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   :PG.Title: La vita in Palermo, Volume 2
   :PG.Released: 2011-10-11
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   :PG.Producer: Carlo Traverso
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   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
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   :DC.Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
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La vita in Palermo cento e più anni fa, vol. 2
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
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      Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
      
      Author: Giuseppe Pitrè
      
      Release Date: October 11, 2011 [EBook #37720]
      
      Language: Italian
      
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   | EDIZIONE NAZIONALE DELLE OPERE DI

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   | GIUSEPPE PITRÈ
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   | OPERE COMPLETE
   | DI
   | GIUSEPPE PITRÈ
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   | XXVIII
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   | SCRITTI VARI
   | EDITI ED INEDITI

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   | GIUSEPPE PITRÈ

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   | LA VITA
   | IN PALERMO

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   | CENTO E PIÙ ANNI FA

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   | VOLUME SECONDO
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   | *G. BARBÈRA EDITORE*
   | *FIRENZE*

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    | *Proprietà letteraria riservata*
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[pg!5]

.. toc-entry:: I. Feste sacre e profane, civili e religiose.

CAP. I.
=======

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FESTE SACRE E PROFANE, CIVILI E RELIGIOSE.

Gli spettacoli si alternavano con le feste, e le une
e gli altri si succedevano con inalterata puntualità.
Titolati, civili, popolani vi prendevano parte e se
le godevano in ragione del loro grado, della loro inclinazione
e dell'uso tradizionale.

La rassegna di quegli spettacoli e di quelle feste
sarebbe essa sola materia d'un libro: tanti e così
multiformi sono i gruppi nei quali, per funzioni civili
e cerimonie religiose, per passatempi ordinarî e scene
occasionali, per divertimenti continui e giuochi periodici,
essa potrebbe scompartirsi e classificarsi.

Nei brevi cenni che la economia del lavoro ci consente,
in questo e nel seguente capitolo il lettore potrà
conoscere le principali feste delle varie specie.

Procediamo con ordine.

La impresa di Carlo V, che tolse al dominio turco
le isole di Malta e del Gozzo e Tripoli, segna un fatto
[pg!6]
importante nella storia di Sicilia. Per compensare i
Cavalieri di S. Giovanni della perdita dell'isola di
Rodi, passata, dopo lunghissimo possesso, a Solimano
imperatore, Carlo concedette loro Malta e Gozzo
(1530). Per ciò dovevano i Cavalieri attestare la loro
gratitudine e rinnovar la conferma della loro soggezione
al Monarca di Sicilia con un formale tributo
al suo rappresentante in Palermo.

Eseguita con un cerimoniale tutto proprio, questa
funzione dal 1º novembre venne portata al 1º gennaio
e verso la fine del secolo, per omaggio a Ferdinando,
al 12, compleanno di lui.

In che consistesse il tributo, è presto detto: nella
presentazione di un falcone per mano del Gran Maestro
della Religione di Malta. Egli, partendo da quell'isola,
veniva ossequiosamente a compiere nella Cappella
del R. Palazzo l'atto, non pur di devozione, ma
anche di vassallaggio. E poichè in Palermo era il Balio
e Ricevitore di Malta, così sovente la funzione veniva
da esso compiuta in forma di ambasceria: e per lungo
tempo Gioacchino Requesenz dei Principi di Pantelleria
rappresentò l'Ordine in faccia al Caramanico
Vicerè ed al Lopez Presidente del Regno.

La straordinaria solennità della ricorrenza era fatta
più clamorosa dall'assordante sparo dei cannoni del
forte di Castellammare; ma nel 1779 questo era già,
per economia, abolito: ed il Ministro di Napoli per la
Sicilia, autore della riforma, l'aveva così motivata:
«Dovranno parlar meglio siffatte lingue di fuoco nelle
occasioni di far portare rispetto e far temere la maestà
[pg!7]
del Principe» [#]_: ragione più cortigiana che coraggiosa:
e certo antipatriottica, come quella che volea
far temere il Re a furia di cannonate!

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario palermitano*, in *Biblioteca Storica
   e Letteraria di Sicilia*, di :small-caps:`G. Di Marzo`, v. XXVI, p. 294.

In tal modo si apriva il ciclo delle feste sacre e profane
dell'anno.

Tra le ridde della *tubiana* e le ebbrezze dei ridotti,
tra lo scompiglio dei carri e le misurate movenze
del *Mastro di campo*, correva sbrigliato, frenetico, il
Carnevale. Un paio di tamburini, qualche piffero,
uno, due uomini che battevan le castagnette, raccoglievano
intorno a loro una folla disordinata di maschere
popolari: re, regine, caprai, pulcinelli, orsi,
mastini, inglesi ubbriachi, dottori e baroni imparruccati,
turchi neri come pece, vecchie armate di fusi e
di conocchie. Al ripicchiar degli strumenti i sonatori
eccitavano a balli paesani, a salti mortali, a
corse sfrenate ed a smorfie e sdilinquimenti. Con un
arnese formato da una serie di regoli a X mobili di
legno una maschera faceva giungere fino ai secondi
piani lumie e fiori ad amiche ed a parenti: era lu
*scalittaru*. Un'altra offriva in un elegante cartoccio
confetti e in una nastrata boccettina sorsate di liquore
delizioso: era un azzimato spagnuolo. Altra maschera
si affaticava a guadagnare i gradini d'una
scaletta a piuoli, sostenuta da due compagni: e dopo
mille contorcimenti e dinoccolature stramazzava goffamente
per terra: era il *pappiribella*. Quest'accolta
di maschere, guidata dalla infernale orchestra, era
[pg!8]
appunto la *tubiana*; la quale per *lazzari, mammelucie,
papere, ammucca-baddottuli*, e d'ogni strana maniera
travestimenti accrescevasi all'infinito.

Tutto un dramma comico svolgevasi alla Fieravecchia
e in altre piazze: il *Castello*, parodia del Conte
di Modica *Bernardo Cabrera*, che diede la scalata allo
Steri (oggi Palazzo Tribunali in piazza Marina) per
impadronirsi (gennaio 1412), vecchio libidinoso, della
giovane e bella Regina Bianca di Navarra, vedova di
Ferdinando: era il *Mastro di campo* [#]_.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Usi e Costumi*, v. I, pp. 26-27.

Mentre siffatti spettacoli animavano i quartieri dell'Albergaria
e della Loggia, di Siracaldi e della Kalsa,
sontuosi carri salivano e scendevano pel Cassaro e
per la Strada Nuova, gremiti di altre maschere raffiguranti
scene mitologiche, storiche od anche fantastiche.
Il *Trionfo d'amore*, secondo Petrarca, meritò
il plauso dell'unico giornale del tempo. Cosa non mai
vista le *carrozzate* del Principe di Pietraperzia e del
Principe di Paternò, del Principe di Gangi Valguarnera
e del Marchese Spaccaforno Statella, del Duca
di Caccamo Amato e del Duca di Sperlinga Oneto.
Precedute da strumentisti a piedi e da soldati a cavallo,
lanciavano alle aristocratiche spettatrici sui
terrazzini (*balconi*) scatolette ed alberelli, ed a larghe
mani sulla folla plaudente confetti gessati [#]_. Appena
principiato il secolo XIX, nel Martedì grasso
[pg!9]
del 1802, anche Ferdinando volle prender parte ad una
di cotali carrozzate spargendo confetti di eccellente
fattura, mentre gli altri che lo accompagnavano ne
lanciavano finti [#]_.

.. [#] *Novelle Miscellanee*, p. 19. — :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibliot.*,
   v. XXVI, pp. 8-12; *Diario* ined., a. 1787, p. 58; a. 1793,
   p. 59; a. 1800, p. 399.

.. [#] :small-caps:`Creuzé de Lesser`, *Voyage en Italie et en Sicile*, p. 107.
   A Paris, MDCCCVI.

Altre maschere di altra levatura popolavano le case
private con le eterne distinzioni di classi; chè, tra le
nobili non erano ammesse le civili, e queste non avrebbero
osato invitar quelle. Solo per eccezione il Principe
di Paternò Moncada, che nella sua sconfinata
grandezza aveva slanci fuori la propria cerchia, ammise
alcune volte maschere del medio ceto nel suo
palazzo; come la sua villa (quella che era intesa «Flora
di Caltanissetta») non isdegnò di aprire, oltre che
ad esso, al ceto dei plebei: il che ci fa ricordare del
Vicerè Colonna di Stigliano, che migliaia di maschere
d'ogni classe accolse nel Regio Palazzo e tutte volle
servite da camerieri e da credenzieri vestiti da pulcinelli [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, pp. 8, 12, 121-122.

Anche pel Carnevale il secolo si chiudeva in forma
eccezionalmente sontuosa. Erano i Sovrani in Palermo,
e la eccezionale sontuosità partiva appunto
da loro.

La sera del 18 febbraio a nome del Re il Capitan
Giustiziere Principe di Fitalia invitava la più alta
Nobiltà della Capitale ad una festa da ballo al R.
Palazzo. Nell'invito si permetteva «qualunque sorte
di maschera di carattere, dominò, e bautta», sotto la
[pg!10]
quale sarebbe stato «lecito portare dei fiacchi», o
*giamberghe*, aggiungeva uno di coloro che ricevettero
la partecipazione.

La festa doveva principiare alle 2, ma potè esser
popolata solo alle 4 dopo mezzanotte, tale fu la difficoltà
degli invitati di farsi strada pel piano del Palazzo.

Che eleganza di maschere! Che splendore di costumi!
Che varietà di figure, l'una più bella, più curiosa
dell'altra! L'occhio si confonde nel seguirne le mosse
e gli atteggiamenti solenni, irrequieti, civettuoli. Questa
che fa da *pacchiana* di Ischia è la Contessa di Belforte,
Isabella Paternò, moglie del Marchesino di Villabianca.
Con che grazia regge ella il suo cestino di
frutta... della Martorana! [#]_ E con che profondo, dignitoso
inchino ne presenta al Re!... E le son compagne
altre *pacchiane* di Napoli: la Principessa di S. Giuseppe,
Barlotta; la Principessa di Iaci, Reggio; la
Principessa di Valdina, Papè; la Principessa di Sciara,
Rosalia Notarbartolo. Altre, attempatelle, sono
Costanza Pilo, terza moglie di Benedetto di Villabianca,
ed Annetta Vanni, parente di lei.

.. [#] Dolci composti di pasta di mandorle, che prendono ancora
   nome dal monastero, dove particolarmente si manipolavano.

Ecco i quattro Elementi della Natura: l'*Aria* è la
Duchessa di Ciminna, Grifeo; l'*Acqua*, la Marchesa
di S.\ :superscript:`a` Croce, Celestre; la *Terra*, la Marchesa delle Favare,
Ugo; il *Fuoco*, la Principessa di Castelforte,
Mazza. Ma non procedono sole; tien loro compagnia
[pg!11]
*Eolo*, il cav. D. Antonio Chacon; *Nettuno*, il Marchese
Salines Chacon; *Titano*, il marito della Celestre;
*Vulcano*, il Principe di Cattolica, Giuseppe Bonanno;
il *Ciclope* Sterope, D. Andrea Reggio, ed altri ed altri
ancora. Con i quattro elementi della Natura sono
anche le Quattro Stagioni dell'anno e tutte le deità
dell'Olimpo pagano. Dove più fervon le danze piovono
cartellini in onore quando di questa e quando di
quella deità. Prendiamone uno: è in versi francesi in
onore di una vaghissima mascherina di *Cerere*, che non
si riesce a indovinare, ed alla quale tengon dietro un
Sileno, un Pane e pastori e pastorelle che intonano
note d'amore:

   |   Cerés vient de quitter ses riants campagnes,
   | Elle arrive au milieu de ses belles compagnes;
   |   La déesse des fleurs, et celle des jardins,
   | Elle vient prendre part à ces brillantes Festins.
   |   Silène, ausi que Pan, et bergers et bergères,
   | Ont délaissé leurs bois, leurs rustiques caumières:
   |   Tous chantent de concert, par un élans d'amour [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, Diario ined., a. 1800, pp. 94-100, 151-63.

A periodici ridotti carnevaleschi si aprivano sempre
i teatri: e poche delle persone che il potessero vi
mancavano. La varietà dei travestimenti non era da
meno dello sfoggio degli abiti d'entrambi i sessi. I
balli si succedevano ai balli, non turbati mai da poveri
mortali, che con la origine modesta ne tentassero le
sublimità inaccessibili.

Quei ridotti si ripetevano a brevi intervalli, e se ne
contarono fino a una dozzina in una sola stagione.
[pg!12]
Molto prima del tramontare del secolo il costante
buon successo di questi divertimenti persuase certo
Cristoforo Di Maggio a costruire nel piano della Marina,
rimpetto la Casa Calderone (una volta Castelluzzo,
ora Fatta), una grande baracca di tavole solo
per balli e spettacoli del tutto carnevaleschi. Era un
teatro con ampia platea, con posto per due orchestre,
ottantaquattro comodi palchi e logge in due ordini,
parati con velluto cremisi, specchi e fiorami
d'argento, a spese di ciascuno dei signori che s'erano
impegnati per proprio conto. Vi si tennero da quindici
tra veglioni e giuochi cavallereschi, ed una specie
di circo equestre, con campeggiamenti di dame accorsevi
fin dentro la platea con quattro carri tirati
da mule bianche e assedî e assalti di torri tra cristiani
e turchi. I forestieri «non poterono fare a meno di
confessare che la veduta di tal ridotto fu sorprendente,
a segno che in tutto il mondo non può darsi
l'eguale». Lo afferma il Villabianca, che non uscì mai
dalla Sicilia, e non abbiam modo di controllare i giudizî
ch'egli raccolse dagli stranieri residenti allora
a Palermo.

L'intervento di persone non titolate, consentito dalle
Autorità e dalla natura dello spettacolo, allontanava
qualche anno la vera e genuina Nobiltà; ma i veglioni
si mantennero nel costante favore del pubblico, recando
non lieve vantaggio alla cassa del Comune, che
pur ne destinava gl'introiti alla Villa Giulia [#]_. Il
[pg!13]
Santa Cecilia godè anche per questo speciale rinomanza,
e non fu persona di riguardo che non ammirasse
maschere e danze elette, non indegne della presenza
di Vicerè e di grandi dignitarî. Ma così al Santa
Cecilia come al Santa Caterina la sera del Martedì
grasso era una gazzarra indiavolata di strumenti da
scherno per l'accompagnamento tradizionale del canto
e della recita degli artisti.

.. [#] *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, pp. 198-99; v. XVIII, p. 244; v.
   XXVI, p. 157; v. XXVII, pp. 243-44.

Secondo gli umori del Vicerè e le inclinazioni spenderecce
o parsimoniose di Capitani Giustizieri abolito
ripreso, il giuoco del toro trionfava nel classico piano
della Marina, suscitando indimenticabili emozioni
in tutta la cittadinanza [#]_.

.. [#] *Diario* ined., a. 1793, p. 59 e così negli anni 1795 e 1796.

Più clamorosa ancora, anzi vero baccanale, l'impiccagione
del *Nannu* nella Piazza Vigliena: giustizia
sommaria del Carnevale, personificato in un vecchio
stecchito, che si menava al supplizio col corteo di
popolani camuffati da Bianchi: altra parodia delle
esecuzioni criminali con finto corrotto e con nenie, che
volevan ritrarre le reputatrici o prefiche [#]_.

.. [#] Vedi in questo volume il cap. sulla *Giustizia*; e nel precedente
   il cap. XXIII.

Scenate funebri simili, ma con particolari più
strani, si perpetravano prima, a mezza Quaresima,
nella Piazza di Ballarò segandosi il fantoccio di una
megera mostruosa, fetida. Era l'immagine della magra,
uggiosa, insopportabile Quaresima, tiranna impositrice
di sacrifizi corporali, motteggiata in satire,
indovinelli, giuochi di parole, e seguita, vedi contrasto!
[pg!14]
da una fioritura di devozioni e di spettacoli religiosi
vuoi pubblici, vuoi privati [#]_. Imperciocchè
nella Settimana santa inacerbivasi nelle penitenze, e
battuti e disciplinanti si flagellavano dentro le rispettive
congreghe; e per quarantott'ore continue si digiunava
in pane ed acqua, ed assistevasi alla processione
dell'Addolorata tutta di servitori in abito da penitenti,
a quella dei cocchieri padronali in parrucche e gallonati,
all'altra della Soledad tutta di militari della
guarnigione: e giudei in antiche armature, terrore e
ribrezzo degli astanti, fiancheggiavano la veneranda
effigie del Cristo morto.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Usi e Costumi*, v. I, pp. 98 e 107.

E poichè la secolare costumanza non consentiva,
come non consente, il passaggio delle carrozze per
la città, «le dame della più alta aristocrazia, mescolate
alle *grisettes* delle più umili classi, prendeansi
lo spasso di correr le vie in grandi *manti* neri», come
de Borch le vide, in portantine o a piedi, girando per
le chiese e per le strade e visitando i così detti *Sepolcri*.

La *Fiera dei crasti* era sempre un lieto avvenimento
pasquale, che dal piano di S. Erasmo con gran
piacere del pubblico passava nel piano di S.\ :superscript:`a` Oliva,
lunghesso i muri del Firriato di Villafranca, ora compreso
tra le due piazze Castelnuovo e Ruggiero Settimo,

Centinaia, migliaia i castrati che si sgozzavano per
divozione gastronomica presso le urne d'acqua sotto
la piramide commemorativa della Giostra (oggi imboccatura
[pg!15]
di via Paternostro, in via Villafranca).
Bene avrebbe voluto qualche Senatore restituir queste
fiere all'antico posto: e ne fece prova, anche alla
Marina; ma nè la musica dei virtuosi, nè i giuochi
d'antenna introdottivi ad allettamento dei cittadini,
valsero a mantenervela [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, pp. 175, 285, 316;
   *Diario* ined., a. 1797, pp. 109-110.

Altra Fiera, più composta e di genere diverso, nei
primi di maggio allegrava la ricorrenza annuale di
S.\ :superscript:`a` Cristina, ex-patrona di Palermo.

Nel largo della Cattedrale, in forma d'anfiteatro,
con il monumento di S.\ :superscript:`a` Rosalia e, finchè non le tolse
l'architetto Fuga, le fontane laterali nel mezzo, sorgevano
durante alcuni giorni belle logge con botteghe
di rinomati mercanti e con quella ricca lotteria di
minuterie che prendeva nome di *Beneficiata di S.a
Cristina* e portava al Comune, per via di coloro che
ne assumevano l'impresa, guadagni cospicui. Gradevolmente
favorito ne rendevano il movimento le principali
signore, come a proprio ritrovo recantivisi in
tutto lo sfoggio delle vesti all'uso di Parigi. Da ciò
quell'eccellente uomo che fu Jean Houel, visitatore
con esse, trasse compiacimento a scrivere: «La città
nella quale le donne godono della maggior libertà,
nella quale esse son le meglio circondate da artisti,
da amatori, da gente industriosa, dev'esser quella del
tatto più fine, del gusto meglio esercitato, delle idee
più sicure. Benchè naturalissima, l'arte di piacere ha
[pg!16]
come qualsiasi altra arte i suoi principî e le sue
leggi» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Houel`, *Voyage pittoresque des îles de Sicile, de Malte et
   de Lipari*, t. I, pp. 72-73. Paris, 1782.

Accanto alla grande beneficiata per la *haute* era
la piccola pel popolino; ove per attirar gente ad acquistar
polizze abbandonavasi a mille smorfie il *pestaceci*,
maschera coperta di sonaglini da capo a piedi.

Il Pretore vi esercitava autorità suprema di giustizia:
e vi fece qualche volta prendere e mandare al
carcere di sua giurisdizione ladruncoli e perturbatori
dell'ordine pubblico, quantunque non riuscisse mai
a scoprire gli autori d'un grosso furto nel 1793 [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1786, p. 493; a. 1792, p. 295;
   a. 1793, p. 37.

Ora che cosa è rimasto di quella Fiera?

Nient'altro che il mercato degli animali ovini, bovini
ed equini nel gran piano dei Porrazzi. S.\ :superscript:`a` Rosalia
andò a poco a poco soppiantando S.\ :superscript:`a` Cristina
e tutte le sante patrone della Città, confinandole con
commemorazioni a sistema ridotto nella Cattedrale.

Qui non è inopportuna una breve corsa attraverso
l'immenso campo delle pratiche tradizionali dell'anno;
e lo faremo rapidamente, guardando appena poche
particolarità di costumi, al presente non del tutto
scomparsi.

Come in tutta la Sicilia così anche in Palermo dalla
mezzanotte alle prime ore del giorno della Ascensione
era un vociare confuso di pastori, un rumoreggiare
assordante di campanacci, un belare di pecore, un
[pg!17]
mugghiare di vacche. Capre, buoi, interi armenti
dalle montagne si menavano (e l'uso è sempre vivo
oggidì) alla marina pel lavacro che dovea renderli
immuni da mali durante l'anno: e capre e vacche,
condotte in giro per la città, andavano ornate di fettucce
e di fazzoletti di seta e le corna fiorate; ed i
vaccai vestiti dei loro abiti migliori e i pifferai li
accompagnavano lietamente.

La bizzarra costumanza [#]_ richiama quella della
benedizione degli animali da tiro e da sella, carichi
di nastri e di campanelli, nella chiesa di S. Antonio
Abate.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Spettacoli e Feste*, pp. 288, 313, 324, 339, 342 e segg.

Tra pratiche superstiziose passava il giorno di S.
Giovanni Battista (24 giugno); tra ghiottonerie culinarie
di pescatori quello di S. Pietro (29 giugno),
chiuso con allegre cene a base di frutti di mare sulla
spiaggia ed in barchette per gli abitanti nel quartiere
della Loggia. Tra burle ed innocenti furti di bambini
e di oggetti di vestiari o di ornamento, che si andavano
a mettere in pegno e che poi gli interessati
disimpegnavano, era consumato il giorno di S. Pietro
in Vincoli: onde il motto che raccomandava di
evitare liti il 1º di agosto.

   | 'Ntra festi e Ferragustu
   | Nun cci jiri si si' 'n disgustu

In baccanali simili a quelli dell'antica Calata di Baida
nello scomparso medio evo, trascorrevano le quaranta
ore nella grotta di S.\ :superscript:`a` Rosalia (4 sett.), pretesto a
[pg!18]
chiassate di quanti fossero spensierati popolani, ed
alle solite pompe del Senato, il quale vi si recava in
portantina e vi veniva solennemente ricevuto dalla
Collegiata dei canonici istituita dal Marchese Regalmici,
che anche a S.\ :superscript:`a` Rosalia volse le sue cure.

Di gradita consuetudine era una gita della Nobiltà,
nella più sontuosa *mise en scène*, a Monreale per la
vigilia della nascita di Maria: consuetudine la quale
(facile cosa è il supporlo conoscendosi l'indole del nostro
popolo) riusciva sommamente chiassosa per l'accorrervi
della città tutta; come per la immediata ricorrenza
della Esaltazione della Croce, della quale diremo
alla fine del presente capitolo.

Quello spensierato dei re, o quel re degli spensierati
che fu Ferdinando III, l'8 settembre del 1801 ebbe gran
piacere di recarsi anche lui nella storica cittadina.
Discesone, volle da una villa, forse quella di S.\ :superscript:`a` Croce,
già Velluti, godere sul Corso di Mezzo Monreale «il
passaggio del pubblico, i bei tiri di cavalli e le corse
dei barberi» [#]_. Chi più contento di lui allora, dopo la
recente nascita del futuro erede del trono, il figlio di
Francesco I? [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, pp. 321-22; v. XIX,
   p. 35. — *Palermo d'oggigiorno*, v. II, p. 111. — :small-caps:`Rezzonico`, op.
   cit., v. II, p. 106 e segg. — *Raccolta di Notizie*, 9 Sett. 1801.

.. [#] Nel 1835 la commemorazione era già ridotta ad una semplice
   scarrozzata lungo la via che conduce alla Rocca. Oggi
   nessuno ricorda più nè l'antichissima gita — s'intende dell'8
   settembre — a Monreale, nè la passeggiata alla Rocca.

Una delle tre nobili compagnie, quella della Carità,
soleva ogni anno, pel giorno sacro a S. Bartolomeo,
[pg!19]
apostolo, tenere una processione per compiere un atto
di beneficenza. Vestiti del loro sacco, a due a due,
quei confrati portavano ceste piene di camicie e di
filacicche all'Ospedale grande e nuovo. Quivi giunti,
toglievano a ciascun infermo la propria camicia, gli
indossavano la nuova e gli donavano delle filacicche
per le piaghe.

Il pietoso costume ci fa pensare al difetto che i poveri
ammalati di chirurgia pativano di mezzi di medicatura [#]_:
e dovette essere tanto celebre da far nascere
altro costume del ciclo nuziale, ora del tutto dimenticato
come questo della processione. Le ragazze
del popolo promesse spose, nel medesimo giorno di
S. Bartolomeo, regalavano ai loro dami una piccolissima
camicia ed una manata di filacicche. «Oh che
volessero intendere, chiede scherzando un letterato, che
dall'amore all'ospedale non è molta la distanza?» [#]_
O non piuttosto, chiediamo noi, che si dovesse pensare
operosamente agli infelici?

.. [#] La frase interrogativa: *A lu Spitali veni pri pezzi?*
   (tu vieni a cercare pezze all'ospedale?) a chi ci chieda cose
   delle quali abbiamo difetto, parla chiaro.

.. [#] :small-caps:`Quattromani`, *Lettere su Messina e Palermo*, n. LVII,
   pp. 213-14. Palermo, 1836.

Senza confronti, come funzione religiosa, era la processione
del *Corpus Domini* ai primi di giugno. Celebravasi
di mattina, e si bruciava dal sole; un rescritto
del Caracciolo la volle nelle ore pomeridiane (1782), e
così fu fatto. Quanti soldati erano in Palermo, tutti
in ordine di parata, stavano sotto le armi lungo le vie
che il Divinissimo dovea percorrere. Dalla chiesa della
[pg!20]
Magione, dell'Ordine teutonico, alla Cattedrale, la soldatesca
in doppia fila teneva in riga dietro di sè la
folla nella via Porta di Termini, alla Fieravecchia, ai
Cintorinai, alla Loggia, alla Bocceria, nel Cassaro,
nella Strada Nuova. La cavalleria concorreva al buon
ufficio di custodia, di ordine e di omaggio: ed avea appoggio
nelle compagnie dei dragoni e dei granatieri.
Il Generale, splendente di galloni e di armi, comandava
tutti. Ov'era un balcone od una finestra, lì pendeva un
arazzo, un drappo, un tappeto, un ornamento qualsiasi,
e dietro o sopra erano donne ed uomini, attratti
al consueto, immenso spettacolo, erano devoti o curiosi
inginocchiati allo appressarsi dell'Ostia santa portata
dal maggior dignitario del Duomo. La grande solennità
esigeva l'intervento delle Autorità politiche e civili,
e quindi della magistratura ufficiale. S. E. il Vicerè
col Sacro Consiglio, il Senato con gli ufficiali nobili
e la truppa pretoria, erano l'ammirazione di tutti;
e di viva curiosità cittadina l'Eccellentissimo Pretore
col suo giudice *a latere* e col suo ambito bastone di comando;
giacchè in questo giorno, come in quello della
Fiera di S.\ :superscript:`a` Cristina, egli rappresentava l'alto grado
di Capitan d'armi, Vicario Generale viceregio. Figurarsi
quindi l'interesse del pubblico nel vederlo dalle
truppe salutato con gli onori di Maresciallo di campo!
E, come militare e sacra era la festa, così due ultime
scene, militare l'una, sacra l'altra, la coronavano:
erano queste, nel piano del Palazzo, l'assembramento
di tutti i corpi dell'esercito compiuto a marcia forzata
lungo le vie, fino a comporsi a mezza luna in parata di
[pg!21]
battaglia, e nella Cattedrale provvisoria (a Casa Professa)
la benedizione del popolo [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, pp. 23-24; v.
   XXVII, pp. 299-300. Per la festa del 1800 si può vedere la descrizione
   nel *Diario* ined., 12 giugno, pp. 296-301.

La festa dell'Assunta non era più quella d'una volta;
pure serbava avanzi stupendi, che la rendevano una
delle principali del calendario cittadino.

Il Marchese Caracciolo diede, come abbiam veduto,
un colpo mortale alle Maestranze, che ne formavano
la parte attiva: quindi dal 1783 in poi, ridotto il loro
numero, ridotti si vedevano anche i loro *cilii* [#]_.

.. [#] Vedi v. I, p. 128.

Erano questi delle macchinette, rappresentanti scene
della vita di santi, opere talvolta fini d'arte, portate
a spalle da socî delle singole corporazioni; e prendevano
il nome di *cilii*, dai colossali ceri che non solo
esse ma anche le corporazioni maggiori dei farmacisti,
dei medici, dei forensi, oltrechè il Clero ed il Senato,
offerivano alla Madonna. La processione già di sera,
fu imposta di giorno, ed anche per ciò perdette della sua
gaiezza primitiva.

Lasciando le cerimonie che la ricorrenza avea di comune
con altre dell'anno, non è da trascurarne una
che rimase nelle costumanze pubbliche ed ufficiali: vogliam
dire la visita alle carceri pubbliche della Vicaria.
Per lungo volger di anni, anzi per secoli, la fece
il Vicerè in gala, con cavalcata della Nobiltà e del
corpo del Ministero e del Sacro Consiglio, in carrozze
parate di fiocchi e in pompa tutta sovrana. Giunto alle
[pg!22]
prigioni, liberava carcerati, rimetteva, riduceva condanne,
pagava anche *per integrum* debiti, faceva,
insomma, tutto il bene che il cuore in armonia con le
esigenze dello Stato gli consentissero. Ma appunto perchè
ci andava spesso di mezzo la tasca, i Vicerè non
erano sempre teneri di questa funzione: sicchè prendeva
il loro posto il Capitan di Giustizia col Presidente
della Gran Corte, e i rispettivi giudici e ministri fiscali
delle loro corti, insieme con gli algozini armati di verghe
e gli alabardieri di lance. Certo non era tutto: ma
qualche cosa era, che nelle cause civili confortava di
libertà molti infelici, graziati per virtù degli alti funzionarî.

Altro spettacolo le regate, che partivano dalla Arenella
e giungevano alla Cala: lunghissimo tratto di
mare che dava la misura delle forze fisiche e dell'agilità
dei pescatori.

V'erano pure le corse dei cavalli, ripetizione di quelle
di S.\ :superscript:`a` Rosalia, per le quali il concorso della gente soperchiava
qualunque spazio; v'erano cuccagne di mare
e di terra per gare di giovani nel salire antenne verticalmente
piantate, o nel percorrerne altre sporgenti
sulla spiaggia, entrambe sparse di materia che le rendeva
sdrucciolevoli. E v'erano altresì corse di fanciulli
a piede libero, e corse di giovani insaccati o impastoiati,
prove che suscitavano l'ilarità, ma che riuscivano
talvolta pericolose.

In un pensiero, in un affetto si confondevano i cittadini
tutti per la solennità della Immacolata.

Il 27 luglio del 1624, sotto l'incubo d'una pestilenza,
[pg!23]
il Pretore Vincenzo Del Bosco, Principe della Cattolica,
avea convocato il popolo e proposto che riconoscesse
Maria, pura del peccato originale, liberatrice
della Città. Il popolo acclamò fervoroso, ed il Senato
si obbligò ad un'annuale festa, la quale poi, sulla fine
del secolo, assunse speciale carattere per il così detto
*voto sanguinario*, giuramento formale del Senato medesimo
di sostenere, anche a costo del proprio sangue,
la verginità della Madre di Dio.

Di questo voto molti si occuparono pro e contro
fuori Sicilia, e non benevolmente il Muratori; ma il
Senato ed il Clero anch'esso giurò, senza versare una
goccia di sangue, per quanto lo sostenesse o lo facesse
sostenere a furia d'inchiostro, e rinnovava ogni
anno, con costante fervore, la promessa.

Dopo un mese di pratiche divote, la sera del 7 dicembre,
dentro le sue famose carrozze, circondato da
paggi e da valletti con fiaccole accese, seguito dalle sue
guardie, il Corpo senatorio si recava alla Chiesa di
S. Francesco dei Chiodari, cioè di Assisi. La costumanza
delle fiaccole, cominciata per necessità del tempo
in cui la notturna illuminazione mancava, rimase
come manifestazione di giubilo anche dopo gli eleganti
fanali collocati nelle principali vie, e si associò a
quella dei *mazzuna*, che anche noi abbiamo veduti fino
a una trentina d'anni fa. Eran questi delle fascine di
saracchio così colossali che a reggerne una ci volevano
parecchi uomini: e tra le acclamazioni festose
della folla si riducevano avanti la chiesa, vi stesse o
no dentro la Rappresentanza della città. Allegri suoni
[pg!24]
di pifferi e di cornamuse, preludenti al prossimo
Natale, e lancio di razzi, e sparo di moschetti riempivan
di gioia i quartieri man mano che dai Cintorinai
si riuscisse nel Cassaro e da questo, a destra
ed a sinistra, s'imboccassero le vie più popolose.

La funzione del Vespro cantato era occasione alla
tradizionale offerta delle *cent'onze* da parte del Magistrato
civico. Sopra splendido vassoio il Pretore,
salito sui gradini dell'altare, vuotava un sacco pieno
di grosse monete d'argento, le quali rumorosamente
cadendo suscitavano nei presenti un senso ineffabile
di soddisfazione e di... desiderio: erano dugencinquanta
scudi sonanti con le effigi di Carlo III e di
Ferdinando IV, destinati al culto della chiesa.

Straordinariamente drammatico, al domani, lo
spettacolo. I Gesuiti una volta, finchè ci furono, gli
ecclesiastici, i chierici, gli scolari poi, quando i Gesuiti
non c'erano più (1768-1805), processionando con
granate in mano, venivano spazzando il Cassaro che
la Madonna dovea percorrere.

Nella chiesa, con un cerimoniale che sarebbe stato
delitto di leso privilegio il trascurare e che tutto studiavansi
di osservare scrupolosamente, si passava al
voto. Primo il Vicerè, genuflesso a piè dell'altare, confermava
il giuramento; poi il Pretore ed il Senato: e
l'uno dopo l'altro soscrivevano la formula del compiuto
giuramento.

Assiso con regale dignità sopra un soglio, di fronte
al Senato, il Vicerè medesimo teneva Cappello
reale: assisteva alla messa e coprivasi il capo nel
[pg!25]
momento che riceveva l'incenso: prerogativa del Legato
apostolico in Sicilia rappresentato dal Re, e pel
Re da lui. Quella messa, in virtù di un breve pontificio,
che faceva parte dei privilegi della ricorrenza,
poteva celebrarsi fuori le ore canoniche.

E la processione si apriva coi soliti tamburi e si
formava con le solite confraternite, con le solite corporazioni
religiose, coi soliti corpi dei parroci, dei
seminaristi dell'Arcivescovato, del Clero della Cattedrale:
e, sul ferculo, l'artistico, prezioso simulacro
d'argento della Madonna, coperto di gioielli, scintillante
all'irreqieto tremolio delle fiammelle, lento nel
muoversi, misurato nel fermarsi, raccoglieva la venerazione
di centomila teste piegantisi riverenti, poichè
ad inginocchiarsi ogni spazio mancava.

Maestoso anche qui il Vicerè, che, coi grandi dignitarî
dello Stato, alla sacra immagine teneva dietro;
maestoso col suo invidiabile toson d'oro, il Pretore,
circondato dai Senatori, ed il Giustiziere con la sua
Corte capitaniale, ed i magistrati, ed i nobili e quanti
avessero carattere ufficiale. Mazzieri e servitori in
livree sontuose, guardie pretoriane in vivide uniformi,
soldati dagli alti berretti, dalle corte giacchettine,
dalle larghe strisce di cuoio incrociantisi loro
sul petto, dai grossi archibugi, completavano l'accompagnamento,
civile e religioso insieme, come quello del
*Corpus Domini* [#]_.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Spettacoli e Feste*, pp. 419-23.

Ma la festa non finiva qui. Per otto sere e notti
[pg!26]
consecutive i devoti, uomini e donne, in peduli od anche,
secondo il voto fatto, a piedi ignudi, dalla chiesa
della Madonna si recavano alla metropolitana recitando
di continuo orazioni e rosari. Questa pratica
chiamavasi *viaggio*: e, quantunque compiuta dai singoli
fedeli col maggior raccoglimento, pure riusciva
delle più gradite per tutti. Il Cassaro rosseggiava di
*mazzuna* e di torce a vento; i pifferai coprivano col
loro suono il mormorio indistinto dei recitanti le preci.
Avvolti nei tradizionali mantelli o nelle grandi
fasce di lana, i venditori ambulanti gridavano: *Mmiscu,
petrafènnula e zammù!... Zammùu!...* liquori e
dolci del mese di Natale, che mettevano a prova le
più forti dentature e le digestioni più vigorose [#]_.

.. [#] *Mmiscu*, era ed è un liquore a base di rosolio, alcol e
   erbe aromatiche. *Petrafènnula*, dolce duro, composto di cedro
   tritato, cotto nel miele e condito con aromi. *Zammù*, anice, fumetto.

Torniamo ora un poco indietro nel calendario per
sorprendere la maggior solennità dell'anno palermitano,
vogliam dire il *Festino di S.a Rosalia*.

Descrivere quella festività, è un far cosa superflua
come il «raccontare i cinque giorni del Festino»
secondo il notissimo adagio siciliano per esso nato.

Chi non la conosce? Chi, pur non conoscendola per
tradizione, non ne ha letto delle descrizioni di viaggiatori
che la videro o ne sentirono a parlare? Brydone,
il 21 maggio 1770, scriveva da Messina esser
considerata a Palermo «lo spettacolo più bello d'Europa»;
e quando la vide, ne scrisse con la massima
[pg!27]
accuratezza [#]_. Houel nel 1776 ne diede le particolarità
più minute ricordando che «per questa solennità
si accorre a Palermo da ogni parte della Sicilia, del
Regno di Napoli ed anche dell'Europa», e che «per
lo meno la maggior parte dei forestieri che sono in
Italia non lasciano di passare lo Stretto per godersela [#]_.
L'ab. de Saint-Non ne riportò, per mezzo dei
suoi artisti, disegni fedelissimi, degni «dell'entusiasmo
devoto, unico anzichè raro che egli trovò nel luglio
del 1785 [#]_; e Goethe, recatosi a visitare la madre
e la sorella di Cagliostro nel quartiere dell'Albergaria,
ebbe da esse raccomandato di tornare nei «giorni
maravigliosi delle feste, non essendo possibile veder
cosa più bella al mondo» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, *A tour through Sicily a. Malta*, lett. XXV. London,
   1773-76.

.. [#] :small-caps:`Houel`, op. cit., t. I, p. 73 e segg.

.. [#] :small-caps:`De Saint-Non`, *Voyage pittoresque ou Description des
   royaumes de Naples et de Sicile*, t. IV, pp. 144-48. Paris, 1784.

.. [#] :small-caps:`Goethe`, *Italienische Reise*, lett. 13-14 Aprile 1787.

   Queste ed altre testimonianze e descrizioni particolareggiate
   di quelle feste vennero raccolte, tradotte ed annotate
   da :small-caps:`Maria Pitrè`, *Le Feste di S.a Rosalia in Palermo e dell'Assunta
   in Messina*. Palermo, 1900; e nella *Appendice*, Pal. 1903.

Lasciamo dunque gli spettacoli che le resero famose.
Noi non ci fermeremo neanche a prendere una
polizza d'un baiocco della Beneficiata che le precede
e le segue. Noi non vedremo il carro trionfale salire
dalla Marina a Porta Nuova, brillante ai raggi dall'ardente
sole di luglio, e scendere da Porta Nuova
alla Marina illuminato da mille torce sotto il cielo
di quelle incantevoli sere. Noi non assisteremo alle
[pg!28]
emozionanti corse dei cavalli nel Cassaro, alla solenne
Cappella reale nel Duomo, alla lunga processione
delle cento confraternite, delle cento bare e cilii, degli
ordini religiosi, e dell'urna con le reliquie della Patrona
della Capitale. Lasciamola, quest'urna, a percorrere
un anno l'una, un anno l'altra metà di Palermo;
lasciamo che i monasteri aprano i loro parlatorî
maggiori al Senato, o lo trattino di lauti rinfreschi
e di dolci squisitissimi; che il Pretore dia nel
Palazzo senatorio il consueto ricevimento, ed il Vicerè
nel Palazzo reale e l'Arcivescovo nell'arcivescovile
diano il loro. Il Principe Conte di S. Marco, il
Duca di Cannizzaro, il Principe di Trabia, Pretori
dei varî anni che si occupano, sanno bene come vadano
trattati i nobili loro pari. Caramanico, da uomo
di governo e di lettere, sa armonizzare la dignità
di Vicerè con la squisitezza del cittadino colto, e Monsignor
Sanseverino non dimentica che il primo prelato
dell'Isola dev'essere anche perfetto cavaliere non
pur coi cavalieri, ma anche con le dame recantisi
nella sua residenza a godervi lo spettacolo del carro
e del palio. Se per tre anni il suo successore, più fortunato
di lui, e come Arcivescovo e come Presidente
del Regno e Capitan generale delle armi, riceve tutt'altro
che signorilmente, lasciamolo al giudizio severo
che ne porta la città, la diocesi, il Regno, questo
Don Filippo Lopez!

Ciò che delle feste è poco noto si riduce a certe
particolarità, minime, se si vuole, ma piccanti.

E, per esempio, il Caracciolo non potè mai persuadersi
[pg!29]
che per festeggiare S.\ :superscript:`a` Rosalia si dovessero impiegare
cinque giorni; e se ne arrabbiava sempre, e
all'appressarsi di luglio più che mai. Una volta, non
potendola mandar giù, decretò che i cinque giorni
si riducessero a tre. Fu una scintilla scoccata sulla
polveriera: la polvere, asciutta da un pezzo, scoppiò;
Senato e cittadinanza conturbati, protestarono
gridando, ed uno dei tanti cartelli attaccati per le strade
minacciava: *o festa o testa!* ma il Caracciolo rimase
impassibile. Riuscito vano ogni tentativo, il Senato
mandò al Re in Napoli un memoriale del Segretario
del magistrato della città D. Emanuele La Placa,
un vero prodigio di erudizione patria municipale.
Le feste, diceva il memoriale, si son sempre fatte per
cinque giorni; esse rispondono al sentimento religioso
della città; danno lavoro agli artisti ed agli artigiani,
guadagno ai commercianti, lustro alla Capitale, allietata
da numero considerevole di regnicoli e di forestieri;
errore il ridurle; necessario, invece, il mantenerle
come pel passato.

Frattanto la trepidazione dei Palermitani cresceva
ogni giorno più. Caracciolo, benchè sicuro del fatto
suo, non senza inquietudine aspettava le sovrane risoluzioni:
e col suo indispensabile occhialino, da uno
dei grandi balconi del palazzo non si stancava di lanciare
sguardi di fuoco sui passanti nella Piazza, napolitanescamente
mormorando parole di sprezzo contro
questi incoscienti del progresso filosofico d'oltralpe,
indegni de' tempi.

Quando il suo decreto venne tacitamente abrogato,
[pg!30]
fu visto mordersi le labbra e giurare di farla costar
cara al Pretore, ai Senatori, ai nobili, al Clero, ai
commercianti, a tutte le classi di Palermo non risparmiando
neppure Sua Maestà.

Se non che, il tempo di costruire il carro non c'era
più, ed egli si veniva fregando le mani pensando che
non se ne sarebbe fatto di nulla.

Vano pensiero! La festa si volle e si fece: si centuplicarono
le braccia, si lavorò di giorno e di notte
e nelle prime ore pomeridiane dell'11 luglio il carro
saliva glorioso; e più glorioso ancora tornava la sera
del 14 a Porta Felice; e giammai grida di popolo festante
echeggiarono più alte, e l'autorità venne più
arditamente bravata.

Il lato comico delle feste patronali fu sempre il
corteo de' Contestabili del Senato. I tamburini battevano
un colpo a destra, un colpo a sinistra sui due
tamburi che essi portavano a cavallo; e la loro battuta,
comicamente nota, suscitava ilarità e motteggi.
Siffatti Contestabili, dai cappelli a tegoli e dai lunghi
ed ampî mantelli abbandonati sul dorso dei ronzinanti,
erano lo zimbello del monellume, che avrebbe
creduto di non passare allegramente lo spettacolo
senza tirarsi dietro con le redini gli sbonzolati quadrupedi.

Muli perquisiti per la città e le campagne tiravano
la macchina gigantesca, ed alla loro bolsaggine ed
allo scarso loro numero s'attribuivano sovente gl'insuccessi
dell'andare e del ritornare di essa. Non fu
mai mistero per nessuno che gl'impresarî del trasporto
[pg!31]
per guadagnare di più sulla somma convenuta *ad
hoc*, accettassero qualunque mulo anche avariato, e
ne impiegassero meno del necessario. Nel 1791 il Barone
D. Giuseppe Malvica e varî ortolani imploravano
da S. E. che non volesse obbligarli a prestare i loro
animali per questo faticoso servizio [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1791, pp. 398 e 412.

O per eccessiva sproporzione dello scafo, o pel pessimo
lastricato del Cassaro, mal rispondevano i poveri
animali alla solenne cerimonia. La macchina,
sorpassante dalla cima le più alte terrazze della via,
ora trasportava con sè una ringhiera, ora urtava
contro il muro di un palazzo, ed ora sprofondava dall'un
dei lati del mal basolato Corso. I ricordi di ruote
sconquassate od uscite fuori dell'asse, di fermate d'interi
giorni, abilmente poi superate per immani sforzi
d'esperti marinai, son sempre vivi [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVII, p. 134.

Presso il Carro in movimento era un pandemonio:
facchini che non lasciavano un minuto di vuotare buglioli
d'acqua sugli affusti delle ruote in pericolo di
prender fuoco per l'intenso attrito; giovinastri schiamazzanti
alle manovre d'innaffiamento ond'essi rimanevano
bagnati fradici; alabardieri che con le culatte
dei loro scopettoni scacciavano la ragazzaglia
audace e molesta; musicanti che sonavano e perdifiato;
fiori pioventi dai balconi, dalle finestre, dai tetti,
e battimani scroscianti ed evviva prolungate fino
ad assordare.
[pg!32]

Non men chiassose, nè men pericolose le corse, attrattiva
magica, affascinante pel popolo specialmente
delle campagne e dei comuni. Per quante precauzioni
si prendessero ad evitar disgrazie, queste non mancavano
mai. Lungo le catene del Cassaro, a destra ed
a sinistra, per molto spazio, addossati a palazzi ed a
botteghe sorgevano palchi per chi volesse sottrarsi
agli urtoni della folla. Ai Quattro Canti, dal Palazzo
Costantini al palazzo Jurato (Rudini), dal palazzo
Guggino (Bordonaro) a S. Giuseppe dei Teatini, altri
palchi ostruivano i due sbocchi della via Macqueda.
A Porta Nuova i palchi si moltiplicavano sotto il bastione
che è ora il quartiere de' Carabinieri, e la gente
pullulava, formicolava sopra e di fronte a questo,
in alto, sotto i portici, sulla terrazza, fin sopra il cupolino
della Porta, dove bandiere ed orifiamme sventolavano.

Nella interminabile, ma non continua processione
dell'ultima sera, la curiosità veniva stuzzicata dalla
corsa dei pescatori della Kalsa e dallo intervento dei
caprai: ragione, questo, di burle, che con allusioni
menelaiche, suscitate dal ricordo di bestie cornute,
punzecchiavano la congrega, mal sofferente gli amari
motti. Laonde il Pretore, per evitare disordini, dovette
proibire che la confratria partecipasse alla festa;
e così la statua del protettore San Pasquale fu alcuna
volta messa da canto [#]_.

.. [#] Ciò avvenne particolarmente l'a. 1768, come si rileva dal
   *Diario* del Villabianca, in *Bibl.*, v. XIX, p. 124.

[pg!33]

Descrivendo la pericolosa corsa dei pescatori, Houel,
che la vide, raccontava:

«Ciò che fissa di più gli sguardi del forestiere è la
coppia sacra dei Santi Cosimo e Damiano, entrambi
al naturale, entrambi dorati da capo a piedi, l'uno a
lato dell'altro... Sono piantati su di una specie di barella
a quattro aste in croce, sotto ciascuna delle quali
stanno otto persone. Se non che, i trentadue uomini
non portano le due statue d'un passo grave e maestoso,
ma corrono a tutta lena gettando grida spaventevoli.
Una grossa e lunga fune legata alla macchina,
è tenuta da quante persone possono, poichè con la prestezza
che corrono, se per poco si urtassero, la macchina
rovescerebbero. Giunti in mezzo al Cassaro, con
una celerità incredibile staccano la fune e fanno girare
la macchina fino a restare sudati e trafelati. Per
sostenerli in questo pio esercizio e rinfrescarli, un numero
straordinario di ragazze e di donne li accompagnano,
girano con essi e, agitando in aria i bordi
dei grembiuli, soffiano a perdibraccia sui loro visi. Il
giro cessa quando i portatori sono del tutto spossati,
e mentre girano, tutti lanciano per aria berretti, cappelli
e pezzuole e saltano attorno ad essi e gridano a
più non posso: *Viva i Santi Cosimo e Damiano!* senza
pensare che questi santi son morti da più secoli. Dopo
un po' di sosta, riprendono i Santi, vi riattaccano la
fune e si rimettono a correre come inseguiti» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Houel`, op. cit. — :small-caps:`Maria Pitrè`, *Le Feste di S.a Rosalia*
   ecc., p. 47.

[pg!34]

Tronchiamo senz'altro la rassegna ed usciamo un
poco dalla città.

La celebre festa monrealese di maggio avea di tanto
in tanto un'appendice non meno celebre, nella prima
quindicina di settembre, per la Esaltazione della S.
Croce: era la *Dimostranza*.

Che cosa fosse una *dimostranza*, nessuno vocabolario
siciliano o italiano lo dice; ma nell'uso comune
risponde ad una processione figurata, una sacra, simbolica
rappresentazione muta. Essa percorreva le vie
e le piazze principali d'una città o d'un comunello,
fermandosi tutta o parte in dati posti a riprodurre
con atti e gesti un fatto biblico o qualche episodio della
vita di Gesù, e particolarmente la crocifissione; le vicende
più drammatiche, più commoventi, d'un martire,
d'un confessore, d'un santo, d'una santa patrona qualsiasi.
Lo componevano centinaia di persone, attori da
strapazzo, presi dalle più modeste classi del popolo,
e soprattutto dai maestri e dai contadini, precedentemente
addestrati da qualche ecclesiastico. Costui
era insieme autore del dramma mimico da rappresentarsi,
direttore della effimera compagnia, maestro
e censore di tutte quelle teste, spesso tutt'altro che
buone a *dimostrare*. Vestiva ciascuno il costume del
personaggio che dovea raffigurare, altri da imperatore
o da re, altri da sacerdote o da levita, altri da apostolo,
da martire, da vergine; questi da centurione o
da soldato, quegli da littore o da carnefice, con costumi
quando splendidi e quando ordinarî, ma tutti a fogge
antiche diverse da quelle d'oggidì. Procedevano a
[pg!35]
due, a quattro, alla spicciolata, a gruppi, fermandosi
in luoghi designati a riprodurre scene del tale e tal'altro
avvenimento sia della Scrittura, sia del Martirologio,
sia, in generale, del Leggendario dei Santi.
Nessuno parlava, e da qui la qualificazione di *muta*,
ed anche di *ideale* (il popolo con un *qui pro quo*, che
risponde alla grandezza e magnificenza della messa in
iscena, pronunzia *reale*) applicata alla processione;
dove però alcuni personaggi portavano scritti a lettere
cubitali su cartelli, dei motti, titoli, nomi che
servivano a chiarire chi fossero e che cosa volessero
significare.

Una di queste ricorrenze si ebbe nel settembre del
1783: ne sappiamo qualche cosa perchè vi si recò un
signore lombardo oramai noto ai nostri lettori, il Rezzonico,
giunto allora per visitare la Sicilia. Sentiamo
la sua relazione.

«La prima volta (10 sett.) vi andai solo, e la seconda
(15) in compagnia della Principessa di Belvedere
e dell'amabile sua figlia donna Giovannina [questa
donna Giovannina è la *Giovannella*, la quale, uscita
di recente da un monastero, si disponeva ad andare
sposa al Principe di Paternò, Giovanni Luigi Moncada,
e dovea poi far parlare tanto di sè nei circoli nobiliari
palermitani], e della Duchessa di Montalto.
Pranzammo in buona compagnia di circa 24 fra dame
e cavalieri, nel palazzo del pubblico; ma il caldo era
eccessivo. La gente accorsavi da Palermo era infinita
e fu bellissimo spettacolo il vederla ire e tornare in
la gran folla ed occupare tutte le vie e le rivolte sul
[pg!36]
monte, e formare vari gruppi intorno alle pubbliche
fontane che ad ogni passo s'incontrano [#]_. Chi a piè,
chi a cavallo, chi sulle carrette, chi dentro le lettighe
accorreva da ogni banda e sprezzava i caldissimi
raggi del sole e l'incomodo polverio da tanti piedi
d'uomini e di animali eccitato. Le carrozze poi, le
mute, i birocci, e le canestre s'affoltavano d'ogni intorno
e discendevano in lunghissime file che dalle porte
di Palermo a quella di Monreale non erano discontinuate;
laonde conveniva aspettarne lo sviluppo pazientemente» [#]_.

.. [#] Erano le fontane, oggi abbandonate, fatte eseguire dall'Arcivescovo dal
   Testa.

.. [#] :small-caps:`Rezzonico`, *Viaggio della Sicilia e di Malta*, in *Opere
   raccolte e pubblicate dal prof.* :small-caps:`Fr. Mochetti`, t. V, pp. 106 e
   segg. Como, 1817.

La dimostranza, tutta popolare, concepita ed eseguita,
come altre simili, per edificazione e svago della
folla, non ebbe il plauso dell'illustre gentiluomo: e
non poteva averlo, vivendo egli in mezzo a nobili e
signori, e con principî severamente classici. Così il
Rezzonico si lasciò andare a malinconiche riflessioni
«sul bello dell'arte imitatrice e degli spettacoli, la cui
perfezione indica più d'ogni altra cosa la cultura
dello spirito e del cuore negli uomini assembrati».

Non importa però: lo spettacolo piacque a tutti, e
tanto basta.

Dai punti principali del Vecchio Testamento, riferentisi
alle tristi condizioni della Umanità pel peccato
di Adamo, si passava a quelli del Nuovo, che mano
[pg!37]
mano conducevano alla Redenzione per opera del
Dio-Uomo, venuto sulla terra a scontare la colpa del
mondo. Il distacco tra gli uni e gli altri era notevole,
e dove tra i primi, patriarchi e profeti si alternavano
con le immagini dei fenomeni tellurici e meteorologici
e delle entità astratte, tra i secondi la Passione coronava
in forma tragica l'opera. Il simbolismo prevaleva
«con molte prosopopee bizzarre come il Tremuoto,
che gonfiando le guance e tirando gran calci e
vibrando qua e là le braccia argomentavasi di figurare
le desolazioni e i danni che reca ad incutere altrui
spavento. La morte, la peste, l'idolatria, il peccato,
la guerra altresì v'erano personificate».

La crocifissione svolgevasi crudamente realistica,
e alcune circostanze di essa dovettero concorrere alla
sgradita impressione ricevutane dal dotto visitatore.

Di più facile contentatura, Ferdinando III si divertì
moltissimo della processione figurata del 4 maggio
1801, ripetuta nella medesima Monreale [#]_.

.. [#] *Raccolta di Notizie*, n. 36, Palermo, 4 Maggio, 1801.

[pg!38]

.. toc-entry:: II. Spettacoli e Passatempi.

CAP. II.
========

.. class:: center large

SPETTACOLI E PASSATEMPI.

Le notizie della stupefacente ascensione dei fratelli
Montgolfier col loro pallone aerostatico giunsero in
Palermo per mezzo delle gazzette: e fu un gran discorrerne
per tutta la città.

Un libro francese stampato a Losanna venne ad
accrescere lo stupore non solo con le particolarità maravigliose
che accompagnarono la riuscita dei varî
preparativi dell'avvenimento, ma anche coi disegni
che parvero fatti a posta per fomentare l'ansiosa curiosità
dei Palermitani [#]_.

.. [#] *Des Ballons aérostatiques, de la manière de les construire,
   de les faire élever ecc. Orné des planches en taille
   douce.* A Lausanne, chez J. P. Heubach, MDCCLXXXIV.

«Le piazze, le conversazioni, i caffè risonavano globi
volanti, navigazioni celesti, aerei viaggiatori
Tutti volevano riprodotto lo spettacolo, e non fu persona
che non s'interessasse di quegli esperimenti, creduti
[pg!39]
utili alla riuscita della non mai tentata impresa.
Non è già che si volesse come a Parigi vedere un uomo
salire in aria; perchè nessuno si sarebbe arrischiato
se pure l'avesse saputo fare, a riprodurre la macchina
con la relativa cesta o navicella e con un essere
in carne e in ossa a dirigerla. Insofferente tuttavia
era la curiosità di veder andare in alto un gran globo
secondo le indicazioni dei giornali francesi, ed instancabile
l'agitarsi di dotti e di indotti per l'attuazione
del descritto disegno.

Si chiamarono i più periti macchinisti del tempo,
si misero a parte del poco e del molto che si sapeva
del meccanismo dell'opera e si fecero quanti più tentativi
si poterono. E poichè le relazioni parlavano di
taffetà, di taffetà rimbombava ogni angolo del paese:
«ed ecco il taffetevole pallone, il quale, messo a prova,
arrossendo di poggiar alto e sceso umiliato al suolo,
fece arrossirne ma non umiliarne gli autori. La
gravezza del peso in quel globo, abbenchè di picciol
diametro, impedì che si innalzasse nell'aria atmosferica».
Le prove si ripeterono col sussidio della chimica
e della dinamica quali erano allora conosciute; ma i
risultati furon sempre nulli, ed il ridicolo cadeva a
larghe mani sopra gl'inesperti attori.

Un signore di molto ingegno si fermò sulla inanità
degli sforzi della scienza e della pratica del tempo;
e andando più in là che non fossero andati i suoi concittadini,
trovò modo di risolvere il problema del peso,
della misura, della struttura del pallone in guisa da
renderlo buono a sollevarsi da terra ed a prendere le
[pg!40]
vie aeree fino allora non tentate in Sicilia. Questo
signore fu D. Ercole Michele Branciforti, Principe di
Pietraperzia e futuro Principe di Butera: persona di
grande perspicacia e di non comune disposizione alla
fisica, dei cui segreti, del resto, era affatto ignaro.
Egli lavorò indefessamente per la riuscita dei suoi
disegni, e quando si credette sicuro di sè, invitò nel
paterno palazzo Butera la Nobiltà siciliana di Palermo,
e l'11 marzo del 1784 fece le prime fortunate prove,
preludio a quelle stupende del 14. Spettatori i nobili
più riputati e le autorità civili e militari, egli
presentò il suo pallone, lo riempì di ossigeno, ne chiuse
la bocca e quando gli parve buono ad affrontare la
prova lo fece andar libero per mano del Vicerè. Il pallone
si levò maestoso di mezzo all'ampia terrazza; e
forte, solenne, non mai più sincero, fu lo scoppiettar
di mani, l'applaudire degli astanti del palazzo, del
popolo della Marina a così nuovo miracolo dello umano
ingegno [#]_.

.. [#] *Ragguaglio dei palloni aerostatici lavorati con felice
   successo da D. Ercole M. Branciforti e Pignatelli ecc.* In Palermo,
   MDCCXXXIV. Dalle Stampe del Bentivegna.

Il Vicerè Caracciolo non potè nascondere la sua
grande soddisfazione ed espresse il maggior compiacimento
a D. Ercole; ma certamente vivo dovett'essere
il suo rincrescimento di trovarsi ospite e lodatore
di colui che, pochi mesi innanzi aveva, per una fisima,
tenuto abusivamente in prigione: e quando si congedò
per ritornare alla Reggia, tirò il più lungo dei
sospiri come liberato da un incubo per la mortificazione
[pg!41]
di aver dovuto festeggiare l'uomo che avea per
tredici mesi soperchiato.

I lettori ufficiali dell'Accademia degli studî (i professori
della Università) riflettendo sopra gli splendidi
risultati del Branciforti, e non sapendo rassegnarsi
a passare in seconda linea di fronte ad una
persona la quale, priva della cultura tecnica, era arrivata
là dove i maggiori di loro non avean sognato,
pensarono di affermarsi ripetendo per proprio conto lo
spettacolo del patrizio palermitano. Il dì 21 dello stesso
mese l'abate basiliano p. Eutichio Barone, insegnante
di storia naturale e botanica nell'Accademia,
volle mandar su un suo pallone dalla loggia della Casa
degli studî (l'ex-Collegio dei Gesuiti); ma ahimè!
l'esito non poteva essere più disastroso: ed appena il
pallone si alzò dal fabbricato, andò a cadere a pochi
passi, nel giardino del monastero della Badia Nuova,
sì che il vanitoso maestro ne restò con il danno e le
beffe [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVIII, p. 213. — :small-caps:`Torremuzza`,
   *Giornale* ined., p. 313.

Da queste prove potè avere incremento, se non origine,
l'uso dei palloni di carta velina che in estate si
mandano in aria, specialmente in Palermo; il quale
sospetto esprimiamo in forma dubitativa mancandoci
documenti scritti di proibizioni di siffatti divertimenti
al biondeggiar delle messi nella Conca d'oro: dove
il cadere di palloni accesi avrebbe potuto recare gravissimi
incendî. E certo è da supporre che prima di
[pg!42]
quello del Branciforti nessun globo consimile si fosse
veduto in Sicilia, per quanto la cosa possa ora sembrare,
qual'è, ovvia e la più naturale di questo mondo.

Alcuni anni dopo, nel 1790, Vincenzo Lunardi, ardito
aerostata lucchese, dopo varie ascensioni, incominciate
con quelle di Edimburgo e di Glasgow (1784),
immediatamente dopo le famose dei Montgolfier (1783),
pensionato da Ferdinando in Napoli e col grado di capitano
onorario, venne a rinnovare i miracoli Montgolfieriani
tra noi. La cittadinanza vi si apprestò
come alla più grande festa della sua vita: e il dì 15
marzo la Villa Filippina, dentro e fuori, fu stivata
di spettatori impazienti di una vista non mai da essi
immaginata. Le terrazze, i balconi più alti delle case
e dei palazzi, le logge dei monasteri, i campanili, le
cupole delle chiese si videro occupate da persone d'ogni
condizione, e da monache, da preti, da frati, da
militari. Si parlava del Lunardi come di essere soprannaturale,
e la leggenda particolareggiava di opere
e di atti di lui e delle ragioni e dei mezzi delle sue
aeree escursioni.

Aspetta, aspetta: l'ascensione non ebbe luogo. Il
vento impetuoso non lo permise. Ma il popolo, stanco
del lungo, penoso attendere, del digiuno e della sete
nella Villa, nella campagna di S. Francesco di Paola,
ne' dintorni del vecchio Cimitero, presso i baluardi,
esplose in grida e minacce violente contro il Lunardi,
bollandolo per giuntatore volgare, venuto in Palermo
ad imbrogliare i cittadini. Il brav'uomo fu a un pelo
di essere accoppato: e se sfuggì alla collera del pubblico,
[pg!43]
dovette andarne debitore al Vicerè ed alla Nobiltà,
che lo protessero.

Ma il Lunardi non era un giuntatore: ben tredici
volte avea tentato le vie de' cieli in tutta Europa: e
teneva molto alla sua reputazione, perchè la smentisse
nella Capitale della Sicilia.

Nei primi di luglio un avviso a stampa nelle Quattro
Cantoniere e in varî posti del Cassaro e della
Strada Nuova diceva che il capitano Lunardi avrebbe
fatto la sua ascensione l'ultimo giorno del mese.
Stavolta lo spettacolo sarebbe avvenuto a qualunque
costo: dovesse andarci di mezzo anche la vita dell'attore.

Il 31 luglio tutta la città fu lì a S. Francesco di
Paola: e chi non vi fu di persona, vi tenne sopra gli
occhi tutta la giornata, da tutti i luoghi donde lo
spettacolo fosse possibile.

Lunardi ascese col suo globo. Vicini e lontani sbalordirono,
tremarono all'audacia di lui, il quale parve
a chi un dio, a chi un demonio, sovrumano a tutti.
Scomparso nello spazio, lo si rivide in capo ad alcune
ore in trionfo per la città, lieto in mezzo al popolo
tripudiante, acclamante; i nobili lo sovraccaricarono
di doni, il Vicerè di danaro, le monache di dolci e di
ghiottonerie. Onore supremo a quei tempi, il suo pallone
venne disegnato; sparso per la città il suo ritratto,
come quello di uno dei più grandi personaggi del
tempo.

E come da quattro mesi correvan feroci le invettive
in verso e in prosa contro il supposto inganno di lui,
[pg!44]
così da quel giorno cominciarono gli inni; e nacque
subito e corse dappoi e si sente ancora dopo più d'un
secolo una entusiastica canzone sulla mirabile impresa
e sulle particolarità che la resero celebre. La
canzone principiava così:

   |   Nun si leggi 'ntra lunaria
   | Jiri un omu mai 'ntra l'aria;
   |   Liunardu sulu ha statu
   | Ca li nuvuli ha tuccatu;
   |   La sò forza a tantu arriva:
   | Liunardu viva viva!
   |   Viva viva la sua virtù!
   | Un omu di terra 'nta l'aria fu!

e ripeteva questi due versi intercalari, strofa per istrofa,
fino all'ultima:

   |   Stu prudigiu di munnu
   | Pri 'n eternu 'un tocca funnu;
   |   Liunardu lo sò nnomu;
   | Resta sempri di grann'omu;
   |   Liunardu sulu ha statu
   | Ca li nuvuli ha tuccatu;
   |   La sò forza a tantu arriva.
   | Liunardu viva viva!
   |   Viva viva la sua virtù!
   | Un omu di terra 'nta l'aria fu!

La figura del Lunardi corse ammirata e ricercata
per la città tutta: e venne ritratta nella mobilia e
nei quadri.

Il 19 maggio del 1794 era in vendita nella bottega
dell'orologiaio Giuseppe Mustica, dirimpetto il piano
dei Bologni, dove ora è il palazzo Riso, «un oriuolo
colla cassa di legno indorata, che ha la forma di un
[pg!45]
pallone volante e sostiene in una barchetta continuamente
agitata Lunardi ed il suo compagno. Suona le
ore, i quarti, il mezzogiorno, la mezzanotte, lo svegliarino,
la ripetizione, mostra li giorni del mese, ha il
*sì* e *nò*, e si carica pella parte del quadrante».

Così diceva il n. 7 del *Giornale del Commercio*.

Questo il più grande spettacolo *fin de siècle*. In faccia
ad esso impallidirono i precedenti e quanti ne vennero
in seguito. A che dunque dilungarsi in ricordi,
anche interessanti, di altro genere?

Passiamo ad un divertimento ora del tutto dimenticato,
e rifacciamoci dal 1770.

La mattina del 10 luglio di quell'anno Patrick Brydone
scrivea da Palermo a Londra dover andare dopo
colazione a giocare al pallone, al quale col suo compagno
di viaggio Fullarton era stato invitato [#]_.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, op. cit., lett. XXIX.

In uno dei suoi opuscoli inediti il Villabianca diceva
del giuoco: «Si fa in campo aperto, con un pallone
di cuoio che batte e ribatte in aria, da più giocatori
robusti, armati di guantone di legno al braccio
destro, punteggiato (il guantone) dell'istesso legno
per balestrare più in alto il pallone. Si fa da persone
civili, e vi accorre gran popolo anche per vedere
gente rispettabile a giocarlo. Si suole fare nella fossata
di strada suburbana, che sta sotto il baluardo
dello Spasimo, e appo il popolo rendere un virtuoso
trattenimento di divertimenti estivi. Vi giocano per
bizzarria parecchi nobili, sacerdoti e persone civili.
[pg!46]
Male a chi l'erra e per imperizia non ribatte il pallone
e lo fa cadere in terra!» [#]_.

.. [#] *Opuscoli palermitani*, n. 2, p. 53. Ms. Qq E 94 della Bibl.
   Com. di Palermo.

Nello scorcio del settecento l'attrattiva divenne passione
intensa: ed uno dei tanti che lo videro nel 1798
notava: «Si è quasi reso in furore il giuoco del pallone
che si fa sotto il baluardo dello Spasimo con gran
concorso di popolo e gente civile e nobiltà» [#]_.

.. [#] :small-caps:`G. Lanza` e :small-caps:`Branciforti`, *Diario storico*, anno 1798. Ms.
   inedito della Biblioteca dell'on. Principe Pietro Lanza di Trabia
   e di Butera.

Pare vi sia stata una vera fioritura di giocatori,
ma pare altresì che non tutti fossero i robusti dei quali
parla il Villabianca; perchè, proprio in quell'anno,
D. Francesco Carì componeva il seguente pepato sonetto:

   |   \— «Chi son costor che a piè d'un baluardo
   | Le nerborute man menan con arte?
   | Forse quel legno acuto arma è di Marte?
   | Perchè muovono il piè[de] or presto, or tardo?
   |   «Quel diavolo di globo che qual dardo
   | Spinto e respinto or sbalza, or torna, or parte.
   | E quei minchion, parte seduta e parte
   | Ritta, ed in cocchio, gira avido sguardo?
   |   «Quei terminacci: *fallo*, *passa*, *caccia*,
   | Quel ventoso cristero e quel lachino [#]_.
   | Che ci scaglia il pallon a tutti in faccia
   |   Che voglion dir? Cosa mai fanno, Elpino?» —
   | Elpin ride e s'accosta, indi m'abbraccia:
   | \— «Semplicetto *scioccon*, chiede a Gazzino.» —

.. [#] Sarebbe forse D. Gioacchino Torre, a cui tra gli altri
   si rivolge con un brindisi il Meli? (vedi *Opere poetiche*, p. 286.
   Palermo 1894).

Gazzino, chiamato in ballo da quest'ultimo verso,
risponde per le rime (e qui la frase vuole intendersi
[pg!47]
in significato letterale); ma la sua risposta è troppo
vivace, e dobbiamo lasciarla nel manoscritto che la
conserva [#]_.

.. [#] :small-caps:`G. Lanza` e :small-caps:`Branciforti`, *Diario cit.*

La fortuna del passatempo si tradusse in una specie
di frenesia tanto negli attori quanto negli spettatori.
V'era un certo Di Blasi, un certo Natoli, Fazello,
Pampillonia, Agarbato, Spadaro, Mineo, Monteleone,
Barone [#]_ e non so quanti altri, che volevano parere
agili e gagliardi, ed erano invece o pieni di velleità
di ardimento, o slombati e fiacchi.

.. [#] Alcuni furono soscrittori del *Memoriale* che segue.

Anche su di essi si sbizzarrì la Musa: ed un anonimo
dettò una lunga lettera in versi martelliani ad
un ipotetico amico, nella quale, fingendosi straniero,
conoscitore esperto del giuoco fuori Sicilia, metteva
in canzonatura i guasta-giuoco di Palermo, de' quali
dava brevi ma incisive notizie. Sentiamo un po' quel
che egli scriveva:

   |   Per darvi, amico, al solito, nova di quel che miro
   | In questo di Sicilia piccol'e grato giro,
   |   Vi dico che nel giungere in questa Capitale,
   | Considerato avendola, non trovo tanto male.
   |   Vi scorgo il buono, il pessimo, il dotto, l'ignorante,
   | L'onesto, il disonesto, il celibe, l'amante.
   |   A' pregi, a' mali insomma, a dirla come penso,
   | In essa può abitarvi un uomo di buon senso.
   |   La sera sempre portomi in una compagnia,
   | Ove ne godo al sommo di lecita allegria.
   |   Nel giorno, essendo libero, vado per divertirmi
   | Al giuoco del pallone. Dovete qui soffrirmi.
   |   Dal darvi nuove serie, allontanar mi voglio:
   | Queste ve le riservo scrivere in altro foglio,
   |   E conoscendo appieno qualunque giocatore
   | Avendo quasi un mese passato in questo l'ore,
   | [pg!48]
   |   L'aspetto, il nome, il vizio d'ognun vi scrivo in questo:
   | Sarò nel mio rapporto veridico ed onesto.
   |   Gente la più bisbetica qui si raduna, amico:
   | Il _`giuoco`, non v'inganno, a me non piace un fico.
   |   Veduti i giocatori dell'altre nazioni
   | In paragone, questi, mi sembran *cordoni* [#]_.

.. [#] :small-caps:`G. Lanza` e :small-caps:`Branciforti`, *Diario cit.*

E fa la rassegna minuta, particolareggiata di essi,
che sono appunto quelli dianzi ricordati.

Nonostante, il giuoco proseguì con tale assiduità
che al giungere di Ferdinando III in Palermo, i più
appassionati pensarono di assicurarsi il possesso avvenire
del terreno nel quale si divertivano tanto, presentando
al Re un *Memoriale*, che dice assai più di
quello che noi possiam dire:

«Li giocatori e dilettanti di pallone di questa città
di Palermo espongono che sin da tempi immemorabili
il luogo pubblico ove si è sempre fatto esercizio
del gioco del pallone è stato tutto il pianterreno,
che corrisponde sotto il baluardo nominato dello Spasimo,
vicino alla Marina, ed oggi rimpetto all'Orto
Botanico. Questo gioco incontra tanto il piacere di
questa popolazione quanto in tempo di gioco concorre
in quel sito una strabocchevole quantità di cittadini
d'ogni classe o per giocare o per essere spettatrice
del gioco; a segno tale che li dilettanti fanno
continuamente delle spese per mantenere il cennato
sito adatto alle giocate: ed anni due addietro, quanto
a dire nell'a. 1797 e 1798, vi erogavano la somma di
onze settanta circa... Vi abbisognano intanto delle
altre spese e per la decenza del luogo, e per renderlo
[pg!49]
più commodo ai giocatori. Ma siccome questo gioco non
porta una pubblica istituzione, e temono i dilettanti
che un giorno all'altro dovrebbero avere impedito l'uso
del terreno al presente addetto al riferito gioco
per impiegarlo ad altro destino, così per potere impiegare
con sicurezza il loro denaro, pregano affinchè
si degni ordinare, che atteso il tempo immemorabile
in cui il pianterreno che corrisponde sotto il baluardo
dello Spasimo, che porta la longitudine di tutto il
baluardo e la larghezza di canne 10 circa, è stato lasciato
per commodo dei giocatori del pallone, resti il
luogo suddetto addetto a tale uso, e non possano li
giocatori essere molestati per qualunque causa nell'uso
del suddetto terreno.

«Si tratta di un gioco di pubblico divertimento e
di decoro per altro di questa città, che incontra l'approvazione
d'ogni classe di cittadini, e quindi sperano
i ricorrenti dalla Clemenza Vostra che loro sarà accordata
tal grazia».

Il Re, abituato ad altri divertimenti meno leciti,
non capì questo: e, senza punto scomporsi, rimise
per mezzo del suo ministro Principe del Cassaro la
istanza al Senato perchè ne facesse «l'uso che conviene».
Ed il Senato la mandò, come in linguaggio
burocratico si dice, *agli atti*, e concesse invece all'Orto
Botanico quello spazio di terreno che fronteggia
l'Orto medesimo [#]_.

.. [#] Vedi *Penes Acta*, nell'Archivio Comunale, an. 1799: *Memoriale
   dei dilettanti e giocatori del gioco del Pallone di questa
   città di Palermo al Re.*

[pg!50]

Una cosa non potè impedire, cioè che la contrada
nella quale «da tempo immemorabile» si era giocato,
si chiamasse, come in quel tempo si chiamava ed oggi
si chiama tuttavia, *Il Pallone*; al quale battesimo
non ebbe nessuna parte.

La lapide che non murò allora il Senato (perchè
le prime lapidi state apposte son di poco anteriori
all'anno 1802: e celebre fu quella del *Cassaro morto*,
di fronte all'Ospedale di S. Bartolomeo, oggi S. Spirito),
l'ha murata testè il Consiglio Comunale.

Se nobili e civili si divertivano sotto lo Spasimo al
pallone, adulti e giovani non lasciavano passare giorno
senza giocare alle bocce.

Questo passatempo, così diffuso dentro e fuori città,
piaceva a tutti gli sfaccendati, e divenne una vera frenesia;
di che non si saprebbe nulla oggi se i viaggiatori
non avessero deplorato l'abuso pericolosissimo
pei passanti. Fu notato infatti, che nei viali fiancheggianti
la Villa Giulia si faceva a chi lanciasse più
lontana la palla e a chi riuscisse al miglior colpo. Se
il Capitan Giustiziere se ne occupasse, ed il Pretore
vi mettesse gli occhi sopra, non appare dalle carte del
tempo, perchè certe cose andavano allora un po' sommariamente,
e ad alcuni inconvenienti, che ora metton
sossopra la stampa giornaliera, non si guardava
nè tanto nè quanto, quasi fossero le più naturali di
questo mondo. Il medesimo passatempo, del resto, occupava
nelle ore pomeridiane di alcuni giorni della settimana
gli ascritti alle congregazioni della Villa Filippina,
della Villa de Fervore, della Villa di S. Luigi;
ma lì era innocuo, e vorremmo dire disciplinato.
[pg!51]

La passione della caccia chiamava sul mare e lungo
la spiaggia all'autunnale «passa delle allodole». Spettatore
cotidiano di queste scene, Bartels, ne provava
infinito piacere. In centinaia di barchette migliaia di
cacciatori scorrevano il golfo. All'appressarsi d'uno
stormo di quegli uccelli facevan silenzio; alla calma
seguiva improvvisa tempesta, scariche di schioppi, e
concitato abbaiar di cani tuffantisi in acqua a raggiunger
la calda preda, ed alte voci pei colpi buoni [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *Briefe über Kalabrien und Sizilien*, v. III
   p. 723.

Ma la passione fu qualche volta contrariata. Essendo
in Palermo, Re Ferdinando, abile ed irritabile cacciatore,
ebbe da non pochi proprietari aperti i loro
fondi perchè vi cacceggiasse a tutto suo agio e diletto.
Fu una processione di omaggi al Sovrano, ma fu anche
un'astuzia degli offerenti per liberarsi dei tanti
seccatori che per quel gusto si permettevano di scorrazzare
in lungo e in largo le loro tenute; perchè, fatta
la offerta, si affrettavano a proibire a qualsiasi
persona lo accesso, col pretesto della caccia riserbata
al Re.

I cacciatori ne furono desolati, ed a sua Maestà si
rivolsero con un indirizzo, supplicandola di voler loro
concedere libertà di cacceggiare nelle private proprietà [#]_:
domanda, in apparenza molto semplice, ma in
sostanza stranissima, perchè rivela in che concetto si
avesse l'autorità regia, dalla quale si reclamava il disporre
come di roba di nessuno della roba altrui bastando
l'ordine del Re.

.. [#] *Penes Acta*, nell'Arch. Comunale, a. 1799.

[pg!52]

.. toc-entry:: III. I Teatri e le Artiste; i partigiani di esse. Lotte tra il S.a Cecilia ed il S.a Lucia.

CAP. III.
=========

.. class:: center large

I TEATRI E LE ARTISTE; I PARTIGIANI DI ESSE. LOTTE TRA IL S.\ :superscript:`a` CECILIA ED IL S.\ :superscript:`a` LUCIA.

Gli spettacoli teatrali, qualunque fosse la loro natura,
costituirono sempre una delle passioni predominanti
nei Palermitani; l'«\ *opera* però era sempre la
più favorita» [#]_ per la quale venivano sempre con
periodiche esecuzioni aperti i teatri di S.\ :superscript:`a` Cecilia e di
S.\ :superscript:`a` Caterina, i maggiori del tempo.

.. [#] :small-caps:`De Saint-Non`, op. cit., p. 143.

S.\ :superscript:`a` Cecilia era della Unione dei Musici: e vi aveano
palchi di loro proprietà sontuosamente addobbati la
Marchesa di Regalmici, Caterina La Grua Talamanca
e la Principessa del Cassaro, Maria Cristina Gaetani.
Dopo la riforma che ne fu fatta sotto il Vicerè Principe
di Caramanico, non mancava ad esso nulla per
esser degno di accogliere l'aristocrazia siciliana con
opere musicali eroiche, di stile di cappa e spada e
qualche volta comiche. I signori ne eran contentissimi,
[pg!53]
anche perchè ne era stato tolto il pericoloso ingombro
del tamburo in legno, sostituito con altro in muratura [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1799-80; a. 1786, p. 135.

Col S.\ :superscript:`a` Cecilia, ma a certa rispettosa distanza, andava
il S.\ :superscript:`a` Caterina, o S.\ :superscript:`a` Lucia; così chiamato per la
vicinanza del Monastero di S.\ :superscript:`a` Caterina e perchè apparteneva
ai Marchesi di S.\ :superscript:`a` Lucia Valguarnera, che
vi aveano addossata la loro casa e da privato e domestico
l'avean reso pubblico [#]_.

.. [#] Per la storia da scriversi del nostro teatro è utile notare
   che qualche volta in questo teatro agivano dei filodrammatici.
   Abbiamo sott'occhio un *Argomento della Commedia del*
   :small-caps:`Marchese di Liveri` *intitolata* Il Solitario, *la quale si rappresenta
   nel domestico Teatro dei Signori Marchesi di S. Lucia,
   da una Brigata di Nobili, e Dilettanti*. In Palermo,
   MDCCLXVII. Nella Stamperia dei Santi Apostoli in Piazza
   Vigliena presso D. Gaetano M.\ :superscript:`a` Bentivegna. In-4º, pp. 7.

