guardarlo con attenzione,
tra curiosa e benevola, come le donne usano, che
non si sa mai quale sentimento sia il vero.

Damiano, per altro, non ci badò tanto nel sottile.
Era in presenza della donna amata, la vedeva sorridere
[pg!252]
e dimenticava volentieri una parte delle sue
inquietudini. Aggiungete che a tavola trovava il medesimo
posto al fianco di Abarima, e immaginate
che egli fosse molto disposto a dimenticare anche
l'altra metà.

Un pranzo non si racconta, se non quando sia
da trarne occasione per descrivere le sensazioni
gastronomiche dei personaggi. Del resto, il pranzo
è sempre eccellente, fosse pur quello di un avaro,
quando l'ospite è innamorato, e siede accanto a lui
la donna ch'egli ama. Se a Damiano avessero servito
in tavola un coccodrillo arrosto, metto pegno
che il nostro eroe non ci avrebbe badato. Se poi
gli avessero domandato come lo trovasse, di sicuro
avrebbe risposto: squisito! Un pranzo è come il
tempo, che si tinge sempre del colore dell'anima nostra.
Il cielo è sempre azzurro, quando siamo al
fianco di una cara creatura.

Or dunque, poichè torna inutile raccontarlo, finiamola
con questo pranzo di Tolteomec. Abarima si
è alzata, e Damiano la segue all'aperto. Ella prende
un canestro di vimini, in cui sono parecchi manipoli
di filamenti erbacei, disseccati e tutti di variati
colori; snoda due o tre manipoli, prende alcune fila
tra le dita, e si mette ad intrecciarle. È quello il suo
ricamo. Damiano vuole imparar l'arte, o dice di volerla
imparare, e prende occasione da questo suo
desiderio, per aver sempre la faccia china sul braccio
della bella selvaggia.

Tolteomec stette un pochettino a vedere. Ma egli
non ci aveva le stesse ragioni, per imparare a tessere
una stoia. Perciò si mosse di là, e andò in casa
a prendere alcune foglie secche, arrotolate in forma
di fusi.

—Ne vuoi?—diss'egli, ritornando, e offrendo
uno di quegli arnesi a Damiano.

[pg!253]

Damiano fece un gesto di orrore.

—No, grazie;—rispose.—non mi piace.

—Molto buono!—disse Tolteomec.—Questo
discaccia dalla casa gli spiriti della sera.

—Per cacciare i miei ci vuol altro!—rispose
Damiano.

Ma egli aveva parlato nel suo vernacolo genovese.
Col gesto, intanto, ringraziava, ricusando l'offerta.

Tolteomec si fece portare dei carboni ardenti dal
focolare domestico, accese la sua foglia, e poscia si
allontanò. Aveva sulla piazza i notabili del villaggio,
e se ne andava volentieri a barattare due chiacchiere
con loro. I vecchi, si sa, hanno poco a mettere
del proprio nei discorsi dei giovani. Così restarono
soli sul prato Abarima e Damiano.

—Voglio imparare a tessere le stoie;—aveva
detto Damiano, stringendosi più presso alla fanciulla.

—È facile;—rispose Abarima.—Vedi, come si fa?

—Vedo, ma bisognerebbe avere le tue mani. Con
la tua sveltezza, del resto, e con la tua grazia, credo
che non lavori nessun'altra donna.—

Abarima crollò il capo, e sorrise. Damiano incominciò
a pensare di essere corso troppo innanzi coi
sospetti.

E si accostava via via. Ma si accostò forse un
po' troppo, ed ella incominciò a trarre indietro la
spalla ignuda, su cui veniva a morire l'alito caldo
della belva umana. Egli finse di non avvedersi dell'atto,
e si avvicinò tanto, quanto ella si era tirata
indietro. Abarima non poteva ritirarsi dell'altro,
senza rimuovere il sedile. Perciò si volse a lui e
gli disse:

—Per imparare a tessere le stoie, puoi stare anche
più in là.

[pg!254]

—Dove?—chiese Damiano.

—A questa distanza.... così.—

E fattolo alzare, lo mise a posto lei, due spanne
più in là dal suo braccio.

—Troppo lontano!—mormorò egli, con voce
piagnolosa.

—Oh, basta così! Sei vicino anche troppo.—

Così dicendo, la bella Abarima sorrideva ancora.
Anzi, diciamo più veramente, sorrideva senz'altro.

Donna che ride è di buon umore, ha detto il savio.
E con una donna di buon umore si può fare
a fidanza. Damiano prese animo ad entrarle in discorso
dei suoi disegni nuziali.

—Oggi dunque,—diss'egli,—parlerò a Tolteomec.

—Di che cosa?

—Del nostro matrimonio, mia cara.

—No; non ancora, ti ho detto.

—Ma perchè?—diss'egli,—Perchè questi ritardi?
Ed è male, sai? Vedi tu e giudica se non
devo aver fretta, anche dopo la ragione principale
dell'amor mio per te, Abarima *taorib*. Fra pochi
giorni la nostra fortezza è finita, e il capo degli uomini
bianchi fa stender le ali alla sua grande piroga
per ritornarsene.... in *Azatlan*. Prima che l'almirante
se ne vada, io vorrei potergli dare una
buona novella. Gli farei tanto piacere, a dirgli che
sono il tuo sposo.—

Abarima volse la faccia sulla spalla, a guardare
il suo interlocutore.

—E perchè tutto questo piacere?—domandò.

—Perchè egli mi ama, e la mia felicità deve esser
la sua. Aggiungi che egli dovrebbe assistere alle
nostre nozze.

—Come te le fai vicine!—esclamò la fanciulla,
con un risolino asciutto e sarcastico.

[pg!255]

—Ma....—disse Damiano.—Se tuo padre è contento....
mi pare....

—Ed anche se fosse contento mio padre, credi
tu che le nozze, da noi, si facciano così presto?
Prima di tutto, bisognerebbe aspettare la luna piena:
poi la risposta del grande Spirito; poi....

—Oh diavolo?—esclamò Damiano, interrompendo
la filastrocca.—C'è ancora più difficoltà qui
che in Europa, per metter la corda al collo di un
galantuomo!

—Che cosa hai detto?

—Niente, non badare; sono sbruffi di lingua patria,
e vengono così naturalmente alle labbra! Ma
parliamo chiaro, e nella lingua di Haiti. Vuoi, o
non vuoi?—

La fanciulla rimase un istante sovra pensiero; poi
brevemente rispose:

—Tolteomec comanda.—

Damiano, a sua volta, ristette un poco, masticando
la sua stizza; poi, col medesimo accento, ripigliò:

—Ma tu? che ne pensi?

—Quello che Tolteomec vuole;—rispose Abarima.

E doveva essere stizzita un pochino anche lei,
perchè aveva smesso d'intrecciar le sue fila di
sparto, e guardava davanti a sè, verso la macchia,
non mostrando a Damiano che la sua guancia in
isbieco.

—Perchè sfuggi il mio sguardo, Abarima?—diss'egli.

—Perchè guardo di là.

—Di là! c'è la macchia, di là; ed oltre la macchia,
c'è la fontana.

—Ebbene?

Ebbene,—rispose Damiano, che perdeva la
[pg!256]
pazienza;—la fontana, presso la quale tu hai veduto....
ier l'altro.... un altr'uomo.—

Abarima diede un sobbalzo, e si volse turbata a
guardare Damiano.

—Sicuramente,—ribadì egli,—un altr'uomo;
il mio compagno Cosma... il cui nome ti è noto.

—Come lo sai?—diss'ella, fissandolo negli occhi,
con un'aria di stupore.

—Il come importerebbe poco;—rispose Damiano,
gustando, in mancanza di meglio, la feroce
voluttà di avere indovinato il secreto.—Ma tu immagina
pure che io lo abbia saputo dal grande Spirito.
Cioè, dico male, dal piccolo spirito. Voi altri
interrogate il grande, quando la luna è piena; noi
abbiamo il piccolo, che vive con noi, e ci avverte,
ad ogni quarto di luna.—

Abarima era rimasta lì, come trasognata.

—Di tutto?—chiese ella.

—Di tutto, e d'altro ancora. Io dunque so che
Cosma è venuto qua, dalla macchia; che ti ha veduta,
che ti ha parlato, e ti ha detto.... tante belle
cose, che tu non hai capite, perchè egli non ha potuto
parlarti nella tua lingua.—

Abarima si era a grado a grado riavuta dal suo
alto stupore. E Damiano, per apparirle tanto bene
informato dal suo genio tutelare, incominciava a
parlare un po' troppo.

—Il tuo piccolo spirito si è ingannato!—gridò
ella, ridendo.—Il tuo piccolo spirito ha occhi, ma
non ha orecchi.

—Come sarebbe a dire?

—Che non ha orecchi, e non sa riferire quello
che è stato detto,—rispose Abarima, seguitando
a ridere di gusto.

—Lascia stare gli orecchi del mio piccolo spirito;—disse
Damiano, pentito di essersi cacciato troppo
[pg!257]
avanti sulla via delle scoperte.—Sono migliori che
tu non creda. Fermiamoci agli occhi, che hanno veduto
giusto. Puoi tu negare di aver parlato a Cosma?

—No;—rispose Abarima.

—E sentiamo;—soggiunse Damiano, dopo essersi
morse un pochino le labbra;—che cosa ti è
sembrato.... della sua faccia?

—*Taorib*.

—Non è vero, che è *taorib*, il mio caro amico
Cosma? Sono proprio contento che tu abbia su
questo particolare la mia stessa opinione. E quei
capelli, poi....

—*Turey*.

—Eh, dovevo immaginarmelo, che li avresti giudicati
*turey*. È una maledizione, oramai. Tutte queste
figliuole del nuovo mondo amano i capegli d'oro.
E quelle del vecchio, niente?... Ah, se ritorno in Europa,
com'è vero Dio, mi faccio radere come una
pelle di capretto, e mi compero una parrucca, per
fare la mia bella figura tra le genti. Vedrete allora,
mie belle capricciose, che capelli d'oro filato saranno
i miei! Febo Apollo, con la sua raggiera, potrà
andarsi a nascondere. Ma ci vorrà del tempo,
ad esser laggiù; e qui bisogna vederne l'acqua
chiara. Senti, Abarima, parliamoci schietto. Io sono
un buon figliuolo, e non voglio dar noia a nessuno.
Sono anche capace di un atto eroico. Tutto sta a prendermi
per il mio verso, a non carezzarmi di contrappelo.
Dimmi dunque una cosa, ma sinceramente,
come la diresti al sacerdote del grande Spirito,
quando vai a fare le tue divozioni. Lo ami tu?

—Io non t'intendo;—rispose Abarima, che era
stata fin allora a sentirlo con gli occhi tesi, ma non
venendo a capo di nulla.

—Ti domando se ami Cosma.

[pg!258]

—Cosma è bello;—rispose Abarima.

—E viva la tua faccia!—gridò Damiano.—Tu
almeno, figlia delle isole dell'Oceano.... Ma no, che
dico io? Anche in Europa si dànno, questi esempi
d'audacia. Non creder dunque che la sincerità sia
privilegio dei tuoi paesi.

—Che dici?—chiese Abarima, che ritornava a
non intendere.

—Niente, niente; i soliti sbruffi di lingua patria.
Tu dunque lo ami. E se egli chiedesse di sposarti?...—

Abarima mise un piccolo grido, abbassò le ciglia
e rannicchiò il collo tra le spalle.

—Brava!—esclamò Damiano.—Io aspettavo
che tu mi rispondessi: Tolteomec comanda.... quello
che Tolteomec vuole.... il grande Spirito.... la luna
piena.... Brava la mia principessa selvaggia! Ma io
ho il dolore di doverti dire una cosa, Abarima taorib....
una cosa che ti raffredderà un pochettino il
sangue nelle vene. Il mio amico Cosma non può
amare la figliuola di Tolteomec.—

Abarima si scosse, e diede un'occhiata curiosa a
Damiano.

—Come lo sai?—gli disse.

—Eh lo so;—rispose Damiano.—Lo so bene,
perchè Cosma è mio amico da tanti anni.... come
fratello. L'esser venuto a vedere la bella del suo
amico, te ne faccia fede solenne. È il nostro uso,
in *Azatlan*, di vogarci sul remo, ed è prova di un
affetto, di una cortesia, di una lealtà, veramente ammirabili.
Incominci a non capire? Hai ragione; ritorno
alla lingua di Haiti. Vuoi tu sapere, Abarima,
perchè Cosma non ti può amare? Vuoi tu sapere
la storia della sua gioventù?

—Racconta;—disse Abarima.

Damiano si raccolse un istante, pensando.

[pg!259]

—Vengo meno alla data parola. Ma in fine, perchè
mi guasta egli le uova nel paniere? Io sono
guarito di questa passione.... sicuramente, sono guarito....
lo voglio essere.... ho un diavolo per occhio,
e non patirò mai che mi si pestino i piedi. Animo
dunque, e non usiamo riguardi.

—Racconta;—ripeteva Abarima.

—Sì, racconterò, non dubitare. Cosma, per tua
regola, è innamorato di un'altra donna; di un'altra
donna, capisci?... di un'altra donna, che ha i capelli
biondi come l'oro.... anzi, più che l'oro, biondi
come il sole, quando è nel segno del Leone. Ah,
che bei capelli di sole ha la donna amata dal mio
caro compagno, dal mio fratello Cosma!

—Ci sono donne con capelli d'oro, in *Azatlan*?—chiese
Abarima, con aria di stupore.

—Eh, sicuramente, mia bella. In Azatlan, oramai,
non c'è altro che capegli d'oro. E si dànno via, come
le perline di vetro, come i sonagli di bronzo. Ami
una donna, in Azatlan! Glielo dici, ed ella subito
si taglia una ciocca dei suoi capelli d'oro, e te ne
fa un presente. Domanda a Cosma che ti faccia vedere
quella ciocca di capelli d'oro, che porta sempre
sul cuore, entro una borsa di cuoio. Vedrai che
bellezza! Ma già, capisco che tu vorrai sapere la
storia di Cosma, la storia dei suoi amori, non è
vero?—

Abarima stava con tanto d'occhi a guardarlo, come
se volesse cavargli le parole di bocca. E ne capiva
così poche! Damiano s'ingegnava come poteva, a
farsi intendere; ma su cento parole ne diceva ottanta
in tutt'altro idioma da quello di Haiti.

—Incomincio,—riprese Damiano,—Il mio buon
Cosma è nato a Genova. Non sai che cosa sia Genova?
È un *bohio*, come questo, ma venti, trenta
volte più grande. In quel *bohio*, che si chiama Genova,
[pg!260]
lo zio di Cosma è doge. Sai che cosa è il
doge? È il cacìco di Genova. Ci sei?

—Racconta;—disse Abarima.

—Ecco, dunque. Cosma, appena fu giunto all'età
di vent'anni, volle studiar medicina. Sai che cos'è la
medicina? È l'arte di guarir le malattie del corpo,
o di lasciarle durare, aspettando che il grande Spirito
le guarisca lui. Il medico è quello che conosce
la virtù delle erbe....

—E dice le parole magiche;—soggiunse Abarima;—t'intendo.

—Oh, benedetta ragazza! Tu sei dotata di una intelligenza
rara. Torniamo dunque a Cosma. Egli
partì da Genova, per andare a Pavia, dove poteva
studiare la medicina. Andare allo studio di Pavia
è una vecchia abitudine per noi naturali di Genova,
fin dal tempo che il re Liutprando ci portò via i resti
mortali di sant'Agostino.... Ma tu non capisci queste
cose, Abarima; nè io trovo le parole per fartele capire.
Oltre di che, ci vorrebbe un corso di storia.... Bene,
capisci quello che puoi, e lascia stare il rimanente.
Anch'io ero a Pavia; c'ero prima di Cosma, e soltanto
in quella città ebbi modo di conoscerlo. Eravamo
naturali dello stesso *bohio*; ci legammo subito
in amicizia; studiavamo insieme, o fingevamo
di studiare, che finalmente è tutt'uno. L'arte è lunga,
si sa; ma quando si hanno i vent'anni, pare anche
lunga la vita.—

Abarima non capiva più, e non si studiava neanche
di capire. A Damiano parve anzi di vedere che
ella reprimesse uno sbadiglio.

—Questi particolari ti annoiano, non è vero? E
tu vorresti sbadigliare, deliziosa selvaggia? Sbadiglia
pure liberamente, e consentimi soltanto di bere
quello sbadiglio sulle tue labbra di cinabro.—

Abarima non represse solamente lo sbadiglio, ma
[pg!261]
anche un atto di Damiano, che veramente meritava
il garofano di cinque foglie.

—Buon segno!—pensò Damiano.—La mano
di una bella donna è come la lancia di Achille; ferisce,
ma può risanare le piaghe che ha fatte. E siccome
è una lancia intelligente, non ne farà, voglio
sperare, senza avere in animo di risanarle.—

Abarima non gradiva il silenzio di Damiano. Era
una selvaggia, ma era donna, e sapeva che quando
l'uomo sta zitto, c'è sempre pericolo che pensi. Ora,
il pensiero che non ci si manifesta con parole, è
come le armi insidiose, come le pistole di corta misura,
che il nostro vicino può avere in tasca, e trarle
da un momento all'altro, per farci un brutto partito.

—Racconta;—gli disse Abarima, dopo la lunga
pausa che era seguita al suo amabilissimo ceffone.

—Racconterò;—rispose Damiano.—Ti ho
detto che eravamo a Pavia, per lo studio della medicina.
Naturali del medesimo *bohio*, ci riconoscemmo
per tali e ci legammo subito di grande amicizia,
sebbene le nostre famiglie a Genova si vedessero
di mal occhio. Avevamo preso a vivere insieme,
eravamo inseparabili, come quei vostri piccoli
pappagalli che stanno sempre a coppie, e non
c'è' caso che uno si discosti un passo dall'altro. Ma
l'uomo non è fatto per l'uomo, e l'amicizia non gli
basta: Cosma s'innamorò di una bellissima donna,
della bionda che ti ho detto poc'anzi.

—Come si chiamava quella donna?—chiese
Abarima.

—Oh, non dubitare; non voglio defraudarti del
nome. Si chiamava Catarina.... Catarina Bescapè.
Vecchia ed illustre famiglia, la sua, come la tua in
Haiti. Donna Catarina abitava sulla piazza del Regisole.
Hai capito? No certamente. Ma queste sono
minuzie, che non importano affatto. Importa invece
[pg!262]
moltissimo il dire che donna Catarina era bellissima,
quantunque avesse i capelli d'oro.

—Non ami i capelli d'oro, tu?

—Ohibò, che roba!—gridò Damiano, facendo
un gesto di orrore.—Eccoli, i capelli che amo.

—Lascia stare, e racconta.

—È già un'ora che racconto, e capirai che qualche
riposo ci vuole. Ma ritorniamo a Catarina. Un
grande amico di Cosma se ne era innamorato.... e
prima di Cosma. L'amico poteva sperare di essere
riamato dalla bellissima donna; anzi, ti dirò che
poteva esserne certo.... come si può esser certi di
queste cose, specie avendo da fare con la più cruda
metà del genere umano. Ma un giorno l'amico si
avvide che Cosma andava troppo volentieri anche
lui nella piazza del Regisole; s'insospettì, stette in
agguato, disdisse la sua amicizia al rivale. Incominciarono
a guardarsi in cagnesco, erano già per
venire alle brutte, quando Cosma capitò d'improvviso
nella casa dell'amico, gli si gittò fra le braccia,
e gli pianse sul petto tutte le lagrime dei suoi
occhi. Cosma non poteva più vivere, se non gli si
lasciava amare la bella Catarina; Cosma si sarebbe
buttato nel fiume Ticino, dove è più profondo, se
l'amico non lo lasciava libero di far la corte alla
sua dama. Allora io....

—Tu?.... sei tu l'amico?—interruppe Abarima.

—No, cara; non ti ho già detto che io non amo
il turey nei capelli? Volevo dire: allora io mi
misi in mezzo ai due contendenti: e tanto dissi, che
persuasi l'amico di Cosma a ritirarsi dal giuoco, a
lasciare che Cosma facesse liberamente l'occhio languido
a donna Catarina Bescapè.

—L'amico si è contentato? Amava dunque assai
poco.

—Oh cara, come t'inganni! Egli amava moltissimo.
[pg!263]
Ma era un'anima grande. Se fosse nato due
mil'anni prima, sarebbe stato un eroe Romano, o
Greco, o giù di lì, e Plutarco ne avrebbe scritta la
vita, mettendolo in parallelo con qualche Scipione.
Tutte cose che non capisci, lo so; fa conto che io
non te ne abbia parlato. Del resto, l'amico non si
chetò mica alle prime. Egli fece a Cosma questo
ragionamento: «Senti, bambino, queste cessioni non
si possono fare; bensì è la donna che deve scegliere.
Io posso credere che ella veda me di buon
occhio: ma posso anche ingannarmi. E tu, dal canto
tuo, che cosa puoi dire?» Cosma non poteva dir
nulla; pure, sentendo che l'amico si sarebbe inchinato
alla scelta della dama, Cosma si rallegrò; si
buttò un'altra volta nelle braccia del rivale, s'inginocchiò,
gli abbracciò le ginocchia, fece un visibilio
di pazzie. «Caro il mio Tolomeo!» gli disse: «Io
sono un uomo morto, se quella donna non mi ama.
Che perdi tu ad esplorare l'animo di lei? a lasciare
che i fati si compiano?» Insomma, tanto pregò,
tanto pianse, che io.... consigliai all'amico rivale di
andare da madonna Catarina e di parlarle chiaramente.
Povero amico, tanto generoso, e tanto.... come
chiamarlo? Di nome si chiamava Bartolomeo;
gli amici, per abbreviazione gli dicevano: Tolomeo;
altri più sbrigativamente Tomèo. Di cognome, poi....
Ma lasciamo il cognome, che non importa al racconto.

—E Catarina, seppe tutto?

—Aspettami, impaziente creatura. Tolomeo andò
dalla bella Catarina e le disse: «Io amo Cosma
come un fratello. Le nostre famiglie, a Genova, sono
nemiche, appartengono a due fazioni diverse. Ma
qui, siamo fuori di casa nostra, lontani dalle ire
cittadine, avvicinati dal medesimo studio. Per altro,
è strano che dobbiamo innamorarci della medesima
[pg!264]
donna. Sapete, Catarina? Egli è pazzamente innamorato
di voi.»

—Tolomeo ha parlato così?

—Sì, cara; egli è stato tanto.... Tolomeo. Ma chi
avrebbe mai preveduto?... Basta, quel ch'è fatto è
fatto. L'amico Tolomeo parlava da uomo leale, senza
immaginare che madonna Catarina lo piantasse lì
per quell'altro.

—Catarina ha fatto bene;—disse Abarima, sentenziando
alla svelta, come una dama di Provenza
in una corte d'amore.

—Diciamo pure che Catarina ha fatto bene;—rispose
Damiano.—Ma Tolomeo ha fatto male. Non
credi?

—Chi sa?—rispose Abarima.—E Catarina,
che cosa disse a Tolomeo?

—Due sole parole: «povero giovane!» Ma se tu
avessi sentito con che accento!

—Tu c'eri?

—Si capisce. Io ero un po' da per tutto. E come
io capii il senso di quella esclamazione, così l'amico
fu pronto a capirlo. Si chiuse la sua rabbia nel
cuore, e andato da Cosma gli parlò in questa guisa:
«Senti, Cosma, tu mi hai tradito. La tua è un'azione
da coltello. Tu sei più avanti nelle grazie della Bescapè
di quello che io potessi immaginarmi. Ella
mi ha tutto confessato. Tu la segui quando io non
sono con te, ed ella ti guarda con benevolenza. Perchè
non dirmi tutto? Mi avresti risparmiata la figura....
dell'uomo che fa ridere.»

—Ah, ah!—gridò Abarima, ridendo la parte sua.

—Capisco,—riprese Damiano,—che è lo stesso
anche in Haiti, e che le donne, sotto ogni cielo, ridono
saporitamente.... dei poveri Tolomei. Ma non
importa. Ritorniamo a Cosma. Egli non rideva; egli
ricavava maggior profitto dal piangere. «Perdonami,
[pg!265]
Tolomeo!» diss'egli all'amico. «Io non so
nulla di quello che tu mi racconti. Che confessioni
può averti fatte madonna Catarina? L'amo, ecco
tutto. Se n'è ella avveduta? È possibile. Io credo
che tutti abbiano dovuto avvedersene, come te n'eri
avveduto anche tu.»—«Bella forza!» scappò detto
all'amico.

—E poi?—disse Abarima.

—E poi, avvenne tutto ciò che avviene in simili
casi. Tolomeo amava anch'egli davvero. Ma non si
può stare per forza nel cuore di una donna, ne
convieni? Tolomeo non ci stette; e disse a Cosma:
«fai la tua strada, e crepi l'avarizia! se quella
donna ti ama, sia tua.»

—E Cosma la sposò?

—Ecco....—disse Damiano.—C'era una piccola
difficoltà. Madonna Catarina non era libera. C'era
di mezzo.... un Bescapè.

—Non capisco;—disse Abarima.

—Oh cara! è meglio che tu non capisca. È sempre
bene che ti rimanga qualche cosa di oscuro.
Altrimenti, che cosa ci avresti più da studiare, nei
costumi di Azatlan? Per ora, Abarima *taorib*, ti
basti di sapere che Cosma non sposò madonna Catarina.
Ma egli l'amava, e ne fu riamato. Fu allora
che la bella donna gli regalò una ciocca dei suoi
capelli d'oro, quella ciocca di capelli che egli porta
sempre sul cuore, entro una borsa di cuoio.

—E Tolomeo?

—Tolomeo.... era l'uomo più infelice della cristianità.
Non sai che cosa sia la cristianità? Ebbene,
non te ne dolere; è un'ignoranza felice, la
tua. Se tu sapessi infatti che bestie feroci son mai,
a comporla! Quanto a Tolomeo, egli aveva finito il
suo studio di medicina. Sarebbe rimasto ancora, sarebbe
rimasto per sempre, se Catarina lo avesse
[pg!266]
amato. Ma ella non lo amava; ella rideva di lui,
vedendolo passare per via. Che vergogna! che rabbia!
In quei momenti, vedi? io.... essendo in compagnia
di Tolomeo, arrossivo per lui. Lasciai Pavia,
in quell'anno; e Tolomeo mi seguì. Ce ne ritornammo
verso il mare, nel nostro *bohio* di Genova.
Laggiù si viveva sempre in guerra gli uni con
gli altri, e noi, da buoni naturali di Genova, partecipammo
alle civili discordie.

—Che è ciò?

—Ecco.... è un po' difficile a dirsi. Ma figurati
che Genova sia come Haiti, e che da quattrocento
anni i Caribi siano entrati a far parte di questa popolazione.
Per un po', secondo la fortuna, comandano
i Caribi, per un po' gli Haitiani, e una volta
il cacìco è Caribo, un'altra volta è Haitiano. Ti capacita?

—Se è l'uso di cambiare così....

—No, non è l'uso; è la forza, o l'inganno, che
comanda. E quando il cacìco di Genova è un Haitiano,
i Caribi sono abbattuti, dispersi, cacciati dal
*bohio*. Quando il cacìco è un Caribo, gli Haitiani
hanno la peggio. Ora veniamo a noi. Tolomeo era,
come tutti quelli della sua famiglia, amico degli
Adorni, i Caribi del paese. Perciò era nemico dei
Fregosi, che erano gli Haitiani, e che in quel mentre
erano al governo, essendo un Fregoso il cacìco
di Genova. Divampò la guerra in città, per ragioni
che è inutile di dirti. Tolomeo si trovò un giorno
con le armi alla mano, con quelli della sua gente,
contro quelli della parte contraria. Era con gli
Adorni, ti ho detto; diede addosso ai Fregosi. Tutte
ire che, essendo fuori di Genova egli aveva dimenticate,
ma che gli tornarono vive nel cuore appena
ebbe respirate le dolci e fraterne aure della patria!
Nel fitto della mischia fu un punto di vittoria per
[pg!267]
lui: poteva uccidere il capo della squadra nemica;
già aveva alzata la scure su lui, quando riconobbe
il nemico che aveva sotto il ginocchio. Quel nemico
era Cosma.

—Ah, povero Cosma!—gridò Abarima sbigottita.

—Sì, povero Cosma, che da un mese appena era
ritornato in patria, e anch'egli aveva riprese tutte
le care abitudini del *bohio*! Ma io ti ho detto, Abarima,
che Tolomeo aveva un'anima grande. Tolomeo,
alla vista del fortunato rivale, sentì tutte le
sue ire ribollenti nel sangue; calò la scure.... ma
senza colpire; e perdonò al suo nemico.

—Bravo Tolomeo!—gridò Abarima.—Lo amo.

—Amami, deliziosa selvaggia; perchè Tolomeo....
sono io.

—Ah!—esclamò Abarima, ridendo.—Lo avevo
immaginato; e l'ho detto a bella posta.... per farti
parlare.