Come più piccolo, non potea esso pretenderla alla
magnificenza del fratello maggiore, ed avea ricordi
non alti nelle rappresentazioni comiche di antichi artisti
buffi, giunti fino a noi col titolo di *Travaglini*;
onde il nome che ne serbò lungamente. Ma a volte, la
elevatezza degli spettatori veniva quasi indistintamente
condivisa da entrambi i teatri, dei quali il S.\ :superscript:`a`
Caterina offriva d'ordinario opere comiche.

Un giorno il Vicerè Caracciolo, scontento anche dei
teatri, persuase i patrizî a costruirne di sana pianta
uno nuovo fuori Porta Macqueda. Tra quei patrizî
erano Senatori: e fu appunto il Senato l'interprete o
esecutore dei desiderî di S. E. Si fece il disegno, si
stabilì il luogo dell'edificio e fu anche detto più tardi
[pg!54]
che le somme occorrenti sarebbero state prese dai fondi
amministrati dalla Deputazione per le strade di Sicilia [#]_.
Ma all'ultima ora, quando si trattò dell'attuazione,
nessuno osò avventurare il Comune in una opera
non creduta necessaria. Se non che, *quod non fecerunt
barbari fecerunt Barberini*: ed i Barberini o barbarini
furono gli allegri amministratori della città cent'anni
dopo, quando demolirono quattro chiese e due
monasteri per edificare un Teatro Massimo, proprio in
quei medesimi paraggi nei quali fin gli spensierati signori
del secolo XVIII non avevano avuto il coraggio
di farlo.

.. [#] Un uomo altolocato in Palermo diceva al Bartels queste
   gravi parole: «Si vocifera che il denaro esatto (per le
   strade) sarà forse impiegato per la fabbrica di un nuovo teatro
   in Palermo. Non è da credersi; ma il Governo di Sicilia
   fa vedere cose più mostruose». :small-caps:`Bartels`, *Briefe*, n. XXXIII,
   vol. II, p. 519.

Vicende dei tempi! Megalomania degli uomini!

Per Carnevale si aprivano non solo tutti e due i
teatri, ma anche gli altri privati, permanenti ed occasionali,
di Casa Abbate di Lungarini, del Marchese
Roccaforte (a Mezzo Monreale), del Conservatorio degli
Spersi turchini del Buompastore, del R. Convitto
San Ferdinando, del Marchese di Salines Tommaso
Chacon [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1787, p. 163; a. 1793, p. 59;
   a. 1798, pp. 25-26. — :small-caps:`Santacolomba`, *L'Educazione della Gioventù*
   ecc. pp. 421-22. In Palermo, MDCCLXXV.

Quell'uomo scrupoloso (!) che fu Ferdinando III un
giorno s'accorse o venne informato che questi teatrini
di famiglia non dovevano lasciarsi liberi di rappresentare
[pg!55]
quel che ai padroni piacesse: e con un dispaccio
li volle sottoposti alla comune censura [#]_: quasichè
negli istituti di educazione si potessero rappresentare
cose contro o il Governo, o la religione, o la morale!

.. [#] Palermo, 4 febbr. 1800.

Le più riputate compagnie d'Italia interpretavano
drammi in musica e in prosa non prima qui uditi. Gustosissima
la commedia musicale *Giannina e Bernardone*
del Cimarosa, della quale nel 1784 si interessò
personalmente il Caracciolo [#]_, e che con grave errore
si è detto essere stata la prima volta eseguita nel 1787
in Napoli [#]_.

.. [#] *Reali Dispacci*, an. 1784, registro n. 1510, fogli 152-53 dell'Archivio
   di Stato di Palermo.

.. [#] :small-caps:`C. Dassori`, *Opere e Operisti, Dizionario lirico universale
   (1541-1902)*, p. 666. Genova, 1903.

Per non dire degli anni anteriori alla ricostruzione
del S.\ :superscript:`a` Cecilia, costata tremila scudi, dal 1787 in poi,
dame e cavalieri vi udirono, deliziandovisi, l'*Ariarate*
del Tarchi, l'*Arbace* di Fr. Bianchi, l'*Alceste* del
Portogeloclo, l'*Amor contrastato* (chi non ricorda questo
celebre dramma in musica del Paisiello?), la *Didone
abbandonata*, sul cui tema rivaleggiarono il palermitano
Piticchio (1780), il massese Guglielmi (1785), il
veneto Gazzaniga (1787), il pesarese Federici (1794),
fino al Paisiello (1797); il *Fanatico burlato* del Cimarosa,
l'*Alzira* di G. Niccolini [#]_. E dame e cavalieri risero
e lacrimarono (senza mai piangere) alle patetiche,
attraentissime voci delle prime cantanti italiane
e straniere Teresa Pogg (1789), Margherita Delicati e
[pg!56]
Marianna Vinci (1791), Anna Nara e Marianna Marioletti
(1792 e 1794), Giuseppa Netlelet, Carolina
Danti (1793), e Teresa Marioletti Blasi (1794) e Carolina
Bassi e Caterina Fiorentino (1797) e Teresa Bertinotti
e Carolina Miller (1799) e Carolina Scaramelli
(1800) [#]_.

.. [#] Anni 1787, 1788, 1798-99 ecc.

.. [#] Nota presa nella Biblioteca del Principe di Trabia e nel
   *Giornale di Sicilia* del 5 agosto 1794.

Quando la musica veniva alternata con la prosa,
e due compagnie si dividevano gli allori ed i quattrini
del privilegiato teatro, la *Morte di Carlo XII re di
Svezia* con altre tragedie dell'Alfieri vi ricompariva
con sempre nuova simpatia, ed è notevole che in mezzo
a tanta mollezza di costumi e svenevolezza maliziosa
di operette serie e buffe potesse questa simpatia farsi
strada e mantenersi in aperto contrasto con la natura
dei componimenti tragici del sommo astigiano. Perchè,
mentre le operette erano tessute d'intrecci strani, a
base di pensieri e di affetti leziosi con linguaggio misuratamente
appassionato, le tragedie dell'Alfieri si
svolgevano con la massima semplicità d'intreccio, con
la forza di pensieri magnanimi, con la robustezza,
anche retorica, del linguaggio, con la frequente durezza
dei versi.

La stagione classica era quella del Carnevale; ma
vi erano anche altre stagioni dell'anno: e nel 1797 si
principiò a gennaio e si finì a dicembre: un carnevale
continuo: anno nei fasti del teatro in Palermo memorabile
per i ridotti, gli svariati trattenimenti, gli artisti
[pg!57]
di cartello, la successione ininterrotta di rappresentazioni
e per molte altre circostanze.

Il 28 gennaio andava in iscena col nuovo tenore
Emanuele Caruso la *Pietra simpatica* del maestro di
cappella palermitano D. Salvatore Palma [#]_: e contemporaneamente,
o quasi immediatamente dopo, parecchie
opere musicali *non eroiche*, disimpegnate dalla
Compagnia che dal primo suo buffo prendeva nome di
Trabalza. La fiorentina Anna Andreozzi, prima donna,
già nota e cara al paese, vi faceva miracoli d'arte,
eguagliata qualche volta non superata mai dalla seconda
donna Maddalena Menini.

.. [#] :small-caps:`Dassori`, op. cit., p. 799, attribuisce a Silvestro Palma
   quest'opera, che dice primamente rappresentata in Napoli,
   nel 1792.

Ecco la Quaresima con le sue penitenze e gli spettatori
non erano ancor sazî di rappresentazioni. «Oh!
pensavano essi, non sarebbe egli bello fare fermare,
gli artisti in Palermo, ed eseguire opere sacre?».
L'idea piacque e si espose all'Autorità politica ed ecclesiastica;
la quale, poichè in assenza del Vicerè era
accentrata nella persona dell'Arcivescovo Lopez, l'accolse
benevolmente; ma sotto una condizione, cioè, che
si dovesse stare strettamente alle opere sacre; che
*oratorio* dovesse chiamarsi il teatro, e che al domani
di una rappresentazione, lo spettatore dovesse andare
a udir messa: fanciulleschi ripieghi, nei quali i nomi
mal coonestavano le cose, e l'esercizio d'un atto religioso
serviva di passaporto ad uno spettacolo mondano.
[pg!58]

La *Giuditta* era tra le opere più accette [#]_; il teatro
fu sempre pieno zeppo, e «non vi fu sedia, gradetta
o palco vuoto. Gli impresarî (Corrado Nicolaci Principe
di Villadorata, Gaetano Campo ed altri) vi guadagnarono
centinaia d'onze. Il teatro fu convertito
in Oratorio e così chiamato, e chiesa e luogo sacro».
L'esempio degli oratorî produsse effetto maraviglioso
nel clero secolare e regolare. Poichè il teatro è stato
convertito in chiesa — dissero molti — con sacri oratorî,
perchè non si può andare anche a teatro per assistervi?...
E poichè si assiste ad opere sacre, perchè
non si può anche assistere ad opere profane?

.. [#] Probabilmente è *Il trionfo di Giuditta, azione sacra* di
   Pietro Guglielmi, stata eseguita più tardi nell'Oratorio di S.
   Filippo Neri. Se non che, una edizione se ne ha di «Palermo
   MDCCCVI, nella Stamperia del Solli».

Il ragionamento non faceva una grinza: ed ecco ecclesiastici
d'ogni ordine accorrere al teatro. L'impresario,
che non cercava di meglio, allargò la mano con
opere musicali di giorno, per preti e regolari: «cosa,
confessa il Villabianca, vergognosa, quasi sacrilega»,
spiegabile solo con «la mutazione dei tempi» [#]_.

.. [#] *Diario* ined., a. 1798, pp. 25-26.

Scorsa con questi mezzucci la Quaresima, la passione
del teatro diventò febbre. Dopo il sacro venne il profano.
Pel maggio apparecchiossi, con un'altra compagnia,
*Il trionfo di Diana* in costumi così scollacciati
che la Nobiltà fuggì inorridita, e l'impresario, responsabile
dello scandalo, fu mandato in carcere, donde
potè uscire solo per intercessione di quei medesimi
nobili che aveano ricorso contro di lui. Il dramma
[pg!59]
musicale fu ripresentato con radicale riforma di costumi [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., a. 1797, p. 142.

Così giungevasi alla estate, e con la compagnia Tassini
si assisteva alla rappresentazione del *Pimmalione*
di Bonifazio Asioli o del Sirotti in luglio, della *Morte
di Cleopatra* del Nasolini in agosto: opera grandiosa,
nella quale sul palcoscenico appariva un carro tirato
da quattro cavalli; dei *Tre eredi* in settembre. Assunta
la impresa da Pietro e Bartolomeo D'Affronti, ritornava
il sempre desiderato Giuseppe Trabalza con le
sue lepidissime commedie per musica; ma la diva Andreozzi
non compariva, e in sua vece veniva la Cecilia
Bolognesi, che nei *Puntigli per equivoco* del Fioravanti [#]_
faceva le parti di Bettina figlia di D. Fronimo,
mentre Ludovico Brizzi rappresentava D. Eugenio,
amante prima di Dorina, poi di Bettina. Così proseguivasi
sino alla fine con l'*Astuto in amore*, che dopo
due esecuzioni doveva mettersi da parte; con la *Donna
sensibile* di Giacomo Tritto e con altre opere, tutte a
lode anche del maestro di cappella D. Giuseppe Bracci,
stato abilmente al cembalo, dei pittori delle scene D.
Filippo Ferreri, D. Vincenzo Vulturi e D. Baldassare
Pace, ed anche un po' del vestiarista D. Gaspare Siragusa,
che fu il Settimo Cane del secolo XVIII.

.. [#] *I Puntigli per equivoco, commedia per musica da rappresentarsi
   nel R. Teatro S. Cecilia.* In Palermo, MDCCXCVII.

Noi rivedremo tra poco l'Andreozzi nella *Vergine
del* Sole del Cimarosa, ed intanto proseguiamo la nostra
rapida descrizione.
[pg!60]

Al S.\ :superscript:`a` Lucia non si faceva da meno: e dove negli
anni anteriori le opere comiche in musica vi avevano
attirato uditori e spettatori, amici incondizionati, o
con la Teresa Corisoli della compagnia comica Pinetti
(1794), o con l'Agata Rubini (1795 e 1801), nel 1797 era
una sequela di opere comiche e tragiche nuove per
esso. Il Carnevale di gennaio e febbraio aveva una
ripresa in autunno col *Pirro re d'Epiro* del Zingarelli,
con *La Serva padrona* e con gli *Zingari in fiera* del
Paisiello; e nel Carnevale seguente, passato clamoroso
per gli applausi riscossi dalla prima donna Anna Davì
o Davya piemontese, la quale, benchè attempatella,
nella *Zenobia in Palmira* di Pasquale Anfossi cantava
con grazia ed eccellenza singolare. Onde il Meli, attempatello
anche lui, improvvisava la odicina intitolata:

   | :small-caps:`Li Grazj.`
   |
   |   Sai, bella Veneri,
   | Sai tu pirchì
   | Li Grazj currinu
   | A la Davì?
   |
   |   Pri fari vidiri
   | Chi ad idda sta
   | Rendiri amabili
   | Qualunque età;
   |
   |   E chi tu propria
   | Tu stissa tu,
   | S'iddi ti lassanu
   | Nun cunti cchiù [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 65.

Lucrezia Nicodemi nell'anno successivo non ebbe per
la *Finta amante* del Paisiello i versi di un Meli; ma
[pg!61]
portò via i regali di parecchi giovani ed il cuore di
più d'un adoratore: storia vecchia, e pratica sempre
nuova!

Noi non abbiamo tempo di fermarci sulle opere musicali
che si eseguivano tra noi; ma se per un momento
potessimo farlo, ne vedremmo ogni tanto una siciliana
o di Siciliani. Tutte o quasi tutte venivano da fuori
e per lo più da Napoli, la cui scuola primeggiava, e
donde il passaggio a Palermo era come una tappa geografica
naturale. A Palermo facevan capo, come una
volta le opere del Pergolese e dello Scarlatti, i recenti
lavori del Paisiello, del Cimarosa, del Guglielmi; e le
fresche ed eterne loro ispirazioni giocondavano una
società che li comprendeva e li sentiva.

Nel resto però le opere teatrali erano melodrammi
artificiosi, dai temi obbligati, dagl'intrecci unitipici,
dalle situazioni imbarazzanti, dagli amori apparentemente
divisi a più aspiranti, dai cuori a pani di zucchero,
dalle sinfonie solo buone a solleticare senza
commuovere, a pungere senza penetrare, a vellicare
senza premere, a muovere a sdilinquimenti senza eccitare
ad un fremito.

I partiti in teatro turbavano sovente la calma della
rappresentazione, il godimento dello spettacolo,
l'ordine della città.

«Nei primi tempi della mia età, racconta il Villabianca,
fiorirono al Travaglini... la Turcotta con la
Manfrè. Queste due donne attrassero talmente alcuni
nobili che essi prendendosi a partito arrivarono a
profondervi delle migliaia con molto danno delle loro
[pg!62]
famiglie. Profittando di queste gare, le due donne tornarono
a casa con le tasche piene d'oro e argento
palermitano. Giunse a tal segno la loro follia che
per distinguersi gli uni dagli altri nella possanza di
partitarî, feronsi leciti pubblicamente di portare in
petto pendenti, dei nastri *vermiglio e verde*, le amorose
insegne del gelsomino e dell'ancora non altrimenti
che fossero state divise onorevoli dì ordini cavallereschi».

Più tardi, avvenne un vero scandalo per altre due
donne del S.\ :superscript:`a` Cecilia, protette da due gruppi contrarî,
accalorati nell'ammirazione della mimica di esse,
le quali gareggiando si contendevano il primato
nell'arte di Europa; onde ebbero luogo scandalose
ragazzate dei parteggiatori [#]_.

.. [#] :small-caps:`Ms.` Qq E 88, p. 2, della Bibl. Comunale; e *Diario*, in
   *Bibl.*, v. XIX, p. 141.

In questo tempo (1778) era al S.\ :superscript:`a` Cecilia la più
grande artista d'Italia, madama la Gabriella, detta
la Cochetta. Non si sa come anche lei fosse entrata
nella briga, lei donna di alto merito e di sconfinato
orgoglio; fatto è che ci entrò. E di essa si racconta
che in una sera del Carnevale 1771, essendosi rifiutata
di cantare, il Capitano di Giustizia, stimando metterla
a dovere col mandarla in carcere, n'ebbe in risposta:
*Piuttosto piangere mi posson fare che cantare* [#]_.

.. [#] *Villabianca*, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, p. 269. L'aneddoto,
   un po' travisato, con un'aggiunta senza base storica, è stato
   riportato dal giornale *L'Ora*, a. II, n. 231, da un recente libro di
   memorie di un artista ultimamente pubblicato a Parigi (1901).

[pg!63]

Questo è nulla a petto di quello che accadeva molto
più tardi con l'Andreozzi.

Siamo nello scorcio del 1797 e nei primordî del
1798. Il *partitario* (impresario) Toti fa andare sulle
scene del S.\ :superscript:`a` Cecilia la nuova opera *Vergine del Sole*
del Cimarosa con questa prima donna seria. Ma c'è
in Palermo la prima donna buffa, Cecilia Bolognesi,
alla quale il Capitano della città Principe di Torremuzza
ha assegnato il grado e le mansioni di seconda
donna. Offesa nell'amor proprio, essa riesce per via
di aderenze a prendere parte alla rappresentazione
vestita da Alonso. È una vittoria, questa della Bolognesi,
che però non basta a soddisfare gli amici di
lei, mentre lascia scontenta la Andreozzi e sconcertati
i suoi partigiani. Le due artiste sono al colmo
della rabbia, e i loro sostenitori, l'un contro l'altro
armato, s'attendono al varco. La prima sera è sfavorevole
all'Andreozzi; i suoi ammiratori vengono sopraffatti
da quelli della Bolognesi. Il Principe di Torremuzza
ordina la sospensione dello spettacolo; il pubblico
se ne impermalisce, e al riaprirsi del teatro,
senza tanti complimenti, conferma la sua opposizione;
onde la Andreozzi, perduta la pazienza, gli rende un
certo saluto retrospettivo che fa andare su tutte le
furie lo spazientito pubblico. Dalle parole si passa ai
fatti; dai fischi e dagli urli ai limoni ed ai gozzi di
polli pieni d'acqua. Gli avversarî non la vogliono più
sul palcoscenico: gli amici non possono più far nulla
per lei; ed il Capitano, con indicibile risentimento
della Nobiltà, che all'indecente saluto aspetta una
[pg!64]
ammenda, fa abbassare la tela. E che cosa dovrebbe
egli fare il Torremuzza? — «Mandarla alla Carboniera!»
gridano i più. — «Lasciarla stare!» dicono
i meno. Si vuol trovare un accomodamento, e non si
trova. Si cerca invano di fare sbollire la collera degli
offesi. E se non fosse per l'alto ufficiale di giustizia
Leone, che, capito il dietroscena di questa commedia,
mostra i denti, chi sa dove si andrebbe a finire! Il
paglietta ha ordinato l'esecuzione d'un'altra opera
con la sola Bolognesi; ha fatto catturare due parrucchieri,
e, a capo di alcuni giorni, ha permesso, con
pace di tutti, la rappresentazione della *Vergine del
Sole*: pace ottenuta in una maniera semplicissima:
facendo circondare il teatro da sbirraglia e da truppa
sotto il comando del brigadiere svizzero Xiudi. L'impresario
Toti, che pel danno che gli è venuto dalla
chiusura del teatro, ha messo sossopra tutte le autorità,
tira un gran sospirone [#]_.

.. [#] Gennaio 1798. R. Segreteria, n. 5290. Archivio di Stato di
   Palermo.

Ora chi sono essi questi parrucchieri, e perchè catturati?

*Cherchez la femme*, se *la femme* non si vede anche
troppo.

Perchè, è da sapere che la Andreozzi ha una certa
amicizia col Pretore, ed il Pretore, che le vuole un
gran bene, poco curante dalla sua alta dignità e del
suo stato civile, la colma di regali, e le passa cinquant'onze
al mese e la carrozza di casa sua ogni giorno,
[pg!65]
con quanto dolore della Pretoressa e scandalo de' Palermitani,
si può immaginare...

A proposito di che si richiama l'aperta protezione
accordata dal Vicerè Caracciolo (febbraio del 1782)
alla cantante Marina Balducci, che egli avea conosciuta
a Parigi; e si rifà la storia dei suoi inviti a
pranzo e dei mormorii che destò nei nobili la presenza
di una commensale rotta alla facile vita delle scene [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVII, p. 243.

L'Arcivescovo e Presidente del Regno Lopez potrebbe
metter fine allo scandalo, ma non volendo guastarsi
col Pretore, ha legate le mani al Capitano, lasciando
per tal modo crescere in arroganza la turbolenta artista.
Contro di lei, come contro la sua rivale, pare
sia stata ordita una congiura tra la Principessa di
Belvedere, Caterina Del Bosco e la Duchessa di Montalbo,
Marianna Ramondetta: congiura alla quale
non sarebbe stata estranea la Capitanessa Maria Castello,
Principessa di Torremuzza, interessata la parte
sua a favore del marito. Ed ecco come c'entrano i
due arrestati. I parrucchieri delle prime due dame
sarebbero stati gli intermediarî ad esse ed ai più accaniti
partigiani delle due artiste, e la loro cattura
è stata seguita da quella del nobilotto Ignazio Costantino,
che presto rivedremo. Il Governo ha fatto ingiungere
alle tre dame di astenersi dall'andare a teatro;
ma alcuni dicono di averle viste tutte e tre insieme
nei palchi; e Pasquino, seccato dell'imbroglio e della
temporanea sospensione dello spettacolo, si lascia andare
[pg!66]
a questo debole sfogo:

   | Montalbo, Ramondetta e Belvedere
   | Han privato il teatro del piacere.

Alla Andreozzi, prima e dopo i tumulti, son piovuti
dai palchi dei suoi ammiratori sonetti e canzoni:
composizioni, come di consueto, al di sotto del mediocre.
Tra tutte ve n'è una d'un benedettino cassinese,
P. Bernardo Rossi, aio dei figli del Principe di
Trabia, il quale nasconde la sua mondanità sotto il
semi-anagramma di Luigi Dorisse: Egli «in atto di
vero ossequio» così incomincia la sua ode:

   |   Ecco già canta: uditela
   | Oh come alterna il fiato
   | Seguito dalle Grazie
   | A rapir l'alme usato!
   |
   |   L'alata voce ed agile
   | In mille giri ondeggia,
   | Ora con volo rapido
   | Quale usignol gorgheggia;
   |
   |   Ora di luce eterea
   | Cinta dall'alto scende,
   | E con bell'arte insolita
   | I cuor' di gioia accende [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1798, pp. 28, 58, 68. — :small-caps:`D'Angelo`,
   *Giornale* ined., p. 179. La stampa della poesia è
   senza indicazione tipografica.

Contemporaneamente v'è chi canta le lodi di Maddalena
Ammonini, prima donna assoluta del S.\ :superscript:`a` Lucia;
ed un tal Salvatore Pino ha il coraggio di offrirle un
epigramma latino, che essa, s'intende, non avrà neanche
guardato, ed un Giovanni Corifeo, pseudonimo,
un sonetto, confortante nelle recenti lotte degli invidiosi,
[pg!67]
poi

   |   _`Che` dalla ruota e dal martel cadente,
   | Mentre soffre l'acciar colpi ed offese,
   | E più fino diventa e più lucente [#]_.

.. [#] Palermo, Gagliani, 1798.

Ogni nuova compagnia di prosa o di musica che
giungesse era un avvenimento che suscitava nuovi ardori
nell'animo dei nostri giovanotti. Come prima,
così dopo, essi non sapevano nascondere la loro passione:
e comiche e cantanti e ballerine ricevevano
gl'isolani adoratori come avevano ricevuto quelli,
forse meno ardenti, perchè men privi di cosiffatti incontri,
di Terraferma. Meli vide nella passeggiata
della Marina questi ganzerini, che perdevano la testa
appena incontrassero una sacerdotessa di Tersicore; e

   | Beati primi

esclamava in una meschina poesia,

   | Ch'ànnu ddu brazzu!
   | Cu quali sfrazzu!
   | Si purtirà!

E in un'altra migliore:

   |   Tutta la sò limosina
   | Pri li cumidianti,
   | Pirchì su boni e santi
   | Nè sannu diri no [#]_

.. [#] *Poesie*, p. 374.

Anche gli uomini serî e i grandi dignitarî di Stato
non andavano esenti da cosiffatte debolezze. Nel 1799
l'Ambasciatore russo Puskin, alla Corte di Napoli in
Palermo, marito della Contessa de Bruce, si accendeva
[pg!68]
per la bellissima cantante Miller, ed intrattenevasi
volentieri con lei, alla cui abitazione si faceva
precedere dal suo cacciatore: sistema non nuovo, perchè
ordinariamente tenuto dal Re [#]_, cacciatore d'ogni
genere anche dopo sgradevoli sorprese.

.. [#] La notizia è accennata dal :small-caps:`Palmieri de Miccichè`, *Pensées
   et Souvenirs*, t. II, ch. XLII; ma per errore portata verso il
   1792-93, quando la Corte era invece a Napoli.

Le gelosie, che non eran troppo forti tra mariti e
mogli, divenivano ardenti tra gli uomini e le artiste,
e spingevano quelli a sconsigliati passi, che reclamavano
l'intervento della polizia. Il nobile Diego Sansone
guastavasi un po' clamorosamente con una ballerina,
e veniva chiuso nella Colombaia di Trapani;
Placido Bonanno dei Principi di Linguaglossa, cavaliere
gerosolimitano, poco cavallerescamente correva
dietro ad una donna della Compagnia comica, e commetteva
per essa tante discolerie da essere relegato
in Siracusa [#]_. Più grosse quelle di un signore, il cui
titolo marchionale oggi due casati si contendono, e
di Filippo Cordova Marchesino della Giostra. Costoro,
o ingelositi del primo ballerino di S.\ :superscript:`a` Cecilia, o
contrariati dalla sua opposizione e dalle sue pretese,
per certi loro innamoramenti teatrali si decidevano
ad una buona lezione. Di notte lo facevan sorprendere
da lor gente e gli facevano aggiustare delle bastonate
da orbo; in seguito alle quali per ordine immediato
e *de mandato* venivano chiusi, questi, il Marchesino,
nel Castello di Siracusa; quegli, che alla fin
[pg!69]
fine, perchè trascinato dall'amico, avea sorbito a beneficio
altrui l'amaro senza aver gustato il dolce, nel
Castello di Milazzo.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, pp. 97, 353.

V'eran poi gli eterni disturbatori de' teatri, tanto
cari a certi codiciai moderni, nati fatti per proteggere
i birbanti; ma la polizia del tempo, senza permesso
nè ordine di nessuno, metteva loro addosso le
mani e li mandava al Castello. Il giovane Marchese
Costantino, capo di codesti sconsigliati nel 1797, informi.
Qualche volta la polizia non bastava, e doveva
ricorrersi ad un buon nerbo di truppa, e non per
una sera soltanto! [#]_.

.. [#] Vedi lettera del Vicerè Colonna al Maresciallo Don Gaetano
   Sances de Luna, in data del 15 agosto 1780, in *Reali Dispacci*,
   registro n. 210, foglio 20, dell'Archivio di Stato di
   Palermo.

Ed ora passiamo ad altro ordine di cose teatrali.

Le relazioni tra i due teatri erano quanto di più
brutto possa immaginarsi. Il S.\ :superscript:`a` Cecilia tirava sempre
a deprimere il S.\ :superscript:`a` Lucia: ed il S.\ :superscript:`a` Lucia, insidiato,
colpito ad ogni istante, reagiva con vigile energia.
Gli è che l'uno si vedeva leso dall'altro: e Governo
e privati non sapevano dissimulare la loro predilezione
pel S.\ :superscript:`a` Cecilia, convegno favorito dell'alta
cittadinanza, al quale tutto si permetteva, fino alle
cose più lontane dalla giustizia e dalla equità. E la
buona Marchesa di S.\ :superscript:`a` Lucia, Valguarnera Gentile,
che era sola nell'amministrare il patrimonio della famiglia
e quindi il suo teatro, e che non poteva contare
sulla cooperazione degli scioperati figliuoli, mai
[pg!70]
non si stancava di chiedere la denegata giustizia, di
lamentare diritti conculcati, di sventare trame contro
la sua esistenza economica.

Le si voleva impedire di tenere aperto il teatro
quando era aperto quello di S.\ :superscript:`a` Cecilia, e non si teneva
conto del regio dispaccio del 1746, che imponeva restassero
«ambi li teatri senza distinzione aperti» correndo
«egualmente la fortuna»; e poichè a pochi mesi
di distanza erasi dimenticata la precedente sentenza
dell'autorità: che «ogni impresario è libero; niuno
attenta sul diritto dell'altro, nè cerca, nè ottiene tampoco
proibitiva» (4 luglio 1792), lo impresario Giuseppe
Azzalli per la Marchesa invocava a favor suo,
presso il Sovrano, quella sentenza (21 ott. 1793).

La questione rimaneva sempre insoluta; anzi s'inaspriva
volendosi al S.\ :superscript:`a` Lucia vietare opere sacre e serie
in Quaresima. Giacchè, dice un sovrano rescritto
del 1793, richiamato dalla parte avversa, queste opere
si prestano alle scurrilità. «Una cosa sola può concedersi:
la esecuzione degli oratorî; ma gli oratorî non
si fanno altro che a S.\ :superscript:`a` Cecilia; perciò il S.\ :superscript:`a` Lucia
non ha ragion di dolersi».

Così alla ingiustizia si aggiungevan le beffe! (14
febbr. 1797): e si mettevano in non cale esempî contrarî
all'affermazione, come quello della concessione
ad altra impresaria del S.\ :superscript:`a` Lucia, Teresa Consoli (9
febbr. 1795), la quale però, perchè giovane, poteva
aver avuto mezzi più persuasivi della vecchia Marchesa.

Le sopraffazioni non si rimanevano qui. Un nuovo
[pg!71]
impresario dianzi citato, Andrea Toti, forte delle alte
protezioni ceciliane, chiedeva (20 maggio 1797) la
proibizione delle opere in musica al S.\ :superscript:`a` Lucia. La
Marchesa se ne appellava al solito Capitan Giustiziere,
il Conte S. Marco, il quale non poteva darle
torto; ma tra il sì ed il no, era il parere contrario,
cioè che due teatri in musica non potevano stare, tanto
che uno di essi era stato per varî anni senza musica [#]_:
risposta che non dice nulla ed ha tutta l'aria
di dar ragione alle due parti, mentre non ne dà a
nessuna. Toti non s'acquetava, e rivolgendosi al Re,
tesseva un po' di storia delle condizioni teatrali del
tempo. «In S.\ :superscript:`a` Lucia — osservava — si è sempre rappresentato
la prosa (bugia smentita dalle notizie sopra
riferite). A S.\ :superscript:`a` Cecilia, dove io ho preso la impresa
per due anni, e che è il maggior teatro, si è sempre
rappresentato la musica. Io, credendomi unico per le
opere in musica, mi caricai di doppia compagnia, per
opere serie e buffe. L'impresario non può calcolare sull'intervento
dei forestieri, ma solamente deve sostenersi
con quella poca nobiltà che rimane in Palermo,
e con pochi individui del mezzo ceto, in guisa chè in
tutte le sere non si vedono altri in teatro che le stesse
persone. Se in un paese situato in questa maniera
si apre un altro teatro di musica, sarebbe lo stesso
che in quindici giorni serrarsi l'uno e l'altro con positivo
svantaggio del pubblico, che resterebbe privo dell'onesto
divertimento del teatro» (2 giugno 1797).

.. [#] Risposta del 26 maggio 1797.

[pg!72]

Stavolta il Re non poteva riconoscere un diritto
proibitivo anche nelle opere da rappresentarsi; ma
l'autorità locale, mortificata del ricorso, se la legava
al dito e a breve scadenza se ne prendeva la rivalsa.

Siamo alla sera del 31 ottobre 1798, e deve andare
in iscena la nuova opera buffa: *Il Cartesiano fanatico*
del Tritto con la Nicodemi, prima donna. Il *cartello*
della Piazza Vigliena annunzia il cominciamento ad
un'ora di notte, consueta dell'opera. A quell'ora appunto
il teatro ha principio. Il colto pubblico di dame
e cavalieri manifesta il suo mal'animo verso la Nicodemi,
e protesta che non vuol saperne, altro che per
udire o riudire la *Semiramide* [#]_. Al Capitan Giustiziere,
Principe Carlo Gir. Castello, non par vero di
cogliere la palla al balzo: e manda in carcere il messo
ed il palchettiere. Ma come c'entrano questi disgraziati?
chiede la Marchesa di S.\ :superscript:`a` Lucia al Vicerè; ed
il Capitan Giustiziere, che ha commesso un vero abuso
di potere, posto tra l'uscio ed il muro, mendica per
giustificarsi i più futili argomenti, e nasconde l'avversione
al teatro di piazza S.\ :superscript:`a` Caterina con questa
magrissima scusa: A rispetto del digiuno, nelle vigilie,
di estate si suole aprire il teatro a un'ora di notte;
ma d'inverno non è così: le sere, le notti son lunghe,
ed il pubblico non vuol esser congedato dal teatro
presto. «Il moto che nelle vie cagiona il ritorno della
[pg!73]
gente dal teatro, tien desti i cittadini e rompe molti
disegni nella città popolosa» [#]_. Il messo ed il palchettiere — aggiunge — vennero
subito rilasciati in
libertà; ed in prova manda un certificato del carceriere
capo della Vicaria, uno spagnuolo con quattro
o cinque nomi e cognomi.

.. [#] Di *Semiramidi*, fino al 1800 se ne contavano 24, principiando
   da quella di M. A. Cesti (1667) e finendo all'altra del
   Cimarosa, la quale però venne la prima volta eseguita in Napoli
   nel 1799. Probabilmente si voleva quella, altre volte udita,
   del Paisiello, eseguita primamente in Roma nel 1773.

.. [#] Il viaggiatore R. de Saint-Non lasciò scritto: «L'*opera*
   comincia a un'ora di notte e finisce a mezzanotte e anche più
   tardi».

Un'altra per suggello dei due pesi e delle due misure
nei due teatri.

Mentre ristrettissimo era il numero dei posti gratuiti
ai quali obbligavasi il S.\ :superscript:`a` Cecilia, illimitato era
invece quello imposto al S.\ :superscript:`a` Lucia. Noi non ne sapremmo
forse nulla se la stanca proprietaria non l'avesse
rotta con le camorre del tempo. Essendo Presidente
del Regno il tante volte ricordato Arcivescovo Lopez,
la Marchesa ricorreva a lui implorando la riduzione
dei posti ch'ella, in un teatro piccolo come il suo, doveva
mettere a disposizione delle Autorità e del personale
ai servigi di esse. Facciamone la lista:

   | Palchettone di mezzo al Vicerè;
   | Due palchi per la paggeria e servitù:
   | Palco pel capitano della guardia;
   | Palco per la servitù di lui:
   | Palco pel capitano di Giustizia;
   | Palco per la sua servitù.

Posti in platea:

   | Sedia pel vice-Capitano di Giustizia;
   | [pg!74]
   | Sedia per l'Aiutante reale del Vicerè;
   | Sedia pel primo portiere della R. Segreteria [#]_.

.. [#] Lettera del 28 luglio 1795. R. Segreteria, n. 5290. Archivio
   di Stato di Palermo.

In mezzo a questo arruffio d'impresarî del S.\ :superscript:`a` Cecilia
e di impresarî e proprietarî del S.\ :superscript:`a` Lucia, una
cosa si vede chiara: che coloro i quali si occupavano
di affari teatrali non nuotavano in un mare di ricchezze.
La città era sempre la stessa, la popolazione
sempre una, non accresciuta mai da forestieri, che
sogliono portare un contingente di frequentatori dei
pubblici spettacoli. Ai teatri andavano i due ceti principali:
il nobile ed il civile, e con essi a grande stento
poteva riuscirsi, quando vi si riusciva, a francar le
spese per parte di coloro che assumevano la impresa
della stagione. I piati che abbiamo visti partire quando
dal piano di S.\ :superscript:`a` Cecilia, quando da quello di S.\ :superscript:`a`
Caterina, accusano insistentemente questo difetto.
Avveniva, in conclusione, quel che avviene sempre: si
voleva assicurata parte della spesa; e, non potendosi
al Comune, peraltro impoverito, si ricorreva all'aristocrazia
dei titoli, che al far dei conti rappresentava
sovente l'aristocrazia del denaro. E poi non dobbiamo
dimenticare che se il S.\ :superscript:`a` Lucia avea pesi gravi, non
men gravi ne avea il S.\ :superscript:`a` Cecilia; tra i quali per gl'impresarî
quello di dovere per un anno dugent'onze all'Unione
dei Musici, che solo a questa condizione poteva,
secondo i vecchi *Capitoli*, cedere il teatro [#]_.

.. [#] *Capitoli, o siano Statuti dell'Unione dei Musici sotto il
   titolo di S.a Cecilia* ecc., cap. XVIII.

[pg!75]

Il 18 novembre 1793 il Principe di Trabia, che rivedremo
nell'esercizio delle sue funzioni di Capitan Giustiziere
della Città [#]_, facea sapere che Cosimo Morelli
nel dicembre dell'anno precedente aveva offerto per
l'anno teatrale 1793-94 del S.\ :superscript:`a` Cecilia spettacoli serî
e buffi, balli e non so che altro, a patto che gli si assicurassero
mille ducati di regalo e novemila altri ducati
pei soli palchi. Il Principe da uomo liberale e
generoso pagò di suo i mille ducati [#]_.

.. [#] Vedi il cap. seguente.

.. [#] \ R. Segreteria, n. 5290.

Dieci anni prima (1782), con l'attrattiva dei successi
ottenuti dalla Marina Balducci, avevano assunta
l'impresa per le opere in musica della stagione,
sessanta avvocati, sicurissimi di lauti guadagni. Al
tirar dei conti, ci perdettero 10.000 scudi, cioè sessant'onze
(L. 755) l'uno!

A tanto danno continuo, invincibile si cercavano rimedî,
e si giunse alla concessione, chiesta ed ottenuta
dal Duca di Belmurgo, Capitan Giustiziere, al Re, di
«una festa di ballo, o sia ridotto comunale per dare
un divertimento al popolo e formare nell'istesso tempo
un fondo da potersi sostenere con decenza l'anzidetto
teatro», concessione forse unica in tutto il secolo [#]_,
la quale dovette scandalizzare certuni, non
abituati a veder l'infimo ceto profanare il tempio degli
svaghi pei ceti superiori. Ma questo ed altri espedienti
riuscirono infruttuosi.

.. [#] Rescritto sovrano, datato da Napoli, 22 gennaio 1797.
   R. Segreteria, n. 3290. Arch. di Stato di Palermo.

Malgrado i partiti, malgrado i litigi continui e le
[pg!76]
altre miserie che abbiam dovuto purtroppo lamentare
nei teatri della città, questi non sembravano indegni
d'una Capitale. Il tedesco Hager ne diede un giudizio
che deve rispondere perfettamente alla realtà se concorda
con quello datone poco dopo dall'inglese Galt,
testimonio oculare anche lui pel corso di tre anni.

«I due teatri di Palermo sono entrambi occupati
dalle compagnie che di anno in anno circolano per l'Italia
con nuovi cantanti, ballerine ed attori. Nessun
arlecchino offende coi suoi scherzi le orecchie degli elevati
spettatori, nessuna facezia la dignità del pubblico
italiano. Rappresentazioni estetiche han soppiantato
i lazzi, e caratteri perfetti a poco a poco le
burle dei tempi passati.

«I prezzi d'entrata sono mitissimi. Costumi, orchestra,
decorazioni non sono, è vero, da mettere a paragone
di quelli del Teatro nazionale di Vienna o delle
scene di Londra e di Parigi, ma in Palermo son forse
migliori che in altre città popolose e ricche d'Europa.
Gli artisti medesimi mettono bene in caricatura le
parti dei rigidi Inglesi, dei piacevoli Francesi e dei
Tedeschi. Io vidi a Palermo, l'una dopo l'altra, quattro
rappresentazioni: *Arianna di Nasso*, *Curzio*, *Coriolano
innanzi la sua patria*, *l'Origine dello specchio*» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde von Palermo*, pp. 85, 91. Berlin, 1799.

E Galt, con particolari del tutto nuovi, raccontava
agl'Inglesi che in Palermo gli spettatori più astuti
portavano in tasca dei punteruoli, che, entrando in
teatro, piantavano dietro le spalliere delle sedie innanzi
a loro come per caviglie per appendervi i cappelli.
[pg!77]
A nessuna donna era permesso sedere in platea.
I servitori della Impresa aveano cura di fornire, nei
palchi, agli spettatori che ne richiedessero, sorbetti:
e chi ne aveva la privativa (la privativa anche qui!),
sorbetti in platea. Nessun obbligo all'artista, ripetutamente,
anche fragorosamente applaudito, di ripetere
la canzone, la cabaletta, il duetto richiesto, salvo
che il Capitan Giustiziere, credendolo conveniente,
con un cenno all'attore od all'attrice non l'ordinasse.

Per tal modo, tutto procedeva regolarmente [#]_.

.. [#] :small-caps:`Galt`, *Voyages and Travels*, pp. 33-36.

In mezzo a tante e sì strane vicende, noi siamo giunti
alla soglia del secolo XIX, sulla quale dobbiamo arrestarci.
Il varcarla ci obbligherebbe a seguire la fortuna
dei due teatri anche nel nuovo secolo.

Il tanto combattuto S.\ :superscript:`a` Lucia, nel 1809, sotto gli
auspici della non lieta Regina, si trasformava, e da
essa prendeva il titolo di *Real Carolino*, e dopo il
1860 di *Bellini*, col quale, imperturbabile e tranquillo,
accoglie artisti di alto valore e cittadini d'ogni ceto;
mentre il S.\ :superscript:`a` Cecilia non è più che un nome, un nome
sopravvissuto ai disastri finanziarî tra i quali è stato
trascinato e travolto. L'eco fragorosa dei suoi solenni
trionfi è stata soffocata dai piati della Compagnia dei
musici e dai lamenti dello Spedale di S. Saverio; e nei
palchi ove rifulsero ammalianti le più belle dame della
Nobiltà del Regno domina triste, malinconico il silenzio,
rotto soltanto dallo stridìo di luridi rosicchianti e
dal sordo rumore del tarlo, che lavora, lavora a compiere
l'opera devastatrice del tempo e.... degli uomini.
[pg!78]

.. toc-entry:: IV. Il «Casotto delle Vastasate», ossia il teatro popolare.

CAP. IV.
========

.. class:: center large

IL «CASOTTO DELLE VASTASATE», OSSIA IL TEATRO POPOLARE.

Deficienza di mezzi e umiltà di classe non consentivano
al popolo di assistere alle rappresentazioni
dei due teatri principali della città; necessarî quindi
altri teatri ad esso confacenti, con rappresentazioni
adatte alla sua intelligenza ed alle sue inclinazioni.
Una volta c'era, come si è detto, quello dei *Travaglini*;
ma, trasformato nel teatro di S.\ :superscript:`a` Lucia (Bellini), il
popolino non ebbe più un luogo di spettacoli pei suoi
gusti e pei suoi limitati espedienti. Avea bensì, la parte
infima di esso, quello che ha ora: i teatrini delle
marionette per le leggende cavalleresche del ciclo carolingio
(*opra di li pupi*), e solo da venti e più anni
è scomparso di su la porta d'un magazzino di ferro
attiguo al palazzo Partanna in Piazza Marina (magazzino
che servì a rappresentazioni paladinesche) il
titolo di *Teatro di burattini*. Un genere speciale di
commedie era eseguito in modo divertente da pupattoli.
Tofalo, che vi partecipava, parve ad uno straniero
[pg!79]
la personificazione dell'indole siciliana, come
John Bull della inglese. Ma la parte più divertente
dello spettacolo consisteva in certe scene nelle quali
le marionette riproducevano esattamente i caratteri
bizzarri della Città, in modo così sicuro che non isbagliava
d'una linea la caricatura; il che non mancava
mai di recare diletto indescrivibile ai Siciliani allegri
e loquaci [#]_. La città avea pure il suo pulcinella per
rappresentare «la libera commedia pei passanti, col
suo linguaggio abituale, che solo può imitarsi con un
pezzetto di lamina sulla lingua» [#]_, vogliam dire quello
che noi chiamiamo ancora *tutùi*, i Napoletani *guarrattelle*
ed i Toscani *castello*.

.. [#] :small-caps:`Galt`, *Voyages and Travels*, p. 36.

.. [#] :small-caps:`Hager`, loc. cit., p. 94.

Siamo proprio nell'ultimo trentennio del settecento.
Una brigata di popolani d'ingegno pronto, di facile e
colorito linguaggio, si propone di mettere su un teatrino
tutto siciliano.

La letteratura non avea un repertorio comico dialettale
da svecchiare, o sul quale metter le mani. Il
carattere burlesco del *Travaglino* di Palermo e del
*Giovannello* di Messina non facea più pei tempi; il
servo siciliano Tiberio o Nardo era sciupato; bisognava
modificarlo, rifarlo addirittura.

La brigata trovò persona che facesse le prime spese,
pronta ad avventurarsi a rappresentazioni della vita
e dei costumi dell'Isola.

Chi erano essi questi nuovi attori? Il portiere nella
[pg!80]
corte del Giudice di Monarchia, D. Giuseppe Marotta,
il più piacevole, il più arguto spirito che Palermo
avesse dato da oltre un secolo; Giovanni Pizzarrone,
mastro Giuseppe D'Angelo, Giuseppe Sarcì, portiere
anch'esso, ma del Lotto, Gaetano Catarinicchia, basso
curiale, Ignazio Richichi, orefice, che è forse da
identificare con quel Giovanni Richichi tiratore d'argento,
il quale poi entrò nella Compagnia dialettale
del R. Teatro S. Ferdinando; Mario Frontieri, sarto,
Fr. Corpora, guardaporta nel Conservatorio del
Buompastore, e parecchi altri maestri e bassi curiali,
tutti, dal più al meno, analfabeti. Il teatrino sorse
in forma di baracca di legno o, come si dice ancora,
di *casotto* (nome che poi rimase classico) nel piano
della Marina, e diede quanto di strano, di triste, di
lieto offrisse Palermo. Nel 1785 la popolana brigata
era già famosa: e se dapprincipio improvvisava secondo
un piano prestabilito dal capo di essa, che inventava
la favola, la scompartiva, designava i personaggi,
tracciava i dialoghi, lasciando alla facoltà
ed abilità di ciascuno quel che dovessero dire e come
dovessero dirlo, più tardi il capo di essa, D. Biagio
Perez, anima intellettiva della Compagnia, ideava e
scriveva le sue farse o commedie, le faceva imparare
a memoria dagli indotti artisti e ne dirigeva la esecuzione.
Fecondissimo compositore costui, che, aggirandosi
di continuo per i cortili, i vicoli ed i luoghi
dove l'elemento più modesto delle città, uomini e donne,
viveva, chiacchierava, litigava, ad esso attingeva
gli argomenti, gl'intrecci, le forme del suo teatro.
[pg!81]

Il segreto della fortuna era riposto nella caricatura
del benestante provinciale, stravolto ed avaro, detto
*Barone*, nel ridicolo, a piene mani gettato sul notaio
messinese e nella somma abilità del celebre Marotta
(celebre lo dicono i diaristi d'allora), che con impareggiabile
*verve* sosteneva le parti di *Nòfriu*, facchino
sciocco e beone: tipo stupendo che, nella sua assoluta
ignoranza, il Marotta, anche sarto a tempo perso,
non cessava di perfezionare ogni giorno oziando presso
la Posta dei facchini (*Posta di li vastasi*), all'angolo
della via dei Chiavettieri, dove il nome di lui era
in mal repressa avversione come quello che li metteva
in continua berlina.

Di questa avversione dà la misura un aneddoto non
mai fin qui scritto.

Era d'inverno. Piogge torrenziali aveano ingrossato
la solita piena, che per la via Toledo correva al
mare. Alla Piazza Vigliena, passaggi in legno molto
primitivi attiravano uomini, che da un lato all'altro
della catena (marciapiede) trasportassero gl'inabili
a traversar la fiumana. Questi uomini erano dei
facchini autentici [#]_.

.. [#] Vedi v. I, cap. II, p. 26-27.

Ed ecco farsi innanzi un robusto omaccione con un
uomo a spalla. Toccava già a mezzo la piazza, e la
corrente gli giungeva furiosa fin sopra le ginocchia.
A un tratto una voce stentorea e minacciosa gli grida:
*Infame! tu porti Marotta!*... e la voce non era
cessata, che il volgare san Cristoforo, poco cristianamente
[pg!82]
buttava giù nell'acqua l'ingrato peso. Il riconosciuto
artista si ballottò per un momento tra la
piena limacciosa, e dovette ringraziare il cielo se potè
cavarsela con quel bagno d'inverno e con i fischi assordanti
dei facchini del Cassaro.

Tornando ai personaggi, diremo che il *Japicu*, padre
stupido, veniva a meraviglia disimpegnato dal
Richichi, il quale vuolsi abbia sostenuto più tardi la
parte di *Nòfriu*. Catarinicchia faceva da *Laura*, moglie
di lui, vecchia ciarliera ma astuta. Altro giovane,
che per la sua figura bionda e sbarbata e la voce muliebre
figurava da donna (giacchè il sesso femminile
era escluso dalla Compagnia) era il lepidissimo Sarcì,
che a certo punto diè il nome alla Compagnia, e che
ritraeva la nota *Lisa*, servetta scaltra e civettuola.
Questo Sarcì, per la sua femminilità riuscì una volta
ad innamorare un provinciale frequentatore del casotto,
il quale però in una conversazione da lui sollecitata
restò con un palmo di naso innanzi alla creduta
e corteggiata donna. Mario Frontieri faceva da
*Tòfalu*, facchino malizioso, degno riscontro di *Nòfriu*,
dal quale non si scompagna mai nella tradizione. Corpora
da *Calòriu* era un servitore provinciale torto e
baggeo e più comunemente il *ciancianisi*; da *Sabbedda*,
seconda servetta e imprudente, camuffavasi il
merciaio Carmelo Ganguzza, che doveva passare poi
a sostituire il Sarcì nelle parti di *Lisa*, quando questi
trasformatasi in caratterista; e sosteneva, come
non si sarebbe potuto meglio, l'ufficio del notaio messinese
*D. Litteriu* Mario o Carlo Montera, a cui stava
[pg!83]
da presso altro servo accorto e raggiratore, Gaetano
Gulotta, curiale.

Così composta, la Compagnia agiva nel casotto: e
la gente accorreva numerosa, assai più che ai due
maggiori teatri [#]_, e si divertiva alle facezie, agli equivoci,
ai frizzi che scoppiettavano in bocca a questi
pittori del dialetto e, non ostante la parte loro prescritta,
improvvisatori di dialoghi vivaci e sfolgoranti.
Una recita il giorno non bastava più: e a quella,
tanto comoda per coloro che avean finito di lavorare
ed avevano libero l'intervallo tra la luce del
giorno che declina ed il buio che comincia, se ne faceva
seguire un'altra di sera. Venuta l'estate, il favore
del non colto pubblico imponeva altro luogo più
fresco, alla Marina, presso la Garita. Di questo modo
il teatro popolaresco si continuava alternandosi per
la estate fuori e per l'inverno dentro città.

.. [#] «Commedie improntate burlesche dette bastasate, le quali
   però non ostante che ignobili sono le più frequentate». :small-caps:`Villabianca`,
   *Diario* ined., a. 1794, p. 420.

La *vastasata*, titolo della rappresentazione, è il nome
col quale farse, commedie ed altri componimenti
simili, detti anche *improntate*, corsero fin d'allora, su
temi volgari, sovente piazzaiuoli, con personaggi della
plebe, a prevalenza di *vastasi* (facchini). Un esempio
pratico e cortigianesco, ma ritraente del genere d'allora,
a base di tipi consacrati dall'uso (*Nòfriu*, *Tòfalu*,
*lu Baruni di li Cianciani*, *Donna Lisa*) ce lo diede
il Meli (1799) nei *Palermitani in festa*, farsa che il
[pg!84]
sommo poeta chiamò *vastasata* dal genere in voga da
un pezzo [#]_.

.. [#] Il parrocco G. Alessi ci lasciò questa nota, che non vien
   confermata da nessuno: «Oggi (1795) la voce *farsa* è andata
   in disuso; chiamasi *zanni* e suol farsi nel piano della Marina
   ed in quello dei Bologni.» *Aneddoti*, n. 35, Ms Qq H 43 della
   Biblioteca Comunale.

   Il Villabianca in uno dei dieci ricordi che nel suo *Diario*
   inedito fa, dal 1785 al 1800, dei *Casotti*, sotto la data del 1790
   scriveva: «In Piazza Marina, nel Casotto, commedie ordinarie,
   cioè improntate, fatte da nostrali comici, *bastasate* in lingua
   siciliana, che sono opere buffe, nelle quali fa (*agisce*)
   il celebre Giuseppe Marotta». Ms. Qq D 111, p. 365.

I costumi eran sempre i medesimi, come i caratteri;
non soggetto a molte novità l'intreccio e l'azione. Solo
ogni tanto, per nuove vicende e per avvenimenti clamorosi,
al tema ordinario se ne sostituiva uno occasionale.
Il 30 luglio del 1789 la famigerata Anna Bonanno
veniva strangolata nelle più alte forche alle
Quattro Cantoniere, ed il 5 settembre seguente, in un
casotto della Garita, si assisteva ad una rappresentazione
sulla *Vecchia dell'aceto*, soprannome col quale
dovea sinistramente passare alla posterità la infame
propinatrice di aceto velenoso. Lo stesso era avvenuto
della cattura e morte del famosissimo brigante
Testalonga. Per la festa di S.\ :superscript:`a` Rosalia poi era inibita
qualunque rappresentazione d'argomento non sacro [#]_
vacanza era il venerdì e riposo assoluto si prendeva
nei mesi di ottobre, novembre e dicembre [#]_.

.. [#] *Reali Dispacci*, n. 1514, foglio 141 retro, nell'Archivio di
   Stato di Palermo.

.. [#] \ R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290, a. 1793-99.

Accadeva talvolta che nelle commedie fossero brevi
cantate a due o tre voci; e allora ecco trovato un
[pg!85]
poeta che le sapeva scrivere secondo il gusto degli
spettatori: l'ab. Catinella, a cui le Muse sorridevano
lietamente.

Per mancanza di documenti un giudizio sulle *vastasate*
non è possibile, quantunque sia stato affermato
conservarsi gli scenoni o scenarî di ventinove di esse,
parte inventate, parte rifatte da commedie scritte e
adattate dal Perez al nostro teatro dialettale. Checchè
ne sia, bisogna contentarsi dei soli titoli, dove è
malagevole riconoscere la provenienza letteraria [#]_;
ma dove non è difficile indovinare l'assenza della prima,
originaria forma del genere, la quale non venne
mai scritta appunto perchè primo il Marotta non sapeva
scrivere. Gli eruditi del tempo si limitarono a
[pg!86]
qualificarle, per la loro autenticità, come «le vere bastasate
che da più tempo fra noi introdotte in Palermo,
riescono accette al popolo» [#]_. Hager, che le
vide alla Marina, notò gli uomini travestiti da donne,
le parti burlesche eseguite da uno che raffigurava da
facchino; scherzi principali, le percosse e gl'inganni;
linguaggio, tutto siciliano [#]_. Galt, dopo Hager, trovò
tra gli attori «il più popolare, uno che rappresentava
il carattere volgare isolano più accentuatamente
di quello che si facesse per i caratteri irlandese e scozzese
a Londra» [#]_.

.. [#] 1. Onofrio ed Elisa, cavaliere e dama per forza, ossia
   il fanatismo dei facchini. — 2. Onofrio ladro in campagna e
   galantuomo in città. — 3. Onofrio disertore. — 4. I due anelli
   magici. — 5. I contratti rotti. — 6. Testalonga e Guarnaccia. — 7.
   La nascita di Onofrio dall'ovo. — 8. Le metamorfosi di
   Onofrio. — 9. Onofrio finto sordo e muto per non pagare i debiti. — 10.
   L'equivoco del manto. — 11. La pentola. — 12. Le
   torce dei diavoli. — 13. La magia di Corvastro e Fagiani. — 14.
   Onofrio finto principessa. — 15. Lo spirito folletto di Elisa. — 16.
   Il fuori fuori. — 17. Onofrio servo sciocco. — 18. I
   quattro rivali in duello. — 19. Quattro Onofrii in un punto. — 20.
   I vecchi burlati. — 21. Il cortile degli Aragonesi. — 22. La
   anatomia di Onofrio. — 23. Onofrio re dormendo. — 24. Onofrio
   marito geloso. — 25. Le 99 disgrazie di Onofrio. — 26. Onofrio
   finto imperatore del gran Mogol. A questi bisogna aggiungere:
   27. La Calata di Baida. — 28. Lo Spedale dei pazzi. — 29. La
   venuta dello sposo dalla tonnara. — 30. Venuta di Lappanio
   da Cianciana.

   Vedi un articolo di :small-caps:`Ag. Gallo` nell'*Indagatore siciliano*,
   a. I, v. I., fasc. I. Pal. 1834, e un altro di :small-caps:`P. Lanza` nelle *Effemeridi
   scientifiche e letter.*, t. X, a. III, p. 345-46, Pal. 1834.
   Cfr. :small-caps:`Caminneci`, *Brevi Cenni storici*, ecc. Pal. 1884.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., 1796, p. 282.

.. [#] *Gemälde von Palermo*, pp. 93-94.

.. [#] :small-caps:`Galt`, op. cit.

Più espliciti i pubblici funzionarî. Pietro Lanza
Principe di Trabia, Capitan Giustiziere nel 1793, le
diceva «spettacoli di non troppo odorato buono, perchè,
per lo più, piene di sentimenti vili [intendi plebei]
e spesso indecenti, e che sicuramente non corrispondono
al fine per cui si permette la buona commedia,
che sarebbe quello di onorare la virtù e porre in
disprezzo il vizio». Ma nel 1794 modificava in questo
modo il suo parere: «Analizzandosi questa improntata
siciliana, comunque sia stata definita per spettacolo
di sentimento alquanto indecente, non racchiude
nelli medesimi che uno scherzo passeggiero e
niuna conseguenza. Il ricorso peraltro in queste improntate
suol accadere di persone che si uniscono
tali sentimenti. Non si sono mai fatti leciti gli altri
in queste improntate di scherzare contro la religione.
[pg!87]
Le persone poi che dirigono tali improntate sono più
che circospette». Concludeva perciò: «Il governo le
ha sempre permesse» [#]_.

.. [#] Risposta del 21 giugno 1793 in R. Segreteria, Incartamenti,
   n. 5290. Vedi anche *passim* in questo volume.

Giovanni Meli guardava di mal occhio, non già la
classe sulla quale era gettato il disprezzo del genere
di rappresentazione, ma lo spirito della rappresentazione
medesima. Il sentimento delicato del poeta faceva
di lui un essere di tempi più progrediti, di idee
più elette che non fossero quelle dominanti allora, facilmente,
clamorosamente accolte nei teatrini. In una
sua nota egli rilevava: «Per comprendere in quanto
dispregio sono al presente presso i cittadini gli abitanti
dei villaggi delle campagne, basta portarci una
o due volte ad ascoltar le commedie nazionali, dove si
osserva costantemente che fra li ceti degli uomini,
quelli nell'ultima derisione sono i facchini e i contadini» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Riflessioni*, p. 18.

Il successo ottenuto dal Marotta e dal Perez fu così
trionfale, e continuò così costante, che fece attecchire
un genere fino ad essi forse non tentato, ma senza
forse non portato al grado a cui essi lo portarono.
Il successo fece gola a molti, e nuovi artisti da strapazzo,
e nuovi impresarî da dozzina vollero gareggiare
con rappresentazioni del tipo, dato, imposto per
opera della così detta *coppia grande*, che era la compagnia
Marotta-Perez. E qui ha principio una pioggia
incessante di domande di questo o di quell'impresario
[pg!88]
per ottenere dall'autorità competente la licenza
di teatrini per commedie popolari buone per far divertire
il pubblico basso, impossibilitato di assistere ai
teatri alti. Le carte della R. Segreteria di Stato del
tempo son testimoni di questa gara per invidia di risultati,
per avidità di lucri, i quali, dividendosi, doveano
per necessaria conseguenza attenuarsi fino alla
irrisione. Un casotto alla Marina chiese il permesso
di alzare ed alzò nel 1793 mastro Giovanni Pedone;
ma non potè, per la scarsezza dell'annata, pagare le
16 onze volute dalla Deputazione per le strade [#]_. Uno
«con palchi aperti a tenore dell'ordine reale, per improvvisate
siciliane» ne volle pel seguente 1794 mastro
Antonino Demma; e come lui, nel medesimo anno, per
proprio conto altro ne chiese un certo Pignataro,
«per bastasate improvvisate di dilettanti ed altre
burlette». Questo stesso sollecitava un Barcellona.
Richiesto del suo parere dal Vicerè, il citato Capitan
Giustiziere Principe di Trabia non sapeva che fare:
e per uscirne mostravasi non molto tenero del genere,
«che avrebbe voluto sostituito e modificato con commedie
[pg!89]
o burlette decenti». Non propendeva per le vastasate,
fin lì «con una certa restrizione, come di tre
o quattro nel Carnevale e raramente nelle altre stagioni»,
accordate, e raccomandava il Barcellona,
come il più pulito e reputato. Ciò nel giugno del 1793.
La parzialità non piacque a nessuno. L'anno seguente,
sei nuovi o vecchi impresarî si affollavano per licenze
d'altri casotti in Piazza Marina. Stavolta il Capitan
Giustiziere era come l'aio nell'imbarazzo. Chi
preferire? E se tutti chiedono di eseguire bastasate,
come dir male di tutti? L'anno scorso si era lasciato
sfuggire quel giudizietto poco gradito; ed ora non
avrebbe voluto ripeterlo. Aggiungi che tra i richiedenti
c'era la compagnia autentica delle vere *bastasate*,
che si faceva avanti fiduciosa, come sicura della
preferenza al Pignataro, trascurato l'anno scorso. D.
Giuseppe Marotta, D. G. Sarcì, D. Mario Montera, D.
Gaetano Gulotta, mastro Giuseppe D'Angelo, mastro
Fr. Corpora pregavano il Vicerè che rinnovasse al
Pignataro il permesso al quale pei suoi precedenti
aveva un certo diritto. «Alcuni sconsigliati — essi
scrivevano — han chiesta simile permissione per loro;
ma costoro non hanno la *coppia*, che ha solo il
Marotta supplicante. Pignataro vanta per licenze ciò
sin dalla Capitania del Marchese di Giarratana. Ecco
perchè questi poveri padri di famiglia si ridussero a
scritturarsi con Pignataro».

.. [#] Nella domanda con la quale egli vuol rifarsi delle perdite
   sofferte, era detto press'a poco questo: L'annata è stata
   orribile; i caffettieri stessi, che nella Marina sogliono alzare
   baracche in estate per i sorbetti, a cagione del caro degli zuccheri
   abbandonarono il posto; io vi rimasi per divertire il pubblico.
   Concedetemi il casotto anche pel 1794 per farvi rappresentare
   «la coppia della bastasata».

   Ricordiamoci del resto della carestia, delle febbri e della
   moria di quell'anno, non solo in Palermo, ma anche in gran
   parte dell'Isola.

Il Principe di Trabia, che era uomo di buon senso,
prendeva, come suol dirsi, a quattro mani il suo coraggio,
e da onesto Capitan Giustiziere favoriva la
[pg!90]
giustizia alla quale avea diritto questa brava gente,
dicendo anche un po' di bene delle *bastasate*, non
ostante il po' di male che ne avea detto innanzi. Marotta
trionfava su tutta la linea, ma il trionfo era
fortemente contrastato da emuli e da avversarî. Antonino
Carini, esercitando un suo casotto nella Piazza
Marina, faceva dei lagni contro gl'invidiosi attori della
*coppia grande*, cioè contro il Marotta; ed era costretto
a prendere la *coppia piccola* per superare questi,
che essi chiamavano creatori di cabale; e, ad accrescere
attrattive, domandava di poter «fare intermezzi
con balletti di gente siciliana per maggior godimento
del pubblico» (7 gennaio 1795); inutile pretesa,
ridotta solo alla concessione di «opere serie ed
oneste», ossia di «tragedie sacre per la prossima quaresima»
(27 gennaio), concessione del nuovo Capitan
Giustiziere, Principe di Galati.

Eppure anche questa riserva suscitava risentimenti.
L'impresario del teatro di S.\ :superscript:`a` Lucia, Giuseppe Azzalli,
ci vedeva un disvio della sua clientela e richiamavasene
all'autorità; ma non capiva o fingeva di non
capire che l'uso dei casotti era inveterato, che il Governo
li avea sempre favoriti, perchè la maestranza
non avrebbe altrimenti avuto un'occupazione dilettevole
spendendo pochissimo. «La gente che frequenta
i casotti non frequenta il S.\ :superscript:`a` Lucia, osservava giudiziosamente
la medesima autorità. I casotti sono sforniti
di tutti quei comodi che da per tutto vuol trovare
la culta ed onesta gente; e in essi vengono dati degli
spettacoli che quanto conciliansi l'immaginazione e
[pg!91]
soddisfano al gusto del popolo, altrettanto sono incapaci
di trattenere le culte ed eleganti persone».

E proseguivano le richieste per casotti da vastasate,
di mastro Antonino Lamanna, di D. Fr. Simoncini,
di D. Giuseppe Aloj e di non so quanti altri. Il
Capitan Giustiziere esaminava e consentiva, e le licenze
non mancavano; sicchè il piano della Marina
d'inverno, quello della Garita di estate avrebbero dovuto
essere ingombri di baracche. Eppure non lo erano
se non in parte: perchè primeggiava sempre la vecchia
e originaria Compagnia; ai danni della quale, o
al miraggio di larghi guadagni, fin due grossi speculatori
si fecero innanzi con l'offerta, apparentemente
vantaggiosa al Fisco, sostanzialmente offensiva alla
libertà, del pagamento di 30 onze annuali pel diritto
proibitivo di alzar baracche per commedie popolari
(1795 e 1796).

E di che non si domandava monopolio, e quindi diritto
proibitivo?

Ma tra tanti casotti che sorgevano e sparivano, tra
tante compagnie di comici con programmi rigorosamente
siciliani tendenti a mettere in evidenza i costumi
e la vita del popolo, quella del Marotta e del
Perez era sempre favorita e coperta di applausi. Lì
era il *genius loci*, il creatore e, se vuolsi meglio, il restauratore
di un teatro che rispondeva al momento
storico, e che ritraeva caratteri non mai fino allora
con parola più incisiva, più colorita, più affascinante
saputi cogliere ed incarnare. Questo *genius loci*, giova
ripeterlo, era il Marotta.
[pg!92]

Ultimo e non indegno avanzo della vecchia Compagnia,
Mario Montera proseguiva molto più tardi i
miracoli artistici del suo bel tempo. Giovedì 25 dicembre
del 1824, sui soliti luoghi di affissione di «Leggi
ed Atti della pubblica Autorità» si leggeva il seguente:

.. class:: center

   | :small-caps:`Avviso teatrale`

*Il genio, la tendenza naturale ai leciti ed onesti
divertimenti, di questo cortese non meno che dotto
pubblico hanno indotto il Capo comico Nazionale Mario
Montera a riunire una compagnia di tutti nazionali
atta ad esporre le solite burlette antiche in lingua
nazionale, ossiano vastasate: e prevj i dovuti
permessi, ha fatto erigere un teatrino nella via Bottari,
il quale sarà titolato «Il Teatrino della Compagnia
siciliana».* [#]_

.. [#] Palermo, Per De Luca. (Foglio volante).

Il domani di Natale ebbe luogo la prima rappresentazione,
alla quale altre ne seguirono negli anni dipoi
quando Ferdinando II di Borbone, venuto a Palermo,
ne intese parlare come di spettacolo tutto siciliano,
che aveva pieno riscontro con quello di S. Carlino.
Egli, che palermitano si ricordava di essere, e in Napoli
era cresciuto e vissuto, non seppe resistere alla
tentazione di vederlo: e lo vide. La commedia nazionale,
la vastasata, era allora entrata (e forse fu distinzione
d'un quarto d'ora) nel S.\ :superscript:`a` Cecilia: ed il Re
ci si divertì molto. Poca cosa parve l'intreccio; deficiente
[pg!93]
la catastrofe; «ma il dialogo, animatissimo;
sorprendente l'attitudine dei comici, che in sostanza
eran del volgo, e gli abiti ben il mostravano; e il dialetto
talmente siciliano da rendersi difficile per gli
stessi uditori siciliani, non che per un forestiero. Il
Sovrano credette i comici più naturali di quelli che
erano a S. Carlino, e ben credea» [#]_.

.. [#] *Lettere su Messina e Palermo*, lett. XXXI, p. 129.

Fu l'eco tarda ma pur sempre sonora e gradita di
una voce che per lunghi anni avea tenuto desta l'attenzione
del popolo palermitano nel secolo precedente,
e che facetamente lo avea giocondato.

Tre anni dopo, sotto la lettera V del *Nuovo Dizionario
siciliano* di V. Mortillaro si leggeva per la prima
volta la voce *vastasata* con questa spiegazione:
«rappresentazione teatrale, che espone fatti popolari
e ridicoli in lingua nazionale, sovente aggiungendo
nel momento ciò che credono i recitanti a proposito,
senza stare rigorosamente ai detti del suggeritore».

Di questo teatro, nulla, proprio nulla ci resta: dolorosa
constatazione, che non ha il conforto di una
prova contraria.

Che cosa è avvenuto delle due o tre dozzine di canevacci
di commedie o anche delle commedie sceneggiate
o scritte? Noi lo ignoriamo; ma se dobbiamo
giudicare dall'unica che ci resta, il *Curtigghiu di Ragunisi*,
quel teatro dovette rappresentare non solo
il momento storico dianzi affermato, ma anche il momento
sociale e letterario del nostro paese.

Il momento passò, e nè la storia civile, nè la storia
[pg!94]
letteraria dell'Isola seppe fissarlo in un giudizio
che a' ricercatori del passato desse ragione esatta
di un titolo volgare, assurto alla importanza della
commedia dell'arte tra noi.

Non è guari la stampa palermitana, siciliana, italiana
e financo estera a proposito d'un forte artista
catanese e d'un valoroso scrittore di scene della vita
del nostro popolo, diceva che noi non avevamo mai
avuto un teatro dialettale: primo, anzi unico esempio,
quello che si affermava sui teatri dell'Isola e del
Continente col Grasso, coi suoi abili compagni e con
l'esperto autore drammatico che dirigeva e presto
tornerà a dirigere la comitiva. Quella stampa ignorava
la storia di casa nostra, aggiungendo un altro
ai cento errori ond'è purtroppo pregiudicata la conoscenza
delle cose di Sicilia. No, non è vero che noi
non avemmo mai un teatro popolare siciliano! Se poi
il vecchio teatro siciliano si vuol paragonare col nuovo,
probabilmente per trarne ragioni sfavorevoli al
vecchio, allora si manca dei criterî elementari per giudicare
che altro era il settecento, altro è il novecento,
anzi manca addirittura uno degli elementi del giudizio.
Un teatro dialettale, come abbiamo veduto, vi fu,
e si credette così proprio e caratteristico della Sicilia
che da tutti venne appellato *nazionale*: e *commedie
nazionali* furon dette le *vastasate*, sì perchè
la Sicilia era pei Siciliani una nazione, e sì perchè
pei dotti di essa, specialmente nel sec. XVIII, il dialetto
voleva levarsi a dignità di lingua [#]_.

.. [#] Cfr. il cap. *Accademie* {p. [pg 375]_}.

[pg!95]

E questa è storia!

Spettacoli avventizî si vedevano nelle diverse stagioni
dell'anno, e curiosi d'ogni classe vi godevano
ora una mostra di dromedarî, di leopardi e di fiere
africane ad essi ignote, ora macchinette automatiche
e balli di orsi, ora giuochi atletici giammai visti, e
stimati impossibili a forza umana, ed ora marionette
d'una ingegnosa compagnia lombarda. [#]_. Nel
maggio del 1788 il patrizio palermitano Agostino Chacon
dei duchi di Sorrentino esponeva statue parlanti,
che sarebbero una meraviglia anche oggi non che al
tempo che sorpresero V. Torremuzza [#]_. Mentre Giustino
Materangelis lucchese divertiva con fantocci curiosissimi,
il napoletano Crispino Zampa eseguiva
con altri fantocci di sua opera commedie, tragedie
ed altre cose teatrali [#]_. V'era la riproduzione d'un
bucintoro che chiamava gran numero di visitatori, e
v'era un nano tedesco, che la madre presentava sotto
il palazzo Cesarò, rimpetto il Salvatore, contro
pagamenti diversi secondo che i visitatori fossero nobili,
civili e di bassa gente.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* edito ed inedito, anni 1773, 1777, 1789,
   1790, 1794, 1797. Vedi anche i mss. di Casa Trabia.

.. [#] :small-caps:`Torremuzza`, *Giornale* ined., p. 450.

.. [#] \ R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290.

[pg!96]

.. toc-entry:: V. I Musici e la loro Unione. Musicate, Oratorii, Cantate, Dialoghi.

CAP. V.
=======

.. class:: center large

I MUSICI E LA LORO UNIONE. MUSICATE, ORATORII, CANTATE, DIALOGHI.

La passione pel teatro derivava in parte dalla
passione per la musica, come in tutta l'Isola così nella
Capitale.

Antica era in Palermo la Unione dei Musici (1679),
fratellanza alla quale erano ascritti quanti «come
strumentarii», o come cantanti, o come maestri, coltivassero
l'arte dei suoni.

La chiesetta di essi, dedicata a S.\ :superscript:`a` Cecilia, loro patrona,
scompariva al sorgere del teatro di questo nome
(1693), destinato alle opere musicali. Da quella
Unione si direbbe partito il movimento artistico di
questo genere in Sicilia; ad essa mettevano capo le
esecuzioni musicali profane e sacre, di camera e di
chiesa, pubbliche e private, dalle più modeste alle
più solenni. Nel settecento i migliori componenti della
Unione venivano dal Conservatorio del Buompastore.
[pg!97]

In virtù di una bolla pontificia una metà dei fanciulli
di questo Ospizio si consacravano alla musica
vocale e strumentale, ed eran facili a distinguersi
per una specie di lunga veste e per un mantello di
panno turchino, che li copriva; onde il titolo di *turchini*.

Ogni anno, la mattina dell'11 luglio, usava dagli
alunni cantare pel Cassaro in onore di S.\ :superscript:`a` Rosalia
un inno composto da uno di loro, e con questo canoro
spettacolo s'inaugurava il festino. Giuseppe Licalsi e
Carlo Mellino (1785), Raffaele Pepi (1786), Leonardo
Giliberto (1788), Michele Rocco (1793), Domenico Spadafora
e Raffaele Russo (1795-1797), Ignazio Taranto
(1796) sono tra quelli che nello scorcio del secolo musicarono
codesti inni, ispirati da gentile sentimento
di devozione e forse da un po' di vanità.

Ma altri e più noti legarono i loro nomi all'annuale
omaggio; e la lista è onorevole per l'arte in
Sicilia. Vi sono Giuseppe Amendola, prescelto a scrivere
la messa solenne pei funeri del Vicerè Caramanico
(1795); Giuseppe Calcara, che più tardi, nella
trasformazione del teatro S.\ :superscript:`a` Lucia, musicò un'opera
del Carolino; Michele Desimone, che rivestì di note
(1799) un coro di Siciliani per la venuta dei Reali in
Palermo, e quel Giulio Sarmiento, vice-Maestro della
Cattedrale, che al S.\ :superscript:`a` Cecilia si affermò con l'arguta
sua opera i *Tre Eugenj*. Il favore del pubblico accompagnava
sempre Salvatore di Palma, autore della
*pietra simpatica*. Francesco Vermiglio, Maestro di
Cappella straordinario del Senato, godeva non immeritata
[pg!98]
fama; e si levavano sopra tutti per opere illustri
ed eminenti ufficî Michele Mantellone, che con
l'*Ezio* (1777), la *Semiramide* (1785), la *Troja distrutta*
(1778), l'*Armida* (1786) fece ammirare all'estero il
genio musicale della sua Palermo; e, sopra di lui
Francesco Piticchio, che, ricco degli allori raccolti
in Dresda con gli *Amanti alla prova* (1784); con la
*Didone abbandonata* (1786), in Brunswick; con *Il
Bertoldo* (1787) qui pure passava ai servizî di S. M.,
mentre Benedetto Baldi, nell'aureola del suo valore
artistico, conseguiva l'invidiabile onore di Maestro
di cappella di Lady Hamilton; onde poteva nella palazzina
De Gregorio al Molo quasi ogni giorno contemplare
le grazie largite a lei dalla natura e la potenza
onde la facea grande l'amor cieco e non incolpevole
di Lord Nelson.

Semenzaio di musicisti, il Conservatorio trovava ragione
di sviluppo e di continuato incremento nelle
funzioni religiose, nelle cantate profane, nelle feste
nobiliari e nelle popolari. La vita fiorentissima
degli ordini religiosi portava con sè una lunga sequela
di quasi giornaliere funzioni chiesiastiche, fonte
di non laute ma sicure mercedi. Frequentissimi gli
oratorî e gl'inni per santi e per sante, nei quali poeti,
compositori, sonatori, cantanti, tutti avean da
guadagnare; periodiche le commemorazioni di avvenimenti
sacri, festeggiamenti per celebrazioni di pietose
leggende; incessanti le monacazioni e le professioni
di voti nei monasteri: e in questi e nei conventi
e nelle confraternite vespri e messe cantate, funerali
[pg!99]
e *tedeum*. È stato rilevato che nella sola Messina ben
centocinquanta giorni dell'anno erano feste patronali [#]_.

.. [#] :small-caps:`Guerra`, *Stato presente della Città di Messina*, Napoli,
   1781.

Non lasciamo andare senza qualche parola gli oratorî.
Le tipografie ne stampavano e ristampavano
sempre. Per la sola Congregazione di S. Filippo Neri
c'è una ricca collezione del Solli, stata messa abilmente
a profitto a larghi intervalli [#]_. Per tal modo,
il vecchio, dopo il silenzio di alcuni anni, ricompariva
come nuovo, e *Il trionfo di Giuditta* davasi la
mano con *Il trionfo della Religione*; *La morte di Assalonne*
con *La morte di Saulle* o con *La morte di
Sansone*, *Sisara* con *Sedecia*, *Abramo* con *Giacobbe*,
e l'uno e l'altro con *Atalia*. La *Passione di N. S. G.
Cristo*, «poesia dell'Abbate Pietro Metastasio romano»,
commoveva nella «musica del sig. Giovanni Paisiello,
Maestro di cappella napolitano»; *i Pellegrini
del sepolcro di N. S.* «del sig. D. Stefano Benedetto
Pallavicini» con quelli «del celebre sig. D. Giovanni
Rodolfo Hasse, detto il Sansone». Raffaele Russo, il
Guglielmi, Federici creavano quando buone quando
mediocri note su poesie del Pallavicini e del Metastasio,
del cesenate Fattiboni, del siciliano Gaetano Salamone
e di altri di minor conto. Il Piticchio stesso,
[pg!100]
non ostante l'alta sua posizione artistica ed economica,
non negava l'opera sua, perchè i compensi dei
padri Filippini dell'Olivella facevano gola a chicchessia.

.. [#] Possediamo un bel volume, contenente una trentina di
   queste sacre azioni. La collezione porta la data del 1806 e del
   1807 (vi sono oratorî anche nel 1810); ma si tratta di ristampe.
   La sola Iª parte del *Trionfo della Religione* è «per le stampe
   del Barravecchia, 1807».

Il dramma ora sempre diviso in due parti per due
giorni diversi. Chi ne legga oggi con attenzione qualcuno,
vi scoprirà forse uno strano accomodamento
a musica anteriore. In uno il poeta confessa di avere
ridotto «i sentimenti di un dramma profano per cui
era composta la musica ad un oratorio sacro» [#]_: delittuoso
stratagemma non unico nè raro.

.. [#] *La morte di Sansone, dramma per musica ecc. da cantarsi
   nell'Oratorio dei RR. PP. della Congregazione di S. Filippo
   Neri. Parte I.* In Palermo, nella stamperia del Solli.

L'omaggio che rendevano alla Santa gli alunni del
Buompastore lo rendevano egualmente i musicisti
adulti della Unione: omaggio compartito in frequenti
cantate o sinfonie secondo le fermate nel Cassaro, e
chiuso con la generale comunione che essi andavano
a prendere alla Cattedrale. Siamo alla vecchia *frottola*,
nome che parrebbe non doversi intendere come
canzone piuttosto volgare, ma in significato diverso
stando almeno all'uso che se ne facevano. Un diarista,
annunziando la funzione, scriveva: «12 luglio
1779. La *flotta* dei musici andò a farsi la comunione
al Duomo dando luogo a diverse cantate o sinfonie»
11 luglio 1780: «\ *flotta* dei musici della Unione di S.
Cecilia per il Cassaro» [#]_: donde il sospetto che non
[pg!101]
si tratti di una *frottola* poetica, ma di una *frotta*,
di una moltitudine, di persone che andavano cantando
un inno, una canzoncina. I *Capitoli* della Unione
però nell'indicare questo espresso dovere, volevano che
tutti li virtuosi musici così cantanti come strumentarj
di tasto, d'arco e di fiato e maestri di cappella
abbiano da intervenire all'offerta... cantando e suonando
la frottola, ripieno da cantarsi nei luoghi designandi
dal Superiore» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 331;
   XXVIII, p. 30.

.. [#] *Capitoli o siano Statuti dell'Unione dei Musici sotto titolo
   di Santa Cecilia, nuovamente raccolti ed ordinati, e dopo
   le conferme di molti Viceregnanti approvati dall'Ecc.mo Sig.
   Vicerè Giovanni Fogliani*, cap. XIX. In Palermo, MDCCLXII.
   Nella Stamperia dei SS. Apostoli presso P. Bentivenga.

Agli eruditi la spiegazione d'un vocabolo, che in
conclusione potrebbe aver avuto due significati.

Guardando qualche vecchio disegno della piazza
Ottagona o Vigliena nella ricorrenza di eccezionali
solennità, si scorgono quattro palchetti gremiti di virtuosi.
I disegni illustrano i testi e ne sono alla lor
volta illustrati: e i testi appunto descrivono gli artisti,
altri a sonare ed altri a cantare incessantemente.
Ne abbiamo per la entrata di Carlo III (1735);
ne abbiamo per le feste di S.\ :superscript:`a` Rosalia; e di molto
prima (1711), ne abbiamo per la vittoria di Filippo
V di Spagna sopra l'esercito degli alleati. Un poeta
siciliano italianizzando cantava:

   |   Nell'ottangula piazza insemi accampa
   | Di canora assemblea quattru parchetti
   | Remora duci in cui cu' passa inciampa [#]_

.. [#] :small-caps:`G. Gargarosso`, *La fidilissima Sicilia e lu so invittu Munarca
   Filippu V*, p. 8. In Palermo, pri Filici Marinu, 1711.

[pg!102]

Certo non eran sirene incantatrici questi cantanti,
ma confermavano la inclinazione loro alla melodia
ed il largo esercizio dei cultori di essa. Come poi il
lettore potrà vedere verso la fine di questo capitolo,
molti signori facevano della scelta musica di componimenti
lirici e drammatici nelle loro ville e nei loro
palazzi.

Con siffatti mezzi molteplici ed utili a dar da
vivacchiare, il mestiere di virtuoso, messo in dubbia
luce dal vieto motto: *musici et cantores miserrime
vivunt*, rendeva qualche piccola cosa. I salarî annuali
erano un'irrisione; e basta dire che per le messe
cantate di S. Rocco e di S. Sebastiano il Senato pagava
tre onze e due tarì, e «per l'associo del Divinissimo
il giorno del *Corpus Domini*» quattr'onze e
dodici [#]_; ma tanti pochi fanno molto, e ciò basta perchè
i musicisti crescessero a dismisura.

.. [#] *Riforma fatta dalla Regia Giunta*, p. 21. In Palermo
   MDCCXCI.

Il Santacolomba, Direttore del Conservatorio, vedeva
ogni giorno un caffè d'allora nella Piazza Vigliena,
«frequentato soverchiamente da questi fertili
professori» e ne avrebbe voluto scemato il numero [#]_.

.. [#] :small-caps:`Santacolomba`, *La Educazione della Gioventù* ecc. p. 44.

L'ultima riforma dei *Capitoli* dell'Unione dei Musici
(1762) si vede soscritta da 104 confrati, oltre dieci
altri aggregati posteriormente. Un esemplare di questi
*Capitoli*, appartenente alla Unione medesima, ha
delle annotazioni sulle quali occorre fermarsi un
[pg!103]
momento [#]_. Parecchi confrati erano sacerdoti, forse organisti,
od anche cantanti di chiesa. Alcuni aveano
lasciato la Sicilia e non si sa per quali regioni d'Europa
vagassero. Uno, Ippolito Papania, trapanese,
sonatore d'organo e di violino, bandito, andava ramingando
fuori regno. Longevi non pochi di essi,
morti uno ad 86 anni (D. Francesco Lanza), uno ad
oltre 90 (D. Giuseppe Sardella), uno a 100 (D. Giuseppe
Biundo). Farà certo meraviglia il sapersi di
quattro cantanti (D. Giovanni Anghirelli, probabilmente
non siciliano, D. Girolamo Spina, D. Agostino
Dulena, D. Saverio Scivoli), spadoni. La notizia, non
nuova affatto per la Sicilia, viene da fonte ufficiale,
e non ammette dubbio. Anzi è detto che uno di questi
quattro, lo Scivoli, occupava l'alto ufficio di Unito
maggiore, cioè di Superiore, e che dei suoi sciagurati
consorti in spadoneria, non uno ebbe lunga vita,
essendo tutti morti giovanissimi, dai 24 ai 30 anni di
età. Quando poi si sappia che tra i cantanti erano
delle voci femminili di sopranini e contralti, ci vuol
poco a supporre la esistenza di quei disgraziati; i
quali peraltro venivano ufficialmente ammessi dalle
antiche *Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore* [#]_,
e rimasero in un motto di dispregio, divenuto
oramai storico [#]_.

.. [#] Vedi nota seguente.

.. [#] Cap. XVII, p. 39.

.. [#] Vedi il nostro opuscolo, *Modi Proverbiali ecc. di Palermo*,
   n. 13. Palermo, 1902.

Questi confrati per altro, in virtù del riconoscimento
[pg!104]
della loro Unione da parte di tutti i Vicerè
succedutisi dal 1679 alla fine del sec. XVIII, aveano
obblighi e diritti che fanno pensare al altre corporazioni
del tempo. Se prima pagavano onza una e tt. 18
di entrata e tarì 3 il mese, ora, nello scorcio del secolo,
per le comuni strettezze ne pagavano 9 di entrata
e tre carlini di contribuzione. Possedevano gioie,
argento, coltre, stendardo, e ne facevano sfoggio negli
accompagnamenti funebri. Ammalati, se non eran
debitori verso la Compagnia, avean diritto alla assistenza
sanitaria, a quella dei loro infermieri, ad un
sussidio temporaneo. Per le vie non potevano associare
altri cadaveri fuori di quelli dei loro confrati,
sotto la pena fortissima di 30 onze di multa. Alle
spese occorrenti per l'annuale oratorio in onore della
protettrice S.\ :superscript:`a` Cecilia potevano far fronte con gli
introiti del Teatro di loro proprietà, come a quelli
per la offerta di S.\ :superscript:`a` Rosalia con gli «introiti delli
lucri d'organi ed orchestra» [#]_.

.. [#] Si consulti l'esemplare dei *Capitoli* cit., posseduto dall'Unione
   dei Musici, per dono fatto il dì 21 sett. 1894 da Giovanni
   Pitucco. Questo esemplare per le note a penna che contiene
   ha valore di documento originale.

Privilegio, se non singolare, raro, quello del Foro
proprio, rappresentato dall'Auditore generale, abilitato
a decidere «così per l'osservanza dei Capitoli
come per l'occorrenza di tutti i virtuosi musici accollati
in detta Unione tanto *attive* quanto *passive*» [#]_.

.. [#] *Capitoli* cit., p. 5.

La *Calata dei Musici*, rimpetto la fontana Pretoria,
[pg!105]
sul Cassaro, luogo di convegno ordinario, era tuttodì
piena di siffatti virtuosi. Vi avresti incontrato
maestri valenti di musica e soprani, contralti, tenori,
e bravi strumentisti e strimpellatori della peggiore
specie, ai quali, dal più al meno, erano familiari l'oboe
ed il violino, il fagotto e la tromba, il flauto ed
il corno di caccia, la chitarra francese, il mandolino
ed il contrabbasso, oltre l'immancabile organo ed il
prediletto cembalo [#]_.

.. [#] Un giornale del 1794 parla d'un cembalo di Grimaldi
   ad ottava stesa, che arriva nei cantini *al delasolrè*.

Con la venuta del reggimento degli Svizzeri di Jauk
si videro per la prima volta i piattini di metallo,
certi particolari tamburi e timpani e triangoli, e ne
fu lieta occasione una sontuosissima festa del Principe
di Resuttano (1769) [#]_. Questi strumenti di recente
introduzione aveano chi sapesse maestrevolmente
maneggiarli ed ingrossavano la falange dei sonatori
nelle orchestre e nelle bande. Se poi il Senato
non si risolveva ad aggiungere neanche uno ai dieci
musici ordinarî della guardia pretoria, non fa nulla:
altri istituti aveano di che vantarsi di nuovi strumentisti.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, p. 109.

La musica del teatrino senatorio nella Marina dal
giorno di S. Giovanni (24 giugno) alla Esaltazione
della S.\ :superscript:`a` Croce (14 settembre) per tutte le sere di estate
ricreava ogni buon palermitano [#]_.

.. [#] Per tutta l'estate questa musica costava al comune 130
   onze (*Riforma* cit., p. 23).

   Essa cominciò, nella medesima Marina, nel 1591, quando,
   aperta la strada Colonna, il Senato vi fece passare pei mesi
   di giugno-settembre, esclusi i venerdì, i virtuosi che solevano
   sonare nel palazzo pretorio nei giorni di lunedì o mercoledì.
   Ciascuno di essi godeva un salario di onze 30 e n'ebbe aggiunto
   un altro di onze 6. E qui giova notare che prima
   di quell'anno, fino al 1583, in cui rovinò, luogo di diporto e
   di svago estivo, specialmente o forse esclusivamente per le
   signore, era il terrapieno sulla Cala, rimpetto il Castello a
   mare, dalla parte settentrionale, dove ora è S. Spirito, chiamata
   la *Sala delle dame*. Vedi :small-caps:`A. Flandina`, *La Sala delle
   Dame in Palermo* (Pal. 1879).

[pg!106]

Per alcuni anni tra una sonata e l'altra del teatrino,
la Domenica, ve n'era sul mare, in un gozzo carico
di sonatori da fiato, che con dolce lentezza solcava
le acque d'argento come barca di fate in un lago
incantato. La chiamavano *notturna*, e ne rendevano
illimitata lode al senatore Barone Calvello, delegato
per la musica cittadina [#]_. Nella Villa Giulia altra
banda musicale, già nota ai nostri lettori, per legato
perpetuo del Principe di Paternò attirava uditori
appassionati, come nelle sere d'estate donne ed uomini
non invitati da nessuno s'abbandonavano al canto
di deliziose ariette [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, pp. 172-173.

.. [#] Vedi v. I, cap. XXV.

E alla Villa Giulia e alla Marina il numero dei sonatori
accrescevasi mano mano che si entrava e progrediva
nel nuovo secolo. In poco volger d'anni eran
già ventiquattro: direttore il Vermiglio, che pezzi proprî
e del Piticchio non cessava di regalare ai sempre
numerosi uditori. Più in qua, tra un pezzo e l'altro
si canteranno, con accompagnamento di mandolini e
di chitarre, le solite canzonette siciliane. La gente
[pg!107]
seria d'oggi rimarrà scandalizzata della profanazione
del palchetto municipale per via di queste canzonette
dialettali; ma i nostri nonni non ne rimanevano
niente impressionati: anzi ci si divertivano come ricreazione
naturale e paesana. Nelle grandi feste pubbliche
l'intervento di questa banda musicale sarà
sempre salutato con plauso, e non vi mancherà il
quartetto a corda (violino, violoncello, viola, contrabbasso)
nelle ricorrenze ecclesiastiche più solenni.

Per questo beninteso amore all'arte dei suoni molte
case signorili tenevano per propria ricreazione un'orchestra.
La Resuttano era di queste: perchè il Principe
nudriva un gusto squisito d'arte, come una intelligente
predilezione per le lettere.

Altri patrizî eccellevano in cosiffatto gusto: e si ricordano
a titolo di lode Carlo Cottone di Castelnuovo,
Girolamo Grifeo di Partanna, Gian Luigi di Paternò,
Pietro Lanza di Trabia ed altri maggiorenti della Nobiltà.

Nei palazzi, continua era l'eco di dialoghi e di cantate,
occupazione geniale di maestri abilissimi e di
dilettanti esperti. I salotti della più eletta cittadinanza
risonavano della miglior musica del tempo, canto
e pianoforte, sovente con accompagnamento dei soli
strumenti obbligati ad arco, disimpegnati anche
dagli alunni del Conservatorio del Buompastore. Il
signor Hager non potè mai dimenticare in Vienna le nostre
chitarre ed i nostri mandolini. Graditi sempre
gli autori più illustri. Piticchio si alternava con Alessandro
Scarlatti, Zingarelli con Guglielmi, Paisiello
[pg!108]
con Cimarosa. Via via che la musica piegava a forme
nuove, le più intelligenti famiglie si affrettavano ad
accoglierle. Ogni repertorio privato si arricchiva di
arie e di madrigali, di canzonette e di romanze, produzione
manoscritta che si diffondeva per copie, tenute
poco men che originali. Le molteplici vicende
delle famiglie hanno disperso tanto tesoro di studio;
ma sopravvivono parecchie centinaia di volumi nella
Biblioteca del R. Conservatorio di Musica.

Non era artista di canto o di strumento che non
trovasse ammiratori e protettori. Un violinista celebre,
venuto di Terraferma, col pagamento di tre tarì
a persona dentro il refettorio del convento della Gancia
diede un'accademia e potè contare sopra un introito
netto di trent'onze. Chi avrebbe sognato allora
che per accademie simili si sarebbe pagato un giorno
sette volte di più!

Un Giuseppe Calcagni cantante, al S.\ :superscript:`a` Cecilia allietava
con un trattenimento di arie, *rondeaux*, concerto
di strumenti, duetti, ecc. [#]_. Altri ed altri ancora
trovavano accoglienze oneste e liete; sì che Antonio
Solli veneziano, impareggiabile sonatore di violino
per le corti d'Europa, negli ultimi anni di sua
vita sceglieva Palermo come sua seconda patria, «non
indegno di stare accanto al maggior sonatore d'arpone
che si fosse mai sentito», il palermitano Michele
Barbici, di cui dopo il 1769 «si sonarono in Napoli
o altrove con gran plauso i trii ed i quartetti» [#]_.

.. [#] \ R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290.

.. [#] :small-caps:`Forno`, *Opuscoli* cit., II, p. CCLVI.

[pg!109]

.. toc-entry:: VI. La Bolla della Crociata.

CAP. VI.
========

.. class:: center large

LA BOLLA DELLA CROCIATA.

«Nel 1556 i Sovrani di Sicilia ottennero dai pontefici
il privilegio di vendere e distribuire le bolle di
Pio IV nella occasione della guerra contro i Mori. Per
gratitudine di questa concessione Filippo il Prudente
fece un'annua assegnazione alla fabbrica di S. Pietro
in Roma di scudi romani 1666». [#]_

.. [#] :small-caps:`Ortolani`, op. cit., p. 49.

Sulla fine del sec. XVIII col pretesto che si dovesse
dar la caccia alle galere turchesche, gl'introiti di
questo privilegio li volle per sè Re Ferdinando, il quale
sapeva bene quel che voleva, perchè quegl'introiti
costituivano una bella sommetta.

L'acre Giuseppe Gorani nel 1794 scriveva che la Sicilia
pagava per questo quarantunmila ducati all'anno [#]_.
Se dicesse la verità, sel veda chi ha modo di approfondire
questa forma, poco o niente finora studiata,
[pg!110]
di sfruttamento governativo dell'Isola. Più tardi,
nel 1813, l'Ortolani affermava lo introito annuale
delle bolle 45000 onze, pari a ducati 135 mila; e senza
dubbio egli parlava della Bolla in tutta la Sicilia e
non nella sola Palermo.

.. [#] :small-caps:`Gorani`, op. cit., t. I, p. 47.

Questa cifra, per chi vi si fermi sopra con attenzione,
è molto interessante. Quarantacinque mila onze
valevano mezzo milione di bolle; e mezzo milione di
bolle rappresentavano cinquecentomila Siciliani sollecitanti
la licenza dell'uso delle carni, delle uova, dei
caci, del latte ecc. La popolazione d'allora, in tutta
l'Isola, era di 2 milioni; sicchè una quarta parte di essa
cercava di mettersi in regola con la chiesa, con la
propria coscienza e anche col proprio stomaco per
quanto poco fosse esigente. Poteva, è vero, partecipare
alle ragioni dell'acquisto il timore di essere scoperti
trasgressori d'un precetto chiesastico, che è
quanto dire civile e magari politico; ma al religioso
non prevaleva certamente il timore delle pene corporali
dell'autorità civile e politica. Nessun credente,
nessun suddito fedele di S. M. avrebbe sognato di sottrarsi
al compimento dei più elementari doveri religiosi,
nei quali pietà, devozione, culto si confondevano
in un pensiero indefinito, in aspirazioni ataviche
molto vagamente mantenute. Se poi questo pensiero
fosse espressione fedele d'un sentimento schiettamente
religioso, non è luogo opportuno d'indagare.

Vicerè il Marchese Caracciolo, un real dispaccio
del 15 febbraio 1783 aboliva l'intervento senatorio alla
solenne proclamazione della Bolla; ma un dispaccio
[pg!111]
posteriore lo ripristinava. Così, mentre si manteneva
intatto il divieto precedente, della partecipazione
del Magistrato civico alle quarantore del Monte
Pellegrino (14 settembre), tornava ad imporsi quello
della grande festa della Bolla [#]_, evidentemente perchè
se ne accrescesse la pompa, e con la pompa le
entrate a beneficio del Sovrano.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1783-84. p. 429.

Ed ecco, come pel passato, questa cerimonia nelle
domeniche di Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima,
ripetersi con tutto l'apparato religioso, civile
e militare, onde per lunghissimo volger d'anni era
stata accompagnata.

Trattavasi della pubblicazione d'un indulto pontificio
a favore di chi per ragion di salute volesse in
quaresima *cammaràrisi*, cioè mangiar di grasso. Ma
questo indulto, che pur concedeva beneficî religiosi
non comuni, portava con sè qualche obbligo materiale
e spirituale in chi lo cercasse. Egli dovea per l'acquisto
della Bolla, cioè della licenza, 52 grani (L. 1,11)
e compiere speciali pratiche devote, visitando in dati
giorni, per un dato numero di volte, alcune chiese
designate.

Per ciò appunto l'opera del Senato era non che cercata
ma voluta. Il gonfalone della SS. Crociata veniva
sorretto da un prete, avente allato un tesoriere
(*erario*) dell'Arcivescovo, il quale portava in mano
una bara, entrambi, prete e tesoriere, eran preceduti
da dodici chierici, o *jàconi* rossi (*russuliddi*), in cotta.
[pg!112]

Non ostante che adusato a cosiffatti spettacoli, il
pubblico grosso e minuto s'affollava innanzi al palazzo
arcivescovile, ove la lieta novella dovea primamente
darsi. Tamburini e trombetti senatorii, agli
ordini del Cerimoniere del Senato, ad un cenno di lui
sonavano: e D. Girolamo De Franchis con chiara e
roboante voce leggeva: *Il Sommo Pontefice si è degnato
concedere l'uso dei latticini e delle carni nella
prossima Quaresima*. Ma perchè il Cerimoniere del
Senato e non altri dell'Amministrazione della SS.
Crociata? Perchè il Senato entrava in tutto e per tutto,
ed il suo Cerimoniere stavolta era anche Banditore.

La cavalcata (giacchè tutta questa gente andava su
muli e cavalli che richiamavano a quello dell'Apocalisse)
sfilava verso il Palazzo vicereale. Al corpo di
guardia, Don Girolamo rileggeva, e tosto, per la piccola
piazza (*Chiazzittedda*), via di Porta di Castro e
Ponticello, fino al Palazzo Pretorio. Terza lettura e
terza ripresa di via, stavolta per l'abitazione del Tesoriere
della Crociata, donde, dopo una quarta ed ultima
lettura, alla Cattedrale ordinaria o provvisoria.
Allora le tre autorità principali potevano esser soddisfatte
dell'omaggio reso loro; ma il Tesoriere lo era
più di tutte, e per quei giorni non capiva nei panni.

Così preannunziata, la Bolla veniva più tardi, in
un gran foglio stampato, con ogni maniera di solennità,
condotta in giro pel Cassaro. Il Senato in carrozza,
e dietro ad esso, ufficiali nobili s'avviavano alla
graziosa chiesa di S. Francesco d'Assisi. Quattro canonici
lo ricevevano alla porta; il Cerimoniere gli
[pg!113]
esibiva l'acqua santa; i tamburi e lo stendardo col
Crocifisso dipintovi sopra si mettevano in moto; gli
Orfani dispersi, gli Orfani di S. Rocco, i frati Conventuali,
i Chierici del Seminario, seguivano, e con
essi il Capitolo col suo araldo, i tre vivandieri, uno
dei quali in cappa magna con un quadretto della Madonna
in mano. Penultimo gruppo: *jàconi* rossi, paggi
del Pretore e del Vicario, e in mezzo, con la tanto
celebrata Bolla, in insegne canoniche, il Ciantro,
fiancheggiato dall'Assessore e dal Maestro Notaro
della Crociata.

Ultimo gruppo: Mazzieri, Maestro di Cerimonie del
Senato, Senatori coi loro ufficiali nobili e civili, contestabili
e trombetti e sonatori di oboe e lunga tratta
di gente.

Entrati in chiesa, tutti erano al loro posto. Ad un
lato il Vicario generale o il Ciantro; all'altro, il Senato.
Inchini rispondevano ad inchini: e quando tutto
era in ordine, e fin la Bolla appesa innanzi al
Crocifisso, la cerimonia aveva il suo epilogo in una
gran messa, intramezzata da un sermone, che celebrava
i beneficî provenienti dallo indulto stato concesso.

L'incarico di questo sermone era ambito e sollecitato
anche da predicatori sommi. Il Senato, che soleva far
sempre le spese, stavolta (rara eccezione) non ne faceva
nessuna; bastandogli solo di metter di suo la
pompa pretoria. Chi pagava invece era l'Amministrazione
della Crociata, la quale compensava il panegirista
dell'opera con quattr'onze d'argento (L. 51), una
[pg!114]
risma di carta bianca (di quella che oggi si dice *protocollo*),
un mazzo di penne d'oca e cinque copie della
Bolla: un bel regalo davvero!

Una volta il predicatore designato non comparve.
Era già l'ora della funzione, e tutti si guardavano in
viso tra maravigliati del ritardo e contrariati che non
si potesse udire la tanto attesa orazione panegirica.
Ed ecco farsi innanzi verso il Commissario un sacerdote,
ed offrirsi di supplire il ritardatario. L'offerta,
manco a dirlo, è subito, ma non senza una tal quale
diffidenza, accettata. Il ben arrivato ecclesiastico sale
sul pergamo e fa una orazione del seguente tenore:
«Sua Santità, inesauribile nelle sue grazie, ne ha concesso
una, cristiani dilettissimi, che non ha l'eguale
nel mondo universo: ha accordata la Bolla, per poter
ogni fedele *cammàrarsi*, e con questo, ha pure
mandata la indulgenza plenaria. Così egli ha aperto,
ma che dico io aperto? spalancato il tesoro delle celesti
grazie. Per questo tesoro non v'è prezzo. Eppure,
se sapeste, uditori umanissimi, quanto poco si paga
una parte di questo tesoro, la Bolla della SS. Crociata!
Ditelo voi!... Forse cent'onze? No: figli miei;
non si permette cotanto dispendio. Forse cinquanta?...
Neanche. Lo pagherete venti, dieci onze? Neanche questo.
Potreste allora pagarlo cinque; ma la inesauribile
carità del Padre dei fedeli non può consentire a
tanta spesa. E allora nè cento, nè cinquanta, nè venti
nè dieci, nè cinque, si potrà pagare un'onza. Oibò,
neanche la metà, fratelli dilettissimi, neanche un quarto
d'onza! Sbalordite! Tanto tesoro, che vi consente
[pg!115]
di mangiar carne e latticinî durante la prossima Quaresima,
tanto tesoro si paga solo cinquantadue grani!....» [#]_.

.. [#] Storico anche questo; l'abbiamo raccolto dalla bocca
   di vecchi canonici della Cattedrale di Palermo, uno dei quali
   vive ancora.

Contro l'ammonimento consacrato nel solito cartellino
attaccato alla porta delle chiese:

   | Se vuoi placar di Dio la maestate offesa,
   | Sta con silenzio e riverenza in chiesa.

uno scoppio d'ilarità risonò per le ampie volte del
tempio. Il vecchio Arcivescovo Mons. Sanseverino
strinse con forza le labbra; il giovane Pretore Duca
di Cannizzaro sorrise con tutto l'Eccellentissimo Senato:
e le quattr'onze in argento, e la risma di carta,
e le penne d'oca, e le cinque bolle furono con inusitato
piacere mandate fino a casa dell'arguto o semplice
oratore. Egli se le era ben meritate!

Abbiamo detto che il Senato faceva sempre le spese:
e dobbiamo un chiarimento della nostra affermazione.

Le funzioni non solo profane ma anche sacre erano
senza numero, ed il Comune non poteva disinteressarsene.
Lasciarne passare una senza concorrervi
operosamente, che è quanto dire spendendo, era
un'offesa alle tradizioni religiose della Città. Molte
cose abbiam trovate in proposito rovistando vecchie
carte d'archivio: e più volte ci è venuto sulle labbra
l'antico motto: *Cappiddazzu paga tuttu!* Senza uscir
di sagrato, ricordiamo che per le processioni senatorie
[pg!116]
per quelle delle chiese secolari e regolari la sola
cera impiegata ammontava a poco men che diciotto
quintali (presso a chil. 1440), la quale al prezzo di
tarì 8, gr. 12 il rotolo (L. 365 il chil.) raggiungeva
la cospicua cifra di circa milledugentotre onze (Lire
15.325,50), divenuta un terzo di più nel 1808 per
l'aumento di prezzo del genere. Nè c'è da sospettare
di arbitrî di senatori, o di compiacenze verso preti
e frati, perchè quella dozzina e mezza di quintali di
cera era stata, come *ultima ratio*, ritenuta spesa obbligatoria
dalla famosa *Riforma* governativa del
1788 [#]_.

.. [#] *Riforma* cit. (a p. 106 del v. I di quest'opera), p. 60. — :small-caps:`I.
   Sala`, *Dimostrazione dello Stato del Patrimonio del Senato
   di Palermo, presentato alla Giunta eretta pella fissazione del
   detto Patrimonio*. Ms. dell'Archivio Comunale di Palermo.

E lasciando altri particolari, torniamo alla Bolla.

Al domani della funzione, questa veniva messa in
vendita. Ogni buon padre di famiglia si affrettava a
provvedersene, e ad apporvi il proprio nome, recitando
a tempo e a luogo alcune orazioni, e pregando
non solo pel Sommo Pontefice, ma anche pel Re, che,
a conti fatti, era l'unico beneficato, come quello che
si scroccava somme colossali, e benedizioni, non si sa
quanto sincere, dei suoi sudditi.

Il desiderio di mangiar di grasso stuzzicava sovente
i cittadini a procurarsi in varie guise l'autorizzazione
del cibo proibito.

Abbiamo in proposito un documento abbastanza curioso
e molto caratteristico. Gl'impiegati tutti, dal
[pg!117]
nobile Spedaliere al guattero della cucina, dell'Ospedale
celtico di S. Bartolomeo (oggi Istituto dei Trovatelli)
e di altri spedali e spedaletti della Città, il dì
6 febbraio del 1799 si rivolgevano al Cardinale Arcivescovo
di Napoli, a ciò delegato dalla S. Sede, perchè
consentisse loro, mercè l'acquisto della Bolla, l'uso
delle carni e dei grassi per la Quaresima e per ogni
altro giorno proibito (vulgo *proìbitu*) dell'anno. Il documento
è questo:

«L'Ospedaleri, li Professori maggiori fisici e chirurgi,
li Pratici fisici e chirurgi, l'Infermieri e Cappellani,
li Ricordanti, l'Aromatarj, li Maggiordomi,
li giovani di assento, li cuochi, li massari, li serventi
dell'uno e dell'altro sesso, li lavandare, li P.P. Cappuccini
e tutte le persone addette al servigio dell'Ospedale
di S. Bartolomeo, l'Incurabili e dell'Ospedale dello
Spirito Santo con suoi annessi e dipendenti ospedaletti
della città di Palermo in Sicilia, umiliano alla
E. V. che havendo supplicato al di loro Arcivescovo di
accordargli (*sic*) *in perpetuum* la grazia di poter mangiar
carne in tutti i giorni proibiti dell'anno, come
sono Venerdì, Sabati, vigilie, quattro tempi e quaresima,
per essere li viveri di mezzo scarsissimi, per le
laboriose fatighe che sono nelli detti ospedali col prossimo
pericolo di perder la vita; per altro non spirano
se non aere mercuriale, risposegli non aver tale facoltà.
Supplicano pertanto V. E. affinchè quale special
delegato di S.S. Pio VI gli facesse la grazia accordargli
*in perpetuum* la dispenza suddetta, di poter
[pg!118]
mangiar carne colle loro famiglie e rispettive commensali
in tutti i giorni proibiti di sopra descritti coll'obbligo
espresso però di doversi provvedere ogn'uno
di essi della Bolla della SS. Crociata. Lo supplicano
ecc.».

Si rileva da qui che la grazia volevasi in perpetuo
e per tutte le famiglie dei sanitarî, degli ecclesiastici
e degli inservienti: privilegio che non aveva esempio
nel genere. S. Eminenza esaminò la cosa e concesse [#]_
ma S. Maestà non dovette saperne nulla, altrimenti
forse se ne sarebbe risentita come di concessione lesiva
degl'interessi dello Stato o, meglio, suoi.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., a. 1799., pp. 269-71.

[pg!119]

.. toc-entry:: VII. Quaresimali e Quaresimalisti. Esercizi spirituali.

CAP. VII.
=========

.. class:: center large

QUARESIMALI E QUARESIMALISTI. ESERCIZI SPIRITUALI.

Ed entrava la Quaresima col treno formidabile delle
sue prediche.

Il funebre *momento* era il primo passo verso la reazione
ai baccanali. Sulle fronti belle, forse fino a poche
ore innanzi sfiorate da ardenti, furtivi baci, cadeva
la grigia cenere ad iniziare un periodo di moleste
resipiscenze, pausa per alcuni, eternità per altri, soliti
a giocondarsi della vita allegra.

Da cento pulpiti, per cento bocche, con pertinacia
di sciupata rettorica si lanciavano sugli ascoltatori
parole blande e voci roventi, a coprir l'eco tuttora indistinta
degli urli dei passati giorni. E le mani si agitavano
irrequiete, ora energiche nell'accusare, ora
calme nel discutere, ora stringenti nel persuadere, sicure
nel promettere e fiduciose nello sperare.

La severità dei richiami poteva, è vero, determinare
a rigori corporali; ai quali però la fiacchezza di
perseveranza toglieva ogni carattere di profonda convinzione.
Come soffocati, recenti ardori intiepidivano;
[pg!120]
desiderî indiscreti tacevano, ed un senso di misticismo
nasceva talora nell'animo di chi meditava: e la
meditazione era agitazione di spirito irrequieto, non
lontana dal finire in vera, ma effimera contrizione.

Ma noi viaggiamo per un campo fantastico, dal quale,
per indole nostra e per la natura schiettamente oggettiva
di questo lavoro, ci siam tenuti lontani. Proseguiamo
invece per via di fatti la vita dei nostri bisnonni.

Preoccupazione costante, ed insieme occupazione
gradita, era quella del quaresimale nella chiesa madre,
la quale, come il lettore sa, nell'ultimo ventennio
del secolo era provvisoriamente a Casa Professa.

Il Senato non trascurava mai di fare, con la intesa
del Capitolo e dell'Arcivescovo, la nomina del quaresimalista,
nomina ordinariamente anticipata di otto
anni sulla data della recita del quaresimale. Nel 1782
P. D. Felice Testa della Congregazione dei Celestini
veniva eletto pel 1790; nel 1783, P. D. Pietro Rottigni
somasco pel 1791; nel 1784, P. Alberto Tozzi dei Predicatori
pel 1792, e via discorrendo.

Gli è che Palermo, città di primo ordine, Capitale
del Regno di Sicilia, dovea pensare bene a chi affidar
così grave compito; e chi dovea disimpegnarlo non poteva
essere il primo venuto, o l'ultimo arrivato. Palermo
avea persone che intendevano, uditorio intelligente
e di gusto, che non si contentava, nè poteva contentarsi
di chicchessia. Nei suoi pergami eran saliti
in ogni tempo i principali oratori d'Italia, chiamati
dall'autorità del Senato, allettati dalla riputazione
[pg!121]
che ad essi veniva dall'eservi saliti, dicitori di merito
incontestabile.

V'era poi una ragione considerevole per la oculatezza
da mettersi nella scelta: il paragone con i quaresimalisti
di altre chiese, nelle quali usava ammirare
veri campioni della sacra eloquenza. Il pubblico
accorreva alle due chiese come a due teatri: e voleva
giudicare *de auditu e de visu* dell'uno e dell'altro.

Certo non era il quaresimalista d'una parrocchia
privilegiata che poteva imporre soggezione. Questo,
nominato bensì dal Senato, era un oratore di secondo
o di terz'ordine: e solo le deliberazioni del civico consesso
ne serbano ricordo. Quelli che davan da fare
erano invece i Domenicani ed i Filippini, i quali al
predicatore ufficiale della metropolitana contrapponevano
i migliori loro *soggetti*; e se non li avevano
del proprio ordine, li facevan venire da altri del clero
regolare e secolare pur di averli e di gareggiare. Tanto
lusso obbligava a spese, ed i frati Domenicani ed i
padri dell'Oratorio di S. Filippo Neri le facevano per
superarsi tra loro.

Anche le monache si volevano mettere in evidenza,
ed entravano nella gara: quelle della Martorana specialmente,
alle quali tornava graditissimo il trionfo
del loro quaresimalista sull'altro del Duomo, come
qualche volta ai Teatini di S. Giuseppe dovevano tornare
d'infinito piacere i trionfi oratorî della loro chiesa.

Non ostante le mal celate velleità del primato nel
genere, due chiese soltanto se lo palleggiavano contrastando
anno per anno: la Cattedrale e l'Olivella!
[pg!122]

La fama precorreva pomposa i loro predicatori. I
devoti, gli *habitués*, accorrevano numerosissimi ad
ascoltarli; volevano studiarne la mimica e la parola,
la scienza e l'ingegno, far dei confronti. Il loro giudizio
veniva ripetuto per la Città, nelle conversazioni
e nei caffè; e la curiosità, come nasceva negli assenti,
così acuivasi in coloro che gli aveano uditi e non se
n'erano formato un concetto a modo loro. Il pro ed il
contro traducevasi in favore e in disfavore dei discussi
oratori, dei quali ben a ragione il proverbio siciliano:
*Tinta dda matri c'havi lu figghiu pridicaturi!* compiange
le genitrici; giacchè non v'è persona che più
dei banditori della parola di Dio sia maltrattata da
quelli che meno la intendono. Alla simpatia o all'antipatia
del pubblico varie circostanze concorrevano
tutte più o meno forti: la nazione del predicatore
l'ordine a cui apparteneva, le sue relazioni con qualche
reputata famiglia del paese, e poi le doti intrinseche
e più le esteriori di lui. Laonde accadeva il medesimo
che agli artisti da teatro, fatti segno di calorosi
applausi e di tacite disapprovazioni. Nel 1785 un genovese
che predicava nella chiesa dell'Olivella soppiantava
un napoletano al Duomo; dove anche l'anno
seguente un altro soccombeva a quello della medesima
Olivella. Nel 1787 la logomachia sostenevasi tra di
valenti Domenicani, come tra due altri mediocrissimi
del medesimo ordine nel novantacinque e nel novantasei.
Il sac. Gaetano Burlò nella chiesa di S. Giuseppe
superava di gran lunga i suoi emuli; di che fu un gran
discorrere fino a vedersi anche i meno intemperanti
[pg!123]
tra gli spensierati giudici da caffè bisticciarsi nelle
assemblee e nelle riunioni. Si era pensato in tempo
debito (1791) a P. Pietro Rottigni dei padri Somaschi;
ma all'ultima ora, dopo sette anni dalla nomina, egli
mandava scusandosi di non poter venire. Fu una indelicatezza
imperdonabile, che fece andare su tutte le
furie il signor Pretore ed il nobile Senato. Che cosa
poteva quindi fare P. Matteo Aceto, invitato improvvisamente,
poco prima della Quaresima? Si erano messi
gli occhi sul P. Teresio da S. Cirillo, e se n'era
fatta la elezione; ma avvicinandosi il 1794 egli se n'era
andato all'altro mondo, e fu fortuna che P. Gaspare
da Gesù, carmelitano scalzo, accettasse il tardivo e
gravoso ufficio, e più, che lo compiesse con una certa
lode.

Al giunger dei Reali in Palermo, l'intervento loro
alle sacre concioni assumeva carattere di pubblica dimostrazione
a favore del P. Domenico Maria Sances
dei Domenicani. Egli predicava al Duomo, cioè al
Gesù, Casa Professa, mentre all'Olivella predicava
un nizzardo. Che pronunzia infranciosata quella del
nizzardo! Ed era mai possibile che col vento fortunale
spirante dalla Francia, riuscisse gradita quella pronunzia?

Ed ecco il Re e la Regina recarsi tre volte la settimana
a sentire il Sances. Maria Carolina ne era addirittura
entusiasta, e per riflesso, tutte le dame di
Palermo. A quaresimale finito, lo invitava al Palazzo
e regalavagli una forte somma in monete d'oro ed una
tabacchiera del valore di dugent'onze (L. 2550)!, poco
[pg!124]
più del doppio, quasi il triplo, del compenso solito a
darsi dal Senato al suo oratore ufficiale quando egli
era forestiere [#]_. Lo spirito d'indifferenza religiosa dell'antico
pupillo del Tanucci avea già subito l'influsso
della politica e della sventura. La esperienza avea gettata
molta acqua sul fuoco dei primi anni del suo regno:
e corte e chiesa si erano in lui strette in amplesso
assai più forte che non si potesse sospettare appena
egli era uscito di minorità. Il giovine principe nel
1768 aveva arditamente espulso i Gesuiti, anche cadenti
ed infermi; il vecchio Re nel 1805 doveva richiamarli:
e gli stemmi della Compagnia di Gesù, stati
sollecitamente atterrati, dovevano venir ricomposti e
rimessi in onore. Laonde il cronista Villabianca, a
chiudersi del sec. XVIII, per la Quaresima del 1800
poteva non senza una tal quale malizietta scrivere:
«Li primi ad esercitare la religiosa osservanza di sentir
la predica dei sani giorni furono li Sovrani con
tutta la R. Famiglia; con che avendosi (*sic*) essi passato
allegramente nello scorso baccanale, procurano
ora far bene alle loro anime nei giorni di penitenza
e fare insieme i lor doveri di principi nell'edificare i
popoli col loro santo cristiano esempio» [#]_.

.. [#] «Il Predicatore quaresimale della Madrice Chiesa di
   questa città per le prediche della Quaresima e panegirici e
   viene tenuto a fare, onze 80; e ciò in seguito di ordine di
   S. E., per via del Tribunale del R. Patrimonio, li 13 maggio
   1692, colla condizione che il detto Predicatore essendo
   regnicolo abbia da conseguire onze 60; ed essendo forestiero
   onze 80, come dalla Riforma del 1788.» :small-caps:`I. Sala`, *Dimostrazione*
   cit. *dello Stato del Patrimonio del Senato di Palermo*
   p. 213.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1800, p. 66.

[pg!125]

Strano, scomposto accozzo di profano e di sacro, di
scettico e di bigotto, di ridancione e di geremiaco,
questo degenerato figlio di Carlo III, che divertivasi
e sospirava, che ogni maniera di caccia e di pesca lecita
e non lecita alternava con le noiose cure dello
Stato; e che, mentre per non dare ombra alla Regina
si asteneva dal visitare i monasteri, dove con le attraenti
bellezze muliebri della Capitale si sarebbe potuto
guastare la testa, divertivasi con Donna Teresa
Fasone; la quale poi, in un giorno di malumore, per
un inatteso regalo di cattivo genere, dovea egli disterrare
e mandare a domicilio forzato in Castelvetrano!

Il quaresimale del Duomo non era il solo ciclo di
prediche di cui si occupasse il Senato. Ad altri cicli
consimili e a non pochi panegirici doveva annualmente
questo pensare tanto per la metropolitana quanto per
le parrocchie, sulle quali, come è risaputo, avea ed ha
diritto di patronato. Per le tre Rogazioni precedenti
l'Ascensione invitava *soggetti* di valore indiscutibile.
Le Rogazioni erano le processioni alle quali nessuna
corporazione monastica doveva mancare; sicchè le
prediche che le coronavano, dovendosi pronunziare innanzi
ai monaci ed ai frati della città ed agli ecclesiastici
più in onore, facevano «tremar le vene e i
polsi» ai più valenti. Chi non conosce il P. Reggente
Domenico Danè, poeta ingegnoso ed elegante, sostegno
dell'ordine di S. Francesco di Paola? Ebbene: fu
lui uno degli oratori; e con lui in varî anni D. Fr.
Ruffo, dottore in sacra teologia, i cappuccini P. Giuseppe
Alfonso e P. Fra Camillo da Palermo, il crocifero
[pg!126]
P. Camillo Fuscia, il teatino P. D. Em. Oneto,
il carmelitano P. Lettore Niccolò Aiello, lo scolopio
P. Fr. Cusenza ed i preti Bonomo, Puccio, Barresi,
Fernandez, Camarda, Calderone, Agalbato, Miraglia,
Giunta e D. Giuseppe Trofolino.

Trofolino?... Oh! questo sacerdote non fu solo un
buon predicatore, ma anche un fervoroso operaio della
chiesa. Se il lettore non ne sa altro, si ricordi almeno
essere egli stato l'autore della giaculatoria che dopo
la benedizione del Divinissimo si recita ogni dì nelle
chiese.

Fa mestieri di trascriverla?

Eccola quale egli la compose e l'Arcivescovo del
tempo l'approvò (1779):

   |   Adoramu umiliati
   | La santissima Trinitati;
   |   Adoramu ogni momentu
   | Lu santissimu Sacramentu;
   |   E lodata sempre sia
   | La purissima Maria!

Adesso il pietoso lettore sa che questa canzonetta
conta la bellezza di centoventicinque anni di età.

Il fiore dei panegiristi del tempo era adibito anch'esso
a celebrare, oltre le tre Rogazioni, S. Sebastiano
e S. Agata, per conto del Comune, che dal 1575
avea fatto voto di festeggiarli come protettori e patroni
della Città, e S.\ :superscript:`a` Rosalia, la graziosa verginella
palermitana, il genio tutelare a cui la Città medesima
come ad àncora di speranza, a tavola di naufragio, a
porto di salute ricorse sempre con fede nei giorni più
tristi per essa.
[pg!127]

Poco meno che mezzo secolo addietro, fra il 1850 ed
il 1860, le Rogazioni aveano già perduto l'antico lustro,
e S. Sebastiano le simpatie che lo avean

   | . . . . . . . . fatto degno
   | Di tanto onore . . . . . .

Chi scrive queste pagine ricorda le ultime processioni
commemorative delle due ricorrenze, dove non più gli
ordini monastici tutti, ma solo pochi loro rappresentanti
con gonfalone e croce intervenivano, *rari nantes
in gurgite vasto*, scarsi componenti una breve fila di
frati, appena notabili nelle grandi vie da percorrere,
non sai se mortificati di essere in sì poco numero, o
infastiditi dell'ora dello spettacolo, che li distraeva
dalle consuete occupazioni.

Il quaresimale prosegue sempre lo stesso a cura del
Municipio e col favore inalterato del pubblico, che ora
si rivolge a quello dell'Olivella, [#]_ ora si accentra tutto
sull'altro, secondo il giudizio degl'intendenti, le relazioni
degli amici, la mimica degli uditori più autorevoli,
i quali coi più lievi movimenti del capo, o con
l'aggrottar delle ciglia, o col contrarre delle labbra,
talora decidono del merito dell'oratore e formano presso
il *servum pecus* degli ascoltatori la così detta pubblica
opinione.

.. [#] Da pochi anni l'Olivella tace; riparlerà forse, e ricominceranno
   i termini di paragone.

Nella Quaresima erano di obbligo alcuni giorni di
meditazione in esercizî spirituali. Tutte le chiese di
secolari e di regolari accoglievan fedeli d'ambo i sessi;
ma v'era un luogo esclusivamente destinato a questo
[pg!128]
devoto ufficio, la «Casa degli esercizî», fondata dai
preti di S. Carlo Borromeo; e v'era anche la congrega
del Fervore (1765), promossa ed aiutata da quell'uomo
di santa vita che fu Mons. D. Isidoro del Castillo dei
marchesi di S. Isidoro, provvidenza del quartiere dell'Albergaria,
del quale fu parroco attivissimo. Lì,
nella Casa, erano lunghi corridoi con camerette da
una parte e dall'altra per coloro che vi si recassero,
una magnifica cappella, un ampio e lungo refettorio
e qualcos'altro per la pace dello spirito. Per nove
giorni di seguito, nobili e civili vi si ritiravano per
attendere alla riforma del loro costume ed all'acquisto
della cristiana virtù [#]_. Favorito da clausura volontaria
(e sovente involontaria) era il raccoglimento
di coloro i quali, per devozione sincera o, come non di
rado accadeva, per ostentazione, vi entravano. La Curia
arcivescovile li conosceva uno per uno, e rilasciava
loro un attestato di questo compiuto dovere, come
tutte le parrocchie rilasciavano quello del precetto
pasquale. Li conosceva la Polizia e sapeva tenerli in
conto come di buoni cattolici così di sudditi fedeli. Li
conosceva anche il Senato, nei cui archivi se ne conservavano
alcune volte i nomi e i documenti, perchè
l'autorità comunale consentisse la costruzione di certi
ripari necessarî ad impedire ai passanti di turbare il
religioso ritiro [#]_.

.. [#] :small-caps:`G. Palermo`, *Guida istruttiva per Palermo*, 2ª edizione
   p. 698.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1793-94, pp. 135 e 226.

Luogo consimile pel conforto dell'anima sua aveva
[pg!129]
una volta scelto il Vicerè Fogliani (1767): la Quinta
Casa al Molo, con la predicazione del gesuita P. Sansone;
ma non avea voluto esser solo, e «di casa in
casa con un suo creato avea mandato invitando tutti
i nobili della città.» Ecco il suo *nodiglio*:

«\ *Il Vicerè la riverisce, e avendo risoluto di andare
a fare li Esercizj di S. Ignazio nella quinta Casa,
la esorta e prega a volere con la sua pietà tenergli
compagnia in questo santo ritiramento, e gliene averà
obligazione, oltre il merito che ella si farà col signore
Iddio. Questa fatta di esercizj, composta di soli nobili,
comincierà la sera del lunedì 23 corrente marzo,
e terminerà la mattina del giorno primo di aprile.*

*Ve ne sarà in appresso una seconda, composta di nobili
e mercadanti, la quale comincierà la sera del lunedì
6 aprile, e terminerà la mattina del mercoledì
santo. Si compiaccia però avvisar per tempo con suo
biglietto in risposta a quale delle due potrà intervenire,
non dubitandosi che per questi pochi giorni lascerà
ogni altro affare per occuparsi di quello solo,
che tanto importa all'anima sua».*

Il tono della chiusura non ammetteva dubbio sull'accettazione.
«Fatevi gli esercizj spirituali (diceva
con belle parole il Vicerè): e dichiarate se volete farli
coi nobili ora, o coi nobili e coi mercanti più tardi.».

Non si ha il numero dei signori invitati con questa
circolare; ma si sa che in compagnia di S. E. furono
quaranta persone probabilmente dell'alta aristocrazia [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, p. 8.

[pg!130]

Vicende della vita!... Questa Quinta Casa dovea
vent'anni dopo (1786) convertirsi in R. Casa di correzione
pei figli discoli e per le mogli scorrette!

Nel 1799, nel medesimo mese di marzo del suo antico
Vicerè, Ferdinando III con Carolina e tutta la Corte,
assisteva dentro la Cappella Palatina ad esercizî simili
a quelli che abbiamo cennati [#]_: e furono giorni
di grande sacrificio pel Sovrano, che non uscì, non
fiatò e, tanto per parere, tenne silenzio da certosino.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., p. 329.

Quello che per gli uomini alla Quinta Casa, avveniva
per le donne nel Ritiro delle figlie della Carità
sotto nome di Filippone. «Nel corso quaresimale si
ricevevano per nove giorni dame e donne civili e zitelle
e povere per farvi gli esercizi spirituali di S. Ignazio
di Lojola in santo ritiro, delle quali le prime pagavano
una certa somma per lo trattamento del pranzo,
della cena e di quanto altro bisognava».

Così diceva un articolo del *Ragguaglio* del pio luogo:
«e da questo santo Stabilimento non è stato poco il
vantaggio che in questa città se ne è riportato,» aggiungeva
un erudito [#]_.

.. [#] *Breve Ragguaglio di quanto praticano in questa Capitale
   le Figlie della Carità*, ecc. n. 12, p. XXXIV. In Pal., Felicella,
   MDCCLXXII. — :small-caps:`G. Palermo`, *Guida* cit., p. 537.

E come non v'era chiesa (e la pratica è sempre in
pieno vigore anche oggi, specialmente nelle parrocchie,
negli oratorî, nei monasteri, nelle case di educazione,
ecc.) nella quale, per età e quasi per classe sociale,
gli esercizî di Quaresima non si ripetessero per
[pg!131]
gli uomini, così non v'era e non v'è chiesa nella quale
dove per nobili dame, dove per modeste signore e dove
per umili donnicciuole, e per ragazze e madri di famiglia,
quattro giorni almeno non venissero a questo
consacrati. Le diverse partite di esercizî supponevano
ed ammettevano uditori diversi: e nessun altro di
sesso, di età, di condizione differente. Cominciavano
(ripetiamo, che l'uso è sempre vivo) nelle ultime ore
del giorno e finivano di sera. *Istruzione e Meditazione*
impartivasi quando da un solo, quando da due sacerdoti.
Quasi sempre amena la *istruzione*: e se per poco
si scorre l'*Utile col Dolce* del P. Casalicchio, al quale
i predicatori ordinariamente attingevano [#]_, si comprende
bene perchè uomini e donne, vecchi e fanciulli,
vi si divertissero; ma la *meditazione* era una vera penitenza;
quella sul purgatorio e, peggio ancora, l'altra
sull'inferno, un supplizio. Una di queste prediche
pel rumore che fece, dovea restar proverbiale, e merita
un ricordo.

.. [#] *L'Utile col Dolce, ovvero quattro Centurie di argutissimi
   detti e fatti di saviissimi uomini del p.* :small-caps:`Carlo Casalicchio`
   *d. C. d. G.* In Napoli, MDCCLXIV.

   Dal 1671 a 1764 in Napoli e Venezia se ne fecero undici
   edizioni.

Era appunto di Quaresima, e nella chiesa di S. Maria
delle Grazie, detta della Gància, alla quale è attaccato
il relativo convento dei frati Osservanti, si
compievano i soliti esercizî per le popolane della Kalsa.
Toccava oramai la meditazione sull'inferno: e si
era voluto renderla efficacissima rappresentando al
vivo le pene dei dannati. Nel meglio, quando cioè il
[pg!132]
predicatore si accalorava nel descriverle, si sente un
orrendo scroscio di catene, e pietosi lamenti di uomini,
e raccapriccianti urli di demonî, e fracassi assordanti,
e bagliori sinistri di fiammate, che rompeano, rendendola
più penosa, la oscurità della chiesa. Immaginiamo
il terrore delle donne! Quale più, quale meno, tutte
si misero a piangere, a singhiozzare implorando pietà
e misericordia, a gridare come ossesse; le più pronte
si precipitarono verso la porta fuggendo; molte si svennero,
alcune tramortirono. A tanto scompiglio accorsero
i vicini, e con essi la Polizia: e sentendo la cosa,
non poterono trattenere le più matte risate.

La frase popolare *Finiri a 'nfernu di Gància* attesta
il tragicomico aneddoto [#]_.

.. [#] Vedi i nostri *Spettacoli* e *Feste*, p. 206, e *Modi proverbiali*
   cit., n. 44.

   Sulle nomine dei predicatori per opera del magistrato
   municipale, vedi *Provviste del Senato*, a. 1791, p. 6; 1794, pp.
   16 e 67; 1795, p. 127; 1796, p. 155; 1797, p. 42; 1799, p. 32.

[pg!133]

.. toc-entry:: VIII. Frati, Monaci e Conventi.

CAP. VIII
=========

.. class:: center large

FRATI, MONACI E CONVENTI.

Non era ordine religioso che non fosse più o meno
largamente rappresentato in Sicilia; e dicendo Sicilia,
vogliamo intendere Palermo, centro anche della
vita ecclesiastica dell'Isola. Basiliani e Benedettini,
Cappuccini ed Agostiniani, Domenicani e Minimi, Antoniniani
ed Osservanti, Carmelitani e Nicolini aveano
in città e fuori i loro monasteri ed i loro conventi [#]_.

.. [#] Convento in Sicilia vale abitazione di frati.

Professavano le regole di S. Basilio e di S. Benedetto,
di S. Francesco d'Assisi e di S. Agostino, e le
sotto-regole di S. Domenico e di S. Francesco di
Paola, di S. Antonio da Padova, di S. Nicolò di Bari,
del terz'ordine di S. Francesco e via discorrendo. V'erano
poi anche preti secolari e regolari, che partecipavano
delle fraterie, ma ne differivano quasi radicalmente,
perchè, congregazioni particolari, aveano per
proprio istituto determinati scopi, come quello d'istruire
la gioventù (Scolopî), di educarla (Filippini), di
[pg!134]
assistere i moribondi (Crociferi), di meditare e di elemosinare
(Teatini) ecc. Di Gesuiti non si parlava più
da un pezzo.

I frati eran divisi per provincie monastiche: e capo
supremo di ciascuna era appunto un Provinciale con
giurisdizione assoluta sopra un dato numero di conventi.
Era preposto al convento un Guardiano, col
nome di Priore tra i Benedettini e i Domenicani, di
Correttore tra i Minimi, di Nostro Hermano tra i
Mercedari. Il Guardiano quindi, il Priore, il Correttore
moderava o dirigeva la famiglia del suo convento,
come il Provinciale o l'Abate (se tra Benedettini, Basiliani
ecc.) quelle di tutti i conventi a lui sottoposti.
Egli, il Guardiano, amministrava, disciplinava i suoi
confrati, ma non così indipendentemente che non dovesse
darne conto al suo superiore, sotto i cui occhi
passava qualunque carta, ed al cui controllo era sottoposta
ogni spesa, come qualsiasi disposizione relativa
al governo materiale e spirituale della comunità.

Un critico di cose monastiche si lasciò sfuggire che
gli abiti dei Regolari eran tanti e così diversi che ci
sarebbe stato da farne una gaia collezione di quadri
e da riempirne le più cospicue gallerie del mondo.

L'espressione ha un fondo di vero, in quanto gli
abiti, a ragione della necessaria distinzione di ordini,
erano molti e molteplici, sì per la stoffa ond'eran composti,
sì pei colori e sì per la forma. Come dai frati
Cappuccini si andava per la scala religiosa fino ai
monaci Benedettini, così dal ruvido albagio (*abbràciu*)
si giungeva al morbido fior di lana; e dal nero perfetto
[pg!135]
di questi ultimi, al castagno dei Mendicanti, al
latteo dei Predicatori e dei Benedettini Bianchi. Dalle
amplissime maniche spioventi sui fianchi dei monaci,
dalla saccata dei Minimi, si scendeva alla stretta ed
angusta degli Antoniniani. I rozzi sandali, per via di
modificazioni e di ritocchi, assurgevano ai delicati
calzari; se parecchi erano gli ordini che andavano a
capo nudo, non pochi si coprivano, quali d'un nicchio
e quali d'un cappello a tegoli.

La chierica *unius mediocris palmae* dei Minimi allargavasi
fino a limitare, nei Minori Conventuali, una
corona di corti capelli, simbolo della corona di spine
di G. C., e si riduceva alla misura d'una moneta di
scudo d'argento nei monaci di S. Basilio e di S. Benedetto.

Ciascun ordine professava un voto proprio oltre
quelli di Povertà, Castità, Obbedienza, obbligatorî per
tutte le fraterie; e dove uno s'astringeva a perpetua
vita quaresimale (Minimi), un altro a quella della
predicazione (Domenicani), gli altri, alla istruzione,
alla redenzione degli schiavi, alla elemosina, alle missioni
nei Luoghi santi ecc. [#]_.

.. [#] Erano i Riformati, presso i quali è ancora nel convento
   della Gància un posto col titolo di *Terra Santa*. Costoro
   andavano in giro pei comuni dell'Isola portando le *bolle dei
   Luoghi Santi*, composte e stampate dentro il Commissariato
   di *Terra Santa* in Palermo, dove i tipografi si chiudevano, e
   stampavano scrupolosamente il numero prestabilito di bolle:
   non una di più. Codeste bolle contenevano privilegi e indulgenze
   agli acquisitori, e si portavano addosso, preservativi di
   assalti di ladri, di naufragi in fiumi, infortunî d'ogni genere
   nei viaggi per la Sicilia.

[pg!136]

Poveri avrebbero dovuto esser tutti in quanto che
a nessuno era individualmente lecito di possedere: e
se qualche cosa aveano, questa non poteva essere se
non del convento; ma tali non erano se si guardi agli
stabili ed alle larghe entrate della comunità. I viaggiatori
del tempo si palleggiavano le cifre di codeste
entrate, e le facevano ascendere a somme favolose [#]_.

.. [#] Il solo :small-caps:`Gorani`, *Mémoires*, I, 471, nel 1793, scriveva: «I
   conventi dell'Isola possiedono beni incalcolabili. Palermo ha
   monasteri con annuali rendite di 100,000 ducati d'argento»
   (L. 425,000).

Checchè ne sia, nella Capitale ciascun frate (non
parliamo neppure di monaci), di qualsivoglia corporazione,
mangiava, beveva e vestiva decentemente. In
provincia però s'intristiva sovente nei disagi; e v'eran
conventi nei quali la tanto gradita campana del refettorio
sonava solo *pro forma*.

Il Governo, che si occupò anche un poco di monasteri
e di conventi poveri, provvide a tutti in generale
con la legge dell'ammortizzazione; ed ai disagiati, con
l'abolizione di quei *conventini* che per difetto di patrimonio,
o per iscarsezza di numero, o per degenerazione
dal primitivo istituto, non fossero più in grado
di reggersi o non avessero più ragione di esistere.

Codesto concetto, vogliam dire embrionale, del Governo
sulle corporazioni religiose, doveva in tempi posteriori,
due terzi di secolo dopo, dar luogo a provvedimenti
tanto improvvisi quanto immaturi. Gli scomposti
tumulti palermitani del settembre 1866, fin qui
non ricercati abbastanza nella loro finalità, vennero
seguiti dallo scioglimento delle corporazioni medesime
[pg!137]
e dall'incameramento dei loro beni a pro dello Stato,
o meglio a pro di accorti speculatori. Costoro, aiutati
da inconsci, o da inesperti, o da disonesti, seppero
trarne profitto a scapito dei poveri, ai quali il dilapidato
patrimonio venne indebitamente sottratto.

Della morale dei frati si è sempre discusso: e le opinioni
unilaterali ci son giunte in proverbi poco benevoli
ad essa. Se ne raccontano tante, da poterne venir
fuori un nuovo *Decamerone*; ma si dimentica che la
fragilità è umana, e non poteva esigersi virtù soprannaturale
in mezzo alle tentazioni pertinaci della vita
in chi a 16 anni avea professato un voto, del quale non
era in grado di valutare le conseguenze avvenire.

Ferdinando III volle ovviare al danno della inconsapevolezza
dei giovanetti che si legavano con voti
perpetui a quella età, e dispose che le professioni non
dovessero farsi innanzi il ventunesimo anno: disposizione
savia, ma non priva di difetto in quanto il professando,
chierico dapprima, novizio poi, non avea
avuto fino a vent'anni agio di conoscere il mondo per
decidersi ad abbandonarlo per una vita del tutto diversa.

E frattanto, vedi incoerenza dello spirito umano!
Una volta che Re Ferdinando recossi a visitare il
chiostro di Monreale, quei monaci, dopo avergli chiesto
la mitra come l'avevano i canonici della Collegiata
del Crocifisso, altra grazia non seppero domandargli
se non quella di poter pronunziare voti solenni prima
del ventunesimo anno! Il Re avrà pensato: «Oh guarda!
io l'avevo fatto per essi, ed essi non se ne contentano:
[pg!138]
...fate il comodo vostro!», e da Legato Apostolico
concesse il privilegio, che la incauta comunità si
affrettò a consacrare in una lapide nello scalone del
monastero.

L'obbedienza era il voto forse più rigorosamente osservato,
o fatto osservare. Il semplice frate, ed anche
in dignità di Definitore, di Maestro, di Reggente, vi
si sobbarcava o rassegnato o a denti stretti. Il Provinciale,
emanazione dell'autorità *generalizia*, ordinava
a suo arbitrio la residenza del frate. Codesta residenza
egli partecipava all'interessato con un foglio
di carta in latino, chiamato *obbedienza*; la quale poteva
essere imposta dalla esigenza del culto in una
chiesa di provincia, ma poteva anche rappresentare,
come di frequente avveniva, un provvedimento disciplinare.
In questo secondo caso la faccenda era grave:
e la *obbedienza* sonava castigo o punizione.

L'*obbedienza* era un'arma terribile. Per essa, dicono
le male lingue, avevano sfogo le antipatie di persona,
gli odii di parte monastica; in essa si epilogavano
le vendette personali. I peggiori conventi della
provincia eran destinati ad ospitare i paria delle fraterie.
Quando poi l'avea fatta grossa od era un recidivo
incorregibile, previa l'autorizzazione del Generale
dell'ordine, il frate veniva confinato in un convento
di «stretta osservanza» non solo fuori provincia, ma
anche fuori ordine. Era un domicilio coatto in tutto il
significato della parola, al quale, in caso di riluttanza
di renitenza, andavasi con la sgradita scorta della
forza pubblica, rimanendosi sotto la scomoda sorveglianza
[pg!139]
della Polizia. Gibilmanna, tra Cefalù e Castelbuono,
suona triste anche oggi pei frati che vi tribolavano;
e Polistena era la Gibilmanna della Calabria.

Le Costituzioni siciliane però offrivano la guarentigia
di un tribunale d'appello al religioso che si credesse
ingiustamente castigato: vogliam dire il Giudice
della R. Monarchia, che ordinariamente era un alto
prelato, e, perchè rappresentante del Governo, indipendente.
A questo Giudice il povero bersagliato richiedeva
fremente e fiducioso una riparazione, che allo
spesso otteneva completa: la revoca d'un'obbedienza
che eccedesse i limiti dell'ordinario e prendesse carattere
di punizione immeritata anche in rapporto alla
salute del frate. Era l'autorità sovrana del Re che si
contrapponeva alla monastica, la quale da Roma, da
un Generale, da un Cardinal protettore dell'ordine,
dal Papa stesso attingeva forza ed autorità.

Or parendo questa esorbitante in alcuni ordini e
come una inframettenza a scapito della potestà regia,
un giorno si pensò a diminuirla, anzi a distruggerla
senz'altro in alcuni ordini monastici: ed eccola colpita
in pieno petto. Un decreto reale, la mattina del
4 novembre 1788, improvvisamente aboliva i Generalati
dei Domenicani e dei Francescani in Sicilia. Fu
una bomba che scoppiò con ispaventevole fracasso,
accolta dove con fragorosi applausi, dove con penosa
sorpresa; di che l'eco giunse disastrosa a Roma. In
Palermo frati e chierici regolari non compresi nel sovrano
editto si chiedevano perchè non lo si estendesse
[pg!140]
anche ai loro ordini, sottraendoli così alla supremazia
d'un Generale o d'un Procuratore Generale, che quasi
nessuno di essi aveva mai veduto, ed al quale dovevano
ciecamente ubbidire.

Espressione dei sentimenti d'allora son tre sonetti
anonimi, corsi manoscritti appena promulgato alle
Quattro Cantoniere il real decreto. Chi li compose?
Nessuno lo seppe; solo più tardi se ne attribuì la paternità
ad un prete, professore di Teologia dommatica
nell'Accademia degli Studî, il celebre sac. Carì,
che con olimpica serenità se ne rimaneva dietro le
quinte.

I sonetti son così liberi che noi non sappiamo farli
di pubblica ragione; e perciò li lasciamo manoscritti [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1788, pp. 677-78.

Com'essi, i frati, passassero il loro tempo, è stato
detto e ripetuto. A quanti si sono occupati delle fraterie,
rincrescevole è parso il saperle sovente disoccupate
senza utile alcuno per la società. I viaggiatori
che lasciavano la Sicilia, scagliavano contro queste
tutti i sassi che incontravano per via. Gorani nel 1791
mettendo in combutta preti, monaci e frati, ne faceva
sessantatremila poltroni, oltre a «centomila persone
votate al celibato e perdute per la società» [#]_. Chi abbia
per poco guardato l'opera del «citoyen françois», sa
che mangiatore di ecclesiastici egli fosse. Hager dolevasi
che andando a cercare qualche frate in convento,
non ne trovasse mai uno. Dov'erano? «Nelle botteghe
o per le strade, a sciupar un tempo prezioso, a ciarlare,
[pg!141]
ad oziare, mentre non pur l'agricoltura, ma anche
le manifatture e le fabbriche per manco di braccia
perivano». E voleva senz'altro che si mandassero a
zappare o far da manuali [#]_.

.. [#] *Mémoires*, t. I, p. 471.

.. [#] *Gemälde von Palermo*....

Fin quell'uomo mite del Marchese Villabianca deplorava
questo stato di cose, che tornava «a molto discapito
della popolazione». Quando nel 1779, sulla
politica del Tanucci, il Sovrano, «stante il continuo,
smisurato moltiplicarsi di frati mendicanti di S. Francesco»,
ordinava per dieci anni la chiusura dei noviziati
e fissava per le province siciliane il numero dei
Cappuccini in 900, degli Osservanti in 450, e dei Riformati
in altri 450, lo stesso nobiluomo compiacevasi
che S. M. volesse «uomini utili allo Stato pel maneggio
delle armi e per la coltura di campi» [#]_. Nè men
severo in siffatti giudizî era nella sua malandata vecchiaia.

.. [#] *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 350; *Diario* ined., 28 febbraio
   1799; 22....

Non pertanto, Bartels, per indole, per professione
evangelica e per la evoluzione e rivoluzione dei tempi,
avverso alle fraterie, faceva un'osservazione di ben
altro genere a favore delle fraterie medesime. Mentre
l'aristocrazia del censo tormentava nelle lontane terre
i vassalli e, forse senza saperlo o volerlo, ne succhiava
per mezzo di avidi procuratori il sangue, gli ordini
religiosi erano umani verso la povera gente che ne
lavorava la terra e ne riceveva pane; il quale se era
bagnato di sudore, non grondava di lacrime.
[pg!142]

L'osservazione trova appoggio nei fatti.

È bensì vero che guardando ai diversi istituti monastici
non fosse da rimanere edificati della scrupolosa
osservanza dei voti; ma è ugualmente vero che,
come per compenso, larga era nei frati la beneficenza.
La povertà pudibonda trovava sempre nelle case monastiche
una minestra ed un pane, che sovente bastava
a sfamare sventurati non usi a stender la mano.
La miseria, che per lunga abitudine di chiedere andava
a battere a quelle porte, non tornava indietro
senza un sussidio. Differenti le ore per quella come
per questa; diverse le mense. Houel, pur esso non
amico dei frati, rimaneva commosso nel vedere, dentro
il convento dei Cappuccini, «in un refettorio particolare
e recondito, accolti ogni giorno a desinare nobili
poveri e vergognosi, con grande onestà serviti.
Nessuno si accorgeva della ragione del loro andare,
giacchè infinito era il concorso dei poveri a quel convento.
Ed osservava: «Quest'opera di carità fa degni
di considerazione quei frati, ai quali ricchi e non ricchi
fanno elemosina per sopperire alle spese a tanto
bene necessarie. Essi meritano di esser benedetti, giacchè
non posson fare dei loro beni uso migliore» [#]_.

.. [#] *Voyage pittoresque*, v. I, p. 71.

Come nei monasteri femminili era la stretta clausura
pei due sessi e per qualunque persona, meno che
per le autorità ecclesiastiche, pel medico e per gli operai
addetti a lavori materiali; nei conventi la clausura
era solo limitata alle donne. Gli uomini potevano
[pg!143]
entrare; le donne, invece no. A nessun militare
era fatto lecito sorpassare armato la porta, la sua
sciabola o spada dovea rimanere giù, in essa. Quando
i Reali ebbero vaghezza di fare una visita al monastero
dei Benedettini di S. Martino, e con loro erano
anche donne, avvenne una strana scenetta, nella quale
le dame di compagnia, col pretesto di far parte della
comitiva, presero per loro le facoltà della Regina e
delle principesse reali di penetrare nelle monastiche
mura maschili; il che fu ragione di gravi risentimenti
dei superiori.

Ed è giusto avvertire che alcuni anni innanzi era
stata perpetrata una comica frode, per ragione della
quale la sorveglianza era divenuta più del solito oculata.
Una signora inglese, desiderosa di conoscere *de
visu* l'interno del monastero, travestita da uomo, era
entrata con altri uomini, visitatori del grande edificio.
Nessuno se ne accorse, nessuno ne seppe nulla; ma
quando l'Abate n'ebbe conoscenza, ordinò che nessun
forestiere quind'innanzi vi mettesse più piede [#]_. *In
dubiis pro anima.*

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *Briefe*, v. II, p. 658.

Gibbon lasciò scritto: «Un solo convento dei Benedettini
rese alla scienza forse maggiori servizî che le
due università di Oxford e di Cambridge.».

Questa opinione, in Sicilia, nel secolo XVIII, deve
aver credito, perchè nei monasteri di S. Martino e di
Monreale erano uomini eminenti per dottrina, pietà
e senso squisito d'arte. Il gusto che dominava fin nei
particolari delle opere antiche e moderne dei due monasteri,
[pg!144]
non meno che in quelli di S.\ :superscript:`a` Maria del Bosco
e di S. Nicolò l'Arena, prova che quelle non eran persone
volgari, ma che invece si ispiravano ai più elevati
sentimenti del bello. Dopo un secolo e più che il
Governo Vicereale fece vandalici saccheggi a S.\ :superscript:`a` Maria
del Bosco; dopo trentott'anni che la Legge sulle
corporazioni religiose è venuta a scompaginare quanto
avea saputo comporvi il monachismo intelligente, musei,
pinacoteche, librerie, attestano una civiltà di pensiero
che la beffarda società d'oggi non riuscirà a cancellare
giammai.

Eppure nel secolo XVIII il pubblico non era pienamente
persuaso della pietà e della sapienza dei
Benedettini. Padri dotti e buoni come i fratelli Salvatore
e G. E. Di Blasi, come D. Ambrogio Mira e D.
Raffaele Drago, D. Gaspare Rivarola e D. Carlo Ant.
Paternò, e come D. Gioacchino Monroy ed altri tali,
si contavano a dito: e i non contati si prestavano a
giudizî sfavorevoli, che tutti li mettevano in combutta.
La loro mondanità li teneva con un piede nel chiostro
ed uno nelle dorate sale degli aviti palazzi, alternando
così la monotona recitazione del breviario con
la variata lettura di certi libri giunti in contrabbando
dalla Francia, e l'aperta contemplazione delle sacre
immagini nella chiesa e dei severi ritratti nei
dormitorî con quella furtiva delle *Provvigioni pel
chiostro*, stampe di costumi e di scene illustrate, che
con deplorevole leggerezza qualcuno tra essi mostrava
a visitatori stranieri [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *Briefe*, v. II, p. 657.

[pg!145]

Poesie siciliane e italiane del tempo e di prima
avvalorano siffatti giudizî, certo non temerarî. Di una
di esse diremo che un benedettino raccomandava in
poveri versi ai suoi correligiosi di rimanere al loro
posto, di serbar silenzio a rifettorio, di non andar
bighellonando pel monastero, di stare in ritiro, di non
cercare più di tre pietanze e, nel sollievo di gennaio,
di non pensare all'antica usanza [#]_. Che cosa fosse
questo «sollievo» e questa «usanza», non si riesce
di capire: salvo che per quello non voglia intendersi
un po' di svago a Palermo, dentro il monastero dello
Spirito Santo (caserma dei pompieri), nei giorni freddi
d'inverno in S. Martino; e per questa, qualche vecchio
abuso. Altri componimenti ribattono sul medesimo
chiodo; ma son colpi delicati che si riducono a
biasimare, indirettamente rafforzandolo, lo sfarzo dei
nobili figli di S. Benedetto, sfarzo rimasto proverbiale
quanto il letto dei Predicatori e le mense dei
Cappuccini:

.. [#] *Mescolanze dei secoli XVI, XVII, XVIII*, n. LXXXIII.
   Ms. Qq H 158 della Biblioteca Comunale.
..

   | Lettu di Duminicani,
   | Lussu di Binidittini,
   | Tavula di Cappuccini.

Se i Benedettini per la loro nascita e quindi per
una cert'aria d'altezzosità venivano sfavorevolmente
segnalati dai religiosi d'altri ordini, questi non potevano
andar lieti di cordiali rapporti tra loro. Gelosie
sempre rinascenti per dottrine teologiche, per preminenze
di regole, li tenevan divisi l'un l'altro, ed erompevano
[pg!146]
in motteggi in pubblici ritrovi principiando
nei refettorî e finendo nelle sagrestie dei proprî conventi.

Dal dì ch'erano andati via i Gesuiti, i Domenicani
erano restati quasi i primi a rappresentare la più soda
cultura, essi nel sito dei quali era stato fiorentissimo
lo Studio, protetto dal Magistrato del Comune.
Per questo eran tenuti in alta estimazione. Ma i Domenicani
non sapevano perdonare ai Francescani la
immensa colonna alzata in onore della Concezione in
mezzo della piazza della lor grande chiesa; colonna
che ricordava un trionfo dei frati Conventuali, sostenitori
arditi della verginità di Maria, da essi posta
in dubbio.

Quella colonna era un dispetto permanente per ciascun
domenicano, il cui ordine vide sempre di malocchio
il giuramento del sangue del Senato di Palermo [#]_,
e serbò una certa simpatia pel Muratori, che lo biasimò
non essendo giustificabile la difesa, a costo del
proprio sangue, di una credenza cattolica non proclamata
mai come domma dai sovrani pontefici. Ma
i Francescani se ne impipavano, perchè avevano dalla
loro il Magistrato Civico e sapevano che tutte le
simpatie dei Domenicani non sarebbero valse un briciolo
nella protezione di questo, specialmente dopo
che la potenza dell'ordine di S. Domenico era stata
depressa per l'abolizione del S. Uffizio.

.. [#] Cfr. in questo vol. il cap. I, p. [pg 24]_.

Non contro un altro ordine, ma contro la confraternità
[pg!147]
dei falegnami, i Teatini sbraitavano per la
statua di S. Giuseppe, che quelli, proprietarî del terreno
della chiesa, aveano voluto piantare sulla porta.
E che non fecero per impedire questa preferenza di
fronte al fondatore del loro ordine, S. Gaetano! Ogni
anno, per la festa di S. Giuseppe, quando i maestri
dentro il maestoso tempio distribuivano la immagine
del S. Patriarca, inghiottivano bocconi amari nel
sentire i monelli a gridare sotto la loro Casa, nella
vicina piazza Vigliena e per le vie: *Viva S. Giuseppe,
e non S. Gaetano!* [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Borch`, *Lettres*, lett. XV, pp. 71-72.

Ragione di scatti e di ostilità erano le processioni
sacre, alle quali era d'obbligo l'intervento delle comunità
religiose. La precedenza di queste dava luogo a
liti non sempre definibili dall'autorità ecclesiastica
secolare (la quale, del resto, ben poco poteva sugli
ordini regolari), ed era occasione frequente di clamorosi
ricorsi presso l'Apostolica Legazia. Frati Conventuali,
Osservanti, Riformati scendevano in lizza
tra loro, e poi, alla lor volta, in lizza contro altre
comunità per il posto che loro spettava nelle pubbliche
funzioni.

Nel 1778 il Re in persona, come Legato Apostolico,
stabiliva le norme regolatrici di siffatta bisogna; ma
quelle norme a nulla valsero, e lo spettacolo dei dissidî
proseguì poco edificante.

Tre anni dopo un Ministro siciliano, a nome del Re
scriveva: «Per darsi fine alla controversia agitata
[pg!148]
con eccessivo calore degli animi tra i pp. Conventuali
ed i pp. Osservanti e Riformati in materia di precedenza
nelle processioni ed in altre pubbliche funzioni,....
S. M. ha avuto presente la sovrana sua reale
risoluzione del 1778, con cui per punto fisso e generale
fu determinato che la precedenza dei frati nelle
pubbliche funzioni regolar si debba dall'antichità dell'approvazione
del rispettivo loro Istituto». E partecipava
questa volontà acciò venisse comunicata ai superiori
di quegli ordini, non solo «per comune notizia»,
ma anche «per l'osservanza, ad oggetto di evitarsi
in avvenire le scandalose brighe che sovente per
tal piato sono avvenute».

Sarebbe una vera ingenuità il credere che le brighe
cessassero. Nelle processioni e nell'associazione dei
cadaveri si combatteva pel diritto di priorità; come
nella festa di S. Antonio per quello della celebrazione
di essa, reclamato per conto proprio ed esclusivo da
ciascuno dei tre ordini. Si giunse a tale che il Re
dovette incaricare il Tribunale della Legazia e specialmente
la R. Camera di S. Chiara del più rigoroso
esame, in giudizio contraddittorio, «delle bolle pontificie
invocate dai provocatori della lite e dei giudizî
degli scrittori di cronache, annali ecc. dei documenti
tutti che si potettero avere nelle mani dai
componenti quel Tribunale, fornito sempre d'uomini
notissimi per onestà, ricchi di erudizione storica, come
di scienza canonica. Più anni andavan per la scrupolosa
ricerca, che dovea fornire la base della sentenza;
solo nel 1794 il R. Dispaccio pose fine alla
[pg!149]
questione» [#]_. Il Sovrano, che avea ben altro pel capo
che i puntigli dei frati per siffatte piccolezze, conchiudeva
in questi termini perentorî: «Che s'imponga
perpetuo silenzio a controversie di questo genere,
le quali per lungo tempo han turbata la pace dei frati
col distrarli dagli esercizî di religione, ai quali son
chiamati» [#]_.

.. [#] :small-caps:`L. Palomes`, *Dei Frati Minori e delle loro denominazioni.
   Illustrazioni e Documenti*. 2ª ediz., lib. III, pp. 269-70. Palermo,
   1798.

.. [#] Dispacci di S. M. Ferdinando III. In Pal., per il Solli
   MDCCXCVII.

Gli era come dicesse: Andate a farvi benedire: e
non mi state più a rompere la devozione!...
[pg!150]

.. toc-entry:: IX. La professione di una monaca.

CAP. IX.
========

.. class:: center large

LA PROFESSIONE DI UNA MONACA.

Il dì 11 gennaio del 1797 S. E. Rev.ma Mons. D.
Filippo Lopez y Royo, Arcivescovo della Diocesi di
Palermo, riceveva la seguente partecipazione:

«\ *Io Donna Maria Buglio, Abbadessa del Ven. Monastero
di S. Maria dell'Ammiraglio detto della Martorana
di questa città di Palermo, dell'ordine del Padre
S. Benedetto, faccio fede come avendo con buona
licenza di S. E. Rev.ma nostro Arcivescovo fatto capitolo,
nel quale sono intervenute tutte le monache
c'hanno voto, e proposto, che la Novizia Donna Luisa
Valguarnera, doppo aver finito l'anno intiero del suo
noviziato, e compiti li anni ventuno di sua età, richiede
umilmente di essere ammessa per amor di Dio
alla professione solenne delli tre voti monastici di
Povertà, Castità, Obedienza, e di perpetua clausura
in questo monastero, e di esser accettata nel numero
delle monache velate con la solita dote di scudi 1000,
è stata accettata con l'intiero consenso della nostra
Congregazione, avendo con voti secreti, e non a viva
voce, in quantità sopra due terzi come richiede la
nostra santa Regola. Di più faccio fede di mia coscienza,
e ne chiamo in testimonio Dio benedetto e che
mi ha da giudicare, che la suddetta Donna Luisa Novizia,
per quel, che io giudico, ed ho potuto vedere, e
intendere dalla Madre Maestra, e da tutte le Superiore,
e monache, sa leggere bene, ed è degna per virtù
di essere gratificata, ed abile per il servizio di Dio
in questo Monastero.*
[pg!151]

«\ *In fede di che ho fatto la presente sottoscritta di
mia mano, sigillata col nostro solito sigillo.*

«\ *Dato nel nostro Monastero di S. Maria dell'Ammiraglio
in Palermo, oggi li 9 del mese di gennaio
dell'anno 1797.*

.. class:: center

   | *Donna Maria Buglio, Abbadessa*
   | *Donna Teresa Agraz, Cancelliera.*

Dopo otto giorni Mons. Serio, Vicario generale
della Diocesi, si recava alla Martorana ad interrogare
un'ultima volta, e ad esplorare l'animo di D.\ :superscript:`a`
Luisa, e n'avea la conferma letterale delle dichiarazioni
precedenti della Madre Abbadessa: e con questo
la rinunzia formale dei suoi beni, «acciò più libera e
sciolta applicar si possa a servire Sua Divina
Maestà».