—Assassina!—gridò Damiano.—Ebbene, tanto
fa. Potevo uccidere Cosma, e non l'ho ucciso. Anzi,
l'ho tratto in salvo, l'ho ricoverato nelle nostre
case. Era ferito; io l'ho curato; e quantunque fossi
medico, l'ho guarito. Che te ne pare? Non sono io
un uomo di Plutarco?—

Abarima lasciò cadere l'accenno classico, e per
una buona ragione, che non è mestieri di dirvi.

—E Catarina?—diss'ella.

—Ecco: madonna Catarina si era lasciata amare
da Cosma. L'amico aveva i capelli d'oro, i capelli
di sole, di cielo, di tutto l'altro che dite voi in Haiti.
Ma pare che una provvida legge di natura non permetta
alle bionde di amar lungamente i biondi.
Venne un giorno che le due capigliature d'oro non
andarono più d'accordo. Madonna Catarina incominciò
a seccarsi di Cosma. E allora si lasciò amare
[pg!268]
da un altro, che non aveva i capelli biondi, che non
gli aveva neanche più neri. Quell'uomo, per altro,
era un gran professore.

—Professore! che cos'è?

—Come fartelo intendere? Voi altri, in Haiti, non
avete professori. Già, molte razze d'animali vi mancano.
Figurati dunque una bestia rara; uno che
insegna agli altri tutto quello che sa lui, ed anche
quello che non sa; uno che ti sa dire come devi
parlare, e come devi tacere, se devi ber fresco o
caldo, sputar tondo o quadrato. Quello è un professore,
mia cara. Tu sai che Catarina era moglie di
un Bescapè. Il Bescapè, per certe sue ragioni di
possesso, aveva bisogno del parere del professore,
che era un gran conoscitore delle leggi, e i suoi
pareri se li faceva pagare a peso d'oro, in tutti i
*bohio* dell'Italia dove era stato. Oh, un gran professore,
quel Giasone del Maino! Quando doveva
parlar lui nella scuola, c'era tanta folla, che non
c'entrava più neanche una mosca, o se c'entrava,
non ardiva più di farsi sentire.

—Ma lei?... Catarina?...

—Ci vengo. Catarina conobbe il professore. Giason
del Maino andò nella casa di lei, sulla piazza
del Regisole. Madonna Catarina andò nella casa di
lui, alla Torre del pizzo in giù. Questo è un particolare
che non occorre spiegarti. Qui non ci sono
torri, nè campanili, e l'idea di una torre il cui tetto
a campanile sia voltato all'ingiù e posi sopra una
grossa colonna, sullo spigolo della casa, non la potresti
comprendere. Ti basti sapere che madonna
Catarina andò nella casa del grande legista, e che,
dopo esserci andata, ci ritornò. Cosma ne aveva
avuto un sospetto; Cosma si appostò, conobbe che
era vero, fece il geloso, e fu mandato gentilmente....
a quel paese. Da noi, cara, è l'uso costante. Quando
[pg!269]
una persona ci è venuta a noia, la mandiamo a
quel paese; un paese sconosciuto, di cui nessuno
sa darci notizia, e quando c'è andato non può portarcela
di sicuro.

—E Cosma?

—Cosma non andò a quel paese; ritornò in patria,
al suo *bohio* di Genova. Ma egli era sempre
più innamorato che mai. Non ha più potuto levarsi
Catarina dal cuore. L'ama ancora, l'amerà sempre.
È fatto così, quel povero ragazzo. Io sono guarito,
egli no. E tu capirai, dolce Abarima, che egli, seguitando
ad amare Catarina Bescapè, non può amare
la figlia di Tolteomec.—

Abarima fece un gesto di compassione. Ma non
era di compassione per il triste amore di Cosma,
bensì per lo storto ragionamento di Damiano, o, se
vi piace, meglio, di Tolomeo.

—Capisco, sì, capisco;—diss'ella.—È un sortilegio.

—Come, un sortilegio?

—Sì, Catarina ha detto una parola magica, perchè
Cosma sia sempre innamorato di lei;—rispose
Abarima, con accento di grande sicurezza.—E
quella parola magica l'ha pronunziata sopra qualche
cosa che Cosma porta sempre indosso. Sì, ora
ci sono; su quella ciocca di capelli d'oro che Cosma
ha fatto male a non gettar via.

—Mettiamo pure che sia così;—disse Damiano.—Che
ci vuoi fare? Cosma non rinunzierebbe a
quella ciocca di capelli per tutto l'oro del mondo.

—Effetto del sortilegio;—rispose Abarima.—Devi
rubargli la borsa di cuoio, mentre egli dorme.

—Io? sei pazza? me ne guarderei bene.

—Non hai coraggio; lo farò io;—disse Abarima.

—Tu? e come?

—Verrà nella casa di Tolteomec, ci dormirà, ed
[pg!270]
io strapperò il sortilegio. Io guarirò Cosma, povero
Cosma! ed io allora sarò amata da Cosma.

—Ah briccona!—esclamò Damiano.—Ma guardate
che Tolomeo sono stato io! Valeva proprio la
pena di tradire il segreto dell'amico, per giungere
a questo bel resultato!—

Dopo questi ed altri ragionamenti interiori, Damiano
si volse ad Abarima, dicendole:

—Ed io, Abarima *taorib*! ed io che ti amo?

—Tu....—rispose la capricciosa selvaggia,—vai
a quel paese.—

Damiano ammirò la prontezza d'ingegno di quella
figlia d'Haiti, che imparava così presto le usanze
della civile Europa. E dopo avere ammirato, voleva
andarsene di là, per ismaltire la sua rabbia. Immaginate
quanta ne avesse in corpo, mista alla vergogna
della sconfitta patita. Gli era parso di avere così
buone armi, per mettersi in guerra, e quelle armi
gli si erano spuntate nel primo assalto; peggio ancora,
egli se l'era sentite crocchiare nel pugno. Ma
a proposito d'armi, non è la gelosia un'arma a due
tagli? Andate a dire ad una donna: «il tal di tale
non può amar voi, perchè egli è innamorato di
un'altra» e sentirete che cosa ella sarà capace di rispondervi.
«Ah si! di un'altra? Volete vedere che
cosa ne faccio io, di quell'altra?» Il frutto proibito
non sarà che una mela; la butteremo via, magari
dopo averla manimessa; fors'anche la passeremo al
vicino; ma per intanto, e perchè si tratta d'un frutto
proibito, un morso glielo vogliamo dare ad ogni costo.
E così faceva Abarima, dando a modo suo, e senza
pure saperlo, una prova della unità di origine delle
stirpi umane.

Ma lasciamo queste sottigliezze. Damiano era sul
punto di andarsene; Abarima lo trattenne, e non
già, voglio sperare, per prendersi giuoco dei tormenti
[pg!271]
di lui. Queste raffinatezze di crudeltà non dovevano
essere in lei. Unità di origine, sta bene, fin
che si vuole; ma la civiltà è di molti gradi, e
quella figliuola di Haiti doveva essere ai primi
scalini.

—Raccontami ancora;—diss'ella.—Come si è
deciso Cosma ad andare così lontano da questa Catarina
sciocca?

—Ah, debbo narrarti di lui vita e miracoli? E
sia, parliamo ancora di questo amatissimo Cosma;—rispose
Damiano.—Ti ho detto che io lo avevo raccolto
ferito, e lo avevo ricoverato e guarito. Di ritornare
presso madonna Catarina non era più il caso.
Saremmo andati ad ornare della nostra presenza il
trionfo di messer Giasone del Maino. Del resto, noi
siamo fatti così;—soggiunse Damiano, con un tal
piglio aspretto che non era senza grazia;—quando
una donna ci tratta male, possiamo amarla ancora,
come fa Cosma, o dimenticarla, come ho fatto io,
ma la rispettiamo sempre e non ci ostiniamo a
darle noia. Restammo dunque nel *bohio* di Genova.
E fu allora, nei nostri colloqui amichevoli, che io
seppi da Cosma tutta la serie delle sue disgrazie
amorose. Quel giorno, vedi la grandezza dell'animo
mio!... quel giorno, gli perdonai tutto quello che egli
mi aveva fatto soffrire.

—Soffriva anche lui!—esclamò maliziosamente
Abarima.

—Ah, bene! lo avete anche in Haiti, il proverbio:
mal comune è mezzo gaudio? Ne ho piacere,
perchè vi vedo già ben preparati per godere i frutti
della nostra civiltà. Quel giorno, adunque, ci giurammo
un'amicizia eterna, molto più forte di prima.
E stavamo sempre insieme, non uscivamo a diporto
che insieme, con grande maraviglia di tutti i naturali
di Genova.

[pg!272]

—E perchè questa maraviglia?

—Oh bella! perchè si era tutti in guerra, gli uni
contro gli altri; e noi soli, di diverso partito, uno
Caribo e l'altro Haitiano, eravamo in pace.

—Si, è vero; ti capisco, ora.

—Sia lodato il cielo! E non volevano capire, i
nostri concittadini. Gli Haitiani dicevano a Cosma:
perchè vai tu a braccetto con quel Caribo? E i Caribi
dicevano a me: perchè vai tu a braccetto con
quell'Haitiano? E gli uni e gli altri, con questi discorsi,
non ci lasciavano aver pace. A sentirli loro,
non si poteva essere buoni uomini, se non si sposavano
tutte le ire della propria fazione. Così ad
ambedue era venuta in uggia la patria. Triste quel
*bohio*, dove non si può essere amici per elezione di
cuore, dove si è condannati dalle collere accumulate
di cinque o sei generazioni di matti, o d'imbecilli,
a vivere in guerra con le persone che piacciono,
a far lega con altre che si manderebbero
volentieri....

—A quel paese!—soggiunse Abarima.

—Si, cara. La frase ti è rimasta impressa nell'anima?
Ricordati almeno che te l'ho insegnata io,
e non ne usare contro di me, ferocissima donna. Io
ritorno al racconto. Seccati di quelle discordie, pensammo
di andarcene. Ma dove? La sorte decida, fu
detto tra noi. E allora si mise mano alle sorti Virgiliane.

—Sorti?...—ripetè la selvaggia.

—Virgiliane;—rispose Damiano.—Vediamo di
farti capire questo bel giuoco. Si piglia un libro....
Ma sapete voi altri che cosa sia un libro, gente felice?
Si piglia qualche cosa dove ci sono molti segni,
molte parole dipinte.... E le parole su cui cadono
gli occhi, sono il responso del grande Spirito. Noi
dunque prendemmo un libro.... mucchio di parole
[pg!273]
dipinte da un gran mago, chiamato Virgilio, e leggemmo,
aprendo a caso, queste parole:

   | *Nos patriae fines, nos dulcia linquimus arva.*

Tu non lo capisci? è latino; e significa: noi ce ne
andiamo da casa nostra. Il grande Spirito, adunque,
ci faceva sapere in tal modo che aveva capito il nostro
desiderio. Ma il suo consenso? e l'indirizzo che
noi chiedevamo? Voltammo i fogli, e gli occhi ci
caddero su quest'altro verso:

   | *Bella cient primâque vetant consistere terra.*

Il che significa, mia cara; qui c'è guerra, e non ci
si può rimanere. Ma dove andare? dove? Altra consultazione
allora, con parecchie voltate di fogli; e
gli occhi ci cascarono su quest'altre parole:

   | *Qualia multa mari nautae patiuntur in alto.*

In mare, adunque, in alto mare, a far vita di marinai,
e cercar ventura.—«E sia» disse Cosma.
«Non abbiamo noi sentito per l'appunto discorrere
di un nostro concittadino, chiamato Cristoforo Colombo,
che ha formato il disegno di cercar nuove
terre di là dai mari d'Occidente? Egli è andato alla
presenza del grande cacìco di Spagna, e gli ha detto:
dammi tre grandi piroghe con uomini volenterosi,
ed io ti scoprirò un nuovo mondo? Il grande cacìco
di Spagna ha risposto a Cristoforo Colombo: sia;
ti darò gli uomini volenterosi, e le grandi piroghe;
va e trova le isole di là dai mari, per onor tuo e della
Spagna.»

—Colombo!—esclamò Abarima.—Il capo degli
uomini bianchi! Come sapeva egli che dopo il mare
avrebbe trovate queste isole?

[pg!274]

—Non saprei dirtelo;—rispose Damiano.—Ma
si può credere che glielo avesse detto il suo piccolo
Spirito, a lui mandato dal grande.

—Capisco;—disse Abarima.

—Ah, bene! tu capisci tutto, Abarima *taorib*. Capisci
dunque ancora come arda il mio cuore per te;
mentre quello di Cosma è freddo.... come la notte in
un bosco. Vorrei dir neve, o ghiaccio;—soggiunse
mentalmente Damiano.—Ma bisognerebbe saper
la parola. Chi sa se conoscono la cosa, in questo
tiepido clima!

—Continua;—disse Abarima.—Voi due, allora,
avete voluto raggiungere il capo degli uomini
bianchi.

—Sicuramente, dopo aver consultato ancora una
volta le sorti. Il libro dalle parole magiche fu riaperto
a caso, e diede quest'altra risposta: *Fata viam
invenient*.... Che cosa si voleva di più chiaro! So
bene che non è ugualmente chiaro per te. Ma tu
potrai intendere approssimativamente che la volontà
del grande Spirito avrebbe fatto ritrovar la via delle
isole lontane. Allora noi siamo corsi a cercare il
capo degli uomini bianchi; siamo saliti sulle grandi
piroghe con lui, e siamo arrivati qua, dove io mi
sono innamorato della figliuola di Tolteomec, della
dolce Abarima. Vorrai tu concedere la tua mano a
Damiano, che t'ama? Vorrai tu ricusargliela, per
tener dietro a Cosma, che è innamorato di un'altra
donna, laggiù.... in Azatlan?—

Abarima stette un istante sovra pensiero, come
se volesse nella sua mente pesare il pro ed il contro;
poi sentenziò:

—Damiano buono; Cosma.... *taorib*.

Il buon Damiano si morse le labbra.

—È la tua ultima parola?—diss'egli.

—Cosma *taorib*;—ripetè la capricciosa selvaggia.

[pg!275]

—Sta bene;—conchiuse Damiano.—Ti saluto.—

E si alzò dal sedile, che ormai gli pareva fatto di
carboni ardenti.

—Parti?—diss'ella.—E dove vai, ora?

—Vado.... a quel paese, dove tu mi hai gentilmente
mandato;—rispose Damiano.

L'ingenua selvaggia ebbe la crudeltà di ridere. Ma
in verità, ella non poteva fare altrimenti. Era così
buffo, il dolore di Damiano!

—So bene che tu ritorni alla grande piroga;—riprese
Abarima, rimettendosi al grave.—Sia dolce
il tuo sonno, Damiano. E salutami il tuo fratello
Cosma, e digli che venga domani nella casa di Tolteomec.—

Qui il nostro Damiano, che già stava male in
sella, perdette a dirittura le staffe.

—Oh, per questo, stai grassa, se lo speri,—gridò
egli, stizzito.—Non sai tu che un uomo, per
buono che sia, non cede ad un altro la donna
ch'egli ama?

—E Catarina....—domandò la selvaggia.—Non
hai tu ceduto Catarina, al tuo fratello Cosma?

—Che paragoni son questi?—replicò Damiano.—Per
tua norma, io non ho ceduto nulla. Se Catarina
mi avesse detto: «Tolomeo, andatemi a cercar
Cosma, e mandatemelo qua», le avrei risposto....
mandandola a quel paese.

—Brutto!—gridò Abarima, facendogli il viso
arcigno.

—Cara,—rispose Damiano,—se non ti piace,
sputala! Oh, per tutti i diavoli!—soggiunse mentalmente.—Le
ho detto una cosa che non è da
cavaliere. Fortuna, che non può averla capita.—

Infatti, lo sapete, Damiano mescolava spesso, a
quel po' d'haitiano che conosceva, lo spagnuolo,
[pg!276]
l'italiano, e il suo vernacolo genovese. Con tutti questi
ingredienti, egli impastava la frase; e la sua interlocutrice
non riusciva sempre ad intenderlo.

Rassicurato per quel verso, Damiano fece una
bella riverenza alla dolce Abarima, e subito dopo
una giravolta sui tacchi.

—Non ci vedremo più, cara!—borbottava egli
tra i denti, muovendo verso la casa e infilando l'uscio
per cui doveva andare alla sua liberazione.—Ho
fatto un marrone, ma di quelli!... Ci vuol pazienza....
sicuro, ci vuol pazienza. E per ritrovarla,
questa pazienza benedetta, dovrò bestemmiarci un
giorno e una notte, peggio d'un turco. Ma per l'anima....
delle radici, da questo giorno in avanti, mi
capiti pure una donna tra' piedi; se prima non mi
casca in ginocchio....—

Damiano esciva in quel momento sulla piazza.
Tolteomec era là. Veduto Damiano, lo fermò al
varco, per dirgli qualche cosa. Damiano non intese
sillaba di quello che diceva il suo suocero fallito.
Ma le buone creanze volevano che egli rispondesse
qualche parola. E Damiano rispose, facendo bocca
da ridere, con gesti cortesi, con inchini ossequiosi,
ma tutti in lingua.... d'Azatlan.

—Oh, caro amico, che il diavolo ti porti! Vecchio
cane. Lestrigone, antropofago! Perchè tu lo sei
di sicuro, un antropofago. Qui dovete esserlo un
po' tutti, sebbene non vogliate averne l'aria, con noi.
E mentre voi stritolate gli ossicini coi denti, le vostre
donne bevono il sangue del prossimo. Cara
gente! ed io avrei dovuto imparentarmi con voi?
Alla larga! Ma che idea pazza mi era venuta alla
mente? È stata un'ubbriacatura, come a Cuba; senza
liquore, senza kohiba, e nondimeno un po' più lunga
di quell'altra. Ora, vedi, caro antropofago, dalla faccia
incartapecorita, io mi sento risanato, e ti mando
[pg!277]
gentilmente al diavolo, senza eufemismi, senza complimenti,
senza bugie d'uomo civile.—

Tolteomec rideva e ringraziava, senza intendere
per qual ragione o capriccio il suo ospite ed amico
Damiano gli facesse quel giorno i suoi convenevoli
nella lingua del cielo, anzi che in quella dei miseri
mortali d'Haiti.

—Chi sa? forse il grande Spirito gli ha intenebrata
la testa;—diss'egli tra sè, poi che Damiano
si fu allontanato.

Damiano frattanto infilava la discesa, per ritornarsene
a bordo della *Nina*. Cosma era laggiù, seduto
sul cassero di prora, accanto all'interpetre Cusqueia.
Un'occhiata corse tra i due, e dopo l'occhiata
un cenno di saluto, breve breve, secondo
l'uso di quegli ultimi giorni. Ma se in Cosma un
certo riserbo era abituale, non doveva parere egualmente
naturale l'arcigna taciturnità di Damiano, che
era sempre tanto espansivo, non solamente nell'allegria,
ma ancora nella tristezza. Cosma, per altro,
non mostrò di far caso della taciturnità di Damiano.
E questi, vedendolo accanto all'interpetre, disse stizzosamente
tra sè:

—Studia, bambino! studia l'haitiano, e fatti onore.
Ci starai tu, nell'isola, e magari la imbiondirai.
Quanto a me, non vedo l'ora di scioglier le vele.—

Quella sera, il nostro Damiano si buttò nel suo
rancio prima del solito. Non voleva pensare a nulla,
e mezz'ora dopo russava come un mantice. Ma i
molesti pensieri che non aveva voluto accogliere
desto, lo visitarono addormentato. Damiano sognò
che Abarima si attaccava ai panni di Cosma, e che
Cosma era stato obbligato a sposarla, per alta ragione
di governo. Infatti, dipendeva da quel matrimonio
la quiete della piccola colonia spagnuola nell'isola
di Haiti. Le nozze si celebravano in chiesa.
[pg!278]
In una chiesa che non c'era ancora; ma si sa, il
sogno non bada a queste piccolezze, e quello che
non c'è, se lo fabbrica. Gli sposi erano dunque in
chiesa, davanti all'altare, e Cosma stava mettendo
l'anello rituale al dito di Abarima, quando si udì
una sonora risata, che fece voltare tutti gli astanti.
Catarina Bescapè compariva da una navata laterale,
e, seguitando a ridere, si avvicinava agli sposi; faceva
a Cosma un inchino canzonatorio, poi si accostava
alla figliuola di Tolteomec, la guardava ironicamente,
la fiutava sopra una spalla, e poi torceva
il viso, dicendo: «Che olio usate, ragazza mia?
che olio usate, per farvi la pelle lucida?» E il cavaliere
di madonna Catarina, il vecchio e sofistico
legista Giasone del Maino, aggiungeva del suo, rivolgendosi
a Cosma: «Ragazzo mio, perchè non
aspettare che madonna Catarina si fosse annoiata
di me? Ella è vedova; potevate sposarla voi. Quanto
a me, lo sapete, io voglio restar celibe, aspettando
che il papa mi mandi il cappello di cardinale.»

A farvela breve, Damiano sognò un visibilio di
sciocchezze, sul far di queste, che vi ho fedelmente
riferite. La mattina seguente, si svegliò con la testa
pesante, ma felice di essersi liberato da tutte
quelle immagini sciocche. Balzato dal suo rancio e
uscito in coperta, trovò l'almirante che si disponeva
a scendere nel palischermo.

—Signore,—gli disse,—voi andate alla fortezza?

—Sì, messer Damiano,—rispose Cristoforo Colombo.—Volete
forse accompagnarmi?

—Un tratto di strada, se permettete; fin lassù ed
oltre, se è per vostro comando.

—Eh, senza comandarvelo, desidero che veniate.
Oramai il lavoro è finito, e non sarà male che ci
intendiamo per la distribuzione delle parti.

[pg!279]

—Ah, sì, le parti.... sicuramente, bisognerà distribuirle;—disse
Damiano, seguendo sul palischermo
il suo grande concittadino.—Ma appunto per questo,
signor almirante....

—Che cosa?

—Appunto per questo, se non vi paresse offesa
un cambiamento di opinione da parte mia....

—Non istate a mendicar le parole, messer Damiano;—interruppe
Cristoforo Colombo, ridendo.—Voi
non volete più rimanere alla Spagnuola?

—No, non ho detto, non intendevo dir questo;—rispose
Damiano.—Alludevo al posto che la vostra
bontà mi vorrebbe affidare. Esso è troppo alto
per me; io non mi sento da tanto.

—Modestia!—esclamò l'almirante.

—Eh, signore, così fosse! che avrei merito di una
bella virtù. Ma ho fatto il mio esame di coscienza,
e mi son ritrovato dappoco; ho riconosciute le mie
forze.... *quid valeant humeri quid ferre recusent*....

—Messer Damiano, la vostra non è più modestia;
è canzonatura del prossimo;—rispose l'almirante.—Un
uomo che parla latino, e mi cita
Orazio, pretenderà dunque di essere gabellato per
semplice marinaio e per semplice soldato?

—Come tale son pur venuto;—replicò Damiano,
schermendosi.—Soffrite che tale io rimanga.

—Ma che strano pensiero è il vostro? E come
v'è saltato in mente? Spero bene che vorrete dirmelo.
Per intanto, saltiamo a terra, mio caro.—

Così dicendo, poichè il palischermo era giunto
alla riva, l'almirante balzò sulla rena colla grazia
agile e pronta del marinaio. E Damiano lo seguì,
per ripigliare il suo discorso.

—Il pensiero, signor almirante, mi è venuto così.
Non credeva da principio che Cosma, il mio buon
amico e concittadino, volesse restare nell'isola. Ieri
[pg!280]
finalmente, ho saputo che il suo desiderio sarebbe
di rimanere. E in questo caso mi pare che il posto
di aiutante spetterebbe a lui, piuttosto che a me.
Cosma ha ben altre doti, che io so di non possedere.
Perchè io mi conosco, signore. Non ho ragioni
per essere modesto; ne ho invece per essere
sincero. Ho l'umor gaio e mattacchione, io: quando
mi saltano i grilli in capo, addio gravità! Cosma è
grave, anche quando dorme; ha l'indole e l'aspetto
più confacenti a chi deve esercitare un comando.
Io dunque vi prego, messere, vogliate metter Cosma
in mio luogo, come aiutante di don Diego di Arana.—

Cristoforo Colombo era stato a sentirlo con molta
attenzione, senza mai interromperlo. Quando vide
che aveva finita la sua perorazione, gli disse:

—Ma sapete, messer Damiano, che voi siete la
perla degli amici?

—Voi mi date la baia, signor almirante!—rispose
Damiano, abbassando la fronte, in atto di
grande umiltà.—La perla degli amici è Cosma, ed
io troppe prove n'ho avute. Per una volta tanto,
vorrei pagarlo delle sue cortesie.

—Se volete ad ogni costo....—disse Cristoforo
Colombo.—Se così siete intesi tra voi....

—No, nessuna intesa è corsa tra noi;—rispose
Damiano.—So che Cosma rimarrebbe volentieri;
tanto che da due giorni non fa altro che studiare
la lingua di questi naturali, insieme coll'interpetre
Cusqueia. Vorrei che fosse contento: vorrei che restando
avesse un ufficio degno di lui. E se voi, messere,
mi amate....

—Certamente, vi amo. Siete mio concittadino;
siete un gentiluomo, quantunque il vostro nome mi
sia sconosciuto; siete stato anche un buono e intelligente
compagno di fatica per noi; debbo dunque
amarvi e pregiarvi grandemente. Mi duole che ricusiate
[pg!281]
un ufficio che vi avevo offerto, stimandovene
degno; ed oggi ancora ve l'offro.

—Ed io ve ne ringrazio, signore, e torno a pregarvi
di conferire l'ufficio a Cosma. Egli, badate,
non sa che voi avete offerto un tal comando a me;
voi, messere, non ne avevate ancora parlato a nessuno....

—A nessuno,—rispose l'almirante.

—Ebbene, gli verrà dunque offerto da voi come
cosa nuova; l'avrà come una primizia, ed io sarò,
doppiamente felice se il mio buon amico e fratello
Cosma ignorerà che l'onore gli è fatto per mia intercessione.

—Voi dunque, messer Damiano, volete proprio
così? Sarete contento.

—E già contento mi vedete fin d'ora, signor almirante,
e pieno di gratitudine per voi. Posso dunque
dire a Cosma che voi volete vederlo alla fortezza?

—Che fretta è la vostra?—esclamò l'almirante.

—Signore, non dicevate voi dianzi che sarà utile
vedere fin d'oggi, con gli ufficiali, come possano
essere distribuite le parti lassù?

—È vero, è vero, e voi avete buona memoria.
Sia dunque chiamato il vostro amico. Manderemo
indietro qualcuno.

—Vado io, se permettete. Tanto, poichè non ho
da comandare, non è necessario che io venga a studiare
i particolari del servizio.

—È giusto; andate dunque, messer Damiano,—conchiuse
Cristoforo Colombo.—E sia fatta la volontà
di un uomo, che vuole ad ogni costo.... obbedire.—

Damiano non istette a ribattere la celia del signor
almirante; fatto un profondo inchino, si allontanò
sollecitamente, ritornando verso la spiaggia.
[pg!282]
Il palischermo non era ancora partito, ed egli
ebbe tempo di rimontarvi su, per farsi condurre a
bordo della caravella.

—Ah, caro il mio Cosma!—mormorava egli,
avvicinandosi alla *Nina*.—Uomini di Plutarco come
me, non ne troverai ad ogni canto di strada. Tu
volevi rubarmi il posto nella casa di Tolteomec, ed
io te lo lascio. Un po' per forza, è vero; ma qual
è l'atto di virtù che non costi uno sforzo? Aggiungi
che un altro posto ti lascio, e questo era mio, destinato
a me dalla espressa immutabile volontà del
signor almirante. Io ho filato, e son nudo; tu non
hai filato, ed hai due camicie. Ti compensino esse di
quella che hai regalata all'interpetre. Caro il mio
Cosma, che facevi l'inconsolabile! il messer Francesco
Petrarca, senza lo sfogo del Canzoniere! Ma
già, anche del Petrarca e del suo costante amore,
sappiamo che cosa si debba pensare.—

Damiano sorrise a se stesso, contento com'era
del suo ragionamento.

—Vediamo,—proseguì, dopo essersi padroneggiato;—che
cosa faccio io? Mi vendico, forse?...
Eh sì, un pochettino. Il mio caro ed amato Cosma
resterà preso al suo laccio. Egli non era invaghito
di Abarima; dovrà giulebbarsela, e si seccherà.... oh,
si seccherà, molto prima che non avrei fatto io.
Perchè certamente io mi sarei seccato, con quella
pelle rossa. Che idea è stata la mia? Ma già, con le
donne, si pigliano certe ubbriacature! Un po' la galanteria,
che è sempre viva nell'uomo, un po' il sangue,
che non è acqua, un po' il puntiglio, che è sempre
appiattato nel fondo dell'anima, in compagnia
dell'orgoglio suo padre, e addio roba! Lì per lì, sembra
di toccare il cielo col dito; e poi.... oh vile umanità!...—

L'arrivo del palischermo contro il bordo della
[pg!283]
*Nina* interruppe un trattato di filosofia pratica, che
avrebbe potuto durare dell'altro, magari dalle acque
di Haiti fino alle coste di Spagna.