Siamo al giorno 23 gennaio. Dalla via Alloro, dal
Cassaro, dalla Strada Nuova portantine e mute elegantissime
vengono a fermarsi nella piazzetta di S.\ :superscript:`a`
Caterina. Dame e cavalieri in abiti inappuntabili ne
[pg!152]
scendono posatamente, e con istudiata gravità infilano
la porta della chiesa. Il Principe di Valguarnera
li ha tutti invitati per la solenne professione
della sua terza figliuola, la quale, compiuto, come
abbiam visto, l'anno del noviziato, intende appartarsi
per sempre dal mondo.

I musaici del sublime monumento di Giorgio Antiocheno
brillano all'agitarsi delle mille fiammelle accese
nelle tre absidi e nelle cappelle laterali. Otto o nove
altari sono ininterrottamente occupati da celebranti,
stati «pregati di accrescere vieppiù la pompa colla
presenza di loro messa». A traverso le lucenti grate
si profilano le esili figurine delle nobili monache;
dalle quali, a rispettosa distanza quelle delle converse,
e più in là ancora, o in una stanza a parte, invisibili,
le cameriere, pronte ad ogni cenno delle rispettive
loro signore.

Tutto è pronto per la cerimonia. Al corno dell'epistola
dell'altare maggiore sono le vesti monacali della
candidata: lo scapolare largo e lungo, la cocolla
manicata e talare, il velo nero, il breviario, che devono
essere incensati e benedetti. Esce la messa solenne.
I musici dal letterino [#]_ intuonano il *Kyrie*.
All'offertorio, il celebrante va a sedere sotto un dossello.
Di dentro, nella parte interna, sotto altro dossello,
col suo baculo d'argento in mano, circondata
dalle monache tutte in cocolla, ergesi maestosa la Badessa.
[pg!153]
Ed ecco, preceduta dalle educande e dalle novizie
compagne, inginocchiarsele innanzi in abito di
novizia, Maria-Luisa Valguarnera (giacchè è questo
il nome di religione che dovrà prendere) e chiederle
la grazia di Dio e la sua. Un breve dialogo latino si
svolge tra l'una e l'altra; la quale, interrogata, risponde
di rinunziare al diavolo ed alle opere di esso,
di volere assumere la conversazione dei costumi monacali,
abbandonare quella dei genitori, abdicare alla
propria volontà.

.. [#] Letterino (fr. *luterin*) dicesi la tribuna, la cantoria dei
   musici nelle chiese. È anche il palco nel quale sta l'organo,
   o si affacciano persone per vedere e non esser vedute.

Gl'invitati si mettono in punta di piedi, allungando
il collo per vedere o sentire, e la novizia con voce
flebile e tremante legge la sua petizione. Le compagne
palpitano; la giovinetta, accostatasi al corno dell'epistola
dell'altare dell'oratorio, lo bacia, e presa la
penna soscrive col segno della croce invece che col
proprio nome la domanda. E mentre il sacerdote prega,
la novizia si alza e con le braccia aperte in atto
di volare e col viso al cielo ripete per tre volte, inginocchiandosi
in ciascuna: *Suscipe me, Domine, secundum
eloquium tuum, et vivam: et non confundas
me ab expectatione mea* (Prendimi, o Signore, secondo
la tua parola, ed io vivrò: e non volermi fare sperare
invano).

La funzione segue a svolgersi dal celebrante della
chiesa, che recita orazioni e benedice gli abiti, li incensa
e li manda dentro l'oratorio. La curiosità negli
spettatori cresce. La Badessa senza scomporsi toglie
l'abito noviziale alla neo-religiosa che le sta prostrata
innanzi, la veste dello scapolare grande, della cocolla,
[pg!154]
del velo nero, le porge il breviario, recitando
mano mano una preghiera, finchè la professata intuona:
*Regnum mundi*, versetto che le monache tristamente
ed il coro dei musici allegramente proseguono
ed avvicendano con crescente commozione di
tutti. Il sacerdote torna a benedire, e la Madre Badessa
riceve *in oscolo* di pace suor Maria-Luisa, mentre
il medesimo fa la Madre Priora, e l'una dopo l'altra
le monache tutte.

Le campane suonano a festa: gli astanti mormorano,
i cocchieri di fuori schioccano le fruste, e lacchè
e lettighieri torno torno alla Fontana Pretoria gridacchiano
e sorridono. In uno istante muta la scena.
In mezzo all'oratorio, sopra un tappeto ed un cuscino
suor Maria si prostra per terra: e le suore la coprono
tutta con coltre nera come cadavere che resti
chiuso entro una cassa: e le converse le adattano dal
capo e dai piedi due candelieri accesi. A un dato segno,
le campane dall'alto rintoccano a mortorio: e
come un tremito invade tutti i circostanti; e le monache
singhiozzano, e i circostanti lacrimano, impotenti
a reprimer lo schianto del cuore alla improvvisa
morte morale di colei che è così piena di vita. Dentro
e fuori, la commozione è al colmo: ma si mitiga non
sì tosto che il celebrante inviti la docile vittima ad
alzarsi: *Surge quae dormis, et exurge a mortuis et
illuminabit te Christus* (O tu che dormi, levati, e sorgi
di mezzo ai morti, e Cristo t'illuminerà) [#]_. Ed essa
[pg!155]
si leva, e con gli occhi rossi s'accosta alla grata del
comunichino [#]_, e tra la impazienza degli invitati riceve
l'ostia benedetta: e nuove benedizioni e nuove
incensate e nuove orazioni porgono a tutti agio di
osservarla, di studiarla, di scrutarne il cuore profondamente
agitato.

.. [#] Le particolarità tutte di questa funzione concordano
   pienamente con quelle del *Ceremoniale e le Costituzioni benedettine* del Padre Tornamira e Gotho. In Palermo, Dell'Isola,
   MDCLXXVI.

.. [#] *Comunichino*, è nelle chiese dei monasteri il luogo pel
   quale dalla chiesa si amministra alle monache interne la comunione.

Il sacrificio è compiuto. Oggi suor Maria-Luisa nel
refettorio sederà la prima tra le novizie, domani l'ultima
tra le professe. La maestra avrà una ragazza
di meno da sorvegliare; la Badessa, una subalterna
di più alla quale imporre; le suore una novella compagna
alla quale confidarsi; le celle monacali, una
nuova ospite.

Intanto nel parlatorio riserbato è un apparato di
altro genere. La Nobiltà e gl'invitati tutti, dimenticando
lo stridente taglio delle chiome dell'anno precedente
ed il triste tumulo di pochi momenti innanzi,
vi passa lietamente chiacchierando e motteggiando.
Lì per mano di servitori gallonati ed imparruccati
corrono incessanti, ed a profusione quasi incredibile,
fenomenale, gelati di tutte le essenze, e amarene e
limonate e *carapegne* e cioccolata e paste e pasticcini
quanti può averne inventati la monacale industria
e favoriti la capricciosa golosità dei consumatori [#]_.
[pg!156]
La signora Badessa D.\ :superscript:`a` Maria Buglio, benchè non
ispetti a lei lo indirizzo di tante cortesie, si moltiplica
per far onore agli ospiti, i quali tutti, dalla
più attempata matrona alla più svelta ragazza, dal
vecchio più costumato al giovane più libertino, felicitano
la nuova sposa del Signore: alla quale, come
ai genitori di lei, ripetono a coro la trita frase d'occasione:
«Beata lei che s'è messa in salvo, lasciando
a noi i guai di questo mondaccio!...».

.. [#] Ben altro che questo troviamo nel medesimo anno e,
   per documento storico irrefragabile, nella seconda metà del
   secolo XVIII. Di una professione celebrata nel settembre del
   1755, un cavaliere palermitano (che potè anche essere un
   ecclesiastico) scriveva: «Preceduto prima l'invito stampato,
   si fece con sì sontuosa e dissoluta profanità, che tutti restammo
   scandalizzati. Fu sino piantata avanti la porta del
   parlatorio una baracca di tavole, dalla quale, come si fa nei
   teatri, si dispensavano pubblicamente i rinfreschi; e durò
   questa profana solennità per tre giorni continui, fino alle
   cinque passate della notte. Il giuoco e il ballo, per non dir
   altro, vi mancarono solamente, perchè si potesse dire di stare
   in un festino carnale.»

   Altro che cuccagna! E non parliamo delle ore favorite
   per cosiffatte funzioni, le quali erano pomeridiane e sovente
   notturne! (*Ragguaglio*, pp. 30-31, citato più oltre, nelle pp.
   175-176 {p. [pg 166]_} del presente volume.)

Eppure, chi potesse penetrare nell'animo di questa
beata, quale tempesta di affetti e di aspirazioni
non vi scoprirebbe! E che crucciamento e dolore e
dispetto in quello delle giovini compagne! Astrazione
facendo dalle professe per vero, profondo sentimento
religioso, le quali potevano dirsi soddisfatte, anche
felici del loro stato, quante di queste non eran tormentate
dal pensiero di aver troppo facilmente abbandonata
la società nella quale avrebbero potuto
brillare! Quante non rimpiangevano l'annuenza al
[pg!157]
chiostro, destramente strappata dai genitori, che dovevano
ad ogni modo sbarazzarsi dei cadetti e delle
figliuole per conservare ai primogeniti o all'unica erede
le ricchezze! [#]_ Anch'esso, il chiostro, aveva le sue
attrattive; ma quanto non concorrevano queste a rendere
talvolta angosciosa la vita di privazioni del
mondo! Come resistere alle tentazioni incessanti quando
le monache, affacciate alle logge sul Cassaro, vedevano
uomini e donne d'ogni ceto, andare spensieratamente?
E non era ragione d'ingrati confronti lo
scorgere il fratello, la sorella, la cognata, l'amica,
in carrozza, a piedi, bevendo fino all'ultima goccia
l'ambrosia della felicità, o il saperli pompeggiare in
passeggiate, in teatri, in ricevimenti, in spettacoli,
in pranzi, in tutte le ricreazioni della vita!

.. [#] «Gli sforzi dei genitori tendono ad arricchire il solo
   primogenito, motore precipuo l'interesse. Le povere ragazze,
   prendendo il velo, son costrette a rinunziare a tutti i loro
   beni a favore del padre, il quale alla loro morte li trasmette
   intatti al maggiore della famiglia.» :small-caps:`M. Palmieri de Micciché`,
   *Pensées et Souvenirs*, t. I, ch. XX.

Ciò non pertanto, non una parola di risentimento
era dato sorprendere sulle loro bocche. A traverso
la calma imperturbabile e la devota rassegnazione,
nessuno mai sarebbe riuscito a scoprire la interna
lotta di tanti cuori. Alcuni di questi cuori forse sanguinavano;
ma chi ne udiva i gemiti? Solo qualche
anima gentile li avrà in segreto raccolti, compatiti,
disacerbati col balsamo di lacrime pietose.

La festa è finita. La famiglia della neo-professa,
rientrando in casa, ha riandato mestamente le grandi
[pg!158]
spese sostenute dal dì che la figliuola entrò educanda,
a questo della professione: e la dote, e il *livello*
(vitalizio), e il corredo, e i varî *trattamenti*, e gli ornati
ed i parati della chiesa, ed altri particolari a
base di centinaia d'onze. E non di meno può dirsi
contenta di esserna uscita senza il pericolo non infrequente
della rinunzia al chiostro, proprio all'ultimo
istante, poco prima del solenne giuramento dei
voti, dopo che per la educanda, per la novizia si sono
sperperate somme ingenti in tutte le funzioni che precedono
e conducono a questa, or ora compiuta.

Perchè è da sapere che le spese di professione erano
le ultime di una serie del genere, che partiva dalla
prima entrata della ragazza in monastero e giungeva
dove l'abbiam vista. Il Governo le proibiva; ma a che
valevano le sue proibizioni se fatta la legge è trovato
l'inganno? La circolare della Gran Corte (1775)
per la riforma di siffatte spese veniva sempre elusa.

Facciamo un po' di conto in famiglia e vediamo
come andassero le cose.

Per chi nol sappia, varie erano le funzioni per le
quali la fanciulla dovea passare per giungere a professarsi.

Qualunque fosse l'età nella quale una bambina veniva
ricevuta in monastero (e si cominciava anche
a quattro, cinque anni! giacchè di buon'ora voleva
crearsi alla futura monachella un ambiente che facesse
dimenticare quello di famiglia), al settimo anno
essa faceva la ufficiale entrata di educanda. Era quella
una funzioncina tra seria ed infantile, alla quale
[pg!159]
parenti ed amici intervenivano, soddisfatti quanto le
monache, con le quali ricevevano in comune dolci e
rinfreschi, pur non avendone i regali e le galanterie.

Da educanda passava a novizia vestendo l'abito religioso:
funzione che esigeva l'offerta dell'abito, della
*manta*, oppur della tovaglia, o d'altro al monastero,
di un cero da mezzo rotolo (gr. 400) a ciascuna religiosa,
di non so quanti ceri per gli altari, e poi di dolciumi
a tutto andare, così dentro come fuori il monastero,
e di ori e argenti e moneta sonante.

Veramente questa entrata in noviziato dovrebbe
avere lunghi particolari. Il lettore potrebbe a passo
a passo seguire la giovinetta educanda nei sei mesi
di *perseveranza* precedenti il noviziato medesimo, fuori
del monastero; vederla a distrarsi o in noiosi passatempi,
o in graditi ritrovi, in città e in campagna:
occupazioni tutte preparate con tal fine astuzia da
non far nascere simpatia per la vita fuori chiostro;
studiarla nelle settimane di *probazione*; ammirarla
finalmente nel giorno della *monacazione*. Giammai
ragazza al mondo s'avviò a giurar fede di sposa con
festa e lusso pari a quello di lei nel momento di questo
primo drammatico atto della vita claustrale.
Sciolte sulle spalle le lunghe, lucentissime chiome;
candide, ampiamente strascicanti per terra le vesti
nuziali, verso il palpitante seno stracariche di ricchi
ornamenti; coperto di gemme, di pietre e di ori preziosi
il collo delicato, le orecchie, le dita, ella s'appressa
ad abbandonar tanta pompa per divenire la
sposa del Signore. Ad una ad una tutte quelle forme
[pg!160]
mondane ella viene smettendo, fino all'ultima, (che
è terribile sacrificio per una donna!): le chiome, sulle
quali, forbici inesorabili s'accostano crudelmente recidendo,
e che la genitrice reclamerà per la famiglia,
doloroso testimonio d'una bellezza scomparsa. Il saio
monacale copre subito la gentile figura, ohimè! così
improvvisamente trasfigurata!

Abbiam vista la seconda delle funzioni, e potremmo
tornarvi per fermarci sui parati e sulle macchine
che si costruivano in chiesa, sulla grande musicata
per la messa cantata, sui ceri accesi a tutti gli altari,
sulle lumiere pendenti dalla volta, sulle torce spettanti
alle monache e sulla profusione di dolci tra i
presenti e gli assenti, tra i funzionanti e gl'impiegati,
i protettori, i familiari, i clienti del monastero,
non escluse le converse, le cameriere, le donne esterne
di servizio. Ma nossignore: più tardi verranno i
primi ufficî e lo insediamento in essi. Vanitosa come
figlia di Eva, orgogliosa quanto una nobile del settecento,
la giovane religiosa non vorrà restare indietro
alle consuore che l'han preceduta. Che si direbbe
di lei, che della sua casa, se la infermiera o la refettoriera
non impiegasse qualche somma in ornamenti,
apparati, utensili del rispettivo ufficio? Ci vada
di mezzo il *livello* riserbatosi, si contraggono pure
debiti, la generosità va fatta!

Molte e non liete son le riflessioni alle quali potremmo
abbandonarci per tanto sperpero; ma a che giovano
esse se non giovarono i continui ricorsi dei congiunti
delle moniali al domani d'una professione? Limitiamoci
[pg!161]
a deplorare con una vittima del tempo,
certo Lombardo, la elusione delle leggi, e solamente
confermiamo il baratro che nelle case aprivano le
pompe monacali; donde «una delle più dure concause
della decadenza delle famiglie nobili di questa Capitale
e di tutto il Regno e le scandalose dispiacenze
tra padri e figlie»: i padri nel vedere, come abbiam
detto, le figlie mutar di volontà dopo tanti anni di
vita di educande; le figlie per la conseguente riduzione
della dote [#]_.

.. [#] Vedi circolare del 22 genn. 1782 del Vicerè Caracciolo,
   che richiamava il real ordine relativo alla esatta esecuzione
   della circolare del 6 luglio 1775 sull'argomento. :small-caps:`Villabianca`,
   *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVII, pp. 231-37 e v. XXVI, pp. 329-31.
   Mons. Michele Schiavo, giudice per modo di provvisione della
   R. Monarchia, nel 1763 lasciava una memoria: *Per la Deputazione
   del Regno affin di limitarsi le doti, e le enormi spese
   che si verificano nei monacati delle figliuole*. Ms. Qq D 146.
   n. 8, della Bibl. Comunale di Palermo.

[pg!162]

.. toc-entry:: X. Le Monache e la loro vita nei Monasteri.

CAP. X.
=======

.. class:: center large

LE MONACHE E LA LORO VITA NEI MONASTERI.

Tornando alla nostra monachella, eccola entrata,
come morta al mondo, nel numero dei più; ma pur
tale, ella può rimaner paga del suo nuovo stato. Da
qui a tre anni le saranno schiuse le porte degli impieghi
del monastero: ella

   |   Sarrà fatta sagristana,
   | Purtunara, cucinerà,
   | Spiziala ed infirmerà,
   | Cillarària sarrà,

come dice il buon Meli. Potrà anche salire al grado
di *borsaria*, di *rotaria*, di maestra delle educande o
delle novizie, di Priora, di Badessa [#]_.

.. [#] *Poesie*, p. 368. *Sagristana*, impiegata agli uffici interni
   della sagrestia della chiesa; *purtunara*, portiera del monastero,
   incaricata di aprire e far accompagnare chi entri nel
   monastero: il medico, i fornitori di generi alimentari ecc.;
   *cucinera*, addetta a sovraintendere ai servigi della cucina;
   *spiziala*, dolciera; *cillarària*, economa per la cibaria; *bursaria*,
   cassiera interna; *rutara*, che sta in portineria, pronta alle
   chiamate delle persone che vengono alla ruota.

   Ad alcuni di questi *impieghi* le monache eran chiamate
   ad una certa età.

[pg!163]

Intanto comincia a disporre di qualche scudo delle
sue entrate per certi bisogni e doveri che non son
quelli della cibaria, del vestiario, del bucato, del culto,
ai quali provvede il monastero. Di una cameriera e
magari di due non potrà fare a meno, abituata com'ella
è ad esser servita. Un confessore non le si potrà
negare: l'ha ogni monaca, vuole averlo anche lei:
un confessore tutto suo, esclusivamente, unicamente
suo, che ella non permette, o solo per rara eccezione
permette, che abbia altre penitenti [#]_ nel medesimo
monastero [#]_. Lui direttore dello spirito, consigliere,
amico, padre essa guarda con premurosa riverenza;
a lui i suoi pensieri, le sue attenzioni. Non v'è solennità
ch'ella lasci scorrere senza una di codeste attenzioni.
Per la Pasqua gli manda i più squisiti *pupi
cu l'ova*; per S. Martino, i più teneri *biscotti pieni*;
per Natale le più dure *mostacciole*; anzi, perchè di
grado superiore nella famiglia numerosa dei dolci, i
più pesanti *pantofali* [#]_. Nella ricorrenza dell'onomastico
[pg!164]
o del compleanno di lui, essa non sa, nè può
rinunziare al piacere, fors'anche al dovere, di mandargli
un grande vassoio (*'nguantiera*) con dolci speciali
del monastero, o conserva di scorzanera (*scursunera*),
e sopra o intorno una mezza dozzina di fazzoletti
di seta rosso-gialla, o di posate, o di cucchiaini
da caffè d'argento. La domestica esterna (*mamma*),
portando questi doni, o un'ambasciata chiedente della
salute di lui, sa di dovere studiare tutte le mosse
del *padre* (confessore), imprimersi nella memoria le
parole tutte da lui pronunziate, con la mimica che
le associa, per poterle subito ridire e ripetere alla
signora.

.. [#] *Penitente*, colui o colei che abitualmente si confessa
   con un sacerdote.

.. [#] «Contro la determinazione del Concilio di Trento avea
   quasi ogni monaca un particolare e perpetuo confessore,
   origine delle continue dissensioni, le quali pur troppo si sentono
   spesso in questi monasteri.» *Ragguaglio* che citeremo
   innanzi, pp. 175-76 {p. [pg 166]_}.

.. [#] *Pupu cu l'ova*, nei monasteri e nell'alta pasticceria siciliana,
   specie di colombina, fatta di pasta dolce con un rialzo
   ad un lato, con isquisita conserva. — *Viscottu chinu*, biscotto
   molle in forma convessa ed a ghirigori di sopra, e
   piano sotto, ripieno di conserva o crema. — *Mustazzola*, dolce
   molto duro, di farina, zucchero ed altri ingredienti, a forma
   di focaccia irregolarmente schiacciata, ed a ghirigori biancastri
   su fondo color mogano. — *Pantofalu*, specie di *mustazzola*
   vuota e piena di conserva di pistacchio o d'altro.

Or com'è che una monaca, pur avendo professata
povertà, poteva permettersi tanto lusso di regali?

Il come è semplicissimo. La monaca si rivolgeva
con una lunga lettera, a forma prestabilita, alla sua
superiora e le chiedeva le licenze di disporre del peculio,
ossia del proprio vitalizio per i bisogni personali
o per fare delle piccole offerte. La formula di questa
lettera è un capolavoro di educazione, di rassegnazione
alla volontà della Badessa, suprema moderatrice
del monastero, vigile custode della regola di esso.
Perchè, dopo la più larga professione di santa obbedienza
alla materna carità ed autorità di lei, la supplicante
chiedeva il permesso di potere col vitalizio
«compire qualche atto di gratitudine così coi parenti
che con qualche altra persona cui ella avesse obbligazione;
potersi servire di tarì dodici, tenerli in suo
potere e spenderli per sua soddisfazione..., fare qualche
[pg!165]
elemosina, far celebrare qualche messa, pagare
qualche persona di servizio..., imprestare o imprestarsi
qualche cosa secondo le occorrenze del tempo, disporre
di tutto quello che teneva in cella, servirsi
di alcune cose d'argento, ricevere tutto quello che sarebbe
stato dato dal monastero, dai parenti o da altra
persona, e che se ne potesse servire e disporre
a suo arbitrio e poter fare qualche cosa dolce così per
sè stessa che dei parenti e persone cui avesse obbligo...»
*Excusez du peu!*

Aveva la Badessa, senza intesa del Vescovo, facoltà
di concedere queste ed altre licenze?

— «Sì», rispondeva un canonista, al quale ne veniva
mosso quesito; «perchè la Badessa ha le medesime
facoltà dell'Abate».

E quanto poteva, con licenza della Badessa, spendere
la monaca?

— «In ragione del vitalizio», si rispondeva, e, secondo
le varie opinioni, da uno a quindici scudi [#]_, fino
a cinque dei quali solo pel confessore.

.. [#] *Mescolanze dei secoli XVI, XVII, XVIII*. Ms. Qq. H
   158 cit., n. XIV, della Biblioteca Comunale di Palermo.

Ecco giustificati i regali delle monache. Ma la faccenda
non era così semplice come si presentava. Una
volta (1755) l'Arcivescovo Cusani, fungendo da Vicerè
e da Capitan General di Sicilia, volle portarvi rimedio,
ed ordinò «a tutte le monache particolari e
converse di ogni monastero, senz'alcuna eccezione, sotto
pena di scomunica maggiore *ipso facto incurrenda*,
[pg!166]
che non potessero nè molto nè poco, nè direttamente
nè indirettamente, nè per qualsivoglia pretesto dare,
o regalare ai loro confessori ordinarj, o straordinarj,
regolari o secolari; e questi all'incontro, sotto pena
di sospensione *ipso facto incurrenda* non potessero nè
per sè, nè per altri, ne per qualunque formalità, che
potrebbe pensarsi, anche per titolo di elemosina, ricevere
cosa alcuna dalle medesime» [#]_.

.. [#] Editto di D. M. P. Cusani ecc. in data dell'11 ottobre
   1755. In Palermo MDCCLV, Stamperia Valenza.

L'editto del Cusani suscitò un pandemonio. Ecclesiastici
insigni furon chiamati a dare il loro avviso.
Un parere teologico diede P. Benedetto Piazza; uno
canonico, P. Francesco Burgio: un altro, mezzo teologo,
mezzo canonico, il molto Reverendo P. Giuseppe
Gravina: tre scrittori di primo ordine. L'Arcivescovo
con tutta la sua autorità ne uscì malconcio. Un anonimo
ne prese le parti, e in un libro che si finse stampato
a Lucca ed uscì invece dai torchi di Palermo,
furon messe carte in tavola e, a difesa del Cusani, raccontate
cose dell'altro mondo.

Ecco il titolo intero di questo prezioso libro: *Ragguaglio
delle contraddizioni sostenute dalla pastorale
vigilanza di Mons. D. Marcello Papiniano Cusani
Arciv. di Palermo per occasione di un Editto da lui
pubblicato agli 11 di Ottobre del 1755: per cui si vietano
i regali delle monache ai confessori: gli abusi
intollerabili nelle occasioni de' Monacati e Professioni
delle medesime: e l'accesso dei Regolari ai loro monisteri
senza la licenza dell'Ordinario: che serve di confutazione
ai voti de' PP. B. Piazza, Fr. Burgio e G.
Gravina d. C. de G. contro l'Editto stesso e* l'Ordinaria,
*e la* delegata giurisdizione dei Vescovi. In Lucca
1759. (In-8º, pp. 407).
[pg!167]

Altri bisogni, non personali, imponeva la Comunità
per officiature, servizio divino, ricorrenze civili,
restauri edilizi del monastero. Questi bisogni non eran
pochi, nè facili a soddisfare con le rendite del religioso
istituto, e con lo scarso assegno personale delle
suore. E frattanto le famiglie erano di continuo importunate
per sovvenzioni straordinarie, che provocavano
clamorosi ricorsi al Sovrano. Laonde nel 1779
Ferdinando ingiungeva ai monasteri «di addossarsi
le spese di qualunque genere senza ombra di gravare
per le moniali. Per tal modo, diceva, i padri di famiglia
si rilevano dal peso di soccorrere con straordinarie
spese le loro figlie e congiunte, mentre le singole
monache non si angustiano più di spendere quel che
quasi angaricamente spendevano»; e faceva obbligo
espresso ai vescovi di sorvegliare la esecuzione dei
suoi ordini. I vescovi peraltro, impotenti a ciò, vedevano
la loro azione frustrata dalle comunità religiose,
refrattarie a qualsivoglia provvedimento in proprio
favore.

Lesi nei loro personali interessi, i parenti tornavano
a gridare: ed il Re, seccato, emanava nuovi ordini
e passava alle minacce, non intendendo più oltre
sopportare che si pagasse di proprio dalle monache
quello che avrebbe dovuto pagarsi dalla cassa del monastero.
[pg!168]
Le monache, diceva il Re, fecero i loro conti
e videro che non potevano arrivarci, avendo bisogno
dell'aiuto di costa, cioè di denaro delle famiglie: e ne
mormoravano. E sdegnato, nuovi richiami faceva ai
Vescovi, affinchè sotto pena di peccato mortale vietassero
alle monache qualunque spesa individuale per
ricreazioni, dovute solo ed assolutamente dal patrimonio
del monastero (1782) [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, pp. 350.

Ma di chi si dolevano queste benedette monache
se esse medesime eran causa dei loro mali? Il 1º gennaio
del 1796 moriva suora Emanuela Cordova, Badessa
di S.\ :superscript:`a` M.\ :superscript:`a` delle Vergini, e seppellivasi in monastero [#]_.
La buona donna sapendo a quali dispendî sarebbe
andata incontro la comunità, pei funerali a lei
dovuti, tre giorni prima si dimetteva da superiora.
Le suore avrebbero potuto uscirne bene, accettando
la rinunzia: ma senza discussione la respinsero [#]_: il
che fa onore al loro sentimento di devozione per la loro
venerata madre. Ma allora perchè tornare alle solite
querimonie pel gravame che loro veniva da siffatta
[pg!169]
sventura? Oh non sapevano esse che alla Badessa toccavano
gli onori dei capi religiosi? e che per tre giorni
consecutivi sarebbe occorso l'intervento del Capitolo
e del clero della Cattedrale: i canonici, i prebendati?
*Cujus culpa* delle 70 onze che ci volevano per
tutta questa funzione, alla quale peraltro era in loro
facoltà di sottrarsi?

.. [#] Alle severe inibizioni dei seppellimenti in città (1783-8)
   i Vicerè non cessavano di contravvenire essi medesimi. Le
   chiese di Suor Vincenza, della Magione ecc. erano aperte ai
   cadaveri. È poi ricordo di chi scrive, come di qualsivoglia
   persona nata nella prima metà del sec. XIX, la inumazione
   nelle sepolture private o sociali di chiese appartenenti a monasteri,
   collegi di Maria, reclusorî, conventi, confraternite.
   Rinomata fra tutte, specialmente per la Nobiltà femminile,
   la sepoltura delle Cappuccinelle presso il Papireto. Vedi v. I
   cap. XXIII.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1796, pp. 346-47.

Ma v'è anche di più, e questo conferma la responsabilità
tutta monacale dello sperpero inconsiderato
che nei monasteri si faceva [#]_.

.. [#] A giudicare con piena conoscenza in proposito si legga
   la *Descrizione di ciò che operarono le monache del vener. monastero
   dell'Immacolata Concezione di questa città di Palermo
   sotto il governo della Reverenda Madre suora Rosa Felice
   Ventimiglia normanna e sveva, Abbatessa la terza volta,
   per la venuta di Carlo III in Palermo*. In Palermo, Amato,
   1735.

   E sì che la Concezione non era il primo dei monasteri di
   Palermo!

Poche settimane dopo giunta in Palermo la Corte
di Napoli, volle la Regina Carolina fare un giro pei
monasteri. Primo visitò (1 aprile 1799) quello di Sales,
fuori Porta Nuova, al quale era annesso il R.
Educatorio delle nobili donzelle che prendevano nome
da lei. L'accompagnarono dame e cavalieri, e le furono
resi omaggi singolari; e regali di fiori di smalto
e ceste di dolci furono offerti ai principini: somma
complessiva di questa bazzecola, settant'onze (Lire
892,50)! Di questo un po' male rimase la Regina, non
per offesa che venisse al suo orgoglio di sovrana, ma
pel costo di tanti regali. Laonde, rientrata nella Reggia,
[pg!170]
emanò ordini severi che nelle seguenti visite, offerte
simili non si ripetessero, pena la sua indignazione.

Vera o no che fosse la collera, bisognava prenderla
nella sua espressione e non pensare a nuovi *trattamenti*
per lo appresso.

Eppure la prima a dimenticarsene fu l'augusta incollerita.

Tre mesi e diciotto giorni durarono le sue visite, e
in ventun monasteri da lei visitati, non una ma due
feste da ciascuno si lasciò ella fare e si godette, l'una
più dispendiosa dell'altra. Se il Sales buttò via quelle
settant'onze, il Salvatore, per non restare ad esso indietro
ne buttò cento (L. 1275). Carolina avrebbe dovuto
senz'altro smettere; ma non ismise, e la minaccia
della sua indignazione fu una *scena appesa*:
appesa, come per far comprendere che le acque dolci
diacce, i sorbetti, le *carapegne* non eran poi roba da
rifiutare; e che se la visita si prolungava troppo, a
certa ora, tanto lei quanto gli augusti marmocchi
avrebbero avuto bisogno di un ristoro, che con parola
propria chiameremo cena. Difatti non vuolsi dimenticare
che la Corte, secondo l'uso d'allora, pranzava
poco dopo mezzogiorno.

Ecco dunque una cena regale con pietanze in caldo
e in freddo degne della figlia di Maria Teresa e
della moglie di Ferdinando III.

I monasteri facevano a gara per superarsi, anzi
per sopraffarsi a proprio danno. Non avean danaro e
lo toglievano precipitosamente in prestito, senza speranza
[pg!171]
di poterlo prontamente restituire. Parati, illuminazioni,
musicate, *Pange-lingua* in chiesa, illuminazioni
a cera di Venezia dentro, in tutti i corridoi,
nelle sale del Capitolo, in refettorio, nel quartiere
della Superiora, gramolate di tutte le essenze, ponci
di caffè e schiume di latte, dolci sopra dolci, torte
grasse, arrosti di pollanche (talora chieste alla cucina
del Principe di Trabia), conserve ed altra roba
da *dessert*; e poi doni di altri dolci, di argenteria, di
oreficeria e fin di telerie: ecco ciò che presentarono
queste monachelle, che per la vanità di comparire più
di quel che erano toglievano alla loro sussistenza il
necessario ai piccoli comodi.

Al tirar delle somme, per la follia di poche ore,
ciascuno dei monasteri visitati s'indebitava per la
cifra tonda di trecent'onze (3825), e quello delle Vergini,
di seicento (7650)!

Al domani di tanta ebbrezza, le recriminazioni delle
singole religiose contro le loro superiore e delle superiore
contro le singole religiose esplodevano violente. — «Fu
la Badessa che volle spender tanto!» esclamavano
le une. — «Furon le suore che s'imposero,
perchè le monache di Sett'Angeli, e financo quelle di
S.\ :superscript:`a` Chiara, fecero cose da pazzi!» rimbeccavano le
altre. — «La colpa è tutta delle Teresiane, le quali
senza un accordo regalarono una cornice d'oro massiccio»,
aggiungevasi, mentre in alcuni circoli monastici
si gettava la colpa di tanta jattura «su quelle
superbacce, dicevasi, di S.\ :superscript:`a` Caterina, che per la loro
rendita di 20.000 scudi all'anno, spendono e spandono
[pg!172]
come se tutti i monasteri possedessero banchi di danari!».

E frattanto angustie o querimonie eran pascolo
giornaliero di più che millecinquecento moniali, ed i
cantastorie di piazza sotto le loro finestre e presso i
parlatorî le venivano frizzando col canto della «Storia
nuova delle monache indebitate», e ripetendo ad
ogni strofa l'intercalare, che faceva ridere il non colto
pubblico:

   | Dijuna, o monaca, fa' pinitenza:
   | Scutta li sfrazzi fatti a cridenza! [#]_.

.. [#] Digiuna, o monaca, fa' penitenza; sconta il lusso che tu
   sei procurato facendo debiti!

E poichè era risaputo che la Superiora delle Repentite
non avea voluto partecipare al comune sperpero,
ed alla dama della Regina avea fatto intendere che
non avrebbe potuto procurarsi l'onore della regale
visita, un ultimo verso della canzone esclamava:

   | Viva la monaca d' 'i Repentiti!

Quale fosse la istruzione nei monasteri non è facile
vedere; certo, però, non dev'essere stata gran che, se
nel vecchio *Ceremoniale* del P. Tornamira, che era il
vangelo delle monache benedettine, si ammetteva che
la monacanda non sapesse scrivere pur avendo imparato
a leggere correttamente nell'anno del noviziato
o in due anni di esso, ove uno non fosse bastato [#]_.

.. [#] :small-caps:`Tornamira e Gotho`, op. cit., p. 50.

Supporla però inferiore a quella dei Collegi di Maria
[pg!173]
sarebbe errore, almeno in alcune materie di cultura
femminile. Il più antico di questi Collegi, quello
dell'Olivella (1791) e, meglio ancora, l'altro di S.\ :superscript:`a` Maria
alla medesima Olivella (1740), nel primo articolo
del suo Statuto prescriveva «il gratuito insegnamento
alle ragazze nei lavori donneschi, nell'istruzione letteraria
elementare, nell'aritmetica, nonchè della educazione
morale della cristiana religione»: il che non
è poco, data la scarsissima istruzione popolare. Potevano
le monache non essere nel grado d'istruzione delle
donzelle del Carolino; ma non è a presumerle da
meno delle Collegine, anche in considerazione della inferiorità
di queste al ceto nobile, e talvolta forse al
civile. A ragione, peraltro, dell'ordine al quale appartenevano
le monache erano obbligate a leggere gli ufficî
divini.

Una prova indiretta della loro cultura nelle Arti belle
e geniali l'abbiamo come nel maneggio degli strumenti
musicali che si avea occasione di ammirare in molte
religiose, così negli stupendi lavori di ricamo, di cera,
di smalto con disegni che si eseguivano dentro gli stessi
monasteri. Corridoi, sale da Capitoli, cappelle interne,
cori, celle, erano ingombri di bacheche e di
scarabattoli con immagini di cera, in abitini delicatissimi,
ornati di drappi a fiocchettini, a frangette,
a fiorellini, a foglie, ad erbe, che erano e, a chi li
veda anche ora, sono una maraviglia. V'erano intere
sacre rappresentazioni, scene plastiche della Bibbia,
e del Leggendario dei Santi, le quali aveano assorbito
lunghi anni di paziente lavoro d'ignorate artiste del
[pg!174]
chiostro, inconscie del loro valore, solo infiammate all'attuazione
d'un ideale intensamente carezzato.

Quando (26 luglio 1775) la Principessa Giulia d'Avalos,
moglie del Vicerè Marcantonio Colonna di Stigliano,
visitò il Monastero di S.\ :superscript:`a` M.\ :superscript:`a` delle Vergini,
Badessa la veneranda Marianna Notarbartolo dei
Principi di Sciara, e si fece (giova avvertire che questa
donna non era la prima del suo casato in quel pio
luogo, perchè, per tradizione, le famiglie facevano di
generazione in generazione entrare le loro figliuole
sempre nei medesimi monasteri), come dicevasi fin
d'allora, «della scelta musica», tre riscossero sinceri
applausi: suor M.\ :superscript:`a` Fede, suor M.\ :superscript:`a` Carità e suor
Marianna Emanuele de' marchesi di Villabianca, dilettanti,
la prima di canto e cembalo, la seconda di
canto, cembalo e salterio, la terza di violetta d'amore
e violino [#]_. E ci volle coraggio ed abilità per esporsi
innanzi alla moglie di un Vicerè ed a 180 dame di Palermo
che in quella occasione furono visitatrici e
spettatrici.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXI. p. 334.

In quei tempi le audizioni di questo genere non si
pagavano.

Houel, che in qualche città dell'Isola stupì alla
limitatissima istruzione delle donne anche dell'alta
Società, in Palermo raccolse con piacere la notizia
che una monaca, figlia del Principe di Campofranco,
avesse scritto di morale [#]_; ma se si fosse fermato un
poco più sull'argomento, avrebbe saputo che altra
[pg!175]
moniale, Anna M. Li Guastelli, avea composto due
poemi, uno su S.\ :superscript:`a` Rosalia, un altro su Palermo.

.. [#] :small-caps:`Houel`, v. I. p. 67. Vedi il cap. *Dame e Cavalieri*.

Ma di essa, a tempo e a luogo.

Se poi la maggior parte delle monache erano di
scarsa istruzione, non ne mancavano altre mediocremente
istruite, le quali rappresentavano lo elemento
culto d'un monastero. Queste, o alcune di queste, non
eccellevano per floride condizioni economiche di famiglia,
pur essendo nobili o civili; ma erano accettate
come *soggetti*. Soggetto nel linguaggio monastico voleva
dire persona di tali qualità intellettive che giovava
prendere nel monastero (ed anche nel convento,
se uomo) senza quell'appannaggio di corredo, di dote
e vitalizio che era uno dei requisiti per l'ammissione e
l'accettazione da parte delle comunità.

La *soggetta* occupava poi le cariche più delicate di
scrittura: e se non la *razionala* interna, era sempre
la scrivana del monastero o la segretaria della Badessa,
col permesso della quale poteva tenere nella sua
cella penne e calamaio; mentre le altre, al bisogno,
dovevano andare a chiedere le une e le altre.

Molti e diversi i monasteri, superbi per moli, immensi
per estensione, con due, tre atrii, e con avanzi,
sovente ignoti alle gentili commoranti, ignorati anche
dai dotti di fuori. L'ampiezza di essi era tale da consentire
più d'un quartiere, e per servirci del linguaggio
monastico, più d'una cella ad una medesima religiosa,
e offriva persino un edificio interno di villeggiatura a
tutta o a parte della comunità. Questa villeggiatura
era ben diversa da quella che si faceva fuori.
[pg!176]

Hager che volle conoscerli e n'ebbe permissione dall'Ordinario,
ne visitò fino a ventidue, non tutti della
medesima importanza, benchè tutti più o meno rinomati.
Eran divisi fra i quattro rioni, dentro la città;
ma quello di Sales, di recente costruzione, sorgeva
fuori, nella via di Monreale (Corso Calatafimi). Più
antico tra tutti il monastero del SS. Salvatore nel
Cassaro. Per pingui patrimonî e per grande decoro
aveano rinomanza i monasteri delle Benedettine del
Cancelliere, delle Francescane di S.\ :superscript:`a` Chiara, della
Badia Nuova, delle Stimmate, di S. Vito, delle Domenicane
della Pietà, delle Carmelitane di Valverde,
delle Carmelitane scalze di S. Teresa, delle Minime
dei Sett'Angeli, delle Teatine di S. Giuliano ed altri
con sott'ordini e sottoregole di Santi e di Sante.

Le Badesse e le Priore, elette dal suffragio delle comunità,
vi duravano anni ed anni in carica confermate
dalla fiducia, o dal rispetto, o dalla convenienza,
o fors'anche dal tornaconto dei partiti interni. Il fiore
della Nobiltà palermitana eravi costantemente rappresentato;
e negli ultimi del secolo (diciamo una data
precisa: tra gli anni 1798-1800), suora Migliaccio, figlia
del Principe di Malvagna e di Baucina (già Capitan
Giustiziere e Pretore) al Salvatore, suora Gabriella
Crescimanno al Cancelliere, suor Maria Buglio,
che abbiam vista alla Martorana, suor Maria-Francesca
Giacona o Chacon a S.\ :superscript:`a` Chiara, suor Calderone
dei Baroni di Baucina alla Badia Nuova, suor
Maria Lucchese dei Duchi Lucchesi a Montevergine.
Contemporaneamente reggevan le sorti di S.\ :superscript:`a` Caterina
[pg!177]
la Rosalia Migliaccio dei Principi di Baucina,
sorella della Badessa del Salvatore: della Pietà, suora
Burgio dei Duchi di Villafiorita; di Valverde, suora
Vannucci dei Marchesi Vannucci. L'ideale dei monasteri
secondo i canti infantili dell'Isola, l'Origlione [#]_,
riposava lietamente all'ombra di suor Maria Diana
dei Duchi di Cefalà.

.. [#] Cfr. i nostri *Canti pop. sic.*, 2ª ediz., v. II, n. 749.

Il monastero dei Sett'Angeli, convertito un secolo
dopo in iscuola del Comune, dove taccheggiava una
ignorantissima femina, onoravasi di suora Naselli dei
Principi di questo nome; le Stimmate di suora Barletta
dei Principi di S. Giuseppe; le Vergini, di suora
Maria-Fede dei Marchesi di Villabianca, nostra vecchia
conoscenza. Troneggiava Badessa di S.\ :superscript:`a` Teresa
la Settimo, sorella del Marchese di Giarratana, e del
Sales Dorotea Lanzirotti.

Non di nobili, ma di elette famiglie borghesi menavano
vanto altri monasteri che mal sopportavano di
non potere stare in prima linea con quelli delle alte
sfere religiose da noi serenamente e da esse dispettosamente
guardate. La figlia del razionale D. Gaspare
Scicli governava, è vero, la Concezione, suora Gerardi
S.\ :superscript:`a` Elisabetta, suora Concetta Gasparito S.\ :superscript:`a` Rosalia,
Suora Tomasino S. Giuliano, suora Maria-Anna di
Guastelli l'Assunta, suora Rosa Lo Monaco le Repentite;
ma non potevano, ahimè! esse, madri Guardiane
e madri Priore, aspirare all'ambito titolo di Badesse.

Sugli ultimi piani dei palazzi del Cassaro, sotto i
[pg!178]
tetti, sporgevano, a brevi distanze, logge coperte. Quivi
ad ogni pubblico spettacolo sacro o profano, religioso
o civile, centinaia di testoline avvolte in candide
bende si movevano irrequiete occhieggiando sulla fluttuante
folla del corso. Erano le nobili suore dei Sett'Angeli
e dell'Origlione, di S.\ :superscript:`a` Chiara e di Montevergine
e del Cancelliere, eran quelle delle Vergini e della
Martorana e di S.\ :superscript:`a` Caterina, le quali vi giungevano
per lunghi, tortuosi cavalcavia, come quello stranamente
maraviglioso di S.\ :superscript:`a` Chiara, che andava di fronte
al Palazzo Geraci, o per meati sotterranei, come quello
che dalla Martorana riusciva sul Palazzo Gugino
(Bordonaro) alle Quattro Cantoniere. Il capriccio femminile
sposato all'audacia spensierata aveano con ingente
spesa costruito questa specie di *tunnel* che a
Maria Carolina parve (15 aprile 1799) opera romana.
Un secolo dopo, livellandosi la via Macqueda, tra la
Università e Piazza Vigliena, i retori della edilizia e
della topografia della Città, alla vista di quest'opera
sotterranea, si abbandonavano a fantastiche supposizioni,
creandovi sopra leggende da medio evo, che solo
la ignoranza e la malafede poteva far concepire.

Altri monasteri illustri (Pietà, S.\ :superscript:`a` Teresa, Valverde),
eran luoghi di raccoglimento e di delizia insieme,
dove della stretta osservanza le monachelle aveano
ragione di compensarsi con giardini e verzieri, laghetti
e fontane, viali pensili e logge altissime, che esse si
deliziavano a percorrere in barchette, in sedie portatili,
in carrozzelle, alternandole con ufficî religiosi e
domestiche incombenze. Chi vide prima della loro trasformazione
[pg!179]
S. Vito, le Vergini, la Concezione, e prima
della loro delittuosa demolizione le Stimmate, potè
formarsi una idea della ossequenza monacale e signorile
al davidico precetto: *Servite Domino in laetitia*.
Eppure

   |   Pri la monaca racchiusa,
   | Ch'avi sempri ostruzioni,
   | Facci pallida e giarnusa
   | Isterii, convulsioni [#]_,

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: Sarudda*, ditirambo.

questi conforti del corpo e dello spirito non bastavano:
ci voleva la villeggiatura, la quale, salvo
rare eccezioni, non poteva farsi se non in campagna.
La previdenza delle passate comunità o delle antiche
benefattrici avea pensato anche a questo. Valverde
possedeva una bellissima villa a Mezzomorreale, i Sett'Angeli
una alle Petrazze, il Cancelliere a Sampolo,
la Martorana a Scannaserpi. Quivi ed in altri siti ridentissimi
passavano giorni spensierati intere comunità,
senza preoccuparsi della lor sicurezza personale,
alla quale provvedevano le alte e solide mura di cinta
di clausura, ed i fattori che, di padre in figlio succedendosi,
ne avean cura.

Ed anche questo non bastava.

Per breve pontificio esecutoriato nel Regno ed approvato
dall'Arcivescovo del tempo, le monache di S.
Caterina avevano il permesso di uscire di monastero
quattro volte all'anno [#]_. Era un privilegio speciale,
[pg!180]
che si ricordava sempre con invidia dagli altri monasteri.
Pure non rappresentava una eccezione, se nelle
monache era bisogno di un mutamento d'aria. L'architetto
Houel intrattenendosi di questo argomento
col Marchese Natale, apprese «che una monaca malandata
in salute poteva uscire dal chiostro e andare
dai suoi parenti, in città o in campagna», rimedio
che a lui parve il più efficace a dissipare il languore,
la noia, il disgusto del chiostro [#]_. I medici erano in
ciò d'una compiacenza fenomenale, e non si facevano
pregare per iscrivere i loro certificati con la formula
voluta: *affermo con giuramento*, senza la quale non si
sarebbero questi riconosciuti validi.

.. [#] :small-caps:`Vedi`: *Biglietto viceregio per cui a nome di S. M. si
   partecipava alla Rev. Madre Priora del ven. monastero di S.
   Caterina l'ordine dato ecc.*, Palermo, 7 luglio 1764.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: Sarudda*.

La Curia arcivescovile un po' severa non impediva,
ma forse concorreva a diminuire il numero delle monachelle
girovaganti per la città. Quelle che Hager
dice di aver viste a sfarfallare per le strade in carrozza,
o a rimanersene fuori chiostro in casa dei parenti,
col pretesto di malanni fisici, saranno state religiose
professe, ma potevano anche essere educande,
nei giorni di probazione, alla vigilia di monacarsi.
Altrimenti non si riescirebbe a spiegare come, «vestite
dei loro abiti, se ne stessero (son parole di Hager)
nei terrazzi (balconi) a chiacchierare amorosamente,
finchè non venisse il tempo di smetterli». Se s'incontravano
in Palermo «molte dame maritate, che avean
lasciata la tonaca» [#]_, il nostro pensiero ricorre senza
[pg!181]
altro a quelle che decisero Re Ferdinando a portare a
un anno le professioni (1790), ed a proibire le eccessive
spese di monacazione. Gli annullamenti di voti monastici,
infatti, nella seconda metà del settecento eran
frequenti non solo per donne, ma anche per uomini:
ed una ricerca all'uopo tornerebbe utile alla storia
del costume anche sotto questo non mai guardato
aspetto. La ricerca dovrebbe farsi nell'Archivio della
curia arcivescovile e nelle carte del Giudice della Monarchia:
qualche cosa ne dicono quelle del Vicario Capitolare
Mons. Michele Schiavo [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, p. 117.

.. [#] Mss. della Biblioteca Comunale di Palermo, segnati Qq
   44, nn. 6, 7, 8; v. 136, n. 1, pp. 1, 58; v. 148, n. 4; v. 150,
   ecc.

Agli annullamenti di voti femminili seguivano a
quando a quando, anzi non di rado, i matrimonî d'amore.
La monachella del Meli, stanca della vita che le
tocca a trascinare nel chiostro, spiattella chiaro e
tondo che ha fatto la sua brava petizione di nullità
dei voti, e che non sì tosto riuscirà allo scopo, sposerà
il suo attivo difensore legale:

   |   L'avvocatu miu alliganti
   | Già cumprènniri m'ha fattu
   | Chi pri mia ni nesci mattu:
   | Spusa sua certu sarrò [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: La Monaca dispirata*.

Nè questa è poesia. Assistita dall'abile avvocato
Don Onofrio Paternò, suor M.\ :superscript:`a` Antonia Trigona vinceva
la sua lunga causa di svestizione. Ella, col titolo
di Baronessa di Spedalotto, Cugno, ecc., ereditava
feudi considerevoli. Ed eccole a ronzarle attorno
[pg!182]
vagheggini e pretendenti. Vogliono essi dar la scalata
al bell'edificio dei trentasett'anni di lei, ovvero
al suo blasone? Probabilmente no: ella ha seimila
scudi annui, e quei seimila fan gola a giovani e ad
uomini maturi. Donna Maria-Antonia però

   | Sta come torre ferma che non crolla,

perchè è innamorata pazza del suo avvocato, il quale,
dimenticando i begli occhi della Marchesa Flavia
Mina-Drago, ne tiene ambe le chiavi, quella cioè del
cuore e quindi della bella persona: e quella del tesoro
d'argento. La seguente canzone siciliana, attribuita
alla poetessa vedova D'Angelo, fece (1784) il
giro degli eleganti salotti:

   |   Middi livreri supra 'na cunigghia,
   | Quali s'era a Diana dedicata,
   | Cci currevanu appressu a parapigghia,
   | Ed idda intantu si stava ammacchiata.
   | Ma un guzzareddu (oh chi gran maravigghia!)
   | Cu tuttu chi 'na lebbra avia appustata,
   | Lassa la lebbra e c'un sàutu la pigghia,
   | E fici a tutti 'na *cutuliata* [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVIII, pp. 309-10.
   Versione italiana: Mille levrieri sopra una *coniglia* (coniglio
   femina), che s'era dedicata a Diana, correvano a parapiglia
   dietro ad essa, la quale però se ne stava ammacchiata (chiusa
   in *monastero*). Ma un cagnolino (oh gran maraviglia!), non
   ostante che tenesse la posta ad una lepre, lascia la lepre e
   con un salto prende la *coniglia*, e fa a tutti una canzonatura
   (lascia tutti con un palmo di naso).

Non dissimile il caso di suor Giuseppa Teresa,
quale dopo di essere stata vent'anni col ruvido saio
all'Assunta a sbisoriare ufficî divini, alla medesima
età della Trigona, per sentenza dei tribunali competenti
[pg!183]
tornava al mondo muliebre Donna Giovanna
Moncada, sorella, nientemeno, di S. E. il Principe
di Paternò. Poteva mancarle un marito? Ed ella
se l'ebbe infatti pel Natale del 1789 nel Marchese di
Castania D. Bartolomeo Avarna [#]_.

.. [#] :small-caps:`G. Alessi`, *Prontuario* (cit. a p. 223 {p. [pg 211]_} del presente vol.)
   pag. 9.

La prospettiva della svestizione sorrideva lietamente
a quelle tra le moniali che non si sentivano
di durarla in mezzo alle miserie, alle piccinerie del
chiostro. «Oh se le cose mi vanno a seconda, esclamava
la povera *Monaca dispirata* del finissimo Meli,
come sarò felice! Ho tutta la speranza di vedermi
sciolta della professione, perchè varî ne sono i motivi:

   |   E d'allura in poi, in avanti,
   | Nun saròggiu cchiù 'nfelici;
   | Di lu munnu chi Diu fici
   | Comu l'autri gudirò.»

E che erano mai codeste miserie e piccinerie del
chiostro? Ce lo dice appunto il poeta nel citato componimento,
che nel genere è l'unica fedele pittura di
quella vita.

La monaca messa in iscena è, a quanto pare, di
famiglia civile, e lamenta la perduta libertà, la pace,
la gaiezza della gioventù. I genitori la fecero entrare
in monastero bambina; cresciutella, le dipinsero
come un serpe velenoso il mondo, come una schiavitù
il matrimonio, come un boia il marito. Spaventata,
non volle più uscire dal chiostro; ma dovette
[pg!184]
accorgersi d'essere stata ingannata: senza di che,
non si troverebbe ora chiusa fra quattro mura, vestita
di nero, col capo raso come quello dei forzati,
e con le

   |   ... scarpi grossi e chiani,
   | Cu buttuna e lazzitedda,
   | Senza fibbii a l'oricchiedda,
   | Cà s'apprenni a vanità [#]_.

.. [#] Scarpe grosse e senza tacchi, con bottoni e laccetti, senza
   fibbie all'orecchiolo, perchè (le fibbie) si considerano come
   (segno di) vanità (mondana).

Al domani della riscossione del vitalizio, tra spese
grosse e minute non le resta un quattrino. Il vitalizio

   |   Si nni va pri cumprimenti
   | A lu patri cunfissuri,
   | Chi a li gradi tutti l'uri
   | La stravïa [#]_ quantu pò.

.. [#] La distrae.

Ella torna dispettosa alle insidie lusinghiere dei genitori
e dei parenti, e prosegue numerando le male
arti di tutti per sorprendere la sua buona fede, e
la maniera capziosa ond'essa fu costretta a dare il
suo assenso, e le finzioni dello zio, che vedendo non
potersi arrivare a coprire le spese necessarie per lei,
aggiunse qualche cosa del suo, e l'intervento dell'avvocato,
del *professore* (procuratore legale) e del notaio,
che la crucifissero come Cristo. Circondata in
tal guisa da persone tutte interessate a sacrificarla,
la inesperta e debole ragazza rinunziò al mondo e
fino al nome di battesimo. Ed ora, ahimè! è una infelice
tra infelici.
[pg!185]

   |   Cuminciannu ccà di mia,
   | Quantu monachi cci sunnu
   | Vurrian'essiri a lu munnu
   | 'Ntra li spassi chi cci sù.

E la vita sua scorre in continui tuppertù, fra sospetti
e gelosie, in mezzo a compagne disperate, tra sorveglianze
e sorprese, in superbia ed invidia: affettate,
schifiltose, malaticce e scontente di tutto e tutto
pubblicamente lodando. Le sue consorelle son la curiosità
in persona, e mentre non si occupano di nessuno,
sanno i fatti di tutti, e ostentano virtù e santimonia [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, pp. 361-71. Si cfr. anche un frammento
   soppresso dalla censura del tempo alla canzonetta: *Nun chiù
   a porta filici* (p. 89), e testè esumato e pubblicato (p. 396).

Differenza di ceti, e tra questa, divisione di un medesimo
principale ordine religioso, suscitavano e
mantenevano gare tra un monastero e l'altro. I monasteri
di primissimo ordine guardavano dall'alto al
basso quelli che accoglievano monache di famiglie
semplicemente civili. Questi, d'altro lato, mettevano
in ridicolo il fare pretenzioso di quelli, e perchè non
potevano eguagliarli, tenevan le ciglia in cagnesco.
La visita dianzi ricordata della Vice-regina Colonna
di Stigliano ne è un saggio: quella della Regina Carolina,
una conferma.

Le moniali di S.\ :superscript:`a` Caterina e le moniali della Pietà
erano domenicane: ma quelle si vantavano, o eran
dette figlie di *Don Domenico*, e queste strillavano a
sentirsi dire figlie di *Mastro Domenico*. San Domenico
aveva il *Don* in un monastero aristocratico, e
[pg!186]
contava per *mastro*, che è quanto dire operaio, manuale,
in un monastero di media levatura.

Codesti dispetti affilavan le armi della maldicenza:
nessuno monastero poteva sottrarvisi, neanche
quelli che meno la pretendevano a ricchi, a nobili, ad
antichi. E se per poco uno simpatizzava con l'altro,
e in una solenne occasione entrambi si scambiavano
cortesie, la simpatia costava loro cara pei commenti
che vi facevano sopra le altre comunità. Un invito
delle monache di S. Chiara a quelle della vicina Martorana
nella visita di Maria Carolina (18 aprile
1799) informi.

A cosiffatti dispetti pigliavan parte con largo contributo
di burlette e di aneddoti i reclusori ed i ritiri,
che raccoglievano umili donne, o fatte collocare
dalle famiglie, o reiette dalla società e dalla fortuna.
Era anche qui una delle molte, sgradevoli manifestazioni
di chi non ha contro chi ha, di chi non è contro
chi è. La non favorevole corrente si tramandava
col volger dei tempi. Dal giorno della tempestosa
soppressione del 1866 ad oggi, per ragioni diverse e
non tutte ponderate, varî monasteri, come molti conventi,
sono stati o demoliti o destinati a servizî pubblici
e non publici; le comunità, ridotte di numero, si
son fatte passare in monasteri tuttavia ospitanti
la vecchia primitiva e propria comunità, stremata di
morte e non più impinguata da nuove giovani esistenze.
Un monastero, ad esempio, per ineluttabile fatalità di
eventi e per volere della suprema autorità ecclesiastica,
accoglie le nobili moniali delle Stimmate e
[pg!187]
dei Sett'Angeli; ma le tre comunità vivono ciascuna
a sè, con la propria regola e con le proprie gerarchie,
in posti diversi del medesimo edificio, isolate,
senza cercarsi, pure incontrandosi. Dove finisce il recinto
d'una parrebbe di dover leggere il famoso: *Nec
plus ultra* delle colonne d'Ercole. La buona educazione
le avvicina, le assorella nelle malattie, nei giorni
del dolore; ma la tradizione le tiene autonome.
Ognuna per sè e Dio per tutte.

Una delle ragioni di dispetto, o per lo meno, di
noncuranza di monache a monache era la differenza
d'istituti nei quali esse convivevano. Le nobili comunità
potevano essere animate dai più sinceri sentimenti
religiosi, ma non potevano dimenticare la
loro origine, che di loro faceva un corpo distinto,
superiore ad altri che pretendevano alle medesime
entità religiose. L'argomento pare frivolo, ma per esse
non lo era. Nei monasteri si professavano voti di
povertà, castità, obbedienza secondo le varie regole
dei fondatori. Questi voti eran *solenni* e *perpetui*: nè
c'era Ordinario che potesse sospenderli o annullarli,
Ora da un secolo e più, per graduale modificazione
di vita e di idee, non poche opere pie laicali femminili
si eran venute trasformando fino ad assumere
carattere religioso interamente diverso dall'originario.
Il primo istituto di emenda della città, quello delle
ree pentite dello Scavuzzo, a poco a poco venne escludendo
le donne di mala vita ed accettando le sole vergini.
Nello scorcio del secolo, lo Scavuzzo era già
una badia in tutta forma e in tutto tono. Il ritiro
[pg!188]
delle donne peccatrici sotto titolo di S.\ :superscript:`a` Maria Maddalena
a S. Agata la Guilla non voleva più sentire
a parlare di male femmine; e benchè contrariato in
questo dalla Sacra Congregazione di Roma, si atteggiava
a vita monastica con abito carmelitano e con
superiora avente il pomposo titolo di Badessa. Questo
tramutamento di un ricovero di beneficenza in
un luogo claustrale avveniva in altri istituti, come,
del resto, avveniva anche fuori Sicilia. L'autorità
ecclesiastica per far entrare tutto sotto la sua giurisdizione
non si opponeva, anzi favoriva la tendenza;
l'autorità civile rimaneva indifferente [#]_. Aggiungasi
le velleità delle collegine, le quali con voti
*semplici* e temporanei si atteggiavano a professe di
voti solenni, ed esercenti pratiche e doveri da monache
professe: e si avrà la chiave della tacita avversione
delle monache autentiche a quelle che non lo
erano.

.. [#] :small-caps:`L. Sampolo`, *La Casa d'Istruzione e d'Emenda di Palermo*,
   2ª ediz., p. 21. Palermo, 1892.

Forti della loro onestà, alla quale e da donne siciliane
e da moniali tenevano come alla cosa più sacra
di questo mondo, molte scrupoleggiavano intorno alla
clausura imposta dai canoni. A questo concetto
ragionevole ma sommario vuolsi attribuire la esagerata
osservanza di regole e prescrizioni rigidissime,
rigidamente osservate. Nella visita dianzi ricordata
della Regina Carolina (1º apr. 1799) alla badia di
Sales, la nota discordante fu l'intervento dei cavalieri
[pg!189]
di seguito della regale visitatrice: e lo sdegno
della superiora, anzi della comunità tutta esplose in
un accentuato ricorso al Vicario generale dei monasteri
Mons. Lodovico del Castillo [#]_. Se l'arcivescovo
Lopez, pensavano, fosse stato in Palermo, questa trasgressione
dei sacri canoni non sarebbe avvenuta,
anche perchè, venendo egli sovente all'Albergo delle
povere, guardava con occhio benevolo il monastero.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1899, p. 32.

La cronaca del tempo ha in proposito un fatto
gravissimo, che poco mancò non finisse in una terribile
tragedia.

Il Capitano di Giustizia Tommaso Celestre, Marchese
di S.\ :superscript:`a` Croce, aveva una cugina nello Scavuzzo,
la Duchessa di Reitano, Caterina Colonna. Un
giorno che la seppe malata, volle andarla a visitare.
Ma lo Scavuzzo era già divenuto badia, e la badia
aveva clausura. La superiora nega il permesso di entrata.
Il Celestre minaccia misure violente; la superiora
tiene fermo: e allora il Celestre (nel quale tu
non sai se devi riconoscere un privato, a cui non era
fatto lecito varcare le caste soglie d'una badia, o un
magistrato di giustizia) fa atterrare a colpi di scure
la porta di entrata. Le monache, più morte che vive,
son pronte a respingere con la violenza la violenza,
si asserragliano in alto dietro le finestre, e combattono
disperatamente contro maestri e sbirraglia lanciando
loro addosso pietre e acqua bollente. A battaglia
finita, la superiora ci prendeva una carcerazione
[pg!190]
allo Spedaletto; ma si dichiarava soddisfatta di
aver ceduto solo alla forza.

Questa scenata, è bene si sappia, avveniva il 10
gennaio del 1782, quando il Vicerè Caracciolo percorreva
in lungo e in largo la via delle riforme in
Sicilia e nella vecchia Capitale.

Un'ultima tra le curiosità della vita monastica.

Possiamo noi chiudere questa lunga esposizione di
costumi, senza ricordare il più notabile di essi nel
campo culinario?

Ciascun monastero aveva una *piatta*, un manicaretto,
ch'era come il suo distintivo. Giacchè, non pur
l'emblema in marmo o in legno sulla porta del monastero
(le braccia incrociate per le francescane, il
*Charitas* per le paoline, il cane che porta in bocca
una fiaccola accesa per le domenicane ecc.) formava
il blasone di esso, ma anche il dolce speciale solito
a farsi nel monastero medesimo. Tutti i pasticcieri
della città gareggiavano nel comporre d'ogni maniera
ghiottornie: ma chi poteva mai raggiungere la
squisitezza delle *feddi* (fette) del Cancelliere, dei *frutti*
di pasta dolce di mandorle della Martorana, del
*riso dolce* del Salvatore? Tutti preparavano *conserva
di scursunera* (scorzanera): ma nessuno attingeva
alla perfezione di Montevergine, come nessuno a quella
della *cucuzzata* (zucca condita) e del *bianco mangiare*
(specie di gelatina di crema di pollo) di S.\ :superscript:`a` Caterina.
Molti menavan vanto del loro *pane di Spagna*
ma in confronto a quello della Pietà, qualunque dolciere
doveva andarsi a riporre, lasciando che questo
[pg!191]
si contrastasse il primato con lo Stimmate nella
bellezza delle *sfinci ammilati*, che pure nel medesimo
monastero assurgevano a squisitezza impareggiabile
nella forma delle sfinci *fradici*, composte di uova e
panna.

La lista di tante golose specialità ci offre altresì
le *caponate* dei Sant'Angeli, le *ravazzate* di ricotta
di S.\ :superscript:`a` Elisabetta, le *impanatiglie* di conserva dell'Origlione,
le quali accrescevano lustro e voluttà alle
mense dei signori non meno che le bibite diacce d'amarena
giulebbata nei giorni estivi. Centinaia di
*cassate* si riversavan fuori di Valverde per la festa
di Pasqua, e settimane prima, pel Carnevale, migliaia
di cannoli di vera ricotta con relative *teste di
turco* e *cassatelle* della Badia Nuova, alla quale nessuno
poteva negare la palma nella inaugurazione del
calendario dei rituali dolciumi. Se S. Vito pompeggiava
con i suoi *agnelli pasquili*, la Concezione con
le sue *muscardini* pel festino di S.\ :superscript:`a` Rosalia, i *Sett'Angeli*
con le loro *mustazzoli*, e S.\ :superscript:`a` Elisabetta con le
sue *nucàtuli* per Natale, in tutto l'anno tenevansi
in alta fama le Vergini con le impareggiabili loro
*mussameli* e, meglio, con certi pasticci, il nome dei
quali si presta anche oggi ad un poco decente *qui
pro quo*. Grandeggiavan da ultimo S.\ :superscript:`a` Teresa con le
*cassate in freddo*, e S. Vito, *mirabile dictu!* col suo
*sfinciuni*, un vero poema per i più autorevoli maestri
di gusto, come la *pasta con le sarde*, complesso
piatto nazionale della felicissima non che golosissima
Capitale dell'Isola.
[pg!192]

Certo, non si poteva andare più in là nella raffinatezza
del mentovato quinto peccato mortale [#]_.

.. [#] Le spese che i monasteri facevano pei dolci, possono in
   parte vedersi dalla *Relazione delli coacervi decennali delli
   zuccheri presi dalli monasterj di questa città dall'a. 1771 a
   tutto 1780*, nell'Archivio Comunale di Palermo. *Atti del Senato*,
   p. 118.

   Nel *Raziocinio* (bilancio consuntivo) del triennio della
   Badessa del Salvatore S. M. Vittoria Arezzi, oltre 124 onze per
   «pietanzelle solite nell'anno», 267 per frutte, 200 per la «fiera
   alle religiose», sono 425 onze per «ricreazioni di zucchero ed
   altri dolci», non contandosene 171 di «spese di speciaria».
   Vedi Ms. Qq D 136, n. 12 della Biblioteca Comunale di Palermo.

Ma v'erano monasteri d'origine inferiore, che tanto
lusso non potevano permettersi: ed anch'essi, nelle
loro modeste sfere, godevano rinomanza, quale per
lo *scàcciu*: ceci, mandorle, fave, avellane abbrustolite
(Cappuccinelle), quale per le *olive piene* (Assunta),
quale per altro [#]_.

.. [#] Della prima metà del sec. XIX abbiamo a stampa un
   *Poemettu in lodi di li Vener. Monasterj di Palermo pri li
   durci squisiti chi travagghianu, cumpostu di un dilittanti di
   durci.* In-8º, pp. 16.

E come a lato del male sta il bene, così quasi a
rimedio delle inevitabili indigestioni per tanti pasticci,
*cassate*, *cannoli*, frutti, ravazzate, creme, zuccate,
*sfinci*, *sfincioni*, olive e mandorle, la badia di
S.\ :superscript:`a` Rosalia compieva il pietoso ufficio di preparare
un antacido medicinale, di sicurissimo effetto.
[pg!193]

.. toc-entry:: XI. Di preminenze in giurisdizioni.

CAP. XI.
========

.. class:: center large

DI PREMINENZE IN GIURISDIZIONI.

Una mezza dozzina di secoli aveano apportato tante
divisioni di poteri, tante distinzioni di diritti, e
perciò tale cumulo di giurisdizioni e di preminenze
che solo i più colti eruditi possono oggi raccapezzarvisi.

Meno la bassa gente, come nel sec. XVIII anche
ufficialmente chiamavasi l'infimo ceto, tutti accampavano
qualche diritto all'ombra del quale confortarsi.
Patrizî, ecclesiastici, militari, civili, maestri e,
fino al 1782, ufficiali della Inquisizione, componevano
vere e proprie caste con privilegi, prerogative, immunità
che a nessuno era lecito non che di toccare,
neanche di discutere. A toccarli c'era da incontrare
infiniti fastidî, e forse da buscarsi qualche processo.
Ad ogni passo una costituzione che concedeva, una
prammatica che limitava, un rescritto che inibiva,
un bando che distingueva, un canone che tassativamente
prescriveva. Per lievi trasgressioni, talora per
[pg!194]
semplici dimenticanze, magari per nulla, si lanciavano
ricorsi al Pretore ed al Senato, alla Giunta dei
Presidenti e del Consultore, al Capitan Giustiziere,
al Presidente della R. Gran Corte, all'Arcivescovo,
al Giudice della Monarchia, al Vicerè, al Sovrano.
Gli è che non volevansi pregiudicate competenze e prerogative
di qualunque genere, fossero anche di nessun
valore.

Meglio di qualsiasi parola sull'argomento gioveranno
i fatti che verremo brevemente esponendo. La
cronaca è malauguratamente ricca e ne fornisce per
tutti i ceti e per tutte le giurisdizioni: il difficile sta
nella scelta.

Un giorno (17 luglio 1774) tre degli otto commissarî
della Corte Capitaniale venivano catturati da una
ronda delle Maestranze per un furto qualificato nel
quartiere della Conceria (mandamento Castellammare)
e condotti nella Carboniera, noto carcere dentro
il palazzo del Comune. Il Duca di Villarosa, Capitano
Giustiziere, se ne risente come di offesa alla sua persona;
ed energicamente li reclama. Alla sua il capo
ronda ne chiede giustizia sommaria. Il Pretore, Principe
di Scordia, è in grave imbarazzo, e per gettare
un po' d'acqua sul fuoco e contentare il Villarosa
fa trasportare in sedie volanti alle segrete del Castello
i tre rei e li mette a disposizione del capo della
Giustizia; ma per non dispiacere alle Maestranze
li invia accompagnati dalle ronde di esse. Così dà
un colpo al cerchio ed uno alla botte. Ma poichè le
Maestranze insistono presso il Pretore, lor capo diretto,
[pg!195]
e presso l'Arcivescovo, funzionante da Vicerè,
acciò la causa venga tolta alla autorità regia, che
vuol mandare a casa i rei, e data alla comunale, al
Pretore cioè, questi *illico et immediate* si fa condurre
innanzi gl'imputati, e senza tanti discorsi te li condanna
ad una solenne bastonatura. E non basta. Il
Vice-Capitano, che ha sostenuta la competenza della
Corte Capitaniale, solo per questo vien destituito; ed
il Re, tuttavia impressionato dei recenti tumulti contro
il Fogliani, conferma alle Maestranze la facoltà
di rondare di notte, salvo a ritoglierla loro in capo
ad un mese per affidarla agli ufficiali regi di giustizia [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXI, pp. 212-213, 218,
   224, 231.

L'ultima scena del piccolo dramma stupisce per la
pena inflitta al funzionario giustiziere: e forse potrebbe
avere una spiegazione pel tempo in cui essa
si compiva. Eppure, diciott'anni dopo, quando si era
alla vigilia del novantatre, accadeva qualche cosa di
peggio.

D. Giuseppe Bracco, ufficiale della R. Segreteria,
a cagione di debiti veniva inviato innanzi al Giudice
pretoriano, cui copriva d'ingiurie. Questi un po'
pei debiti, un po' per le ingiurie, ne ordinava il carcere
nella Vicaria; ma la Vicaria era pei plebei: e
Bracco non era un plebeo. Gli ufficiali di Corte Senatoria
offesi nella dignità del loro compagno e
del loro ceto, facevano contro il Giudice un ricorso
a Fr. Carelli, Segretario interno del Regno di Sicilia.
[pg!196]
Risultato ultimo (18 sett. 1791): Sebastiano Procopio,
che era al termine della sua onorata carriera giudiziaria,
veniva chiuso in prigione [#]_!

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., p. 462.

Proprio è il caso di esclamare: Da carceriere a
carcerato!

Per recente abuso il Maestro Razionale del Senato
arbitrava di sedere insieme col Pretore, coi Senatori,
col Sindaco, negli stalli d'onore. L'abuso non si
volle più tollerare; il Senato, senz'altro, lo proibì.
Offeso pur esso nella sua dignità, il Maestro Razionale
se la legava al dito aspettando un'occasione per
prendersi la rivincita. I Senatori si tenevano di un
ceto superiore o diverso da quello di lui, che vantava
pure i suoi quarti secolari di nobiltà: senza di che
non avrebbe potuto occupar la carica che occupava.
Il 14 settembre del 1792 ricorreva la festa di S.\ :superscript:`a` Rosalia.
Il Senato in tutta pompa recavasi nelle sue
pittoresche carrozze alla Cattedrale; ma non s'accorgeva
che la carrozza ultima degli ufficiali nobili, tra
i quali doveva essere il Maestro Razionale, seguiva
vuota, sì che al giungere alla chiesa degli Espulsi (come
allora pure si chiamava Casa Professa) si trovava
solo. Gli ufficiali, offesi, se ne erano rimasti come Achille
nelle loro tende. Una congiura, astrazion facendo
dal signor Razionale, era stata ordita: attori,
quegli ufficiali, impermaliti della recente ordinanza
senatoria, la quale prescriveva dover essi «intervenire
a tutte le funzioni del Senato: vespri, messe solenni,
[pg!197]
processioni, occupando solamente il luogo dopo
il postergale del Senato ai stalli dei RR. Canonici»;
ed al Maestro Cerimoniere inculcava l'osservanza dell'atto [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., p. 467. — *Atti del Senato*, a.
   1792-93, p. 11.

Essi strillarono, ma stavolta il Magistrato non volle
piegarsi.

Chi crede siffatti risentimenti, nel palazzo delle aquile,
nuovi e limitati agli ufficiali di alto casato, si
inganna. Essi erano periodici scatti di vecchi malumori,
suscitati dal desiderio di non far credere che
si dovesse dagli ufficiali medesimi stare in seconda
linea, e dalla vanità di primeggiare. Il difetto partiva
dalle sfere superiori e, per le medie, scendeva
sotto forme diverse nelle infime. Fu osservato allora
che già un secolo innanzi (1687) il Principe di Valguarnera
Pretore avea, per causa di giurisdizione,
litigato col proprio figliuolo, Conte d'Assoro, Capitan
giustiziere. Si discuteva la soverchia circospezione di
D. Scipione Di Blasi, che, essendo infermo il Pretore
Conte S. Marco, (1720), da Sindaco avea guardato
bene a ciò che dovesse fare nella processione di S.\ :superscript:`a` Rosalia
affin di non incorrere nel biasimo di avere invaso
un campo di giurisdizione rigorosamente circoscritto
dal Cerimoniale senatorio. Ma questo esempio
fu riconosciuto degno d'imitazione allorchè essendo
il Principe di Trabia, nelle feste patronali del 1767,
obbligato a guardare per podagra il letto, ne compieva
le funzioni il Maestro Notaro D. Vincenzo Giovenco,
[pg!198]
e ne riportava lode di correttezza nello aver
saputo armonizzare la rappresentanza che gli era
possibile con quella della quale il Pretore effettivo
era investito [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX. pp. 20 e 26-27.

Chi poi sorride a codeste piccolezze ne ha ben donde,
ma consideri che queste ed altre formalità consimili
pigliavan carattere di somma importanza, e provocavano
dispacci reali e vicereali. Se così non fosse stato,
non avrebbe dovuto S. E. il Vicerè Principe di Caramanico
pensare in tempo ad ordinare con tanto di decreto
che nella processione del *Corpus Domini*, essendo
anche stavolta malato il Pretore (1788), funzionasse il
*Priolo* tra i Senatori (come a dire l'Assessore anziano
o delegato, o il prosindacato d'oggi): e che il solo Avvocato
fiscale della Corte Pretoria dovesse, dopo il seguito
dei nobili, separatamente intervenire [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1787-88, p. 310.

Già più innanzi, nel corso di quell'opera, abbiam veduto
quanto il Senato tenesse al titolo di *Eccellenza*,
ed a quali accordi addivenisse pel retto uso di esso. [#]_
Accade ora avvertire quanto vi tenessero anche altri
senati nell'Isola, i quali se ad alti personaggi del Governo
lo attribuivano, non intendevano esserne come
per contraccambio da essi privati. Ricordiamo in proposito
il seguente aneddoto, non singolare certamente,
ma caratteristico.

.. [#] Vedi v. I, cap. IV, p. 89.

Era il marzo del 1793, e la Sicilia trascinavasi negli
orrori della carestia. A renderli men gravi due commissarî
[pg!199]
generali vennero dal Governo con pieni poteri
inviati separatamente in Sicilia. Uno di essi, il Barone
Gioacchino Ferreri, ex-giudice della Gran Corte, giunto
a Caltagirone, si rivolgeva, per fornire la sua missione,
al Senato: questo fu sollecito agli ordini di lui
trattandolo dell'*Eccellenza*. Ferreri avrebbe dovuto rispondere
dell'*Eccellenza*, titolo al quale quel Senato
aveva o credeva di aver diritto; ma rispose invece dell'*Illustrissimo*.
Il Senato se ne adontò e, rendendogli
lì per lì la pariglia, lo trattò del medesimo titolo.
L'offeso se ne richiamò subito ai ministri di Palermo.
Il Senato di Caltagirone, reo non sai se di crimenlese
o di una frivolezza, fu fatto venire innanzi al Vicerè
a dar conto del non dato titolo: ed il più giovane dei
Senatori, D. Giuseppe Aprile, senza neppure salutare
i suoi, corse a Palermo, e dopo un forte rimprovero del
Caramanico, dovette andare da S. Eccellenza il Ferri
a dargli soddisfazione del mancato riguardo [#]_. Ma
il nobile giovane fremendo dentro di sè per la immeritata
ammenda, deve fra i denti aver mormorato: Paglietta
d'un giudice!... *non tibi, sed Petro!*

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Opuscoli*. Ms Qq E 94, n. 3, p. 107 della
   Biblioteca Comunale di Palermo.

Anche quel buon uomo di D. Ippolito De Franchis
risentivasi della comune vanità. E come, del resto,
non risentirsene stando egli tutta la santa giornata
nel Palazzo senatorio?

D. Ippolito — il lettore lo conosce bene — era Maestro
di Cerimonie e Banditore della Città: ma era anche
mazziere. Questo terzo ufficio non doveva parere
[pg!200]
all'altezza degli altri due, dato pure che fosse con quelli
compatibile; sicchè egli chiese una volta di esserne
dispensato affidandosi a persona sua ed a sue spese. E
poichè si trovava a domandare, pregava «gli si concedesse
la manica di gala ed il banco da sedere al principio
della predella del Senato, prossimo al Pretore
nelle funzioni particolari; ed in quella della Cattedrale,
il primo stallo dei beneficiati».

Gli esempî son sempre contagiosi. L'agente del Senato,
piacendogli infinitamente il favore concesso a
D. Ippolito, ne sollecitò uno per sè, quello «di far la
referenda degli affari litigiosi stando a sedere vicino
al Maestro Notaro o del Razionale del Senato» [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1780-81, pp. 639 e 1004.

Dal palazzo del Comune passando alle varie sedi di
giurisdizioni ecclesiastiche e religiose bisogna aprir bene
gli occhi. Il terreno è irto di rovi e non si sa dove
mettere i piedi. Dal parroco Mendietta della Kalsa, che
per la processione infra ottava del *Corpus Domini*
chiedeva di poter trattare con l'offerta dell'acqua santa
nella sua chiesa di Niccolò Anita la nobile Deputazione
del Monte di S.\ :superscript:`a` Venera, filiale del Senato, al
Parroco dell'Albergaria D. Giuseppe Rivarola, che
durante i restauri della sua chiesa doveva ingozzar
tutte le restrizioni e tutti i *veto* degli officianti di Casa
Professa, provvisoria cattedrale e parrocchia ad un
tempo, era un laberinto, nel quale riserve e proibizioni
si guardavan di continuo senza accordarsi mai, pronti
a venire a conflitto se per poco si credessero toccati
nei loro interessati.
[pg!201]

I monasteri eran quelli che in ciò davan molto da
fare alle autorità. Le benedettine di S.\ :superscript:`a` Rosalia, forti
di non so che breve, non intendevano rassegnarsi alla
giurisdizione del parroco di S. Giovanni dei Tartari
quando ad una loro consuora doveva somministrarsi il
viatico e la estrema unzione.