Cosma, che aveva veduto partire Damiano mezz'ora
prima, fu maravigliato di vederlo ritornare;
e più maravigliato di vederselo venire incontro, con
aria risoluta ed allegra, come se nessun dissapore
fosse mai stato tra loro. Ma se di ciò poteva maravigliarsi
Cosma, non si maraviglierà certamente
il lettore. Damiano poteva star grosso con l'amico,
fino a tanto che l'amico gli dava noia, contrariando
i suoi disegni. I disegni di Damiano erano per allora
tutt'altri, e l'animo suo si era mutato del pari.
Egli poteva andare incontro a Cosma, ridendo e canterellando,
come andò incontro ai ladri il viandante
della favola, poichè fu alleggerito della borsa.

—Tu sei di buon umore;—disse Cosma, dopo
avergli fatto un cenno di saluto.

—Sì, caro, come sempre, quando le cose vanno
a modo mio.

—Ah, me ne congratulo.

—Grazie, non t'incomodare; avremo tempo, se
resti in Haiti, come mi hai annunziato.

—Certamente;—rispose Cosma, guardandolo
negli occhi.—Ma perchè non sei lassù, nelle tue
solite occupazioni?

—Comando dell'almirante;—disse Damiano.—Ha
dimenticato certe faccende, che son tornato io
a sbrigare per lui. Sai che domani egli parte, dopo
aver messa a posto la colonia?

—Domani?

—Sicuramente; tutto è all'ordine, lassù. Non resta
che di destinarvi il presidio. Anzi, tra le cose
che dovevo fare, c'è questa, di avvisar te che il signor
almirante ti vuole a terra, e subito.

—Vuol me? per che fare?—esclamò Cosma,
stupito.

[pg!284]

—Non so; mentre ero sul punto di ritornare, mi
ha detto: a proposito, avvertite il vostro amico
messer Cosma, che lo aspetto alla fortezza; devo
parlargli. Così mi ha detto, nè più nè meno.—

Cosma stette un pochino sovra pensiero, cercando
dentro di sè che cosa potesse volere l'almirante da
lui. Ma non trovò nulla di nulla; perciò si strinse
nelle spalle, e si alzò, per andare alla scaletta di
bordo.

—Debbo aspettarti?—diss'egli a Damiano, prima
di giungere al capo di banda.

—No, io non potrò sbrigarmi così presto;—rispose
Damiano.—Ho da cercare qualche cosa fra
le carte del signor almirante. Poi ho da far raccogliere
e portare a terra certe minuterie per gli
scambi, che a lui non bisognano più e che serviranno
meglio a noi altri. Addio, dunque, e a rivederci
più tardi.—

Cosma, ingannato dalla calma apparente, e più
dalla parlantina dell'amico, scese nel palischermo e
si fece condurre alla spiaggia. Damiano lo guardava
intanto con la coda dell'occhio.

—E dire,—pensava egli,—e dire che mi rincrescerà
di piantarti, all'ultim'ora!... Perchè, infine,
si era amici per la vita e per la morte. E se non
era questa selvaggia capricciosa, la nostra amicizia
sarebbe durata fino alla morte. Aveva già superate
tante prove! E perchè non dovrebbe superare quest'altra?...
No, per tutti i diavoli, no;—soggiunse
Damiano, cacciandosi la destra sotto il corpetto di
lana e comprimendosi il cuore.—No, viscere infame,
stai zitto! La mia vendetta, per questa volta deve
passare avanti tutto. Una gran vendetta, poi! Vi
faccio un regalo, miei cari sposini. Vivete felici, crescete,
moltiplicate, e ch'io non senta più parlare
di voi.—

[pg!285]


.. toc-entry:: XV. Come fu inaugurata e presidiata la fortezza del Natale.

:small-caps:`Capitolo XV.`
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Come fu inaugurata e presidiata la fortezza del Natale.
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Era il secondo giorno dell'anno 1493, quando si
potè dire che la fortezza fosse finita di tutto punto,
da otto giorni che era stata incominciata. S'intende
che non era una gran fabbrica; non bastioni, non
mura, ma fossi, argini e terrapieni, sul fare delle
moderne fortificazioni passeggere, o piuttosto degli
antichi accampamenti romani, poichè, alla guisa loro,
l'argine interno era difeso da una palizzata che correva
tutto in giro. Nel mezzo del terrapieno sorgeva
un grosso torrione di legno, entro il quale stavano
al coperto le munizioni da bocca e da fuoco, che
Cristoforo Colombo aveva fatte estrarre dalla *Santa
Maria* naufragata. Il provvido almirante aveva aggiunto
alle provvigioni della fortezza tutto ciò che
non era strettamente necessario alla *Nina*; poichè
questa doveva ritornare senz'altre esplorazioni in
Ispagna.

La fortezza così costruita ebbe nome dal Natale,
essendo nella notte sopra quel giorno naufragata
la *Santa Maria*. E come il legname della nave naufragata
era servito a formare l'ossatura del torrione,
così i suoi cannoni servivano alla difesa della nuova
[pg!286]
costruzione. Quelle due bombarde e quei quattro falconetti
erano più che bastanti a tenere in rispetto
non solamente un popolo ignudo e quasi inerme,
come quello di Haiti, ma gli stessi Caribi, se mai
avessero ardito far nuove incursioni sulla costa,
perchè essi d'altro non andavano armati che di archi,
con frecce di canna, chiaverine di legno, e piccole
accette di selce.

Del resto, diceva l'almirante, più che dal timore
così facilmente ispirato nei naturali dell'isola, i
nuovi coloni dovevano trarre argomento di sicurezza
dalla loro disciplina e dalla bontà paterna con
cui avrebbero trattate quelle pacifiche tribù, avvezze
oramai a venerare gli stranieri navigatori come figli
del cielo.

La mattina del 2 gennaio, adunque, vestito in
pompa magna e seguito dai suoi scudieri tutti coperti
d'acciaio brunito, il grande almirante del mare
Oceano scese nel suo palischermo alla spiaggia.
Erano là ad aspettarlo gli ufficiali ed i marinai delle
due caravelle, che tosto lo seguirono per il noto
sentiero fino al villaggio di Guacanagari, e di là
alla fortezza del Natale.

Innanzi di scendere nel palischermo, Cristoforo
Colombo aveva scambiate alcune parole con messer
Damiano.

—Come?—gli aveva detto.—Voi non venite
a terra?

—Signore,—aveva risposto Damiano,—è ben
necessario che qualcheduno stia alla custodia della
*Nina*, lasciata per un giorno così sola. E dopo ciò
che la vostra bontà mi ha consentito questa mattina....

—Sì, sta bene;—rispose Cristoforo Colombo,
ridendo.—Ma non sarebbe una buona ragione perchè
voi rimaneste a bordo, senza pur dare un abbraccio
[pg!287]
agli amici. Dubitate già della vostra fortezza
d'animo? e temete di mutare ancora una volta di
opinione?....

—Signore,—disse Damiano, umiliato,—avete
ragione a rider di me.

—Celiando, non è vero?—soggiunse l'almirante,
battendogli amorevolmente la mano sulla spalla.—L'amicizia
consente lo scherzo, purchè non ecceda.
Restate dunque, se così vi pare.

—No, messere;—rispose Damiano.—Poichè
tutto è inteso oramai, e per dimostrarvi che questo
cambiamento è stato l'ultimo.... se mi permettete,
verrò.—

Così, anche Damiano aveva seguito l'almirante.
Del resto, a bordo della *Nina* restava un pilota, e
parecchi uomini di guardia con lui. La presenza di
messer Damiano non era dunque necessaria.

Sulla piazza del villaggio, Guacanagari era venuto
incontro al capo degli uomini bianchi. Offriva
a tutti una refezione, il buon cacìco di Haiti; ma
Cristoforo Colombo non poteva accettarla che due
ore più tardi, quando fosse compiuta la cerimonia
della inaugurazione del forte Natale e del giuramento
dei nuovi coloni che dovevano esserne il
presidio. Il cacìco fu anzi invitato a quella solennità
militare, e con lui i più notabili tra i naturali
del luogo.

Preceduto dal suo trombettiere e dall'alfiere che
portava la bandiera di Castiglia, l'almirante entrò
dal ponte levatoio nel forte. I due equipaggi, armati
di archibugi e di scuri, lo seguirono, andando
a schierarsi contro le palizzate. Cristoforo Colombo,
avendo Guacanagari al suo fianco, e i suoi ufficiali
d'intorno, prese posto in mezzo al quadrato.

Era uno spettacolo solenne per sè stesso; ma più
solenne lo rendeva la figura maestosa di Cristoforo
[pg!288]
Colombo, la cui fronte alta e bianca, illuminata da
un raggio di sole, e lo sguardo azzurro, che volentieri
spaziava nei mondi lontani, avevano un certo
che di sacerdotale, effondendo tutt'intorno un senso
di cose sacre ed arcane.

Impugnata l'asta della bandiera che l'alflere gli
aveva presentata, Cristoforo Colombo fece un passo
avanti e parlò alla sua gente.

—Compagni ed amici,—diss'egli,—trentanove
di voi rimarranno a formare la prima colonia castigliana
del nuovo mondo. Questo è un grande
onore, ed altresì una grande malleveria. Confido che
essi saranno degni dell'uno e dell'altra, ricordando
di esser qui nel nome di don Ferdinando e di donna
Isabella, re e regina di Castiglia e Leone. Rodrigo
di Escobedo, vogliate leggere, anzi tutto, i nomi dei
marinai destinati a rimanere nell'isola di Spagnuola.
E a mano a mano che i nomi saranno letti, escano
gli uomini dalle ordinanze, e vadano a destra, per
allinearsi sotto gli ordini di Pedro Gutierrez.—

Rodrigo di Escobedo, regio notaio, cavò dal giustacuore
un rotolo di carta, lo dispiegò, e lesse ad
alta voce trenta nomi di marinai; e questi, ad uno
ad uno, usciti dalle ordinanze, andarono a mettersi
in fila, a pari con Pedro Gutierrez, primo pilota
della *Santa Maria*.

—Compagni ed amici,—ripigliò Cristoforo Colombo,
dopo che l'ultimo chiamato ebbe preso il
suo posto,—ho pensato che alla nuova colonia
bisognino uomini esperti di alcuni particolari uffizi:
un bombardiere, un calafato, un legnaiuolo, un bottaio,
un sarto, un cerusico. Rodrigo di Escobedo,
leggete i nomi degli uomini che io destino a questi
servizi.—

Rodrigo di Escobedo spiegò da capo il suo rotolo
di carta, e lesse i sei nomi; ad ognuno dei quali
[pg!289]
un uomo si mosse ed andò a collocarsi a destra,
presso i trenta uomini allineati.

Ultimo dei nuovi chiamati era il cerusico. Ma non
è da credere che fosse un dottor fisico, un medico,
od altro di somigliante. Cerusico, nelle antiche marinaresche,
era un marinaio che faceva il barbiere.
A quei tempi, ed anche nei tre secoli che seguirono,
il marinaio che maneggiava il rasoio sulla faccia
dei compagni, sapeva all'uopo trattar la lancetta.
Ed anche faceva dei discepoli, senza essere professore
d'università, poichè insegnava la doppia arte
del radere e del cavar sangue, dello sfregiare i volti
e del medicare le piaghe, ad un suo giovane alunno,
che assumeva il nome di barbierotto.

Trentasei uomini erano ordinati in disparte. Allora
Cristoforo Colombo riprese a parlare.

—Voi, Pedro Gutierrez, pilota della *Santa Maria*,
e voi Rodrigo di Escobedo, regio notaio, mettetevi
a capo di questi uomini, riconoscendo per vostro
comandante il nostro capitano di giustizia don Diego
di Arana, che in virtù dei poteri vicereali a me conferiti
dalle Loro Altezze io destino al comando del
forte Natale e della colonia castigliana nell'isola
Spagnuola.—

Qui il nostro Damiano incominciò a dar di gomito
al suo buon amico Cosma, che gli stava da
lato.

—Ed ora a te, mio caro;—diss'egli sottovoce.—Mi
duole, sai, di non restare con te; ma poichè
il signor almirante ha voluto così....

—Sciocco!—mormorò Cosma, tirando indietro
il suo braccio.

—Come sarebbe a dire?—esclamò Damiano.

—Sciocco, ti ripeto;—tornò a dirgli Cosma.—E
accoppami poi, se ti piace. Ma ora sta zitto; il
signor almirante ci vede.—

[pg!290]

Il signor almirante riprese il suo discorso.

—A voi, don Diego di Arana! prendete questo
vessillo, fatelo sventolare sull'alto della torre, e adoperate
in guisa che sia riverito e temuto. Dovunque
è la nostra bandiera, ivi è la patria nostra. Voi, ora,
che siete destinati al presidio del forte, alla difesa
di questa bandiera, nel nome della Santa Trinità,
per l'onore di Ferdinando e d'Isabella, per la gloria
della Spagna, giurate fedeltà ed obbedienza al
vostro comandante don Diego di Arana.

—Giuriamo!—gridarono tutti, da Pedro Gutierrez
fino all'ultimo dei soldati.

Allora Diego di Arana si avanzò alla sua volta,
prese la bandiera dalla mano dell'almirante, snudò
la sua spada, e abbassandone la punta verso di
lui, così ad alta voce parlò:

—Ringrazio Vostra Eccellenza della fede che in
me riponete, e farò di mostrarmene degno per l'onore
dei nostri sovrani e per la gloria della patria, che
saranno i miei pensieri costanti. Ed ora, secondo il
vostro comandamento, signor vicerè, almirante e
governatore generale, isserò la bandiera che mi
avete affidata, sulla torre del forte Natale.—

Ciò detto, salutò con la punta della spada, e si
avviò, seguito dai suoi trentotto uomini, verso il
ponte levatoio della torre. Pochi momenti dopo, raccomandato
ad una sagola corrente, il vessillo di
Castiglia e Leone saliva in vetta al brandale della
torre di legno. E la gloriosa ascensione dei colori
di Spagna nel sereno del cielo fu salutata dal rimbombo
delle artiglierie; un rimbombo inatteso, che
fece tremare il cacìco Guacanagari, e cadere i notabili
della sua corte sulle braccia del loro vicini
spagnuoli.

Cristoforo Colombo si volse cortesemente a rassicurare
il suo buon amico Guacanagari. Quelle terribili
[pg!291]
macchine che vomitavano fuoco non erano destinate
ad offendere i pacifici abitanti dell'isola,
bensì a proteggerli contro i loro nemici Caribi. La
cosa era già stata detta più volte; non era male
ripeterla ancora a quei semplici uomini; i quali,
vinto il primo ed involontario moto di paura, si
abbandonavano volentieri alle più pazze dimostrazioni
di allegrezza.

Lasciata una guardia sufficiente nella torre, Diego
di Arana ritornò sulla spianata, col grosso dei suoi.

—Abbracciate i vostri amici che restano;—disse
Cristoforo Colombo ai suoi marinai.—Avete tutti
due ore di libertà; poi ritorneremo alla nostra caravella,
per salpare le áncore.—

Damiano era rimasto un po' sconcertato.

—O come?—diss'egli a Cosma.—E tu non
hai avuta la tua destinazione?

—Ci sarà tempo;—rispose Cosma, alzando le
spalle.

—Tempo? Non troppo. L'almirante ha detto che
fra due ore si mette alla vela. E per intanto bisognerà
accettare la refezione che ci offre il capo dei
Lestrigoni.

—Che Lestrigoni? che ci hanno a far qui le tue
reminiscenze classiche? Non siamo già in paese di
antropofagi.

—Oh, non badare. Dicevo così per dire. Sono
anzi carissima gente. Peccato che io non possa restarci!

—Come? e tu hai cambiato opinione?

—Sì, caro, cioè.... non io, veramente, ma il signor
almirante, che ha preferito di godere della mia compagnia
fino alle coste di Spagna.

—Ma bravo! e quando è stato questo cambiamento?

—Questa mattina.... poche ore fa.... mentre si veniva
alla fortezza.

[pg!292]

—Oh guarda, guarda!—esclamò Cosma, con
l'aria di uno che cascasse dalle nuvole.

—Sai?—ripigliò Damiano, felice di essersi levato
quel peso dallo stomaco.—Io lo dicevo poc'anzi,
che mi doleva della nostra separazione; e tu,
senza starmi a sentire, mi hai detto sciocco.

—Ebbene? non ho io forse ragione?

—Non mi pare;—rispose Damiano.—Si può
esser modesti, e non credere di meritare un titolo
così alto.

—Capisco che bisognerà trovartene un altro più
umile;—riprese Cosma, ridendo.—Ma allora, di
modesto che volevi essere, mi diventerai orgoglioso.

—Senti,—conchiuse Damiano,—fa una cosa
equa e ragionevole; non mi dare nessun titolo.

—Il nome solo, adunque?

—Sicuramente; Damiano, nient'altro che Damiano.—

Così dicendo, Damiano pensava:

—O non ha l'aria, questo caro ed amato Cosma,
di volermi chiamare.... Tolomeo?—

Cristoforo Colombo si mosse, per ritornare al villaggio.
Damiano a sua volta si scosse, e in compagnia
di Cosma seguì la brigata. Guacanagari aveva
convitati quel giorno tutti i suoi amici Spagnuoli
nella residenza reale. La casa, sicuramente, per
quanto fosse spaziosa, non sarebbe bastata ad accoglierli
tutti; ma il savio cacìco aveva fatte disporre
le mense in giardino, e là c'era posto per dugento,
magari per cinquecento persone.

L'almirante e i suoi ufficiali notarono con grata
maraviglia che il loro ospite aveva copiate le usanze
d'Europa, da lui osservate a bordo della *Nina*, facendo
stendere sulle tavole dei pezzi di cotone tessuto,
a guisa di tovaglia. Quanto ai sedili, non aveva
avuto da copiar nulla, poichè i sedili c'erano, in
[pg!293]
Haiti, e più belli e più ricchi a gran pezza di
quelli che aveva l'almirante nel suo castello di poppa.
S'intende che al banchetto di Guacanagari i sedili
non erano tutti intagliati e ornati d'oro, come i due
che si vedevano destinati al cacìco e al suo ospite.
Tutte le case dei notabili avevano data la parte loro
di sedili, per modo che ogni invitato potè trovare
il suo posto, e aspettare comodamente le imbandigioni
della cucina Haitiana.

Alla tavola, o, per dire più veramente, alle tavole
di Guacanagari non sedevano donne. E questo fece
piacere a Damiano; quel piacere agro dolce con cui
si usa di assaporare la mancanza di una noia alla
quale eravamo già predisposti, credendola inevitabile.

Ci sono dei dolori che vegliano, e dei dolori che
dormono. Lascio i primi, e mi fermo ai secondi,
per dire che essi stanno in noi, e non si fanno sentire,
se non quando è toccata e tormentata la parte
del corpo in cui hanno posto dimora. Così era un
certo dolore di Damiano. A patto di non vedersi davanti
agli occhi Abarima, la capricciosa selvaggia,
egli si sentiva abbastanza tranquillo.

Una pena in apparenza più forte era per lui in
quel momento l'idea di doversi separare tra poche
ore da Cosma. Erano concittadini, erano amici, si
erano ritrovati per tanto tempo a vivere insieme, a
pensare insieme, ed anche, pur troppo, ad amare
insieme. Son cose, queste, che imprimono carattere,
e diventano in noi come una seconda natura. Senza
quel tormento di Cosma ai fianchi, come si sarebbe
sentito solo! Pari di condizione, avevano fatti i medesimi
studi; da sei o sette anni non si erano lasciati
per un giorno intiero. Non andavano sempre
d'accordo, oh no! se ne dicevano qualche volta di
crude e di cotte; ma infine, a questo trattamento
[pg!294]
scambievole si erano anche avvezzati. Tutto ciò, da
un momento all'altro, sarebbe finito.... E perchè? perchè
a lui, Damiano, era piaciuto di restare in Haiti
e di sposare una pelle rossa; perchè a Cosma era
saltato in mente di restare anche lui, e di guastargli
le uova nel paniere. Ed egli, Damiano, si era
seccato, aveva risoluto di andarsene, lasciando l'amico
nella trappola che questi aveva immaginato
di tendere a lui. Il tiro, perbacco, era da furbo; ma
non era, perdiana, da amico. Damiano incominciava
a sentirsi nel fondo dell'anima la puntura di un
piccolo rimorso, e immaginava che il giorno seguente,
a bordo della *Nina*, quella puntura gli sarebbe
diventata una piaga.

Povera amicizia, che i poeti hanno cantata come
un amore senz'ali! Fate che una donna si metta
di mezzo, e vedrete dove va l'amicizia. Il che, forse,
prova che l'amicizia è un sentimento superficiale,
incompiuto, artificiale in gran parte. Certo, non è
un sentimento originale, connaturato nella specie
umana. Se lo fosse, Domeneddio avrebbe disposte
diversamente le cose; prima di fare quel grande
miracolo che sapete, avrebbe creati e messi a discorrere
insieme due uomini. Non vi pare?

Questi ed altri pensieri consimili chetarono lì per
lì i rimorsi del nostro Damiano. Del resto, l'allegria
d'un banchetto non è fatta per lasciar pensare a
lungo; e molte tristezze ad una cert'ora vanno affogate
nella varietà dei discorsi che escono di cento
bocche, e delle bevande che entrano in cento stomachi
assetati. Per quel giorno Damiano faceva a
fidanza coi liquori del Nuovo Mondo; dal liquore
del cocco fermentato, a quello del palmizio distillato,
li accettò tutti ad occhi chiusi. Intorno a lui, così
facevano tutti. Lo stesso almirante, che aveva capito
dove si andasse a parare con una refezione finale
[pg!295]
in casa di Guacanagari, aveva annunziata la partenza
per quel giorno, ma solamente per potere ad una
cert'ora far suonare a raccolta; nell'animo suo era
già fermo il proposito di lasciar dormire quella sera
la sua gente nei ranci, rimandando la partenza al
mattino seguente. Ignoravano questa concessione i
marinai; ma si erano governati come se ci contassero
sopra; e bevevano, e ridevano; e qualcheduno,
più tenero, incominciava a piangere la lagrimetta
affettuosa dell'amicizia inumidita, anzi diciamo pure
inzuppata.

E proprio allora, Dio misericordioso, dovevano
capitare le dame? Spettatrici lontane, sì, appostate
fra gli alberi, ma pur sempre spettatrici. Damiano
intravvide tra quelle graziose ma inopportune creature,
la sua bella e crudele Abarima.

—Che vuole costei?—borbottò egli tra i denti.—È
venuta a farsi beffe di me? Mi vedrai ridere,
cara, mi vedrai ridere di gusto, come non ho riso
mai, dacchè sono cascato in questa valle di lagrime.
Caro il mio Sancio Ruiz,—diss'egli, al suo vicino
di destra,—versami da quella amabile zucca una
goccia di liquore, ma che non sia una goccia da
avaro. Sento che mi rinfresca il palato. Va giù come
l'acqua. Ottima è l'acqua; lo ha detto Pindaro. Non
conosci Pindaro, amico Sancio? È un poeta greco,
che ha detto molte cose, ma tutte assai meno chiare
di questa.—

E ciarlava, il buon Damiano, cercando di svagarsi.
E beveva ancora, tenendo bordone a tutti i
discorsi, rimbeccando tutti i motti che si volgevano
a lui. Così bevendo e ciarlando, capirete che si
svagò quanto occorreva, ed anche un tantino di più.
Sancio Ruiz, non era più Sancio Ruiz; diventava
Rodrigo di Triana, poi un altro, e ancora un altro,
fino a diventar Cosma, Tolteomec, Diego di Arana
[pg!296]
e Cusqueia. A quell'ora non c'erano più razze, non
c'erano più gradi; tutti amici, tutti fratelli, e viva
l'allegria.

—Tolteomec, io t'amo;—diceva Damiano.—Ci
dobbiamo lasciare; ma non importa, io t'amo. Perchè
non ti risolvi di venire con noi in Azatlan? Capisco;
tu vuoi restar qua, perchè sei innamorato di
Caritaba.... no, dico male, di Abitaba.... cioè, no, di
Carabima. Oh, infine, si chiami come le pare. Quando
un nome non vuol venire, si lascia stare. E bisogna
anche lasciar stare le donne. Usane con parsimonia,
amico. La scuola di Salerno lo raccomanda;
lo raccomandano a gara Celso, Galeno e.... quell'altro....
chi è più quell'altro? Aiutami a dire, per
bacco!

—Sei ubbriaco, mio caro;—gli disse Sancio
Ruiz all'orecchio.

—Io ubbriaco! Sei matto? non so chi tu sia, caro
amico, perchè un po' mi sembri uno, un po' mi sembri
un altro. Ma questo è effetto di strabismo. Del
resto, che cosa fa il nome, quando c'è la persona?
Il nome, quello, è un ritrovato dell'uomo.

—Che diavolo annaspi tu ora?

—Sì, ripeto, un ritrovato dell'uomo; che cosa ci
trovi di strano? L'uomo dice: io mi chiamerò così
e cosà.... Cioè, no, non lo dice lui, ma un altro per
lui.... il prete che lo battezza.... Se, per esempio, il
prete avesse battezzato quest'acqua di cocco, dicendole:
tu ti chiamerai vino di Cadice.... Che cosa volevo
dire? Ah, ecco, che tu ti chiami Gutierrez, e
che oggi si sta allegri a quel Dio! Viva l'almirante,
e crepi chi gli vuol male.—

Si era rimasti abbastanza a tavola. Il signor almirante
si alzò, e il cacìco Guacanagari con lui.
Quali di buona voglia, e quali a malincorpo, ad uno
per volta si alzarono tutti i commensali. Damiano
[pg!297]
si alzò, perchè si alzava Pedro Gutierrez, ossia
Sancio Ruiz, o, se vi piace meglio, Rodrigo di Triana.
Il nome, del resto, non fa e non conta; che cosa è
il nome, quando c'è la persona? Damiano, adunque,
si alzò da sedere, perchè si era alzato il suo vicino
di destra, quello che gli versava da bere. Ma
appena fu in piedi, sentì di non essere in gambe, e
di aver bisogno del braccio di Tolteomec; cioè, no,
di Cusqueia; anzi, no, di Diego di Arana; o meglio,
del primo venuto, purchè lo sostenesse bene.

Frattanto, nel vasto giardino di Guacanagari, i
crocchi, i capannelli, si andavano facendo e disfacendo
senza posa. Erano anche in gran numero gli
abbracci, i baci, le tenerezze. Chi rideva e chi piangeva.
Certuni, come Damiano, piangevano tutt'insieme
e ridevano.

—Buona notte, amici!—balbettava Damiano.—Voi
restate, io parto. E poichè parto, aspettate,
vi faccio un discorso. Bisogna andare. Il comando
è quello; e quando c'è il comando, l'uomo, sia marinaio
o soldato, deve obbedire. Tutti obbediscono,
all'uomo, alla donna, al destino, alla legge di natura.
Si va, si va, e qualche volta si arriva. Noi
arriveremo. Addio, dunque, miei vecchi amici. Oh,
sei qua, tu, Cosma? Ti saluto e ti abbraccio. Ti
prego di abbrac.... no, abbracciare, no! Ti prego di
salutarmi tanto e poi tanto Caritaba, quella divina
selvaggia.... quella selvaggia fera, come direbbe un
petrarchista. Addio, caro biondino! Ma che vedo?
a proposito di colore.... che cos'è? ci hai già la pelle
rossa anche tu?—

Cosma (perchè era lui, quella volta, e Damiano,
per miracolo, non si era ingannato chiamandolo a
nome) Cosma prese l'amico sotto il braccio, e lo
condusse fuori, col resto della comitiva.