Una monaca paolina dei Sett'Angeli otteneva dal
Papa di professare nel monastero della Pietà i voti
domenicani. Quel che seguì all'annunzio del breve pontificio
non è credibile. I due monasteri venivano a conflitto
tra loro e volevano tirarvi, anzi vi tiravan dentro,
S. Francesco di Paola e S. Domenico. «Il Papa,
gridavano, non ha questa facoltà; e se l'ha, doveva prima
sentire la Correttrice dei Sett'Angeli e la Provinciale
della Pietà, o per lo meno il parere degli Ordinarî».
Si ricorse al Giudice della Monarchia: l'Arcivescovo
sosteneva le parti del Papa; il Vicerè quelle
del Giudice [#]_, e dopo una lite fastidiosamente lunga,
a dispetti e mormorazioni dovette ottemperarsi ai
voleri del Papa.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., pp. 16-20.

A Mons. Airoldi, nominato vescovo *in partibus*, sarebbe
piaciuto consacrarsi nella chiesa del Salvatore,
nel cui monastero vivea una sorella di lui: ma non volendo
esporsi al biasimo di esser venuto meno a non so
che competenza, *pro pacis amore* egli doveva rinunziarvi,
e sostituire al Salvatore la privata cappella
del Seminario arcivescovile [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 351.

[pg!202]

Moriva l'Arcivescovo Sanseverino (1793), ed al palazzo
si disponeva il grande corteo funebre. La Compagnia
del SS. Sacramento della Cattedrale voleva
prendervi parte, ma le Compagnie della Pace e della
Carità si opponevano, toccando ad esse, del ceto nobile,
il posto. Frattanto i Canonici avrebbero voluto che la
loro confraternita andasse immediatamente innanzi a
loro; ma i Domenicani alla lor volta tenevan fermo
perchè immediatamente innanzi al Capitolo non poteva,
non doveva andar altro che l'Ordine dei Predicatori:
e *gloriam meam*, esclamava il Provinciale di esso
*alteri non dabo!*

Il sac. D'Angelo, presente alla incresciosa discussione,
sdegnato della inevitabile sconfitta del Capitolo
al quale apparteneva, dolevasi che anche nel suo «secolo
illuminato la superbia e la frateria facessero andare
avanti i loro pregiudizî e cantassero vittoria». [#]_

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., p. 473.

L'intervento del Senato alle chiesastiche funzioni
imponeva doveri estremamente delicati negli officianti.
Guai se durante una di esse nella Cattedrale il Magistrato
civico non ricevesse le incensate in perfetta regola!
Nelle messe solenni, dopo l'offertorio e la incensazione
dell'altare, il Cerimoniere del Comune s'avviava
all'altare a prender l'incenso pel Senato. Un
terminatore ed un canonico, diacono assistente, partiva
con lui; un terminatore e un diacono assistente partiva
pel Capitolo. Contemporanee, quasi isocrone, dovevano
essere le incensazioni. Più e più volte s'era dovuto
[pg!203]
occupare non solo il Senato, ma anche l'autorità
ecclesiastica di questa faccenda gravissima, già stata
portata in tribunale del Vicario generale in sede vacante
della diocesi [#]_. Al canto dell'*Agnus Dei* il Cerimoniere
saliva all'altare a prender la *pace*: un suddiacono
e un terminatore movevano da soli pel Capitolo.
Senato e Capitolo dovevano ricever l'abbraccio
della pace *eodem tempore*: e guai un indugio offendesse
la maestà dell'uno, la dignità dell'altro! D. Girolamo
de Franchis, allontanandosi per una cerimonia qualsiasi
dal Magistrato pretorio, o ritornandovi, sapeva
delle riverenze di rito da fare. E se non lo sapeva lui,
consumato in codesto galateo obbligatorio, chi doveva
saperlo?

.. [#] *Allegazioni nella sede vacante* ecc., *Vicario Mons. M.
   Schiavo*. Ms Qq D 135. pp. 305 e 207 della Bibl. Com. di Palermo.

Guai ancora se in una sacra funzione per festa o per
lutto, al Senato, al Capitan Giustiziere non venisse
esibita una torcia del peso e delle dimensioni loro dovute:
un rotolo e mezzo per uno (gr. 1200)! Il Vicerè
stesso, che come prima autorità avea il diritto di riceverla
di due rotoli (gr. 1600), avrebbe chiamato al dovere
i negligenti ed i colpevoli.

Queste ed altre formalità aveva in dispetto il Marchese
Caracciolo e cercava ogni occasione, ora per riporle,
ora per isvilirle, o se possibile sopprimerle, anche
a scapito della real dignità ch'egli impersonava.
L'aneddoto che diremo fu pei rigidi osservatori delle
etichette il colmo dello scandalo.
[pg!204]

Nelle cappelle reali il Vicerè rappresentando pel Re
il delegato apostolico, avea facoltà di stare, durante
la incensazione, a capo coperto. Diciamo facoltà e diciamo
poco; giacchè si trattava d'un privilegio d'ordine
superiore: e gli spettatori, al momento supremo,
in punta di piedi, sulle sedie, si godevano la straordinaria
particolarità della scena. Or nella cappella reale
tenutasi per le feste di S.\ :superscript:`a` Rosalia del 1782 (quelle appunto
che il Caracciolo voleva più tardi ridurre a soli
tre giorni), il Vicerè in onta della vecchia consuetudine
si argomentò di scoprirsi. Conoscendosi l'uomo,
bisogna metter fuori campo la sua riverenza all'incensatore;
il Caracciolo si scoprì appunto perchè poteva
stare, per privilegio, coperto. Allora un mormorio
d'indignazione accolse l'atto: e per tutta la città fu
con generale risentimento raccontato che s'era tenuta
*una cappella senza cappello* [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVII, p. 325.

Un vero scandalo!

Questa è storia; ma la tradizione racconta aneddoti
molto più curiosi.

Un canonico non essendo riuscito ad aver giustizia
per la via ordinaria di giurisdizione, un giorno chiedeva
ed otteneva udienza dal Caracciolo. Giunto alla
presenza di lui, con la maggior serietà del mondo gli
esponeva come qualmente in una funzione pubblica di
chiesa, egli, canonico, non avesse ricevuto le incensate
alle quali avea diritto. — «E quante ve ne spettavano?»
chiese bruscamente il Caracciolo. — «Tre,
[pg!205]
Eccellenza.» — «E quante ve ne dettero?» — «Due soltanto»
rispose incorato il canonico. — «Eccovi il resto!»
esclama concitato il Vicerè; il quale levandosi
improvvisamente da sedere, pieno di rabbia, imitando
con le braccia e le mani l'atto dello incensare, lo spinge
indietro a furia di cazzotti e di pugni sul muso, fino
allo scalone.

Abbiamo sfiorato appena l'argomento, quanto altro
mai fecondo di comici aneddoti. Qua e là, del resto,
nel corso di quest'opera, molti se ne possono riscontrare,
documenti della vita pubblica del tempo. Laonde
nel medesimo anno che il Caracciolo lasciava lo ingrato
viceregno dell'Isola (1785), un prete di buona famiglia
e di _`egregio` casato non poteva tacere questa dolorosa
verità:

«È degna di ammirazione e di lode la costanza sacerdotale
nella difesa dei proprj diritti; ma è biasimevole
nell'affare dei giusti diritti della Corona: guai a
quelle società cristiane in cui si sostengono queste pugne!
La nostra Isola ne soffrì profonde nel 1713, in
tempo che passò dal dominio di Filippo V a quello di
Vittorio Amedeo. E perchè? per un pugno di ceci negato
da un bottegaio di Lipari al Maestro di Piazza di
quel paese; perchè essendo del vescovo (il celeberrimo
Mr. Tedeschi), veniva a ledersi l'Ecclesiastico Foro.

«Che inquietitudini per un sedile? che voci per un
luogo di confraternite! che pugna per la destra e la
man sinistra! che risse per una grippa sotto la croce!
che contrasti per darsi a un cadavere l'ultima voce!» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Santacolomba`, *L'Educazione*, pp. 194 e 360.

[pg!206]

.. toc-entry:: XII. Impeti e ragazzate.

CAP. XII.
=========

.. class:: center large

IMPETI E RAGAZZATE.

I diaristi palermitani si danno molta cura di raccogliere
certi fatti di cronaca, che con singolare efficacia
illustrano il tempo del quale ci occupiamo.

Sarebbe grossolano errore trarre da quei fatti conseguenze
e quindi giudizî generali sulla gente del paese.
In tutti i ceti — è superfluo il dirlo — si riscontrano
violazioni di Legge: e forse le violazioni dello scorcio
del secolo XVIII furono relativamente men numerose
di quelle di tempi detti o creduti più civili. Pure non
vanno esse trascurate, e concorrono se non altro a far
comprendere in che maniera s'intendesse da taluni la
posizione nella quale società e istituzioni collocavano
e guardavano certi uomini.

Se si analizzano i racconti che abbiamo avuto occasione
di leggere, si vedrà che essi derivavano dall'esagerato,
anzi dal falso concetto che alcuni giovani aveano
della propria origine. Ad ogni passo s'invocavano
diritti e distinzioni: e per gli uni e le altre cercavasi
appoggio alle granitiche muraglie dei privilegi di casta.
[pg!207]

Per quanto c'incresca, noi non possiamo passarci da
una breve rassegna nel campo apertoci anche stavolta
dalle scritture inedite del settecento: breve rassegna
delle molte cose onde è malauguratamente piena la
cronaca paesana.

Il lettore si armi di santa pazienza, e guardi con un
po' di stoicismo le figure che gli sfileranno innanzi.
Cominciamo con una donna.

Girolama Caldarera, Baronessa di Baucina, non conosceva
limiti alla sua potenza. Sostenendo nei tribunali
certa sua causa, un giorno usciva in male parole
all'indirizzo del Giudice della G. C. Criminale. Quali
fossero le parole, nessun testimonio ci sa dire: e forse
non vi furon testimonî. Il carcere l'attendeva in un
monastero, e vi sarebbe stata senz'altro condotta se la
Regina Carolina non avesse dato alla luce uno dei soliti
principini cosicchè la Calderara se la cavò con
un po' di paura e di dispetto.

Il lieto evento era anche fortunato per un giovane
Marchese (1787). Teneva costui, come oggi si direbbe,
in sofferenza al Monte di Pietà alcuni pegni. I Governatori
del pio Istituto aveano avuta molta, fin troppa
longanimità rimandando di mese in mese la vendita
degli oggetti pegnorati; ma, attendere più oltre non
potevano quando a' poveri bisognosi facevano ben diverso
trattamento: sicchè ordinavano la vendita degli
oggetti nella Loggia. Il Marchese se l'ebbe a male e,
recatosi al Monte, copriva d'insulti il governatore Giuseppe
Ugo delle Favare. Questi si tenne dignitoso: e lì
per lì gli fece infliggere due giorni di prigione: pochini,
[pg!208]
invero, e non per piacenteria o per timore del Capitan
Giustiziere, ma, come abbiam detto, per la improvvisa
notizia della nascita d'un principe reale [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1787, p. 239.

Se per esigenze di pubblici servizî il Pretore vietava
il passaggio delle carrozze nel Cassaro nei giorni delle
feste di S.\ :superscript:`a` Rosalia, e le guardie di Marina stavano
pel buon ordine, v'era chi si permettesse di contravvenire
all'ordinanza. Nella lista dei contravventori è
Andrea Reggio, che avanzavasi baldanzosetto con la
sua carrozza. Ben glielo impediva un soldato comunale;
ma egli bravando la consegna, lo copriva d'ingiurie
e minacciavalo persino di vita.

Il Reggio contava 16 anni appena!

Qui è la prepotenza: e di prepotenze era ad ogni
piè sospinto una triste fioritura. Reagire a chi si opponesse
al libero esercizio delle loro facoltà, le quali
non erano se non aperti abusi: ecco la massima di alcuni
giovani, indocili a superiori e ad eguali.

A coteste massime informato, un certo ragazzo in
una pubblica via, fremeva al pensiero di non potere
col suo biroccio raggiungere e lasciarsi addietro un civile
di Ponza, che pei fatti suoi lo precedeva. Corri,
corri, lo raggiunge, e quando gli è allato, furibondo
che non si sia sottomesso a lui rallentando il passo, lo
prende a frustate.

Egli non avea più di 17 anni!

Siffatto spirito di superiorità rendeva poco cavallereschi
fin con le donne coloro che più tenevano ad esser
[pg!209]
cavalieri. Niccolò Inveges sciacchitano, di pieno
giorno, in via popolata, bastonava due ragazze di Pietro
Imperiale Pastore. Come il Natoli, egli veniva relegato
nella Colombaia di Trapani, ma è a deplorare
che lo fosse per breve tempo: ben altra pena meritando
sì volgare soperchiatore!

Un signore, insignito del titolo di Abate della SS.
Trinità della Delia, incontravasi in Via Alloro con la
carrozza del Dottore in legge Bernardo Denti, occupata
dalla moglie e dalla figlia di costui. Elementare dovere
consigliava la precedenza alle due donne: ma il
signor Abate non se la intese, e picchia e ripicchia,
faceva rotolare per terra il cocchiere, che, o sgomento
o sbalordito, non osava reagire.

Quanto meglio allorchè incontri così malaugurati si
risolvevano in un duello [#]_! Almeno, la cavalleria, manomessa
al primo istante, veniva da ultimo rispettata.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., 18 sett. 1786, p. 666; settembre
   1793, pp. 56 e 242; 7 agosto 1799, p. 188.

Di duelli peraltro se ne faceva così di frequente che
era bazza se in un mese non se n'avesse a sentire uno
o due, spesso per frivolezze che è miseria parlarne. Se
ne ricorda sinanco per un servitore che si mandasse
via, o per uno che se ne prendesse. Il Marchese di Roccaforte
ne intimava al Conte di Aceto per un *volante*,
che egli diceva essergli stato tolto [#]_. Quasichè esistesse
una legge che vietasse di assumere ai proprî servigi un
uomo stato una volta ai servigi altrui, ecco un grave
fatto di sangue!

.. [#] :small-caps:`G. Lanza e Branciforti`, *Diario storico*.

[pg!210]

Un giovane Cavaliere, che chiameremo D. Michele,
licenziava un suo *schiavo*. Rimasto libero, costui trovava
collocamento in casa Oneto, Duca di Sperlinga.
C'era egli nulla di male? Secondo D. Michele sì; ond'egli
avutane notizia, si partiva ad imporre allo Sperlinga
una partita d'onore. E poichè entrambi mancavano
di armi eguali, e si trovavano a pochi passi dalla
casa della vedova Montevago Pellagra Grifeo, che ne
possedeva delle buone, prendevano in prestito due sciabole.
Lo Sperlinga desiderava chiarire come fosse andata
la cosa, dar soddisfazione all'amico impermalito;
ma D. Michele, dandogli del vile, improvvisamente colpivalo
nel viso con una terribile frustinata. Accecato
all'inatteso colpo, lo Sperlinga traeva lo sciabolotto
e piantavalo in ventre al provocatore, che ne moriva
quasi all'istante, avendo appena potuto balbettare il
suo torto e ricevere l'assoluzione da un padre Crocifero
che a caso era lì di passaggio. L'uccisore riparava
in una chiesa; ma indi a non guari, forte delle
sue ragioni, costituivasi al Castello. Avrebbe potuto,
dopo i primi giorni, esser liberato; e lo fu, ma tardi,
perchè i parenti dell'ucciso erano, per grandi aderenze,
potenti. Alcuni mesi stette egli chiuso, e la offesa
famiglia potè vantare una riparazione. E fu argomento
di lunghe discussioni tra gli accademici da salotto
se lo Sperlinga, Duca, avesse fatto bene ad accettare
una sfida da un semplice cavaliere, che è quanto
dire da un cadetto; ed i sapienti furon di avviso
che egli non avrebbe dovuto accettare «mentre non
era obbligato a rispondere trovandosi insignito della
[pg!211]
chiave d'oro come gentiluomo di Camera ed investito
del grado militare di colonnello di fanteria del corpo
dei miliziotti» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., 12 dic. 1799, pp. 667-670.
   :small-caps:`Alessi`, *Prontuario di alcune noterelle, ammassate brevemente
   alla rinfusa, concernenti alcuni fatti ed occorsi nella nostra
   Capitale.* Ms. Qq 15 7. p. 18. della Bibl. Com. di Palermo.

Per questo, il codice cavalleresco non avea riposo.
I politici (eran chiamati così anche coloro che discorrevano
con competenza di cavalleria) lo sfogliavano
pei frequenti casi di dubbia soluzione. Chi non lo lesse
e discusse per le offese che nella passeggiata della Marina
si scambiarono il Duca Lucchesi, primogenito del
Principe di Campofranco, ed il Duca di Villafiorita
Gioacchino Burgio? L'uno, risentitosi di non so quali
parole, avea dato all'altro una violenta percossa; il
Villafiorita avea tratta la spada ed aggiustata al percussore
una piattonata; di che il Campofranco buttavalo
a mare, incurante degli scogli che avrebbero potuto
sfracellargli il cranio.

Alla passeggiata era D. Vincenzo Capozzo, Giudice
della G. C. Criminale, che subito, *de mandato principis*,
condannava alla Cittadella di Messina per dieci
anni il provocatore. La Corte di Napoli avrebbe voluto
rappattumare le parti ugualmente cospicue del baronaggio,
parenti tra loro: ma non voleva farsi scorgere.
Si sceglievano due alti personaggi per venire a
proposte plausibili, tanto, il focoso Vicerè Caracciolo
non era alieno dallo accogliere un componimento amichevole.
I due ex-Pretori Principe di Resuttano pel
[pg!212]
Campofranco, e Marchese di Regalmici pel Villafiorita
(come si vede, duo grandi e rispettabili signori del
tempo), sudano nello studio della intrigata quistione;
«svolgono libri di cavalleria anche oltramontani e
protestanti, e cercano di accordarsi»; ma non vi riescono,
perchè ciascuno tira acqua al suo mulino; ed il
Regalmici ha per sè il Governo ed esige pel suo primo
(diciamolo così per farci intendere) che venga riparata
con una pubblica soddisfazione la pubblica offesa
al Villafiorita. Oh che si scherza!... Il Villafiorita è
stato bastonato, buttato a mare a rischio di perderci
la vita, e si discute se debba o no avere una soddisfazione?!...

Ogni tentativo di conciliazione è pertanto abbandonato;
e allora il Re, contro la buona volontà del Vicerè,
ne fa una che non pare sua: ordina il passaggio
del Campofranco dalla Cittadella di Messina alla Colombaia
di Trapani. È una doccia fredda sulle riscaldate
teste dei partigiani del Campofranco; il quale,
visto e considerato che stavolta col Governo non ci si
vince, nè ci s'impatta, si rassegna a dar piena soddisfazione
al Villafiorita. E così il processo si mette a
dormire [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in Bibl., a. 1781, v. XXVII, pp. 154-56.

L'altezzosità della prepotenza toglieva la lucida visione
dei proprî doveri di fronte alla Legge ed ai rappresentanti
di essa.

Anche qui gli esempî abbondano; ma anche qui dobbiamo
limitarne la rassegna.
[pg!213]

Un Marchese, incontratosi una notte (certa gente andava
di notte come i lupi) in un passaggio di strada,
urta, o è accidentalmente urtato da un ministro di
giustizia. Le son cose di ogni giorno, codeste; ma il
Marchese non può permettere che càpitino a lui: e
alla testa dei suoi creati assalisce l'imprudente e lo
picchia di santa ragione.

Debitore moroso ed impossibilitato a sottrarsi ad un
pegnoramento sentenziato dal Tribunale del Concistoro,
altro Marchese non fa diversamente: accoglie, cioè,
a legnate gli ufficiali che vengono ad eseguire in sua
casa la sentenza: atto tutt'altro che imitabile, ma pure
imitato da quell'Alessandro La Torre e Fernandez
de Valdes, che al cameriere del Giudice pretoriano,
intimantegli la imbasciata giudiziaria per debiti insoddisfatti,
faceva il regalo d'un fiacco di bastonate [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 97; *Diario*
   ined., 12 Giugno 1785, p. 183; a. 1795, p. 239.

Noi lo rivedremo questo giovane manesco, e sapremo
quanto longanime sia stata con lui la Giustizia.

Antonino Calvello, del resto, non gli rimaneva addietro
quando prendeva pel colletto e minacciava gravemente
il Giudice della G. C. Civile Pietro Feruggia.
Nè gli rimaneva addietro il Barone Diego Sansone allorchè
andava ad assalire la casa del Duca di Vatticani
chiamandolo a duello per litigi corsi tra il proprio
figliuolo Alfio ed il Duchino medesimo, e gratificava
di contumelie il Capitano della Gr. C. Torretta,
andato da lui per tradurlo in carcere [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, pp. 147 e 328-29.

[pg!214]

Anche qui ricompariscono le velleità di duello, le
quali anche qui fan pensare all'indole rissosa, ed insieme
cavalleresca del siciliano. Un antico costume,
ora del tutto dimenticato, ci offre in ciò una pratica
singolare. Nel giorno di S. Valentino (14 febbraio) alcuni
vecchi, nobili o ignobili, si salassavano, perchè
questo buon santo rendesse *valenti* nelle zuffe e nei
contrasti i suoi devoti [#]_. Sta a vedere che il vincitore
in un duello o in una zuffa debba esser colui che si sia
cavato più sangue!

.. [#] :small-caps:`Alessi`, *Notizie della Sicilia*, n. 74. Ms. Qq H 44 della
   Biblioteca Comunale di Palermo. — :small-caps:`Pitrè`, *Spettacoli e Feste
   pop. sic.*, p. 198.

Altro ribelle alle autorità giudiziarie fu un Gioeni,
che per un nonnulla penetrava a viva forza in
casa Gaetano Greco, Giudice del Concistoro, nel momento
che egli se ne stava a desinare, e con male parole
apostrofavalo. Imprudente uomo costui, che, dimentico
di esser figlio di quella gentile e culta dama,
che fu Anna Bonanno, si ricordava d'esser marito di
Giuseppa Cavaniglia dei marchesi di S. Maria, la quale,
come ricettatrice di ladri nella sua villa dei Colli,
veniva severamente chiusa nelle prigioni di Gesù (2
ott. 1800); e teneva bene alla memoria di esser padre di
una donna tristamente celebre in Napoli, condotta qui
ad accrescere il numero delle signore o raccolte o raccoglientisi
nel ritiro di Suor Vincenza [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., 14 agosto 1797, p. 50; 28 agosto
   1798, p. 413; 7 agosto 1799. p. 188; 23 ott. 1800, p. 389.

A proposito di violenze non va dimenticata quella
d'un tale, che con inaudito arbitrio imprigionava non
[pg!215]
solo un pubblico corriere, ma anche il Capitano di
Giustizia della terra di Gaggi; nè va trascurata l'altra
di due fratelli del Fiumesalato, i quali per non so
quali fisime, con le spade in mano inveivano contro un
cappellano delle galere di Malta [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVIII, gennaio 1784,
   p. 190; v. XXVI, 14 aprile 1778, p. 174.

«Ragazzate!» si dirà; ed è vero; ma ragazzate
che eran pure capestrerie, le quali offuscavano il decoro
del casato onde tanti ragazzi provenivano suscitando
lo sdegno dei saggi, l'ira repressa degli umili,
la reazione brutale delle vittime. Capestreria quella
del figlio del Barone Jannello, che si divertiva a scagliar
sassi sopra le persone che passavano in via Lampionelli,
ferendone non lievemente qualcuna: ferito,
poi alla sua volta, egli stesso, ai Ficarazzi da un Vincenzo
Giardina, secondogenito del signore di quel luogo.
Capestreria la spacconata del già detto La Torre,
il quale a tarda sera, nella entrata del Principe di S.\ :superscript:`a`
Flavia, all'ora del solito settimanale ricevimento di
dame e cavalieri, faceva richiamare a basso il figlio
del Barone Antonio Morfino; ed avendolo tra le mani,
ordinava ai suoi creati di prenderlo per iscorno a cavallo
e di contargli parecchie dozzine di sferzate. La
quale violenza d'un giovane sopra un fanciullo (il Morfino
non oltrepassava i 16 anni!) in tutti suscitava disgusto
infinito; ma più che in altri nel Villabianca, il
quale non sapendo rassegnarsi alla notizia d'un nuovo
ospite della prigione di Porta S. Giorgio, pensava che
«il Castello non leva bastonate, anzi serve per li polledri
[pg!216]
giovinastri per luogo piuttosto di divertimento
che di pena» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 218; v. XXVII,
   p. 22; *Diario* ined., a. 1794, pp. 344-45.

Di fatti, il Castello era la parodia del carcere. La
libertà personale vi si godeva in mezzo al rispetto dei
carcerieri e degli ufficiali di guardia. Con pochi tarì di
spesa vi si avea un bel desinare quando questo non venisse
fornito succulento e gustoso dai parenti, e bastevole
ad allegri conviti tra le varie persone che vi
stavan raccolte. Vi si giocava e conversava spensieratamente
come continuando in luogo di villeggiatura le
dissipazioni di fuori. Nelle *Pensées et Souvenirs* il Palmieri
de Miccichè ritrasse con rosei colori questa prigione
distinta, donde si poteva financo uscire a diporto
di sera impegnando la propria parola d'onore che si
sarebbe ritornati: e la parola veniva scrupolosamente
mantenuta come quella dei perditori al giuoco [#]_, o come
quella dei militari prigionieri di guerra.

.. [#] Cfr. v. I, cap. XIV, p. 267.

I dissidî tra mariti e mogli eran pabulo alla cronaca
d'alcova. Il pubblico grosso e minuto ci si divertiva
parecchio, perchè all'umana natura torna sovente
gradito quello che agli altri è disgradevole. In vero
molto piccanti riuscirebbero queste pagine se tutte si
potessero narrare le circostanze che accompagnavano le
visite improvvise, intimi conversari, fatali sorprese,
brusche divisioni, ritiri volontarî e relegazioni forzate.
Tiriamo un velo su queste scenacce, moltiplicate dai
costumi e dal *bon ton* della dilagante corruzione d'allora.
[pg!217]
Forse i tempi nostri sono più brutti di quelli,
più fecondi di drammi lardellati di scandali; anzi vogliamo
senz'altro ritenerli bruttissimi; ma non per ciò
dobbiamo predicare che la morale d'una parte dei nostri
bisnonni d'un secolo fa fosse integerrima ed irreprensibile.

Tuttavia non dobbiamo passarci da qualche fattarello
di questo genere di vita siciliana: e lo faremo di
volo.

Uno è quello della superba ed ostinata condotta di
una dama di casa Reggio, dama che da ultimo persuase
il Governo a chiuderla nel monastero di S.\ :superscript:`a` Elisabetta
(1777); un altro, quasi contemporaneo, quello di
Nicoletta d'Avalos, fatta entrare a forza in S.\ :superscript:`a` Caterina.

Drammatica la cattura di Margherita Lo Faso e
Pietrasanta, Duchessa di Serradifalco. Il Duca suo
consorte, scontento di lei, chiese per essa la clausura,
non già in uno degli ordinarî monasteri, ma nella Casa
(vera e propria prigione) delle *Malmaritate* alla Vetriera.
La cattura doveva eseguirsi da un giudice di
patente reale e con accompagnamento di dame, come
soleva praticarsi in simili circostanze: ma fu eseguita
invece da un semplice ufficiale dell'ordine dei berrobieri.
Più severi non poteva essersi. «A due ore e mezza
di sera la Duchessa nella sua casa fuori Porta
Nuova venne arrestata da un capitano reale e condotta
nella carcere Carolina delle nobili del Cuore di
Gesù». Ci vuol poco ad indovinare chi fosse il Vicerè:
non il pacifico Fogliani, non il festaiolo Marcantonio
[pg!218]
Colonna di Stigliano, non il _`mellifluo` Caramanico, ma
il Caracciolo, che, Marchese, era un mangia-nobili. Il
rigore della procedura, veramente indebito in affari di
famiglia, fu da lui seguito per la disubbidienza della
Duchessa all'autorità vicereale.

La Margherita era figlia del defunto Egidio, Principe
S. Pietro e, nientemeno, Presidente e Capitan Generale
del Regno di Sicilia in assenza del Fogliani!

E la cronaca prosegue.

Nei primi di luglio 1779 le famiglie più elette della
città ricevevano un foglietto a stampa, sormontato da
magnifici stemmi principeschi e ducali, con questa
partecipazione:

«\ *Il Principe Trabia e il Duca di Sperlinga si danno
l'onore di parteciparle che nel giorno mercoledì sera
7 Luglio si sposeranno la signora D. Aloisia Lanza e
D. Saverio Oneto, loro rispettivi figli, ed ossequiosamente
si rassegnano, riserbandosi i loro favori a nuovo
avvìso*» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 97; v. XXVII,
   p. 356; e nel vol. edito del 1779 (ms. Qq D 102) p. 86.

Nozze meglio auspicate poche volte si videro; ma
haimè! la Aloisia, fanciullina ancora, dovette subito
dividersi dal marito, che contava appena diciassette
anni! La sera del 27 marzo 1799, lo spensierato Saverio
si recava al palazzo Butera, dal suo cognato Principe
di Trabia. Quivi incontrava la moglie. Vederla
e scaricarle a bruciapelo una pistolettata fu tutt'uno.
La Aloisia scampò per mero caso; e mentre egli veniva
condotto all'inevitabile castello, essa volontariamente
[pg!219]
andava a chiudersi — fatalità di vicinato e
d'incontro! — a Suor Vincenza [#]_, dove, martire del
più snaturato tra i mariti, mestamente trascorreva la
sua gioventù, Palmira Sirignano Duchessa della Verdura.
In proposito, rifletteva un testimonio: «Tanto
avviene alle povere dame che hanno mariti bruti. Al
tempo stesso però è bene dire che ne' presenti corrotti
tempi le femine si prendono gran libertà: ed è cosa
invero detestabile, cagione e origine de' gran disordini».

.. [#] G. :small-caps:`Alessi`, *Prontuario di alcune noterelle ecc.*, p. 2. n.
   14. Il Duca moriva molto più tardi, nel 1811, a 49 anni, di diabete,
   nella sua villa Sperlinga (attuale Ricovero Palagonia);
   la Duchessa nel 1816. Vedi L. M. :small-caps:`Majorca Mortillaro`, *La Cappella
   Sperlinga*, pp. 78 e segg. Palermo 1892.

L'allusione alla libertà che si prendevan le dame è
molto vaga: e ad onore della Aloisia e della Palmira
non va diretta nè all'una, nè all'altra. Le nostre indagini
nulla ci han dato di men che lodevole sulle egregie
dame.

Francesco Landolina, Duca della Verdura, aveva
un figlio perdutamente innamorato d'una bella ragazza.
Alle nozze da lui vivamente e replicatamente
sollecitate l'accorto padre non volle mai consentire,
così bene ne conosceva l'indole; chè anzi una volta
dovette chiedere la carcerazione di esso. L'esperto
uomo prevedeva i guai che Michele avrebbe fatti passare
all'amata ragazza. Se non che, egli cessava di
vivere, e l'innamorato Michele, reso indipendente, il
14 gennaio del 1787 sposava la Palmira Sirignano e
[pg!220]
Gajanos, più giovane di lui, che contava 25 anni. Dopo
tanto contrasto di passione, che cosa c'era da sperare
se non gioie oneste, godimenti sublimi? Niente affatto!
Fin dalla prima sera Michele rivelò l'indole sua perversa.
La tradizione racconta che egli chiuse e tenne
tutta la prima notte, fra le vetrate e gli scuri di una
imposta della stanza nuziale, la sposa come indegna
di lui.

«Sprezzò, si aggiunge, la sposa e la bastonò con
modi barbari e crudeli. La povera Palmira dovette
andarsi a chiudere a Suor Vincenza. Egli fu relegato
al Castello di S.\ :superscript:`a` Caterina a Favignana; poi, per
grazia, al Castello di Trapani», ove trovavasi ancora
nel maggio di quell'anno, che avrebbe dovuto essere il
più dolce e fu il più amaro per la bella giovinetta. Nel
dicembre moriva a lei il padre: e la Duchessa vedova,
suocera della Palmira, si adoperava col parentado
per una conciliazione tra gli sposi, dai quali si sarebbero
voluti dei figli. Nel gennaio del 1788 si rinnovava
la mancata luna di miele: e «Dio la mandi
buona alla detta povera dama! secondo vuole la opinione
generale», esclamava il Villabianca; ma fu
luna di fiele, fortunatamente breve. Dietro a Palmira
tornava a chiudersi la porta di Suor Vincenza; dietro
a Michele alzavasi il ponte levatoio del Castello. Che
irrisione di vicinato! Se non che, dopo uscito di carcere
il violento Michele, un giorno, non sapendo resistere
allo scampanio festivo della chiesa del monastero
del Cancelliere, che, come si sa, è presso il Palazzo
Verdura in via Montevergini, salito più che di corsa
[pg!221]
alla terrazza, sparava lo schioppo sulla suora
campanaia, che per miracolo rimaneva illesa.

Non così egli più tardi, allorchè, trovandosi in Termini
in propria casa, veniva nottetempo aggredito e
ferito a morte da ignota mano. Si sospettò allora di
persona la quale volesse riparare all'onore offeso della
moglie o della sorella, e fu invece del bandito Giuseppe
Ruffino; la cui testa la mattina del 17 settembre vedevasi
trionfalmente condotta per la città.

La vera luna di miele apparve finalmente per la Sirignano,
quando, rimasta libera, sposò altro uomo
che la rese felice; e, vissuta lungamente, nella sua
tarda vecchiezza, non cessava scherzevolmente di ripetere:
«Son tanto sdegnata *della verdura*, che dal
1787 non mangiò più insalata» [#]_.

.. [#] Parte di queste circostanze sono mss. in :small-caps:`Villabianca`,
   *Diario* ined., a. 1787, pp. 4, 136-37, e a. 1800, p. 443; parte le
   abbiamo raccolte dalla bocca del Senatore Duca Giulio Benzo
   della Verdura, che ci ha autorizzati a pubblicarle.

Degno riscontro del Landolina, col quale avrebbe
potuto comporre una coppia bene assortita, fu la già
nota Cavaniglia, bizzarro soggetto di conversazione
pei salotti d'allora.

Tipo di dama aristocratica, essa avea portata a Palermo
la grandigia del casato onde veniva, e vi aggiungeva
quella del nuovo nel quale era entrata. Ma
con l'orgoglio del doppio titolo ebbe sfrenata la passione
per tutto ciò che non fosse bello. Il mal corrisposto
marito si divise clamorosamente da lei: e chi
ne seppe le ragioni non potè non dare ragione a lui,
che pure non era un santo. La infedeltà di moglie degradò
[pg!222]
presto in infedeltà di amante: e questa infedeltà,
ripetuta per malsana tendenza, dovea da ultimo
costarle cara. Il 23 agosto 1798, nella via Alloro, sconosciuti
sicari fermano la carrozza nella quale è la
Giuseppina, ed uno di essi imprime sul volto di lei
una scomposta ferita. Non rasoio, non coltello l'arme,
ma un ferro da pistola, stavolta preferito per produrre
uno sfregio. Uno sfregio a donna significa vendetta
di feritore: e F. P. Colonna Romano, secondogenito
del Duca Mario, si era voluto per siffatto modo
vendicare di essere stato dalla volubile donna defraudato
nei diritti acquistati di amante riamato. Fu
detta gelosia la sua, ma fu anche odio mortale [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., agosto 1798, pp. 412-13.

E lasciamo altri fattacci che vanno dal trascorso
giovanile al delitto più maturatamente pensato: dalle
bastonature del cav. Giuseppe Ventimiglia de' Conti
di Pradres al suo *volante*, che però, non potendone
più, finiva col freddare il padrone (aprile 1798), e dalle
stoccate di Saverio Oneto allo zio paterno in pubblico
Cassaro sino agli assassini *fin de siècle* perpetrati da
un certo signore di Catania. Lasciamoli dove sono
questi fattacci, che nelle spesse maglie della rete della
umana debolezza raccolgono pure fughe di perseguitati
dalla Corte Capitaniale di Palermo, appropriazioni
indebite di gioie ricevute in deposito, scassinazioni
notturne di porte di gentildonne, e via discorrendo [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVII, pp. 377-78;
   XXVIII, pp. 322-23, 181, 227 e segg., 208. — :small-caps:`Alessi`, *Prontuario*
   cit., p. 13.

[pg!223]

Gli animi fremevano ad ogni passo, ed invocavano
giustizia severa di tanti che abusavano della lor posizione
disonorando i buoni che degnamente portavano
titoli aviti.

«Oh gran virtù dei cavalieri antichi!» viene da
esclamare alla stupefacente notizia che un giovinetto
di Casa Ventimiglia (Giovanni Luigi), solo perchè dei
Marchesi Geraci, rifiutava la nomina viceregia di Senatore. — Rifiutava
quel che altri ambiva? — Sì, perchè
egli non tenevasi della comunanza dei signori siciliani.
I predecessori di lui avevan trattato da pari
a pari coi re di Sicilia, usato la formola reale *Dei
gratia*, vantato di poter coniare moneta e d'esser dispensati
dagli uffici, relativamente a loro, modesti,
di Senatori [#]_.

.. [#] Leggere nella Biblioteca Commun. di Palermo il ms Qq F
   67, n. 12; *Consulta della Giunta dei Presidenti e Consultore
   ne' titoli dei Marchesi di Geraci* (Pal., 30 Apr. 1700) e l'altro
   Qq F 82, n. 8, p. 168: *Consulta su i titoli che godono i
   Marchesi di Geraci*. Cfr. pure in quest'opera il v. I, cap. IV,
   p. 87.

E veniva anche da fremere considerandosi che mentre
nell'aula del tribunale della G. C. Civile il magistrato
sedeva a capo scoperto, egli, questo degenerato
che alteramente entrava, osasse rimanere a capo coperto
(2 febbr. 1792); e, passando dalla Vicaria, esigesse
il saluto militare come quello che il picchetto
di guardia rendeva al proprio superiore, Principe di
Paceco Niccolò Sanseverino (26 luglio 1792) [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1792, pp. 271-72. — :small-caps:`D'Angelo`,
   *Giornale* ined., pp. 23 e 33.

Che importa che i rei (le geste dei quali abbiam dovuto
[pg!224]
per brevità lasciare nel dimenticatoio) venissero
relegati quale alla Colombaja di Trapani, quale in Termini,
quale in Favignana e in Messina! Questo c'è di
fatto: che a capo di pochi mesi, di pochi giorni magari,
essi tornavano allegramente come da un premio
conseguito. E quando i loro compagni in trascorsi,
discolerie, crimini uscivano dal Castello di Palermo,
e tra i sorrisi e le strette di mano di certi amici riandavano
i particolari delle loro spavalderie ed i passatempi
goduti nella così detta prigione, il senno antico
degli attempati signori ne soffriva oh quanto!
Nella severità del volto, nell'abbassare degli occhi pareva
declinassero costoro qualunque solidarietà di ceto
con siffatta genìa, se il ceto poteva determinare ad
abusi di tanta sfrenata prepotenza; ed allora con D.
Giovanni Meli si udivano a mormorare:

   | Oh seculi, oh custumi!...
   | Seculi cchiù birbuni
   | Di chisti nun cci nn'è!

Ma dimenticavano che l'umana tristezza è immensa
quanto il mare, e che se in tante e così brutte maniere
si manifestava in Sicilia, con più raffinata violenza
percorreva fuori di essa la scala della criminalità.
[pg!225]

.. toc-entry:: XIII. Indelicatezze, fallimenti, malversazioni.

CAP. XIII.
==========

.. class:: center large

INDELICATEZZE, FALLIMENTI, MALVERSAZIONI.

Oggi è un gran dire su pei giornali, un gran mormorare
tra i crocchi e le conversazioni, di *indelicatezze*
e di *appropriazioni indebite*, come con la ipocrisia
del nuovo linguaggio si chiamano gl'illeciti guadagni
e le grosse ladrerie di certi uomini pubblici; ma
un soldo di pane che un povero affamato porti via illecitamente
è chiamato sempre *furto*. In passato però
non era diversamente, perchè la pianta-uomo è sempre
una, e là dov'essa cresce e si muove, le virtù vanno
coi vizi, e gli esempi di onestà intemerata hanno
il contrappeso di ributtanti brutture. Dignità ed onori
non impedivano che persone anche in conto di integerrime
prevaricassero a danno delle amministrazioni
alle quali eran preposte e delle quali avrebbero
dovuto esser custodi scrupolosi e zelanti.

Il Meli, che non va mai trascurato quando si parli
dei vecchi costumi, rispecchiando il pensiero dei suoi
concittadini sull'apparente prosperità dei suoi tempi,
[pg!226]
lanciava in una ottava una terribile frecciata sul
magistrato del Comune e sul capo supremo dello Stato
in Sicilia. La freccia però rimaneva nascosta in
casa del poeta, e solo da poco è stata messa in evidenza
nell'epigramma *A Palermu*, che è anteriore al 1800 [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 391, n. XLIX.

L'ardita accusa non determinava fatti speciali; ma
la cronaca spicciolata d'allora deve averne raccontato
qualcuno: il che può aver prestato argomento ai soliti
*pour-parlers* a base di maldicenza. Si parla infatti
della moglie d'un pezzo grosso del Senato, la
quale avrebbe tratto profitto dalla posizione del marito,
oscurando, con doni che riceveva in compenso
di favori, la fama del casato [#]_. Si parla d'altri
pezzi egualmente grossi del medesimo Senato
che avrebbero preso «denari e sborsi di buoni capitali
dai loro subalterni eliggendoli uffiziali, che era
poi in sostanza lo stesso di vendersi il *jus furandi*
perchè si soddisfacessero dell'impieghi che vi avevano
fatti perchè vi campassero sopra».

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, p. 135.

Ma son voci vaghe, che non hanno maggior valore
dei soliti *si dice* della giornata. Si parla altresì di un
Senatore, che col nome di persone di sua fiducia avrebbe
assunta la impresa della beneficiata di S.\ :superscript:`a` Cristina
traendone larghi lucri. La qual cosa il Villabianca
rivela, fieramente tonando contro le turpitudini del
presente in così aperto contrasto con l'onestà del passato.
Di quel passato egli stesso, a proposito della
terza elezione di Ercole Branciforti, Principe di Scordia,
[pg!227]
a Pretore di Palermo, avea potuto scrivere che
la nettezza delle sue mani «lo metteva sommamente
in pregio, e lo rendeva venerando» [#]_.

.. [#] *Diario* ined., a. 1793, p. 22; *Diario*, in *Bibl.*, v. XXI,
   p. 181.

Erano nel palazzo pretorio sette Contestabili: uno
del Pretore, sei de' Senatori. In palazzo e fuori si
diceva di loro *plagas*; e ciò persuadeva il Senato a
destituirli, benchè nominati a vita. Ricorrevano costoro
all'autorità competente; ma ne uscivano col danno
e le beffe, perchè la loro reità restava luminosamente
confermata da fatti e testimonianze; e l'autorità
in persona, che era il Vicerè Caramanico, ordinava
e comandava: «Che il Senato cacci via i sei
Contestabili che assistono i Senatori ed il Contabile
maggiore che assiste il Pretore per affari di annona;
ne eliga, in vece loro, altri tanti in pieno congresso per
un bienno, da scegliersi dal ceto delle maestranze le
più circospette e cittadini onorati, amovibili *ad nutum
etiam sine causa*» ecc. [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1793-94, p. 35.

A titolo di onore ecco i nomi dei coraggiosi che ruppero
contro questa malnata associazione di malfattori:
1. Bald. Platamone, Duca di Belmurgo, Pretore;
2. Ignazio Branciforti; 3. Fr. Parisi, Principe di
Torrebruna; 4. Carlo Cottone, Principe di Villarmosa;
5. Gius. Amato, Principe di Galati; 6. Ignazio
Migliaccio, Principe di Malvagna; 7. Pietro Ascenzo,
Principe di Alcanà.

E giacchè la risoluzione assodava responsabili di
[pg!228]
gravi negligenze i «maestri d'immondezza», che mangiavano
il pane a tradimento, con un tratto di penna
venivano destituiti anch'essi, e soppresso il loro
ufficio; il quale dalla Deputazione dei Nobili per la
pulitezza delle strade veniva affidato ad uffiziali addetti
a consimili incumbenze [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1793, p. 23.

Lasciamo il processo che, proprio al chiudersi del
secolo, si andava compilando contro i Deputati di
piazza [#]_, frodatori del pubblico e del Comune quanto
coloro che nel 1796 avean prestato braccio a quel
ladro di Giovanni Cane, di cui è parola nel cap. *dell'Asilo
sacro*. Questo processo finirà come molti altri:
col «non luogo a procedere» d'oggi.

.. [#] *Atti del Senato*, a. 1800-1801, p. 158.

Quello però che accadeva al Pretore Regalmici è
mostruoso.

Richiesto dal Governo di Napoli, il Talamanca La
Grua nel 1779 spediva nel corso di venti giorni duemila
salme di farina. Chi poteva sospettarla adulterata?
Eppure lo era: e la spiacevole notizia egli la
apprese per una gran lavata di capo venutagli dalla
Corte di Napoli, egli primo magistrato della città,
pieno di energia e di zelo per tutto ciò che fosse pubblico
bene. Ah no, il Regalmici non meritava quel
rimprovero! E quando la Corte di Napoli e quella
di Palermo se ne accorsero, bandirono il taglione contro
il colpevole, Giuseppe di Maggio di Cristoforo, il
quale pensò a salvarsi in tempo [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, pp. 370-71.

[pg!229]

Non del tutto dissimili procedevano sovente le sorti
di alcuni istituti filiali del Senato. La grotta di S.\ :superscript:`a`
Rosalia sul Pellegrino e la Cappella di S.\ :superscript:`a` Rosalia
nel Duomo, la Cappella della Immacolata a S. Francesco
e la chiesa di S. Rocco, la Deputazione per le
quarant'ore e quella per la Casa di S.\ :superscript:`a` Caterina da
Siena, con l'altra della Casa e Rifugio delle malmaritate,
la Suprema generale Deputazione di salute e
la Deputazione del Molo, delle torri, delle strade,
quelle della Biblioteca, della Villa Giulia, della Fontana
Pretoria, delle Nuove Gabelle, dei Corsi d'acqua,
del Monte di Pietà, della Tavola, dell'Ospedale grande
e nuovo, dell'Ospedale S. Bartolomeo, del Pantano
di Mondello; e poi le altre per la terra della Bagheria,
pel feudo della Baronia di Solanto, per la Terra
di Partinico, e per la Sicciara (Balestrate), tutte
avevano amministratori proprî, dipendenti però dai
centrali del Comune (1784-85).

I più eran modello di rigidi amministratori; alcuni
però per vecchi abusi d'ufficiali, per fiacchezza
od inesperienza erano da meno, pur non potendosi
incolpare di opere disoneste; ma ve ne erano degni
del carcere e della corda.

La indelicatezza dalle basse sfere montava alle
alte.

Il rigore che vuole apportarsi oggi nelle amministrazioni
pubbliche leva al cielo i passati tempi vantati
avversi a gratificazioni e compensi di qualunque
maniera. È un richiamo che tradisce la ignoranza
storica. Le gratificazioni, i compensi, anche per servigi
[pg!230]
privati, v'erano anche allora: ma portavano altro
nome, e alcuni, quello di «toghe d'allegrezza».
Nel capitolo sopra il *Senato* ed i *Senatori* ne abbiamo
detto qualche cosa, anzi più che qualche cosa: il
che ci dispensa da nuove spiacevoli indicazioni.

La Tavola (Banco) poi ne offriva il peggiore esempio
col pretesto di nuove nomine di alti rappresentanti
dello Stato: e l'esempio partiva *ab alto*, dai
Governatori. Nel 1780 si adunavano essi pel conseguimento
di siffatta toga all'arrivo del Presidente del
Regno D. Antonio de Cortada y Bru: e credevano
di non venir meno ai doveri di convenienza, di dignità,
di rispetto alla qualità loro, attribuendosi quei favori.
Il Cancelliere della Città, che ne veniva a conoscenza,
«faceva sentire la sua voce acciò si dessero
pure a lui, segretario del Banco, le toghe d'allegrezza
e di lutto [anche pel lutto se ne aveano!] ogni
qual volta si ripartivano ai Governatori ed agli alti
ufficiali». Di più ancora: nel 1784 si deliberava di
chiedere il permesso che si spedisse il pagamento non
di una ma di due toghe, cioè di allegrezza e di lutto
a favore del Principe di Mezzojuso, Sindaco: e nel
1785, per un nuovo parto della Regina, altre toghe si
distribuissero fra loro i Governatori [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1779-80, pp. 387 e 679; a. 1783-84,
   p. 451; a. 1784-85, p. 281.

Le severe proibizioni ai Governatori del Monte ad
ammettere nella Conservatoria di S.\ :superscript:`a` Lucia ragazze
che avessero oltrepassata l'età voluta dai regolamenti
e che non fossero orfane rompevano contro il capriccio
[pg!231]
o il *favoritismo* dei Governatori medesimi.
Quante volte non si passava sopra questa ultima e radicale
condizione di ammissione, con pregiudizio di
orfanelle povere ed abbandonate! Nel solo anno 1780
e in una sola consulta si fecero entrare fino a sette
fanciulle, i genitori delle quali eran vivi e sani. Vivo
e sano il padre della ragazza Gerfo, ammessa nel
1781; vivo e sano il padre di Rosa Sabatino nel 1782;
vivo e sano quello di Marianna Ciminello nel 1783 [#]_
e, scandalo forse unico nel genere, che disonora tutta
una amministrazione, fu lo iniquo voto che ammetteva
al sorteggio di un secondo legato di maritaggio
Maria Anna Noto (1787), la cui sorella poco prima
di lei altro ne avea conseguito [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato* a. 1779-80, p. 643; a. 1781-82, pp. 63
   e 918; a. 1783-84, p. 741.

.. [#] *Provviste del Senato* a. 1787-88, p. 411.

Di parzialità in parzialità il Senato confermava
in carica Governatori scaduti, per virtù di capitoli,
non rieleggibili; ed i Governatori eleggevano avvocati
soprannumerarî del Monte Salv. Coglitore e Girolamo
Maurici, Francesco Ardizzone e Giuseppe Eschero:
un collegio di forensi, al quale tutto poteva
abbondare fuori che cause e litigi, e nominavano altresì
avvocato straordinario con dispensa di un atto
necessario e quindi indebitamente Domenico Candia.

Era tuttavia sonora l'eco delle tremilaseicento onze
dai Governatori del Monte di Pietà spese per la
copertura dell'edificio (1776); si parlava delle regalie
che questi avean prodigate ai sopraintendenti delle
[pg!232]
imprese, e delle gratificazioni più che vergognose che
si erano essi attribuite [#]_; e già nel 1785 veniva in
luce un nuovo gravissimo fatto, che gettava la desolazione
nei poveri, lo sgomento nel paese: il fallimento
dell'istituto. Gregorio Spadafora, «Amministratore
e Razionale del ripartimento del Prèstamo»,
presentava un ammanco di 60,000 scudi circa. Alcuni
ufficiali gli avean tenuto il sacco, e si eran salvati con
la fuga. Della reità dello Spadafora nessuno dubitava:
un lungo capitolo in versi accusava, amaramente
scherzando, il reo, che a giustificare le agiatezze alle
quali si era abbandonato dava a credere il rinvenimento
d'un tesoro [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 60.

.. [#] :small-caps:`Torremuzza`, *Giornale Istorico* ined., p. 217 *retro*.
   :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1785, pp. 44-46 e 78.

Disastro così grave ne metteva in luce un altro meno
generale, ma non meno grave. Ignazio Mustica,
cassiere del civico Banco, falliva d'una ingentissima
somma: chi facevala ammontare a cinquanta, chi a
settantamila scudi. Come avea potuto egli trascinare
a così inattesa iattura il paese? Con la connivenza
e la cooperazione di alcuni ribaldi: il *libreri* (ragioniere)
Giuseppe La Rosa e lo scritturale Salvatore
del Carretto; coi quali, appena scoperto, prendeva il
largo, più destro e fortunato degli autori delle frodi
e falsità commesse contro la fede pubblica pel Caricatore
di Sciacca (1772) [#]_. Caracciolo, irritatissimo,
bandiva una taglia di cento onze (L. 1275) a chi
[pg!233]
li trovasse. La gente, indignata dei Governatori, ne
reclamava la punizione: e la Corte pretoria mandava
per mezzo dei suoi soldati di marina a catturar
costoro, i quali non si sa quanto ci entrassero. Erano
essi il mercante Innocenzo Lugaro e gli ex-Senatori
nobili Corrado Romagnolo (quello da cui prende ora
nome la deliziosa contrada oltre la Villa Giulia) e
Vincenzo Parisi: che però, infermo, rimaneva carcerato
in casa sotto mallevaria del Duca di Cefalà:
tutti e tre issofatto deposti dal Senato e sostituiti
con altri più coscienti dei doveri elementari di giustizia
e di onestà.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XX, pp. 111-12.

Un erudito, testimonio del fermento dei Palermitani
a tanta frode, se ne addolorava non solo pel danno
economico che alla Città ne derivava, e pel discredito
della nazione presso il mondo, ma anche perchè
c'era di mezzo un Vicerè napoletano, il Caracciolo, il
quale detestava i Siciliani.

Egli, peraltro, ordinava una inchiesta sulle opere
filiali del Senato e sulle regie [#]_. Evidentemente, le
inchieste dopo un disastro, non sono provvedimenti o
lustre recentissime!

.. [#] :small-caps:`Torremuzza`, *Giorn. Ist.* ined., p. 217 *retro*. — :small-caps:`Villabianca`,
   *Diario* ined., a. 1785, pp. 44-46 e 78.

Delitti, se non identici, simili a questi due, ripetevansi
quasi contemporaneamente (incredibile!) negli
anni 1798 e 1799 tanto nel Monte di Pietà quanto
nel Banco. Furti ed imbrogli nell'uno, furti ed imbrogli
nell'altro: e noi lasceremo al Sindaco ed ai
[pg!234]
Governatori, venuti a capo delle frodi commesse dai
loro ufficiali, la briga d'istruirne il processo, ed al
Governo, l'ordine di una nuova inchiesta. Così l'avessero
fatta per le duemila onze state spese per la costruzione
del portico del Monte di Pietà nel 1790! [#]_.

.. [#] *Atti del Senato* a. 1798-99, p. 245. — :small-caps:`Villabianca`, *Diario*
   ined. a. 1798, pp. 541-45; a. 1799, pp. 466, 473, 493; a. 1790,
   pp. 327 e 470.

Non irragionevoli sospetti sulle amministrazioni
dei due spedali Grande e di S. Bartolomeo lasciavasi
sfuggire il Villabianca. Gli spedalieri, egli diceva,
son perpetui, ed «è facile assai e assai [più] di una
volta prevaricare. Non vi è più dannoso nelle opere
pubbliche, e sopra tutto opere pie, che la perpetuità
di officio nei loro rettori»: e lo diceva lamentando le
cattive condizioni di entrambi gl'istituti di carità.

Altra maniera di frodi era quella della usurpazione
di suolo pubblico per parte di alti personaggi
del Governo d'allora, e perchè alti, lasciati in pace a
godersi l'altrui. Data dal 1767, e quindi lontano dal
tempo del quale ci occupiamo, il complemento della
casa Asmundo Paternò di fronte alla Cattedrale. L'Asmundo,
padre di quel G. Battista palermitano, che
fu Presidente del Concistoro e del Supremo Magistrato
del Commercio, e più tardi (1803-6) Presidente del
Regno, ne decorò sontuosamente il prospetto, e vi fece
alzare pilastri di grandi dimensioni che uscirono
fuori i limiti del palazzo, sporgendo sul corso. Ma il
Paternò era Presidente del real Patrimonio, e nessuno
ardì richiamarlo al dovere. Ben lo richiamò invece,
[pg!235]
ma senza frutto, perchè l'abuso passò senza una
parola del Senato, le seguente canzonetta:

*Mentri si fabbricava la casa di lu sù Presidenti
Paternò.*

   |   Avanti c'era un muttu cu sta frasa:
   | Lu Prisidenti è un cunigghiu di ddisa;
   | Ma ora chi crisciu cu la sò casa,
   | Si chiama la tartuca catanisa.
   | Lu Cassaru strinciu cu la sò spasa:
   | Omu putenti pigghiau chista 'mprisa,
   | Pirchì la giustizia è vastasa
   | E a cui c'incumbi si la pigghia a risa.
   | Pri civiltà la manu si ci vasa:
   | Ma 'un si ci loda sta spasa e sta spisa.
   | Un palmu e menzu si ritiri e trasa,
   | E a cui nun voli ci vegna la scisa [#]_!

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, pp. 23-24.

Non ostante che lontano da noi, questo abuso concorre
a lumeggiare l'ambiente, e giova a farci capire
come potessero avvenire certe cose anche fuori la
città murata.

Andando verso i Colli, presso la Favorita, è una
villa, che fu già superba di marmi, busti, mobili e
vasellame. Il denaro vi fu profuso con larghezza principesca.
Innanzi ha una ampia piazza, chiusa da inferriata,
che ingombra la strada, e solo da pochi anni
fatta rientrare dall'Autorità municipale per rendere
estetico il luogo. Dietro è un parco che potrebbe
dirsi reale. Quel terreno fu affermato proprietà del
Comune, ed un signore aver potuto farlo suo, perchè
Presidente del Tribunale della Gran Corte e Luogotenente
di Maestro Giustiziere. I contemporanei
[pg!236]
ebbero per lui parole più che severe, l'eco delle quali
ripercotevasi in accuse ben determinate alla Corte
di Napoli; donde il 6 febbraio 1786 come fulmine a
ciel sereno giungeva un decreto di destituzione. Quella
villa, già delizia ed orgoglio, fu baratro del possessore:
e quando il potente di ieri non ebbe più modo
di rialzarsi, lo si chiamò responsabile di sentenze
inique contro il Principe di Belvedere, di basse compiacenze
al Caracciolo a carico del patrimonio di
S. Orsola, di rovina del commercio esterno: giudizî
che vuolsi esser cauti ad accogliere, giacchè molto
può avervi concorso la leggerezza dei facili novellieri,
l'invidia dei non favoriti, le ire di parte lungamente
represse.
[pg!237]

.. toc-entry:: XIV. Asilo sacro, o Immunità ecclesiastica.

CAP. XIV.
=========

.. class:: center large

ASILO SACRO, O IMMUNITÀ ECCLESIASTICA.

Avanzo odioso di Medio evo, al quale i venturi
stenteranno a credere se non ci fosse il conforto della
storia, è quello dell'asilo sacro, sia altrimenti detto
immunità ecclesiastica, reclamato dalla chiesa, conceduto
dai governi.

In forza di esso un reo che voleva sfuggire ai rigori
della giustizia, senza discorrer sopra la natura
della reità commessa, poteva — e qui sta bene mutare
il presente in passato — correre come a luogo intangibile
verso una chiesa. Una volta bastava ch'egli mettesse
piede in un circuito di 40 passi se la chiesa fosse
maggiore, di 30 se minore [#]_: poi, giudicata anche
dagli stessi canoni troppo severamente tanta larghezza
d'interpretazione, venne da una bolla pontificia ridotta.
[pg!238]
Pure bastava sempre che il reo raggiungesse
un gradino del recinto, o toccasse con le mani una
porta o le mura, o si appoggiasse con le spalle al
fabbricato della chiesa, perchè potesse ritenersi uscito
dalla competenza della giustizia ordinaria e passato
a quella ecclesiastica. Sotto di essa allora godeva
la immunità, salvo a doversi poi accertare fino a qual
punto potesse egli accamparsi sotto le grandi ale dell'Ordinario
della sua diocesi o, dove fosse sede vacante,
dell'Ordinario della diocesi più vicina.

.. [#] La misura partiva dalle mura della chiesa. Un passo
   costava di cinque piedi; un *piede* di quindici dita. Vedi :small-caps:`Fr.
   Gastone`, *De spatio asyli ecclesiastici: Canonica Dissertatio
   in causa immunitatis edita*, art. II. Panormi, ex Typographia
   A. Epiri. 1699.

Fatto sociale, politico, giuridico di tanta gravità
fu tema di lunghe e non sempre calme controversie
sul vecchio privilegio, divenuto abuso di delinquenti,
ostacolo al libero esercizio della giustizia, ribellione
aperta alle leggi divine, ai diritti della ragione, che
vogliono punito chi abbia fatto del male con la coscienza
e la volontà di farlo.

L'esistenza di una *Congregazione della Immunità*
in Roma fa supporre con che ardore si dovessero
guardare le liti di questo genere, sulle quali non si
arrestavano recriminazioni di vescovi, risoluzioni di
cardinali, bolle di pontefici e, che è più, minacce di
censure ai violatori dei luoghi immuni. Siffatte bolle
non sempre si volevan ricevere dai principi, perchè
essi vi vedevano menomata la loro autorità, lesi i diritti
dello Stato a beneficio dell'individuo «di bassa
estrazione», ed a pericolo della sicurezza pubblica.

In Sicilia entrarono nello spinoso campo del contrastato
diritto Francesco Gastone, P. Gambacurta,
M. Cutelli ed altri giureconsulti d'incontestabile
[pg!239]
valore [#]_: e se non fosse intervenuta l'opera moderatrice
di Benedetto XIV, forse omicidî, fallimenti fraudolenti,
debiti al fisco o al pubblico ed altri delitti
contro la retta ragione si sarebbero anche tra noi a
lungo accresciuti con la larva della legalità di asilo.
Le restrizioni del sapiente pontefice ridussero la immunità,
ed in Palermo fu concessione di lui il divieto
di rifugio privilegiato nelle due chiese di S. Sebastiano
e di S. Paolo dentro il quartiere militare degli
Spagnuoli (oggi S. Giacomo). Ma la immunità fu pur
sempre un privilegio, che certi nemici di essa o accettarono
senza discussione, o subirono a favore di
chi senza sua volontà o per puro accidente trascorresse
ad eccessi anche gravi contro le persone. L'accettarono
o si rassegnarono a subirla «per una cosa
ragionevole e legittima, com'è quella dell'offesa commessa
nel calor dell'ira o della rissa, se l'offensore
sia stato provocato acerbamente, e in guisa tale che
il delitto possa dirsi quasi involontario ed estorto dall'umana
fragilità più che dal consiglio ed animo deliberato
di nuocere altrui» [#]_.

.. [#] P. :small-caps:`Gambacurta`, *De Immunitate Ecclesiarum in constitutionem
   Gregorii XIV, P.M., Libri octo.* Lugduni, 1622. — :small-caps:`M.
   Cutelli`, *De prisca et recenti Immunitate Ecclesiae et ecclesiasticorum
   libertate generales controversiae.* Matriti, ex
   Typographia regia 1647.

.. [#] *Discorso sopra l'Asilo ecclesiastico*, p. I.ª, § XX, XXIII,
   in Firenze, MDCCLXV.

Altri invece non si seppero rassegnare, e tra essi
un ecclesiastico e nobile palermitano, il quale nel 1775
scriveva:
[pg!240]

«Lascio di far parola del danno che fa alla Republica
l'abuso del diritto d'asilo, che nei suoi limiti
è venerabile e sagrosanto, ma nei suoi eccessi è la
maggior onta che possa darsi a' malfattori, ladri,
assassini, omicidi per devastare con sicurezza i beni
e la vita dei cittadini, e per turbare la pubblica tranquillità».

E venendo a quelli che della veste talare si giovavano
per la impunità dei loro reati aggiungeva:

«Chierici di ordini minori vogliono approfittarsi
soverchiamente dell'immunità personale in oltraggio
della Repubblica, e secondo loro torna a grado fan
cadere e fan crescere i capelli della loro cherica, tolgono
e rimettono al loro collo l'azzurro lenzuolino per
aver largo di commettere impunemente i maggiori
delitti» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Santacolomba`, *L'Educazione*, pp. 361-62.

Lasciamo a chi voglia di proposito occuparsi di
questo strano fenomeno legalizzato, che offre curiosi
documenti delle conseguenze alle quali può condurre
l'applicazione d'un diritto e d'un privilegio di siffatta
natura. Certo, la storia della legislazione penale
avrà molto da dire sul proposito anche in Sicilia.
Cronache e pubblici strumenti ci ricordano quel Carlo
Cento, «locatario della gabella del pesce», che nel
1784 fallì per debito di una grossa somma, e «non
potendo pagare, prese il rifugio della chiesa in compagnia
di suo genero e fidejussore per esimersi di persona
dalle coercizioni giudiziarie fattegli dal
[pg!241]
magistrato.» [#]_. Ci ricordano quel Vincenzo Stroncone,
carcerato a nome della chiesa nella Vicaria, pel quale
con una disposizione pari a quella relativa al celebre
Ab. Vella, si ordinava dal Vicerè la scarcerazione
dalla Vicaria e la detenzione in casa in luogo
di chiesa [#]_ (povera chiesa, pigliata anche qui a prestito
dalle autorità politiche per coonestare infrazioni
di leggi, come più tardi, la mondanità degli spettacoli
teatrali! [#]_). Ci ricordano la fuga del Duca di
Sperlinga Saverio Oneto nella chiesa dei Cocchieri,
immediatamente dopo ucciso il provocante D. Michele.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVIII, p. 266.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1785-86, pp. 548 e 588.

.. [#] Vedi il cap. *Teatro*.

E poichè la immunità era il *salva nos* dei frodatori
del denaro pubblico e privato, ecco nel 1794 il fallimento
per migliaia e migliaia di scudi a danno del
Senato da parte «dei gabellotti del partito della neve
di provvista della città». Giusto allora un certo Principe,
«amministratore generale della neve, si cautelò
sopra la chiesa dei PP. Mercedarî del Molo alli
Cartara», (chiesa demolita non è guari), e «Girolamo
Tagliavia ed Adamo se ne scappò da Palermo»,
anche per fallimento a danno di parecchi altri negozianti.

Giovanni Cane, «carbonaio di estrazione nell'arredamento
della provvisione del carbone a male per
la città», per molti mesi vendette a 14 o 15 tarì la
salma il carbone che avrebbe dovuto per accordo ed
ordine del Senato vendere solo a 12 tarì (L. 5,10).
[pg!242]
Guarentito dai suoi amici, scampava il carcere; ma
il ribaldo lasciava nelle peste i suoi benefattori col
solito rifugio sacro; come a breve distanza di tempo
facevano nella chiesa di S. Domenico certi rei di tumulto [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1794, p. 619; ed a. 1796,
   p. 379.

Ecco G. B. Salerno, per mancata fidejussione, sottrarsi
in una chiesa ai rigori della legge e dopo cinque
anni di perduta libertà, stando sempre dentro o
innanzi la chiesa, impetrar grazia al Re che volesse
condonargli la pena in considerazione d'una paralisi
ond'era stato colpito durante lo asilo e della estrema
miseria alla quale e lui e la sua famiglia si eran
ridotti [#]_.

.. [#] *Penes Acto* del 1799, nello Archivio Comunale di Palermo.

Ma nel privilegio erano tante condizioni, eccezioni,
riserbe che l'osservanza di esso rendeva eccessivamente
complicata la procedura ecclesiastica e, peggio,
la criminale e civile ordinaria, quando ci fosse
stato mezzo di afferrarsi ad un addentellato qualsiasi.
Vi sono esempî di salvaguardia accordata dall'autorità
ecclesiastica per ragioni del tutto frivole: ed un
Conte, dopo d'essere stato per due mesi nel convento
di S. Francesco li Chiodari, volendosi costituire alla
giustizia civile, otteneva una salvaguardia della sua
persona nel convento medesimo [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1785, p. 70.

E non pur complicata, ma anche elastica era quella
[pg!243]
procedura. Nelle chiese nelle quali mancavano luoghi
comodi, il reo era facoltato ad uscire ogni volta che
un bisogno lo imponesse. La immunità accompagnavalo
anche per questo: e nessuno, in quel prosaico
quarto d'ora, o per condizioni speciali patologiche, le
quali potevano prolungarsi o ripetersi più volte al
giorno, avea diritto di coglierlo in infrazione di legge
d'asilo [#]_. Guai allora, o nel momento della funzione
fisiologica, o stando egli comodamente in chiesa, a
mettergli le mani addosso!

.. [#] :small-caps:`Gastone`, *De spatio*, art. II.

Il 4 ottobre 1785 tre soldati della Compagnia rusticana
di Capitan reale di Palermo strappavano violentemente
dalla chiesa del convento francescano degli
Scalzi un secolare testè rifugiatovisi per non so quale
delitto audacemente commesso. Quei poveri soldati
dovevano averne le tasche piene: sicchè, ghermitolo
appena, lo bastonavano di santa ragione e lo graziavano
d'una coltellata. Ne nasceva un putiferio, ed il
Governo si affrettava a punire quanto più severamente
potesse i suoi agenti infliggendo loro anche la condanna
di farsi assolvere della scomunica nella quale
erano incorsi.

Se vogliamo saperne qualche cosa, chiediamone al
Villabianca il quale fu presente e descrisse la scena.

«L'assoluzione, egli racconta, fu data da uno dei
canonici della Metropolitana, Orazio la Torre dei Principi
la Torre. Vestito pontificalmente con mitra in
testa e con cappa magna di color violaceo, costui si
[pg!244]
postò a sedere in sedia privata sopra di un talamo di
tavole, apparato di tela azzurra, e senza coltra, che
fu innalzato innanzi la porta falsa della chiesa di
Porto Salvo nel Largo della Marina. Due vivandieri,
o sian prebendati del Duomo, furono ad assisterlo,
sedendo su due banchetti coperti di panni neri assieme
con parecchi rossolilli, che son li ragazzi sagrestani
della maggior chiesa. E qui facendosi salire li scomunicati,
si denudarono ad essi le spalle. In questa situazione
di cose gridò tosto il Canonico una erudita
ed elegante concione al popolo che vi stava di sotto,
concorsovi innumerabile, a portar rispetto alla chiesa,
e battendo più volte i rei nelle spalle con verga di granato,
s'ascoltò in tale atto la intonazione del *Miserere*
dei defunti *ad petendam Dei misericordiam* fattavi
dai suoi assistenti. Passò alla fine all'assoluzione pubblica,
che a quelli concesse in ampia forma, giusta
il rito di Santa Chiesa, con che prese termine il tetro,
triste spettacolo» [#]_.

.. [#] *Diario* ined., a. 1785, p. 286.

E pensare che era Vicerè D. Domenico Caracciolo.

Guardando con serenità agli effetti dell'abusiva interpretazione
del diritto d'asilo sacro, il Vicerè Principe
di Caramanico nel 1787 evocava le antiche discipline
in proposito, ed ordinava:

«Quando gl'inquisiti prendono l'asilo della chiesa,
deve da tutte le Corti capitaniali osservarsi la seguente
regola: se sono rei di omicidio o di grave ferizione,
che possa cagionare la morte, o pure fossero
[pg!245]
pubblici ladroni e stradarj, o rei di lesa Maestà divina
ed umana, in *primo vel secundo capite*, o di dolosa
decozione o di altro qualunque delitto, escluso
dall'immunità ecclesiastica per l'ultima bolla di Benedetto
XIV, esecutoriata in Regno, in tali casi, chiesto
il braccio ecclesiastico, si prendano e si carcerino
per la chiesa coll'avvertenza dello spettabile Avvocato
fiscale. Tali carcerati non si possono citare, nè subire,
nè restringere sino alla sentenza dell'esclusione
dell'immunità, ma si devono cautelosamente custodire.
Proferita quindi la sentenza esclusiva dell'immunità
locali, si devono ripetere i testimonj *citato reo*. Se
dal Vicario locale del Vescovo si niegasse il braccio, o
pur si ritardasse al segno che potesse temersi la fuga
del reo, si prenda dalla chiesa e si carceri senza il
braccio ecclesiastico e se ne dia subito conto allo spettabile
Avvocato fiscale con mandarglisi la relazione
degli officiali, a' quali venne negato il braccio ecclesiastico».

Come si vede, qualche restrizione, un po' timidamente
se si vuole, ma con una certa precisione, è fatta.
Pure la preoccupazione per le conseguenze d'un passo
falso, d'un abuso anche piccolo a danno dei godenti
il diritto d'immunità, si tradisce in ogni parola, ed è
evidente nel seguito dell'articolo:

«I rei di tutti gli altri delitti non esclusi dal sacro
asilo, si lascino sopra chiesa, e sia della cura del Capitano
e degli altri officiali il coglierli fuori chiesa.
Se però facessero abuso del sacro asilo in qualunque
maniera o con uscir fuori, o con commettere nella
[pg!246]
chiesa medesima delle enormità e tresche scandalose,
o con ripostare in chiesa i furti da altri commessi:
col braccio ecclesiastico, nella maniera sovra espressata,
si prendano e si carcerino per la chiesa colla
suddetta avvertenza; e per non incorrere nelle conseguenze
di così grave partito, si compili colla maggior
sollecitudine il processicolo del fatto abuso, e si mandi
al Tribunale o allo spettabile Avvocato fiscale».

E per gli ecclesiastici?

«Se un prete o un chierico *in minoribus*, regolare
e secolare, commette un atroce delitto, a norma del
reale rescritto del 1777, la Corte Capitaniale ne compila
il processo, e, finitolo, col braccio del Vicario ecclesiastico,
deve arrestarlo. Se non che, pel chierico
importa assicurarsi se, giusta i due requisiti del Concilio
di Trento, prescritti pel godimento del foro ecclesiastico,
egli abbia portato l'abito e sia andato a
tonsura» [#]_.

.. [#] *Istruzioni per l'Amministrazione della Giustizia nelle
   occorrenze delle cause e materie criminali*, nn. XXXIV e
   XXXV. Vedi *Pratica per la formazione dei processi criminali
   composta dal* Dr. D. :small-caps:`Zenobio Russo` e :small-caps:`Diana`. Nuova edizione,
   pp. 294-96. In Palermo, Felicella.

E già prima del Caramanico altre disposizioni particolari
volevano che quelli «che sono rifugiati in
chiesa, non potendo star in giudizio, non possano essere
intesi se non si presentano nelle forze della Giustizia»
ordinaria; e che se «il reo trovasi rifugiato
sopra la chiesa, la citazione o sia per affissione o per
pubblico proclama sarebbe nulla» [#]_.

.. [#] *Istruzioni*, n. XXII, p. 121.

[pg!247]

Di quest'ordinamento, che costituisce tutta una legislazione,
come abbiam detto, complicata, ed una
procedura più complicata ancora, che cosa rimane
oggi?

Null'altro che vaghi ricordi tradizionali. Una frase
del dialetto parlato accenna all'ultima forma nella
quale pare essersi ridotto il privilegio. Chi *spinte o
sponte* faccia delle spese eccessive o superiori alle proprie
forze, e sia o si presuma o voglia farsi credere
nella via della rovina finanziaria, dolendosi di chi o
con chi sia causa continua del minacciato disastro che
lo porterà a fallire, esclama: *Jennu di sta manera,
vaju a pigghiu la chiesa di pettu* (andando di questo
passo, io sarò costretto a correre verso la chiesa).
*Pigghiari la chiesa di pettu* significa: ridursi al verde,
fallire: frase, in questo senso, non interpretata da
nessun vocabolarista del dialetto!

Nei giuochi siciliani ve n'è uno, solito a farsi specialmente
di sera, nel quale una frotta di fanciulli
raffiguranti ladri si appiatta in un dato posto; un'altra,
di birri, va in cerca di quella per catturarla. Vedendosi
scoperti, i ladri si danno a precipitosa fuga; e
i birri ad inseguirli fino alla sbarra, o meta, che in
una delle molte varianti del giuoco si chiama *chiesa*.
Se gl'inseguiti vengon presi innanzi di giungere alla
meta o *chiesa*, vanno sotto, e pagano la pena; se no,
appena toccano chiesa, luogo immune, non possono
più esser molestati e rimangono intangibili.

Chi avrebbe mai detto che un privilegio che diede
tanti grattacapi a Vicerè, che turbò tanti sogni di Capitani
[pg!248]
giustizieri, che fece tremare tanti giudici, dovesse
un giorno andarsi a confinare tra i divertimenti
dei monelli! [#]_.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Giuochi fanciulleschi sic.*, nn. 144, 188, 192; e p.
   LXIII. Palermo, 1883.

*Tout passe, tout casse, tout lasse!*
[pg!249]

.. toc-entry:: XV. Oziosi, vagabondi, accattoni, «cassariote». Carestia.

CAP. XV.
========

.. class:: center large

OZIOSI, VAGABONDI, ACCATTONI, «CASSARIOTE», CARESTIA.

All'ozio d'alcuni della società partecipava con altra
forma, e in maniera non sai se più riprovevole o
disgustosa, l'infima classe del popolo, e, in minore intensità
e numero, la mezzana.

Il lavoro difettava; troppi i maestri perchè tutti
potessero trovarne; scarsi gli espedienti a campare la
vita, per naturale ignavia, per suggestivo esempio di
chi poltriva, resa talora inetta.

Al primo giunger tra noi i forestieri rimanevano
sorpresi nel vedere «il turbine di popolaglia che, dopo
di aver esaurita la campagna, rigurgitava in città,
dove dietro un'abbondanza indolente, si moltiplicava
come gl'insetti, sui quali non è dato conoscere
le vedute della natura, e che pur sembrano nati per
consumare. Codesta gente, difatti, si vedeva abitualmente
formicolare, ronzare nei mercati, attorno a'
commestibili» [#]_.

.. [#] Un voyageur italien, *Lettres sur la Sicile*, pp. 5-6.

[pg!250]

Gli stessi paesani ne rimanevano sconcertati. «Basta
passeggiare, diceva uno di essi, una sera d'està
alla Marina, o entrare in una chiesa, ove sieno le
quarant'ore, per veder l'abbondanza di questi allegri
pezzenti. L'Italia in verità n'è troppo ripiena,
e gli oltramontani che approdano ai nostri lidi, gli
osservano con maraviglia. Or non si dubita che tutti
questi vilissimi sfaccendati sieno la feccia, il capo
morto, anzi la peste della repubblica: il saggio braccio
del Governo tante volte ha cercato darvi riparo,
ma l'erba selvaggia per germogliare in un campo
non ha bisogno di agricoltore». E conchiudeva:
«Questa gente è detestabile: chi non ha talento per
gli studi, vada alle arti; chi non è abile alle arti,
faccia il facchino, piuttosto che l'ozioso» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Santacolomba`, *L'Educazione*, p. 376. Vedi anche :small-caps:`Bartels`,
   *Briefe*, v. III, pp. 579-80.

Altro siciliano, assai più autorevole, il Meli:

«Migliaia d'infingardi datisi al commodo mestiere
d'accattoni, vanno trascinandosi per la città, infingendosi
ciechi o storpi, e studiando con comico artifizio
assalir da tutti i lati la commiserazione della
pia gente, soffocando con lamentevoli strida la fioca
voce de' veri poveri, perchè inabili alla fatica, sottraendo
e perciò rubando loro le necessarie elemosine» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Riflessioni*, p. 5.

Sul far della sera codesti lazzaroni gridavano a
perdifiato fino a mezzanotte cercando d'impietosire
e di scroccare qualche poco di limosina. Hager li sentiva
[pg!251]
gridare: «\ *La divina Pruvidenza!.... Puvireddu
mortu di fami!... O boni servi di Diu, faciti la carità!*»
Ma non si commoveva nè punto nè poco, come
«nessuno si commoveva alla loro povertà esteriore.
Il loro aspetto era così orribile che io, dice Hager,
non vidi l'eguale in altra città; ed è paragonabile
solo a quello dei fakiri dell'India» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, p. 121.

Se poi di giorno guardavasi la turba degli accattoni,
poteva studiarsene la natura e la provenienza.
Molti di essi erano d'un ordine relativamente agiato,
i quali «col solito merito della poltroneria si divorano
la mattina due pagnotte calde, ben condite con
lardo e salsicce; poi verso il mezzodì si comprano in
un parlatoio di monastero un buon piatto di maccheroni
ben incaciati, e dopo di aver trincato del
vino in una taverna, si sdraiano su di una panca a
dormire spensierati» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Riflessioni*, pp. 10-11.

Noi li abbiam veduti fino a quarant'anni fa questi
comodi neghittosi, mangiare a due palmenti le pietanze
che uscivano dai monasteri.

Il Governo li conosceva uno per uno, e sapeva chi
di essi fosse vagabondo, chi *ceraolo* [#]_, chi romito,
addestrati tutti alle male arti di spillar danaro con
false apparenze. Contro i quali il 20 giugno del 1789
richiamava le antiche leggi, intese ad impedire il
propagarsi della faziosa turba, che sotto colore di
domandare per Dio, entrava nelle chiese elemosinando,
[pg!252]
e sotto forma di esercitare qualche mestiere, si
dava a quello molto facile di commetter truffe [#]_.

.. [#] *Ciraulu*, cantambanco, cerretano.

.. [#] Bando del Vicerè d'Aquino, Principe di Caramanico,
   20 giugno 1789.