—Caro amico! son proprio contento di sentire il
[pg!298]
tuo braccio sotto il mio.... o il mio sotto il tuo....
Fa lo stesso, non è vero? Son proprio contento. Tu
non lo sarai ugualmente, già me lo immagino. Te
l'ho fatta! ma devi perdonarmela, vedi, devi perdonarmela.
Perchè infine, capirai, certi tiri agli amici
non si fanno. Ero già il re di Haiti, o stavo per diventarlo.
E tu non l'hai voluto; tu sei venuto a vogarmi
sul remo. Confessalo, è stata un'azionaccia.
E non per me, finalmente. Un regno! che cos'è un
regno?... Ma intanto, ecco un povero paese che sarà
per tua colpa infelice. Se pure non hai fatto giuramento
di renderlo felice tu stesso!... Ma già, non
riescirai, te lo pronostico io. Tu sei troppo grave,
troppo accigliato, troppo malinconico, mio caro;
non sei l'uomo, per questo popolo, lasciatelo dire,
non sei l'uomo. Vuoi che te lo canti in musica? Non
sei l'uomo. Io, io, ero l'uomo per questa gente; li
avrei fatti stare allegri dalla mattina alla sera, e
dalla sera alla mattina. Sire, il popolo soffre! Soffre?
Ebbene, balli, e beva, sopratutto, beva molto. Chi
beve balla; e se non balla lui, gli balla la terra sotto
i piedi, come a me in questo punto. Perchè io sono
felice, mio caro. Scusami, sai, perdonami la mia
felicità. Io non ne posso nulla; è stato il desiderio
dell'almirante; e credi pure che mi strappa le lagrime.
Ahimè, Cosma! ti vedrò io più, su questa
buccia di limone? Parto, ti lascio, addio, voglimi
bene e non se ne parli più. Vado in Ispagna; ma
non fo conto di trattenermi molto. Andrò in Italia,
e laggiù.... laggiù, voglio accasarmi ancor io. Bisogna
farla tutti, prima di morire, la gran corbelleria.
Sposerò anch'io.... chi sposerò?... Se è vedova, guarda,
la sposo lei.... Se non è vedova lei, sposo Giasone
del Maino.—

Cosma non diceva parola. Era profondamente seccato
di quella parlantina dell'amico e temeva ad ogni
[pg!299]
istante di sentirlo dar fuori. Alle ultime frasi, poi,
gli diede una stratta poderosa, tentando di ricondurlo
in carreggiata. Ma quell'altro non era in grado
di capirlo.

—Ti dispiace?—ripigliò.—Forse hai ragione.
Il cane non deve ritornare dove fu bastonato. Quanto
al legista, capirai che dicevo per ridere. E mi fa
ridere, quel Giasone del Maino. Con quella faccia di
cartapecora! Ma come ha potuto madonna Ca....—

Damiano non potè finir la parola. Cosma non gli
aveva più dato una stretta, ma un pizzicotto.

—Che c'è?—gridò Damiano.—Mi hai forse
preso per lei? Oso dirti che se ella fosse nei miei
panni, avrebbe strillato peggio delle oche del Campidoglio,
quando Manlio Torquato andò.... Cioè, dico
male, non era Manlio Torquato.... Ebbene, sia chi
vuol essere, io non voglio impicciarmi di storia, a
quest'ora.

—A quest'ora, dovresti star zitto;—gli brontolò
Cosma all'orecchio.

—Eh, potrebb'essere un buon consiglio;—rispose
Damiano.—Ma se io tacessi, vedi, mi addormenterei.
E chi dorme non piglia pesci.

—Non hai bisogno di prenderne; hai bisogno di
trovarti nel tuo rancio, e di smaltire la tua.... come
chiamarla?

—Chiamala come vuoi, ma aggiungi che è solenne.

—Ah, te ne avvedi?

—Sì, per bacco baccone! Credi che io non ci veda,
dentro di me? Ho studiato filosofia, e l'uomo interiore
l'ho tutto qua, sulla palma della mano.

—Ebbene,—disse Cosma,—studia l'uomo interiore,
e lascia che io e Sancio Ruiz, se vuole essermi
cortese del suo aiuto, portiamo sulle braccia
l'uomo esteriore.

—Dite bene, amico;—rispose Sancio Ruiz.—Levando
[pg!300]
di peso questo caro Damiano, andremo più
svelti. Siamo rimasti gli ultimi, e troppo indietro di
tutta la brigata. Ci siete? Una.... due....

—E tre!—disse Damiano, sentendosi balzato in
aria.—In seggiolina d'oro, perbacco! Non sono il
re di Haiti, ma poco ci manca. A buon conto, il cacìco
Guacanagari non ha due gentiluomini come
voi a portarlo sulle braccia. Vi prego, amici, lasciate
che io vi abbracci. Non è solamente per
ringraziarvi, ma ancora per sostenermi un po' meglio.
Mi sento sballottare.... mi sento sciabottare,
come un fiasco mezzo vuoto.

—Strana illusione!—esclamò Sancio Ruiz.—Voi
siete pieno fino all'orlo.

—E non mi fate spandere, allora.—

Furono, per quel giorno, le ultime parole di Damiano.
Quell'andatura dei portatori e quel dondolio
regolare gli conciliavano il sonno. Balbettò ancora
poche sillabe sconnesse, reclinò la testa sulla spalla
di Cosma, e si addormentò di un sonno profondo,
che non dovevano romperlo neanche le cannonate
con cui mezz'ora dopo la *Nina* salutava la partenza
di Guacanagari dalla spiaggia.

Il cacìco aveva accompagnato fin là il suo amico
Cristoforo Colombo. La scena del commiato fu tenera
e commovente per tutti. Cosma e Sancio Ruiz
avevano approfittato dell'affollarsi che facevano gli
astanti intorno all'almirante e al cacìco di Haiti, per
portare Damiano in uno dei palischermi che stavano
aspettando alla riva. Come lo ebbero coricato
là dentro, misero mano ai remi e presero il largo.
Giunti sotto la caravella, issarono il dormente a
bordo, come avrebbero issata una botte d'acqua.
Cinque minuti dopo, mentre l'almirante e il grosso
della sua gente erano ancora a terra, Damiano era
steso nel suo rancio, e dormiva il sonno del giusto.

[pg!301]


.. toc-entry:: XVI. Dove può condur le ragazze brune il soverchio amore del biondo.

:small-caps:`Capitolo XVI.`
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Dove può condur le ragazze brune il soverchio amore del biondo.
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Dirvi che la mattina seguente Damiano si svegliò
con la bocca amara, la lingua impacciata e una sete
da cani, è un dirvi ciò che avrete immaginato, sapendo
in che condizione fosse andato, o, meglio,
fosse stato portato a dormire. Questa è la storia di
tutte le.... come chiamarle?... quando sono state solenni.
Ma al nostro Damiano, svegliandosi, parve ancora
di essere nella sera antecedente; poichè, aprendo
gli occhi alla luce, si vide Cosma da lato. «Sogno,
o son desto?» avrebbe egli potuto domandare a sè
stesso, come un personaggio da tragedia. Ma le
tragedie, bontà loro, non erano nate ancora (parlo
delle italiane), poichè la *Sofonisba* di Galeotto del
Carretto doveva aspettare ancora dieci anni, e quella
di Gian Giorgio Trissino ventidue.

—Come?—diss'egli, invece.—Ancora qui?

—Ancora, e sempre;—rispose Cosma.

—Sempre? A terra ti aspetteranno.

—Lasciali aspettare.

—E, quanto a me....—disse Damiano, sbadigliando
e stiracchiandosi le membra,—possono
[pg!302]
far questo ed altro; ma forse non si deve partire,
prima di notte?

—Spero bene;—rispose l'amico;—ma di qui
a notte, c'è tutta la giornata.

—Che cosa vuoi tu dire?

—Che non è più ieri; che hai dormito saporitamente
dodici ore, e che siamo all'alba del 3 di
gennaio.

—Il signor almirante ha dunque ritardata la partenza?

—Sembra;—disse Cosma;—forse per dare a
molti dei nostri compagni un riposo di cui il banchetto
di Guacanagari faceva sentire il bisogno.

—Ho capito;—rispose Damiano, sorridendo;—tutti
cotti come monne?...

—E come te, dolce amico.

—Non me ne parlare! devo essere stato assai
brutto.

—Bello non eri di certo; ma consolati, ne ho
veduti dei più brutti.

—Tu metti un balsamo pietoso sulla mia ferita,—disse
Damiano.—Te ne ringrazio dal profondo
dell'anima. Ora, dovremo separarci, non è vero?

—Matto!—mormorò Cosma.

—Perchè?—rispose Damiano.—Non devi tu
restare in Haiti?

—Matto!—replicò l'amico, con accento tra canzonatorio
e compassionevole.

—Matto!—esclamò Damiano.—Ieri, se mi rammento
bene, tu mi hai detto sciocco. Oggi mi dai
del matto. Non potresti scegliere?

—Non c'è da scegliere;—rispose quell'altro.—Matto
e sciocco ad un tempo. O che? credevi tu che
io fossi capace di lasciar te, come tu eri capace di
lasciar me?

—Io....—balbettò Damiano.—Io ero in un caso
diverso.

[pg!303]

—Si, difatti,—rispose Cosma,—tu avevi preso
una ubbriacatura più che solenne, e non di bevanda.
Ma ti saresti svegliato anche da quella, mio povero
Damiano; e un po' peggio che non ti svegli oggi da
questa. Comunque sia, e per ciò che riguarda il mio
restare in Haiti, pensa di aver sognato; e svegliati,
e non se ne parli più.

—È presto detto: non se ne parli più! L'almirante....
non ti aveva parlato?

—Mi ha parlato, sì, offrendomi.... quello che tu
devi sapere. Ed io ho ricusata l'offerta.

—Egli non me ne ha detto nulla!

—Lo credo, io stesso l'avevo pregato di non dirti
nulla. Per contro,—soggiunse Cosma,—gli ho
detto tutto, io, dall'*a* fino alla *zeta*. Povero grand'uomo!
egli ride tanto raramente! Ma ieri l'altro
ha riso veramente di cuore.

—Alle mie spalle!—mormorò Damiano.

—Volevi che ridesse alle mie?—ribattè Cosma.—Io
non ho fatto nulla.

—Eh via, non esser tanto modesto! Hai fatto il
tuo madrigale alla bella selvaggia.

—Madrigali! io? Sai che non so far versi.

—Mettiamo che non fosse un madrigale in versi;
l'avrai fatto in prosa. E sarai stato gradito egualmente.
Con quei capelli biondi, che strappano i
cuori!

—E dàlli, coi miei capelli biondi!—balbettò
Cosma.—Vuoi tu che me li faccia tagliare? Ti
servo subito.

—Sì bravo!—replicò Damiano.—Perchè se ne
faccia una costellazione, come della chioma di Berenice!—

Mentre i due amici si stavano bezzicando così, in
istile agro dolce, all'ombra del gavone di prora, un
rumore di voci giungeva dalla coperta. Non erano
[pg!304]
le solite voci dei marinai, intenti a qualche manovra
di bordo; era un gridìo confuso, che in certo
punto pareva un alterco.

—Che è ciò?—disse Cosma, tendendo l'orecchio.—Selvaggi?
Mi par di riconoscere delle voci
Haitiane. Che cosa vengono a fare, proprio sul punto
che si devono salpare le áncore?

—Verranno per darci l'addio;—rispose Damiano.—Cioè,
intendiamoci, per darlo a qualcuno
dei più desiderati. A te, per esempio. Se tu resti a
bordo, è naturale che Abarima venga a darti un
ultimo amplesso.

—Finiscila!—gridò Cosma, alzando le spalle.—Sarebbe
il primo, se mai.

—Giuralo.

—Te lo giuro, per tutti i santi che vuoi. Io non
le ho detto una parola.

—Che? come? non le hai neanche parlato?

—No davvero.

—Non l'hai veduta?

—Sì, l'ho veduta.... e nient'altro.

—Ho capito,—disse Damiano;—s'è innamorata
a volo.

—O stando ferma al suo posto,—rispose Cosma,
ridendo,—come io ero fermo al mio. Ma che
ti salta in mente di credere? Io ho inventata la risoluzione
di restare in Haiti, vedendo che ci volevi
restar tu, per fare una sciocchezza; e l'ho inventata,
nella speranza di farti mutare opinione.

—E l'ho mutata, ma non per la tua invenzione;—rispose
Damiano.—L'ho mutata perchè quella
capricciosa pelle rossa, dopo tanta tenerezza per
me, mi venne fuori coi capricci, parlandomi di Cosma,
non sapendo più parlare che di Cosma.... e di
Cosma *taorib*. Mi capisci? di Cosma *taorib*. Spero
bene che tu conoscerai il significato di questo maledetto
aggettivo.

[pg!305]

—Mio caro,—disse Cosma, arrossendo come
una fanciulla,—che cosa ti posso dir io? Contro
ogni merito mio, contro ogni ragione, le sarò sembrato....
*taorib*. Ma una cosa è certa, e tu la puoi
credere: che io non le ho detto una parola.—

In quel punto capitò sull'uscio del gavone di prora
Bartolomeo Roldan, terzo pilota della *Nina*.

—Cosma e Damiano!—diss'egli.

—Siamo qua;—rispose Cosma.—Che cosa comandate?

—Il signor almirante vi domanda.

—Tutti e due?—disse Cosma.

—Tutti e due, subito, a poppa;—rispose il
pilota.

Ciò detto, si allontanò, e per lasciarli passare, ed
anche per andarsene alle sue faccende.

—Che cosa vorrà il signor almirante da noi due?—disse
Damiano.—Se non chiamasse che me,
capirei; vorrebb'essere una ramanzina, per quella
cotta di ieri. Ma tutti e due!...

—Per saperlo,—disse Cosma,—sarà meglio
che andiamo.

—È giusto, e tu parli come un libro;—rispose
Damiano, saltando dal suo rancio, dove fino allora
ora rimasto seduto.

Escirono i due amici dal gavone di prora; Cosma
con passo sicuro, e Damiano barcollando un pochino.
Non aveva nulla; ma si sentiva un po' vuota
la testa, e ad onta di ciò, un pochettino più pesante
del solito. L'equilibrio delle parti era per conseguenza
turbato. Ma l'aria aperta lo rinfrancò, e più
la necessità di star saldo, alla presenza del signor
almirante.

Cristoforo Colombo era seduto nella sua cameretta,
entro il castello di poppa. Là dentro c'era posto
[pg!306]
solamente per lui e per un tavolino, su cui l'almirante
teneva le sue carte nautiche spiegate e il
suo giornale di bordo. Quella volta c'era un personaggio
di più; non fu senza meraviglia che Cosma
e Damiano riconobbero in quel personaggio il fratello
di Guacanagari, il padre di Abarima, Tolteomec,
insomma, il vecchio Tolteomec, che piangeva,
come un vitello giovane, strappato dalla poppa materna.

L'almirante non pareva di buon umore. I due marinai
fiutarono subito il vento della burrasca, e non
osarono neanche domandargli che cosa volesse egli
da loro.

—Messeri,—incominciò l'almirante,—una fanciulla
del villaggio di Guacanagari è stata rapita
questa notte. Da voi, forse?

—Da noi, signor almirante?—gridò Cosma, levando
la fronte.—Noi non abbiamo più lasciata la
caravella dal pomeriggio di ieri. E ci siamo imbarcati
prima di voi.

—È vero, questo; vi avevo ben veduti;—rispose
Cristoforo Colombo.

Quindi, volgendosi al fratello di Guacanagari, che
stava lì mezzo ingrognato e mezzo piangente, gli
disse:

—Ti eri ingannato, Tolteomec. Io avevo ben veduto
salire a bordo questi uomini che tu accusi;
ma ho voluto che essi medesimi ti dicessero quello
che io già sapevo di loro.

—Mia figlia?—gridò Tolteomec.—Voglio mia
figlia.

—Quando è sparita dalla tua casa?—chiese Damiano,
dopo avere col gesto domandata licenza all'almirante.

—Questa notte;—rispose Tolteomec.

—Se è venuta questa notte da noi,—ripigliò
[pg!307]
Damiano,—qualche piroga l'avrà portata. Non ne
hai chiesto a nessuno dei tuoi?—

Tolteomec non seppe rispondere. Egli non aveva
pensato a fare una simile inchiesta. Gli era mancata
la figliuola; era corso subito a bordo.

—Se ella è qui, come tu hai sospettato, bisogna
cercarla qui;—riprese Damiano.

—E non sarà difficile ritrovarla, se c'è;—soggiunse
l'almirante.—Messer Damiano, chiamatemi
Vincenzo Yanez Pinzon.—

Il comandante della caravella era sulla corsìa, in
attesa di ordini per salpare le áncore. Chiamato
da Damiano, giunse subito alla presenza dell'almirante.

—Vincenzo Yanez,—gli disse Cristoforo Colombo,—fate
radunare tutti gli uomini, ufficiali e
marinai, in coperta.—

Il comando dell'almirante fu subito eseguito. Allora
Cristoforo uscì dalla sua camera, seguito da
Tolteomec e dai due genovesi.

—Sono tutti fuori?—domandò egli a Pinzon.

—Signore, ci son tutti;—rispose il capitano.

Cristoforo Colombo passò sulla fronte della sua
marinaresca, andando verso il gavone di prora.

—I nostri naturali son laggiù, non è vero?

—Sì, mio signore.

—Bene, venite con noi, e veda questo povero
padre che noi non gli abbiamo rubata la sua
figliuola.—

Entrarono allora nel gavone di prora. Là dentro
stavano accovacciati i naturali di Guanahani, di
Cuba e delle altre isole visitate dalla spedizione,
prima di toccare ad Haiti.

—Vedi, Tolteomec;—disse l'almirante.—Qui
sono tutti i tuoi confratelli, che vengono per loro
elezione, spontaneamente, con noi. Guarda bene,
[pg!308]
fruga dovunque; se tra essi è la tua figliuola, prenditela
e riconducila a terra.—

Tra i naturali era Cusqueia, il più intelligente e
il più utile degli interpetri. Egli, in quel momento,
tremava a verga a verga, e volgeva di qua e di là
i suoi occhietti smarriti.

—Signor almirante,—disse Damiano, che aveva
notato il turbamento dell'interpetre,—chiedete a
Cusqueia perchè egli tremi a quel modo.

—Padrone!...—balbettò il selvaggio, buttandosi
ginocchioni.—Cusqueia innocente.

—Ah! davvero!—disse l'almirante.—Tu ti
scusi innanzi di essere, accusato! Dimmi dunque
dove hai nascosta la figlia di Tolteomec.

—Cusqueia innocente! Cusqueia non rubato. Figlia
di Tolteomec voluto venire con lui.

—Di bene in meglio;—riprese l'almirante.—E
dov'è ora, la figlia di Tolteomec, che non la vedo
in mezzo a queste donne?—

Cusqueia non rispondeva, ma i suoi occhietti
bianchi ammiccavano verso certe casse di marinai
che erano collocate l'una sull'altra, contro gli staminali
della nave.

—Se tu non ce lo vuoi dire, daremo noi un'occhiata
tutto intorno;—ripigliò l'almirante.—Vincenzo
Yanez, volete incominciare di là?—

Il Pinzon, che aveva ben veduto dove ammiccasse
Cusqueia, andò difilato verso quella catasta di casse,
diede una guardata dietro all'ingombro, stese un
braccio, e lo tirò a sè, traendo fuori un involto di
cenci. Tale infatti appariva in principio, e nella
mezza oscurità del luogo; ma ben presto da quel
grigio involucro balzò fuori, quantunque riluttante,
una figura di donna.

Tolteomec riconobbe sua figlia, e corse avanti,
prendendola fra le sue braccia.

[pg!309]

—Abarima! mia dolce figliuola!—gridava egli,
ma a stento, con voce soffocata dalla gioia.—Ti
ho ritrovata.... ti ho salvata, mia povera bambina!
Se non me ne avvedevo subito.... Se non venivo subito
dagli uomini bianchi.... ti avrei perduta per
sempre!... Ma chi è.... dimmi, chi è l'uomo che ti ha
rubata a tuo padre?... Il capo degli uomini bianchi
è buono per noi, terribile per tutti i cattivi.... Egli
punirà i cattivi, che rubano le creature ai padri loro.

—Nessuno....—rispose Abarima, singhiozzando.—Sono
stata io.

—Tu? come? non è possibile.

—Io, io sola... sono fuggita dalla tua casa.... venuta
io. Il capo degli uomini bianchi non punisca
nessuno.—

Tolteomec era rimasto atterrato da quella confessione
della sua dolce figliuola.

—Vedi?—gli disse l'almirante.—Nessuno è
colpevole qui.

—Ah!—esclamò Tolteomec.—Un nero spirito
ha turbata la mente della mia creatura.—

Qui il nostro Damiano non potè trattenersi dal
volgere un'occhiata al suo vicino Cosma.

—O nero, o biondo,—diss'egli tra sè,—un turbatore
c'è stato.

—Non ti affannare, amico;—diceva frattanto
l'almirante.—Ella finalmente ti è resa, e tu puoi
ricondurla a terra. Vincenzo Yanez, non è che un
piccolo ritardo nella nostra partenza; fate armare
il palischermo.

—No, no!—gridò tosto Abarima, che aveva ben
capito l'ordine dell'almirante, quantunque fosse dato
in lingua castigliana.—Non uscirò dalla grande
piroga. Voglio andare.... con gli uomini bianchi....
in Azatlan!

—Questa ci voleva!—scappò detto a Damiano.

[pg!310]

Non aveva parlato ad alta voce; pure l'almirante
lo udì.

—E chi ne è stato la prima cagione, mi faccia
il piacere di star zitto;—diss'egli, in dialetto genovese,
volgendosi dalla parte di Damiano, ma senza
guardarlo in viso.

Damiano si tirò indietro e si fece più piccino che
potè; arte insegnata all'uomo dalla lumaca e dal
riccio.

Tolteomec frattanto aveva presa la sua figliuola
per un braccio, facendo prova di tirarla fuori. Ma
ella si mise a piangere, ad urlare, a strillare che
non si sarebbe mossa di là. Voleva andare in Azatlan,
lei, voleva andare con gli uomini bianchi, coi figli
del cielo; e volgeva a Cosma delle occhiate supplichevoli,
che Cosma non vedeva, poichè guardava
ostinatamente il tavolato. Le vedeva bensì l'amico
Damiano, per cui erano tante trafitture ai precordii.

—Senti, bambina....—disse Cristoforo Colombo.—Sii
buona, obbedisci a tuo padre. Diglielo tu,
interpetre,—soggiunse, volgendosi a Cusqueia,—diglielo
tu, che una buona ragazza deve obbedire
a suo padre; altrimenti il grande Spirito la punirà.—

Cusqueia si provò a tradurre l'ammonizione. Ma
la capricciosa selvaggia non aveva mestieri di traduzioni;
intendeva il testo, leggendo negli occhi alla
gente.

—Obbedirò;—diss'ella.—Mi portino via; ma
questo sarà segno che si vuole la mia morte.

—Che cos'è che tu dici, Abarima?—gridò Tolteomec.—Pensi
tu ciò di tuo padre?

—Io penso,—rispose Abarima,—che voglio andare
in Azatlan. Volete che io ritorni in Haiti? Ritornerò;
ma di lassù, da quella rupe che pende sul
[pg!311]
mare, mi getterò nel profondo, mi sfracellerò la testa,
come la figlia di Niguana.—

Tolteomec cacciò un urlo, inorridendo. Egli rammentava
troppo il fatto doloroso, che un anno prima
aveva commosso di raccapriccio e di pietà il villaggio
di Guacanagari. Anche la figlia di Niguana
si era uccisa per amore.

—Tu vuoi dunque far morire tuo padre?—diss'egli
piangente.

—No, padre mio;—rispose Abarima.—Voglio
andare in Azatlan.—

Tolteomec rimase un istante perplesso; poi, scuotendo
la testa, come un uomo che abbia presa una
risoluzione, le disse:

—Sia fatta la tua volontà.—

Abarima diede un sobbalzo, a quelle parole di suo
padre, e sgranò tanto d'occhi, per guardarlo nel viso.

—Che vuoi tu fare?—chiese a Tolteomec l'almirante.

—Il grande Spirito lo vuole;—rispose Tolteomec,
sospirando.—Seguirò mia figlia. Tutti questi
altri abitatori delle isole vengono con te in Azatlan,
mio signore?

—Si;—rispose l'almirante.

—E tu li fai prigionieri?

—No, essi vengono liberamente, come ti ho detto.
Vedranno il re e la regina di Spagna, della terra
ricca e felice donde noi siamo partiti; vedranno le
nostre città, siederanno alla nostra tavola come fratelli,
adoreranno il nostro Iddio nella sua casa d'oro,
e poi, nobilmente vestiti, ritorneranno con noi a
queste isole.

—Dici tu il vero, mio signore?

—Io non ho mai detto menzogna. Per il mio Dio
ti giuro che i nostri amici delle isole ritorneranno
alle loro case.

[pg!312]

—Ti credo;—disse Tolteomec.—Tu sei un padre
per noi, e l'amore di un padre brilla nei tuoi
occhi del color del cielo. Sii buono coi tuoi figli
delle isole, che confidano in te.—

Abarima si avvinghiò al collo del vecchio e coperse
il suo volto di baci.

—Rimani mio ospite;—disse l'almirante.—Certo
è Dio che lo vuole, perchè la sua fede sia
radicata più presto per il tuo nobile esempio in
questa terra da noi dischiusa al suo culto.—

Ciò detto, e più per sè che per il suo nuovo
ospite, che non era in grado d'intenderlo, Cristoforo
Colombo uscì dal gavone di prora.

—Messeri,—diss'egli a Cosma e a Damiano, che
lo avevano seguito in coperta,—perdonate se ho
avuto l'aria di dubitare della vostra lealtà. Ma anche
voi converrete, io spero, che uno di voi è cagione
di questo aumento di passeggieri a bordo.

—Cagione involontaria;—soggiunse Damiano.

—Ne siete ben sicuro?—rispose l'almirante.—Non
eravate voi, che volevate restare in quell'isola?

—È vero;—disse Damiano.—Ma il voler restare
nell'isola è tutt'altra cosa dal portarne via gli
abitanti. Perdonate, signor almirante, se io mi difendo.
E forse mi difenderò male. Ma una cosa dovrebbe
esser certa: che la figliuola di Tolteomec
non viene in Ispagna per i miei capelli neri.

—I neri avranno incominciato; i biondi hanno
finito di far perdere la testa a quella povera ragazza;
dunque, lasciamola li;—conchiuse l'almirante,
con accento benevolo.—Io in fondo non
sono scontento che due naturali di nobile famiglia
vengano con gli altri alla corte di Spagna. Istruiti
nella nostra religione, potranno far molto, al ritorno.
Piuttosto, prima di salpare le áncore, bisognerà
chiamare qualcuno di questi naturali che girano
[pg!313]
sempre intorno alla caravella, perchè si rechi da
Guacanagari, ad avvertirlo della risoluzione di Tolteomec.
Cusqueia!—

Cusqueia si avanzò, per ricevere gli ordini del
signor almirante. Frattanto, Damiano e Cosma si
tiravano rispettosamente in disparte.

—Ed ora, come te la cavi?—disse Damiano
all'amico.—Rispondimi.

—Parli a me?—disse Cosma di rimando.

—A te, sì. A chi vuoi che parli? a Kublai kan,
che non c'è? al prete Janni, che non abbiamo ritrovato?
Ti domando che pesci vuoi pigliare, in questo
tragitto. Se la principessa è venuta per te, cortesia
vuole che tu la sposi.

—Io? Sei matto.

—Sì, lo so, matto o sciocco; anzi l'una cosa e
l'altra ad un tempo. È una storia vecchia, e non mi
dà lume di nulla. Amore con amor si paga, dice
il proverbio. Ed anche Dante, nel quinto canto dell'*Inferno*....

—Oh vacci un po' tu!—proruppe Cosma, seccato.

Ma quell'altro non si sgomentò del passaporto
che aveva ricevuto.

—Neanche questo è rispondere;—diss'egli.—Io
andrò all'inferno, se mai, col grande Achille,
con Paris, Tristano, ed altre mille ombre che amore
ha fatte uscire di vita; tu nel purgatorio della gente
ammogliata.—

Cosma gli fece una delle sue solite spallucciate.
Poi, mutando registro, gli si accostò, prendendolo
per il braccio.

—Non mi fare il ragazzo, e ragioniamo;—gli
disse.—Ti ho detto e ti ripeto che non ho nessuna
colpa di ciò che avviene. Questo è un gran guaio;
e mi dà anche molta noia, perchè mi rende ridicolo.

[pg!314]

—Non lo dire! Può esser ridicolo un uomo amato
a quel modo? e biondo per giunta?

—Finiscila, ti prego. Qui bisognerà studiare qualche
cosa.

—Io ho bell'e studiato;—disse Damiano.

—Sentiamo dunque. Che cosa faresti tu, nei miei
panni?

—Quello che farei ugualmente, stando nei miei.

—E sarebbe?

—Di non darmene pensiero.

—È possibile? qui, su queste quattro tavole, dove
c'incontreremo ad ogni piè sospinto?

—Oh Dei!—esclamò Damiano.—Su queste
quattro tavole ci passeggiano cento persone. Gli è
come essere in una folla. Del resto, potresti andartene
lassù, a vivere sulla gabbia, come san Simone
Stilita sulla colonna. Non andare in collera; sai bene
che si scherza. Guai a noi, se non sapessimo più
ridere. Infine, sai anche tu un po' di Haitiano. Parlale,
quando ti viene alle costole; dille che non è
possibile, ciò ch'ella si è messo in testa. Dille che
tu ami un'altra, madonna Ca....

—Taci!—gridò Cosma, tentando di mozzargli
la parola in bocca.

—....tarina;—aveva intanto proseguito Damiano.—L'ho
detta. Ma non ti confondere, mio dolce
amico. Non le diresti nulla di nuovo.