Ma il bando riusciva inefficace a spazzare il terreno
da tanti malvagi parassiti. I forestieri che si
trovavano in Palermo ne vedevano sempre un gran
numero assediare importuni i frati nei chiostri, i devoti
nelle chiese, i civili nei pubblici uffici, i signori
innanzi ai loro palazzi con parole lamentevoli molto
acconce alle circostanze [#]_; sicchè alla distanza di
quattro anni, il bando era seguito da un altro più
particolareggiato e più severo:

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *Briefe*, v. III, p. 582.

«Oziosi son coloro che abili a qualunque fatica,
robusti, accattano la limosina innanzi o dentro la
chiesa, in istrada, nei caffè, affettando piaghe e
sconciature nella persona; coloro che conversano nelle
taverne e si ubbriacano, che vivono frequentando
bagordi, compagnie diffamate, i ladri di sacchetta, i
giocatori di vantaggio, i camorristi, ecc.» Tutti «costoro
saranno condannati con le catene ai piedi» [#]_.

.. [#] Bando cit. del Vicerè Caramanico, 27 maggio 1793.

Truffatori in diversa maniera, ma oziosi e vagabondi,
componevano altra malnata genìa che adescava
al giuoco i semplicioni e gl'ingenui. Ed eccola in una
buona giornata correre nelle vicine campagne, ingombrarla
qua e là «di varie ruote di giocatori di
carte o di dadi con molte frodi del giuoco stesso e con
l'intonazione musicale di orrenda bestemmia. Infelice
il vincitore di oggi; sarà il perditore di domani, e, se
[pg!253]
mai la sorte seguirà a favorirlo, sarà tosto beccato
dagli avidi rostri dei malandrini suoi pari; porzione
taglia da sicario, da brigante, da sgherro, e fa il guardaspalle
la notte a qualche ricco licenzioso; ed in questa
s'inchiude la gente di servizio basso, che per lo più
costa di araldi rei d'illecite voluttà e di guappi custodi
di contrabbandi notturni; porzione è necessitata
a fare all'amore coll'altrui roba, e si dispone a visitar
le carceri, le galee e forse anche le forche; e porzione,
la più inocente, sceglie il mestiere comodo di limosinar
per la città» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Santacolomba`, *L'Educazione*, p. 375.

Particolarità degna di ricordo è quella di certe oscene
canzoni che questi pericolosi vagabondi cantavano nei
luoghi più riposti della città, dove essi si riducevano
a consumare il frutto della illecita loro giornata. Tra
siffatte canzoni una ve n'era che tutte le avanzava di
scostumatezza: *Fra Giunipero*, contro la quale invano
avean tonato bandi vicereali, editti arcivescovili, ed
ultimi, sovrani rescritti, determinati specialmente da
un richiamo fatto dai parrocci in una rappresentanza
al Re in Palermo [#]_.

.. [#] Avviso della R. Segreteria di Giustizia e di Alta Polizia
   in data del 21 Ottobre 1799.

A più increscioso argomento conducono le donne reclutate
nel vasto campo di Citera; le quali molto da
fare davano alla polizia e ne rendevano inutile la vigilanza,
inefficaci i rigori. Il Governo, nelle sue disposizioni,
le accomunava sempre agli oziosi: e nel bando
viceregio del 29 maggio 1793 rivelava le abitudini, i
[pg!254]
fautori ed i posti loro. Quel bando è una pagina di
storia della più amara evidenza. Leggiamolo:

«Poichè è giunto alla notizia di S. E. di esser troppo
avanzato il numero delle donne impudiche, che passeggiano
di notte le strade e luoghi pubblici di questa Capitale
insidiando colle loro lusinghe troppo scandalose
i cittadini di bassa condizione per indurli a commettere
disonestà in mezzo alle strade, d'onde poi ne
deriva notabilissimo pregiudizio a questo pubblico e
fino alla salute della gioventù; perciò volendo S. E.
assolutamente ovviare simili disordini e pubblici scandali,
che recano giornalmente gravissimo nocumento
a questa città e suoi abitanti, ordina, provvede e comanda
che da oggi innanti, suonata che sarà ora una
di notte, le suddette donne impudiche, che pubblicamente
e notoriamente costerà di esser tali, non possano
andar camminando per le strade di questa città,
o sedere sopra li scalini delle chiese e cemeterj, anco
sotto il pretesto di domandar la limosina, nè restar
sotto le pennate [#]_, tanto fuori le porte della città e
della Marina e Cala di questa città; quanto nella Bocceria
della Foglia, della Carne, Ballarò, Feravecchia,
Cassaro e in diverse altre piazze e parti dentro e fuori
di questa città, per quale cosa sogliono accadere i
suddetti inconvenienti, sotto pene alle suddette donne
di mal affare della frusta con otto azzottate (*frustate*),
e di rader loro i capelli la prima volta, e con venti
se saranno recidive, e di rader loro le ciglia» [#]_.

.. [#] *Pinnata*, tettoia.

.. [#] Bando cit. del Vicerè Caramanico.

[pg!255]

Tanto scandalo non ha bisogna di comenti; bensì
è da osservare che esso continuò ancora dell'altro
senza speranza di fine: prova il rescritto sovrano
dianzi citato, nel quale si rileva «che le donne di
pubblico commercio trovansi indistintamente ad abitare
ne' luoghi più frequentati della città, e col loro
cattivo esempio avvelenano le innocenti e rovinano
la gioventù. E talune di esse si vedono in tempo di notte
girar per le strade ed ardiscono di penetrare financo
dietro le porte delle chiese» [#]_.

.. [#] Avviso cit. della R. Segreteria di Giustizia ed Alta polizia.
   Sull'argomento vedi pure il vol. I, cap. II di quest'opera,
   e :small-caps:`Cutrera`, *Storia della prost. in Sicilia*. Palermo, Sandron,
   1903.

Qui una osservazione cade opportuna. Quel che si
è detto sopra le *cassariote* potrebbe far sospettare nel
basso popolo una corruzione che assolutamente non
esiste. Giacchè bisogna distinguere donne perdute (e
queste rappresentano sempre un numero sparuto di
fronte alla gran massa della popolazione, ed uno stato
di delinquenza) da donne che si serbano quali nacquero
e non tentennano nè all'aura dell'ambiente, nè al
vento che spira dalla terraferma. Il popolo si mantiene
come si manteneva refrattario a qualsivoglia
esterna influenza di corruttela, legato sempre alle sue
tradizioni di rispetto a se stesso, di devozione alla
morale, checchè possa esser venuto da fuori, o essersi
fecondato dentro, e qualunque sia l'esempio altrui.

Questo nei tempi ordinari; che dire poi degli straordinarî?
[pg!256]

Nel 1793 le condizioni della città erano lagrimevoli,
desolanti. A cagione della precedente siccità e di una
serie di errori economici del Governo e del Senato, il
paese, privo di frumenti, era in piena carestia.

Gl'indigenti, uomini e donne, brulicavano come
vermi. Furon viste in alcune contrade di Palermo persone
cibarsi di erbe selvatiche, altre raccogliere fichi
immaturi e cuocerli in aceto, altre strappare il pane
che i padroni avean gettato ai cani, altre morire [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., pp. 45-46.

Il Meli vide che

   |   L'erbi cchiù vivi e inutili,
   | Li radichi nocivi
   | Cu l'animali spartinu
   | L'omini appena vivi.

E senza uscire da Palermo osservò pure che

   |   'Mmenzu li strati pubblici
   | Lu passaggeri abbucca
   | Cu facci smunta e pallida
   | Cu pocu d'erba in bucca [#]_.

.. [#] *Poesie: Ode a S. E. Signor D. Francisco d'Aquinu Principi
   di Caramanica e Vicerè di Sicilia.*

La salute pubblica per conseguenza ne soffrì tanto
che le febbri putride furon cagione di grande moria.

Il Monte di Pietà chiude gli sportelli. Le case dei
popolani mancano delle suppellettili necessarie. Scarseggiano
i letti, perchè, venduti gli stramazzi, la maggior
parte dei cavalletti erano stati portati come ferro
vecchio a Napoli. Appena le coperte bastano di notte
a tutelare i corpi [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1793, pp. 196-200. Di ciò
   vedi pure vol. I. cap. VII.

[pg!257]

Allo spettacolo di tanta desolazione Vicerè, Arcivescovo,
signori, benestanti, aprono i loro forzieri.
Il Senato acquista quanto più può di grano, e lo distribuisce
a grandi forni, che mettono in vendita pane
a dodici grani il rotolo: un rotolo quindi ed ott'once,
ed anche due rotoli, un tarì la forma volgarmente
detta *guastidduni* [#]_. Tutte le case religiose regolari
largheggiano di minestra e di pane ai bisognosi, che
a quelle dei Cappuccini si presentano a decine di centinaia.

.. [#] «\ *A dodici grani*», ecc. cioè a cent. 25 di lira grammi
   800 di pane; cosicchè una forma di *guastidduni*, del peso di
   chilogr. 1 e gr. 400, od anche di 1 e 600, veniva a costare
   cent. 42 di lira.

Allora il bisogno di rimandare fuori la città, nei
loro paesi di nascita, i poveri, che sempre, in ogni
grande calamità, affluiscono alla Capitale, come a
luogo di rifugio e di salvezza. Il Principe di Caramanico
a sue spese provvede per alcuni giorni del necessario
alla vita quanti ve ne sono: e su carriaggi, col
sussidio di quattro tarì per uno, li fa accompagnare
da soldati di marina fino a Termini. Ma più ne manda
e più ne vengono, finchè sopraffatto dal numero li
raccoglie in un sito a Mezzomorreale.

Solo con questo mezzo e per pochi mesi la desolata
città si libera del lurido vermicaio, e per esso dalle
*cassariote*, cresciute all'infinito per la infinita miseria [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1793, pp. 70-71, 82-84.

Certo il Caramanico non fu solo in tante opere di
carità.
[pg!258]

La storie del Val di Mazzara, come di tutta la Sicilia,
chè la Sicilia tutta fu vittima della epidemia
della Capitale, è piena di nobili slanci di abnegazione.

Nella sola Cefalù il vescovo Francesco Vanni fece
miracoli di beneficenza. Una iscrizione del 1797,
murata da quel Senato, lo addita ai posteri: ed un'altra
al Barone Giuseppe Agnello, ricorda la compra da
lui fatta di 20.000 scudi di frumento per salvare il
paese dalla carestia e dalla fame [#]_. Ma in Palermo
il Caramanico fu la vera provvidenza.

.. [#] :small-caps:`A. Candiloro`, *Historia medico-practica cephaludensis epidemicae
   constitutionis et morborum intercurrentium anni 1793,
   94 et 95*. ecc. Panormi, apud Solli, M.DCC.XCVII. pars IIª,
   paragrafo XXII.

Tanto spettacolo di dolore non era nuovo. Quante
volte la Sicilia fu travagliata da carestia, Palermo
venne invaso dalla poveraglia dei paesi. La attrattiva
delle grandi città, ove i mezzi di vivere si presumevano
abbondanti, la nomea della Capitale, e, più che
altro, la notizia certa che in essa il pane non facesse
difetto, (giacchè il Senato non guardava a spese per
tener largamente provvista di grani la città medesima
pur quando dovesse perdervi metà della spesa)
cacciavano come lupi affamati verso di essa quanti
eran regnicoli miserabili o bisognosi. Le scene del 1793
richiamavano agli attempati quelle non lontane del
1764, di triste memoria per una epidemia gravissima.
Branchi di poveri giungevano ogni dì cercando pane:
raccogliendole il Senato nei suoi magazzini dello Spasimo.
[pg!259]

Eran centinaia, migliaia di uomini, di donne, di
fanciulli, nei quali la macilenza, il sudiciume, il difetto
assoluto di aria sviluppava esalazioni putride
ed il *morbo castrense*. La cittadinanza, sgomenta, atterrita,
chiedeva per quelli e per sè pronti rimedî; e
se non fosse stato per la Deputazione di salute, la
quale ricacciava nelle rispettive terre di provenienza
gli ospiti pericolosi [#]_, si sarebbero visti rinnovati gli
orrori del 1624.

.. [#] :small-caps:`Teixejra`, *Origine*, cap. XV, paragrafo 236, p. 263.

Il disagio economico nei tempi ordinarî non dà luogo
a dubitare della ressa dei mendicanti della Città. Una
pagina d'un anonimo francese nel 1778 è una fiera
requisitoria contro coloro che non se ne curavano... [#]_.
Trent'anni dopo, richiamandosi alla fine del secolo,
Galt traeva ragione del rincrudirsi della piaga dal
concorso dei pezzenti alle porterie dei frati. «L'effetto
di questo concorso, attrista. La povertà diviene
ogni giorno peggiore, ed in Palermo il numero dei limosinanti
è visibilmente cresciuto negli ultimi vent'anni» [#]_.

.. [#] *L'Italia tradotta dal francese*, p. 231, 1778.

.. [#] :small-caps:`Galt`, *Voyages*, p. 26.

Tutto questo nella Capitale; uscendo però da essa
ed affacciandosi nell'interno dell'Isola, la miseria, vera
o simulata, appariva nella crudezza più ributtante.
Vediamo come ce la descrive il Meli:

«Il primo aspetto della maggior parte dei paesi,
e dei casali del nostro Regno annunzia la fame e la
miseria. Non vi si trova da comprare nè carne nè caci,
[pg!260]
nè tampoco del pane; perchè, tolto qualche benestante,
che panizza in sua casa per uso proprio, tutto il dippiù
dei villani bifolchi si nutrono d'erbe e di legumi, e
nell'autunno di alcuni frutti, spesso selvatici e di fichi
d'India.

«Non s'incontrano che faccie squallide sopra corpi
macilenti, coperti di lane sudicie e cenciose. Negli
occhi e nelle gote dei giovani e delle zitelle, invece di
brillarvi il natural fuoco d'amore, vi alberga la mestizia,
e si vedono smunte, arsicce, deformi sospirare
per un pezzetto di pane, ch'essi apprezzano per il massimo
dei beni della loro vita.

«I padri di queste infelici si reputano fortunati se
al Natale di N. S. o alla Pasqua possono giungere a
divider con la loro famiglia il piacere di assaggiare
un po' di carne. Il pane istesso (se pur merita questo
nome un masso di creta) loro non si accorda che nelle
giornate di somme fatiche, nelle quali, oltre [che
del]le zuppe di fave e fagiuoli, vengono ancora gratificati
di un vinetto detto acquarello» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Riflessioni*, pp. 9-10.

I visitatori italiani e stranieri non riuscivano a
vincere il senso di sdegno e di ripugnanza che in loro
nasceva nel vedersi qua e là assaliti dalla turba di
sempre nuovi accattoni. Il lombardo Rezzonico della
Torre raccontava: «Ai belli Frati (*Villafrate*) ragazzi
ignudi o coperti di cenci, che nè di dietro nè
d'avanti nulla celavano, assediano i viaggiatori, e
chiedono importunamente l'elemosina; ed io dovei dividere
[pg!261]
con esso loro il pane e l'uva, e giunsero fino
a rubarmi dal piatto le spolpate ossa, e le reliquie del
tumultuario desinare, che ai cani si destinavano ed ai
porci, di cui qui sono numerose le greggi.»

In Alcamo, «con le sue merlate mura e le torri,
ora quadre, ora rotonde del suo castello... regna la
miseria e lo squallore, avvegnachè vi siano alcuni ricchi
cittadini e qualche bella casa di magnifica apparenza.»
Anche quivi il Rezzonico veniva sopraffatto
«da miserabile volgo di storpj, di muti, di cenciosi...
gravissimo flagello dell'umanità, dal quale la Sicilia
non si vedrà mai liberata» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Rezzonico`, *Viaggio*, pp. 133 e 139.

In Cefalù l'inglese Galt trovava «un tempio senza
pari e una miseria senza nome» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Galt`, *Voyages*, p. 77.

Potrebbe chiedersi: Ma nessuno del paese levava
la voce contro così ributtante piaga morale? Oh sì!
Uno scrittore di Palermo, stomacato più d'ogni altro
a tanta indegnità, pubblicava nel *Giornale di Sicilia*
del 1795 un articolo sugli oziosi. Costui esaminando
le varie leggi e costumanze antiche e moderne
contro la «infesta genia», diceva che dove i governi
sono stati provvidi ed attenti nel farle osservare «si
vede che bandita la mendicità e la scostumatezza fioriscono
le arti.» E finiva così: «Ciò che si è fatto e
si fa altrove potrebbe ancora farsi tra noi. A questo
effetto basta che si esamini e si calcoli il danno cessante
ed il lucro emergente. Basta che si rifletta che
in vece di questa povertà importuna, oziosa e libertina,
[pg!262]
ugualmente perniciosa ed alli buoni costumi ed
allo stato, si vedrebbe rinascere la povertà dei primi
tempi, umile, modesta, frugale, robusta, industriosa,
e che questa medesima povertà diverrebbe la madre
fertile dell'agricoltura, la madre ingegnosa delle belle
arti e di tutte le manifatture» [#]_.

.. [#] Vedi i nn. 29 e 30. Palermo, 17 e 24 febbraio.

Inchiostro perduto! Il Governo avea tutt'altro pel
capo che il saggio consiglio dell'articolista palermitano.
Proprio nel 1795 la caccia ai Giacobini era una
delle sue occupazioni ordinarie.
[pg!263]

.. toc-entry:: XVI. Liti, Avvocati, foro.

CAP. XVI.
=========

.. class:: center large

LITI, AVVOCATI, FORO.

I tempi, le leggi, i costumi mantenevano un esercito
di persone che vivevano di liti. La parola esercito non
è iperbolica. A centinaia si contavano gli avvocati, i
patrocinatori, i causidici, i curiali che assiepavano i
tribunali, e dalle lagrime dei litiganti ritraevano chi
pane e chi agiatezza.

E che cosa poteva farsi in un paese dove gli espedienti
del vivere erano scarsi? e dove, quando si apriva
sbocco alla gioventù disoccupata la milizia, «nell'esercito
di fanteria e di cavalleria non vi eran promozioni,
e quelle che v'erano andavano a beneficio dei
cadetti?» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, p. 223.

Si guardi all'indole siciliana e alla sua avversione
a qualsivoglia prepotenza, alla naturale inclinazione
a litigare anche per un nonnulla (*Pri un granu si fa
causa*, dice un proverbio), all'indomabile passione di
[pg!264]
stravincere vincendo: si tenga presente l'amore che
il palermitano nutre per i processi, ed il carattere suo
inconciliabile [#]_: quella specie di rassegnazione di ogni
isolano a perdere, non per pacifico accordo, ma per
sentenza del magistrato. D'altra parte, si pensi alle
malfondate promesse di certi accattabrighe, che facevan
vedere di facile vittoria quel che le leggi non
potevano consentire, e il trionfo venale di una causa
cui la giustizia onesta non favoriva, o piuttosto comprometteva:
e si giudichi se non dovessero moltiplicarsi
a vista d'occhio i parassiti della società di Palermo.
Il poeta siracusano Gomes scrisse tutto un
poema sopra *La vita delli amari litiganti*, ed i proverbî
sentenziano che *Cui litica e vinci, nenti vinci*,
che *Di 'na liti nni nàscinu centu*; che *La vurza trema
avanti la porta*, con ciò che segue [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *Briefe*, v. III, p. 586.

.. [#] *Proverbi siciliani*, v. II, cap. XLV.

Il lettore conosce, per quel che ne abbiamo detto [#]_,
le due antiche statue in marmo del Palazzo pretorio,
rappresentanti, secondo la volgare interpretazione, due
fratelli, a furia di litigare tra loro, ridotti ignudi
come vermi e senza un tozzo di pane. Or la presenza
di quelle statue era una lezione continua a quanti fossero
tentati di cercare giustizia per via giudiziaria,
e la leggenda in proposito metteva in guardia contro
espediente cotanto pericoloso:

   | Cu' acchiana 'n Tribunali a fari liti
   | Sciuni a la nuda comu li du' frati.

.. [#] Vedi vol. I, cap. II, pp. 22-23.

[pg!265]

Ma i processi di successione all'infinito per leggi
feudali in vigore, «e fondatamente sostituiti al primogenito
e sostituiti liberi d'ogni altro gravame che
non fosse quello delle pensioni dei cadetti o delle doti
delle ragazze» [#]_ erano miniere inesauribili per una
falange di sfruttatori, i quali — eccezione fatta di
una pleiade di onorati ingegni, gloria del Foro siciliano — dal
paglietta scendevano all'infimo scribacchino,
uso a copiare, a carattere grande per guadagnare
nello spazio della copiatura, citazioni, memorie,
istanze e notifiche, e dal dottore in legge andavano
al chierico; a cui, per lungo, invecchiato abuso,
era libito l'esercizio di agente e procuratore nei tribunali [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Saint-Non`, *Voyage*. IV\ :superscript:`me` vol., I\ :superscript:`re` partie, p. 156.

.. [#] L'abuso, mal tollerato sempre, fu per ordine sovrano
   tolto il 16 maggio 1799.

«E così, dice l'Ab. de Saint Non, si arricchisce un
popolo di persone di affari delle quali Palermo è piena.
Il diritto deve penare sovente a trovar appoggi e difensori;
e la Giustizia vi è divenuta un ramo di commercio
che fa colare tutto il denaro del Regno in questa
città entrando pel canale dei tribunali e riversandolo
in seguito nel pubblico col lusso dei membri
di essi. Così Palermo non si risente per nulla della
povertà e della miseria che si vede in quasi tutta la
Sicilia» [#]_. Oh avea ben ragione quel signore a noi
ignoto, che conversando col Bartels in Siracusa sfogava
il suo dolore per le condizioni miserrime del tempo!

.. [#] :small-caps:`De Saint-Non`, op. e loc. cit.

[pg!266]

«I tribunali che restano quasi tutti in Palermo, gli
diceva, chiamano tutti i negozî giudiziali del Regno in
quella Capitale, dove a spese dei litiganti vivono più
di ventimila persone, le quali mantengono oziosi i rispettivi
servitori, che sono altrettante braccia che
mancano alla campagna in un'isola spopolata» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *Briefe*, v. III, p. 160.

Noi abbiamo visto innanzi quanto fosse di vero in
quest'ultima proposizione, come in quella dell'Ab. de
Saint-Non. Infatti «non v'era casa in Palermo che
non avesse un processo; e talune ne avean fino a cinque
o sei». Questo afferma il Dr. Hager che dovette
saperlo con fondamento [#]_.

.. [#] *Gemälde*, p. 229.

In ragione delle cause, i difensori legali. Il Duca
di Terranova, in condizioni normali, teneva non meno
di otto avvocati e quattro patrocinatori, retribuiti
con annuali salarî fissi di diciott'onze i primi, di dodici
i secondi; ed erano tra gli avvocati i più valorosi
d'allora: Costantino M.\ :superscript:`a` Costantini, in letteratura
conosciuto per un buon poema didascalico sopra *Il
Colombajo*, Antonio Vaginelli, Michele Perramuto,
Agostino Cardino, Antonio di Napoli [#]_.

.. [#] A. :small-caps:`Guarnieri`, *Alcune notizie sovra la gestione d'una
   casa baronale ecc., verso la fine del sec. XVIII*. in Arch. stor.
   sic., c. XVII, pp. 121 e 143. Pal. 1892.

[pg!267]

Nessuno meglio dell'Ab. Meli ritrasse questa condizione
di uomini e di cose tra noi, del Meli diciamo
che mise a nudo una piaga, incronichita dai secoli
inciprignita da circostanze. Nelle *Riflessioni sullo stato
presente del regno di Sicilia intorno alla agricoltura
e alla pastorizia* da noi più e più volte citate, il
poeta, anticipando di un secolo le teorie che doveano
agitare le società civili del novecento, cauterizzava
quella piaga col ferro rovente. Le *Riflessioni*, delle quali
nessuno si è accorto finora, son pagine eloquentissime,
e lo storico dovrà ricorrervi come a documento
di singolare importanza.

Sentiamo quel che esse ci dicono.

L'autore la piglia molto larga aprendo un limbo,
anzi una bolgia generale.

«Che dirò di tante migliaia di uomini sparsi e
perduti per la società, come se nati fossero a far numero
soltanto, e peso alla medesima, e a consumar
dei viveri inutilmente? Tali sono, a mio avviso, quelli,
che traggono tutta la loro pingue sussistenza dal cicalio
del foro, dalla cabala e dallo intrico: quelli,
che sussistono per le sole ciarlerie: quelli, che vivono
lautamente professando soltanto il ladroneccio, il
giuoco ed altri vergognosi mestieri: dell'immenso numero
di uomini destinato allo strabocchevole lusso
dei ricchi: quelli che vivono agiatamente con alcuni
speciosi pretesti di rubare, colorati col titolo onorifico
d'impieghi, tutto il superfluo seguito della Curia
decorati coi titoli di Maestri d'atti, algozzini, uffiziali,
portieri etc., dei quali la centesima parte basterebbe
per servizio dei tribunali, qualora questi s'appagassero
di un discreto vassallaggio. Insomma, io intendo
parlare di tutto quell'immenso numero di parassiti,
di cui abbondano le città del Regno, e specialmente la
Capitale che, a guisa di mignatte, succhiano e si nutrono
[pg!268]
del sangue e dei sudori degli uomini onesti, utili
ed industriosi.»

Venendo però ai particolari, eccolo fermarsi sopra
i legulei, gli attuarî, i sollecitatori, pei quali già da
tempo egli avea composta la epigrammatica ricetta
morale:

   |   Recipe un chiveddu raggirusu,
   | 'Na facci tosta e chiacchiari a bon cuntu;
   | Misce a curialata fatta all'usu,
   | Spisi di liti ed item 'ntra lu cuntu;
   | Pista scorci d'onuri e fa in cunfusu
   | Pinnulli 'mpanniddati cu l'affruntu [#]_,
   | Chistu sarrà un rimediu purtintusu
   | Pri arricchiri 'ntra quantu ti lu cuntu [#]_.

.. [#] Pillole coperte di patina di vergogna.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 102.

I possessori di fondi campestri, che avrebbero voluto
raccogliersi a godere un po' di pace, nol potevano,
«costretti a starsene lungi per difendere il loro feudo,
il loro podere nei tribunali, e per reclamare il bestiame...
stato loro derubato, o i limiti usurpati, o
per impetrar equità all'esorbitanza degli oneri, o per
ottenere giustizia contro l'abuso dell'autorità dei giurati
e degli uffiziali, delegati per la erezione delle tende
e delle gabelle.»

Se un contadino con l'industria ed il sudor della
fronte era riuscito a rendere il poderuccio fertile e
ubertoso, per l'avidità del vicino prepotente, che avea
mandato i suoi figli, o fratelli, o nepoti agli studî pei
tribunali, si vedeva subito tagliata la strada. I figli,
i fratelli, i nipoti eran baluardi a custodia dei beni
del vicino, baliste e catapulte all'assalto dei beni del
[pg!269]
contadino, costretto per ciò a sostenere le sue ragioni.

Ed eccolo nella Capitale, ove il Meli lo vede e descrive,
ed ove con le sue parole lo descriviamo anche
noi.

«Le mance per i servitori, e per gli uscieri, le spese
per le portantine dei professori che marciano a piedi
o con le lor carrozze [#]_, quelle per le citazioni e
per i libelli, i terzi dell'onorario per gli avvocati,
per i compatroni, per i causidici, per i curiali, per
gli agenti etc., etc.; ed ecco consumato in questi primi
passi il profitto di dieci, dodici anni delle sue penose
fatiche! Se azzarda quest'infelice di aprir la bocca
per somministrar le sue ragioni, i termini tecnici
del suo rustico mestiere e l'accento particolare del
suo villaggio muovono a riso tutti gli astanti; egli
insomma appena è ascoltato, niente è capito, come
dal suo lato niente capisce del nuovo gergo legale che
sente risonare in bocca dei suoi professori. Nonostante
questa confusione di lingue, in virtù dei terzi sborsati
e dei complimenti, viene distesa una lunga allegazione,
della quale se ne formano infinite copie a costo
della borza del litigante; si mandano, e si ritornano
[pg!270]
con un circolo vizioso le liturgiche citazioni; si
fissano i giorni delle comparse. Indi si postergano: si
tornano a fissare: si scusano: sopravvengono frattanto
le ferie, le villeggiature, indi le festività di Natale
di N. S., indi li lieti giorni di Carnevale, poi la
Pasqua etc., ed ecco le parentesi di mesi ed anni intieri.

.. [#] Scorrendo da alcuni anni gli archivi del «Nobile e Salutifero
   Collegio degli Aromatari» di Palermo, troviamo larghe
   prove di queste affermazioni dolorose. Nel solo a. 1785, per
   violazione di diritti, il Collegio, a ragion di liti, e per sole
   mance pagava di continuo i servi dei causidici Orlando, Ferraloro,
   Denti, Ardizzone e lo staffiere di Nicolò Schiavo, e i
   creati del Pretore, del Vicerè, del Presidente Leone, del Presidente
   Paternò, del Presidente Airoldi, e i seggettieri del Protomedico
   e perfino quelli del Procuratore del Collegio.

«Si maturano intanto i nuovi terzi dell'onorario:
si tornano a pagare, e così scorrono successivamente
le serie degli anni, di maniera che quest'infelice resta
inviluppato nell'inestricabile laberinto del foro,
d'onde non ha più speranza di uscire, se non vi lascia
financo la pelle istessa.»

Questo dolorosamente osservava il Meli, il quale
tornava a battere sul medesimo chiodo:

«L'istesso succede quando ad un contadino viene
derubato il bue, l'asino, o il mulo. Quante cure, quante
sollecitudini non gli costano le ricerche! E quanti
pericoli ancora non incontra per rintracciarne i vestigi!
Se non giunge a trovarlo, piange la sua disgrazia.
Ma se riesce, la piange doppiamente: imperciocchè
le spese per le spie, per la ricognizione della bestia
e del legittimo possessore della medesima, per la
recezione dei testimoni, per gli offiziali e per le legali
formalità, unite all'infinita perdita di tempo, e
perciò del lavoro, oltrepassano di gran lunga l'importo
della bestia dirubata; di maniera che il miglior
partito che gli resta ad eligere è quello di mai più
ricercarla, nè più ripeterla dalle mani della così detta
Giustizia. Ne siegue da ciò, che i furti non si curano,
[pg!271]
o s'ignorano; ed i ladri, allettati dall'impunità,
si moltiplicano a dismisura.

«Se i coloni sono così scherniti e scorticati dai
cittadini e dalla gente del Foro, non minore è la disgrazia
che incontrano presso i medesimi li fondi rusticani.
Per _`convincersi` di questa verità, basta gettare
un colpo d'occhio a quei poderi caduti nelle mani
del fisco o di altro magistrato cui s'è affidata la cura
dell'amministrazione, e si vedrà, che uno o due anni
di siffatta amministrazione equivalgono ad un grande
incendio» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Riflessioni*, pp. 6, 13, 15.

Idee non dissimili aveva il Meli espresse nel suo
poema eroicomico *Don Chisciotti e Sanciu Panza*:
ed i seguenti versi su Giove ne sono la sintesi:

   |   Avirrà multu assai forsi chi diri
   | Di l'avvocati e di li professuri,
   | Genti chi a liti, sciarri e dispariri
   | Ci ànnu attaccatu l'utili e l'onuri;
   | La società fratantu àvi a nutriri
   | Sti tali a costa di li soi suduri;
   | L'apa cogghi lu meli in ciuri e in frutti,
   | Ma ciarmulìa l'apuni, e si l'agghiutti [#]_.

.. [#] Ma l'apone ronza e lo manda giù (il miele raccolto dall'ape).
   :small-caps:`Meli`, *Poesie: Don Chisciotti*, c. VI, ott. 34.

L'organamento di questa vasta associazione per interessi
personali era come una immensa rete che niente
lasciava sfuggire e a nulla rinunziava per raccogliere
i cercatori di giustizia. Il Vicerè Fogliani in
una prammatica che è «un novello e stabile regolamento
alle sospensioni che si voglion de' giudici da
parte de' litiganti dietro alle clientele e avvocazioni
[pg!272]
che ne hanno quelli tenuto prima dell'atto di vestir
la toga di loro giudicatura», ha questo paragrafo
che è una rivelazione: «I litiganti sogliono tener salariati
alcuni avvocati occulti, i quali non vanno a
patrocinare la lite nel pubblico tribunale, ove il giudizio
è pendente, ma solo assistono presso qualche
giudice che deve decidere la causa» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XX, p. 18.

Avvocati e professori erano pertanto legati da cause
comuni. Il professore, persona pratica, riceveva i
clienti, la causa dei quali diventava faccenda tutta
sua. Egli sceglieva e suggeriva l'avvocato, che perciò
avea per lui la considerazione imposta dalla importanza
della causa.

I larghi guadagni erano incentivo a spese non solo
di necessità, ma anche di lusso. Le famiglie dei forensi
non rinunziavano a quello che potevano, e si
permettevano anche quel che non potevano: spese per
vivere, spese per vestire, spese per agi, che consumavano
le più pingui entrate. In poche classi del ceto
civile si spendeva più che in questa dei forensi, tanto
spensieratamente facile a buttare nella follia d'un divertimento,
nella vanità d'una villeggiatura una somma
pari alla dote d'un modesto artigiano. V'è da maravigliarsi
di cosiffatto sperpero, sovente non consentito
dagli stessi introiti.

Il dì 21 luglio del 1778 per i soliti luoghi della Città
si leggeva un lungo avviso a stampa, che principiava
con queste parole:

«La estrema indigenza in cui sovente si son vedute
[pg!273]
cadere le vedove ed i figli non che dei curiali,
dei procuratori causidici, degli avvocati, ma talvolta
dei defunti ministri, perchè rimasti dopo la morte
dei loro capi sprovveduti di tutti gli umani soccorsi
per vivere e sostenersi; e i tristi deplorevoli effetti
che quindi ne sono succeduti, i quali, con non
poco rossore de' ceti così rispettabili, li han trascinati
alla mendicità, o dati in braccio al vizio ed alla
scostumatezza, indusse l'animo del Procurator causidico
D. Stefano Tortorici a promuovere il plausibile
mezzo della erezione di un Monte di vedove, con cui
accorrere al riparo di così gravi disordini ed al sovvenimento
e sussidio delle povere desolate famiglie» [#]_.
Condizioni per partecipare alla nuova istituzione: un
contributo annuale. «Arrolandosi in esso tutti coloro
che saranno avvocati causidici, curiali e professori
qualunque siansi di curia, godranno del mantenimento
delle lor vedove e parenti alla ragione di tarì
tre o tarì sei al giorno pagando ogni anno onze tre
od onze sei al Monte».

.. [#] *Capitoli delle costituzioni del pio Monte delle vedove dei
   Ministri, Avvocati, Procuratori causidici e di tutti quei che
   vivono nel Foro. Approvato (sic) da S. M. con R. Dispaccio
   de' 17 Maggio 1777*. In Palermo, MDCCLXXVIII.

Ma che erano essi i tre, i sei tarì al giorno per una
famiglia che ne sciupava cinque, sei volte tanti in feste
di città e di villa, in ricevimenti e addobbi?

Checchè se ne pensi, il disegno tradotto ad atto dal
previggente Tortorici era degno del valore di lui di
procuratore criminalista, e meritò il plauso dei buoni.
[pg!274]

Qui agli occhi del lettore si delinea un punto interrogativo.

Come si moveva l'amministrazione della Giustizia
in mezzo all'ambiente non del tutto sano del tempo?

Ci affrettiamo a cancellare questo punto interrogativo
affermando che la integrità della vecchia magistratura
siciliana metteva i membri di essa fuori
qualunque sospetto e discussione. Se non ci fossero
altri esempî, basterebbe quello solo della sentenza di
morte profferita dalla G. C. Criminale in persona di
Emanuele Caniggia palermitano, paggio amatissimo
del Principe di Caramanico, con vero strazio del vicereale
padrone decapitato nella Piazza Marina (10
ott. 1789) [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1789, p. 631.

Se poi casi contrarî possono trovarsi, sarebbe ingiustizia
farne ragione di giudizio generale men che
favorevole. Le eccezioni, abbiam detto altrove e ripetiamo
qui, non fanno regola; e tra queste eccezioni,
per dir tutto, rileviamo una incomprensibile.

Nei conti della già cennata Casa del Duca di Terranova
si riscontrano spese per distribuzione di carbone
a grandi dignitarî politici e giudiziarî del Regno.
Queste distribuzioni son chiamate *regalie solite*
e ve n'è di 200 quintali (chil. 16000) al Vicerè, di 50
al Segretario, di 50 al Consultore, di 20 per uno (il
lettore faccia attenzione!) ai Presidenti della R. G.
Corte, del Patrimonio e del Concistoro; e di 12 per
uno al Maestro Razionale del Patrimonio, all'Avvocato
[pg!275]
fiscale della R. G. Corte e a quello del Patrimonio.

La diciamo incomprensibile perchè ordinaria, e come
tale, alle illustri autorità che la ricevevano non
dovea parere lesiva della loro onestà e della loro indipendenza.

Ma si trova anche qualche regalia straordinaria a
giudici, proprio nel momento che liti della eccellentissima
ducale amministrazione pendevano in tribunali.
Ecco in proposito un modesto appunto: «Pagate
per prezzo di carbone, regalato straordinariamente
a D. Emmanuele Bottari, giudice della R. G.
Corte Criminale, e D. Luigi Mattias, primo officiale
della Segreteria di S. E. Sig. Vicerè, ed altri ministri
di questi Tribunali, per le cause del nostro Ecc.mo
Duca, vertenti nei medesimi, onze 24,20 (L. 314,50)
prezzo di poco più che cento quintali (kil. 8000) di
carbone.

Forse la pentola della giustizia, no: ma certo quella
dei giudicanti deve aver bollito abbastanza rigogliosa
col carbone di un litigante come il potente Duca
di Terranova.

Ma v'è ancora di più, che non è bello, nè buono.

Un altro appunto dice così: «Pagate a D. Giuseppe...
giudice della R. G. Corte Criminale, per mani
di D. Ingarsia ed alla presenza di D. Giuseppe Prado,
agente, e di D. Giov. Batt. Pedino, per decidere
l'articolo contro il Sac. D. Vincenzo Insinga, che
si agitava nel detto Tribunale di R. G. Corte, onze
32».
[pg!276]

Copriamoci gli occhi per non leggere altro. No, non
si tratta più, osserva giustamente un egregio uomo,
di un gentile dono di carbone che il ricco produttore
e proprietario delle carbonaie di Caronia facea ai magistrati
che doveano decidere delle sue liti; «ma bensì
di un donativo in denaro corrente, nella cifra ragguardevole
per tempi di onze 32, pari a L. 408, che
un potente litigante facea ad un giudice decidente;
e che colui che pagava (ch'era il curiale della Casa),
onde non si potesse dubitare di un suo abuso di fiducia,
eseguiva alla presenza di due testimoni, che
egli avea la prudenza d'indicare; dei quali l'uno (il
Prado o Prades) era l'Agente generale della Casa;
sicchè tutto potrebbe far sospettare che si trattasse
di un vero e proprio peculato» [#]_.

.. [#] :small-caps:`A. Guarnieri`, loc. cit., pp. 122-23.

Con la maggior semplicità del mondo troviamo notato
un pagamento analogo nelle carte del nobile Collegio
degli Aromatari di Palermo. Sullo sdrucciolo
delle protezioni, Governo e Senato dispensavano indebite
licenze. Il Collegio faceva opposizioni e rimostranze.
L'opera degli avvocati e procuratori era
quindi necessaria, e non è a dire con che scapito del
patrimonio sociale. Giunte (consulti) si succedevano
a giunte; ed era un continuo spendere per liti che non
finivano mai.

Il 17 dicembre del 1785 il Segretario del Senato La
Placa intascava un regalo in moneta corrente di tre
onze per una consulta favorevole da lui presentata
[pg!277]
al Pretore sopra un memoriale del Collegio [#]_. Il La
Placa, uomo saputo nelle patrie istituzioni, riceveva
egli il premio d'una giustizia dovuta o d'una ingiustizia
indegnamente provocata? Se d'una giustizia, fa
nascere il sospetto d'una vendita; se d'una ingiustizia,
è addirittura un traditore della fiducia che il Senato
riponeva in lui e commetteva un crimine da codice
penale.

.. [#] Vedi Archivio del Nob. e Salutifero Collegio degli Aromatari
   in Palermo, a. 1785 e segg.

[pg!278]

.. toc-entry:: XVII. Carceri e carcerati.

CAP. XVII.
==========

.. class:: center large

CARCERI E CARCERATI.

Di carceri non era scarsezza in Palermo: e tanti
ce n'erano quante le giurisdizioni, i ceti, i sessi. Fino
al 1782 facevano tremare quelle del Sant'Uffizio, specialmente
le cosiddette *filippine*; ma vi erano pure le
*ecclesiastiche* sotto il Palazzo arcivescovile; le *senatoriali*
dentro il Palazzo pretorio e presso di esso e
di S.\ :superscript:`a` Caterina; donde, già tempo, si passava a quelle
di fuori Porta di Carini ed alle altre della Vetriera
per le donne. Più famose tra tutte, le carceri della Vicaria
(dopo il 1840 divenute palazzo delle Finanze)
pei plebei, e del Castello pei nobili e pei civili.

Strane le vicende della Vicaria!

Nata come fondaco della Dogana e come sede dei
tribunali fra il 1578 ed il 1593 sotto tre Vicerè: Marcantonio
Colonna, il Conte d'Albadelista (il famoso
*jettatore* del ponte di Piedigrotta alla Cala) e Arrigo
de Gusman, a spese del Senato, l'eterno banchiere
che vi erogò centinaia di migliaia di scudi; essa stette
[pg!279]
sotto la giurisdizione dell'autorità municipale, la
quale ne fece pubbliche prigioni.

Come per irrisione, ai lati della ferrata d'ingresso
rumoreggiavano gaiamente le argentee acque di due
fontane. All'angolo destro sporgeva la grande trave
della vergogna. Sopra, per tutta la facciata meridionale
e torno torno all'edificio, correvano finestre a
grosse spranghe, che dalle prime ore della sera alle
prime ore del mattino venivano incessantemente martellate
da vigili guardie. I vicini non si sapevano assuefare
a questo molesto rumore notturno, che col
sonno toglieva loro la quiete, e molto meno ai «sospiri,
pianti ed alti lai» che dal tenebroso luogo
uscivano. Miss Cornelia Knight, signorina di compagnia
della Principessa Carlotta di _`Wales`, nei pochi
giorni che vi stette vicino (gennaio 1799) udiva tutta
la notte «i gemiti ed i lamenti delle povere creature»
chiusevi dentro [#]_.

.. [#] *Autobiography of* Miss :small-caps:`Cornelia Knight`, Lady companion
   to the M.\ :superscript:`e` Princess Charlotte of Wales ecc., second
   edition, v. I, p. 132. London, 1861. (Dobbiamo questa indicazione
   alla cultissima signora Contessa Jeanne Saint-Amour di
   Chanaz).

Dopo la prima entrata nel doloroso luogo ve n'era
un secondo conducente all'atrio, abitazione del carnefice.
Nell'atrio, sinistri arnesi di dolore, spiccavano
i tre legni delle forche, le scale, lo steccato per gli
atti di giustizia. I tumulti del settembre 1773 [#]_ spinsero
[pg!280]
una turba di efferati fra le più scure tane di questo
carcere; ruppero inferriate, sbrandellarono le divise
del boia, ridussero in frantumi i ferali strumenti,
e portaron via il più odioso ricordo del triste
albergo, una pila in pietra, che ogni siciliano nominava
con terrore, oggetto della più brutta imprecazione:
*Chi putissi vidiri la pila!* come per dire: Che
tu possa andare in galera! [#]_.

.. [#] Com'essi fossero stati puniti ed in persona di chi e con
   quale affluenza racconta il :small-caps:`Villabianca` nel suo *Diario*, in
   *Bibl.*, v. XXI, pp. 72-76. Nel v. XX, p. 255, è la notizia della
   pila ricordata in questa nostra pagina.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Modi proverbiali e motti storici di Palermo*, n. 17.
   Palermo, 1902.

In questo carcere, nello spirare del settecento, se la
tradizione non falla, avrebbe avuto origine altro motto,
erroneamente riportato all'epoca del Vespro siciliano.
Perchè, essendo stati per certe loro discolerie
arrestati in Palermo e chiusi in uno stanzone della Vicaria,
in attenzione di risoluzioni, o a disposizione di
un console estero interessato, non so quali marinai
stranieri, appartenenti ad un legno francese, dimenticati
da tutti, mal ridotti in arnese, passarono in proverbio
sotto il nome di *francesi*: e *camerone dei Francesi*
fu detta da quel giorno la lor notevole dimora, e
*francese* cominciò a significare persona senza un quattrino [#]_.

.. [#] Lo stesso, *Il Vespro siciliano*, p. 85. Palermo, 1882.

I carcerati eran tenuti malissimo in Palermo; orrendamente
nelle terre feudali. Il Caracciolo, impietositosene,
emanò un bando a loro favore. Questo il 25
aprile 1785. Dopo 10 anni il bando attendeva dell'altro
la sua attuazione. Il 12 agosto del 1794 il Caramanico,
impressionato delle frequenti fughe di detenuti,
[pg!281]
pigliava provvedimenti acconci ad impedirle; ma
non presumeva che il trattamento sarebbe continuato
com'era stato fin allora.

Qualche cosa di nuovo frattanto si ora cominciata:
separate le donne dagli uomini, i giovanetti dagli adulti;
le male femine, condotte alla Vicaria, non vi si
fermavano che per esser mandate al loro carcere della
Vetriera; i minorenni delinquenti allontanati dagli
uomini induriti nel vizio e nei delitti, ed isolati nella
Quinta Casa, al Molo (29 maggio 1787). Prima marcivano
nell'ozio, fomite a mal fare; ora, col nuovo
istituto, rigenerati pel lavoro, attendavano, i maschi
a fabbricare ceste e funicelle, le fanciulle a filare. Avean
sofferto il digiuno, la sete, il freddo: ed ebbero
pane, minestra, cacio, verdure, vino, letto, vesti, quanto
insomma potesse bastare alla vita; ma ebbero pure
qualche cosa che non avrebbero voluto avere: carcerieri,
ed un *firraloru*, che a sferzate li metteva a dovere [#]_.
I delinquenti del Molo perciò potevano dirsi felici
a paragone di quelli della Vicaria. Qui i detenuti
per reati civili vivevano confusi coi criminali, i debitori
coi ladri, i falsari coi violenti. Fosse, *dammusi*,
«segrete», eran sottoterra, buie, grondanti umidità, sudice,
muffite, angustissime [#]_. Codesto carcere, già sin
dal 1773 orribile, parve atroce dopo i subbugli di quell'anno.
Rifatte in grosse spranghe di ferro certe grate
[pg!282]
di legno, impiccolite le celle, divennero per difetto
di aria e di luce sepolture di vivi. I canti popolari
sull'argomento sono d'una evidenza spaventevole.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1787, p 142.

.. [#] Un Vincenzo Pisanti nell'agosto del 1797 pregava il Pretore
   che volesse liberarlo dal carcere, dove l'aria era puzzolente
   e fetida. *Penes Acta: Memoriali* del 1797 nello Archivio
   Comunale di Palermo.

Lì languivano mesi ed anni, in lenta agonia o in
angosciosi palpiti disfacendosi, stracciati, scalzi, seminudi
talvolta, centinaia e centinaia d'imputati in
attesa di un giudizio che non veniva mai [#]_. Salvo i
rari casi di delitti atroci e clamorosi in città, i quali
venivano giudicati in forma direttissima e con giustizia
esemplare, tarde le istruzioni, lente le procedure,
eterna l'aspettativa dei giustiziandi; e quando
non ci si pensava più, ecco la esecuzione!

.. [#] Il :small-caps:`Meli`, *Riflessioni* cit., p. 6, nel 1800 compiangeva:
   «Quanti miserabili marciscono nelle carceri per non venire
   abilitati dall'inesorabile creditore ad una razionale dilazione
   del loro debito? O pure per essersi il loro processo, per la
   frequente trascuraggine di chi doveva conservarlo, o per la
   calca degli affari, scordato o smarrito? O per esser poveri
   e non aver perciò i mezzi da scuotere l'indolente pigrizia
   de' giudici e de' fiscali»?

   :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 69, ricordando
   il taglione dato ad un giovane uxoricida di origine civile,
   dice che il Barone Andrea Inguaggiato gli dovette fare di
   suo il vestito, perchè «nella Vicaria era egli quasi ignudo».

Diego Colombo da Messina, omicida del 1783, catturato
nel 1793, veniva condannato a morte nel 1796.
Allorchè gli si fece la grazia di vita, egli era più
morto che vivo. Se non fosse stato pel procuratore dei
carcerati poveri D. Stefano Tortorici (1788-93) e per
D. Antonino Igheras (1794) [#]_, se non ci fosse stata
l'opera della nobile Deputazione della Vicaria, che
con carità senza pari si occupava di questi disgraziati,
[pg!283]
amministrandone lo scarso assegno, chiedendone
con viva insistenza ed ottenendone dal Re l'aumento,
e convertendo questo in pane [#]_, che essa ogni
mattina andava pietosamente a distribuire, quanti
di questi infelici non sarebbero morti di fame!

.. [#] *Atti del Senato* a. 1788-89, p. 63.

.. [#] Ne aveva 4 grani il giorno. Il Re accrebbe di altre
   240 onze all'anno l'assegno, e le quattro furon portate a sei
   grana (cent. 13).

E sì che le carceri ogni anno venivano sfollate di
un centinaio di reclusi, o per grazia di libertà, o per
riduzione di pena, o per condono di debiti, loro concesso
dal Vicerè nella festa di Natale, e dal Capitan
Giustiziere in quella dell'Assunta [#]_.

.. [#] Leggesi nel *Giornale di Sicilia* del 19 agosto 1794 (n. 3):
   13 ag. 1794. «Il Principe della Trabia Cap. Giustiziere si
   condusse in gran pompa coll'intera sua corte alle pubbliche
   carceri, ove, com'è il costume, fece la visita per liberare alcuni
   di quei delinquenti in occasione della festa dell'Assunzione
   di M. V. Furono 26 quei che goderono di tal grazia,
   perlochè erogò egli la somma di onze 23 oltre di aver regalato
   gli Uffiziali di essa Corte.»

Macerati dall'ozio i carcerati in comune cercavano
romperne la insopportabile monotonia con passatempi
pei quali non occorreva loro altro che una moneta e
ciò che il sudiciume purtroppo non fa mancare in
tanta miseria: gli insetti [#]_. Il *pediculus capitis* e la
mosca erano i preferiti; e da essi prendeva nome il
passatempo, quanto schifoso altrettanto alieno da inganni.
«I carcerati, dice Villabianca, son quasi ignudi;
[pg!284]
prendono una moneta e vi fanno volare le mosche
della camera. Vince quello sulla cui moneta viene a
posarsi la mosca, detto perciò *Jocu di pidocchiu*, o *di
la musca*, o *di carcerati* [#]_.

.. [#] Triste documento il proverbio: *Fa limosina la Vicaria:
   jetta...*, con quel che segue. Di data anteriore, ma pur comunissima
   nel sec. XVIII, era la canzone:

      | Amici, amici, quadari quadari
      | Purtatemi un quadaru di liscia...

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Opuscoli palermitani*, Ms. Qq H 94, n. 2,
   p. 85, della Bibl. Comun. di Palermo.

Ora a sì lento logorio di corpo e di spirito non
erano da preferire le malattie, per le quali potevasi
sperare o la fine di tanti strazî o un temporaneo trattamento
umano?

E le malattie si facevano purtroppo vedere.

«O quante migliaia di questi miserabili muoiono lì
dentro d'angosce, di miserie e di febbre contagiosa,
detta dai medici di *carcere* o *castrense*!» esclamava
quell'anima onesta di Giovanni Meli. Così almeno poteva
l'infermo vedere il viso di un medico umano, e
all'Ospedale grande e nuovo prima, alla infermeria
del carcere poi, ricevere un po' di conforto [#]_.

.. [#] La Vicaria mancava di spedale, e gli ammalati da
   curarsi venivano portati all'Ospedale grande in sedia volante
   e fiancheggiati da birri. Nello scorcio del secolo ad essa venne
   unita una infermeria. Fino al 1790 era medico maggiore della
   Vicaria, D. Giuseppe Catanese; dal 1791 in poi, per certo tempo,
   il celebre D. Francesco Berna.

Al Castello si stava non molto disagiatamente, ma
i *cammarotti*, dove agli imputati di crimenlese, con
le più strette ed insidiose subizioni si cercava di
strappar di bocca confessioni di fatti, erano quanto
di più formidabilmente feroce avesse ideato l'umana
nequizie. Un infelice, certo Mosca, giovane a 26 anni,
confessava tra i tormenti un delitto *de nefando*, del
quale era in sospetto. La penna si rifiuta a descrivere
[pg!285]
il suo supplizio, incominciato col trascinamento
del corpo a coda di cavallo e finito col vivicomburio:
ma la penna scrive a lettere di sangue che dopo sei
anni bruciato, il Mosca veniva riconosciuto innocente!

Prima di chiudere l'argomento di questo capitolo
giova richiamarsi ad un documento uscito dalle mani
del Vicerè Caramanico: *Istruzioni per l'amministrazione
della Giustizia nelle occorrenze delle cause e materie
criminali*. Esso ci rivela che il rigore delle leggi
contro i rei e gli imputati tendeva un cotal poco a rimettersi
da quel che era stato. Ci si sente l'aura dei
tempi che mutano, e vi alita sopra come uno spirito,
non vogliam dire umanitario, ma meno duro che pel
passato. La crudeltà delle leggi vi si spunta per via
di interpretazioni a favore degli imputati e dei testimonî:
e si giunge fino a vietare l'uso dei ceppi se mai
per caso le gambe del reo diano indizio di piaga, ed
a consentire che si mandino in carcere a casa sua,
previa guarentigia, il reo gravemente infermo [#]_.

.. [#] *Istruzioni*, n. XXXVI.

Tutto questo è progresso. Eppure resta tanto e
tanto di brutto e di crudele che l'animo anche più
indurito ne rabbrividisce.

Lasciamo alla *Pratica* di D. Zenobio Russo [#]_ tutto
l'arsenale delle vecchie e delle nuove leggi, e spigoliamo
[pg!286]
nelle *Istruzioni* provocate dall'Avvocato fiscale della
Gran Corte D. Giuseppe Guggino qualche novità processuale.

.. [#] *Pratica per la formazione dei processi criminali composta
   dal* Dr. D. :small-caps:`Zenobio Russo e Diana`. *Nuova Edizione* ecc.
   *coll'aggiunta delle Istruzioni criminali ordinate dalla M. S.
   in relazione del signor* D. :small-caps:`Giuseppe Guggino` ecc. In Palermo,
   Felicella.

Eccone una:

«Li testimoni che, carcerati o ristretti nei dammusi,
non depongono o che depongono quanto dissero
nel primo esame avanti al Giudice; non devono pagare
spesa alcuna di carcere nè diritto alcuno alla Corte
e subalterni sotto qualsivoglia pretesto: salvochè tarì
uno (cent. 42) al carceriero se sia stato in dammuso,
per il servizio prestatogli».

Eccone un'altra:

«Al reo o testimonio ristretto nei dammusi non si
possa negare il pane in grana sei al giorno allorchè
se gli somministra dai suoi congiunti o amici; se però
il pane per la sua povertà se gli somministra dal Barone
o dall'Università, non possano l'una e l'altra
esser obbligati che a grana quattro (cent. 8) al giorno,
come si prescrive nelle circolari; eccetto il caso di
una insolita penuria, per cui il pane fosse meno di
once sei (gr. 400) per ogni quattro grani, poichè allora
il Barone o l'Università gliene deve contribuire
grana 6 al giorno. L'acqua deve somministrarsi senza
limitazione.... Deve il dammuso essere provveduto del
vaso necessario alle corporali necessità...»

Un'altra ancora:

«Tormenti straordinari son lo manette, i ceppi, le
catene, i grilletti.

«Si possono apporre ai rei al più due paia di ferri
alle gambe, che non devono essere più di rotoli dodici
[pg!287]
di peso per ognuno di essi [#]_. Si proibisce però generalmente
che i ristretti in dammuso, o rei, o testimonî
renitenti che siano, per qualunque delitto si spogliassero
delle vestimenta, ed ignudi, o in camicia si
obbligassero stare in dammuso: dovendo essi restar
vestiti secondo la stagione che corre; e deve altresì
permettersi a' medesimi una covertura ne' tempi d'inverno» [#]_.

.. [#] Ciò significa che il reo dovea trascinare due catene pel
   peso complessivo di chilogr. 19 e gr. 200.

.. [#] *Istruzione*, nn. XXVI, XIII, XII.

Non passava anno che qualche bandito, o ladro, o
scorridore di campagna non capitasse nelle ugne della
Giustizia. Allora lo conducevano alla Capitale, quando
a cavallo la compagnia che lo avea catturato, ai servizî
o col nome di un comune o di un gran signore del
Vallo (ed eran celebri le compagnie del Principe di
Butera, di Randazzo, del Duca di Terranova, di Monreale),
quando a piedi i birri della Gran Corte.

Nel solo 1797, di queste condotte ne avvenivano tre:
a maggio, a luglio, a dicembre.

Il bandito procedeva strettamente legato in mezzo
a coloro che l'avean preso, il capo inghirlandato di
erba, di fiori, di oleandro; il collo cinto da una *gàrbula*,
o cassino, cerchio sottile di asse da crivelli e tamburi.
S'egli andava a cavallo, le redini della mula
erano raccomandate al boia, il quale chiamava allo
spettacolo a suon di tromba e indicava il cartello che
il reo portava addosso. Era un vero trionfo della Giustizia
rivendicata, o piuttosto degli uomini che erano
[pg!288]
riusciti al gran colpo. Sommo perciò il giubilo degli
interessati, reso più intenso da frequenti squilli di
tromba e da non men frequenti spari di archibusi, da
ultimo ripetuti con una scarica generale innanzi le
case dei ministri di Giustizia [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., 22 febbr. 1798, p. 92; 14 giugno
   1790, p. 467; 11 maggio 1797, pp. 151-52.

Quando il bandito era stato ucciso nello scontro, la
festa si facea medesimamente, ed il suo capo, pur esso
coronato di fiori, veniva infisso ad un'asta sorretta
come trofeo dal boia o da uno della squadra.

Particolarità raccapricciante: quando il dì 11 maggio
1797 si menarono in giro tre teste, ed un giovane
con esse veniva trascinato a ludibrio della folla, una
di quelle teste era del padre suo!
[pg!289]

.. toc-entry:: XVIII. Il boia e le esecuzioni di giustizia. Grazia di vita. Dolorosa statistica di giustiziati.

CAP. XVIII.
===========

.. class:: center large

IL BOIA E LE ESECUZIONI DI GIUSTIZIA. GRAZIA DI VITA. DOLOROSA STATISTICA DI GIUSTIZIATI.

Il boia era, come il porta-lanterna, l'essere più abbietto
della Giustizia.

Vestiva sempre casacca, calzoni, berretto e calze
di panno, metà rosso, metà giallo, sì che da un lato
aveva il colore del sangue e dall'altro quello della
morte: livrea ufficiale, non creata ma riprodotta sulle
fogge italiane del sec. XIV. Egli non poteva mai smetterla;
ed al bisogno la copriva con un cappotto d'albagio
nero, dietro il quale era disegnata una forca [#]_.

.. [#] Questa divisa fu ordinata dal Presidente Airoldi, nel
   1773, per distinguere il carnefice da qualunque altra persona
   di giustizia.

La provenienza del boia era degna del suo mestiere.
Egli era stato un condannato a morte o alle catene
perpetue; ma avea ricevuta la grazia della vita a condizione
che la togliesse agli altri con tutte le forme
legali della giustizia: orribile baratto, che fa tremare
di ribrezzo!
[pg!290]

Un giorno uno dei due boia (giacchè non ne occorrevano
meno) [#]_, nell'apparecchiare a S.\ :superscript:`a` Teresa le
forche pei compagni di F. P. Di Blasi, va giù per
terra e si rompe le noce del piede. Rimasto inabile a
giustiziare, si pensa ad un altro, anche interino. Si
crederebbe? tra condannati e liberi, ben venti si offrirono
all'infame ufficio, nuovo genere di caccia all'impiego,
che dava appena venticinque grani il giorno
(cent. 53) contro i trentacinque che ne avea il boia
maggiore. Se non che, questo avea dei *procacci*, gl'incerti
del mestiere, che po' poi eran certi, in quanto
di giustiziandi non era mai penuria, e le fruste coi
relativi emolumenti erano frequentissime. La pubblica
voce poi gli attribuiva altri guadagni, provenienti
dai risparmî sulle mule che trascinavano il carro dei
rei; mule stecchite, bolse, veri ronzinanti, pagati a
poche grana (centesimi) dal carnefice, ad onze dalla
Giustizia [#]_.

.. [#] Opera pietosa nella sua ferocia era quella del boia maggiore,
   che dopo aver passato il laccio al collo del reo, si precipitava
   istantaneamente sopra costui, per abbreviarne gli spasimi
   ed affrettarne la morte. Di che pare si compiacesse il
   Villabianca, il quale sapeva che in Inghilterra i giustiziandi
   appena afforcati, si abbandonavano penduli nello spazio a strangolarsi
   da loro. *Diario* inedito, a. 1793, 12 ott., p. 251.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., 24 sett. 1794, p. 613.

Il boia stava pronto a tutte le chiamate. *Nun manca
pri lu boja*, diceva il proverbio; e chi passava dalla
Vicaria vedevalo sempre seduto sopra una pancaccia,
quando dentro, quando fuori del portone. Se gli occorreva
di andare in un sito, di toccare qualche cosa,
non poteva farlo altrimenti che con una verga, non
[pg!291]
dovendo egli posare le mani nefande su nulla. Era
sempre accompagnato.

Varie e diverse le pene, varie e diverse le funzioni
del boia. Come in segno del mero e misto impero e
della giurisdizione feudale all'ingresso delle terre dei
baroni fuori Palermo eran piantate in permanenza
le forche, così alle Quattro Cantoniere era un cavalletto
pei ladruncoli ed altri delinquenti del giorno.
Legato mano e piedi su quello, a carni nude, il reo
riceveva sulle parti posteriori del corpo le nerbate
ordinate dal Giudice, e veniva, senza più, condotto al
carcere o alla galera; se ragazzo, era trattato con
sonore sferzate.

Non men grave la berlina, che variava in ragione
dei delitti, delle giurisdizioni e del capriccio del giudice.
Ordinariamente però il boia conduceva a mano
la mula e di tanto in tanto chiamava il pubblico con
isquilli stridenti di tromba. I birri gli davano braccio
forte, e dove un tempo, per la divisa comune, si confondevano
con gli artigiani, dal 1774 destavano un
senso di timore con quel giamberghino rosso, e quella
loro giamberga turchina, sul cui petto splendeva minacciosa
l'aquila inargentata. Un *lordone*, ossia uno
della nazione lombarda, di S. Orsola, veniva condotto
in giro sopra un asino per mercimonio di moneta
spicciola, e portava legato al collo un sacco di cosiffatta
moneta (1773). Ma egli era più fortunato di quel
*cancello* (vetturale), a cui per essere andato a cavallo
in città veniva inflitta la pena della vendita del mulo
che gli dava da mangiare!
[pg!292]

Per ragioni di furti soggetti alla giurisdizione pretoriana
alcuni giovani, d'ordine del Pretore, eran
messi (1774) sopra altre bestie di vetturali e portati
alla berlina pel Cassaro fino alla Vicaria. Malgrado
che ai lati camminassero i soldati di Marina, il boia
non mancava; e perchè non faceva sentire abbastanza
il suono della sua tromba, redarguito vi metteva maggior
forza. Una canzone relativa allo spettacolo ha
questa strofe:

   |   E ddu scintinu boja
   | La mula chi arrinava:
   | La trummetta sunava,
   | E spiavanu chi fu.

Per furti soggetti alla giurisdizione ordinaria il
delinquente andava soggetto ad un segno di conoscimento
ed anche d'infamia sopra una spalla, segno
che era la lettera *F.* colla data del delitto. Così era
facile leggerglisi, p. es.: *F.* 93 (Furto, 1793). Gli studiosi
di criminologia moderna gradiranno sapere che
queste marche eran tatuaggi, segni fatti a punta d'ago
sulla viva carne [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XX, p. 167; v. XXI,
   pp. 114, 140, 214.

Un facchino di piazza coperto d'uno straccio simboleggiante
la toga senatoriale, camuffato da Senatore
per le grasce, camminava per Ballarò. Lazzari e monelli
in frotta, gridando e sghignazzando, lo seguivano,
pronti a svignarsela non sì tosto comparissero i
soldati di Marina. Al giunger di questi, si chiama il
*massaro* dell'Ospedale dei matti, e gli si affida con le
[pg!293]
catene ai piedi il malcreato, il quale stavolta senza
boia, da Ballarò, pel Cassaro, Porta Felice, la Marina,
viene condotto in carcere a S. Giovanni dei Leprosi,
manicomio e spedale delle malattie di pelle.

Analogo a questo, altro delitto, che prende forma di
profanazione o di sacrilegio; e analoga alla pena del
facchino è quella toccata al sartore e sagrestano Ignazio
Gulotta, reo d'essersi finto sacerdote celebrando
non so quante messe e confessando.

Vestito da pazzo con robone di tela bianca, cingolo
di corda e collare di cartapesta, in piedi, viene appoggiato
ad una tavola, sopra un alto sgabello dietro
la fontana raffigurante l'Inverno alle Quattro Cantoniere.
Lo scartafaccio che tiene in petto pubblica
il suo delitto, e la condanna inflittagli dal tribunale
per la R. Gran Corte criminale, cioè la relegazione
alla Pantelleria per sette anni di penitenza. I boia
colle loro divise gli stanno ai fianchi, toccando ogni
quarto d'ora la tromba, finchè, durato per tre ore in
tale vergogna, viene ricondotto alle regie carceri... Il
concorso del popolo è così straordinario che la folla
ferma il passo.

Ciò accadeva il 22 luglio 1784.

Le berline si moltiplicavano all'infinito e con forme
che tutti conoscevano ed alle quali tutti erano abituati.

Proprio due mesi dopo di questa, altra se ne vedeva
nel piano del Monte di Pietà. Il cappellaio Stefano
La Manna, vecchio portiere di quello, ne avea
fatte tante che la misura era colma. Ultima, avea
[pg!294]
preso dal Tesoro certi oggetti pegnorati, e come nuovi
era andato a pegnorarli per suoi. Una però le paga
tutte: e, catturato, veniva esposto alla berlina sopra
uno steccato innanzi al palazzo del Monte. Ma
avesse, o affettasse indifferenza, egli se la rideva non
già sotto i baffi, perchè baffi allora non se ne portava,
ma sotto il naso; e quando i due boia, uno di destra
e l'altro di sinistra, toccavano a sua marcia vergogna
la tromba, egli se la sbirbava chiedendo e sorbendo
rinfreschi [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVIII, pp. 300-301;
   Diario ined., a. 1798, p. 537.

Altro degli uffici sinistri del carnefice, e questo il
più esilarante pel popolo grosso, il bruciamento d'un
libro, d'un oggetto, sentenziato contrario alla religione,
alla morale, ai ministri, al re. Il più celebre
di questi spettacoli fu insieme il più vandalico: lo incendio
dei registri dell'Inquisizione, durato tre giorni,
nel Piano della Marina per ordine del Caracciolo, gongolante
della abolizione.

Ma a quando a quando scenette consimili nel mezzo
della Piazza Vigliena, sopra un fonte, o una impalcatura,
o sul nudo basolato offrivano divertimento ai
monelli con piccole ma vivide fiammate di opere proibite,
di ventagli con figure oscene, di legni medicinali
sia avariati, sia ritenuti dannosi alla salute.

Poco dopo dei registri del S. Uffizio, sotto il medesimo
Caracciolo, seguì l'arsione (1783) di due trattati
del celebre giureconsulto messinese Pietro De
Gregorio, solo per certi paragrafi contro la regalia
[pg!295]
ed a favore della potestà baronale in Sicilia [#]_. Condanne
come queste partivano sempre dal palazzo vicereale,
dove, compiacenti custodi dei regi diritti, i
Vicerè asserviti alla Corte di Napoli tonavano contro
i diritti del baronaggio, dagli autori siciliani sostenuti
e in certi casi interpretati superiori ai regî.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVIII, pp. 59-61.
   Questi trattati furono: *De judiciis causarum feudalium* (Panormi,
   1596), e *De Concessione feudi* (1578). La medesima sorte
   aveano incontrato nel 1766 le *Aureae Decisiones R. Curiae
   Regni Siciliae* di Fr. Milanese da Catania (Venetiis, 1595).

Non meno ridicolo quello d'un opuscolo del canonico
catanese Malerba contro i ministri del Governo, venditori
di giustizia, e contro i loro assecli, bollati come
solenni truffatori; ma più ridicola ancora la pena
a lui inflitta, nelle carceri dell'Arcivescovo (5 nov.
1791), quella dei ceppi; laonde il March. Villabianca
esclamava indignato: «Questi ministri non si vergognano
di esser disonesti, e somigliano a quelle donnacce
che si danno, e poi si ribellano quando per poco
si dica loro baldracche!» [#]_.

.. [#] *Diario* ined., 5 nov. 1791, pp. 184-85.

Sullo spirare del secolo, l'a. 1798, una cassa di libri
giunti da Venezia con carte giacobinesche, dopo
maturo esame del P. Sterzinger incontravano la solita
sorte [#]_; ed il 6 aprile 1799, una scena di codesto
genere assumeva tutta la pompa del soppresso S. Uffizio.
C'era presente P. D'Angelo, il quale, tornando
a casa, prendeva quest'appunto: «Si son portati
molti libri venuti di fuori Regno, e per ordine del
[pg!296]
Governo, impediti ad entrare in dogana, son portati
alla Piazza Vigliena, ed ivi si son dati alla fiamme
a suon di tromba del boia; dopo di che il sac. Arcieri
(prete rimasto proverbiale) fece in quel luogo un sermone
in cui dimostrò la vanità e la pazzia del secolo
creduto illuminato» [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., pp. 197-98.

.. [#] *Giornale* ined., p. 456. Questo P. Arceri passò in proverbio,
   come può vedersi nei nostri *Modi*, n. 63.

Trattamento non meno indegno, a ricordo dei nostri
vecchi curiali, fu fatto al *Codice di Napoleone*,
del quale Pietro Colletta ebbe ad attestare che «per
comodo del Re, fu nella piazza di Palermo [proprio
ai Quattro Cantoni] qual sacrilego libro dalla mano
del boja lacerato e bruciato» [#]_.

.. [#] *Storia del Reame di Napoli*, l. IX, cap. 13. — F. G.
   :small-caps:`La Mantia`, *Sui libri legali bruciati in Palermo*, in *Archivio
   storico siciliano*, N. S., a. XII, pp. 458-464. Pal. 1888.

Esecuzioni di giustizia contristavano con frequenza
incredibile l'animo dei buoni. Il S. Uffizio diede
pure il suo contingente allo spettacolo della morte;
ma che cosa fu esso a fronte degli altri tribunali quando
l'ultimo auto-da-fè portava la data del 1724? Abolito
che fu, la potestà regia, ossia il tribunale di giustizia,
rimaneva unico e solo esercente del diritto di
opporre la violenza della pena alla violenza del delitto.

Appena fissato il giorno della esecuzione l'Avvocato
fiscale (oggi Procuratore del Re) nella G. C. Criminale,
o il Capitan Giustiziere nella Corte Capitaniale,
ne dava partecipazione al nobile Governatore
della Compagnia dei Bianchi e gli rimetteva le chiavi
[pg!297]
del *dammusu*, ove stava il condannato. Da quel
momento la Compagnia entrava in possesso di lui, e
ne avea per tre giorni il governo materiale e spirituale.
Nessuna giurisdizione alterava od attenuava
la sua; ed il Governatore la esercitava piena, scrupolosa
fino nei minimi particolari.

Dall'oscura segreta il reo era dal pietoso Capo di
Cappella fatto salire nell'anti-oratorio, ove con tre
altri suoi confrati gli apprestava i possibili soccorsi
del corpo e dello spirito. Per tre giorni i buoni signori
si moltiplicavano per assisterlo a ben morire: e non
era in lui desiderio che essi nei limiti della loro facoltà
non si affrettassero a soddisfare. A tutto provvedeva
di suo quel funzionante Capo, e non solo pel
reo, ma anche pei nobili assistenti. I quali, se prima
si davano tra loro poche ore di scambio recandosi per
brevi riposi fuori la Vicaria, e la sera, finiti gli esercizî
spirituali, andavano a svestirsi nella loro Compagnia
alla Kalsa, dal 1770, dopo cioè che alcune
stanze nuove furono quivi costruite, essi non si staccavano
un minuto dal paziente [#]_.

.. [#] :small-caps:`Torremuzza`, *Giornale Istorico*, 13 genn. 1781, p. 200.

La prima sera che questi entrava in cappella, a
due ore di notte (due ore dopo l'Avemmaria) la campana
della chiesa degli Agonizzanti dava tanti rintocchi
quanti erano i rei da giustiziare; il suono si
ripeteva anche la vigilia: ed a quei rintocchi, a quell'ora,
specie nelle sere crude d'inverno, ogni persona
si faceva il segno della croce, e pensava chi mai potesse
essere il disgraziato e per quale delitto condannato.
[pg!298]
I confrati della congregazione con voce lamentevole
andavano questuando per la elemosina delle messe da
celebrarsi per l'*arma di stu puvireddu*.

I tre giorni di preparazione a ben morire sono proverbiali
(*Li tri ghiorna di cappella*, ed anche: *Li tri
ghiorna di lu 'mpisu*) e passavano in continui esercizî
di pietà, di preghiera e di religione: lì, nella cappella
del Crocifisso, un sacerdote del sodalizio amministrava
giorno per giorno i sacramenti: ed il Capo
di Cappella scrupolosamente riceveva le confidenze
e le dichiarazioni che a sgravio dell'anima sua il
reo gli faceva, e che egli religiosamente notava in un
registro della Compagnia, il quale va appunto sotto
il titolo di *Scarichi di coscienza*. Nessun occhio profano
si posa ora su quel libro, nessuna indiscrezione
consente rivelazioni che servano a pascolo di curiosi.
Quei registri sono storia di grandi delinquenti, di
omicidi forse involontarî, forse di imputati di delitti
non commessi. Al momento di presentarsi al tribunale
di Dio costoro vollero aprirsi tutti a chi paternamente,
amorosamente li assisteva e li consolava, a chi
ne condivideva gli affanni e ne tergeva le lagrime [#]_.

.. [#] Il cav. Eduardo Rivarola di Roccella, Archivario della
   Nob. Compagnia dei Bianchi, promette una pubblicazione in
   proposito.

E che avranno essi voluto tacere quando non avevano
più nulla da sperare, nulla da temere dalla Giustizia
umana? Perchè non dire in qual maniera procedettero
le cose, e non rivelare circostanze che forse
servono di lenimento ai lor cuori esulcerati?
[pg!299]

Son le 22½ (un'ora e mezzo prima dell'Avemmaria),
ed ogni persona non ha più niente da fare. Il fatale
momento è giunto. Un fabbroferraio si affatica a
schiodare i ferri dai piedi dell'*afflitto*, come lo chiamano
i Bianchi; il quale si dispone a lasciare il troppo
lugubre albergo, la Vicaria, dove non ritornerà
mai più.

Domani il vecchio «D. Alfonzo Ruiz de Castro, Alcaide,
seu Castellano delle pubbliche carceri del nuovo
Edificio di questa Felice e Fedelissima Città di Palermo,
del quale è proprietario il Tribunale della R.
G. C. Criminale», manderà la solita *bolletta* di discarico
d'un detenuto.

Il vasto Piano della Marina è il posto ordinario,
ma non unico, del truce spettacolo, già teatro di raccapriccianti
auto-da-fè e di brillanti mostre d'armi,
della decapitazione di Andrea Chiaramonte sotto gli
occhi di Martino II, e della barbara luminaria dei
registri del S. Uffizio, e alla presenza del gongolante
Caracciolo, di corse di tori e di splendidi tornei, ed
ora di marionette, di carrozze, di oziosi d'ogni genere [#]_.

.. [#] Vedi vol. I, cap. II: *Su e giù per Palermo*, p. 18.

Sullo Steri (palazzo del S. Uffizio), sventola la bandiera
rossa col motto: *Discite justitiam, populi*. I prigionieri
aggrappati alle spranghe della Vicaria, gli
ammalati della Infermeria specialmente, fissano atterriti
il mare di teste che fluttua irrequieto. Dalle
finestre, dalle terrazze, dai tetti, dai cornicioni si
affacciano, si protendono, penzolano come grappoli
[pg!300]
di corpi umani migliaia di persone. I venditori di semi
di zucca e di acqua fresca a grande stento si muovono
in mezzo alla calca non cessando dal gridare a
squarciagola la loro merce.

La inferriata del carcere stride sui cardini e si
rinchiude subito alle spalle d'un lugubre corteo. Un
improvviso mormorìo generale cresce in frastuono
assordante. Algoziri e ministri di giustizia a cavallo,
con verghe nelle mani, seguono lentamente, misuratamente
il regio stendardo rosso, e precedono la Compagnia
dei Bianchi associante il reo, legato sopra un
carro. Granatieri con baionetta in canna, o, secondo
i tempi, alabardieri e soldati a cavallo, formano
steccato e controsteccato impenetrabile alla folla sterminata,
che pallida, allibita, ma sempre curiosa, non
rinunzia al vecchio spettacolo. Le forche si levano
alte in ragione della gravità del delitto. *In altioribus
furcis*, nelle più alte forche, secondo la sentenza,
vengono appiccati gli *stradarii*, i grandi assassini.
*In altioribus furcis* venne strangolata il 5 settembre
1789 la più fredda avvelenatrice del secolo, Anna Bonanno,
soprannominata la *Vecchia di l'acitu*, alle
Quattro Cantoniere; in *altioribus furcis* il parrucchiere
Giuseppe Mantelletti, a 19 anni uccisore d'un
sacerdote.

L'afflitto ascende la scala del supplizio, e lontano
lontano si odono i lenti rintocchi cella chiesa degli
Agonizzanti, e vicino vicino quelli della campana maggiore
della chiesa di S. Francesco li Chiovara: e tutti,
vicini e lontani, invocano la Madonna della Buona
[pg!301]
Morte, perchè voglia concedere *buon passaggio* all'anima
dello sventurato.

Tamburi e trombe rumoreggiano improvvisamente,
incessantemente. Un fremito convulso invade ogni
astante: l'umana giustizia è fatta! I Bianchi ginocchioni
pregano pel trapassato; il cappellano ne benedice
il cadavere, che, non più come per lo addietro,
rimane fino a tarda sera, per una giornata, penzoloni,
ma vien presto rimosso, e se i delitti non esigano
altro, trasportato entro una cassa alla chiesa
dei decollati, nel vicolo S. Antoninello lo Sicco, sepoltura
ordinaria dei rei di Stato; intanto che la folla
superstiziosa si precipita verso la forca, affamata
d'un brincello della sozza fune, già diventava prezioso
amuleto.

Ben altro però ha da fare il carnefice se il giustiziato
è stato un ladrone di campagna.

Per questo malvagio non v'è quartiere d'inverno.
L'arbitrio dei giudici tien luogo di legge, sentenziando
caso per caso la esemplarità della punizione. Questo
solo è certo: che per siffatta gente non vi è pietà:
e la sicurezza dello Stato esige le forme anche
più disumane di giustizia.

La loro impiccagione ha luogo in varî punti della
città, così dentro come fuori, al Piano del Carmine,
a quello del Monte, a Porta di Vicari (S. Antonino),
a quella di Termini (Garibaldi), a quella di S. Giorgio,
fuori Porta Nuova, fuori Porta Montalto: siti
di loro nefande geste e quindi di espiazione. Ma tra
tutti hanno triste preferenza le Quattro Cantoniere.
[pg!302]

I diari palermitani hanno pagine orrende di codesti
spettacoli: ma chi scrive quelle pagine rimane
impassibile come di cose ordinarie della vita, delle
quali non sia quasi da maravigliare. Già si sa: chi
ha ucciso in campagna, chi ha assassinato in un posto
qualunque, deve esser condotto al supplizio sopra
un carro con le mani legate alla coda della mula. Ma
fino alla metà del secolo, peggio: veniva sopra una
tavola trascinato per terra a coda di cavallo. I suoi
avanzi rimanevano pubblico esempio nei luoghi nei
quali i suoi misfatti avevano terrorizzato cittadini e
campagniuoli. Mani e testa, mozzate alla vista del
popolo, chiuse entro gabbie di ferro, venivano attaccate — macabri
trofei — agli archi, alle porte della
città, ad un bastione, ad un palazzo, alla porta della
Vicaria e financo dentro di essa sotto gli occhi dei
carcerati. Il corpo, se così voleva la sentenza, squartato
e distribuito ai varî paesi che ne reclamavano
la triste eredità, poichè ne avean sofferto le geste feroci.
I *canceddi*, *bordonari* (mulattieri), dentro sacchi
trasportavano le infami membra, che andavano a
pendere da un albero, da un muro in campagna, a
Gibellina, presso il convento di S. Spirito in Palermo,
e quasi sempre nel famoso Sperone all'Acqua dei
Corsari, ove andavano a compiere la tragedia.

Questa contrada prende nome dai ganci d'una forca
in muratura quivi piantata. Il 19 gennaio 1770,
venendo per terra da Messina, Brydone, nel vederla
scrivea: «Presso alla città (Palermo) passammo per
un sito di supplizio, nel quale le membra squartate di
[pg!303]
un gran numero di ladroni erano appese ad uncini
come tanti prosciutti. Ve n'erano di recente suppliziati
e offrivano un aspetto molto ributtante. A Palermo,
ci fu detto che un uomo con tre altri era stato
pochi giorni innanzi catturato, dopo una ostinata resistenza,
durante la quale parecchi dei suoi e della
giustizia eran caduti, e che egli piuttosto che arrendersi,
si era piantata la spada nel petto morendo in
sull'istante; gli altri, arresi erano stati impiccati [#]_».

.. [#] :small-caps:`Brydone`, op. cit., lett. XXI.

Una ventina d'anni dopo lo scellerato arnese veniva
demolito, ed il Villabianca scriveva (maggio, 1798):
«La forca fatta di fabbrica per *pianca* (beccheria) di
carne umana è nella via pubblica di mare conducente
a Bagheria. Viene spiantata in questo maggio: alzata
nel 1500, mostra di vendetta, di giustizia, terrore
dei malviventi del Regno. Ma poichè le giustizie oggi
si eseguono nei luoghi dei delitti, restando così noto
a tutti l'atto capitale che per l'avanti era ignoto a
moltissimi, questo segno mortifero venne tolto. La
vista di cosce, di braccia ecc., pendenti dagli uncini, le
ossa ammucchiate nel pozzanghero di essa *pianca* recava[no]
orrore ai passeggieri, specialmente alla Nobiltà,
che si recava a Bagheria. Di notte la mente funestata
da quelle viste, provava pene indicibili. Fin dal
1604 con lo sperone era una piramidetta con iscrizione
oggi scomparsa» [#]_.

.. [#] *Diario* ined., a. 1788, e disegno dell'una e dell'altra a
   p. 496. Il medesimo :small-caps:`Villabianca`, *Palermo d'oggigiorno*, v. II,
   p. 226, aggiunge:

   Questa forca (lo Sperone) «nel 1788 fu in questo luogo
   spiantata per non più recare in appresso il disgusto di vederli
   appesi a quei ferri, fatti in pezzi, i cadaveri di quei feroci
   montanari ch'erano stati giustiziati come assassini di strada.

[pg!304]

Se col secolo volgente alla sua fine lo Sperone veniva
demolito, le cose rimanevano le stesse. Al 5 maggio
del 1791 a Porta S. Giorgio eran rizzate le forche:
e due *aridarii in campis* vi eran trasportati mezzo
ignudi su carri tirati da buoi. Strangolati, ai loro
corpi venivano spiccate mani e teste e appese all'arco
della porta, ove rimanevano ingabbiate fin dopo la
rivoluzione del 1848; e le membra squartate, a Sampolo,
ai Colli, a Porta di ferro sotto Bagheria, alle
Torri di Termini, terrore dei passeggieri.

Scene orribili come questa si ripetevano per altri
simili delinquenti anche allo spirare del secolo. I giudici,
in ciò inesorabili, facevan pagare occhio per occhio,
dente per dente. Il 27 settembre del 1798 Raffaele
Grillo da Racalmuto, legato come di consueto sopra
un carrozzone da buoi, seminudo, veniva senz'altro
afforcato; indi trasportato dai boia alla casa della Vicaria,
tagliato in sei pezzi, fatti appendere qua e là
alle cime degli alberi nei passi delle *portelle* e nelle
gole dei monti [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., 27 sett. 1798, pp. 493-95.

Dai capi attaccati a ragione di esempio prende nome
il Ponte delle Teste sul fiume Oreto, ove, crani
spolpati e bianchi, fino a mezzo il secolo XIX, si vedevan
sospesi ad una piramide [#]_. E ve n'erano, come
[pg!305]
abbiam detto [#]_, anche al Palazzo pretorio, avanzo di
casieri ladri, i quali pagarono sul patibolo il danaro
mal tolto in un tempo, in cui i fallimenti dolosi non si
chiamavano apropriazioni indebite, ed i furti del pubblico
erario venivano puniti non con pochi anni di
carcere, a pasticcini, ma con la condanna nelle galere
dello Stato a vogare per tutta la vita.

.. [#] Nel marzo del 1778 eran trasportate nella chiesetta della
   Madonna del Fiume, ossia delle Grazie, o del Ponte, le teste
   dei decapitati del serbatoio della piramide nel Piano di S.
   Erasmo. :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 285.

.. [#] Vedi v. I, p. 20.

Nè ancor pago, a perpetua infamia dei rei, o a
trofeo della famiglia, Andreotto Abbate faceva murare
sulla facciata della casa sua, che fu poi di G. C.
Imperatore, rimpetto a Porta Felice, due maschere in
tufo calcare dei felloni chiaramontani, non essendosi
potuto conservare le teste di carne e di ossa per lungo
tempo quivi esposte. Fasti non invidiabili, questi, che
il Marchese Villabianca nel 1777 consacrava nella sua
palazzina di Piedigrotta col mascherone di Mariano
Rubbioni, capo popolo nella sollevazione di G. D'Alessi,
ucciso da un antenato di esso Villabianca.

La pena di Morte variava nella forma secondo che
il delinquente fosse plebeo, nobile o civile. La forca
era per la bassa gente, e perciò l'odioso motto: *La
furca è pi lu poviru*; pel nobile, la decapitazione,
che era molto rara, *more nobilium*; e quando la sentenza
voleva essere più che severa, non potendosi togliere
il privilegio della decapitazione, toglievasi quello
dei distintivi. *Decapitetur absque pompa*, decretava
la Gran Corte il 2 settembre del 1771, dopo 82 anni
di una pena simile (1689), nel condannare a morte
[pg!306]
Francesco Paolo Carnazza dei baroni Piscopo, da
Castrogiovanni, giovane non ancora diciannovenne,
imparentato con molte famiglie patrizie di Palermo;
perchè la pompa era un distintivo al quale non si rinunziava
dai parenti. E non era egli un distintivo
quello di mangiare in un servizio d'argento? di dormire
sopra un materassino invece che sulla nuda *jittena*,
giacitoio di pietra? di uscire dal Castello invece
che dalla Vicaria? di portare agli occhi la benda di
seta bianca invece che quella di cotone? Il suo costume
peraltro era un distintivo esso stesso: giamberga, calzoni,
scarpe nè più nè meno che usava l'alto ceto: costume
lì per lì improvvisato appositamente da un
sarto; la sola differenza, il nero imposto dal caso.

La distinzione si estendeva anche al palco, addobbato
con panni neri trinati d'oro, messo in iscena con
vasi d'argento e servitori in livree di lutto. Essi, non
il boia, potevano raccogliere la testa rotolante nel
tinozzo; ma le loro mani dovevano esser coperte di
guanti: distinzione eccezionalmente concessa (1789)
al benamato paggio del Vicerè Caramanico. La quale
provocò mormorazioni di coloro che sostenevano non
potersi applicare il taglione a chi pei suoi natali meritava
il capestro; e, data pure la piacenteria dei giudici,
non doversi permettere un paggio inguantato
preso alle Quattro Cantoniere, ma il boia comune con
le mani nude e sordide [#]_.

.. [#] La condanna e la esecuzione di questo paggio, Em. Caniggia
   (ottobre 1789), fu un colpo fatale pel Vicerè Principe
   di Caramanico, che l'avrebbe voluto assolto dai giudici e, condannato, proposto per la grazia dai Bianchi. In suffragio del
   giustiziato fece egli celebrare funerali *more nobilium* e 200
   messe (11 ott.). Indignato della condotta dei Bianchi, abolì
   la secolare loro prerogativa; che però in forma di proposta
   fu mantenuta ed accettata dal Governo fino al 1819.

[pg!307]

Ultime distinzioni: la sepoltura *ad libitum* dei parenti
ed i pubblici funerali.

Gli è vero che tutto questo cerimoniale, diciamolo
così, imponeva regali a destra ed a sinistra ai carcerieri,
ai carnefici, ai paggi, in ragione del grado nobiliare
e delle condizioni economiche del condannato:
ma la spesa d'un migliaio di scudi soddisfaceva l'amor
proprio della famiglia, che sapeva non esser andato
il suo caro a morte come un volgare malfattore.

Altra forma di supplizio, la fucilazione; ma non ne
troviamo se non un solo esempio, l'anno 1796, in persona
di due militari, e non più. Il militare, napoletano
o straniero, andava accomunato all'ordinario delinquente
nella pena infamante della forca. Una volta
un soldato del Reggimento estero sassone, reo d'omicidio,
non si poteva giustiziare senza il boia pratico;
ma questo avea dei conti da fare col Tribunale ed era
sotto processo. E allora lo si prese entro sedia volante
e, accompagnato alla sua volta dai birri, si
portò a compiere il suo ufficio nel piano di S.\ :superscript:`a` Teresa
e quindi si riportò in carcere [#]_.

.. [#] :small-caps:`Lanza` e :small-caps:`Branciforti`, *Diario*, a. 1797.

La stranezza delle contraddizioni non potrebbe raggiungere
colmo maggiore.

Ciò avveniva il 5 gennaio 1797: e l'anno, aperto
in così triste maniera nella milizia estera, si chiudeva
[pg!308]
peggio nella nostrale. Il 14 dicembre due soldati
palermitani del Reggimento reale di Palermo, venivano
impiccati fuori Porta S. Giorgio concedendosi
un premio speciale agli esecutori.

Passiamo ora alla liberazione da morte.

Il privilegio di grazia era dalla nobile Compagnia
dei Bianchi esercitato con alto sentimento di umanità
e con piena coscienza d'un diritto devoluto al Capo
supremo dello Stato.

Il Governatore del pio istituto all'appressarsi della
Settimana Santa mandava al Vicerè il nome del condannato
da graziarsi. Il Vicerè approvava, e la grazia
era fatta.

Accadeva che i condannati fossero più d'uno e talora
tanti che la Compagnia restava imbarazzata nella
scelta. Le preghiere, le suppliche, gli scongiuri, le alte
e le basse influenze si moltiplicarono, si milliplicavano.
Trattavasi di vita: e nessun mezzo si lasciava
intentato per salvarla a chi era in pericolo di averla
troncata.

L'anno 1777 i condannati a morte eran dieci, ed il
graziando doveva essere uno. Per uscire di impaccio
e liberarsi dalla persecuzione dei supplicanti il Governatore
dei Bianchi che fa? imbussola i dieci condannati
e ne estrae a sorte uno: questo fortunato era
un uxoricida: Giovanni Di Pietro palermitano [#]_. Ordinariamente
però la Compagnia presentava una terna
di nomi: ed il Vicerè decideva; ma nè la Compagnia
[pg!309]
poteva chiedere secondo la primitiva concessione del
privilegio di Filippo II (1580), nè il Vicerè si permetteva
concedere la grazia ad uno scorridore di campagna.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 71.

Il Caracciolo infirmava nel 1782 il secolare privilegio:
la grazia pasquale non avea luogo, ritenuta
abolita pel Caracciolo, sospesa pei Bianchi, i quali
se ne richiamavano al Re. In agosto una donna da
giustiziarsi veniva graziata in virtù del contrastato
privilegio. Giungeva il Venerdì Santo, ed il pubblico
correva come a festa allo spettacolo. Tra il sì ed il
no, passarono quasi vent'anni senza che un rescritto
sovrano troncasse la grave questione. Finalmente il 16
aprile del 1800 il Re con grande soddisfazione di tutti
reintegrava nell'antico privilegio la Compagnia [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., pp. 792-793.

Se al lettore non rincresce, noi passiamo a descrivere
la pietosa funzione della grazia.

Il condannato a cui era toccata la sorte della vita
veniva estratto di buon'ora dalle segrete; dai nobili
a ciò designati gli si lavavano i piedi, gli si indossava
un camice bianco; lo si preparava alla comparsa.

   | Siccome tra gentili alme si suole,

la Compagnia dei Bianchi era in buone relazioni di
vicinato con quelle della Pace e della Carità, nobili
entrambe. I confrati di queste erano in parte confrati
di quella. In omaggio a cosiffatte relazioni, esse
[pg!310]
coglievano qualche solenne occasione per darsi pubblici
attestati di stima. Quale occasione più acconcia
di questa a fare onore a sodalizî che s'intitolavano
dalla Pace e dalla Carità e che l'esercizio dell'una e
dell'altra avevano per loro istituto? Ed i Bianchi invitavano
i nobili confrati a condividere con loro la
vestizione del graziando: e l'invito veniva cortesemente
e con soddisfazione tenuto.

Giunta l'ora solita della giustizia, la Compagnia
moveva dal carcere conducendo il reo, facile a conoscersi
pel suo speciale costume e per la gran torcia
che recava in mano. *Recto tramite* tutti si avviavano
al luogo del supplizio, dove il Governatore faceva girare
al graziato il palco della mannaia, o facevalo
passare sotto le forche, baciandole, secondo che egli
fosse condannato a questa o a quella maniera di supplizio.
Quale impressione dovesse provare costui, immagini
il lettore; certo però che «poco è più morte».

Nel Piano della Marina fermavasi la immancabile
popolazione; e quando il graziato, come di frequente
accadeva, era delle classi superiori, giacchè il giustiziando
del ceto elevato era sempre preferito da questo,
signori e civili prevalevano tra gli spettatori. Il
23 marzo del 1769 (citiamo un fatto caratteristico, benchè
non vicino alla fine del secolo) «comparì — dice
il Villabianca — l'aggraziato Guzzardi vestito di
bianco in drappi di seta con una veste e mantellina
bianca regalatagli dal Superiore Chacon».

Il lettore comprende subito la distinzione del costume
in seta da quello in cotone onde apparisce il
[pg!311]
plebeo; e ricorderà la benda, egualmente di seta bianca,
con la quale i Bianchi coprivano gli occhi dell'uomo
da decapitarsi diversa da quella di cotone o di lino
del plebeo da impiccarsi.

«La folla del popolo fu straordinaria, e vi fu anche
folla di dame e cavalieri per la curiosità di vedere
un nobile lor parente sotto il peso di questa disgrazia» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, pp. 155-56, 216.
   Vedi pure v. XX, p. 142; v. XXI, p. 185; v. XXVI, pp. 71,
   15-16; v. XXVII, pp. 356-57.

Guardando da una finestra dell'albergo di Madama
Montaigne, W. Goethe vide il dì 13 aprile del 1787
uno di questi graziati. La impressione che ne riportò
non fu favorevole. Ott'anni dopo, il 20 maggio del 1795,
passando dal Piano di S.\ :superscript:`a` Teresa, Hager vide per caso
decapitare F. P. Di Blasi: e ne restò penosamente
colpito. Il futuro autore del *Faust* parve sorridere
della toletta del graziato; il giudice dell'impostore
Vella si rammaricò del giustiziato: entrambi visitatori
della Città e in molte cose di un medesimo parere.
Ma il secondo era ignaro delle impressioni del
primo, la cui *Italianische Reise*, venuta in luce solo
nel 1816 [#]_, egli, spigliato scrittore dei *Gemälde von
Palermo*, non potea conoscere, pure incontrandosi in
molti punti con essa.

.. [#] *Italianische* (sic) *Reise*. Stuttgart u. Tübingen, 1816,
   weiter Theil, 1817.

Pazienti ricerche sopra un manoscritto che fu
del celebre Gabriele Castelli Principe di Torremuzza
e sopra un altro della Compagnia dei
[pg!312]
Bianchi [#]_; notizie attinte a diarî e cronache mss. ed a
pubblicazioni del tempo e sul tempo, ci mettono in
grado di fornire la dolorosa statistica delle esecuzioni
capitali di Palermo in meno di mezzo secolo.

.. [#] Il primo, posseduto dal Cav. Carlo Crispo-Moncada; il
   secondo, custodito dal Cav. Rivarola nell'Archivio dei Bianchi,
   entrambi messi dagli egregi amici a nostra disposizione.

Dal 1752 al 1800, raggiungono la cifra di 160. E
non son tutte!

La Compagnia dei Bianchi fin dal 1580 godeva, come
abbiam detto, il privilegio di una grazia annuale; privilegio
che per 48 anni salvò quarantotto condannati.
In uno dei dodici parti della fecondissima Maria Carolina,
quello cioè del 1773 (Maria Luisa, che poi fu
moglie di Ferdinando Granduca di Toscana) veniva
graziato il giustiziando più vicino. Il dì 27 settembre
1800 il Re tornando da una gita in Bagheria e sboccando
con la sua carrozza nel Piano della Marina,
trovava, senza aspettarselo, un reo in procinto di essere
afforcato. Beato sovrano, che poteva dimenticare
una sentenza di morte da lui soscritta, e godersi una
partita di caccia mentre un suo suddito agonizzava all'imminente
supplizio!... La folla grida ad alte voci:
*Grazia, Maestà!* ed egli sorpreso, assordato, confuso,
con un cenno della mano concede, e pel Cassaro si affretta
verso il Palazzo.

Queste cinquanta mancate esecuzioni, aggiunte alle
160, portano la somma spaventevole di 210 condanne
capitali, che per 48 anni costituiscono una media biennale
di nove circa, poco più che quattro all'anno.
[pg!313]

Riducendo di quasi un terzo, cioè a trentuno, i quarant'otto
anni, dal 1753 al 1783, e non contando le
condanne, del resto scarse, di militari, abbiamo, peggio
ancora, 147 esecuzioni con 32 grazie (una pel ricordato
parto della Regina, 31 per la consueta annuale
grazia dei Bianchi) e quindi 178 giustizie tra
eseguite e graziate, con una media di 6 all'anno.

Nè pel viceregno del Caracciolo mutavan le cose,
poichè con lui, abolitore della Inquisizione, le scene
di sangue in tutte le forme legali proseguirono come
prima: e se mancarono nel 1784, mancarono anche
negli anni posteriori alla sua partenza ed erano mancate
anche prima. Da quell'anno al 1800 la media delle
esecuzioni scese: e vi furono anni che si sottrassero
alle ordinarie ferali contribuzioni.

Ma ahimè! Quel che mancò pei delitti comuni venne
qualche volta dato dai delitti politici e militari. Mentre
le tabelle di assistenza dei Bianchi son vuote per
gli anni 1787, 1793, 1796, 1799, si dibattevano sulle
forche ora due soldati francesi (1787-1793), ora un
soldato veneziano (1796), ora il portabandiera del Duca
Oneto, Salv. Rubino; ed il tenente napoletano de Losa
assiste per la prima ed unica volta in un secolo alla
fucilazione di due militari stranieri ai servizi del
Re (1796) [#]_.

.. [#] Vedi :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., 15 giugno 1793, p. 189;
   4 giugno e 6 dicembre 1796, pp. 461 e 659; 14 dic. 1797, pp.
   142-43; 8 luglio e 2 dic. 1799, pp. 294 e 582. — :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale*
   ined., 2 dic. 1799, p. 733.

Il terrore del Giacobinismo prende luogo di salvatore
delle istituzioni!
[pg!314]

Dopo ciò, quali malinconiche riflessioni vengono a
turbare il nostro spirito! Tanti rigori di carceri correggevano
essi i delinquenti che n'eran vittima?

Risponda per noi l'amaro canto popolare del dolore:

   |   Cu' dici mali di la Vicaria,
   | Cci facissi la facci feddi feddi;
   | Cu' dici ca la càrzara castia,
   | Comu vi nni 'ngannati, puvireddi!
   | La càrzara è violu chi vi 'nvia,
   | Chi vi 'nsigna li strati e li *purteddi* [#]_.

.. [#] Versione letterale: (A) chi dice male del carcere — io
   darei coltellate sul viso; — chi dice che il carcere gastiga, — povero
   a lui, come s'inganna! — Il carcere è viottolo che vi avvia — e
   che vi conduce alle strade ed alle *purteddi* (luoghi
   nei quali i ladri attendono i passeggieri).

Tanta efferatezza di sentenze e di esecuzioni diminuì
essa il numero dei delitti più atroci di sangue?

Il Marchese Villabianca in un momento di resipiscenza
disse che «con questo patibolo, cioè colla morte
di capestro, si ci hanno accomunato i popoli e appena
ci hanno avversione», e precorreva all'aguzzino
mangia-liberali del *Congresso de' birri* del Giusti:
osservando che «vi muoiono specialmente i plebei ben
sazii, bene assistiti nell'anima a segno che tali ignoranti
vengono a sospirarne le pene»; ma egli scantonava
come un avversario di Cesare Beccaria, e non se
la intendeva col suo amico Tommaso Natale, quando
affermava che le giustizie a base di sangue «fanno oh
quanto più impressione che non fa la forca!» [#]_.

.. [#] *Diario* ined., a. 1792, p. 420.

Proprio il contrario di quello che insegna il diritto
penale moderno!
[pg!315]

.. toc-entry:: XIX. I giornali e la pubblicità.

CAP. XIX.
=========

.. class:: center large

I GIORNALI E LA PUBBLICITÀ.

Il giornale politico quale lo intendiamo oggi non
esisteva [#]_, ed è tale la differenza che corre tra questo
e quello, che ad un paragone manca qualunque termine,
salvo che quello del nome: nome, com'è facile
comprendere, generico, perchè qualunque titolo esso
portasse era sempre e comunemente inteso *gazzetta*
o *foglio* [#]_. Gazzettieri erano chiamati i giornalisti: e
spesso *filosofi* e *politici* quelli che vi discutevan sopra
o ne professavano le opinioni e le idee.

.. [#] Sopra *I Giornali e la Pubblicità in Palermo nella seconda
   metà del sec. XVIII* fu da noi inserito uno studio nell'Archivio
   storico siciliano, a. XXVII, pp. 300-319.

.. [#] *Gazzetta* poi significava anche notizia, talvolta strepitosa
   o strana. Il Meli nel *Viaggiu in Sicilia di un antiquariu*
   parla di gazzette che venivano da Fuligno e da Firenze. La
   Gazzetta fulignate era settimanale a fogli da 4 pp. a due colonne,
   della dimensione un terzo più grande del nostri giornali
   d'allora, e con la testata, p. e., così: :small-caps:`Num 38 Fuligno`,
   *18 settembre 1767*. (In Fuligno: Per Feliciano, e Filippo Campitelli,
   Stamp. Vesc.).

[pg!316]

Forma e sostanza non avevano nulla di simile. Il
giornale era in ottavo a due colonne con una testata
di piccoli tipi, a forma di libro. A vederne uno oggi,
si crederebbe ad un foglio di stampa di un'opera; mentre
l'amatore ha di fronte una ghiotta curiosità bibliografica.

Nel contenuto poi era un semplice notiziario generale
notizie stantie di un mese, due, secondo le contrade
e le distanze, sì che quando esse giungevano, le
cose potevano aver mutato aspetto; perchè, degno di
attenzione, le notizie erano più di fuori che di dentro
la Sicilia.

Di titoli suggestivi, piccanti, come quelli che la
partigianeria, la scrocconeria, la malvagità dovea inventare
un secolo dopo, neppur l'ombra. La gazzetta
poteva sostenere, anzi sosteneva, le parti del Governo,
ma non era fatta per solleticare col minaccioso nome
i cercatori di scandali, per intimorire chi dalle rivelazioni
d'un foglio potesse veder gettata fosca luce
sulle proprie opere, o perpetrati ricatti. Gli uomini
non eran da ciò, e la legge non avea ancora trovato
ragione di colpire così raffinata maniera di corruzione.

Dei fogli usciti nella seconda metà del settecento,
nessuno era giornaliero. Uno solo eccettuato, il quale
usciva due volte la settimana e visse oltre una dozzina
d'anni; tutti gli altri erano eddomadarî e non superarono
i tre anni di vita.

Il più notevole, anche per un po' d'interesse che
prendeva delle cose della Capitale, fu quello delle *Novelle
Miscellanee di Sicilia*, cominciato il 20 luglio de
[pg!317]
1764 e cessato il 28 agosto del 1767. Esso però è fuori
del periodo delle nostre ricerche, ed è da metter da
parte come *Il Nuovo Postiglione* degli anni 1771-72,
il quale farebbe supporre un *Postiglione* precedente, da
non confondersi con l'epistolario di S. Francesco di
Paola.

Per un ventennio infatti non si parlò più di giornali.

Ed ecco la *Raccolta di notizie*, gazzetta lungamente
e vigorosamente vissuta, e forse la sola sopravvissuta
ad altre che con essa e prima e poi poterono esistere.

Stampata da D. Pietro Solli, per tredici anni (1793-1805)
se non più, apparve ogni Martedì e Venerdì con
uniformità e inalterabilità impassibile. Interi anni
l'Isola nostra non esistette per essa. A ben altro che
alla Sicilia essa guardava. C'era Livorno, centro di
corrieri; c'era Napoli, con Ferdinando; Madrid, con
Carlo III; Vienna, alla quale pensava sempre la figliuola
di Maria Teresa, Carolina; c'era Francoforte,
Londra, e quella Parigi che figurava come oggetto di
curiosità timorosa e di non celata avversione. Nessuno
dell'infima classe sociale sapeva della gazzetta,
ma molto la nobile e un poco la civile e molti partecipavano
all'odio pei Francesi dell'89 e del 93, le geste
dei quali, per vie dirette e indirette, giungevano
col marchio della ribellione a Dio e al Re. Attraverso
ai cento e più numeri annuali della *Raccolta*, si potevan
seguire le evoluzioni degli stati, le vicende delle
corti d'Europa, ma non trovarvi una parola ch'escisse
dalla misura, un'aspirazione anche tacita a principî
di libertà. Man mano che ci allontaniamo dal 1793, il
[pg!318]
giacobinismo è per la *Raccolta* il nome più triste, l'associazione
più pericolosa. La umana miseria non tangeva
la *Raccolta*: e se in essa la Sicilia cominciava a
figurare per qualche ricordino, ciò era solo quando,
fuggiaschi da Napoli (26 dicembre 1798), giungevano
i sovrani, quando essi recavansi a S. Francesco, o
tenevano cappella reale a Casa Professa (Cattedrale
provvisoria) e baciamano al regio Palazzo, o quando
assistevano ad una processione, ovvero quando la Regina
visitava i monasteri ed il Re andava a fare una
partita di caccia o di pesca. Ma la casa nostra non
c'entrava mai. Per poco men che tre lustri quel giornale
rimase cristallizzato, e lo si vide tale nel morire
quale sul nascere, assiso tra due secoli, senza un fremito
di gioia allo spuntare del nuovo, senza un rimpianto
per lo sparire del vecchio.

Pure ad una osservazione del tutto moderna si presta
questo tredicenne arcavolo di centinaia e centinaia
di pronipoti, nati nel sec. XIX e vissuti chi la vita di
uno o più anni, e chi la vita di un giorno solo: la
pubblicità. Se la *réclame* è un avviso, spesso ciarlatanesco,
per chiamar l'attenzione della gente su cose
commerciali, per farsi nome o per altro, la *Raccolta
di notizie* ne porta la prima radice in Sicilia. Alla
fine di qualche numero, era ogni tanto un annunzio.
Ora chiamavano avventori alle loro botteghe i librai;
ora i mercanti partecipavano l'arrivo da Marsiglia
di una partita di eccellenti bastoni di tabacco di nuova
fabbrica ad onza una il bastone del peso di rotoli due
e mezzo l'uno, e cristallame, e frumento.
[pg!319]

Originale questo avviso del 26 marzo: «Si è perduta
una borsa con monete d'argento, cinque once, un
gigliato fiorentino, altro simile da tre, e un'ottava di
doppia di Spagna. Chi l'avesse trovata, la porti al
p. Preposito del Monastero dei Teatini della Catena
(attuale R. Archivio di Stato), che gli saranno regalati
quaranta tarì.» Avviso ingenuo, perchè della
*Raccolta* pochi sapevano, e chi avea trovata la borsa
poteva bene serbarla pei suoi bisogni.

La *réclame* è in embrione, modesta, misurata, nè
spropositata come quella strepitosa *fin de siècle* di
Bisleri, che il suo ferro-china digestivo stomachico,
annunzia *stomatico*, che è quanto dire *di bocca*.

Ma la vera *réclame* si ha nel *Giornale di Commercio*.
Principiato il dì 7 aprile, questo periodico continuò
di Lunedì in Lunedì fino al 28 luglio 1794, che fu il
17º numero. Costava, come di consueto, 5 grani il numero,
un tarì il mese per gli associati. Avea il solito
formato in-4º a due colonne, ma la pagina non era più
grande dell'ottavo ordinario.

Primo e forse unico modello di giornale locale, diverso
da quanti n'erano sorti prima e dalla contemporanea
*Raccolta di notizie*, questo foglio aprì diciassette
rubriche, sotto le quali apprestava «le novità
confacenti».

Date le difficoltà d'allora, non si poteva compilare
diario più rispondente allo scopo pel quale esso era
venuto fuori. Vero cimelio giornalistico, esso andrebbe
attentamente svolto.

Avete bisogno di persone di servizio? c'è «un giovane
[pg!320]
che vorrebbe impiegarsi per cameriere e sa far la
barba e pettinare da uomo e da donna». La pettinatura
era uno degli affari più gravi della vita ed i peli
rappresentavano travi. «Mariano Tusa, nella Piazza
Bologni, sopra la bottega del parrucchiere collaterale
alla chiesa del Carmine (Posta d'oggi), vende due segreti
di due semplici erbe per far crescere capelli e
per far cadere peli» (n. 1).

«Una persona di abilità e che sa pettinare e far la
barba vorrebbe impiegarsi come cameriere in qualche
nobile casa» (n. 4).

«Un prete palermitano cerca d'impiegarsi come
ajo» (n. 2). E s'impiega.

Avete denaro da spendere? Tenete a mente le offerte
di portantine, di carrozze, di mobili, di *montres* d'oro
alla francese.

Un giorno se ne smarrisce una di sommo valore e
per ricuperarla vien fuori il seguente avviso: «S'è
perduta una mostra d'oro montata alla francese, a
quattro quadranti; dei quali quello che denota li giorni
del mese, ha li numeri scritti in oro sopra una striscia
blò: come lo sono quelli dell'altro quadrante che
mostra le ore ed i minuti, e che ha tutti li numeri in
cifre. Tiene annessa una catena d'oro di Napoli, nel
di cui centro è dipinto un bastimento in un ovale che
comparisce da ambedue le parti sotto cristallo, e vi
è pure appesa la chiave d'oro. A chi la porterà, anche
per via di confessione, all'oriuolajo sotto la casa del
Sig. Marchese di Geraci, saranno date once quattro di
mancia».
[pg!321]

Di siffatte preziosità, che ora farebbero perdere la
testa ai commercianti di cose antiche, se ne vendeva
spesso. Ora una «scarabattola (*scaffarrata*) di tartaruga
rappresentante la nascita di N. S. Le figurine
son di cera ed è fornita di diversi pezzi di argento filato,
il di cui peso sormonta la valuta di onze 7».
Ora quadri sopra pietra, sopra rame, con cornici di
tartaruga e di argento, ed uno «di Matteo Stoma
(= Stomer) rappresentante la negazione di S. Pietro
a lume di notte, offerto dal pittore D. Giuseppe Velasques».
Ora crocifissi di corallo rosso delicatamente
scolpiti e smaltati, e scatole di lapislazzoli legate in
oro, e diamanti, e pietre preziose, e perle orientali del
peso complessivo di oncia una e mezza circa, e due
lumiere di cristallo ad otto braccia della Casa Monteleone,
e un fornimento guernito di rame per una
muta ad otto cavalli. Merce speciosa: «un libro di
tavole numeriche relative al giuoco del Lotto», il
quale, passato già nel Palazzo della Inquisizione (1786)
e poi (1799) all'Università degli studî, dentro il Collegio
degli espulsi Gesuiti, era in grande favore [#]_.

.. [#] Una notizia preziosa pei poveri malati di Lotto: Questo
   giuoco, la cui officina era ed è sempre detta *Impresa*, chiamavasi
   prima di *Napoli*, poi di *Palermo*.

   :small-caps:`D'Angelo`, *Giorn.* ined., p. 257, scriveva: «26 gennaio 1799
   nella Loggia della R. Accademia dei pubblici studi si fece
   la prima estrazione del Lotto con gran concorso di popolo, dei
   ministri a ciò destinati. Numeri sortiti: 35, 2, 34, 48, 71.» Cfr.
   :small-caps:`Alessi`, *Prontuario* ms., n. 90, p. 17.

Il *Giorn. di Commercio* finì per *extinctionem caloris*,
cioè per mancanza di annunzî; talchè negli ultimi numeri
le rubriche erano ridotte a sei, sette, e la materia
[pg!322]
non bastava più a riempire le quattro, od anche
le tre pagine. Che cosa era avvenuto? era avvenuto
questo: il paese non adusato a giornali, non ne prendeva
l'associazione, anche perchè il *G. di Commercio*
era troppo speciale, e non si occupava per nulla del
mondo come avrebbe dovuto ogni foglio, e come purtroppo
faceva la *Raccolta di notizie*. Laonde il Direttore
trasformavalo in *Giornale di Sicilia*, e nel medesimo
formato e carattere lo continuava con idee
più larghe e con vedute più pratiche.

Fino al n. 36, corrispondente al 7 aprile 1795, il
*Giorn. di Sicilia* continuava apprestando volta per
volta articoli quasi sempre senza titoli, spesso in
forma epistolare, di letteratura, di archeologia, di
agricoltura, di argomento siciliano o con applicazioni
alla Sicilia, e di chirurgia ed astronomia. Questi articoli
erano la maggior parte anonimi e della brevità
di una, due colonnette, sovente per mancanza di spazio
interrotti da un brusco: *sarà continuato*. Vi collaboravano
i migliori scrittori del tempo: P. Balsamo,
G. Piazzi, F. Chiarelli. A questi articoli si accompagnavano
e seguivano ora sì ora no brevi appunti su
pubblicazioni recenti, avvisi di adunanze dell'Accademia
del Buon Gusto, della Accademia di Storia siciliana,
notizie di alte o nuove operazioni chirurgiche
in Città, della Amministrazione della Giustizia, del
Comune ecc. Quando il Vicerè Caramanico guariva della
grave malattia onde era stato travagliato, gli faceva
una gran festa; quando, l'anno seguente, nel 1795,
moriva, un gran corrotto.
[pg!323]

Nel n. 26, sotto la data del 27 gennaio 1795, il *Giornale*,
scarseggiando di notizie all'uopo e volendo allargare
i confini di esse, faceva alcuni quesiti, pregando
di risposta i corrispondenti. Chiedeva da loro,
almeno ogni mese, una lettera, nella quale fosse un
ragguaglio: «1º Dell'apparenza e quantità dei seminati
di quel territorio e delle vicine campagne. — 2º
Dei prezzi correnti del grano, dell'orzo, delle fave,
del cacio, dell'olio, del vino e di ogni altra mercantevole
derrata. — 3º Delle principali e più interessanti
circostanze della stagione, avvisando, se dentro il mese
il tempo sia stato notabilmente piovoso, o asciutto,
freddo, o caldo, nebbioso, nevoso, accompagnato da
forti venti, o da violenti tempeste, della cui natura ed
effetto» avrebbe gradito «una minuta descrizione, come
delle alluvioni e dei traboccamenti di fiumi e torrenti.»

Chiedeva, inoltre, appunti intorno la «Storia naturale,
le varie e singolari terre, o crete, o pietre, i
varj bitumi, le varie acque minerali ecc., piante rare;
quali le maniere di coltivare le terre che con particolare
e considerevole profitto in quel territorio si praticassero».
In altro ordine di vita, domandava «avviso
degli omicidj, dei furti strepitosi, o altri gravi
delitti, che accadessero in quello e nei vicini paesi.
Altresì di ogni altro avvenimento che credesse il sig.
Corrispondente interessare la pubblica curiosità ed
utilità: sia che esso riguardi le lettere, l'agricoltura,
le arti, il commercio ed i costumi di quella e delle finitime
popolazioni.»
[pg!324]

E conchiudeva imponendosi ogni riserbo sui nomi
dei corrispondenti.

Questa circolare confermava ed allargava il programma
del giornale: programma pratico e veramente
utile al pubblico. Rilievo poi del quale i giornali
moderni dovrebbero per debito di giustizia far ragione
a questo che è dei più antichi, è la *Cronaca siciliana*,
entrata nei principali giornali di oggi, solo
dopo un secolo dalla comparsa del diario del quale
diciamo.

Questo *Giornale di Sicilia*, a chi potesse oggi esaminarlo,
parrà o una gran cosa o un'assai piccola e
meschina cosa, secondo che si guardi con la conoscenza
dei tempi e del paese o con le idee dei giorni nostri.
Gran cosa, giacchè nulla di simile s'era tentato
fino allora, che si occupasse della cultura dell'Isola.
V'era bensì, come diremo, qualche periodico letterario;
ma questo sapeva troppo di erudizione perchè
si dedicasse alla letteratura spicciola, e troppo grave
perchè potesse andare per le mani di molti; e poi
costava tre, quattro volte il *Giornale di Sicilia*, che
si pagava nove tarì (L. 3,82).

La stampa non era quindi solo politica e commerciale.
Lettere, arti, discipline ecclesiastiche offrivano
argomento di disquisizioni e di ricerche illustrative,
non anonime come i giornali politici, ma soscritte
dai più lodati uomini del tempo. E qui, dove apparvero
le *Memorie per servire alla storia letteraria di
Sicilia* e le *Notizie de' Letterati*, e fino al 1778 venti
volumi di *Opuscoli di autori siciliani*; ad imitazione
[pg!325]
o continuazione di questi, dal 1778 al 1797, si arricchì
il tesoro degli studî storici con altri nove, oltre
che di una *Nuova Raccolta di Opuscoli di autori siciliani*.

Ad una serie di *Notizie de' letterati*, con estratti e
giudizi delle opere più pregevoli del tempo (1772) si
eran prestate le stampe del Rapetti; ma dopo un anno
non c'eran più. La medesima sorte incontrò il
*Giornale Ecclesiastico* di Salv. M. Di Blasi, il quale
venne componendovi una «Scelta di vari opuscoli
appartenenti agli studi sacri», estratti dal giornale
dell'abate Dinouart. La materia fu composta in due
tomi e lasciò di sè ricordo buono nel clero, ma non
efficace tanto da determinare alcuno ad imitarlo e
seguirlo. E se vent'anni dopo, nel 1793, il parroco
Giuseppe Logoteta da Siracusa volle farlo rivivere,
se lo vide morir subito fra le mani, al primo tomo,
senza gloria e senza pianto.

La *Conversazione Istruttiva, foglio interessante*, fu
il più piccolo formato dei suoi confratelli vecchi e
nuovi, uscito tra il 7 gennaio ed il 7 aprile 1792.

Semplicissima la compilazione: un dialogo tra «Dama,
Cavaliere, Medico, Avvocato, Filosofo, Abbate»:
sei personaggi per sei tipi del tempo. Quattordici i
numeri del periodico, quattordici i dialoghi, occupanti
sempre o quasi sempre tutte le otto paginette,
all'ultima delle quali era fatta la grazia d'una breve
notizia di agricoltura, un appunto, o un consiglio
di medicina. Se non che, gli apparenti quattordici
dialoghi si riducevano a un solo, interrotto alla fine
[pg!326]
d'un numero e ripreso in principio d'un altro: dialogo
lunghissimo, che solo gl'intervalli di una settimana
potevano far digerire.

La dama era il perno della conversazione, nella
cui casa questa si svolgeva: una dama che leggeva
Fontenelle ed Algarotti, e cercava di coltivare la mente
come facevano alcune del suo grado. Il cavaliere
era un partigiano accanito del patriziato; il medico,
un conoscitore del magnetismo in voga, uno spregiudicato
giudice di Mesmer e di Cagliostro, un fanatico
nemico dei sistemi che i clinici dotti ed i mediconzoli
ignoranti si palleggiavano, un medico di una certa
cultura, che di tutto discorreva un poco: di fisio-chimica,
di anatomia, di malattie correnti e fin di
quelle febbri putride che dominavano in Sicilia mentre
egli settimanalmente chiacchierava, e che dominarono
ancora dell'altro ed infierirono nell'anno seguente.
Il filosofo, un severo censore della vita e dell'educazione
contemporanea, mezzo scettico, mezzo platonico,
panegirista della morale e della virtù. L'avvocato
scodellava le sue cognizioni di giurisprudenza con le
medesime lungherie del filosofo e del medico: e l'abate,
un sacerdote poco untuoso, anzi un poco fervoroso
ecclesiastico. Larghe e particolareggiate le notizie
di Cagliostro (nn. 5-6).

Giungevano gli ultimi giorni di Carnevale e la *Conversazione*
lasciava per la storia del Carnevale il famoso
massone, che ripigliava in quaresima (n. 8) con
una sfuriata contro tutti i cagliostri e le cagliostrate
della società.
[pg!327]

Gli ultimi due numeri alludevano alla Regina, additata
come modello di madre!

Tra' consigli medici, ameno questo: «In gennaro
senza necessità assoluta non si deve cavar sangue.
Si deve usare vino bianco e delicato. Non si devono
mangiare cose salse, non lavare il capo; usare spesso
il miele rosato, i pomi freschi, e le mattine a digiuno
si può pratticare il pepe pesto. Si dee guardare
di andare fuor di casa e stare al più che si può lungi
dal medico, e vicino ai cuochi» (n. 4).
[pg!328]

.. toc-entry:: XX. Il Conte Cagliostro.

CAP. XX.
========

.. class:: center large

IL CONTE CAGLIOSTRO.

Mentre questi fatti di vita ordinaria si svolgevano
tra noi, altri straordinarî e clamorosi ne avvenivano
fuori per opera ed in persona d'un siciliano: Giuseppe
Balsamo, che delle sue strepitose geste riempiva
l'Europa tutta.

«Giuseppe Balsamo!... chi era costui?» potrebbe
chiedersi con D. Abbondio del Manzoni il lettore non
bene informato: e noi lo toglieremo di dubbio aggiungendo
che Giuseppe Balsamo era il *Conte Cagliostro*.

La celebrità del personaggio ci dispensa da una
presentazione in regola; ma il lettore, che forse anzi
senza forse lo conosce con questo nome di guerra all'Estero,
non saprà ciò che egli da semplice Balsamo
fece in Palermo: e se così è, qualche cosa giova pur
dirne, se non altro perchè dal fanciullo si giudichi
il giovane e dal giovane l'uomo.

Quando le prime vaghe notizie del futuro Cagliostro
cominciarono a giungere nell'Isola, tutti sapevano
delle prime capestrerie di Peppino Balsamo. E
[pg!329]
come ignorarle se la madre di lui, D.\ :superscript:`a` Felice Bracconeri,
in compagnia della figliuola Giovanna, nella recondita
via della Perciata a Ballarò, era di continuo
commiserata dalle comari del vicinato, e nota agli
abitanti dell'Albergaria?

La fuga dal Seminario di S. Rocco, nel quale avealo
collocato lo zio materno Matteo, non era un mistero
per nessuno. Bisognava chiudere gli occhi per
non vedere le sue monellerie, turarsi le orecchie per
non sentire le sgridate giornaliere della povera
mamma.

Affidato poi al P. Generale dei Benfratelli e condotto
da lui a Caltagirone, Peppino vi avea vestito
l'abito di novizio (ricordiamoci che si era al tempo
in cui i voti monastici si professavano a 16 anni);
ma buttato poco dopo il collare sopra un fico, se n'era
tornato bel bello a casa come se nulla fosse stato. — «Che
hai fatto?...» gli aveva chiesto dolorosamente
sorpresa la madre. — «Oh che volete che facessi?!
rispondeva; se tutta la giornata lavoravo come
un cane ad aiutare l'aromatario, ad assistere gli
ammalati, ad imparar la medicina?... E vi par piccola
pena quella di leggere sempre a refettorio la
vita dei santi?...» Ma i padri Benfratelli, la Casa
dei quali era di fronte alla Perciata, raccontavano
cose d'inferno del tristanzuolo, e fra le altre questa:
che leggendo appunto, secondo le regole dei religiosi,
il leggendario dei santi, ai nomi delle sante vergini
avea più volte in pieno refettorio sostituito nomi di
donne pubbliche di Palermo!
[pg!330]

Tant'è: ritornato in patria, qualche occupazione
doveva egli procurarsela: e se la procurava accompagnandosi
coi monelli di Ballarò o buttandosi a capofitto
in mezzo a tutte le brighe degli scavezzacolli
suoi pari. Quando incontrava birri a condurre carcerati,
era per lui una vera festa lo slanciarsi loro
addosso per liberare la preda. Gli atti di ribellione
alla forza pubblica avevano in lui la maggiore attrattiva,
in lui, nato e cresciuto nel quartiere più rissoso
della Città, ed alle risse per indole inclinato.

Lo zio Matteo Bracconeri cercava tirarlo a buona
strada: ma tutt'altro che rallegrarsi poteva dell'opera
sua educativa, assediato da ricorsi e da recriminazioni
per la riprovevole condotta del nipote: e
quando un brutto giorno ebbe la ingrata sorpresa
d'un furto di roba e di danaro a suo danno, attore
il suo beneficiato, non è a dire come ne rimanesse
deluso. Tuttavia, non sapeva abbandonarlo: ne vedeva
l'ingegno pronto e versatile, la rapida intuizione,
la percezione piuttosto unica che rara, la copia
degli espedienti e la parola arguta e suggestiva,
e deplorava che tante qualità cospirassero ad opere
malvage. All'arte del disegno parendogli più che disposto,
pensò avviarvelo, e trarne ragione di mutamento
delle malsane inclinazioni. Peppino vi fece
progressi; ed acquistò in essa tanta valentia che un
giorno visto in casa della zia un ventaglio, vi ritrasse
con sì fine naturalezza due mosche, che mai persona
l'ebbe a trovare spiegato che non allungasse la
mano per iscacciarle.
[pg!331]

Ma ahimè! della buona arte si servì a perfide prove,
ora contraffacendo biglietti d'entrata al teatro S.\ :superscript:`a`
Cecilia ed ora falsificando un testamento a favore
d'un Marchese Maurigi ed a scapito d'un pio istituto:
il che non gli fu disagevole insinuandosi nell'animo
d'un notaio suo congiunto.

Il bisogno ogni dì crescente di denaro e le difficoltà
di procurarsene, acuivano in lui l'ingegno esuberante di
trovati sempre nuovi e sempre audaci. Un tale s'era
innamorato d'una giovane, cugina del Balsamo; il
Balsamo se ne accorse e ne prese argomento per iscroccargli
danaro: guadagnossi la fiducia del malcapitato,
e combinò una corrispondenza in regola tra lui
e lei, che non sapeva nulla, e che per nulla al mondo
avrebbe osato scrivere un biglietto. Il carteggio
procedeva attivo, caloroso, e quando il momento parve
alla ragazza, o meglio al Balsamo, opportuno, la
innamorata chiese del danaro, che lo innamorato affrettossi
a mandare; sicchè non pochi furono gli scudi
che l'abile autore di siffatta commedia cavò di tasca
al cieco amante, il quale nulla negava a lei,
neanche un orologio ed altre minuterie.

E non basta.

Scopertosi l'inganno, egli proseguiva per la sdrucciolevole
via. Il superiore d'una comunità religiosa
avea bisogno d'assentarsi dal convento. Conoscendo
il Balsamo buono ad ottenergli una licenza, interpose
l'opera di lui: e la ottenne. La licenza era falsa
ed il povero baggeo l'avea pagata profumatamente.

Questa ed altrettali bricconerie non passavano
[pg!332]
sempre inosservate, nè sempre impunite. Più volte
D. Peppino cadde nelle grinfe della polizia, più volte
venne sottoposto a processo; ma o che le prove
difettassero, o che la furberia in lui fosse maggiore
dell'avvedutezza della Corte Capitaniale, o che valide
aderenze di congiunti neutralizzassero il rigore
delle leggi, egli ne usciva sempre impunito, e forse
innocente. Una però dovea riuscirgli fatale; e a ben
darsene ragione, bisogna premettere una notizia che
più tardi acquistò credito in Palermo, cioè che il Balsamo
fosse uno stregone.

Si raccontava che un giorno essendo egli con alcuni
suoi compagni, e volendo essi mettere ad esperimento
codesta sua facoltà, gli avessero chiesto che
cosa facesse in quell'istante una nota dama della Città.
Egli, segnato senz'altro un quadrato per terra,
vi passava nel centro le mani, e tosto, mirabile a dirsi!
appariva nettamente delineata la figura della dama
nell'attitudine di giocare a tresetti con tre suoi amici.
Stupefatti ed increduli, i compagni mandano sull'istante
a verificare la cosa al palazzo di lei, e trovano
la dama nè più nè meno che aveano visto nell'inesplicabile
quadrato.

Con questa fama, non è da maravigliare della dabbenaggine
di un argentiere d'allora, certo Marano, i
cui discendenti esercitano ancora l'arte della oreficeria.
Costui aggiustando fede alla occulta scienza del
giovane si lasciò per inganno carpire la somma di
sessant'onze (L. 765). Assicuravalo il Balsamo di un
tesoro da scoprirsi, un gran tesoro, nelle vicinanze
[pg!333]
di Palermo; difficile, ma sicuro esserne il possesso e,
conseguitolo, immense le ricchezze. Entrambi si recano
sul luogo indicato; Balsamo comincia le operazioni:
tira linee, recita parole *nere*, invoca spiriti e dopo
lunghe misteriose pratiche vede apparire molti
diavoli (amici suoi tutti, camuffati da demonî) che
prendono a bastonate l'ingenuo argentiere. È un momento
difficile per costui, a tutt'altro preparato che
a questo trattamento; il quale però, vistosi in così
grossolana maniera ingannato, si affretta a richiamarsene
all'autorità, e giura sanguinosa vendetta
del volgare giuntatore.

Palermo non faceva più pel Balsamo, e Balsamo
partiva a rotta di collo.

Queste ed altre furfanterie, delle quali devono serbare
ricordo gli archivi della Corte Capitaniale e della
Corte Criminale del tempo, bastano a far presumere
quel che D. Peppino fosse per diventare. L'isolamento
del paese e le difficoltà di moderarne gli effetti
facevano perdere le tracce dirette di lui; ma le indirette,
vaghe, anche labili, non mancavano, e forse
potevano comporre i fili del grande ordito di menzogne
per le quali resterà memorabile la vita di sì famoso
imbroglione.

Il romanzo (giacchè si tratta d'una specie di romanzo,
quasi incredibile) si apriva a Messina e si
chiudeva a Roma: a Messina, con l'amicizia d'un poliglotta
ed alchimista greco o spagnuolo, Altotas, che
riusciva a formar drappi a mo' di seta con la canapa
ed il lino; a Roma, con l'arresto e la carcerazione in
[pg!334]
S. Leo, ove, ultima di sue geste, era il tentato strangolamento
d'un confessore, da lui, reo convinto e apparentemente
pentito dei suoi misfatti, richiesto, col
perfido intendimento di evadere vestendone la tonaca.
In questa trentina d'anni, quanti ne correvano dal
precipitoso abbandono di Palermo alla morte, fu una
successione tumultuosa, convulsa di avventure, che
sfuggono anche al più diligente indagatore.

Da Messina ad Alessandria d'Egitto, a Rodi, a Malta,
a Napoli (bisogna vedere che cosa fece lì con due
siciliani, l'uno più triste dell'altro!), a Roma, a Bergamo,
a Genova, ad Antibo, a Barcellona, a Madrid,
a Lisbona, a Londra, ogni genere di frodi e di ciurmerie
egli perpetrava, cooperatrice non sempre volontaria
Lorenza Feliciani, ragazza da lui sposata a
Roma e con raffinato lenocinio da lui resa complice di
sua spudorata condotta.

Da tutto egli traeva danaro: dalle conoscenze che
procuravasi, dalle commendatizie di alti personaggi,
da amicizie che improvvisava, da un'acqua da lui
composta per ridar la freschezza della pelle alle donne,
da una bevanda per far ringiovanire, da un segreto
per la produzione dell'oro; e poi dagli studiati
abbandoni della moglie e dalle concordate sorprese.
Eppure, spendereccio com'egli era per indole e per
calcolo, non avea danaro che gli bastasse. Nel volger
di due o tre anni dicesi avesse consumato non meno
di centomila scudi, entrati per illeciti guadagni
nella sua borsa. Sua caratteristica, la improntitudine,
sia che egli spacciasse rimedî empirici, sia che
[pg!335]
assumesse titoli nobiliari, sia che si circondasse del
fastigio di gran signore pompeggiando di mode, di
parrucchieri, di maestri da ballo.

Lasciato che la Lorenza diventasse in Parigi Madama
Duplesir, se ne richiamava all'autorità personale
del Re; e mentre Luigi XV ordinava la cattura,
in S.\ :superscript:`a` Pelagia, della infedele — artificiosamente infedele — donna,
egli, il Balsamo, in uno dei tanti
processi a suo carico sosteneva non esser mai dimorato
in Parigi. Arrestato un po' dappertutto, tante
ragioni trovava, spesso sacrilegamente giurate sul
Vangelo o sul Crocifisso, e così valide, da trarsi d'impiccio:
ed avea il coraggio di tornare nei medesimi
luoghi ond'era sfuggito rasentando la galera.

La truffa all'argentiere Marano nol trattenne dal
rivenire a Palermo (1773): ma il Marano, implacabile
contro di lui, avutone sentore, e denunziatolo, lo
fece mandare alla Vicaria. Allora si volle esumare
il processo pel testamento Maurigi: e buon per lui
che un alto signore intervenne in modo violento; se
no, gli sarebbe finita molto tragicamente.

Questo signore, amico intimo del Balsamo e più
che intimo della Lorenza, prese sotto la sua protezione
il catturato. Riuscitigli infruttuosi gli espedienti
per liberarlo, nell'anticamera del Presidente del
tribunale aggrediva il pratocinatore dell'avversario
del Balsamo, e, forte com'egli era e manesco e sfrenato
di volontà e potente e ricco, lo buttò per terra,
lo calpestò, e forse l'avrebbe finito senza l'interposizione
del Presidente. Il quale, debole e pauroso,
[pg!336]
non seppe punire il colpevole e, per la pusillanimità
delle parti contrarie, mandò libero l'imputato [#]_.

.. [#] :small-caps:`Goethe`, *Italienische Reise*, lett. dei 13 e 14 apr. 1787.

Diedegli però lo sfratto: e madre e sorella, non si
sa più se sorprese del nuovo esser di lui e delle vecchie
abitudini loro, lo videro stavolta per sempre,
partire non senza avergli prima la Giovanna prestato
quattordici onze (L. 178,50), frutto di risparmî, che
ahimè! non le furono più restituite!

Notizie di alternative incessanti di scrocconerie e
di accuse, di ricchezze e di miserie, di trionfi e di cadute,
di truffe e di guadagni, giungevano per via dei
giornali esteri e di qualche viaggiatore in Palermo.
Si raccontava dell'arte sua di convertire il mercurio
in argento, d'indovinare i numeri del lotto, di possedere
il *lapis philosophorum*. Si parlava dei suoi
titoli, ora di Marchese Pellegrini (da lui già assunto
prima del ritorno a Palermo), ora di Marchese d'Anna,
ora di Marchese Balsam, ora di Conte Fenix, e
finalmente e definitivamente di Conte Cagliostro. Con
questo specioso nome la fama di lui corse per tutto
e vinse le barriere degli stati d'Europa. Entrato nella
Società dei Liberi Muratori, ne divenne maestro e riformatore.
Molti, infiniti i seguaci e gli adepti, ciechi
nel credere a prodigi che non vedevano e che nelle
esaltate loro immaginazioni ingigantivano. Giammai
una verità fu dato di sorprendere in bocca di lui; tutto
menzogna, tutto finzione, tutto mistero: ed in questo
avvolgendosi, non mai fece sapere dell'esser suo,
[pg!337]
della sua nascita, della sua patria, della sua età, dei
suoi parenti.

Viaggiava quasi sempre in posta anche col seguito
di più legni: servito da corrieri, camerieri, lacchè, in
isplendide livree, pagate fino a 20 luigi l'una. Quartieri
addobbati con fasto principesco, laute mense,
vesti magnifiche per sè e la moglie, audacia di presenza,
sussiego d'andamento gli crescevan credito di
uomo straordinario, sì che il ritratto di lui spargevasi
a migliaia di copie pertutto, e ventagli, ed anelli,
e medaglioni, e bracciali lo rappresentavano in
disegno, in pittura, in rilievo, in ismalto; e bronzi
con la iscrizione *Divo Cagliostro* servivano di ornamento
ai salotti signorili. Si disse che i suoi occhi di
fuoco leggessero in fondo all'anima, e lo si ritenne
padrone della scienza e di tutte le lingue d'Europa
e d'Asia!

E questo è poco.

Spargendo a larghe mani favori e beneficî, operando
per via d'imposture e per fortuna di caso guarigioni,
parve dove angelo di beneficenza, dove iniziatore
d'una religione rinnovatrice dei corpi e delle anime,
dove un intermedio all'uomo ed a Dio. In mezza
Europa, ignoranti e dotti, plebei e nobili, popoli e
principi se ne contendevano la vista, la parola, il
tocco, l'amicizia, l'opera; ma andando però o fermandosi
successivamente in Lisbona, Cadice, Malta, Pietroburgo,
La Aia, Bruxelles, Venezia, Varsavia, Francoforte,
Strasburgo, Napoli, Bordeaux, Passy, Basilea,
Brienne, Aix, Torino, Roveredo, Trento, lasciava
[pg!338]
dietro di sè come una striscia di imbrogli, di cabale,
d'inganni, di furti. Non solo l'indole irrequieta
ed avventuriera lo spingevano di città in città; ma
anche le conseguenze delle sue perfide arti di tutto
falsificare, spillando, rullando a man salva somme
talvolta favolose. E diciamo a man salva, perchè arrestato
una ventina di volte, ebbe sempre la singolare
abilità di salvarsi, ora corrompendo carcerieri, ora
giurando il falso, come quando, imputato d'aver preso
parte all'inganno d'una collana di brillanti fatto
alla Regina Maria Antonietta, e chiuso nella Bastiglia,
veniva dal Parlamento per mancanza di prove
liberato; fatto del quale son piene le gazzette del tempo
e libri usciti sotto i nostri occhi [#]_.

.. [#] :small-caps:`Frantz Funck-Brentano`, *L'affaire du collier d'après
   de nouveaux documents recueillis en partie par* A. Régis. Cinquième
   édition. Paris, Hachette, 1903.

Sembra di assistere a scene fantastiche, e si è invece
a fronte della più ributtante realtà: e si chiede
stupefatti come mai tanto potesse avvenire con le
restrizioni dei governi e sotto gli occhi di Argo delle
diverse polizie d'allora.

Gli è che ovunque egli andasse l'opera sua veniva
sempre diversamente giudicata dai diversi personaggi
e ceti, quali sbalorditi alle sue inesplicabili guarigioni,
quali incerti se in quella figura dozzinale albergasse
un genio incompreso o lo spirito d'un basso
ciurmadore, se un taumaturgo sommo o un cabalista
volgare, un pensatore profondo o uno scaltrito improvvisatore
di favole, se un grande riformatore del secolo
[pg!339]
o un essere esaltato dei successi fortuiti della sua
vita vagabonda.

Quando all'aprile del 1787 il Goethe metteva piede
in Palermo era fresca la *Lettera al popolo francese*
del Cagliostro (Londra, 20 giugno 1786): e faceva
il giro d'Europa la polemica tra questo e Monsieur
Morand, che nel *Corriere d'Europa* strappava la maschera
al sedicente Conte. E però una delle prime
cose che fece fu la ricerca dei parenti dell'audace impostore.
Quella ricerca fu la prima seriamente e spassionatamente
condotta.

La buona e dolce madre di Giuseppe Balsamo con
la figliuola Giovanna, vedove entrambe, avevano abbandonata
la via della Perciata e si erano ritirate in
via Terra delle Mosche vicino il Cassaro [#]_. Quivi accompagnato
da uno scritturale di un valente avvocato,
le trovò Goethe, modeste, ignare della sorte dell'amato
congiunto, impazienti di notizie di lui, che
per sentita dire sapevan già divenuto un gran personaggio,
segno a gravi persecuzioni ed a culto presso
che divino: e la Giovanna, nelle sue grandi miserie,
si rammaricava che Giuseppe, nel mar di ricchezze nel
quale nuotava, si fosse dimenticato delle 14 onze da
lei prestategli nell'ultima sua venuta a Palermo [#]_.

.. [#] Ci richiamiamo alla pag. 45 del vol. I, per togliere con
   questa l'equivoco nel quale eravamo caduti a proposito della
   visita di Goethe.

.. [#] :small-caps:`Goethe`, *Italienische Reise*, lett. 13-14 aprile citata. È
   strano che :small-caps:`J. R. Haarhaus`, *Auf Goethes Spuren in Italien,
   III Theil: Unter-Italien*, proponendosi di seguire il sommo
   scrittore nelle sue peregrinazioni anche in Sicilia, non abbia
   avuto una parola nuova, neanche per far conoscere la casa
   nella quale stavano i Balsamo (cfr. p. 117).

[pg!340]

Avea ragione!

Cagliostro avea truffato centinaia di migliaia di
scudi, senza mandarne uno alla santa vecchiarella
della madre, alla sventurata sorella creditrice, che
intristiva nella inopia con tre poveri figliuoli ed una
disgraziata malaticcia che per carità teneva in casa.

Meno di tre anni dopo, il matricolato furfante, il
Casanova della Sicilia, tentato dalla Lorenza, desiderosa
di ritiro e di pace, rientrava in Roma. Fosse
in lei stanchezza o paura, fosse debolezza o, come
parrebbe, perfidia [#]_, egli veniva arrestato e condotto
nelle carceri del S. Uffizio al Castello S. Angelo. Molti
conti avea da aggiustare col famoso Tribunale specialmente
in materia di fede e di logge massoniche,
ed il Tribunale, dopo un lungo processo, glieli fece
pagare tutti fino all'ultimo.

.. [#] Questa circostanza nuova, non è guari acquisita dalla
   storia del Balsamo, risulta dal Codice Vaticano, n. 10192:
   *Avvenimenti sotto il pontificato di Pio VI dall'a. 1775 al 1800
   raccolti da* :small-caps:`Fr. Fortunati`, carta 107. Cfr. *Archivio stor. sic.*
   N. S., a. XV, p. 154. Palermo, 1900.

Il processo fu reso di pubblica ragione a Roma,
nella stamperia della Rev. Camera Apostolica, e tosto,
a soddisfazione dei curiosi timorati, riprodotto
in Palermo [#]_. La *Conversazione istruttiva* ne dispensò
per un buon mese ai suoi lettori.

.. [#] *Compendio della vita, e delle gesta di G. Balsamo denominato
   il Conte Cagliostro, che si è estratto dal Processo contro
   di lui formato in Roma l'anno 1790*, ecc. In Roma MDCCXCI
   ed in Palermo, MDCCXCI. Nella stamperia di D. Rosario Abbate.

[pg!341]

L'anno 1795, «l'eroe degli scellerati», come lo chiamarono
gli avvocati di Madame la Mothe, moriva, come
abbiam detto, d'accidente [#]_: proprio cent'anni
dopo (1695) che nella medesima fortezza, pei medesimi
misfatti di lui e per opera della medesima Inquisizione
esalava il suo maligno spirito il celebre impostore
Giuseppe Borri! [#]_.

.. [#] *Testamento di Cagliostro, morto ultimamente di apoplessia
   nella fortezza di S. Leo*; 4 sett. 1795.

.. [#] Notizie più o meno conosciute del Cagliostro han fornite:
   :small-caps:`Cantù`, *Italiani Illustri*, v. II, pp. 1-29, che pure cita (p. 29)
   alcune pubblicazioni in proposito; :small-caps:`Henri d'Almeras`, *Cagliostro*
   (Paris, Société d'Imprimerie 1903); :small-caps:`L. Tommasi`, *Il Conte Cagliostro
   a Trento*, in *Tridentium*, IV, 8; :small-caps:`F. Pasini`, *Ancora
   del Cagliostro nel Trentino*, 1788-89, in *Tridentum*, V, 1, 1902. — A.
   Dumas e Franco Mistrali ne fecero argomento dei loro
   romanzi: l'uno, *Giuseppe Balsamo*; l'altro *Frammassoni e
   Gesuiti, ovvero il Conte Cagliostro e Fra Lorenzo Ganganelli*
   (Milano, Terzaghi, 1862): una delle più solenni sconciature.

[pg!342]

.. toc-entry:: XXI. L'Ab. Vella e la sua famosa impostura.

CAP. XXI.
=========

.. class:: center large

L'AB. VELLA E LA SUA FAMOSA IMPOSTURA.

Non era ancora scomparso dalla scena del mondo
tanto colosso di giunteria che un altro, meno famoso,
faceva la sua apparizione a Palermo.

Stavolta la leggenda è più ristretta: ed il triste
eroe ne è un prete. Giuseppe Balsamo da Palermo
sceglieva a teatro delle sue brutte imprese l'Europa
tutta; Giuseppe Vella da Malta svolgeva l'opra sua
di falsificatore di codici e di creatore di favole nella
sola Palermo: strana coincidenza di malvagità in un
medesimo tempo e in un medesimo paese, tanto più
strana in un periodo di non comune risveglio intellettuale.

Un giorno si vede a passeggiare per la città un sacerdote
non prima conosciuto. Grave l'andare, studiati
gli atti, affettata la pronunzia, bastardamente
toscana la parola. Indi a non molto giunge da Napoli,
sospinto da fortuna di venti, un Ambasciatore
marocchino (17 dic. 1782). I due stranieri si avvicinano
e s'intendono; e il sac. Giuseppe Vella (giacchè
[pg!343]
l'ignoto ecclesiastico si chiamava così) che col suo
maltese riesce ad intendere ed a farsi intendere, si fa
interprete di quello; e per incarico del Vicerè lo accompagna
nella visita e nelle conversazioni per la
Città. L'oscuro pretonzolo diventa subito illustre, e
lo si comincia a credere un dotto arabista; ed egli,
che neppur sa l'alfabeto arabo, s'atteggia a genio di
quella lingua.

In una barca di corsari arenata nella spiaggia di
Cefalù veniva trovato non so che libro turco. Vella
in tutto sussiego lo esamina e lo dichiara un libro di
tesori nascosti nei dintorni di quella città. Il codice
invece parlava di sepolcri dei primi Califfi! Più tardi,
all'apice della sua gloria e della sua lingua, i Canonici
della Cappella Palatina lo pregavano d'un parere
sopra un cofano con iscrizioni cufiche; ed il Vella
lo sentenziava già ad uso di viatico, coi primi versi
del *Pange lingua* in arabo. Ma poichè i Canonici gli facevano
osservare il *Pange lingua* essere stato composto
da S. Tommaso (sec. XIII) egli, correggendosi, lo
affermava già consacrato alle reliquie dei Santi Apostoli.
Il cofano invece era servito ad altri e ben diversi
usi.

Mons. Airoldi, Giudice della Monarchia, amantissimo
di cose sicule e delle vicende dei Mussulmani in
Sicilia ricercatore premuroso, ma, perchè ignaro di
Arabo, non fortunato, gli faceva allora domandare
se si fosse mai imbattuto in alcun codice che portasse
nome a quella dominazione tra noi: ed il Vella rispondeva
uno averne veduto con l'Ambasciatore nella
[pg!344]
Biblioteca dei Benedettini di S. Martino, che narrava
appunto della conquista musulmana dell'Isola; difficilissima
però esserne la lettura, non che la intelligenza.

Alla insperata notizia l'Airoldi esulta, e sotto la
sua personale responsabilità, ottiene in prestito dai
monaci Benedettini il prezioso cimelio. Vella, eccitato
a lavorarvi sopra, con l'obiettivo d'un largo premio,
che per lui sarebbe l'Abbazia di S. Pancrazio,
vi si consacra, com'egli dice, con ardore; ma in sostanza,
con la flemma di chi perfidia a danno della
verità.

E presenta le prime pagine. L'Airoldi va in visibilio;
perchè vi trova nientemeno «un registro di tutte
le lettere che dal principio della invasione araba
in Sicilia aveano scritto di mano in mano gli Emiri
prima a' Mulei dell'Africa Aglabiti e poi ai Sultani
di Egitto Fatimiti, colle risposte di costoro. Per lo che
queste lettere portavano in sè la fede della loro autenticità,
e dimostrando l'amministrazione, le imprese,
i politici regolamenti degli Arabi, formavano il diritto
pubblico di quei tempi, ed erano secondo l'apparenza
il più prezioso monumento della storia degli
Arabi in Sicilia.»

Rozza quale l'uomo che la maneggiava la forma della
traduzione: e questo grandemente concorreva ad accreditare
l'autenticità del codice; giacchè il Vella,
privo affatto di coltura, nessun sospettava capace di
sofisticar l'originale, che nella traduzione orribilmente
spropositata offeriva, secondo l'Airoldi, anzi secondo
[pg!345]
la comune opinione, una impronta nuova, la
quale agli ignari di cose orientali poteva sembrare
propria degli scrittori di quella razza.

L'Airoldi correggeva le sgrammaticature e prendeva
per oro di coppella il contenuto del manoscritto. Aveva
sognato una civiltà araba: e già la trovava nella nuova
inattesa scoperta velliana. Le idee, le aspirazioni
su quell'epoca, da lui espresse nei giornalieri conversari
coi dotti frequentatori della sua casa, avevano
nei nuovi testi addentellato e conferma. E non poteva
essere diversamente se il Vella, partecipe ai geniali
convegni, conosceva ormai i desiderî del buon Prelato,
e creava a soddisfazione di lui un romanzo tutto immaginario.

E pensare che appunto per questa creazione il Vella
veniva chiamato ad insegnare arabo nell'Accademia
(Università) degli studî! e che, non conoscendone
egli, come abbiam detto, neppure l'alfabeto, insegnava
ai giovani i rudimenti della lingua maltese! E non è
tutto: raccomandato dal March. Caracciolo, il neo
professore otteneva dal monarca 1000 onze (L. 12750)
per una missione scientifica nel Marocco, per la quale,
accompagnato da tre suoi scolari, potesse raccogliere
i materiali per la storia di Sicilia sotto i Musulmani.

Di tanto in tanto qualche nuvoletta sorgeva ad offuscare
il sereno dell'anima di Mons. Airoldi. Quel
nome, quella data, non sarebbero un errore di lettura?
Ma il Vella, invitato a rileggere il testo di quel
nome e di quella data, non avea nulla da rettificare,
e sugli ordini sacri giurava che le cose erano proprio
[pg!346]
come avea detto lui. Avvalorava poi la lezione con
nuovi codici arabi e con monete e lettere che egli con
sempre nuove menzogne affermava ricevere da Fez,
da quel medesimo Ambasciatore Marocchino Mohammed
Ben Osman che egli avea accompagnato per Palermo,
e che per lui era il provvido fornitore di carte
e di documenti, il consigliere, l'amico, il fratello.

La traduzione, plaudenti i dotti che ne sentivano
a parlare e gongolante di gioa l'Airoldi, procedeva a
vele gonfie.

Ma ecco, quando nessuno se lo aspetta, un uomo
di forte ingegno e di larga cultura levarsi a turbare
tanta armonia di cuori e di voci. Rosario Gregorio
sospetta la falsità del codice e la impostura del Vella:
e con documenti e ragioni irrefragabili dimostra quanto
dal vero siasi discostato il sedicente traduttore inventando
date, fatti, luoghi, persone. L'Airoldi, che
nel lavoro del Vella vede assicurato il suo monumento
storico, ne rimane contrariato; sconcertato,
ma non confuso nè vinto, il Vella. Il quale
a nuovo suo titolo di gloria si affretta a metter fuori
la sorprendente notizia della scoperta dei libri smarriti
di Tito Livio, in uno di questi codici: scoperta
che sa circondare di tanto mistero, da lasciare inquieti
i letterati.

Allora l'Airoldi annunzia la stampa del primo foglio
della traduzione: col quale si propone di render
giudici del lavoro del Vella gli orientalisti oltramontani.
Vella si vede perduto, e ricorre ad uno stratagemma
tutto cagliostriano: mette le mani sul codice
[pg!347]
di S. Martino e lo interpola, lo altera, lo corrompe
in guisa da non potersene più cavare costrutto di
sorta. Il maggiore strazio è nelle prime pagine; e
perchè non si possa scoprir la differenza dell'inchiostro
recente della manomissione sull'inchiostro antico
del testo originale, e le difficoltà portino la impossibilità
di lettura, attacca sulle singole pagine una sottile
pelle di battiloro. Così si tiene al sicuro. S'incide la
prima facciata, che è una vera lettera del diavolo di
Girgenti. I dotti convengono che testo e traduzione
son barbari; e mentre alcuni ne mettono in dubbio
l'autenticità, altri, e sono i più, dai difetti traggono
fondamento alla sincerità del codice e del traduttore.
Tychsen è di questi, e contro tutti sorge paladino del
Vella. Sono col Gregorio, Simone Assemani, De Guignes,
Barthélemy, Adler. All'Airoldi, manco a dirlo,
va molto a sangue la _`opinione` del Tychsen, che leva a
cielo la perizia linguistica del Vella, battezzata per
«incomparabile e quasi divina» (1787). Sotto il
pseudonimo di de Veillant, nel quale sembra nascosto
il Gregorio, esce in cattivo francese un'arditissima
carica contro il saggio venuto in luce; tutti o quasi
son contro il critico, e l'ambiente è saturo dello spirito
arabico velliano. De Veillant è ritenuto un invidioso
ignorante, e tra una velenosa risposta dello
storico Di Blasi inneggiante al Vella, due lettere laudative
del Tychsen al Torremuzza ed al Vella medesimo,
pubblicate in Palermo (1788) e le deboli ma giudiziose
controrisposte, le cose vanno tant'altre, che,
prevalendo il giudizio dell'autorevole professore di
[pg!348]
Rostock, la impostura trionfa con la pubblicazione del
primo volume del Codice diplomatico arabo di S. Martino
delle Scale, e poi, mano mano di altri cinque,
coi quali l'opera attinge alla sua fine [#]_. Il Iº vol.
porta una dedica a Ferdinando: il IIº, una a Maria
Carolina; e in tutti e sei il verso di Lucrezio:

   | E tenebris tantis tam clarum extollere lumen.

.. [#] *Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi
   pubblicato per opera e studio di* :small-caps:`Alfonso Airoldi` *Arcivescovo
   di Eraclea, Giudice dell'Apostolica Legazia e della R. Monarchia
   del Regno di Sicilia*. Palermo, nella R. Stamperia 1789-92.
   In 4., voll. III in parti 6.

Tychsen accoglie nel suo *Elementare arabicum*, come
saggio di dialetto volgare mauro-siculo, l'apocrifa
prefazione; Wahl ne prende ragione d'una storia e
statistica degli Arabi in Sicilia; il Vescovo irlandese
Woodward lo riassume in inglese, Sachard in francese.
Canciani a Venezia, Carli a Milano riportano
brani del *Codice* come reliquie preziose del medio evo;
Rossi se ne serve a documento del suo diritto pubblico
della Sicilia, Napoli Signorelli per fissare il grado di
cultura siciliana ai tempi arabi. In Sicilia l'ab. Ferrara
ne cava notizie di eruzioni etnee... non mai esistite,
ed il sac. D'Angelo ne fa un estratto per un
seminario di Messina. Ce n'è d'avanzo per cominciarne
una traduzione latina; ma questa, col titolo di *Codex
diplomaticus Siciliae*, arena al solo primo tomo.

L'Airoldi, soddisfatto di sè e del suo arabista, si
riposa sui travagliati allori; e non si accorge di essere
stato grossolanamente *turlupinato*!
[pg!349]

Frattanto nessun premio giunge da Napoli al traduttore:
non l'ambita abbazia, non la cantoria della
Cappella Palatina, non la più volte implorata raccomandazione
del Re al Gran Maestro dell'Ordine gerosolimitano
per una Commenda di quell'ordine lungamente
richiesta e sollecitata. Bisogna pur dire che gli
uomini sono ingrati verso l'autore di un'opera così
insigne!

Allora, vedendo fallire ogni vecchia e nuova speranza,
egli volge la versatile mente al disegno d'un
edificio, che tutta chiamerà a favor suo la Reggia di
Napoli. Non ha egli felicemente compiuto un *Consiglio
di Sicilia* per l'epoca araba, gloria dell'Airoldi
e sua? Ora egli condurrà innanzi, a sua gloria esclusiva,
un *Consiglio di Egitto* per l'epoca normanna.
La materia è stata trovata: il mitico Ambasciatore
del Marocco fornisce codici e documenti quanti ce ne
vogliono. La forma è la solita epistolare, simile a
quella del codice martiniano. L'argomento di vera,
irrefutabile attualità: le prerogative e i diritti della
Corona di Sicilia, tanto discussi nelle Corti di Napoli
e di Palermo e nelle case signorili, e sostenuti a
tutta oltranza nelle conversazioni del Circolo Airoldi.

Il nuovo codice, che dicesi arabo, è invece maltese;
e mentre si spaccia copiato sull'originale di Fez,
viene invece dall'attiva fabbrica del Vella. Nel *Consiglio
di Egitto* sono largamente attribuite immense
prerogative alla Corona nei tempi arabi; ed il traduttore
nella sua dedicatoria al Re osserva che «i supremi
diritti della regalia, non altrove quanto in questo
[pg!350]
codice ampiamente rilucono. Nè v'è dubbiezza storica
che egli con le sue lettere ed in brevi parole non
decida e richiari.» Nulla vi manca per solleticare la
vanità di un sovrano e l'avidità di Ferdinando di Borbone;
e quando l'audace imbroglione parte per Napoli
ad umiliarlo ai piedi del trono, orientalmente prosternandosi
con la fronte per terra ed offerendo a S.
M. Siciliana un anello con lettere cufiche, che egli dice
del Conte Ruggieri [#]_, Ferdinando gli concede tutto
quanto all'emulo del Casanova e di Cagliostro piace.

.. [#] Ben diversamente racconta questo e l'altro aneddoto di
   Cefalù, :small-caps:`Hager`, *Nachrichten*, pp. 30-31.

La pubblicazione del primo volume del *Consiglio*
rivela che dieci anni di falsità e d'inganni non sono
andati perduti: egli è già Abate di S. Pancrazio [#]_.

.. [#] *Libro del Consiglio di Egitto tradotto da* :small-caps:`Giuseppe Vella`.
   *Cappellano del Sacro Ordine gerosolimitano, Abate di S. Pancrazio*.
   Palermo, dalla R. Stamperia, 1793, T. I. in folio.

Il Gregorio, fattosi già molto innanzi negli studî
arabici, mostrava con l'ampia collezione *Rerum arabicarum*
quanto valesse. Eppure alla sua solida scienza
pochi prestavano omaggio, infanatichiti di quella
bugiarda dell'Abate. Per poco che nel pomeriggio si
andasse pel Cassaro, e si uscisse fuori Città, lo s'incontrava,
il fortunato ciurmadore, nella sua nuova carrozza
acquistata coi lauti beneficî reali, ricrearsi alla
Marina ed alla Villa Giulia; e chi avea entratura nei
palazzi magnatizî, lo vedea sedere a pranzi luculliani:
molla dai nobili creduta potente per salvarsi da possibili
deplorevoli conseguenze della pubblicazione del
*Consiglio di Egitto*, demolitore dei diritti feudali a
[pg!351]
beneficio della regalità. E qua e là lo sentivano a vantarsi
di una lettera del Pontefice, che gli raccomandava
di aver cura della sua vista tanto compromessa
dalle gravi fatiche sostenute.

Ma vengono presto i giorni neri!

Già il Conte di Stolberg al suo primo giungere a
Palermo s'era stupito al racconto di tanta audacia;
ma nello stupore avea confessato che solo un uomo di
altissimo ingegno avrebbe potuto esser capace di tanto [#]_.
Ed avea ragione!

.. [#] *Reise* cit., III, pp. 322-23.

Richiamato dalla Corte a Palermo, dove per semplice
diporto era stato nella scorsa primavera, il prof.
Giuseppe Hager ritornava nella Capitale il 21 dicembre
1794. A spese del Re il bravo sinologo riceveva
particolare incarico di studiare la questione dei due
codici e di darne parere. Vella, che avea bravato per
tanti anni gli avversarî, perdeva il coraggio e chiudevasi
come smarrito in casa.

Hager chiede documenti all'uopo della sua missione:
codici, stampe, manoscritti; ma Vella fa orecchie da
mercante: e, datosi per infermo, crede giustificare il
suo silenzio. Stretto dalle domande insistenti del perito,
simula (8-9 genn. 1795) un furto di carte donde
la sua rovina. Finge di ammalare dalla paura, di sputar
sangue per tre giorni; prende il Viatico e si raccomanda
per morto a Dio.

La misura è colma!

Il Vicerè caramanico è morto; succede Lopez Presidente
[pg!352]
del Regno: il teatro politico e morale si è
improvvisamente mutato. Il Presidente Grassellini
con un colpo di mano fa nottetempo assalire la casa
del Vella, sequestrare le carte di lui, assicurare alla
Giustizia la sua persona, a vista di due guardie. E
qui si viene a sapere, un frate francescano maltese
aver copiato mercè il compenso di 16 onze (L. 204)
(e la copia, incredibile la grossolanità della impostura!
in carta Fabiani di Genova) il presunto Codice
del *Consiglio di Egitto*; avere il Vella da alcuni
giorni bruciate carte e carte; una cassa piena averne
messa al sicuro nell'abitazione di sua sorella, moglie
di un certo Cutrera: simulazioni tutte il furto,
la malattia, i gravi pericoli corsi; pretesto il Viatico.