—Perchè?

—Perchè io le ho spifferato ogni cosa. Che vuoi?
Avevo un diavolo per occhio, e non ci vedevo più
lume. Speravo di sviarla da te, raccontandole che
eri innamorato di un'altra donna, e che non avresti
potuto mai levartela dal cuore. Sai che cosa m'ha
risposto? Che certamente la Bes.... quell'altra, insomma,
ti aveva gettato un sortilegio, e che bisognava
scongiurarlo. Di questo, anzi, ella stessa si
[pg!315]
sarebbe presa la cura. Capisci, a che rischio eri?
Chi te ne ha fatto fuori è stato l'almirante, con la
sua risoluzione di partire. Se no, Dio sa quali pentolini
metteva al fuoco, questa cara selvaggia! e
Dio sa quali succhi di erbe magiche sarebbero stati
filtrati! Almeno ci fosse stata speranza di guarirti!...

—Non è possibile,—disse Cosma, sospirando.

—T'intendo; sei l'Oraziano *tribus Anticyris insanabile
caput*.

—Smettila, col tuo latino;—brontolò Cosma.—E
lasciami in pace, se non hai altro che chiacchiere
da offrirmi in rimedio.—

Ciò detto, si allontano dal capo di banda, dove
era stata tenuta quella piccola conversazione.

—Vedete che pretese!—disse Damiano tra sè.—Viene
a mettersi tra me e la figliuola di Tolteomec;
fa succedere tutto questo tramestìo, e vuole
che io gli trovi il bandolo per uscirne. Quanto a
me, sono come l'uomo che ha cenato; prendo il fresco
e me ne vado a letto.—

Damiano parlava per figura; nel fatto, non era
l'ora di andare a letto, sebbene fosse quella di prendere
il fresco. Le áncore erano state salpate; gli
uomini d'albero avevano spiegate le vele, e la *Nina*
incominciava a sentire l'impulso del vento.

Si faceva rotta per levante, andando verso un
alto promontorio, coperto di verzura, in forma di
padiglione; il quale, per essere unito alla Spagnuola
da una stretta e bassa lingua di terra soltanto, rassomigliava
da lontano ad un'isola piramidale. Cristoforo
Colombo, ricordando l'arcipelago del Tirreno,
diede a quel promontorio, che pareva un'isola, il
nome di Montecristo; un nome che gli è rimasto,
crediamo noi, per miracolo. Infatti, di tanti altri
nomi che il grande scopritore impose ad isole e
[pg!316]
coste del Nuovo Mondo, la più parte sono stati mutati.
«Tanto fa!», può dir egli, dal luogo di pace
in cui vive il suo spirito. «Non han dato il nome
di un altro a tutta quella parte di mondo che ho
scoperta io, contro la ignoranza prepotente e la invida
malevolenza degli uomini?»

Il vento, che era scarso da principio, ma pareva
favorevole, si voltò ben presto contrario. La *Nina*
fu costretta a temporeggiare due giorni in una vasta
baia a ponente di Montecristo. La mattina del 6
incominciò a spirare un fil di vento da terra, e
l'almirante si rimise in cammino. Ma quel po' di
vento cadde quasi subito, e Cristoforo Colombo pensò
che per quel giorno il meglio fosse di restare in
attesa. Noiose giornate, quando il marinaio aspetta
il vento; noiosissime, quando il vento, dopo essersi
fatto aspettare, si mette a soffiare una mezz'ora e
vi pianta lì sul più bello! I marinai dell'antichità
ci avevano almeno la consolazione di attaccare quattro
moccoli all'indirizzo di Eolo; ai moderni questa
consolazione è mancata. È vero, per altro, che
hanno trovato dei succedanei.

A bordo della *Nina* fu presto dimenticata quella
piccola contrarietà meteorologica. Un marinaio, che
stava in vedetta sull'albero maestro per iscoprire
le secche, gridò che scorgeva in lontananza una
vela. Corsero tutti a proravia; alcuni s'inerpicarono
sulle sartie; tutti guardavano all'orizzonte, dove il
marinaio di vedetta aveva indicato. Non c'era alcun
dubbio; si vedeva laggiù da levante una caravella,
e quella caravella era la *Pinta*, la scomparsa, la
irreperibile *Pinta*.

Immaginate la consolazione di Cristoforo Colombo,
e il giubilo, il tripudio dei suoi marinai. Tra questi,
meno tripudianti, ma più profondamente lieti, erano
Cosma e Damiano,

[pg!317]

—Caro mio;—diceva Damiano all'orecchio di
Cosma;—questo è il rimedio che tu volevi da me.
Te lo porta Martino Alonzo Pinzon. Qui, sulla *Nina*,
siamo troppo pigiati; qualcheduno dovrà trasbordare.
O i principi selvaggi, o noi.... è naturale.—

La *Pinta* aveva il vento a seconda, e veniva a
golfo lanciato verso la *Nina*. Cristoforo Colombo
l'aspettò un'ora, quanto occorreva per farsi bene
avvistare, poi fece virare di bordo per ritornare al
sorgitore che aveva abbandonato quella mattina.
La *Pinta* capì che egli faceva ciò, non potendo lottare
col vento contrario, che a lei serviva così bene,
e lo seguitò nella rada. Due ore dopo, i due legni
erano accostati, e Martino Alonzo Pinzon saliva a
bordo della nave capitana.

Fu allora uno strano dialogo tra lui e l'almirante;
un dialogo in cui l'uno faceva discorsi a perdifiato,
e l'altro rispondeva a monosillabi. Martino Alonzo
sapeva bene di doversi giustificare della sua diserzione;
e affastellava ragioni su ragioni, per dimostrarla
involontaria; parlava di grandi cose che
aveva fatte, non potendo ritrovare l'almirante, di
regioni ricchissime che aveva visitate; si scusava,
e aveva l'aria di aspettare un premio, se non per
il merito suo, per la fortuna che lo aveva assistito.
L'almirante lo lasciava dire; frenava lo sdegno, e
accettava in silenzio le scuse; a tutto l'altro rispondeva
con brevi cenni del capo.

Alcune particolarità del racconto di Martino Alonzo
confermavano l'opinione che egli avesse volontariamente
disertato, mosso com'era da un sentimento
di cupidigia. Separandosi dalla *Nina*, egli
aveva fatto vela verso levante, cercando un'isola
immaginaria di cui i selvaggi imbarcati sulla *Pinta*
gli andavano magnificando i tesori. Dopo aver perduto
un po' di tempo in mezzo ad un gruppo d'isolette
[pg!318]
(forse le Caiche) era stato condotto alla costa
di Haiti, dove si era fermato tre settimane, trafficando
in più luoghi coi naturali, e più particolarmente
in un fiume quindici leghe distante dal sorgitore
in cui era rimasto l'almirante, dopo il naufragio
della *Santa Maria*. Martino Alonzo aveva
ammassato oro in gran copia, serbandone la metà
come capitano, distribuendone l'altra ai suoi uomini,
di cui per tal modo intendeva assicurarsi
la fedeltà e la discretezza. Fatto un bottino ragguardevole,
abbandonava il fiume, traendo seco
quattro naturali e due giovani donne da lui prese
a forza, con intenzione di venderle in Ispagna. Sosteneva
di non avere avuto alcun cenno della presenza
di una nave nelle acque di Haiti; e protestava
di essersi mosso per l'appunto alla ricerca dell'almirante,
quando (vedete combinazione fortunatissima!)
lo aveva avvistato nelle acque di Montecristo.

Cristoforo Colombo non gli disse di credere e neppure
di non credere alle sue scuse. Perduta ogni
confidenza nel Pinzon, risolse di ritornare in Ispagna,
senza spendere il tempo in altre scoperte. E
per disporsi al viaggio, mandò a fare provvigione
di legna e d'acqua sulle rive di un fiume che metteva
foce nella rada. Era il fiume Jaco, secondo il
nome che aveva dai naturali; Cristoforo Colombo
lo chiamò rio dell'Oro, per le pagliuzze di marcassita
che abbondavano nelle sue sabbie, e che ben
simulavano il prezioso metallo. Oggi si chiama il
Santiago.

[pg!319]


.. toc-entry:: XVII. Come la vista delle Sirene svegliasse l'ingegno di Ulisse.

:small-caps:`Capitolo XVII.`
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Come la vista delle Sirene svegliasse l'ingegno di Ulisse.
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Il vecchio Tolteomec aveva preso per amore della
figliuola una risoluzione troppo forte, e l'animo suo
la sopportava male. Seduto di continuo sul castello
di prora, per concessione del signor almirante, che
voleva distinguerlo dagli altri naturali di minor
conto, egli non faceva altro, durante il giorno, che
guardare la terra da cui si allontanava. Fino a
tanto la *Nina*, tra l'andar poco e il non andare affatto,
restava a ponente dalla penisola di Montecristo,
il fratello di Guacanagari aveva nel suo stesso
dolore un conforto; la terra da cui si allontanava,
egli l'aveva ancora davanti agli occhi. Ma sul mattino
del 9 gennaio, essendosi svegliato da capo il
vento di terra, la caravella spiegò nuovamente le
vele e si mosse per andar oltre. Voltato il promontorio
di Montecristo, egli non vedeva più quel lembo
di paese a lui caro, non vedeva più i poggi, le colline,
i gioghi risalenti via via dalla spiaggia del
mare fino ai monti di Cibao, che torreggiavano dal
centro della sua isola natale.

Abarima era quasi sempre accanto a lui, per consolare
quel mesto dolore. Ma ella non sentiva il
[pg!320]
mal del paese, e non intendeva lo strazio del cuore
che suo padre nascondeva sotto quel malinconico
aspetto di simulacro antico. Assai più volentieri che
verso terra, ella guardava nell'interno della caravella,
sperando sempre il momento di veder Cosma,
l'impacciatissimo Cosma, il quale fingeva sempre di
aver faccende gravi alle mani, e cansava quanto
più poteva le occasioni di ritrovarsi vicino alla figliuola
di Tolteomec.

Pure, su quelle quattro tavole, e contro l'opinione
di Damiano, evitarsi era difficile. A buon conto era
impossibile di non essere continuamente gli uni
sotto gli occhi degli altri. Fin dal primo giorno,
Cosma dovette passare una volta daccanto alla
bella selvaggia. Di sicuro ella credette che il
biondo marinaio fosse andato a prora per accostarsi
a lei; e stette aspettando il suo saluto, e lo
guardava intanto fissamente coi suoi grandi occhi
d'indaco.

—Cosma!—bisbigliò essa, mentre egli le passava
daccanto, per andare all'albero di trinchetto.

Cosma si voltò in soprassalto, la vide, o, per dire
più veramente, non potè più fingere di non averla
veduta, atteggiò le labbra ad un sorriso, fece un
modesto cenno del capo, e passò. Doveva andare
in alto, a sbrogliare una vela; non poteva dunque
trattenersi da lei. Abarima lo seguì attentamente
cogli occhi, per tutto il tempo ch'egli stette lassù;
lo vide discendere; sperò che passasse un'altra
volta daccanto a lei; ma fu una vana speranza, la
sua. Cosma aveva avuto tempo di fingere un'altra
necessità di servizio. Che cosa guardava egli dall'altra
parte della prora? Forse una scotta era troppo
lenta, e voleva esser meglio legata. Cosma lavorò
con religiosa cura intorno ad una caviglia; poi scese
da quella parte in coperta, andando verso la poppa,
[pg!321]
donde più non gli avvenne di muoversi, finchè ella
rimase con suo padre sul castello di prora.

Abarima non aveva ragione di dolersi. Cosma
non le aveva parlato mai; restando lontano da lei,
non faceva niente d'insolito. E di nessuno poteva essa
dolersi, a bordo della caravella; tutti erano in particolar
modo riguardosi con lei e col vecchio Tolteomec,
riconoscendo in loro due persone di quella
famiglia reale dell'isola Spagnuola, da cui tutti avevano
avute le più liete accoglienze. Del resto, il signor
almirante trattava i suoi ospiti con somma
cortesia; di tanto in tanto, quando le cure del comando
glielo permettevano, si fermava a scambiare
qualche parola con essi, dimostrando loro di tenerli
in gran conto.

Ma tutte le cortesie dell'almirante, se potevano
temperare il rammarico del vecchio principe di
Haiti, non bastavano a fargli dimenticare per un
istante ciò ch'egli perdeva. Tolteomec sospirava, e
i suoi occhi erano spesso bagnati di lagrime. In
quei momenti, per altro, egli si voltava da un lato,
perchè sua figlia non si avvedesse di nulla. Ma ciò
ch'egli tentava di nascondere agli occhi, era facile
d'indovinare dal gesto.

—Padre mio!—gli disse Abarima, il secondo
giorno del loro imbarco sulla grande piroga degli
uomini bianchi.—Tu piangi, e non ami più la tua
creatura.

—No, bambina, t'inganni;—rispose il vecchio.—Se
non ti amassi, non saremmo qui. Ma io
penso che il grande Spirito è sdegnato con noi, che
abbandoniamo la terra dei padri nostri, la terra
dove dorme tua madre.—

Abarima chinò la testa e non soggiunse parola.
Sentiva anch'essa un po' di rimorso? o riconosceva
che suo padre si doleva a ragione di quel capriccio
[pg!322]
infantile, per cui essa aveva voluto seguire gli uomini
bianchi in Azatlan? Forse il suo pensiero non
era giunto fin là; ma certamente ella incominciava
a pensare di aver fatto un bel sogno, a cui non rispondeva
punto la verità delle cose.

Ed era quello il suo Cosma? era quello il maraviglioso
figlio del cielo che le era apparso un giorno
dalla macchia, restando là, fra i tronchi degli alberi,
in atto di ammirazione per lei? Egli non le
aveva parlato; non si era neanche accostato, come
ella avrebbe voluto; ma infine, è egli sempre necessario
che la mano stringa la mano, e la immagine
dell'uno si veda riflessa negli occhi dell'altro?
Anche stando lassù, venti passi distante da lei, Cosma,
l'amico di Damiano, aveva guardato lei, le aveva
pagato il tributo che l'uomo paga sempre alla bellezza,
e che la bellezza è sempre disposta a gradire.
Poi, messo l'indice sulle labbra, egli si era allontanato,
ritornando per la via da cui era venuto. Che cosa significava
quel gesto? Poteva essere l'accenno di un
bacio scoccato da lontano; poteva essere un invito
al silenzio; comunque fosse, era un segreto tra loro,
un dolce segreto che alcune confidenze di Cusqueia
le avevano spiegato ben presto, «Cosma ha detto
che tu sei bella.» Queste erano state le parole dell'interpetre;
poche parole, ma chiare. E Abarima
aveva sognato di essere amata dall'uomo dei capelli
d'oro; per lui aveva disprezzato Damiano; povera
creatura, non ancor temperata agli usi civili,
che insegnano di non lasciar l'uno innanzi di esser
sicuri dell'altro! La schiettezza agreste della sua
indole si era liberamente manifestata; il povero Damiano,
credendosi saldo in arcioni, si era trovato
di sbalzo in un fosso. Anche per lui era stato un
brutto risveglio; anche per lui la verità delle cose
appariva troppo diversa dalla splendidezza del sogno.

[pg!323]

Ma Iddio misura il freddo all'agnello tosato. E
come rideva il nostro Damiano, dopo aver masticato
male quel tradimento della capricciosa Abarima!
Mentre il suo compagno Cosma si studiava
di star lontano dalla figliuola di Tolteomec, pagando
assai caro un piccolo stratagemma di guerra, Damiano
passava e ripassava di continuo accanto ai
suoi buoni amici di Haiti, distribuendo sorrisi e
strette di mano. Forse egli appariva più allegro del
vero. Ma coloro che dovevano giudicare la sincerità
della sua allegrezza erano selvaggi, gente non
usata ai sapienti artifizi con cui, in Azatlan, si sogliono
nascondere le rughe del volto e quelle del
cuore.

Tolteomec, a buon conto, non aveva da approfondir
nulla; doveva attenersi a ciò che mostrava
l'aspetto.

—Tu sei felice,—diceva egli a Damiano,—tu
sei felice, di ritornare alle tue terre.

—Ma sì! molto felice;—rispondeva Damiano.—Al
mio *bohio* mi vogliono fare gran festa, quand'io
ci arriverò. Il cacìco e gli anziani di Genova mi
verranno incontro, mi ammireranno come una bestia
rara. E per averne l'aria, mi legherò i capelli
sulla nuca, piantandoci dentro delle penne di pappagallo,
che ho portate per l'appunto con me.—

Damiano rideva, e Tolteomec sospirava.

—Di che cosa ti rammarichi, mio vecchio amico?
Vedrai la nostra terra d'Europa; sarai accolto dal
re e dalla regina di Spagna; conoscerai gli usi e i
costumi degli uomini bianchi; quando ritornerai carico
di esperienza al tuo *bohio* di Haiti, ognuno dovrà
riconoscere in te un pozzo di sapienza; tutti
penderanno dalle tue labbra. E i giovani di Haiti,
quando vedranno Abarima vestita di seta e di velluto....
Tu non hai idea, deliziosa creatura, della
[pg!324]
seta e del velluto! Figùrati il tuo mantello di cotone,
ma che sia più morbido, più lucido, più.... non
saprei, e che ti faccia delle belle pieghe dal fianco
fino al piede, mentre ti disegnerà il busto fino alla
radice del collo; donde usciranno certi merletti sopraffini....
Tu non conosci i merletti, Abarima *taorib*?
Vedrai che fior di roba! Le figlie di Azatlan vanno
pazze per i merletti. Credo che li metterebbero perfino
nell'insalata. Ci son quelli di Venezia, e quelli
di Fiandra, che dànno il capogiro, solamente a vederli.
Per otto braccia di quei merletti, da ornarsene
la veste, le figlie di Azatlan darebbero l'anima
agli spiriti neri, e il resto sopra mercato.—

La chiacchiera di Damiano era stata interrotta da
un grido, che veniva dall'alto dell'albero di maestra.
Il marinaio di vedetta sicuramente aveva veduto
qualche cosa. Pensarono tutti alla bella prima
che avesse veduta una secca. In quelle acque, il
caso era abbastanza frequente. Ma no, non era una
secca; il marinaio aveva veduto dell'altro, a fior
d'acqua; tre nuotatori, tre rarità, a quella distanza
dalla costa; donde il sospetto che fossero tre poveri
naufraghi.

Tutta la marinaresca della *Nina* era corsa al capo
di banda, sulle sartie, sui castelli di poppa e di
prora, per vedere ciò che aveva indicato il marinaio
di vedetta. Anche l'almirante era uscito dalla
sua camera, per salire sul castello di poppa.

Laggiù, sulla distesa del mare, a forse un tiro
d'archibugio, si vedevano infatti tre corpi che avevano
aspetto umano. Si distinguevano le teste, erette
sull'acqua; e ben presto, appressandosi quei corpi
al naviglio, si distinsero i capelli neri, spioventi
sulla nuca e sulle tempie. I volti erano di tinta
scura, e non parevano di naturali delle isole. Del
resto, non era più possibile di pensare a selvaggi
[pg!325]
di quelle parti che si salvassero a nuoto, essendo
andata sommersa la loro piroga. In primo luogo,
non nuotavano come gente perduta che cercasse di
mettersi in salvo; nuotavano come gente balda ed
allegra che si trastullasse sulle acque. Spesso saltavano
fuori dei flutti, mostrando intiero il torso,
fino alle reni; ed anche alzavano le braccia, mettendo
fuori certe estremità che non somigliavano
punto alle mani della specie di Adamo, bensì alle
pinne dei pesci.

—Le Sirene!—gridò un marinaio.—Le Sirene,
signor almirante.

—Oh diavolo!—esclamò Damiano.—Ecco delle
persone mitologiche, di cui non speravo fare la conoscenza.

—Voi dite, Pablo?—domandò l'almirante, volgendosi
al marinaio che aveva parlato poc'anzi.

—Dico, signor almirante, che sono le Sirene. Io
le conosco, per averle già vedute, un'altra volta,
sulla costa d'Africa. Osservate le mani, come finiscono
in alette di pesce. Se poi saltassero fuori dell'acqua,
si vedrebbe la coda.

—E sono tre, come le antiche;—disse Damiano,
che si era avanzato anche lui al capo di banda,
come uno spettatore ai primi posti.—Non una di
più, e non una di meno. Ma in che modo possono
trovarsi qui, tanto lontane dai loro classici paraggi?

—Saranno altre, e non quelle;—gli rispose
Cosma, che si era avanzato al suo fianco.

E poi,—disse Pablo,—credete voi che siano
così poche, le Sirene? Si vedono di rado; ma ce ne
sono per tutti i mari.

—Scusate, Pablo;—rispose Damiano.—Io non
conoscevo che quelle a cui Ulisse non volle usare
la cortesia di starle a sentire, mentre cantavano.

[pg!326]

—Questo Ulisse dev'essere stato un uomo di giudizio,—rispose
Pablo, tentennando la testa.

—Eh, infatti, questa è la fama che corre di lui;—soggiunse
Damiano.—Egli è stato l'uomo più
furbo dell'antichità. Ma perchè dite voi che fece prova
di buon giudizio, voi che non avete letto Omero?

—Non so chi sia questo Omero;—disse Pablo.—So
che le Sirene non appariscono mai che per
cantar burrasche e naufragii.

—Oh diavolo, diavolo! Questo non è un procedere
garbato, da parte delle Sirene.—

Cristoforo Colombo aveva chiamato Pablo sul cassero
di poppa, e Damiano era corso dietro a Pablo.

—Che cosa dicevate voi?—chiese l'almirante al
marinaio.—Ne avete già vedute?

—Si, signor almirante; sulla costa d'Africa, dieci
anni fa, e abbiamo avuto un tempaccio, che me ne
ricorderò fino a tanto che io viva.

—Se non è altro che cattivo tempo,—osservò
l'almirante,—possiamo adattarci al pronostico. A
me, che non ho mai veduto Sirene, questo è uno
spettacolo strano. Vedete, signori, che agilità di movenze.
Sembrano davvero ninfe marine che scherzino
sui flutti.

—Oh per la grazia, ce n'hanno d'avanzo!—disse
Pablo.—Ma son cattive e traditore a maraviglia.

—Non vorranno mentire al loro sesso;—mormorò
Damiano, che pensava ai casi suoi, spesso e
volentieri.

Un altro marinaio si avanzò, l'inglese. Anch'egli
aveva le sue storie intorno alle Sirene. Nei suoi
mari era conosciuta la *Mermaid*, donna di mare.
Ed egli narrava che sessanta o settant'anni addietro,
in un villaggio della Finlandia occidentale, alcune
fanciulle avevano trovata una *Mermaid* impigliata
nel fango, e dopo averla presa e vestita di
[pg!327]
abiti loro, le avevano anche insegnato a filare. Mangiava
come loro, ma non parlava; era vissuta due
o tre anni, e tutte le volte che passava davanti alla
chiesa si faceva il segno della croce molto divotamente.

Sentito il marinaio inglese, era il caso di sentir
l'irlandese, poichè nella marinaresca di Cristoforo
Colombo c'era anche un concittadino di san Patrizio.
Ed anche l'irlandese ci aveva la sua storia d'una
sirena di Correvrekin, la quale seduceva i giovani,
per trarli con sè nell'abisso; non dissimile in ciò
dalle Sirene della costa Tirrena, conosciute e celebrate
da Omero.

Nel complesso, tutte le notizie si accordavano in
ciò, che la presenza delle Sirene non era di buon
augurio per chi le vedeva. E i marinai di Cristoforo
Colombo, data la sua parte alla curiosità, non furono
punto lieti dello spettacolo che si offriva ai
loro occhi.

—Suvvia, buoni amici, non diciamo sciocchezze!—mormorò
l'almirante.—Guardiamo attentamente
queste creature strane che ci mostra l'Oceano, perchè
tutte le maraviglie del mondo debbono essere
osservate, quando l'occasione se ne offre. Ma non
ci mettiamo in testa delle ubbìe, delle vane paure;
perchè il buon tempo e il cattivo, la fortuna e la
sventura, non dipendono da esseri secondarii, bensì
solamente dal creatore ed arbitro di tutto ciò che
esiste; in una parola, da Dio. Vediamo piuttosto,
poichè queste Sirene non si allontanano da noi, di
prenderne una. Pronti ad armare il palischermo,
ragazzi!

—Ah perbacco, questo mi piace!—disse Damiano.—Ci
vado ancor io.—

Cosma, che gli era venuto vicino, lo afferrò per
un braccio.

[pg!328]

—Per caso,—gli bisbigliò all'orecchio,—vorresti
sposare una Sirena?

—Ah sì, è vero!—rispose Damiano, ridendo.—Son
tanto infiammabile, io! Non andrò; sei contento?
Tanto più presto mi persuado di non andare,—soggiunse
egli tosto,—che la Sirena potrebbe
piantare il bruno, per rivolgersi al biondo. E tu non
la vorresti sposare; e bisognerebbe rimandarla nel
suo elemento. Ah, perbacco, un'idea!...

—Che cosa?

—Niente, niente, un'idea pazza; non badare;—disse
Damiano.

Frattanto, le tre Sirene seguitavano a folleggiare
davanti alla caravella, di tanto in tanto balzando a
mezzo il petto fuori dell'acqua, e ammiccando alla
marinaresca, come allegre ragazze d'un porto di
mare. Ma appena videro il palischermo lanciato in
acqua, parve capissero il tiro, perchè subito si allontanarono;
poi si tuffarono intieramente nell'acqua,
nè più ricomparvero che assai lungi di là, per
tuffarsi da capo e sparire.

Il palischermo fu issato nuovamente a bordo; gli
spettatori ritornarono alle loro faccende quotidiane,
non senza intrattenersi in racconti e congetture su
quegli esseri strani che avevano dato due ore di
svago alla marinaresca della *Nina*. Lo spettacolo,
in verità, era stato grazioso. Peccato che quel palischermo
lanciato in acqua avesse interrotto il divertimento!
Se non era il timore di vedersi pescate,
chi sa? forse le tre Sirene si sarebbero avvicinate
ancora di più, e magari avrebbero cantato, come
quelle di cui raccontava Damiano.

Questi, frattanto, ragionava con Pablo; il quale
seguitava a tentennare la testa, mormorando:

—Brutto segno, queste Sirene! brutto segno! L'almirante
non vuole che si dica. Ma noi, in costa
[pg!329]
d'Africa, siamo andati a rompere negli scogli, per
le maledette Sirene.

—E noi, Pablo, non ci abbiamo dato, negli scogli,
anche prima di vederle?—rispondeva Damiano.—State
di buon animo; il guaio è avvenuto in anticipazione,
e questo, se la scienza augurale non
falla, è uno scongiuro più che bastante.

—Sì, sì, avrete ragione;—borbottava quell'altro;—ma
in costa d'Africa abbiamo fatto naufragio, ed
io non mi sono salvato che per un miracolo di
sant'Iago.

—Gli dovete un pellegrinaggio;—rispose Damiano.

—E gliel ho fatto, non dubitate, gliel ho fatto;—replicò
il marinaio brontolone.

Damiano se ne ritornava frattanto verso il cassero
di prora.

—Che cosa dicono?—gli domandò Tolteomec.—Mi
sembrano spaventati, i tuoi compagni.

—Caro amico,—rispose Damiano, atteggiando
il volto ad una espressione di tristezza,—c'è da
spaventarsi davvero. Non le hai vedute anche tu,
le Sirene?

—Quegli animali nei flutti?

—Sì, quegli animali;—ripetè Damiano.—E non
ti sei spaventato anche tu, Tolteomec? Non ti sei
spaventata anche tu, Abarima *taorib*?

—No,—disse Abarima.—E perchè avrei dovuto
spaventarmi?

—Perchè? mi domandi il perchè? Sappi, fanciulla,
che quegli animali son donne, ma donne di
una specie particolare, sommamente pericolosa.
Tutti i pesci hanno lische, mia cara; ma ci sono
dei pesci che ne hanno troppe. E questo è il caso
delle Sirene; son donne.... tutte lische. Vivono nel
mare, nuotano come i pesci, e come i pesci hanno
[pg!330]
la coda. Chi le incontra a fior d'acqua, come le abbiamo
incontrate noi poco fa, finisce male, non vuol
morire nel suo letto.

—Dici tu il vero?—esclamò Abarima, rabbrividendo.

—Sì, cara; e così non fosse! Sono spiriti maligni,
o invenzioni degli spiriti maligni, che torna lo
stesso. Abitano ordinariamente in certe grotte, nei
più profondi abissi dell'Oceano. Vengono fuori di
rado; ma quando ci vengono, è segno di temporale.
E sai perchè vengono a fior d'acqua? Per invitare i
marinai ad andare di sotto.

—Ma non ci si può vivere, sott'acqua;—disse
Abarima.

—La tua osservazione è piena di buon giudizio;—rispose
Damiano.—E non ci si vive, infatti; ci
si muore. Questo è per l'appunto il fine a cui mirano
le Sirene. Esse pigliano i morti nelle loro braccia,
li adagiano gentilmente sull'erba verde che tappezza
il fondo del mare, ci mettono sopra una pietra,
e non se ne parla più.

—Brutta cosa!—gridò la fanciulla.

—Oh, bruttissima;—riprese Damiano.—E questa
fu la morte che rischiò di fare il re Ulisse. Non
sai tu che cosa sia accaduto ad Ulisse?

—No, ignoro chi sia questo Ulisse.

—Ah, è vero, tu non sai le storie di Azatlan. Buon
per te, Abarima, poichè esse son tante, che ti ci
confonderesti il cervello. Sappi dunque che Ulisse
era il potente cacìco d'Itaca. Itaca, un'isola; su per
giù un'isola come Haiti, ma alquanto più piccola.
Egli era partito sulle sue piroghe per andare a far
guerra al cacìco di Troia. Ritornando vittorioso,
era impaziente di abbracciare sua moglie, la bella
e virtuosa Penelope, che non vedeva da dieci anni.
Capisci? da dieci anni.

[pg!331]

—Triste cosa!—disse Abarima.

—Oh, tristissima! E tu immagina come desiderasse
di arrivare al suo *bohio*. Ma che vuoi? a mezza
strada, il povero Ulisse incontra un paio di Sirene
che si mettono a cantare, invitandolo nelle loro
grotte. Ulisse era furbo; per non sentire, si mise
della cera negli orecchi. Ma le aveva vedute, ad ogni
modo, e il solo vederle era già molto pericoloso
per lui.

—E così andò in fondo al mare?

—No, non ci andò, perchè il grande Spirito gli
voleva bene e aveva giurato di farlo arrivare alla
sua casa. Ma intanto, quell'incontro delle Sirene fu
cagione che Ulisse con la sua piroga fossero sbalestrati
per dieci anni sui mari, prima di giungere
in porto.

—Ancora dieci anni?—esclamò Abarima.

—Sicuro;—rispose Damiano.—Dieci e dieci son
venti. Aveva lasciata la sua sposa giovane di venti,
e molto *taorib*; la ritrovò di quaranta.

—Vecchia molto!—disse Abarima, che era forte
ed orgogliosa delle sue quindici primavere.

—Vecchia.... no, non esageriamo. Anche a quarant'anni,
era un boccone da principi. Di fatti, ci
aveva in casa parecchie diecine di innamorati, che
le mangiavano allegramente la sua cassava e le bevevano
il suo liquore di cocco, tutti i giorni cantandole
la stessa canzone.

—E lei?

—E lei tesseva una tela, dicendo: cercherò un marito,
quando avrò finito di tessere.

—Tela lunga!—osservò la fanciulla.

—Infatti, in Azatlan si dice «tela di Penelope»
un lavoro che non finisce mai. Ma per fortuna Ulisse
ritornò. Altrimenti la sua Penelope avrebbe dovuto
prendersi un altro marito.

[pg!332]

—Questo Ulisse,—notò Abarima,—è stato ancora
favorito dal grande Spirito, perchè non è andato
al fondo del mare.

—Ma è stato l'unico. La storia non parla che
di uno, che abbia vedute le Sirene senza morire
annegato.

—E i tuoi compagni... lo sanno?

—Lo sanno, e perciò si spaventano. Ma via, perdonatemi,
amici; sento la campana che mi chiama.
C'è la distribuzione dei viveri, ed oggi tocca a me
di aiutare il cuoco per fare le parti.—

Così dicendo, Damiano lasciò i suoi amici di
Haiti, felicissimo di essere stato interrotto dalla
campana del cuoco. Qual cuoco, ohimè, un cuoco
di bordo, e nelle navi d'allora! Ma se i cuochi
delle caravelle e delle altre navi a vela non erano
da paragonarsi a quei di Lucullo e di Apicio, gli
stomachi erano quelli di tutti i tempi, e l'appetito
serviva ai marinai del buon tempo passato, come
a quelli dei tempi moderni.

—Goccia d'olio,—andava dicendo Damiano tra
sè, mentre si allontanava dal cassero di prora,—io
ti ho versata in buon punto; allargati, goccia
d'olio, e penetra il tessuto, come è dell'indole tua.
Passerò domani a vederti; e ne riparleremo, per
bacco.—

Quel giorno, seguitando favorevole il vento, le caravelle
avevano fatto buon cammino. Del temporale,
a cui accennava Damiano, non si era veduta pur
l'ombra nel lontano orizzonte. Ma non era mica
detto che le Sirene annunziassero le burrasche da
un'ora per l'altra. Del resto, se il temporale non
era nell'aria, bene era sulla fronte e negli occhi di
Tolteomec; il quale era rimasto impensierito, e
guardava la sua figliuola e seguitava a sospirare.

Abarima si era sbigottita, ai discorsi di Damiano;
[pg!333]
ma il fermarsi sui neri pronostici di lui, il farne
soggetto di lunghi ragionamenti interiori, non era
della sua età giovanile. Ella pensava troppo più
spesso a Cosma, lo scorgeva ostinatamente lontano
dal castello di prora, e di questo si crucciava profondamente,
vedendo volgere i fatti così contrarii
alle speranze ch'ella aveva formate e vagheggiate
nella sua mente. E si sentiva sola, abbandonata, la
giovane principessa di Haiti. Anche senza potersi
decorare di quel titolo, che in Azatlan riempiva la
bocca a tante sue pari, Abarima non ignorava di
essere a casa sua una fanciulla superiore a tutte
le altre; e là, su quella nave degli uomini bianchi,
ella non era più nulla. Tutti quegli uomini affaccendati
che andavano e venivamo da poppa a prora,
da destra a sinistra, da un albero all'altro, pensavano
tutti ai fatti loro, non occupandosi punto di
quei poveri ospiti dalla pelle rossa, o forse considerandoli
come impedimenti, ingombri e seccature,
alla pari con quegli stormi di pappagalli che erano
stati portati a bordo, e che, dopo aver dato un'ora
di passatempo ai marinai, riuscivano molesti in
sommo grado, coi loro garriti continui, facendosi
maledire in parecchie lingue europee, per tutte le
altre undici ore del giorno.

Le guardate malinconiche e i sospiri profondi del
padre erano altrettante trafitture al cuore della fanciulla;
e quel cuore dolorava già tanto per sè!

—Padre mio,—diss'ella ad un tratto, stringendosi
amorosamente al petto del vecchio,—tu sospiri;
e perchè?

—Figliuola mia, non hai udito Damiano? Morire
inabissati in questo mare, è orribile. Ti rammenti
dell'uragano che l'anno scorso ha imperversato
in Haiti? Quanti alberi schiantati! quante case
abbattute! Pareva che la furia del vento volesse
[pg!334]
strappare la nostra isola dal fondo della terra. E
noi, non abbastanza sicuri nella nostra casa, abbiamo
dovuto cercar rifugio nelle grotte. Qui, sopra
un fragilissimo legno, dove troveremo noi il
rifugio, quando l'uragano comincierà a soffiare?

—Tu mi sgomenti, padre!—disse Abarima.—Poveri
a noi! qual fine sarà la nostra?

—Ed io non mi sgomento per me;—disse Tolteomec.—L'arco
delle mie stagioni è sul discendere;
sia prima la caduta, sia dopo, importa poco.
Sicuramente, io morirei più contento, se potessi
dormire nella caverna dove sono andati a riposare
i miei vecchi. Ma più per te mi addoloro, più per
te, figliuola mia dolce.

—Padre, non è troppo il tuo timore?—disse
Abarima.—Gli uomini bianchi sono come noi su
questo fragilissimo legno; corrono anch'essi il nostro
pericolo.

—Sì, sì,—rispose Tolteomec.—Ma è questa la
loro vita: correr sempre sul mare, e sfidarne le
collere. Essi, poi, sanno raccogliersi nelle loro piroghe,
più capaci e più salde delle nostre; e ce ne
hanno quante bisognano, per entrarci tutti. Penseranno
a noi.... penseranno a te, Abarima, quando
sia l'ora di metterci in salvo, poichè l'uragano avrà
spezzata la nave?—

Abarima rabbrividì, e si strinse ancor più al seno
di suo padre, come una colombella sbigottita al suo
nido.

Mentre il fratello di Guacanagari teneva questi
discorsi con la sua bella figliuola, e più si sgomentava
quanto più si raffigurava imminente il pericolo,
la *Nina*, preceduta dalla *Pinta*, entrava in una
rada, nella quale metteva foce un bel fiume. Era
quello il fiume in cui, durante la sua diserzione,
Martino Alonzo Pinzon aveva trafficato coi naturali.
[pg!335]
Cristoforo Colombo aveva manifestato il desiderio
di visitare quella parte della costa; e non senza
una ragione più forte, che non fosse la curiosità
dello scopritore. Egli voleva sapere con quali modi
Martino Alonzo avesse trattati gli abitanti del luogo,
parendogli di poter sospettare, dalla cattura di sei naturali,
che le cose non fossero andate com'egli aveva
sempre raccomandato ai suoi compagni di scoperta.

E veramente in quel fiume ebbe egli la prova della
doppiezza del Pinzon; il quale aveva detto e fatto
dire dai suoi marinai che in quel fiume la *Pinta*
era stata a mala pena sei giorni, mentre egli poi giungeva
a scoprire che c'era stata sedici giorni, e che
fin là era pervenuta al Pinzon la notizia del naufragio
della *Santa Maria*; della quale sventura egli
si era dato assai poco pensiero, indugiandosi a salpare
di là, per muovere al soccorso del suo almirante,
perchè assai più gli premeva di procurarsi
oro in gran copia.

Cristoforo Colombo raccolse tutte quelle notizie,
e diligentemente le consegnò nel suo giornale di
bordo. Ma col Pinzon non mosse lamento, non fece
rimprovero. Il suo silenzio, per altro, diceva a Martino
Alonzo assai più d'ogni più lungo discorso.
Due soli atti d'autorità fece l'almirante in quel luogo.
Il primo fu di chiamare Rio de Gracia il fiume, a
cui il comandante della *Pinta* aveva imposto orgogliosamente
il suo nome.

—Perchè dovrebbe chiamarsi *Martino Alonzo*?—disse
l'almirante al Pinzon.—Son troppo povera
cosa i nostri nomi, e non vanno dati alle scoperte
che andiamo facendo per assistenza di Dio e dei
santi, e con le navi fornite a noi dalla munificenza
dei sovrani di Castiglia. Da Dio, dai santi, dal re,
dalla regina e dai principi nostri signori, dobbiamo
noi intitolare queste isole e i luoghi che andiamo
[pg!336]
visitando. La compagnia dei nostri nomi, oltre che
sarebbe prova di superbia in noi, suonerebbe offesa
ai nostri padroni, come alle potenze celesti.—

A questo ragionamento, che era religiosamente e
politicamente ortodosso, non seppe che cosa rispondere
Martino Alonzo Pinzon. E l'autorità dell'almirante
fu per questo verso ristabilita senza contrasto.
Tornò più difficile far ingoiare al Pinzon l'altra
pillola del restituire i sei naturali fatti prigionieri
da lui. Ma il signor almirante si mostrò su questo
punto inflessibile. Unica concessione che egli fece
fu quella d'indugiarsi a dire le ragioni per cui gli
pareva necessario di rimandare liberi i quattro uomini
e le due donne dell'isola.

—Sola scusa per voi,—diss'egli a Martino Alonzo,—sarebbe
stato il non sapere che noi lasciavamo
una quarantina di Spagnuoli all'isola di Haiti. Ora
lo sapete, e non potete negare che un atto di giustizia
come questo potrà rendere i naturali di qui
più amici agli uomini bianchi. A Guanahani, a Cuba,
e in quest'isola medesima, abbiamo preso dei naturali,
ma come interpetri, non come schiavi; e se
essi ci accompagnano in Europa, lo fanno come liberi
uomini, per loro elezione, e non per nostro
volere.—

Quest'altro ragionamento dell'almirante era inoppugnabile,
come il primo. Si poteva immaginare che
i sei catturati fossero contenti della loro sorte, e di
andare pur essi in Ispagna, liberamente, in quella
guisa che Martino Alonzo aveva voluto condurli
per forza. E di questo era facile accertarsi, esplorando
la loro volontà.

Ma questo non voleva l'almirante che si facesse
a bordo della *Pinta*; perciò diede il comando che i
sei naturali fossero condotti alla sua presenza, sulla
nave capitana.

[pg!337]

Mentre così ordinava l'almirante, Tolteomec si
presentava a domandargli un'udienza.

—Che desideri tu?—gli chiese Cristoforo Colombo.

—Potente signore degli uomini bianchi,—disse
Tolteomec,—la mia figliuola non è più desiderosa
di lasciare la terra dei nostri padri. Oggi abbiamo
toccata nuovamente la riva. Domani tu riprenderai
l'alto mare, e Haiti sfuggirà dai nostri occhi.... forse
per sempre.

—Tu sei pentito, non è vero?—domandò l'almirante.—Non
vuoi più venire in Azatlan, a vedere
il re e la regina di Castiglia?

—Mio signore....—balbettò il vecchio Haitiano,—il
mare è perfido.... le Sirene hanno dato l'annunzio
della morte....

—E tu credi a queste sciocche paure?

—Anche Damiano lo ha detto;—replicò Tolteomec.—Le
Sirene annunziano l'uragano.... l'uragano
che sommerge le grandi piroghe.

—Oh povera scienza!—esclamò Cristoforo Colombo.—E
chi vi ha messe queste ubbie nella testa?
messer Damiano?—Cusqueia,—soggiunse
egli all'interpetre, che aveva accompagnato il fratello
di Guacanagari all'udienza;—chiamami Damiano.—

Damiano fu pronto ad accorrere, ed ugualmente
pronto a capire che la sua macchia d'olio si era allargata,
penetrando anche molto bene il tessuto.

—Perdonate, messere,—diss'egli all'almirante,
parlando nel vernacolo genovese, che Cusqueia non
poteva capire.—Mi pare necessario di levarci questi
due selvaggi dai piedi. La ragazza è venuta per
capriccio, ed ora incomincia a pentirsi della sua risoluzione.
Cosma è seccato; io più di lui....

—E per far piacere a Cosma e a Damiano.... Ho
[pg!338]
capito;—disse l'almirante, ridendo.—Mi ritrovate
per l'appunto in via di rimandare alle case
loro i sei naturali di Martino Alonzo Pinzon.

—Dove vanno sei, possono andar otto;—soggiunse
Damiano.

—E magari tutti;—conchiuse l'almirante.—Voi
aggiustate ogni cosa a comodo vostro, messer Damiano
carissimo. Se non foste Genovese, meritereste
di esserlo.—

Mentre così parlava il signor almirante, giungevano
a bordo della *Nina* i sei naturali del Rio di
Grazia. Cristoforo Colombo li richiese, per mezzo
dell'interpetre, se volessero andare in Azatlan. Essi
stettero muti, non sapendo se dal rispondere dovessero
aver danno o profitto. Ma quando seppero
da Cusqueia che erano liberi di andare o di restare,
si sciolse loro la loquela; e tutti, uomini e donne,
gridarono di voler scendere a terra.

—Cusqueia,—disse l'almirante all'interpetre,—fate
sapere a questi naturali che io concedo loro libertà
di ritornarsene al loro villaggio, ma ad un
patto: che essi vogliano scortare e mandar sicuri
di ogni rischio, fino al *bohio* di Guacanagari, il vecchio
Tolteomec e la sua figliuola. Sono anch'essi
Haitiani, e debbono trovare assistenza presso i loro
fratelli.—

I sei prigionieri di Martino Alonzo Pinzon udirono
da Cusqueia i patti che poneva il capo degli
uomini bianchi alla loro liberazione. E lieti promisero
che avrebbero fatto ogni cosa secondo il desiderio
dell'almirante. Uno di essi, per dar più forza
alla promessa, si levò una collana di nicchi marini
dal collo, e la consegnò all'almirante.

Quella era la cintura di Vampun. Che cosa intendessero
per Vampun i naturali di Haiti non è chiaro.
Forse era il nome d'un loro Dio? Forse significava
[pg!339]
amicizia? Certo, era un pegno d'alleanza, quella cintura,
e dinotava amicizia per la vita e per la morte.

Tolteomec e la sua bella figliuola furono calati
nel palischermo. Abarima, prima di scendere, volse
in giro i grandi occhi d'indaco, bagnati di lagrime.

—Addio, cara!—le disse Damiano.—Tu cerchi
qualcheduno. Ma che vuoi? I biondi hanno paura
del sole.—

Tolteomec baciò la mano a Cristoforo Colombo,
come aveva veduto fare per atto d'ossequio da alcuni
marinai.

—Il grande Spirito sia con te, gran capo degli
uomini bianchi;—gli disse.

—E con te, buon amico;—rispose l'almirante.—Dirai
a Guacanagari che io confido in lui, perchè
i miei uomini non abbiano a mancare di nulla,
nella fortezza del Natale.—

Abarima seguitava a piangere. L'almirante le fece
portare nel palischermo una collana di perle di vetro
a tre filze, e un pezzo di stoffa moresca dai vivaci
colori. Con quel donativo egli chetò la bella
selvaggia, che seguitò a piangere, ma incominciò
anche a sorridere. Così avviene anche al cielo,
quando finisce l'acquazzone e ritorna il sereno, che
il sole si mostra fra mezzo alle nuvole rotte e i
suoi raggi d'oro si rifrangono nelle ultime gocce di
pioggia.

Cosma era stato tutto quel tempo nascosto nel
suo rancio, sotto coperta. Damiano andò a lui, appena
vide il palischermo allontanarsi dal fianco
della nave.

—Ebbene?—domandò Cosma, levando gli occhi.

—Partita;—rispose Damiano.

—Ah, finalmente, respiro.

—Sì, respira, fortunato briccone! Ma ti ho dovuto
salvar io, da questa noia. Io, capisci? E se tu
[pg!340]
non mi fai erigere una statua, dirò che non sei capace
di gratitudine.—

Cosma balzò dal suo rancio, e gittò le braccia al
collo del suo amico Damiano.

—Tu salvi me da una seccatura che non avevo
meritata, ma che mi rendeva abbastanza ridicolo;—diss'egli
a Damiano.—Ma io ho salvato te da
una sciocchezza, che poteva costarti la vita.

—La vita!

—Sì, la vita. Che cosa ne sai tu che possa avvenire
di gente perduta tra i selvaggi, lontana dall'occhio
vigile ed accorto del signor almirante? Io
non ispero niente della fortezza del Natale, e di quei
trentanove uomini lasciati laggiù. C'è voluta tutta
a portarli fin qua, tanti rozzi, indisciplinati e prepotenti
marinai. Mi figuro quella parte di loro che
rimane, abbandonata a sè stessa, e a tutti i suoi
pessimi istinti!

—Profeta di sciagura!—esclamò Damiano.—Vuoi
tu dunque imitarmi?

—In che cosa?—disse Cosma, che lì per lì non
riusciva ad intenderlo.

—Eh sì, dolce amico!—rispose Damiano.—Me
ne hai fatte dire anche tu, delle sciocchezze! Povere
Sirene, che ho dovuto calunniare per farti servizio!
E nota che di queste Sirene se ne trovano
anche nei nostri mari, e non hanno la cattiva riputazione
che io ho fatta loro, nell'animo del mio
suocero fallito. Io stesso ne ho vedute due, nelle
acque di Corsica; e si chiamavano.... vitelli marini.—

[pg!341]


.. toc-entry:: XVIII. In fretta e in furia.

:small-caps:`Capitolo XVIII.`
=============================

In fretta e in furia.
---------------------


La *Nina* era uscita dal Rio di Grazia, salutata
dalle grida dei selvaggi, riconoscenti a Cristoforo
Colombo per la liberazione di quei loro compagni
che aveva catturati Martino Alonzo Pinzon. Seguitando
il suo viaggio lungo la costa, l'almirante vide
un bel promontorio, a cui, per ricordo della figliuola
di Tolteomec, impose il nome della Innamorata. Ma
il *cabo de l'Enamorada* non seppe conservare il
suo poetico nome; si chiama oggi assai volgarmente
il capo Cabron. Proseguendo il cammino, si
entrò in una vasta baia, le cui rive erano abitate
da una forte tribù, armata di lunghi archi, e spade
di legno di palma, dure, pesanti come il ferro, e
tanto affilate da poter tagliare il cuoio delle corazze,
e perfino la lamiera degli elmi, come se fossero
state d'acciaio. Quei selvaggi erano fieri ed intrepidi;
ma non diedero molestia agli uomini bianchi;
ai quali anzi vendettero due archi, che essi desideravano
portare come esemplari in Ispagna.

Cristoforo Colombo immaginò che fossero quelli i
Caribi, tanto temuti da Guacanagari. E ne domandò
a quei naturali; ma essi risposero che i Caribi erano
[pg!342]
in un'isola verso greco, chiamata per l'appunto da
loro. E soggiunsero (se pure gl'interpetri riferivano
giustamente le parole) che di rincontro all'isola dei
Caribi ne era un'altra, chiamata Mantinino, abitata
solamente da donne; le quali accoglievano una volta
all'anno i loro vicini, affinchè non si estinguesse la
stirpe. Tutti i fanciulli maschi nati da quelle nozze
si consegnavano ai padri; le figlie dimoravano con
le madri loro. Insomma, la storia delle Amazzoni
ripetuta di là dall'Oceano.

Che c'era egli di vero in quella chiacchiera? La
tribù dei Siguaiani, tra cui si trovava allora Cristoforo
Colombo, parlava un dialetto poco intelligibile
agli interpetri della forza di Cusqueia. Qualche frase
male intesa, tirata ad un senso nuovo dal desiderio
di vedere da per tutto confermati i racconti di Marco
Polo, poteva bene indurre Cristoforo Colombo nella
credenza di essere capitato in vicinanza delle due
isole che Marco Polo aveva descritte, collocandole
presso la costa orientale dell'Asia, abitate spartitamente
da donne e da uomini. Ed anche messer
Marco Polo, così veridico narratore di ciò ch'egli
aveva veduto, che cantonate non aveva prese, quando
si fidava ai racconti degli altri!

L'isola delle Amazzoni avrebbe dovuto tentare la
curiosità degli uomini bianchi. Ma la stanchezza
si era impadronita degli spiriti. Lo stesso Damiano,
richiesto dall'amico se gli sorridesse l'impresa, rispose
che oramai di donne del nuovo mondo ne
aveva fin sopra i capelli. Se questi li avesse avuti
biondi, chi sa?... Ma erano neri, ed egli faceva conto
di portarli alle donne di Scandinavia o d'altre terre
settentrionali, molto settentrionali d'Europa, dove sarebbero
stati apprezzati un po' meglio.

Anche l'almirante si era risoluto di dar volta. Dopo
un altro giorno di esplorazione in quel golfo, che egli
[pg!343]
chiamò delle Frecce, e dove accadde a sette dei suoi
uomini di far baruffa con una cinquantina di Siguaiani,
ferendone due, e mettendoli nel debito rispetto
verso gli uomini bianchi, Cristoforo Colombo pensò
che fosse venuto il tempo di ritornare in Europa. Un
bel vento gagliardo si era levato da ponente, e invitava
a far vela. E più che il vento lo persuadevano
parecchie altre ragioni: il cattivo stato delle sue caravelle,
la poca fedeltà della sua marinaresca, e la
slealtà di Martino Alonzo Pinzon, da cui non poteva
aspettarsi che il peggio.

—Mettiamo le fatte scoperte al sicuro dai colpi di
fortuna;—diss'egli.—Un'altra volta, e con migliori
auspicî, ritenteremo la prova.—

Fu un mercoledì, 16 gennaio del 1493, che l'almirante
lasciò il golfo delle Frecce, detto ora di Samana,
per navigare alla volta di Castiglia. Seguitando
il cammino con tempo buono, le due caravelle
corsero tanto, che il 10 di febbraio, al parere
dei piloti, dovevano ritrovarsi al mezzodì delle isole
Azzorre. Ma l'almirante, avendo osservato attentamente
nel ritorno i limiti estremi del mar di sargasso
che attentamente aveva osservati all'andata,
conchiuse che si fosse un quaranta leghe più indietro.
Ed egli ragionava dirittamente, come poi si
vedrà.

Il 12 di febbraio già speravano di veder terra da
un momento all'altro, quand'ecco il vento incominciò
a soffiare con violenza, e il mare a gonfiarsi.
Il giorno dopo, fu anche peggio; incominciò a balenare
da greco, e tosto si scatenò un temporale dei
più grossi che mai si fossero veduti. Quei deboli
navigli, sprovveduti di ponte, non erano troppo in
istato di resistere ai fortunali dell'Atlantico. Bisognò
per tutta la notte andare con le vele imbrogliate,
abbandonandosi alla discrezione del vento e
[pg!344]
del mare. Un po' di calma seguì nella mattina del
14; ma fu di breve durata. Un vento impetuoso si
era levato da ostro, durando tutto quel giorno e la
notte seguente. Le povere caravelle andavano palleggiate
sui flutti come gusci di noce, non avendo
più modo di sostenere quella furia degli elementi,
e rinunziando quasi del tutto a governare. Il buio
della notte non permettendo di vedere la *Pinta*,
l'almirante fece sospendere il fanale all'albero di
maestra, come per significare alla *Pinta* di imitarlo,
affinchè potessero le due navi andare di conserva.
Ma la *Pinta* aveva poco saldo il trinchetto, e non
potendo tener testa al vento, fu costretta a riceverlo
in fil di ruota, correndo verso tramontana, mentre
la *Nina* si sforzava di governare per greco. La *Pinta*
parve rispondere per qualche tempo al segnale dell'almirante;
ma il suo lume a grado a grado si allontanava;
nel cuor della notte era sparito del tutto.

Cristoforo Colombo aveva l'anima oppressa da funesti
presagi sul destino della *Pinta* e della stessa
sua nave. Alla punta del giorno, il mare gli offerse
un pauroso spettacolo. Non si vedevano tutto intorno
che cavalloni inferociti e ruggenti. Della caravella
di Martino Alonzo Pinzon non appariva più
traccia sull'orizzonte. La *Nina* spiegò alcune vele
per tenersi di prora al mare, e non andarne sommersa.
Si levò il sole, e con esso crebbero il vento
e le ondate; per tutto il corso di una terribile giornata
la *Nina*, non più in grado di resistere, fu trascinata,
sbalestrata per ogni dove dal furore dell'uragano.

Vedendosi perduti oramai d'ogni soccorso terrestre,
i marinai della *Nina* si volsero al cielo; ed
estrassero a sorte il nome di quello tra loro che
dovesse andare in pellegrinaggio per tutti alla Madonna
di Guadalupa, portandole un cero del peso
[pg!345]
di cinque libbre. La sorte designò lo stesso almirante.
Un altro pellegrino fu sortito per andare alla
Madonna di Loreto, e fu designato un marinaio, a
nome Pedro de Villa, a cui l'almirante promise di
rifar le spese del viaggio. Indi fu gittata la sorte
d'un terzo pellegrino, il quale andasse a vegliare
una notte a Santa Chiara di Moguer; e la sorte designò
un'altra volta l'almirante. Ma crescendo tuttavia
il fortunale, tutti quelli della caravella fecero
voto di andar scalzi e in camicia al santuario della
Vergine, nella prima terra a cui fossero approdati.
Il cielo non di meno si mostrava sordo ai lor voti;
la burrasca si faceva sempre più spaventosa, e non
fu alcuno che non si stimasse perduto. La mancanza
di zavorra rendeva più difficile la condizione della
nave, avendola alleggerita il consumo delle vettovaglie.
L'almirante immaginò di far riempir d'acqua
salsa le botti vuote; e questo fu di qualche aiuto,
operando in guisa che meglio si potesse sostentare
il naviglio, senza così grande pericolo di travolgersi.

Cristoforo Colombo si sarebbe rassegnato di buon
animo alla morte, che già tante altre volte s'era veduta
innanzi agli occhi, se fosse stata in rischio la
sua persona soltanto. Ma gli era di pena e di dolore
infinito il pensare che con la morte sua si perdeva
il frutto e la gloria di tante fatiche. E lo crucciava
ancora il vedersi attorniato da gente, che egli
aveva trascinata a forza in quella impresa, e che,
presa da terrore, malediceva il giorno in cui si era
imbarcata, e l'autorità di lui che l'aveva costretta a
proseguire il viaggio, quando tutti si erano ammutinati,
e potevano obbligarlo al ritorno.

Già, sopra una pergamena, egli aveva scritta una
concisa relazione del suo viaggio e delle sue scoperte,
indirizzando lo scritto al re e alla regina di
[pg!346]
Castiglia. Su quella pergamena, piegata e suggellata,
scrisse che chiunque la consegnasse alla sua
destinazione senza aprirla avrebbe dalle Loro Altezze
mille ducati di premio. Poi, ravvolto il plico
in una fascia di tela cerata, e chiusolo in un pane di
cera, pose l'involto in un barlozzo che gittò subito
in mare, lasciando i suoi marinai nella credenza
che egli sciogliesse in tal guisa un voto di religione.
E un'altra copia del memoriale, suggellata e custodita
nel medesimo modo, collocò sulla poppa del
naviglio, con la speranza che il barlozzo potesse
galleggiare, ed essere spinto a qualche spiaggia, nel
caso che la caravella andasse travolta negli abissi
del mare. Queste precauzioni calmarono alquanto il
suo spirito. E nuovo conforto gli arrecò il vedere
sull'alba il cielo meno fosco ad occidente: indizio
di vento che si sarebbe levato da quella parte. Infatti,
poco dopo incominciò a soffiare il ponente. Le
onde, per altro, erano sempre così alte e ribollenti,
che nella notte si potè camminare con poche vele
soltanto.

La mattina del 15, allo spuntar del giorno, Ruy
Garcia, un marinaio della Santogna, dall'alto dell'albero
di maestra dove stava in vedetta, gittò il
grido di terra. La gioia manifestata dall'equipaggio
nel rivedere l'antico Mondo, eguagliò quella che
esso aveva manifestata alla vista del nuovo.

Appariva la terra a greco levante, argomento di
subita controversia fra i piloti: uno di essi sostenendo
che quella era l'isola di Madera; un altro che
era la rocca di Cintra sulla costa del Portogallo; un
altro ancora qualche punto della costa di Spagna.
L'almirante, forte de' suoi computi e delle sue osservazioni,
giudicò essere una delle isole Azzorre.

Era infatti l'isola di Santa Maria, la più meridionale
di quel gruppo. Per due giorni, a cagione del
[pg!347]
vento contrario e del mare agitato, non fu possibile
l'approdo. La sera del 17 si stava per gittar
l'áncora, quando si spezzò il canape, e da capo fu
necessario avventurarsi in alto mare. Finalmente,
la mattina del 18, fu possibile alla *Nina* di ancorarsi
dalla parte settentrionale dell'isola.

Gli abitanti della Santa Maria si maravigliarono
molto di due cose: che quel fragile schifo avesse
potuto sostenere tanta furia di mare, e che un
Nuovo Mondo fosse stato scoperto. Del dire chi fossero
e donde tornassero, male incolse ai reduci
dalla memorabile impresa. Discesa a terra una parte
dell'equipaggio per sciogliere il suo voto ad un santuario
della Vergine, che si vedeva a mezza costa,
furono presi prigioni dal capitano dell'isola e catturato
il palischermo sul quale erano venuti a terra.
Quel capitano, certo Castaneda, avrebbe volentieri
pigliato anche Cristoforo Colombo, che era rimasto
a bordo con l'altra parte della sua gente, aspettando
che la prima squadra ritornasse. Furono molti, per
quattro giorni alla fila, i discorsi e le tergiversazioni
del signor capitano; il quale, finalmente, la
sera del 22 mandò una barca con due preti e un
notaio, che domandassero in nome suo di vedere
le carte di Cristoforo Colombo, assicurandolo esser
egli disposto a prestargli ogni servizio dipendente
da lui, purchè fosse davvero almirante dei reali di
Spagna.

Cristoforo Colombo intese esser quello un raggiro
del Castaneda, per dissimulare una ritirata e abbandonare
con un po' di decoro il contegno ostile
che aveva assunto prima. Represse allora il suo
sdegno; rispose ringraziando delle cortesi profferte,
e riconoscendo che la loro domanda, rispetto alla
commissione regale a lui affidata, era secondo l'uso
e la ragione del mare; perciò si fece a mostrare
[pg!348]
la lettera generale di raccomandazione dei Re Cattolici,
indirizzata a tutti i loro sudditi e agli altri
principi; e parimente la commissione che gli avevano
data di imprendere il suo viaggio di scoperta
oltre l'Atlantico. Il che veduto dai tre inviati, questi
se ne ritornarono a terra soddisfatti, e rimandarono
il palischermo, coi marinai sostenuti fin allora
in prigione.

L'almirante non vide altrimenti il Castaneda, nè
approfittò delle sue tarde profferte di servizi. Il 24
di febbraio, partì dall'inospite lido della Santa Maria,
facendo vela per levante. Ma non erano ancor
finite le peripezie del ritorno. Il 3 di marzo, la povera
*Nina* dovette sostenere un altro temporale,
donde riportò le vele squarciate. La furia del vento
e quella del mare erano tali, che l'equipaggio si
stimò un'altra volta in gravissimo pericolo. Un altro
voto fu fatto, di mandare un altro pellegrinaggio
al Santuario di Santa Maria della Centa,
presso di Huelva; e la sorte ancora una volta designò
l'almirante.

Nella orribile notte che seguì, fu veduta al chiarore
dei lampi la terra. Ma quella vista non fu salutata
con giubilo, temendo tutti che la caravella
non fosse sbalestrata contro gli scogli. Dov'erano
andati a parare? Se ne avvidero la mattina del 4
marzo, riconoscendo la rocca di Cintra e la foce del
Tago.

L'almirante diffidava delle disposizioni dei Portoghesi
verso di lui. Ma la burrasca, che sempre più
infuriava, non gli dava modo di scegliere un altro
rifugio. Entrò nel Tago, andando a gettar l'áncora
dirimpetto a Rastello, bene accolto dagli abitanti,
che tutta la mattina avevano osservata da lungi la povera
caravella in continuo pericolo.

Un corriere fu subito spedito dall'almirante ai
[pg!349]
reali di Castiglia, per dar nuova del suo ritorno e
delle fatte scoperte. Un'altra lettera al re di Portogallo,
che si trovava allora a Val Paraiso, chiedeva
licenza di avanzare la sua nave fino a Lisbona,
dove sarebbe stata maggiormente al sicuro. Per
dissipare intanto ogni dubbio nella mente del re,
Cristoforo Colombo soggiungeva di non essere stato
sulle coste di Guinea, nè in nessun'altra delle colonie
portoghesi, ma di essere venuto dalla estremità
orientale delle Indie.

Innanzi di muovere per Lisbona, l'almirante del
mar Oceano ricevette la visita solenne di don Alvaro
di Acuna, capitano della nave grossa che stava
a guardia del porto di Rastello. Seguirono le visite
d'una moltitudine di barche e di burchielli, con
gente venuta perfin da Lisbona, dove la notizia del
maraviglioso viaggio era corsa. Uomini d'alto affare,
grandi ufficiali della corona, gentiluomini, ed
ogni sorte di curiosi, tutti si affollavano intorno
alla caravella che ritornava dalla scoperta di un
Mondo; nè fu poca la tristezza di coloro che vedevano
assicurata quella strepitosa conquista alla
Spagna, mentre il Portogallo era stato il primo a
cui Cristoforo Colombo aveva offerto di tentare l'impresa.
Ma tardi si pente chi ultimo arriva.

Don Martino di Norogna, gentiluomo della Corte
portoghese, giunse il giorno 8 con una lettera del
re Giovanni, che invitava il fortunato scopritore
alla sua residenza. Partì Cristoforo Colombo quella
medesima sera; giunse a Val Paraiso, ricevuto da
una grande cavalcata, ed ebbe dal re accoglienze
cortesi. Non mancarono per altro le allusioni ai diritti
del Portogallo, che potevano essere stati offesi
da quel viaggio di scoperta, e l'almirante dovette
penar molto a persuadere il re Giovanni e i suoi
consiglieri che le conquiste portoghesi non erano
[pg!350]
punto in questione. Quelle, del resto, erano faccende
da potersi trattare direttamente fra la Corte di Portogallo
e la Corte di Spagna.

Dopo parecchi giorni di dimora a Val Paraiso,
ebbe Cristoforo Colombo licenza di ritornarsene alla
sua caravella. E giunto a bordo, come Dio volle, il
mercoledì 13 marzo, a due ore di giorno, fece vela
per andare alla Corte di Spagna. Il venerdì seguente,
sull'ora del meriggio, girava la punta dell'isoletta
di Saltes, donde, addentrandosi nel fiume, venne a
dar fondo nel piccolo porto di Palos.

Da quel porto era egli uscito il 3 di agosto dell'anno
antecedente 1492, cioè sette mesi e undici
giorni prima.

Quivi fu ricevuto da tutto il popolo in processione,
e con una festa, con un giubilo così alto e chiassoso,
che parve piuttosto un delirio.

La prima visita dell'almirante e dei suoi marinai
fu alla chiesa principale della città. Il grande navigatore
passò per le vie in mezzo ad una calca acclamante
e plaudente; quella stessa calca che lo
aveva maledetto un anno prima, come un avventuriere,
per il cui pazzo orgoglio erano condannati a
morte sicura tanti valorosi marinai di Castiglia.

Cristoforo Colombo non pensò neanche alle contrarietà,
agli ostacoli, alle esecrazioni dell'anno antecedente.
Pensò piuttosto al giorno in cui, oscuro
e povero, col suo figliuoletto Diego per mano, era
giunto a Palos, e di là, non trovandoci modo di
vivere, si era avviato per l'erta della collina sovrastante,
fino al convento dei francescani di Santa
Maria della Rabida. Lassù aveva egli trovato il
sorso d'acqua e il tozzo di pane, da cui era dipesa
la sua vita, e la scoperta di un mondo.

Ma mentre egli pensava con gratitudine alla Rabida,
don Juan Perez di Marcena scendeva dal
[pg!351]
colle ad incontrare l'amico. E con lui veniva il medico
don Francisco Garcia.

L'incontro dei tre amici fu commovente. Corsero
abbracci e baci senza fine; ed anche si piansero
molte di quelle buone lacrime, che provano all'uomo
la bontà sua, e perfino la bontà della esistenza; almeno
in qualche momento solenne.

Echeggiava ancora la piccola città di Palos delle
acclamazioni al grande almirante del mare Oceano,
quando nel suo porto entrava un'altra caravella, la
*Pinta*. Nessuno badava alla nuova arrivata; nessuno,
del resto, poteva badarci, poichè le calate
erano deserte, e sulle navi ormeggiate nel porto
non apparivano marinai.

Un palischermo si staccò dalla *Pinta*, venendo
alla calata, e ne smontò il comandante della caravella,
Martino Alonzo Pinzon, molto maravigliato
di quel silenzio, di quella solitudine. Solo un pescatore,
un povero storpio, stava seduto là presso, con
le gambe penzoloni sull'orlo della calata, in atto di
innescare la sua lenza.

—Che cos'è, Sancio?—gli chiese il Pinzon, riconoscendolo.—Son
tutti morti, a Palos?

—Al contrario, più vivi e più allegri che mai;—rispose
il pescatore.—Ma sono tutti fuori; hanno
accompagnato il grand'uomo sulla collina, al santuario
della Rabida.

—Il grand'uomo!—esclamò Martino Alonzo
Pinzon.—Chi è questo grand'uomo?

—L'almirante, don Cristoval Colon, che ha scoperte
le nuove isole. Non lo sapete? Non eravate con lui?

—Sì, sì;—borbottò il Pinzon.—Ma quando è
egli arrivato?

—Questa mattina. E si è fatta una gran festa, in
paese. Ma dove eravate voi, Martino Alonzo? rimasto
indietro, non è vero?

[pg!352]

—Sì, rimasto indietro;—replicò il Pinzon;—quantunque
io per il primo abbia toccata la costa
di Spagna. Ma io ho avuto la disgrazia d'essere
spinto dal fortunale nel golfo di Biscaglia. Perciò
arrivo tardi.... e chi tardi arriva, male alloggia, a
quel che vedo.

—Beato voi che per alloggiare avete una bella
casa, Martino Alonzo;—disse il pescatore.—Ma
voi andrete ora incontro al signor almirante, m'immagino.
Egli sarà ben contento di vedervi.

—Non andrò;—rispose il Pinzon.—Ci sarà
tempo domattina. E tu bada, Sancio, non dire di
avermi veduto. Voglio andarmene a riposare nella
mia bella casa, amico Sancio; nella mia bella casa,
dove non isperavo di dormire.

—Eh, certo! dopo tanti mesi di fatiche, il vostro
letto vi piacerà. Ma sarete l'unico a dormire, questa
notte; tanta è l'allegrezza del nostro paese.

—Dove io sono accolto come un cane;—brontolò
Martino Alonzo.—E come un cane me ne andrò
ora alla cuccia. Ti ripeto, non dire a nessuno
di avermi veduto; altrimenti....—

E accentuò la sospensione della frase con un gesto
di minaccia.

—Non dubitate, Martino Alonzo;—rispose lo
storpio.—Sarete obbedito.—

Il comandante della *Pinta* si allontanò dalla calata,
andando verso la casa sua, dove non era
aspettato. E giunse nella sua casa senza avere incontrato
nessuno per via; e nella sua casa si chiuse,
col suo mal talento nell'anima.

Che cos'era avvenuto, per renderlo tanto scontroso
quel giorno? Sicuramente, era triste il giungere
a quel modo in patria, non veduto, non salutato
da alcuno. Ma questo era un caso naturalissimo,
di cui Sancio gli aveva data la spiegazione.
[pg!353]
Ed anche si capiva che nell'animo di Martino Alonzo
Pinzon ci fosse molta amarezza, per la disgrazia
d'esser giunto troppo tardi, e di non avere avuta
la sua giusta parte nelle accoglienze di Palos ai
suoi marinai reduci dalla spedizione portentosa dell'Atlantico.
Ma era questa una buona ragione perchè
Martino Alonzo Pinzon corresse a nascondersi
in casa?

Diciamo subito, senza tenere i lettori alla corda,
quali fossero le ragioni della tristezza e della rabbia
di Martino Alonzo Pinzon. La sua caravella, separata
dalla capitana per la violenza dell'uragano,
era stata spinta in un'altra direzione, verso il golfo
di Biscaglia, ove, non senza stento, aveva approdato
a Baiona. Ignorando se Cristoforo Colombo
fosse sfuggito a quella fortuna di mare, impaziente
di precorrerla ad ogni costo, preoccupando a suo
favore il giudizio della corte e del popolo di Castiglia,
Martino Alonzo aveva scritto subito al re e
alla regina, informandoli delle fatte scoperte. Ma
il linguaggio suo, in quella lettera, non era di un
ufficiale subalterno, che riferisse al suo comandante
la gloria dell'impresa; era quello di un millantatore,
che volesse attribuirne a sè tutto il merito. Di Cristoforo
Colombo egli non faceva parola; forse aspettando
dal tempo la certezza di un naufragio che gli
pareva molta probabile, si disponeva a non parlare
che di sè, dimenticando il comandante supremo. E
frattanto, chiudeva la sua lettera domandando licenza
di recarsi alla Corte, per esporre alle Loro
Altezze la peripezie del suo viaggio e l'ordine e la
importanza delle scoperte, che aveva fatte di là dall'Oceano.
Il tempo, frattanto, si era abbastanza rabbonito;
e Martino Alonzo Pinzon aveva spiegate
nuovamente le vele, per muovere verso la spiaggia
di Palos, dove si faceva sicuro di essere accolto in
[pg!354]
trionfo. Quanto alla nave capitana, egli avrebbe potuto
assicurarsi in quel tragitto di ciò che poteva
esserne avvenuto. Se egli non ne aveva notizia da
Baiona a Palos, certamente la *Nina* si era inabissata;
l'Oceano aveva sepolta per sempre la gloria
del navigatore straniero; e trionfava due volte il
Pinzon.

Martino Alonzo aveva fatti male i suoi conti. La
*Nina*, non che perdersi, era giunta prima di lui; e
quella tal lettera ch'egli si era affrettato a mandare
da Baiona ai reali di Castiglia, correva rischio di
essere interpetrata e giudicata molto severamente,
così per le millanterie del suo autore, come per il
silenzio serbato intorno al comandante della spedizione,
al vero scopritore delle nuove terre di là dall'Atlantico.
E con tante orgogliose speranze nel cuore
si era egli appressato all'isolotto di Saltes! Con
tanta baldanzosa fiducia aveva rimontato il corso
del suo fiume natale! Povero orgoglio! povera baldanza!
Finivano ambedue nella vergogna; e in una
vergogna tanto più grande, in quanto che essa gli
capitava nella sua patria, in quel porto di Palos,
dove fino allora egli era stato riverito come il primo
fra i primi navigatori di Castiglia.

E come fu grande la vergogna, così fu grande il
rimorso. Martino Alonzo pensò all'arroganza, alla
insofferenza d'ogni freno e d'ogni autorità, di cui
aveva fatto prova in tante occasioni, durante il
viaggio; ed anche all'atto di vera disobbedienza a
cui si era lasciato trascorrere, abbandonando il suo
almirante nelle acque di Cuba, così rendendo impossibile
al grande navigatore di proseguire le sue
scoperte. Ricordando queste cose, era naturale che
non osasse mostrarsi per le vie, fino a tanto che
l'almirante era ospite di Palos. Aspettò dunque che
fossero finite le feste, e che Cristoforo Colombo fosse
[pg!355]
partito di là. Il fatto seguì assai prima che egli non
isperasse. L'almirante aveva mandato un corriere
alla Corte, che si ritrovava di quei giorni a Barcellona;
il giorno seguente, disceso dal convento della
Rabida, dove aveva passata la notte, Cristoforo Colombo
si avviò, per via di terra, alla volta di Barcellona.

E allora anche Martino Alonzo Pinzon uscì dal
suo nascondiglio. Un buon pretesto per quel suo
rimanersi sotto la tenda, lo aveva; e se anche
non fosse stato buono, egli non doveva render
conto degli atti suoi a nessuno. Era giunto tardi,
perchè il temporale lo aveva mandato a parare in
Biscaglia; giunto tardi, non aveva voluto disturbare
le feste fatte al suo comandante; era stanco morto;
più che esser portato in trionfo gli premeva di riposarsi
qualche ora. Si era riposato, era uscito;
qual colpa era la sua, se non aveva veduto l'almirante?
Per tanti mesi di seguito si erano veduti
ogni giorno. E anch'egli, uno di quei giorni, si
sarebbe messo in viaggio per raggiungerlo a Barcellona.
Intanto, egli approfittava di quel riposo a Palos,
per mettere in sesto le cose sue, che ne avevano
bisogno. Questa era la gloria vera del lavoratore;
lavorar sempre, o in una cosa o nell'altra, senza un
giorno di tregua.

Con questi ragionamenti, fatti a pezzi e bocconi,
quando l'occasione si offriva, Martino Alonzo Pinzon
credette di giustificare la sua dimora prolungata
a Palos. Ma intanto ch'egli si consumava di
rimorsi e di rabbia, gli giungeva una lettera dalla
Corte. I sovrani non tenevano verun conto delle
sue millanterie; lo rimproveravano in quella vece
della sua disobbedienza all'almirante, e finivano
dispensandolo da una visita che sarebbe stata penosa
per tutti.

[pg!356]

Martino Alonzo Pinzon non rèsse a quel colpo.
Già poco ci voleva per abbattere quella rovina
d'uomo. Vittima dell'invidia sua, dei rimorsi, della
vergogna ond'era stato oppresso così duramente, il
comandante della *Pinta* in capo a pochi giorni fu
trovato morto nel suo letto. Gli stenti del fortunoso
viaggio, un vizio del cuore, un insulto apoplettico,
diedero ragione sufficiente di quella morte improvvisa.

La storia non sarà disumana con Martino Alonzo
Pinzon. Essa, obbligata ad essere la più umana di
tutte le scienze, poichè ha per sua materia gli uomini
e le opere loro, ha certamente il diritto di ridurre
a più giusta misura gli eroi, fabbricati o ingranditi
da vecchi narratori sulla traccia dei grandi
eventi a cui ritrovarono il loro nome associato. Ma
essa può e deve essere compassionevole, senza tralasciare
di esser giusta, con quei modesti cooperatori
delle grandi imprese, i quali ebbero il torto di
voler parere più alti del vero. Quanti eroi della leggenda,
ed abbastanza rispettati dalla critica, non
si mostrano da meno di quel povero Martino Alonzo
Pinzon! Intrepido marinaio, ma di poca coltura, in
un tempo che ai suoi pari non se ne richiedeva
nessuna, egli cedette in un cattivo momento ai demoni
della superbia e della cupidigia. In lui erano
potentissimi gl'istinti, e non dominati dalla ragione.
Ma la storia non dimenticherà che Martino Alonzo
Pinzon, in un felice momento, udì le voci del suo
buon genio, che lo chiamava ad una nobile impresa,
avversata dagli invidiosi, non approvata dai dotti.
Fu egli il primo marinaio di Spagna che si persuase
della verità e della grandezza delle idee di Cristoforo
Colombo. Se egli non era, il povero Martino
Alonzo, se egli non si persuadeva, se egli non dava
l'esempio di avventurare la sua vita col navigatore
[pg!357]
Genovese, nessun marinaio di Palos, di Huelva, di
Moguer, avrebbe osato prendere il mare per quella
nobile impresa, ed ogni ordinanza reale sarebbe rimasta
lettera morta. Quell'atto redime molti falli, e
può farne dimenticare molti altri. E noi deponiamo
un fiore sulla tomba del povero Martino Alonzo
Pinzon.

[pg!358]


.. toc-entry:: XIX. Il commiato.

:small-caps:`Capitolo XIX.`
===========================

Il commiato.
------------


Cristoforo Colombo avrebbe voluto recarsi a Barcellona
con la sua caravella. E sarebbe stato, agli
occhi della Corte di Spagna, un bel contrasto fra
la importanza della scoperta e la povertà dei mezzi
con cui la scoperta era stata fatta da lui. Ma la povera
*Nina* imbarcava acqua da tutte le commessure,
e bisognò rinunziare al disegno. L'almirante
si recò dunque per terra a Siviglia, per aspettare
colà gli ordini del re Ferdinando e della regina Isabella.

A Siviglia lo accompagnarono sette dei dieci naturali
che egli aveva condotti da Guanahani e da
Cuba. Uno era morto in viaggio; due erano infermi,
e furono lasciati a Palos, affidati alle cure amorevoli
di don Francisco Garcia. Ma l'almirante volle
con sè tutti i suoi ufficiali e tutti i marinai che avevano
partecipato ai rischi e alla gloria dell'impresa,
così quelli della *Pinta* e della distrutta *Santa Maria*,
come quelli della *Nina*, diventata la nave capitana.

Dei marinai che lo seguivano, due mutarono spoglie,
appena giunti a Siviglia. Erano i due genovesi,
Cosma e Damiano, che apparvero alla presenza del
[pg!359]
signor almirante in veste da gentiluomini. La cosa
non doveva parer strana a nessuno. Tutta la marinaresca
sapeva da un pezzo che quei due erano
marinai per celia; sebbene, lavorando e faticando
come gli altri, non avessero fatto niente per celia.

L'almirante era da pochi giorni nella capitale dell'Andalusia,
quando ricevette la lettera dei sovrani,
che lo pregavano di dare immediatamente, a Siviglia,
o dove gli piacesse meglio, gli ordini necessari
ad affrettare la sua partenza per un nuovo
viaggio, informandoli a volta di corriere di ciò che
avessero a fare dal canto loro, per agevolare gli
apparecchi. S'intende che lo invitarono anche a recarsi
alla Corte, in Barcellona; ma questo era il
meno. E certamente a Cristoforo Colombo doveva
piacere, assai più del cortese invito, la fretta con
cui Ferdinando e Isabella miravano ad assicurarsi
la conquista di un nuovo impero di là dall'Atlantico;
una conquista che per tanti anni si erano peritati
d'intraprendere.

Il ricapito della lettera regia era questo: «A Don
Cristoval Colon, nostro almirante sul mare Oceano,
vicerè e governatore delle isole scoperte nelle Indie».
Anche questi titoli, come erano stati lesinati,
un anno addietro! Per la insistenza di Cristoforo Colombo
a domandarli, era pericolata all'ultimo momento
la spedizione. Tempi mutati! Ma il marinaio
genovese non serbava rancori nell'anima, e ad altro
non pensò che ad eseguire i comandi delle Loro
Altezze, inviando a volta di corriere, come chiedevano,
una minuta descrizione delle navi, degli uomini
e delle munizioni necessarie al suo secondo
viaggio.

Dopo di che, si pose in cammino per andare a
Barcellona. La via non era lunga; ma dovevano
renderla lunghissima le numerose fermate, di cui
[pg!360]
egli non poteva passarsi, essendo costretto a traversare
molte delle più belle e popolose città della
Spagna.

Il suo viaggio parve la marcia trionfale di un
conquistatore. Ovunque egli passava vedeva affollarsi
la gente dei luoghi circonvicini, che fiancheggiava
le strade maestre ed ingombrava borghi e
villaggi. Nelle grandi città, le vie, le finestre, i terrazzini,
i tetti, brulicavano di spettatori curiosi che
facevano suonar l'aria dei più lieti clamori. Ad ogni
tratto era fermato dalla calca, che voleva veder lui
da vicino, per imprimersi bene i suoi lineamenti
negli occhi. Con molta maraviglia erano anche osservati
gl'Indiani, che veramente erano facce dell'altro
mondo, e parevano piovuti in terra da qualche
pianeta.

Così trattenuto ad ogni punto, obbligato a passare
un giorno nei luoghi più importanti, a passare
almeno qualche ora nei luoghi più piccoli, affinchè
fosse appagata la curiosità di tutti, l'almirante non
giunse a Barcellona che il 14 di aprile. Colà tutti
gli apparecchi erano fatti per accoglierlo con solennità
e magnificenza. Ad una certa distanza dalla
città, gli mosse incontro una splendida cavalcata di
gentiluomini, con gran moltitudine di popolo, per
fargli onoranza.

Il suo ingresso nella nobile capitale della Catalogna
fu paragonato al trionfo che solevano concedere
gli antichi Romani ai loro consoli vittoriosi.
Andavano primi gli Indiani dipinti d'ocra a vari colori,
secondo la foggia del loro paese, adorni di armille
alle braccia, di piastrelle e di cerchietti d'oro
alle nari. Dopo di questi, che camminavano portando
i loro archi, le loro frecce e le loro zagaglie,
venivano i marinai, portatori dei pappagalli vivi,
dalle molte varietà e dai più lieti colori, delle piante
[pg!361]
rare, e sopratutto dell'oro in polvere, o in masse
più o meno vistose. Giungeva ultimo l'almirante a
cavallo, accompagnato dai suoi ufficiali, e seguito
da quella splendida cavalcata di gentiluomini, che
era venuta ad incontrarlo.

La calca era così fitta, che spesso era impossibile
di farsi largo per via. Le dame sventolavano
i fazzoletti dalle finestre e dai terrazzini; dai tetti al
basso della strada era un agitarsi di teste, un levarsi
di grida festose. Sembrava che il popolo non
potesse saziarsi di contemplare i trofei di un Nuovo
Mondo, e l'uomo maraviglioso che aveva saputo
indovinarlo, che aveva potuto scoprirlo.

Per accoglierlo con maggior pompa, Ferdinando
e Isabella avevano ordinato che il loro trono fosse
incalzato in una gran loggia aperta, accessibile al
maggior numero di persone, sotto un ricco baldacchino
di broccato d'oro. Ivi il re e la regina attendevano
l'arrivo dell'eroe; vicino ad essi stava il
principe Giovanni; tutto intorno gli uffiziali della
corona e la prima nobiltà di Castiglia, di Valenza,
di Catalogna e d'Aragona.

Cristoforo Colombo entrò nella sala, accompagnato
dai suoi ufficiali, in mezzo ai quali si distingueva
egli per l'alta statura, la nobiltà del portamento
e il raggio di viva allegrezza che gli sfavillava
dagli occhi. Superbo non era, in quell'ora; e
avrebbe potuto esserlo, vedendosi davanti la più
parte di coloro che più fieramente avevano avversati
i suoi disegni, negata la sua dottrina, disprezzata
la sua persona e calunniate le sue intenzioni!
Non era superbo; ma poteva farlo apparir tale la
solennità del momento, e quel suo ritorno di trionfatore,
da una impresa che era seguita punto per
punto quale egli l'aveva immaginata e proposta.

Del resto, il legittimo orgoglio che poteva dipingersi
[pg!362]
nel suo viso radiante d'allegrezza, era ancora
un giusto omaggio a coloro che in lui avevano creduto,
a coloro che lo avevano consolato e confortato
nei più tristi momenti della sua vita, nei giorni
troppo lunghi e troppo frequenti delle sue amarezze.
Certo, non vedeva di mal occhio quell'aria di onesta
alterezza la regina Isabella, che tanto si era
adoperata per appagare i voti del navigatore Genovese;
di quella alterezza doveva compiacersi, come
di propria vittoria, quella nobile dama che stava in
piedi accanto allo scanno della regina, la marchesa
di Moya, Beatrice di Bovadilla.

Qual turbamento, e come dolce, in quel cuore di
donna! Ci sono le gioie che opprimono, tanto sono
violente; pure, chi vorrebbe rinunziarci? A buon
conto, non voleva rinunziarci la nobile signora, che
aveva aspettato quel giorno e quel turbamento profondo,
come il premio di tutte le sue fatiche, come
il compenso di tutte le sue ansietà, di tutti i suoi
terrori, di tutti i suoi scoramenti.

Comprimendo a stento i battiti del suo cuore, Beatrice
di Bovadilla guardava davanti a sè. Non aveva
da muoversi, non aveva da voltare la faccia; l'argomento
di tutte le sue cure doveva giunger là, in
quel breve spazio, rimasto vuoto per lui. E quell'uomo
era giunto, quello spazio era finalmente ripieno,
della persona, della luce, della gloria di lui.
In mezzo a quella gran folla di dame e di cavalieri,
nessuno badava a lei, in quel punto; neanche
don Francisco di Bovadilla, il suo scontroso e sdegnoso
fratello; neanche don Fernando Talavera, il
burbanzoso ed ignorante vescovo di Granata; neanche
don Giovanni Cabrera, marchese di Moya, suo
signore e padrone. Tutti gli sguardi, come tutti i
pensieri, erano rivolti al trionfatore; la curiosità, la
commozione, e tutti gli ardori che può comunicare
[pg!363]
in certi momenti una moltitudine giubilante al cuor
più ribelle, usurpavano il campo ad ogni altro sentimento.
I vigilatori sospettosi di Beatrice Bovadilla,
perfino i suoi molestissimi innamorati, le davano
tregua per quell'ora di animazione straordinaria,
di commozione solenne. Ella era dimenticata,
come perduta, in quella folla che aspettava un uomo,
che lo sentiva avvicinare, che lo vedeva presente.
Qual gioia, poterlo guardare liberamente anche lei!
poter cercare con avida cura su quel volto la traccia
dei pericoli corsi, degli stenti patiti, e in quegli
occhi la visione dei grandi segreti strappati all'Oceano!
Perchè egli era partito con tre navi, ed era
ritornato con una, con la minore delle tre, portando
sovr'essa la sua fortuna, la sua gloria. Egli trionfava,
finalmente; ma era anche un po' lei la vincitrice
di quella guerra, e sentiva di trionfare
con lui.

Nessuno guardava Beatrice di Bovadilla, di tanti
gentiluomini che si affollavano intorno ai gradini
del trono. Ma quell'uomo, su cui si fissavano gli
occhi di tutti, dove volgeva egli i suoi? Si era avanzato
fino ai gradini del trono; il re e la regina si
erano alzati per riceverlo; ed egli, prendendo rispettosamente
le destre di Ferdinando e d'Isabella, si
era inginocchiato per baciar quelle destre. Lo avevano
amorevolmente rialzato, pregandolo di voler
sedere davanti a loro, sopra uno scanno che due
valletti si erano affrettati a mettere innanzi. Ma
egli, prima di sedere, aveva fatto il gesto di chi
vuol guardare intorno, come per raccapezzarsi, in
una compagnia che veda la prima volta. Pure, non
aveva girato molto con gli occhi; il suo sguardo
era andato diritto al fianco della regina, si era incontrato
nello sguardo di Beatrice Bovadilla, e sul
volto di lui era corsa una vampa. Ah, bene facevano
[pg!364]
tutti, non guardando che lui; meglio aveva
fatto egli, non cercando altro sguardo che quello
di lei.

—Don Cristoval, nostro amico, voi state bene?
Vi siete rimesso di tante fatiche?—diceva la regina
Isabella.—Abbiamo palpitato di profonda ansietà,
leggendo nella vostra lettera il racconto di
ciò che avete sofferto nel ritorno dal vostro maraviglioso
viaggio. Ma ora siete con noi, e ci sentiamo
più tranquilli. Vorrete voi raccontarci di tutte
le grandi cose che avete operate?

—Con l'aiuto di Dio e sotto il padronato delle
Vostre Altezze,—rispose Cristoforo Colombo,—l'impresa
non poteva sortire un esito migliora. Umile
istrumento della provvidenza celeste, io la ringrazio
ogni giorno di avere inspirato ai Sovrani di Castiglia
tanta benevolenza per me.—

Benevolenza un po' tarda, non è vero? e sopra
tutto, ben misera negli effetti! Ma il navigatore Genovese
era sincero, ringraziando i reali di Castiglia
di quanto avevano fatto per lui. Chi pensa alle
difficoltà, agli indugi, ai contrasti, quando l'impresa
è compiuta e il trionfo l'ha coronata?

Cristoforo Colombo, per obbedire al desiderio
della regina, incominciò a raccontare il suo viaggio.
Era facondo, come sappiamo, ed anche spesso
eloquente, di una eloquenza che toccava in certi
punti il sublime, nella sua stessa semplicità. Quella
volta, poi, doveva riuscire più eloquente d'Iperide,
usando a più nobile fine un famoso argomento dell'oratore
ateniese. Egli, infatti, poteva presentare i
documenti della sua gloria, in quelle sette creature
umane, tanto diverse da ogni specie conosciuta, alle
quali, oltre il rosso colore della pelle, dava tant'aria
di novità lo strano costume di tingersi il corpo, segnandolo
di svariate figure, e quell'altro, non meno
[pg!365]
strano, di portare al sommo della nuca quei ciuffi
di penne dai vivaci colori.

E non era men bello vedere quei selvaggi sgranar
tanto d'occhi, per contemplare quella società
europea, tutta coperta di seta, di broccato e di trine.
I cortigiani di Castiglia godevano, senza darsene
ragione, di quel naturale contrasto fra due razze,
una delle quali, ignota fino a quei giorni, e padrona
di sè, doveva cadere in servitù dell'altra, e a mala
pena conosciuta, e a mala pena assoggettata, sparire
dalla faccia della terra. Poveri selvaggi del
Nuovo Mondo! Ignorando la loro sorte, contemplavano
attoniti la grandezza, la maestà dei reali di
Spagna, offrendo loro nei canestri di vimini, intessuti
con la loro arte bambina, la polvere d'oro che
doveva destare tante cupidigie, ed esser cagione di
tanti delitti all'uomo civile.

Della attenzione con cui tutta la Corte era stata
ad udire il racconto, non occorre parlare. Erano
così nuove le cose che diceva l'almirante del mare
Oceano; e ciò che tutti vedevano riusciva a così
vivo commento delle parole sue, che due ore trascorsero
senza che alcuno di tanti ascoltatori se ne
fosse avveduto. Pure, egli non aveva raccontato
che sommariamente. Ma tutti si ripromettevano di
udirlo ancora, e di avere da lui in tutti i più minuti
particolari ciò che per sommi capi era stato
esposto, quasi a sfiorare il tema, ad acquetare la
prima sete, ma senza spegnerla ancora.

Com'ebbe finito di raccontare, Cristoforo Colombo
presentò ad uno ad uno i suoi compagni di viaggio.
Isabella e Ferdinando ebbero una cortese parola
per tutti.

Quando venne la volta dei due amici, che sappiamo,
Cristoforo Colombo non potè dire, naturalmente,
che due nomi di battesimo, e per giunta non
i veri ed autentici.

[pg!366]

—Cosma e Damiano,—diss'egli,—miei concittadini;
due nobili genovesi, che hanno voluto venire
con me, nell'umil veste di semplici marinai.—

Ferdinando salutò graziosamente con un cenno
del capo e con un sorriso i due marinai gentiluomini.

—Nobili uomini,—rispose egli,—e più nobili
cuori! Qui troveranno in buon punto due loro illustri
concittadini, a noi inviati per ambasciatori
della eccelsa Repubblica di Genova. Signori,—soggiunse,
volgendosi a due gravi personaggi che erano
sulla sua destra,—vogliate riconoscere ad abbracciare
i vostri concittadini, che si son fatti compagni
di fatiche, di pericoli e di gloria del nostro
grande almirante e vicerè, don Cristoval Colon.—

I due personaggi uscirono dalle prime file. Erano
essi messer Francesco Marchesio, legista, e Giovanni
Antonio Grimaldo, ambasciatori mandati da
Genova alla Corte di Castiglia, per negoziare un
trattato di pace e di alleanza fra i due Governi.

Il Grimaldo riconobbe Cosma alla bella prima, e
già aveva incominciato a dirgli:

—Siete voi, messer Gia....—

Ma un'occhiata di Cosma gli mozzò in bocca il
nome che egli stava per proferire.

—Siamo Cosma e Damiano, qui;—soggiunse
Cosma, a guisa di commento, e parlando il vernacolo
di casa;—due amici, due fratelli, come i santi
di cui abbiamo assunti i nomi. Le nostre famiglie
non sono d'accordo laggiù; ma voi non vi maravigliate,
messer Giovanni Antonio, se noi due ci ritroviamo
amicissimi qui. Siamo fuori di casa; e fuori
di casa possiamo anche incontrarci volentieri con
gli ambasciatori del doge Adorno.

—Una bella gloria per voi, messeri, di aver partecipato
a questo miracoloso viaggio!—disse Francesco
[pg!367]
Marchesio, cercando di sviare il discorso
dalle cose di Stato.

—E per il nostro insigne concittadino Colombo
d'averlo ideato e compiuto;—aggiunse Damiano.—Vedete
intanto, messeri? Gli hanno già smozzicato
il cognome. E questo mi pare il primo rimprovero
alle nostre discordie, le quali non hanno consentita
la gloria di scoprire il Nuovo Mondo ai figli di quei
Genovesi che avevano pure scoperte le isole Canarie,
quelle degli Astori, del Legname e del Capo Verde.

—Di chi la colpa?—mormorò Giovanni Antonio
Grimaldo.

—Non vostra, messere, nè del vostro onorando
compagno; nè la nostra, a buon conto;—replicò
Damiano.—Ad un per uno, siamo tutti innocenti;
ma posti a mazzo....

—È vero; non dite di più!—interruppe il Grimaldo.—Ma
qui, fuori di casa, tutti amici, non è
vero messer Bar....

—Damiano, per ora, e felicissimo al pari di Cosma,
di aver salutati due valentuomini della nostra
cara Genova.—

Le presentazioni erano finite, e il re Ferdinando
aveva fatto un cenno. A quel cenno risposero dall'alto
i gravi accordi di un organo. La regina, il re,
le dame e i gentiluomini della Corte s'inginocchiarono.
I cantori della cappella reale intuonarono il
*Tedeum*, e ad essi fecero eco le voci di tutta quella
gente adunata. Il maraviglioso inno Ambrosiano,
vera elevazione delle anime a Dio creatore, a Dio
consolatore, a Dio datore d'ogni bene, non fu mai
cantato con tanta pienezza di gratitudine, con tanta
commozione di cuore. Le lagrime corsero più volte
agli occhi della regina; di lagrime, per tutto il tempo
che durò la modulata preghiera, si mostrarono rigate
le guance del navigatore Genovese.

[pg!368]

Finito il canto si levarono tutti, e incominciò la
sfilata. Accompagnati dal vicerè delle isole scoperte,
dal grande almirante del mare Oceano, Ferdinando
ed Isabella si avviarono al palazzo reale, in mezzo
ad una moltitudine acclamante.

In più ristretti colloqui il grand'uomo raccontò
partitamente ai reali di Castiglia la fatte scoperte.
E allora gli toccò di ricevere le congratulazioni, le
lodi, le strette di mano di tutti i più eminenti personaggi.
Molto egli gradì l'abbraccio di don Pedro
di Mendoza, cardinale e primate di Spagna, che era
stato il più autorevole dei suoi difensori al tempo
del consiglio di Salamanca. Ma egli non potè reprimere
un atto di stupore, vedendosi prendere tanto
amorevolmente per tutt'e due le mani da don Fernando
Talavera, vescovo di Granata, confessore
della regina, e già presidente di quel famoso consiglio
in cui l'ignoranza aveva fatta una delle sue
più solenni comparse.

—Figliuol mio!—gli diceva il Talavera, con
una voce chioccia che voleva parer soffocata dalle
lagrime della consolazione.—Figliuol mio dilettissimo,
è una grande contentezza per me, di potervi
abbracciare! Che uomo, signori!—soggiungeva,
voltandosi a guardare intorno; e non lasciando tuttavia
sfuggire le mani del figliuolo suo dilettissimo.—Che
uomo! Lo avevo sempre detto, io, che un
grande onore ci sarebbe venuto da lui. *Lumen veniet
e coelo et hoc lumine implebitur terra*. Che
uomo! che uomo! Don Cristoval, voi dovete andar
superbo dell'opera, vostra. E noi dobbiamo andar
superbi di avervi conosciuto, di avervi indovinato.

—Questo io non dimenticherò mai,—disse Cristoforo
Colombo, inchinandosi.

E liberatosi finalmente dalle strette del vescovo
di Granata, si volse a don Alonzo Quintanilla e a
[pg!369]
don Luigi Santangel, che aspettavano la volta loro.
Questi, poi, li abbracciò, e li baciò con effusione di
cuore.

—A voi, consolatori, a voi confortatori miei nei
tristi giorni d'abbattimento, io ho pensato ogni
giorno, come a don Juan Perez Marcena, il degno
guardiano della Rabida, e al fisico Francisco Garcia;—disse
l'almirante, non curandosi più del Talavera,
che ancora non si era allontanato di là,—Siete
stati voi, buoni amici, i miei quattro punti cardinali;
da ognuno di voi, se è lecita a cuori allegri
una celia,—soggiunse egli ridendo,—vorrei intitolata
una delle quattro parti del mondo.

—Ma per opera vostra, don Cristoval, son diventate
cinque;—rispose il Santangel.—Mi è parso
di capire dal vostro racconto che le isole occidentali
son molte, e che non sia il caso di regalarle
all'Asia.

—È un dubbio, questo, che altri viaggi risolveranno;—replicò
l'almirante.—Ma se una quinta
parte sarà, non dubitate, troveremo da cui intitolarla.

—Saranno tanti oramai quelli che vi hanno protetto!—esclamò
il Quintanilla,—che vi troverete
molto impacciato a ringraziarli tutti.—

Così dicendo, l'ottimo don Alonzo non potè trattenersi
dal volgere un'occhiata al vescovo di Granata;
il quale, scuotendo la testa nella sua pappagorgia,
rotando gli occhietti astuti e succhiandosi
le labbra, si tirò gravemente in disparte.

Più dignitoso a gran pezza si mostrò don Francisco
di Bovadilla, il fiero commendatore di Calatrava.
Non isfuggì il suo nemico, non negò il saluto
riverente al fortunato uomo, che i suoi sovrani
festeggiavano, che tutta la sua nazione acclamava;
ma altro non fece, non mentì con le labbra
[pg!370]
una allegrezza, una amicizia, che non aveva nel
cuore.

Fu molto cortese don Giovanni Cabrera, il marchese
di Moya. Il vecchio cavaliere, dopo tutto, non
aveva che da inchinarsi in quella stessa guisa che
tutti gli altri avevano fatto al nuovo astro sorgente;
da buon cortigiano, non aveva che da seguire l'esempio
dei suoi eccelsi padroni. Aggiungete che la
nube occorsa tra lui e don Cristoval, o piuttosto
tra lui e la sua nobile compagna, era stata così
lieve! Si poteva dir quasi che niente fosse avvenuto.
Se poi era avvenuto qualche cosa, quel poco
era stato facilmente dimenticato.

Per tanto, non fu difficile a don Cristoval di vedere
la marchesa di Moya, in privato colloquio.
Quel colloquio, nessuno dei due poteva cercarlo,
nessuno dei due poteva fuggirlo: era naturale che
se ne offrisse l'occasione; era naturale che ambedue
l'accettassero.

Pure, non era il colloquio più naturale del mondo.
Chi ci ha seguiti nella prima parte di queste istorie,
facilmente lo immagina. Donna Beatrice aveva veduto
giungere quel momento solenne; non aveva
fatto nulla per affrettarlo; e là, davanti a quell'uomo,
era rimasta come inchiodata al pavimento, guardandolo
senza vederlo, rispondendo al suo inchino
con un cenno del capo, e con un moto delle labbra,
a cui non rispondeva alcun suono di voce. Gli sorrideva,
intanto, gli sorrideva placidamente, come a
persona amica, da cui si fosse separata a mala
pena il giorno prima. E tanto tempo era passato!
tante cose erano avvenute, dopo il loro ultimo colloquio!
e del dramma dei loro cuori così poca parte
era stata confidata alle labbra!

Don Cristoval doveva fare tutta la strada che intercedeva
fra lui e Beatrice di Bovadilla. L'obbligo
[pg!371]
era tutto del cavaliere; e da buon cavaliere, don
Cristoval si avvicinò alla bella marchesa di Moya.

—Signora....—incominciò, ma senza andare più
oltre.

Era, lo sapete, tutto ciò ch'egli sapesse dire, rivolgendo
il discorso a donna Beatrice; tanto che un
giorno la bella dama spazientita gli aveva risposto:
«non sapete voi dirmi altro, don Cristoval?»

Ma per quella volta la bella dama non gli disse
così; anzi, non gli disse nulla di nulla. Gli porse
in quella vece la mano. E don Cristoval prese quella
mano; la tenne a lungo tra le sue; poi, chinatosi
divotamente, v'impresse un bacio anche più lungo
della stretta.

Quello era il suo premio, e il buon cavaliere lo
gustava intiero. Ed era anche il tributo della riconoscenza
e dell'amor rispettoso per lei. Nè ella ritirò
la sua mano, sebbene la sentisse ardere come
per febbre violenta.

Ma quella scena muta non poteva durare eterna.
Don Cristoval, facendo uno sforzo, aveva levata la
fronte, guardando la sua protettrice. Davanti a quegli
occhi aperti che la fissavano, Bovadilla socchiuse
i suoi, e timidamente gli chiese:

—Avete pensato a me, qualche volta?

—Oh!—disse il buon cavaliere.—Più di qualche
volta; ogni giorno; tutte le volte che m'era dato
di rientrare col pensiero in me stesso. Ed anche,
ve lo confesserò, mi accadeva di adirarmi con me,
di ritrovarmi assai debole, di scacciare l'immagine....

—Importuna?—soggiunse Bovadilla.

—Non importuna, pericolosa:—rispose don Cristoval.—Voi
foste il mio buon angelo, donna Beatrice,
quando io disperavo di raggiungere l'intento.
Là, sull'Oceano, eravate ancora la mia forza interiore.
Ma voi lo intenderete; c'erano i momenti in
[pg!372]
cui la viltà degli uomini o la collera degli elementi
richiedeva ogni mia cura; ed io allora dovevo temere
che quella immagine, troppo.... presente al mio
spirito, non mi facesse dimentico degli obblighi
miei. Perdonate, signora, voi che intendete sicuramente
più che io non dica. Ma a voi pensavo,
quando mi venne sui flutti il primo saluto delle
terre sconosciute.... un ramoscello di spino fiorito;
e nel mio pensiero io l'ho dedicato a voi, come l'omaggio
dovuto a colei che mi difese a viso aperto,
alla nobile donna per il cui patrocinio costante fu
possibile a me di tentare l'impresa. Eccolo, signora;—soggiunse
don Cristoval, traendo da un piccolo
astuccio di cordovano il ramoscello di spino;—era
fiorito, quando io lo destinavo a voi. Oggi, il
poveretto non ha più che le punte. Io spero tuttavia
che non ferisca la nostra amicizia.

—Esso invece la suggellerà;—disse Bovadilla.

Così dicendo, Bovadilla accostò prontamente il
ramoscello alla bocca. Si punse le labbra, come vi
sarà facile immaginare; ma fu pronta anche a premervi
su col suo fazzoletto di seta. E quel fazzoletto,
tinto di alcune piccole gocce di sangue, porse
tosto a don Cristoval.

—Prendete,—gli disse,—sia questo il pegno
d'amicizia eterna fra noi.—

Seguì un lungo silenzio; l'ineffabile silenzio che
accompagna le grandi gioie, come i grandi dolori.
Noi lo rispetteremo, ben sapendo che ogni parola, comunque
studiata e riguardosa, guasterebbe. Quando
il vicerè delle isole dell'Oceano partì dalle stanze
della marchesa di Moya, egli aveva gli occhi ancor
bagnati di lagrime.

Quel giorno, ritirandosi nel suo appartamento,
Cristoforo Colombo ebbe una pena, a cui del resto
era già preparato. Cosma e Damiano, i suoi concittadini,
[pg!373]
i suoi compagni di stenti e di pericoli, venivano
a prendere commiato da lui.

—Messere,—gli disse Damiano,—avete comandi
da darci per Genova?

—Come? voi volete già andarvene?

—Sì, oggi stesso, se non vi dispiace. L'occasione
è qui, l'afferriamo per il classico ciuffo. In altre parole,—soggiunse
Damiano,—salpa di qui, nella
notte, la *Bella Maghellona*, una galeotta genovese;
io la sposo, e Cosma mi accompagnerà nel viaggio
di nozze.

—Beato voi! sempre di buon umore;—disse
l'almirante.

—Ma sì! perchè mi guasterei il sangue con le
malinconie?—rispose Damiano.—Ho studiato
tanto di medicina da intendere che non me lo aggiusterebbe
più nessuna ricetta.

—E non ci rivedremo più, miei signori?

—Chi sa?—disse Cosma.—Non verrete voi
mai a salutare la patria?

—La patria!—esclamò sospirando il navigatore
Genovese.—Ora, la patria mia è quello spazio di
mare che va dalla foce del Guadalquivir al porto
del Natale. Lo scopritore è incatenato alle sue scoperte,
come il Titano alla sua rupe.

—Con la giunta dell'avvoltoio; la grazia!—rispose
Damiano.—E tuttavia, messere.... Cosma vi
ha detto: chi sa? Io vi rispondo: sicuramente. Ci
rivedremo, messere. Vado a Genova e torno.

—Ah, bene! Faccio assegnamento su voi. Ma non
saprò io per intanto chi siete voi due?

—È giusto;—disse Cosma.—Nell'atto di ringraziarvi,
il meno che possiamo fare è di dirvelo.
Giano di Campo Fregoso è il mio nome.

—E il mio, Bartolomeo Fiesco;—disse Damiano.

—Due nemici, una volta, e due rivali;—riprese
[pg!374]
Giano Fregoso;—ora due fratelli nella vostra gloria,
a cui siamo orgogliosi di essere stati compagni.

—Bravi! e siate fratelli sempre;—rispose Cristoforo
Colombo, dopo averli abbracciati.—E ciò
sia per conforto di quella povera patria, a cui vi
prego di portare il mio reverente saluto. Vedevo
ieri gli ambasciatori di Genova non lieti, e mi pareva
d'intenderne la cagione. Essi certamente pensavano
che la bella impresa da cui eravamo tornati
noi, si sarebbe potuta compiere con forze genovesi,
se ai grifi di Genova non avessero tarpate
le ali le sue maledette discordie. Ma io pensavo in
pari tempo un'altra cosa, e più grave. A danno delle
repubbliche Italiane i grandi Stati si vanno formando
e fortificando in Europa. Oggi, neanche la nostra
concordia basterebbe più a scongiurare quel danno.
La nostra Repubblica non ha terra, alle spalle, e
va perdendo l'imperio dei mari; intanto i suoi cittadini
non pensano neanche a prepararle un glorioso
tramonto. Questo, per Genova, è peggio del non
aver favoriti essa i disegni di un suo figlio devoto.
Come ci rialzeremo noi, Italiani, da questa miseria?
e quando? Non è dato a noi di prevedere il tempo
e le vie; perciò siamo tristi. Ma voi, amici, voi gentiluomini,
non fate nulla che aggravi le tristezze e
accresca i danni alla madre comune. Tristi morrete
anche voi, ma senza rimorsi. Andate ora, nel nome
di Dio, ricordate ed amate.—

.. class:: center larger

:small-caps:`Fine`.

----

   *Il terzo romanzo colombiano che fa seguito a «Le due
   Beatrici» e a «Terra Vergine» porterà per titolo*:

.. class:: center

**I figli del Cielo.**

----

.. footnotes:: Note
   :class: smaller

[pg!375]


OPERE di A. G. BARRILI.
-----------------------

   |  *Capitan Dodéro* (1865). 12.ª ediz. L. 1 —
   |  *Santa Cecilia* (1866). 10.ª ediz.  1 —
   |  *Il libro nero* (1868). 4.ª ediz. 2 —
   |  *I Rossi e i Neri* (1870). 5.ª ediz. (2 vol.) 2 —
   |  *Le confessioni di Fra Gualberto* (1873). 13.ª ediz.  1 —
   |  *Val d'olivi* (1873). 18.ª edizione 1 —
   |  *Semiramide*, racconto babilonese (1873). 8.ª ediz.  1 —
   |  *La notte del commendatore* (1875). 2.ª ediz. 4 —
   |  *Castel Gavone* (1875). 10.ª ediz. 1 —
   |  *Come un sogno* (1875). 23.ª ediz. 1 —
   |  *Cuor di ferro e cuor d'oro* (1877). 18.ª ediz. (2 vol.)  2 —
   |  *Tizio Caio Sempronio* (1877). 2.ª ediz. 3 50
   |  *L'olmo e l'edera* (1877). 18.ª ediz. 1 —
   |  *Diana degli Embriaci* (1877). 2.ª ediz. 3 —
   |  *La conquista d'Alessandro* (1879). 2.ª ediz. 4 —
   |  *Il tesoro di Golconda* (1879). 12.ª ediz. 1 —
   |  *Il merlo bianco* (1879). 2.ª ediz. 3 50
   |  — Edizione illustrata (1890). 5.ª ediz. 5 —
   |  *La donna di picche* (1880). 6.ª ediz. 1 —
   |  *L'undecimo comandamento* (1881). 10ª ediz.    1 —
   |  *Il ritratto del Diavolo* (1882). 3.ª ediz. 3 —
   |  *Il biancospino* (1882). 9.ª ediz. 1 —
   |  *L'anello di Salomone* (1883). 3.ª ediz. 3 50
   |  *O tutto o nulla* (1883). 2.ª ediz. 3 50
   |  *Fior di Mughetto* (1883). 4.ª ediz. 3 50
   |  *Dalla Rupe* (1884). 5.ª ediz. 3 50
   |  *Il conte Rosso* (1884). 3.ª ediz. 3 50
   |  *Amori alla macchia* (1884). 3.ª ediz. 3 50
   |  *Monsù Tomè* (1885). 3.ª ediz. 3 50
   |  *Il lettore della principessa* (1885). 3.ª ediz. 4 —
   |  — Edizione illustrata (1891). 5 —
   |  *Victor Hugo*, discorso (1885). 2 50
   |  *Casa Polidori* (1886). 2.ª ediz. 4 —
   |  *La Montanara* (1886). 7.ª ediz. 2 —
   |  — Edizione illustrata (1893). 5 —
   |  *Uomini e bestie* (1886). 2.ª ediz. 3 50
   |  *Arrigo il Savio* (1886). 2.ª ediz. 3 50
   |  *La spada di fuoco* (1887). 2.ª ediz. 4 —
   |  *Il giudizio di Dio* (1887). 4 —
   |  *Il Dantino* (1888). 3.ª ediz. 3 50
   |  *La signora Àutari* (1888). 3.ª ediz. 3 50
   |  *La Sirena* (1889). 5.ª ediz. 1 —
   |  *Scudi e corone* (1890). 2.ª ediz. 4 —
   |  *Amori antichi* (1890). 2.ª ediz. 4 —
   |  *Rosa di Gerico* (1891). 3.ª ediz. 1 —
   |  *La bella Graziana* (1892). 2.ª ediz. 3 50
   |  — Edizione illustrata (1893). 3 50
   |  *Le due Beatrici* (1892). 5.ª ediz. 1 —
   |  *Terra Vergine* (1892). 5.ª ediz. 1 —
   |  *I figli del cielo* (1893). 6.ª ediz. 1 —
   |  *La Castellana* (1894). 2.ª ediz. 3 50
   |  *Fior d'oro* (1895). 4.ª ediz. 1 —
   |  *Il Prato Maledetto* (1895). 3 50
   |  *Galatea* (1896). 3.ª ediz. 1 —
   |  *Diamante nero* (1897). 3.ª ediz. 1 —
   |  *Sorrisi di gioventù* (1898). 2.ª ediz. 3 —
   |  *Raggio di Dio* (1899). 2.ª ediz. 1 —
   |  *Lutezia* (1878). 2.ª ediz. 2 —
   |  *Con Garibaldi, alle porte di Roma*, ricordi (1895). 4 —
   |  *Zio Cesare*, commedia in cinque atti (1888). 20

.. topic:: Nota del Trascrittore

      Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (cacico-cacìco, Cibao-Cibào, colibri-còlibri, desideri-desiderî e simili) correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TERRA VERGINE \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

.. _pg-footer:

A Word from Project Gutenberg
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or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any
Defect you cause.


Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™
``````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg™'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
``````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to
the full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are
scattered throughout numerous locations. Its business office is
located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801)
596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
```````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without wide spread
public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
`````````````````````````````````````````````````````````````````````````


Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the
U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
renamed. *Versions* based on separate sources are treated as new
eBooks receiving new filenames and etext numbers.

Most people start at our Web site which has the main PG search
facility:

  http://www.gutenberg.org
            
This Web site includes information about Project Gutenberg™, including
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