Per un momento il turbine così foscamente addensatosi
sul suo capo si arresta: e secondo alcuni minaccia,
secondo altri promette di dileguarsi; giacchè
un dispaccio del Segretario di Stato Simonetti chiama
in Napoli il Vella: il che rianima i partigiani di
costui. Ma un nuovo dispaccio di Acton toglie ogni
speranza, e rincora gli avversarî. In una adunanza
di cinque letterati, presieduta dal Marchese Dragonetti,
Hager e Vella discutono dei due codici e della
traduzione: e, siccome è partito preso che si debba
schiacciare Hager ed esaltare il Vella, si conchiude
luminosamente a favore di costui. Eppure tutti e
cinque sono analfabeti in arabo!

Tornato a Napoli, il dotto orientalista dà il suo parere,
che è una ragionata, incalzante, perentoria conferma
della solennissima impostura.
[pg!353]

Tutto questo raccontavano alla distanza di 28 anni
il Dr. Hager e con minutezza di particolari Domenico
Scinà, testimoni oculari, credibili in tutte le loro
affermazioni [#]_. Là dove questi dice che della traduzione
si voleva tentarne una versione tedesca, egli
mostra di non sapere che appunto quella versione fu
fatta e che vide in parte la luce [#]_: tanto si era lontani
dal sospettare la misura della straordinaria furfanteria;
e quando aggiunge che tutta la Città si divise
in partiti; che «nelle conversazioni ed ovunque
si parlava del Vella e dei codici arabici»; che
«in ogni parte si altercava»; che «anche le signore
vi pigliavan parte, e vi aveano tra noi Guelfi e Ghibellini»,
afferma cose più che vere.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Nachrichten*, più oltre citati. — :small-caps:`Scinà`, *Prospetto
   della Storia Letteraria di Sicilia nel secolo XVIII*, t. III, cap.
   IV. Palermo, Dato, 1827.

.. [#] *Geschichte der Araber in Sicilien* ecc. *Aus dem Italienischen*.
   *Von* :small-caps:`Ph. W. Hausleutner`. Königsberg, 1791-92. Voll.
   4 in 8º.

Hager, infatti, raccontava che in Palermo, «per
ben sei mesi l'argomento della conversazione giornaliera
erano gl'inganni del Vella. Si sentivano donne
a ragionare di codici normanni, di manoscritti martiniani
e di lettere cufiche come se fossero tante diplomatiche.
Quantunque non ne capissero sillaba,
pure volevano parlarne e, quel che è più, darne
giudizio. Presto si formarono due partiti; alcune sostenevano
che Vella fosse innocente e che l'ingannatore
fossi io; altri invece difendevano calorosamente
me, ed in segreto mi dichiaravano di credere a tutto
[pg!354]
ciò che avevo detto io». E finiva con questa confessione
un po' mondana: «Io mi curavo di tirare dalla
mia le più giovani e le più belle, e non mi preoccupavo
del malumore delle altre» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, p. 198.

Dopo il severo verdetto di Hager, l'Ab. Vella affin
di scampare dai rigori della Corte di Napoli, scriveva
lettere giustificative della sua riprovevole condotta:
parte scusando, parte confermando quel che di colpevole
era nell'opera sua. Eppure, anche quelle lettere
erano nuove menzogne e nuovi raggiri. La Corte
si disponeva a dare all'Europa notizia di ciò che
avea fatto per l'ingrato argomento; ma l'Airoldi, a
cui, spettatrice l'Europa, veniva a crollare il grande
edificio storico, chiedeva, non persuaso ancora, di
appellarsi a giudice più competente di Hager.

Monsignor Germano Adami, Arcivescovo di Aleppo,
greco melchita, col suo segretario Dakur, arabo
autentico, veniva invitato ad un'ultima perizia in Palermo.
A farla breve, il suo giudizio si compendiava
nelle seguenti parole:

«Si rileva evidentemente essere questo codice (di
S. Martino) interpolato e corrotto maliziosamente con
linee e punti soprapposti di mano recente ed estera,
specialmente sulla prima pagina, e col cassare totalmente
le chiamate solite delle pagine per renderlo
illegibile e così covrire l'impostura e la finzione della
pretesa traduzione. Da varii periodi o parole sparse
in questo codice, che sono sfuggite dalla maliziosa
corruzione, si conosce evidentemente essere questo codice
[pg!355]
una collezione di varii autori musulmani contenente
la nascita del loro profeta Maometto!...».

Del *Consiglio di Egitto* dice: «Essere una traduzione
dalla lingua italiana in una lingua araba corrottissima,
ed essere più gli errori grammaticali che
le medesime parole, non essendovi alcuna concordanza
di casi, di generi, di tempi e di persone». La materia
tutta di sana pianta presa, manipolata, accomodata,
inventata dall'Autore.

«La tela — esclama Hager — cadde e la lunga
commedia ebbe fine!»

Sottoposto a processo, il Vella veniva condannato
(1 febbr. 1796) a quindici anni di carcere ed alla confisca
dei beni: pena adeguata a tanta tracotanza.
Partigiani e adoratori dell'idolo dai piè di creta ammutolirono,
incerti se egli fosse un reo o una vittima
innocente della umana perfidia. Degli illustri contemporanei
trionfava Gregorio Meli, che avea per
tanti anni fatto all'amore con l'Abbazia di S. Pancrazio,
dettava un'ingegnosa lirica ridendo della *minzogna
saracina* [#]_. L'Ab. Carì scaricava cinque corrosivi
sonetti addosso al Vella ed alla Commissione
anarabica giudicatrice di lingua araba. Villabianca,
sdegnatissimo, voleva mandato il Vella alla forca, della
quale apprestava egli medesimo il disegno [#]_. Più
tardi (1799) Hager rivelava tutto al mondo intero in
[pg!356]
una memoria uscita contemporaneamente, in due
lingue [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 97.

.. [#] *Diario* ined., a. 1795, pp. 164-90. Vedi pure un volume
   miscellaneo di mss. e stampe pro e contro Vella, XLVI, F 53
   e XLVI, G 87 della Biblioteca Comunale di Palermo.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Nachrichten von einer merkwürdigen literarischen
   Betrügerei auf einer Reise nach Sicilien im Jahre 1794.
   Erlangen*, Palm. 1799. — *Relation d'une insigne Imposture
   Littéraire découverte dans un Voyage fait en Sicile en 1794.
   Traduit de l'Allemand*, à Erlang. Palm. 1799.

Un gran bene da tanta bruttura dovea però derivare
alla Sicilia. Gli studî di arabo quasi sconosciuti
o molto negletti tra noi, diventavano un corredo degli
studi storici. Senza la cagliostreria del Vella non si
sarebbero avute le ricerche del Gregorio, nè quelle del
suo scolaro, Salv. Morso; e forse di mezzo secolo si
sarebbe ritardato per noi la conoscenza di monumenti,
codici, lapidi, monete di quella dominazione che è
tanta parte della storia di Sicilia dovuta all'Amari.

La tradizione della scuola araba tra noi ha ora
resa possibile la tarda ma sicura e definitiva deciferazione
del genuino testo del codice martiniano, reso
astruso e presso che indecifrabile dalla manomissione
del famigerato falsario [#]_; il quale non aveva vergogna
di caricare sul Monastero di S. Martino trent'onze
(L. 382,50) di spesa per la pelle da battiloro! [#]_.

.. [#] :small-caps:`B. Lagumina`, *Il falso Codice arabo-siculo*, in *Archivio
   stor. sic.*, N. S., a. V, fasc. III-IV, pp. 233-314. Pal. 1881.

.. [#] Sull'argomento vedi pure :small-caps:`V. Di Giovanni`, *Filologia e
   Letteratura sic.*, p. I, pp. 354-57. Pal. 1871. — :small-caps:`G. Di Giovanni`,
   *La vita e le opere di G. A. De Cosmi*, pp. 195-97. Pal. 1888.

   Il Codice arabo di S. Martino è esposto in una delle vetrine
   del R. Archivio di Stato; il ms. originale del così detto
   *Consiglio di Egitto*, presso l'avv. Pietro Varvaro. Il grande romanzo
   edito come versione del *Codice diplomatico* arabo dal
   buon Airoldi, consta di quasi 4000 pagine e se ne ha un esemplare
   nella Biblioteca Comunale.

[pg!357]

.. toc-entry:: XXII. I Medici e la loro vita. Nobili esempi di carità. L'Accademia dei medici e la prima Condotta medica.

CAP. XXII.
==========

.. class:: center large

I MEDICI E LA LORO VITA. NOBILI ESEMPI DI CARITÀ. L'ACCADEMIA DEI MEDICI E LA PRIMA CONDOTTA MEDICA.

L'esercizio medico era distintamente diviso tra la
medicina e la chirurgia. Il medico non era chirurgo;
per la sua dignità, egli v'inclinava poco o punto, perchè
il chirurgo stava al disotto del medico e ne dipendeva
nelle prescrizioni, ch'egli talora eseguiva come
il barbiere; il quale negli spedali teneva dietro, a
rispettosa distanza, al medico fisico nella visita cotidiana
delle corsie.

Molti dei fisici più conosciuti eran preti; e la medicina
era in mano di non pochi tra essi, per istituto
canonico non abilitati a maneggiar ferite nè a
farne. *Ecclesia a sanguine abhorret*. Preti furono D.
Andrea Gallina, D. Giuseppe Biundo, D. G. B. Meo,
Fr. Cottonaro, medico del Vicerè Colonna, dal quale
venne eletto Abate di S. Giacomo di Altopasso in Naro
(1778), e D. Giuseppe Salerno: preti D. Raffaele
Stancampiano e D. Giuseppe Serra, entrambi fisici
[pg!358]
maggiori degli spedali; prete quell'Ignazio Salemi
che scrisse della *Educazione medica* [#]_.

.. [#] D. :small-caps:`Ignazio Salemi`, *Educazione medica*, t. I. Palermo,
   1812.

Nell'Ospedale grande e nuovo, sopra diciannove sanitarî,
soltanto 6 eran chirurgi [#]_, pagati Dio sa come!

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1790-91, p. 373; a. 1787, p. 178.

A conseguire la laurea medica occorrevano tre anni
di studio nella pubblica Università di Catania, e,
pei Palermitani, nella R. Accademia degli studî di
Palermo, alla quale per sovrana benignità venne esteso
(1780) il privilegio di dottorato in medicina, limitato
già a quella di Catania.

In una lettera intima ad un suo vecchio amico l'Ab.
Meli (non _`sacerdote`, ma semplice chierico) così pennelleggiava
la sua professione: «La medicina vien
giudicata in persona di un medico non altrimenti
che coi sensi materiali, cioè dalla mole, peso, tono
di voce, maniera di vestire e di marciare, dal salir
le scale dei grandi, dalla spessa citazione di autori
in lingue esotiche ed altre cose simili. Coloro cui mancano
questi naturali requisiti ricorrono ai corteggi,
agl'intrighi ed ai maneggi poco decenti, per cui questa
nobile professione è oggi caduta nell'ultimo discredito
ed avvilimento» [#]_.

.. [#] *Lettere inedite*, nn. XXVIII e VI, in *Nuove Effemeridi
   siciliane*, serie III, v. XI. Pal. 1881.

Il medico di grido conduceva seco uno o più praticanti.
Codesto giovava alla istruzione dei giovani,
ma giovava anche a lui, che, come dalla elegante
gualdrappa era una volta giudicato dotto, così da
[pg!359]
questa compagnia traeva vantaggio alla sua buona
riputazione.

A letto dell'infermo, l'uno, il medico curante, osservava;
l'altro, il praticante (o i praticanti), riosservava:
e l'ammalato dovea contare a due, tre, e
sentire ripetere ad altri le sofferenze che gli sarebbe
parso conveniente comunicare ad un solo.

Stando in compagnia di praticanti, il medico dettava
ad uno di essi; solo, scriveva da sè la ricetta.
Cifre e parole latine tecniche, dimezzate, abbreviate,
fino alle sole lettere iniziali, ne eran la forma, che
nessuno sapeva leggere, e che appena riuscivano ad
interpretare gli aromatarî provetti, dai quali i giovani
dovevano apprenderle. Ghirigori, arabeschi, accenni
di linee, puntini: ecco la ricetta, che si stendeva
in un pezzetto di carta in formole lunghe, misteriose,
ritraenti dal caos del Gervasi. Un proverbio
è rimasto documento di codesti geroglifici: *Tri cosi
'un si ponnucapiri: ricetti di medici, pòlisi di 'mpignaturi
e discursi di minchiuni*. Di ciò anche il Filangeri
si dolse nella sua *Legislazione*, rilevando che
questo gergo, «questo linguaggio simbolico, che costa
tanta fatica a medici per apprenderlo ed a farmaceuti
per capirlo e che cagiona tanti equivoci, dovrebbe
essere abolito» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Filangeri`, *La Scienza della Legislazione*, l. IV, c. XXX,
   Nota.

Quello che sovente rafforzava il mistero era la espressione:
*R. aqu. ad nostram intentionem*, sotto la quale
con impostura non isventata mai da nessuno s'intendeva
[pg!360]
l'acqua da bere, che si spacciava a prezzo di
medicina. Espressivo questo aneddoto: Un figlio di
speziale nullatenente faceva all'amore con una ragazza
civile ed agiata: quando il padre credette opportuno
d'intervenire, andò a chiedere la mano di essa. — «Ma
che posizione ha vostro figlio?» chiese il padre
della ragazza. — «Farà lo speziale come me,»
risponde il padre del giovane. — «E voi che cosa gli
darete?» — «Un sacco di zucchero ed un pozzo d'acqua!»
alludendo alla fonte dei guadagni dell'arte:
lo zucchero per i cento sciroppi, l'acqua per tutte le
tisane, gl'infusi, le emulsioni, le limonate, le soluzioni
onde straboccava la farmacopea, guadagni che
in parte, con una morale molto sommaria, andavano
al medico, amico del farmacista, presso il quale, in
ore libere, andava a sedere e conversare [#]_.

.. [#] Cfr. :small-caps:`Scimonelli`, *Poesie: L'aromatario degli andati tempi*. — :small-caps:`Pitrè`,
   *Medicina pop. sic.*, pp. 23-25.

Lento ma sicuro, benchè non sempre fruttuoso, il
rinnovamento scientifico.

L'uso della idroterapia appassionava tutta una
schiera di medici capeggiata da Giacomo Todaro. Ai
gretti pregiudizi dell'influsso degli astri sulle funzioni
fisiologiche contrapponeva ragioni fisiche Gregorio-Russo.
La chemiatria, nata dall'ibrido connubio delle
massime di Galeno e dei dommi di Paracelso, cadeva
sfatata agli attacchi di Buonafede Vitale; e
sotto i vigorosi, intelligenti colpi del catanese Agostino
Giuffrida e del palermitano Andrea Gallina, plaudente
l'Accademia dei Jatrofisici, crollava lo strano
[pg!361]
edificio del meccanismo flogistico di Boerahawe
la cui autorità mal resisteva a quella di Van Helmont,
di Stahl e di Hoffmann. Poi il sistema di Brown
dominò sovrano: e dove prima si tenevano gli ammalati
a rigorosa dieta, in seguito poi si vollero sostenere
in forze con alimenti solidi e con eccitanti diversi.
Contro il nuovo abuso gridavano i vecchi esperti: e
Meli, pratico e temperato, dettava il sonetto: *Di la
sua vita all'ultimi simani*, che è tutto un trattato
sulle teorie dei medici novellini, facili seguaci del
capo-scuola scozzese.

Questo volere e disvolere dei partigiani dei sistemi
più celebrati facevano perdere la fede dei medici stessi
nella scienza, incerti da qual parte stesse la verità
e la salute: e fu scritto (1792) che «tolta qualche
dottrina chimico-botanica, e qualche operazione _`chirurgica`
come la litotomia, l'innesto del vaiuolo ecc.»,
eran da preferire «gli antichi ai moderni, perocchè
questi pativano molto di vertigini e di pletora» [#]_.

.. [#] *Conversazione Istruttiva* cit., n. 1, p. 3.

Nel tumulto della vita mondana, in mezzo alle molte,
spesso malintese manifestazioni d'una religione
non sempre capita, si aveano pratiche non facili a
comprendersi nell'ambiente in che ora viviamo. Una
delle più importanti era quella della confessione per
gli ammalati dopo tre giorni di febbre. Pramatiche
viceregie e sinodi diocesani imponevano al medico
curante il dovere di prescriverla, e gli minacciavano,
[pg!362]
contravvenendo, multe e carcere [#]_. L'uso era comune
e del frequente scampanio delle parrocchie come annunzio
ed invito al Viatico, e del tintinnio pel procedere
di esso nelle strade, nessuno si allarmava. Il
medico Salemi ne disse qualche cosa anche lui, e ne
fece un articolo di polizia medica, allargando (egli
che scrivea nei primi dell'ottocento) un pochino le
maniche per i fatali giorni rituali.

.. [#] Rimandiamo, per le citazioni in proposito, ai nostri *Usi
   e Costumi*, v. II; *Il Viatico*. Pal. 1889.

«A tre giorni di malattia, egli osservava, si facci
eseguire la confessione, ed in più inoltrata malattia
ordinare il viatico e l'oleazione sacra». E poichè
questo era voluto dalle sanzioni canoniche come dalle
leggi dello Stato, il medico «dovea notare il giorno
in fronte alla poliza del Viatico sacramentale per potere
in qualunque caso giustificare la sua condotta» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Salemi`, op. cit., t. I, art. XVI.

Negli spedali era ordine imprescrittibile che non
si ricoverasse infermo non prima confessato. Lo afferma
il Cangiamila, medico e sacerdote, il quale poteva
saperlo [#]_. Si vede che su questo punto non c'era
da scherzare: ed i medici non volevano buscarsi il
carcere di S. Eccellenza il Vicerè e la scomunica *ipso
facto* di S. E. R.ma l'Arcivescovo.

.. [#] :small-caps:`F. E. Cangiamila`, *Medicina sacra*, v. II, p. 43 e seg. In
   Palermo, Solli, 1802.

Qui non è inopportuno un breve cenno di alcune
malattie che nello studio del tempo si vedono ricordate
da eruditi e da poeti. Lo facciamo come per una
curiosità di patologia speciale.
[pg!363]

Dalla tradizione e da rare erudizioni sappiamo che
in numero straordinario erano le persone affette da
malattie cutanee. La Deputazione dell'Albergo generale
dei poveri lamentava che tra 400 ricoverati non
pochi fossero scabbiosi [#]_. Il Senato della Città se ne
preoccupava: ed il Vicerè riceveva sollecitazioni delle
cure ad essi dovute sul finire della primavera [#]_. Un
peritissimo speziale, il quale abitava presso la Madonna
la Bella, nella via Macqueda, avea sì gran
concorso nello spaccio di un suo specifico contro
la scabbia, che a fin d'anno metteva in serbo guadagni
favolosi.

.. [#] Vedi un opuscolo che comincia: *Beatus vir* ecc. In Palermo,
   MDCCLVIII. Nella stamp. della Divina Provvidenza
   presso l'Erede d'Accardi. In fol., pp. 6.

.. [#] *Reali Dispacci*, n. 1506, fogli 31-82, nell'Archivio di Stato.

Al facile e largo diffondersi di questa e di altre malattie
di pelle concorreva l'erroneo concetto della natura
di esse, i mezzi talvolta barbari, tal'altra banali
di cura, il difetto di pulitezza personale, la assoluta
trascuranza d'ogni elementare principio di igiene e,
più che tutto questo, la superstiziosa ignoranza del
volgo.

Un «Breve Ragguaglio di quanto praticano in questa
Capitale le Figlie della Carità, serve delle povere
donne inferme, nella loro pubblica Casa di protezione
di S. Vincenzo de' Paoli, disposta da D. Ignazio
Filippone» [#]_ ci appresta le seguenti notizie, le quali
se attristano per lo stato miserevole del paese, confortano
[pg!364]
con lo esempio delle opere buone praticate da anime gentili.

.. [#] In Palermo, Felicella MDCCLXII.

La Casa Filippone era ad un tempo spedale, infermeria,
ambulatorio femminile. Gettiamo uno sguardo
sulle ammalate che vi si ricevevano e sugli uomini
che vi si medicavano. Quelle erano povere donne che
non avevano dove andare, e le quali perchè non febbricitanti
non venivano ricoverate negli spedali; eran
civili, anche dame, vergognose di farsi visitare dagli
uomini, e riluttanti a manovre chirurgiche. Nei pubblici
spedali, dice il *Ragguaglio*, «non cadon sotto
la cura moltissime infermità come sono la cecità, la
sordezza, la itterizia, il salso, lo scorbutico, le impetigini,
la tigna». Ebbene, al Filippone andavano le
affette non meno da questi mali che da scrofolosi, da
scottature e da altre esterne lesioni. «Istruite da
uomini d'arte competentissimi, le suore curavano senza
ferri; medicavano cagionando il minor dolore possibile,
e distribuivano farmaci da loro stesse, addestrate
in aromataria, preparati. Venti medici tra i
più accreditati attestavano i vantaggi delle loro cure.
Nella sola città facevano da undici a dodicimila
indicazioni annuali, e davano da mangiare a tremilatrecento
povere, e sussidî in danaro a più di millecinquecento
persone. Nella loro Casa succursale di
Mezzo Monreale, non solo apprestavano in parlatorio
ad uomini infermi cure e denaro, ma anche ricevevano
annualmente duemila donne in media [#]_.

.. [#] *Breve Ragguaglio*, pp. VII, XL, nn. 5 e 13.

[pg!365]

Concorrenza più formidabile di questa ai chirurgi
non fu mai fatta al mondo: ma poche volte la storia
della beneficenza scrisse pagine più sublimi di carità.
Peccato che si perpetrassero da otto a novecento salassi
all'anno!

Oltre a ciò compiangendo il gran numero di fanciulle
affette da tigna, contro la quale non vedevano
adoperar medicina che non fosse di tormento; onde
«tante donzelle anco di riguardo rimanevano mezzo
fra morte e vive, abborrite e escluse affatto dall'umano
commercio»; le suore senza strappar capelli
«(tormento replicato talora fino a 24 volte, ma inutilmente)
avean trovato la dolce maniera di sanare
felicemente, e senza prevalersi della pece. Così erano
restituite agli ufizi tutti della civile società, da cui
primo si vedevano escluse, e già molte passate a marito,
ed abilitate altre ad un onesto maritaggio; oltre
delle tante sottratte dall'ozio e dalla sfrontata
mendicità che funestavano il paese ed infestavano le
private famiglie» [#]_.

.. [#] *Breve Ragguaglio*, pp. 19-20.

In quest'ultima citazione si accenna ad una pratica,
forse la più crudele che sia esistita per la cura
della tigna, la cuffia di pece.

Questa cuffia fu comunissima nei secoli passati, e
lo fu ancora nel XVIII. Il motto proverbiale: *Lu
santu chi fa la tigna, fa la pici*, ne è un ricordo storico,
eloquente per attestare, nessun rimedio essere
più sicuro pel male ribelle e deformante. Una vecchia
[pg!366]
canzone popolare deplora il rincaro della pece a causa
dei troppi tignosi.

Cooperatore delle epidemie era il vaiuolo, inesorabile
sformatore di bellezze quanto funesto mietitore
di vite specialmente infantili. I visi butterati, così
rari oggi, erano ordinarî una volta. Quando ad una
madre si lodavano le fattezze della sua creatura, ella,
che aveva sempre l'incubo dello scellerato flagello, rispondeva
malinconicamente e, purtroppo, con la esperienza
dei fatti:

   | Nun si pò diri bedda
   | S' 'un cci passa la pustedda;

e *la pustedda* era appunto la pustola del vaiuolo [#]_.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Medicina pop. sic.*, pp. 238-41 e 250.

La scoperta di Samuel Jenner tenne per un momento
perplesso il Governo; ma finalmente venne accettata.
S. Maestà Siciliana si decideva a farsi vaccinare,
ed il Regno tutto, che n'ebbe conoscenza,
pubbliche preghiere ebbe imposta e fece in centomila
chiese per la salute di essa. L'operazione veniva coronata
da splendidi risultati, e le chiese echeggiarono
di ringraziamenti perchè tutto era andato bene; ma
più tardi S. M., il figlio di Carlo III, come l'ultimo
dei mortali, perdeva due bambini di vaiuolo!

Il 10 ottobre 1787 il Vicerè Caramanico ordinava
allo Spedaliere dello Spedale grande che affidasse la
vaccinazione al medico chimico Dr. Berna, bene istruito
di essa dal cav. Gatti. Così egli avrebbe vinto i timori
[pg!367]
delle madri e scongiurati pericoli avvenire [#]_.
L'anno appresso, il Re consentiva che si chiamassero
dalle principali città dell'Isola a Palermo, nella primavera
e nell'autunno, volta per volta, otto barbieri
ed otto levatrici, perchè venissero ad addestrarsi nel
nuovo metodo preservativo del male [#]_.

.. [#] Stampa annessa al *Diario* inedito del Villabianca, an.
   1787, p. 371.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1788-89 agosto, p. 437.

L'Accademia dei medici, già dei Jatrofisici, era secolare:
ed aveva un attivo di benemerenze che la rendeva
degna di distinzioni e di prerogative da parte
del Senato. Benemerenze: l'aver contribuito all'abolizione
del seppellimento dei cadaveri dentro le chiese
e, in generale, dentro la città; la istruzione dei
giovani medici; la discussione di tutto ciò che fosse
materia di scienza. Distinzioni e prerogative: la benevolenza
e la fiducia illimitata dell'Autorità municipale,
che chiamava l'Accademia giudice dei posti da
provvedersi negli Spedali; il titolo di *Magistrato* concesso
ai reggitori di essa, quello di *Principe* al suo
Presidente, ed un annuale assegno (concesso pure all'Accademia
del Buon Gusto), un arazzo ed un'artisticaca
mazza di argento, emblema non dubbio di riconosciuta
autorità.

Il maggior titolo di benemerenza dei componenti
quest'Accademia è però rimasto finora all'ombra:
una specie di Condotta medica gratuita sorta per iniziativa
loro nel 1770 e in seguito rinnovata. Trentasei
medici fisici, divisi per otto parrocchie, spontaneamente
[pg!368]
si dedicavano alla cura degl'infermi poveri:
guida e direzione, il Magistrato Accademico. Potrebbe
non benevolmente pensarsi che questo essi facessero
a sola ragione di pubblicità; ma quando si
sappia che tra essi erano nientemeno il Cottonaro,
il Fasulo, il Serra, il Gianconte, il Pizzoli, chiarissimi
e di larghe clientele, ogni sospetto cade. Un piccolissimo
cartellino a stampa è oggi il solo ricordo
di questa istituzione: la quale quando non si sognavano
ancora le multicolori croci di soccorso per gl'infermi
a domicilio ed erano pio desiderio le condotte
mediche comunali, provvedeva col sentimento della
carità a disacerbare i dolori dei sofferenti privi di
cure. Innanzi le porte delle chiese, questi cartellini,
quasi invisibili nella loro forma, chiarissimi nel loro
significato, indicavano i nomi dei medici pronti a qualunque
chiamata di soccorso [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, a. 1771. Ms Qq D 97, p. 423 della
   Biblioteca Comunale di Palermo.

Esisteva ab antico in Palermo e, contro il malvolere
del Governo, prosperava un'*Associazione* detta *del
grano*. Pagando un grano la settimana, quattro il mese
(in moneta d'oggi, otto cent. di Lira), una famiglia
godeva il beneficio dei medici per le malattie, della
sepoltura per la morte. Che razza di medici dovessero
aversi a questo patto, è facile immaginare! La
celebre Giunta dei Presidenti e Consultore, il 5 marzo
1783 scrivea esser più d'una le opere del *grano*, per
le quali gli ascritti «talvolta sono assistiti da imperiti
[pg!369]
medici che servono a rendere perpetue e più
micidiali le malattie del popolo» [#]_. Da siffatta istituzione
volle trarre partito il Governo per un'assistenza
medica ai poveri mettendo a profitto l'opera
disinteressata dell'Accademia di medicina. La contribuzione
del grano fu lasciata volontaria; si chiamarono
per ciascuno dei quattro quartieri due bravi fisici
ed un cerusico, retribuiti, quelli con 60 onze l'uno,
questi con 20. Agl'indigenti furono concessi sussidî
anche in danaro; ed ai morti, esequie e sepoltura.
Semplice la burocrazia: un razionale ed un esattore;
ben praticamente composta una deputazione di vigilanza
per quartiere: il parroco, un cavaliere, un mercante,
un forense, il qual ultimo ebbe la direzione del
servizio, che per siffatto organamento procedeva pronto
ed attivo. Basta vedere il programma viceregio
del 21 aprile 1783 per comprendere come i nostri vecchi
intendessero la beneficenza pubblica, la quale era
nobile gara di carità.

.. [#] *Fundatio publici Coemeterii*, p. 83. Anno 1783.

L'Accademia attendeva allo studio del corpo umano.
Dodici volte all'anno, nella sua sede di S.\ :superscript:`a` Lucia,
vecchi maestri in mezzo a giovani laureati, con
premurosa attenzione assistevano alle dissezioni anatomiche.
S.\ :superscript:`a` Lucia era la casa che prendeva nome dalla
vicina chiesa presso lo Spedale grande (palazzo
Sclafani). Oggi essa è una semplice memoria; ma
chi s'indirizzi per la via dei Biscottai e, giunto sotto
l'arco dello Spedale, volti a sinistra verso la turpe
[pg!370]
via del Fondaco, scoprirà due basi di pilastri con due
aquile palermitane nel mezzo. Quelle aquile, già ripetute
anche dentro l'aula, guardano fermamente un
sole con la leggenda: *Altera felicitas*. Era la felicità
della protezione senatoria che i medici vantavano?
Era l'aspirazione loro a levarsi arditamente a regioni
altissime?

Non facciamo ipotesi di simbolismo: e fermiamoci
un momento a veder passare qualche accademico che
vi si reca per la riunione del mese (novembre 1794).

Questo è D. Paolo Sgroi, che prepara studî sul mal
caduco; quest'altro è D. Antonino Bettoni che presto
conquisterà la presidenza dell'Accademia, e diverrà
medico di S. A. R. in Napoli. Il venerando D.
Stefano Pizzoli, sorretto dai giovani Filippo Sidoti
e Salvatore di Gregorio, chirurgo l'uno, medico l'altro,
viene lamentando i suoi acciacchi senili, e richiamando
la sua vita passata. D. Francesco Berna,
astro che si leva sull'orizzonte professionale, è circondato
da scolari e da amici. D. Carmelo Manzella,
discendente da una famiglia di chirurgi, si avanza con
D. Giuseppe Tineo, lieto di alte protezioni per meriti
non suoi.

A S.\ :superscript:`a` Lucia discutono animatamente. Della epidemia
ond'è stato recentemente afflitto il paese (1793)
indagano le cause probabili e la mortalità numerosa:
ma non riescono ad esser d'accordo. Dopo tanta
siccità c'era da aspettarselo che i vapori della terra
dovessero infettare l'aria e produrre esalazioni pestilenziali.
Il Dr. G. B. Meo, che vi ha stampato sopra
[pg!371]
una memoria [#]_, non ha dato nel segno; qualche
cosa invece ha indovinato D. Gius. Logoteta, medico
siracusano, e D. Salvatore Fallica, catanese; perchè
in conclusione le febbri putride di Siracusa e di Catania [#]_
sono le medesime di quelle di Palermo, di Cefalù [#]_
e di tutta l'Isola.

.. [#] *Delle febbri che travagliaron la città di Palermo nel
   1793.* Pal. 1793.

.. [#] :small-caps:`G. Logoteta`, *Dissertazione fisico-medico-politica sulle febbri
   putride presenti*. Siracusa 1793. — :small-caps:`S. Fallica`, *Descrizione
   delle febbri epidemiche accadute in questa città di Catania
   l'a. 1792 e 1793*. In Catania, MDCCXCIV.

.. [#] Vedi :small-caps:`Candiloro`, p. 272 del presente volume.

Due tra i medici più illustri non si vedono comparire:
l'Ab. Meli ed il sac. Salerno.

L'Ab. Meli non è dei più attivi frequentatori dell'Accademia;
ma i suoi colleghi ricordano una lettera
di lui sopra *Gli effetti straordinarii del veleno
d'un ragnatelo* [#]_. Da alcuni anni il Meli divide il suo
tempo tra le visite mediche, le lezioni di chimica e
gli antichi e sempre caldi amori delle muse.

.. [#] *Opuscoli di autori siciliani*, t. XII. Palermo, 1771.

Il sac. Dr. Salerno posa come... un principe; e
principe fu, dell'Accademia s'intende, e ne volle serbato
il ricordo in una lapide a S. Lucia, la quale ora
si conserva nella sede dell'Accademia (Posta vecchia),
e dice:

.. class:: center

   | REGIA JATROPHYSICORUM ACCADEMIA
   | SUB
   | SENATUS AUSPICIIS
   | ANNO 1649.
   | PRINCIPE SAC. JOSEPH SALERNO
   | 1788.

[pg!372]

Perdoniamogli la vanità, non unica nè rara nel
tempo suo. Altro che questo offriva la seconda metà
del settecento!

Il Salerno, che andava per la maggiore, cercava
qualche cosa di più che l'intervento modesto dei suoi
colleghi nella recondita casa di S.\ :superscript:`a` Lucia. Egli voleva
la pubblicità: e dove gli mancasse creavasela.

Nel 1789 volle fare una dimostrazione anatomica
come non se n'era mai fatta. Ed eccolo in moto per
ottenerla nel Palazzo Pretorio. Il Senato non si rifiutò,
perchè volentieri coglieva le occasioni per fare
atto di presenza.

La «messa in iscena» non poteva essere più solenne
per un'accademia! La formavano non solo tutti
i medici, non solo tutti i letterati, ma anche i nobili,
i Senatori e, solennità straordinaria, S. E. il Vicerè!
Se ci fossero stati giornali, che bell'argomento questo
per un capo-cronaca! Ci fu però un cronista dei più
fedeli, D. Girolamo De Franchis, il quale ne prese
nota pel suo *Ceremoniale*.

Siamo in sul finire del 1789: ed il Capo della Città
dirama il seguente *nodiglio* (circolare d'invito):

*Il Conte di S. Marco Pretore la priega volerlo onorare
di sua presenza per il 19 del corrente dicembre
ad ore 22 nel Palazzo Senatorio in occasione di una
dimostrazione angiologica sopra due corpi di uomo e
di donna con il di lei feto* [#]_ *con varie riflessioni che
dovrà fare il Principe della Real Accademia dei medici
D. Giuseppe Salerno alla presenza del Signor
Vicerè, e pieno di ossequio si rassegna.*
[pg!373]

.. [#] Speciosa la forma grammaticale: *con il di lei feto!*

— «Dimostrazione angiologica!... Oh che vuol significare
questo?» si chiedono inarcando le ciglia novantanove
su cento profani, nel ricevere questo *nodiglio*;
e nessuno degli invitati manca a questa *dimostrazione*,
tanto stranamente per quanto grecamente
aggettivata; altronde l'ora è comoda per tutti: e due
ore prima dell'Avemmaria il più stentato chilo è già
compiuto.

Ciascuno è al suo posto. S. E. il Vicerè Caramanico
siede sopra un'alta predella; Pretore e Senatori, a
destra e a sinistra, in semicerchio; dietro nel centro,
la Nobiltà del sangue; ai lati del conferente, i medici
ed i letterati (e letterati non soltanto erano i cultori
di Lettere, ma anche coloro che avevano una certa
cultura); nessuno si duole del posto che gli tocca. Di
signore, neppure una, perchè il sesso femminile non
usa a cosiffatte adunate, e questa poi è angiologica.

Il Principe dell'Accademia, salito sulla cattedra,
legge e dimostra su due corpi artisticamente eseguiti
il sistema circolatorio. Tutti guardano ammirati
quella rete maravigliosa di arterie e di vene; ma qualche
medico mormora: «Dopo trent'anni, tanto chiasso...!»
E quando la *perorazione* (la chiama così il De
Franchis) è finita, il Senato coi suoi paggi viene accompagnando
giù per le scale fino alla carrozza S. E.,
mentre alcuni medici vanno facendo: «Oh state a vedere
[pg!374]
che i lavori anatomici di Paolo Graffeo, conservati
fin dal 1758 a S.\ :superscript:`a` Lucia, ce li vuol gabellare per
novità!...».

— «Sempre lo stesso! esclama spazientito uno di
essi. Non dimentichiamo che l'Ab. Salerno è quello
che bandì un concorso a premi; distribuì in pubblica
adunanza le medaglie ai vincitori, e poi, tornato a casa,
se le fece restituire, secondo l'accordo che avea
precedentemente preso con essi... Ecco l'uomo nato
fatto per gettar polvere negli occhi e vivere in mezzo
al fumo!».

I più prudenti tra i professori di medicina sorridono
maliziosamente; ma D. Stefano Pizzoli, che oramai
non ha più nulla da temere, nulla da sperare da nessuno,
conclude: «Colleghi cari, volete il ritratto del
D.r Salerno? Leggete Cornelio Gallo:

   | Laudat praeteritos, praesentes despicit annos.
   | Hoc tantum rectum quod facit ipse putat.

[pg!375]

.. toc-entry:: XXIII. Accademie e accademici. Genus irritabile...

CAP. XXIII.
===========

.. class:: center large

ACCADEMIE E ACCADEMICI GENUS IRRITABILE...

Lasciata la casa dei Principi di S.\ :superscript:`a` Flavia, nella
quale era stata tenuta a battesimo (1718) dal March.
di Giarratana, Girolamo Settimo, e da G. B. Caruso,
e dove era cresciuta a correzione del brutto andazzo
letterario dei tempi, l'Accademia del Buon Gusto nel
1791 veniva accolta, ospitata, sussidiata dal Senato,
che ne diveniva così mecenate naturale. Gli osanna
degli accademici al Vicerè Principe di Caramanico ed
al Pretore Ferd. Monroy di Pandolfina, si confusero
coi risentimenti contro il S.\ :superscript:`a` Flavia, che col pretesto
di doversi ritirare in Bagheria, avea chiuso loro la
sua casa ospitale. Vicerè e Pretore furono generosi
nello infondere nuovo vigore all'Accademia; il S.\ :superscript:`a` Flavia
parve smentire tutto il suo passato.

Eppure chi dice che qualche grave fatto non possa
aver concorso alla risoluzione di lui? La condotta
posteriore di alcuni socî non escluderebbe questo sospetto.
[pg!376]

Il sodalizio venne riformato di sana pianta, pur tenendosi
a base gli antichi statuti. L'aquila senatoria
palermitana con uno sciame d'api nel petto ed il motto:
*Libant et probant*, e la leggenda: *Accademia palermitana
del Buon Gusto. Sub auspiciis S. P. Q. P.*, ne
divenne la insegna. Una lapide fu inaugurata nel Palazzo
a memoria della larga ospitalità e dei nuovi auspicî [#]_.
Il Principe Gaetano Cottone di Castelnuovo,
Presidente, col Direttore, D. Salvatore Di Blasi, il
Duca di Vatticani, elogista di Cock, Camillo Gallo,
M. Antonio Arena, D. Raffaele Drago cassinese, D.
Diego Muzio, D. Vincenzo Torremuzza, l'ab. Meli e
quanto di eletto vantasse allora la Capitale, ne furono
le colonne più solide; e con essi il cav. Gaspare
Palermo, che, carezzato dal Caramanico, non dimenticò,
anche vecchio, di essere stato dal predecessore
di esso, Caracciolo, chiuso al Castello, perchè creduto
autore d'una pasquinata contro di lui.

.. [#] Sull'argomento, che lasciamo intatto, dell'Accademia del
   Buon Gusto potranno leggersi, oltre quello che ne scrisse Scinà
   nel suo *Prospetto*, le memorie di V. Di Giovanni e di Luigi
   Sampolo negli *Atti della R. Accademia di Scienze, Lettere
   e Belle Arti di Palermo*, serie III, a. 1891, v. I (Palermo 1891),
   a proposito del centenario di essa Accademia del Buon Gusto.
   Il Sampolo tornò sull'argomento nel *Bullettino* della medesima
   Accademia, a. 1894-99, pp. 6-9.

Le loro letture rappresentavano gli studî in voga.
Ad un passo fuori la via che tutti percorrevano nessuno
pensava. La via, libera all'estero, era in Palermo
ingombra di rovi e di sterpi. Solo ogni tanto
qualcuno la batteva con un certo coraggio, e riusciva
alla meta senza essersi fatto del male, anzi con la
[pg!377]
soddisfazione di aver potuto fare un po' di bene. Antonino
Fulgo guardava i caratteri del secolo che si
avvicinava alla sua fine, e Sergio affrontava il grave
problema dell'aumento che avrebbe potuto prendere
la rendita generale dello Stato dall'utile impiego delle
braccia delle donne [#]_: corsa ardita, che meriterebbe
d'essere ricordata agli studiosi dell'attuale mondo
economico.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVII, p. 317.

Con le leggi che la governavano, con un prestabilito
genere di argomenti per le materie scientifiche e
per le letterarie, l'Accademia procedeva tranquilla a
furia di dissertazioni su cose ecclesiastiche e discorsi
eruditi e letterarî.

Nel regolamento del 1801 erano prescritte riunioni
eccezionali con l'intervento del Senato e dei nobili:
ma queste erano ripetizioni di altre consacrate nei
regolamenti precedenti. La cicalata per l'ultimo sabato
di Carnevale non poteva esser nuova se nella
Peloritana di Messina essa assurgeva ad un avvenimento
mondano di prim'ordine con D. Pippo Romeo.
Di cicalate accademiche in poesia parecchie ne recitò
il Meli dentro e fuori città, cioè nel Palazzo senatoriale
e nel monastero di S. Martino [#]_. Vi erano pure
speciali adunanze per la Passione di G. C. e per S.\ :superscript:`a`
Rosalia, e vi si invitava non solo, come d'ordinario, il
Senato, ma anche la Nobiltà. Una solenne se ne teneva
in onore di S. Tommaso d'Aquino, nel convento
[pg!378]
dei PP. Domenicani, come omaggio degli Accademici
al grande teologo di quell'Ordine; ma è curioso che
nel riordinamento degli studî superiori della Università
la morale venisse prescritta senza il testo di S.
Tommaso.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 127: *In lodi di lu purci*; p. 129: *In lodi
   di la musca*; p. 143: *Contra li cirimonii e lu Galateu*.

Ora in queste adunanze la partecipazione dei poeti,
cercata o profferta, era inevitabile. Questa partecipazione
vuol essere intesa per tutte le ordinarie riunioni;
e con l'andare degli anni, verso il declinare del
secolo, prese il più strano indirizzo.

Come abbiam detto, pubbliche erano le riunioni, con
largo intervento di signori nelle sale pretorie. Pel
passato quelle sale echeggiavano di lodi a pretori ed
a senatori: e molte ne furono dispensate a Regalmici
ed ai Trabia. Niente di nuovo perciò che si rendessero
ringraziamenti al Senato, emanazione della Nobiltà:
ovvero alla Nobiltà medesima, onde il Senato emanava.
Il Senato ospitava, il Senato trattava, il Pretore
largheggiava di sorbetti verso gl'invitati [#]_. Eppure,
o che la misura fosse colma, o che avversioni
latenti serpeggiassero, o che i tempi andassero maturando,
avveniva tutto il contrario. Il 18 dicembre del
1796 l'ab. Angelo Vinciprova di Nicosia leggeva intorno
agli ostacoli che si opponevano ai progressi della
letteratura in Sicilia; e nella foga del dire usciva in
«una dipintura della nostra Nobiltà la più mortificante,
facendo vedere che nessuna sollecitudine si prendeva
essa di proteggere i letterati, essendo data perdutamente
ai vizî ed al lusso.»

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., 22 nov. 1791, p. 1.

[pg!379]

Poche volte furon espresse opinioni con tanta violenza
ed inopportunità, quanto stavolta. I feriti si
contorcevano sui seggioloni in attesa impaziente che
la impreveduta tempesta cessasse; ma ebbero un bell'attendere,
chè appena essa accennava a finire che
ricominciava più violenta che mai. L'uno dopo l'altro
si levano in piedi non so quanti poeti, i quali «snodano
le loro voci con sentimenti più satirici di quelli
del discorrente, dimostrando coi loro versi che i nostri
nobili solamente son dati all'ozio, al sonno e...»

Queste parole con la reticenza finale sono di uno
ch'era presente alla scena, Vice-Segretario dell'Accademia,
il sac. D'Angelo, che doveva farne e non ne
fece verbale, contentandosi di prenderne nota nel suo
diario ms. Aggiungeva egli che «un cavaliere era lì
pronto a rispondere, ma che ne fu distolto da lui [#]_.»

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., pp. 116-17, 126-27.

La notizia di tanto scandalo scende dal Palazzo
nelle vie della città, nei caffè, nelle conversazioni, e
mentre lo si commenta sfavorevolmente per i bersagliati,
si biasima l'atto scortese. Si può esser severi,
ma non oltre la misura; l'amore della verità non
dispensa dall'ossequio alla buona creanza, specialmente
in casa altrui, nel palazzo dell'Autorità cittadina.

Presto la Nobiltà, per mezzo del Pretore, prenderà
le sue vendette impedendo la lettura d'un altro discorso,
che fa presumere cose poco benevoli per essa.
L'avv. Gaetano La Loggia si prepara a nuovi assalti,
[pg!380]
ma non vuol farsi scorgere; e se non riesce al suo intento,
gli è che lo si è invitato a far leggere ad un
altro il suo scritto, e poi ad un altro: e ad entrambe
le ingiunzioni egli si è rifiutato di obbedire non volendo
nè sopprimere nè modificar pensieri e frasi che
pure non istà bene ripetere dopo quello che è avvenuto [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., pp. 136-38.

Gli animi sono eccitati, anche da parte del Senato,
ed il galateo non è il forte del *genus irritabile vatum*.
L'11 settembre del 1797 ricorre una delle ordinarie
sedute. Il Pretore, invitato, non interviene; anzi fa
sapere al Presidente che nè ora nè mai, durante il
suo pretorato, interverrà più. Lo avviso addolora,
ma non istupisce dopo quello che è accaduto; stupisce
sì che le sedie della sala siano scarse e che sull'imbrunire
non si accendano ancora i lumi. La mancanza
del solito trattamento di sorbetti è la necessaria conseguenza.
Gli accademici vanno via pieni non meno
di disgusto che di scandalo; e ci pensano sopra non
sapendosi dar ragione di tanto mutamento per un torto
che non è da attribuire a loro. Finalmente uno di essi
viene a sapere, e lo confida ad un collega, che lo dice
all'orecchio d'un altro, finchè lo sanno tutti in gran
segreto: che il malumore del Pretore deriva da un
fatto semplicissimo, a cui nessuno avea badato: il
Segretario dell'Accademia non ha fatto il regalo che
suol fare al Maestro di Casa del Pretore!... — «Sia
lodato Dio! esclama come cascando dalle nuvole il Segretario.
[pg!381]
E non poteva dirlo prima!...» Il regalo fu
subito fatto, e le sale pretorie vennero spalancate, le
sedie accresciute di numero; il Pretore non mancò
più, ed i sorbetti rinfrescarono gli scaldati accademici,
lieti della soluzione dello equivoco, che però
nessuno, per non recare offesa al Pretore, dovea mostrar
di sapere.

L'anno non era ancora finito che altro grave incidente
avveniva. Il 10 dicembre il messinese Dr. Giuseppe
Palazzo Andronico dissertava sulla necessità
della sfigmica in medicina. I soliti nobili non mancavano,
non già perchè col sospetto di nuovi scandali
a danno loro, volessero respingerli con la forza, ma
perchè volevano vedere come andassero a finire queste
bizzarre adunate accademiche, oramai avviate con
sì cattivo gusto. Per eccezione, vi erano molti medici.
Andronico legge; complemento della sua lettura
è la recita di versi di poeti (chiamiamoli così per intenderci)
presenti. Quasi si tratti della cosa più naturale
di questo mondo, essi lanciano a bruciapelo
contro la medicina e l'Andronico una filatessa di contumelie;
e quando Onofrio Jerico, sempre inappuntabile
nel suo giambergone verde, nel suo parrucchino,
nel suo splendido anello dottorale, conchiude con una
ultima brutale carica contro i medici, tutti rimangono
come interdetti e non sanno che fare [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., pp. 172-74, 179.

Oh perchè questa piazzata?

C'è un certo dietroscena, che vuol esser messo in
luce.
[pg!382]

Questo Dottor Andronico nel 1795 chiese alla Deputazione
degli studî la istituzione d'un insegnamento
di Sfigmica come parte di quello più largo di Medicina
interna. Era troppo anche allora, che si mancava di
ben più utili insegnamenti: e la Deputazione si rifiutò.
L'Andronico trovò chi si adoperasse a favore
della sua Sfigmica: ed il Vicerè concesse, a titolo di
esperimento, la sollecitata specialità [#]_. Il neo-professore
voleva persuadere della necessità di essa; ma del
suo avviso non erano gli studenti, i quali molto studentescamente
e poco studiosamente non sapevano rassegnarsi
a distinguere settanta maniere di battiti del
polso, quanti ne voleva ammettere od infliggere l'Andronico.
Altronde, egli non era palermitano. E com'era
supponibile, col vento che ancora spirava contro
Messina, che un messinese venisse ad insegnare
una scienza ai Palermitani? *Inde irae*. Un anno dopo
della chiassata, l'Andronico veniva esonerato.

.. [#] Un R. Dispaccio del 22 febbraio 1796 lo chiamava a leggere
   nella R. Accademia «il sistema di Sfigmica da lui formato»,
   e gli assegnava onze tre il mese di stipendio. *Commissione
   Suprema della Istruzione ed Educazione in Sicilia,
   Repertorio amministrativo*, vol. n. 4, a. 1795-96, foglio 8, dell'Archivio
   di Stato.

Passiamo ad un'altra Accademia.

*Nella libreria pubblica, dove si fanno i Congressi
Letterarii di storia siciliana, il dì 5 aprile 1793 ad
ore 22, reciterà un discorso sopra le chiese di Palermo
il sac. D. Giovanni d'Angelo.*

Questo invito stampato e ms. ricevevano pochi giorni
prima della data indicatavi i membri della Società
[pg!383]
per la Storia di Sicilia [#]_: e tutti lo tenevano. Ad essa
erano ascritti i più colti studiosi dell'Isola, i quali vi
portavano fervore di patriottismo e pazienza di ricerca.

.. [#] Si era costituita nel luglio del 1777 col titolo: *Nuova Società
   di Letterati per la Storia del Regno di Sicilia*.

Alla lettura del D'Angelo furono presenti, oltre un
buon numero di amatori, i due Di Blasi, il Gregorio,
l'Angelini, Bibliotecario della senatoriale, il Barone
Forno, il Morso, il Di Chiara, l'arcidiacono Dini, D.
Camillo Genoese di Caltanissetta, il Conte D. Vincenzo
Castello, figlio di Gabriele, il sac. D. Francesco
Polizzi, Decano della Magione, ed il giovanetto Duchino
di Camastra, assidui frequentatori della Società.

La erudizione del bravo letterato palermitano può
ora ammirarsi nella Biblioteca, della quale egli fu
per lunghi anni attivo impiegato e, come l'Angelini,
consigliere sapiente di quanti la frequentassero. Quel
che risulta dai verbali delle riunioni è questo: che
per ventisei anni (1777-1803), meno brevi intervalli,
essa attese ad illustrare le vicende della chiesa in Sicilia
e delle chiese siciliane, e quelle delle lettere:
punto di partenza per aggiunte e correzioni alla *Sicilia
sacra* del Pirri e alla *Biblioteca sicula* del Mongitore.
Perciò, quasi tutti ecclesiastici i cooperatori.
Lunghe le loro memorie, inesauribili in una sola seduta,
alcune protraentisi per cinque, sei, non sappiamo
se tra la fissa attenzione di tutto l'uditorio,
ma certamente con utilità della storia ecclesiastica
e letteraria dell'Isola. Alla specialità degli argomenti,
[pg!384]
alla non sempre ornata trattazione di essi, come al
non facile intervento del gran pubblico, devesi lo svolgimento
sereno degli studî e delle adunanze, non turbate
mai dalla presenza di volgari poetastri e di saputelli
aggiusta-mondi. E chi volete che andasse a
mescolarsi tra tanti ricercatori di vecchie carte? i
quali dopo di avere sgobbato sopra registri di parrocchie,
pergamene di conventi e monasteri, cartabelli
di confraternite, marmi, iscrizioni, monumenti,
portavano il frutto delle loro investigazioni, forse non
sempre aliene da preconcetti e da illusioni, ad un paio
di dozzine di ascoltatori?

Eppure essi se ne contentavano; amavano gli studî
per gli studî, il bene per il bene; non cercavano plauso
di nessuno, non sognavano gioie di pubblicità; e dopo
di essersi tanto affannati in induzioni pericolosissime
lasciavano inediti in mano dell'Angelini i loro manoscritti,
paghi di averli compiuti e partecipati ai
pochi che potevano comprenderli e tenerne conto. Zelanti
cercatori del passato, che non guardavano alla
miseria del presente, se interrompevano il corso dei
loro congressi lo facevano solo perchè avvenimenti
impreveduti e straordinari li impedivano, come la epidemia
del 1793, i timori di pubblici disordini dopo la
sventata congiura del Di Blasi; la notizia del trattato
tra S. M. Siciliana e la Repubblica francese, la
tristezza della raccolta forzosa dell'oro e dell'argento
per le spese della guerra nel Napoletano (1796-98), e
perfino i rigori invernali [#]_.

.. [#] :small-caps:`V. Di Giovanni`, *La prima Società di Storia patria in
   Palermo, nell'Archivio storico sic.*, N. S. a. VIII, pp. 491-510.
   Palermo, 1884.

[pg!385]

L'ardore col quale si attendeva agli studî di storia
di Sicilia saliva al parossismo per quella del dialetto.

Altra società di cultura l'*Accademia siciliana* sorgeva
nel 1790 sotto gli auspicî del Meli e per iniziativa
del giovane giureconsulto F. P. Di Blasi.

Il titolo non dice tutto. L'Accademia sosteneva non
doversi scrivere nè parlare altrimenti che in siciliano:
siciliane le poesie, siciliane le prose, siciliane — è
tutto dire — le leggi dell'istituto; le quali venivano
dettate dal Meli in persona. Il Principe di Trabia, il
Conte di Torremuzza, il Marchese di Roccaforte, il
Principe di Furnari, nei ventott'anni di fortunosa
esistenza di essa vi presero parte attiva, e l'accolsero
nei loro palazzi; giacchè sempre nuovo godimento
era pei patrizî intelligenti trovarsi in mezzo a dotti,
e riceverli nelle loro case.

Un cronista d'oggi farebbe sapere che questi bravi
signori, volta per volta facevano servire di lauti rinfreschi
gl'illustri intervenuti; noi, che non siamo cronisti
e non iscriviamo per giornali, non ne diremo
nulla. Peraltro è risaputo che a quei tempi non si
riceveva mai dai nobili senza splendidi trattamenti
eseguiti da servitori in livree fiammeggianti; non supporlo
poi nelle sale di quei fiori di ospitalità e di dovizia,
sarebbe un'offesa alla generosità loro.

Gueli ed Alcozer, Scimonelli e Francesco Sampolo,
La Manna e Calì, Catinella e Mondino furono i campioni
della nuova Società. Meli, Presidente, vi lesse
[pg!386]
a riprese varî sonetti, che rappresentavano le vicende
non liete del sodalizio. Il seguente è l'indice di quel
che pensassero i socî; tra i quali, per altro, ve n'erano,
come il p. Michelangelo Monti, non isolani.

Il giovane Sampolo, in un discorso, s'intende, tutto
dialettale, avea recitato le lodi della *lingua siciliana*;
ed il Meli, entusiasta, recitava:

   |   Viva la nostra lingua, Iddiu la guardi!
   | Amàtila, e 'un circati 'na matrigna:
   | Sia cura e triddu di muli bastardi
   | Lu zappari di l'esteri la vigna.
   |
   |   L'istintu di natura anchi a li pardi,
   | Anchi a li tigri stu duviri insigna;
   | Urla lu lupu quannu à fami o s'ardi,
   | Nè s'impresta lu gergu di la signa.
   |
   |   Lu sulu pappagaddu 'nfurgicata
   | S'avi 'na lingua pri parrari a matti,
   | Facennu d'acedd'omu capriata.
   |
   |   Multi Accademj eu sacciu accusì fatti,
   | Grec'-itali-latini. Allurtimata
   | Chi aviti 'ntisu? 'Na sciarra di gatti [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 106.

Il lettore che sa di storia letteraria di Sicilia può
farci qui un appunto cronologico. Il sonetto del Meli
è del 1805, e l'Accademia era nata quindici anni
prima.

Accettiamo il disappunto, e torniamo indietro. Noi
facevamo quella citazione solo per mostrare quali
fossero gl'intendimenti dei «sicilianisti» di allora.
Ma tornando indietro, non troviamo meno siciliana
l'Accademia. Bambina di due anni, il 18 ottobre 1793,
essa per bocca del più forte poeta del tempo dopo il
[pg!387]
Meli, benchè del Meli non entusiasta, non balbettava,
ma con franca parola esprimeva i sentimenti che l'animavano.
Questi sentimenti sono d'una profondità
impareggiabile. In un'ode saffica Ignazio Scimonelli
cantava:

   |   Nun mettu peccu a Grecu o Germanisi,
   | Nè a Turcu o Francu, a Latinu o Spagnolu,
   | Ma bedda carta mi cunta in cannolu:
   |     Lingua e paisi.
   |
   |   E pri sta lingua sugnu tantu vanu,
   | Chi mortu, e prima d'essiri urricatu
   | Lu *miserere* lu vogghiu cantatu
   |     'n sicilianu.
   |
   |   Sarrà in latinu ben fattu, ben dittu,
   | Ma un *miserere* in lingua nostra misu
   | L'arma mi la fa jiri 'n paradisu
   |     drittu pi drittu.

Si vede subito che qui neanche di straforo ci entra
la politica e la teologia; perchè, anche per semplici
allusioni nè il Re nè Dio dovevano esser nominati:
qualche cosa di meno del *parum de principe, nihil
de Deo*.

Nel medesimo tono rimanevano altri poeti. Il sac.
Catinella, che abbiamo incontrato in altre occasioni,
sfolgoreggiava di motti vivacissimi. Tra i più felici
son quelli nei quali egli voleva dimostrare la superiorità
della siciliana su qualunque altra lingua. In un
sonetto mandato al sac. Giovanni Luisi, poeta anche
lui, si sbizzarriva sulla ricchezza dei modi proprî e
figurati onde può esprimersi il verbo *fujiri* = fuggire,
in questi termini:
[pg!388]

   |   Li cani si chiamau; si la sbignau;
   | Si la sulau; lu stigghiu si cugghiu;
   | Già pruvuli di bottu addivintau;
   | Santi pedi, ajutatimi; spiriu.
   |
   |   Sticchia e vassinni; a curriri appizzau;
   | Si l'allippau; marciau; si la battiu;
   | Si la filau; la coffa si pigghiau;
   | Addivintau diavulu; partiu.
   |
   |   Sti modi ed autri lu Sicilianu
   | Li 'mpasta, li rimpasta, e cancia e scancia,
   | Eh! chi lu diri nostru è supra umanu.
   |
   |   L'havi sti cosi la Spagna, la Francia?
   | L'havi lu 'Nglisi? l'havi la Tuscanu?
   | Ch' hann'aviri! la pesta chi li mancia!

L'amico Luisi non si maravigliava affatto dei diciassette
sinonimi cuciti dal Catinella; si maravigliava
invece che egli ne avesse dimenticati parecchi altri:
e in sonetto responsivo li enumerava a gloria
della «sicula lingua» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Fiabe, Novelle e Racc. pop. sic.*, v. I, pp. 186-87.

Altri esempî non occorrono a confermare la piena
convinzione di questi bravi accademici; i quali — per
dir tutto — erano tra i più illustri letterati del tempo.
Aggiungeremo non pertanto un fatto molto acconcio
a confermare il culto singolare che si professava pel
dialetto.

Nel *Giornale di Sicilia* del 9 dicembre 1794 un anonimo
scriveva lodando il parlar materno (il siciliano),
e raccomandando il toscano come lingua per tutti.
Questa osservazione semplicissima provocava una violenta
risposta nel medesimo giornale. Altro anonimo
prendeva per nemico della patria il lodatore del toscano,
[pg!389]
e questo era costretto a scagionarsi dall'accusa [#]_.

.. [#] *Giornale di Sicilia*, n. 23, Pal., 6 genn. 1795.

Non era argomento da pigliare a gabbo.

I componenti dell'Accademia siciliana non per nulla
erano accademici. Essi avevano tutte le miserie
della loro razza. Noi li abbiam visti a fare il chiasso,
anche per un nonnulla, nel Palazzo senatorio. Ebbene:
se non peggio, lo stesso facevano all'Accademia.
Il bello è che i principali agitatori eran quelli che
catoneggiavano per mettere il bavaglio ai tribuni. La
è sempre così: quelli che si atteggiano a vindici delle
violenze altrui sono i più violenti; così avviene che
parlano sempre di onestà molti di coloro che della onestà
non sono i migliori amici.

Quando, dopo la decapitazione del Di Blasi, la Società
venne soppressa, di lei non si parlò più altro
che per vederla ricostituita. Il March. di Roccaforte
l'ebbe nella sua casa, ed il Meli ne trasse lieta ragione
a prospero avvenire. Le sedute si ripresero; ma in
qualcuna di esse si sicilianizzò troppo di allusioni e
di equivoci [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 107. — :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., p. 93.

Questi accademici un giorno vennero fuori con una
proposta letterariamente liberticida: qualunque componimento
poetico da leggersi in pubblica adunanza
doveva prima sottoporsi alla censura preventiva d'una
commissione. Non bastava quella del Governo per la
stampa, se ne voleva creare un'altra per la lettura!

Con questo colpo di stato anche i grandi dovevano
[pg!390]
passare sotto le forche caudine dei piccoli. Gli stessi
Meli e Scimonelli non avrebbero potuto sottrarvisi.
Meli, Presidente perpetuo, ne sorrise; altri vi si acconciarono.
Gli screzî, già alle viste, entrarono in
campo; le bizze degenerarono in liti da partito; e l'Accademia
corse il pericolo di andare a monte. Il venerando
Meli interponeva la sua autorità: e a questi
raccomandava la calma, a quelli il rispetto: non esser
possibile procedere di questo passo; andarci di mezzo
la serietà degli studî, l'interesse della patria lingua;
grande lo scandalo di tante pretese; necessaria
la buona volontà in tutti per un accordo che cementasse
la pace. Ma il buon vecchio avea da fare con
gente irritabile, anche perchè composta di poeti novellini
e presuntuosi, e non riusciva a riconciliarli
nè a farsi sentire. Allora, perduta la pazienza, li
manda a carte quarantotto con un ultimo sonetto intitolato
al Conte di Torremuzza «contro alcuni poeti
siciliani», i quali, irrequieti e villani, non sapevano
stare in pace tra loro nè con gli altri:

   |   Scuvai di puddicini 'na ciuccata;
   | E allura li sintii ciuciuliari
   | Cu la scorcia a li frinzi 'mpiccicata,
   | Mi lusingai chi mi nn'avia a prigari.
   |
   |   Ma ora ch'ànnu la cricchia già spuntata
   | Si mettinu 'ntra d'iddi ad aggaddari,
   | Nè trovu a cuntintarli nudda strata,
   | Nè 'nsemmula, nè suli vonnu stari.
   |
   |   Cerca ognunu cumpagni a sulu oggettu
   | Di putiricci dari pizzuluni;
   | Dicinu chisti: Appara tu, ch'eu mettu.
   |
   |   Cui s'arrisica starici in comuni,
   | Si a mia chi pri accurdarli m'intromettu,
   | [pg!391]
   | Pri la facci mi tiranu a sautuni?
   |   O Conti miu patruni.
   |
   | La Censura, pri quantu iu viu e sentu,
   | È di pizzuliari lu strumentu.
   |   Da chistu iu ni argumentu
   |
   | Chi pri cuitari sti sautampizzi
   | Lu menzu è ditagghiaricci li pizzi [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 112. — Sull'argomento, vedi *L'Accademia
   sic. di Pal.* In Pal. MDCCCXCIV; e :small-caps:`Sampolo`, *L'Accademia
   sic. Nuove ricerche*. Pal. 1896.

Gli studiosi di *calembours* troveranno stupendo l'ultimo
verso.
[pg!392]

.. toc-entry:: XXIV. Patriottismo degli studiosi. L'Ab. Cannella. Dispute filosofiche e teologiche. Storici, letterati, poeti.

CAP. XXIV.
==========

.. class:: center large

PATRIOTTISMO DEGLI STUDIOSI. L'AB. CANNELLA. DISPUTE FILOSOFICHE E TEOLOGICHE. STORICI, LETTERATI, POETI.

La vita ristretta che le condizioni d'allora imponevano
non poteva non creare cultori di discipline di
argomento siciliano. La Sicilia stava in cima ai pensieri,
agli affetti d'ogni studioso; era la nazione e la
patria. Al di là del suo mare, altre nazioni, altri popoli:
il regno di Napoli, la repubblica di Genova, quella
di Venezia, lo stato di Milano ecc., rappresentati
nella Capitale, nella *urbe*, dalla nazione napoletana,
dalla genovese, dalla veneziana, dalla milanese e da
altre che mettevano capo ai rispettivi consoli, e con
essi alle chiese di lor proprietà ed esercizio. C'era S.
Giovanni pei Napoletani, S. Giorgio pei Genovesi, S.
Marco pei Veneziani, S. Carlo Borromeo pei Lombardi,
la confraternita dei quali avea sede nella parrocchia
di S. Giacomo la Marina.

Carattere spiccato quindi la sicilianità della cultura
storica, tanto nella sostanza, quanto nella forma.
[pg!393]

Nel precedente capitolo abbiam veduta questa sicilianità
spinta all'eccesso sul finire del secolo. Possiamo
frattanto gli occhi sopra un libro qualsiasi di erudizione,
di antiquaria, di storia propriamente detta,
del tempo. Vi troveremo sempre la Sicilia nella sua
geografia, nelle sue vicende passate e nel suo presente.
I suoi monumenti pagani come le sue reliquie cristiane,
i suoi castelli come le sue chiese, gli avvenimenti
di tutta l'Isola come i fatti di una religione di essa,
delle sue grandi città non meno che dei suoi piccoli
comuni, delle sue istituzioni, delle sue leggi, dei suoi
uomini insigni per carità, per ingegno, per valore:
tutto era argomento di ricerche per un buon patriota.

Noti il lettore che il patriota d'allora non era il patriota
d'oggi; il quale, se falso, vanta servigi non mai
resi alla patria, o incombenze non mai ricevute o disimpegnate:
vanti e lustre onde si sale ad alti e ben
rimunerati ufficî. Era bensì patriota chi amava operosamente
la terra natale, chi ne amministrava disinteressatamente
gli istituti, chi beneficava i poveri,
chi celebrava i fasti della sua terra, e chi di essa
procurava in ogni maniera lo ornamento ed il lustro.

In questo significato giunsero a noi come patrioti
di fama illibata un Monsignor Ventimiglia, che i
suoi libri donava alla città di Catania, ed in Catania
istituiva un ospizio pei poverelli; il Principe di S.
Vincenzo Alessandro Vanni, che efficacemente cooperava
alla fondazione della Biblioteca Comunale di Palermo;
Mons. Gioeni dei Duchi di Angiò, che liberalmente
fondava il Collegio nautico, assegnava quattordicimila
[pg!394]
onze (L. 178,500) all'Albergo dei poveri, ed
istituiva una scuola di Filosofia morale e civile legando
premî annuali ai giovani che in essa si segnalassero,
ed un catechismo faceva scrivere e largamente e gratuitamente
diffondere ad istruzione del popolo, ed i
suoi libri donava alla Città (vedremo più oltre il lato
debole di questo patriota). Patriota quel Pietro Lanza
Principe di Trabia, che, come abbiamo veduto, primo
concepiva (1786) una scuola di agricoltura con un campo
agrario nell'ex-podere gesuitico della Vignicella:
proposta tutta moderna, che poi con le proprie sostanze
traduceva ad atto il Principe di Castelnuovo con
l'Istituto agrario che prende nome da lui [#]_. Patriota
infine, per non perderci in una rassegna fortunatamente
larga, il Marchese di Villabianca, che solo raccoglieva
ed illustrava tanta e così diversa e svariata
materia di erudizione siciliana quanta non ne poterono
mai, se ne togli il Mongitore, parecchi studiosi,
e che da tanto tesoro staccavasi in vita, facendone
dono alla sua terra diletta.

.. [#] Cfr. v. I, pp. 227-28.

La storia nostrana pertanto avea grande attrattiva
per gli uomini più eletti. Ad essa come raggi che convergano
al centro inclinava chi non preferisse coltivare
una scienza, o chi non amasse perdersi dietro le
evanescenze della fantasia. Anche poeti come lo Scaduto
vi trovavano ispirazione a poemi epici ed a canti
lirici. Le tradizioni del Fazello, del Barbieri, dell'Inveges,
del Paruta, dei due Di Giovanni (Vincenzo e
[pg!395]
Giovanni); gli esempî degli Amico (Antonino e Vito), di G.
B. Caruso, del Mongitore, erano stimolo a chi inclinasse
a continuarli. In un medesimo tempo fiorivano, nella
sola Palermo, col citato Villabianca il Testa, i fratelli
Di Blasi, Gabriele Castello di Torremuzza e R.
Gregorio: sei tra una pleiade di benemeriti delle sicule
memorie.

Il Testa, premorto a tutti (1775), scriveva di Guglielmo
il Buono e di Federico IIº d'Aragona, ed ordinava
i *Capitoli* del Regno. Il Villabianca consacrava
la sua attività giornaliera al suo *Diario palermitano*,
che si chiudeva il mese della sua onorata esistenza
(1802): e lasciava il *Palermo d'oggigiorno*, la *Sicilia
nobile* e centinaia d'opuscoli siciliani, dove la pazienza
delle investigazioni fa perdonare il difetto della critica
e la vanità puerile.

G. Evangelista Di Blasi con la *Storia dei Vicerè
di Sicilia*, preludeva alla ponderosa e troppo diffusa
*Storia* di Sicilia (1811). Il periodico di *Opuscoli* di
erudizione, in venti volumi, durato fino al 1778 a cura
di Salvatore Di Blasi, veniva seguito dall'altro
congenere di *Nuova Raccolta*.

Dalla teologia e dalla letteratura il Gregorio passava
alla storia ed alla diplomatica, e nel tranquillo
presbiterio di S. Matteo nel Cassaro, solo e senza
maestri, sudava ad imparare la lingua araba, nella
quale si levava maestro così esperto e sicuro da strappare
la maschera all'Ab. Vella. Dai tempi del Caracciolo
in poi, nell'annuale *Notiziario di Corte* scriveva
di geografia e di storia naturale, di tasse e di traffichi,
[pg!396]
di derrate e di commerci, di monumenti e di artisti
dell'Isola. Nessuno prima, nessuno dopo di lui
seppe meglio adombrare il perfetto modello di una
storia civile. Componendo in sè il giurista e lo storico,
il letterato ed il filosofo, si preparava a dar fuori
un'opera sul *Diritto pubblico siciliano*; ma come
parlare di questo in un paese ove ministri servili trepidavano
per tutto ciò che nella esaltata loro fantasia
apparisse sospetto alla regia prerogativa? onde il
censore del manoscritto ne mutava il titolo originale
nell'altro di *Considerazioni sulla storia di Sicilia*, come
se il titolo mutasse la sostanza! E non si guardava
all'alto concetto di «una delle più profonde opere che
in questi ultimi tempi fosse stata scritta in Italia» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Leo`, *Storia d'Italia nel medio evo*, lib. X. c. L, IV.

Il Principe Gabriele Castello di Torremuzza dopo
indagini pertinaci metteva fuori la sua *Sicilia Numismatica*
e le monete delle isole adiacenti alla nostra.
Ovunque egli passasse, lasciava traccia di sè: presso
Porta d'Ossuna, nell'Orto del Barone Quaranta,
dove scopriva antiche catacombe a tutti ignote; all'Ospedale
grande, all'Accademia degli studî, al Tribunale
del Commercio, tre istituti che l'ebbero deputato
e giudice; a Segesta, dove restaurava il tempio;
a Girgenti, ove disgombrava sovrapposizioni cristiane
al tempio della Concordia e faceva restauri a quello
di Giunone Lucina.

Questi ed altri dotti, tipi di cavalieri antichi, modelli
perfetti di sacerdoti e di amministratori, noi li abbiam
[pg!397]
visti nei sodalizî intellettuali attendere alla illustrazione
delle cose patrie, al progresso delle scienze
e delle terre, allo studio del natio idioma. Noi siamo
stati presenti a qualche loro adunanza, e abbiamo visto
che anch'essi, ahimè! questi uomini egregi, aveano
le loro debolezze. Ma anche fuori sodalizio, essi non
erano esenti dai difettucci che un arguto scrittore
sardo del sec. XIX, Giuseppe Manno, dovea battezzare:
*Vizi dei letterati*. Il minore dei Di Blasi, regio storiografo,
non seppe perdonare a Mariano Scasso la pubblicazione
d'una versione italiana del de Burigny. L'opera
per manco di sussidio di monumenti e di documenti,
per errori di fatti che la scoprivano al critico
più modesto, era a dir vero difettosissima; ma il Di
Blasi oltrepassò il segno. Il suo altezzoso giudizio scese
alle minuzie e trascese in biasimo astioso.

Quello spirito irrequieto che fu l'ab. Salvatore Cannella,
tornando dalla Francia, dove l'arditezza delle
opinioni avealo sbalestrato, in una opericciuola di
*Portraits* espresse certi suoi giudizî sopra i maggiori
scrittori siciliani della fine del secolo [#]_. Quei giudizî
sono un misto di buono e di cattivo; e lo Scinà, pur
non nascondendo la sua simpatia per l'autore, ebbe a
dire: «In questi ritratti il Cannella diede di mano alla
metemsicosi e fece delle trasformazioni. Mise in Meli
l'anima di Anacreonte e di Teocrito, e nel Gregorio
quella dell'Algarotti; mutò il cieco Marini, professore
[pg!398]
di rettorica, in Suderson, Scasso in Montaigne, Fleres
in Malebranche e Carì nel Fontanelle della Teologia» [#]_.

.. [#] *Lettre de M. l'Abbé* :small-caps:`Cannella` *à M. le Baron N. N. sur
   la Littérature de Palerme, c'est à dire des Portraits des Savans
   Palermitains de nos Jours*. A Naples, Russo, 1794.

.. [#] :small-caps:`Scinà`, *Prospetto*, t. III, c. II.

Come venisse accolta la galleria di ritratti del Cannella
non sappiamo. Certo, i contemporanei non ne
parlarono quanto i posteri; i quali, a corto di notizie
personali di certi uomini grandi e piccoli, presero i
*Portraits* come documento di storia letteraria; però
nè Meli, nè Fleres, nè Scasso, nè Carì, solo per quella
apoteosi di persone, credettero toccare il cielo col dito:
ed il Cannella rimase quel che era: guardato in cagnesco
dall'autorità chiesastica (la quale non poteva
dimenticare certo suo ardito discorso contro il celibato,
fortemente combattuto dal p. Leone) e sospettosamente
dalla governativa, che ne seguì la fuga in
Francia; con diffidenza dal pubblico grosso e dai dotti,
i quali videro in lui un corruttore della gioventù, un
novatore infranciosato, un mal dissimulato volterriano.
Ai dì nostri egli sarebbe stato un grand'uomo per
la facilità dell'ingegno ed i principî avanzati, che son
solida chiave ad aprire le porte d'un giornale, specie
se il Cannella si fosse deciso a smettere l'abito talare,
e più ancora a far pompa d'una moglie presa in barba
al celibato. Tale però non fu di lui. L'avversa fortuna
gli tolse di conseguire un bene qualsiasi; e quando
egli si affissava speranzoso in essa; una trave dello
steccato dei fuochi artificiali della Marina, per le feste
di S.\ :superscript:`a` Rosalia, gli troncò la vita. Un epigramma
corse allora in bocca di lui:
[pg!399]

   | Non fu la trave no che mi ferì:
   | Fu la mano di Dio che mi colpì.

E fu ripetuto che Pio VI, infastidito delle bricconate
di Cagliostro (G. Balsamo) e della fuga dello Ab. Cannella
dalle mani dei gendarmi pontifici, usasse dire:
*La Sicilia mi ha regalato il balsamo e la cannella!*

Ora qualche pagina di quel libriccino è una sicura
sintesi delle condizioni letterarie del tempo; e l'ultima
vuol essere riportata:

«La nostra *piazza* non è ancora accreditata: e da
noi non si trova un libraio che voglia spendere. In
Sicilia le Lettere non sono un mestiere come altrove.
La Teologia, la Giurisprudenza, la Medicina assorbono
tutto. I nostri accademici ci opprimono a furia
di sonetti. Premî pubblici mancano: e noi ci occupiamo
di bazzecole e di dispute scolastiche. Il giansenismo ed
il molinismo ci han divisi in due fazioni e mentre fuori
si ride dei due sistemi, qui diamo loro una grande importanza.
Altra setta, quella dei *Miceliani*, ci faceva
girare la testa: sicchè noi non c'intendiamo più; ed
intanto che il Cento ed il Natale, sostenitori di Copernico
e di Leibnizio, eran proscritti, ed il Carì tremava
per avere scherzato sulla scienza moderna, il
furore gesuitico lo perseguitava dovunque» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Cannella`, *Lettre*, pp. 43-44.

Per quanto breve e leggiera, questa pagina può servire
a punto di partenza per comprendere l'ambiente
letterario d'allora.

E anzitutto: è innegabile che in Sicilia non si conoscesse
neanche di nome l'ufficio di editore nel senso
[pg!400]
moderno della parola e in quello che in Francia avealo
trovato l'Abate Cannella. Uno studioso che avesse
consumata la miglior parte della sua vita nella composizione
d'un'opera, tutto poteva sperare fuori che
questa gli venisse stampata da un libraio. Poteva bensì
sperare, e trovava talvolta un protettore che generosamente
ne pigliasse sopra di sè la spesa: ed allora
era ben naturale che la dedica fosse fatta al mecenate;
anzi è da credere che la dedica fosse leva della operosa
benevolenza, o che la benevolenza preludesse alla
dedica. Molti dei libri che nel frontespizio portano
anche in caratteri modestissimi col nome dell'autore
quello d'una persona alla quale il libro è dedicato con
titoloni e lodi straordinarie, possono ritenersi fatti a
spese di costui.

Giova però avvertire che non di rado interveniva
il Governo e che libri d'indiscutibile valore, d'indole
strettamente siciliana, o che facessero agli interessi
del pubblico, vedevano la luce per sola ed efficace opera
del Governo, nella Stamperia reale.

Vedevan la luce; ma viaggiavano? Ecco il punto
che dovea disarmare gli autori. Giacchè, per quanto
essi si adoperassero a far conoscere i proprî lavori
fuori Sicilia, in Italia, non riuscivano se non a risultati
molto meschini. Occorrevano larghe conoscenze
e aderenze forti; le une e le altre, anche se conseguibili,
frustrate dall'isolamento del paese, dalla lontananza
dai grandi centri intellettuali, dalla poca inclinazione
del gran pubblico alla cultura, dagli ostacoli
che ad ogni passo sorgevano, mano mano che uomini
[pg!401]
e cose avvicinavansi alle barriere degli staterelli
ond'era divisa l'Italia, e, nel finire dei secolo, dalle
vertiginose vicende politiche.

Il tempo dei Vicerè spagnuoli era passato, ma anche
in quello dei Vicerè italiani, del Fogliani p. e.,
di quanto si avvantaggiarono in proposito le condizioni
letterarie? Solo sotto il Caracciolo le cose cominciarono
a mutare aspetto, ed il Caramanico stimava
gli uomini d'ingegno ed amava circondarsene.
Non pochi poterono venire in fama per protezione del
suo predecessore e di lui, che veramente faceva anche
in letteratura, come gli altri Vicerè in politica
e in amministrazione, la pioggia ed il buon tempo.
Accennando al po' di bene che agli studî apportava
il Caramanico, studioso tra studiosi, il Bartels però
osservava: Se il Vicerè non riconosce la dignità delle
opere dei dotti, se non cerca di mettere questi in relazione
con quelli di altre nazioni, se non aiuta il commercio
dei libri e non rende agevole la loro pubblicità,
non ci sarà nulla da sperare. Aggiungeva poi una osservazione,
che, presa assolutamente, è falsa; ma che
può esser vera solo in parte, e con certe riserve. I baroni
del Regno, diceva, temono le conoscenze filosofiche
e storiche e cercano di distruggerle [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *Briefe*, v. III, pp. 706-707.

Con la mancanza assoluta di editori, con la difficoltà
di trovar favore presso il Governo, con la censura
preventiva e le lungherie per l'approvazione di stampa,
faceva contrasto il numero dei librai, che neanche oggi
[pg!402]
si hanno. Nicola Volpe presso la chiesa di S. Nicolò
Tolentino; sotto il palazzo Comitini, la U. Stamperia,
che avea un fondo di libri in vendita; i fratelli Martinon
sotto il palazzo del Marchese Drago; poco discosto,
presso il Monastero del Salvatore, D. Tommaso
Graffeo; più in alto, di faccia al Collegio Massimo,
il Rini; poi la Nuova Libreria all'Insegna della
Verità, e quella del Giaccio ai Cartari, e quella di Filippo
Perrotta ai Cintorinai, viveano di siffatto commercio
(1794).

Interminabili le dispute filosofiche e teologiche, nelle
scuole superiori di scienze umane e divine: le accademie,
i seminari ecclesiastici, i conventi battagliavano
in sostegno d'uno o d'un altro sistema. Le antiche ire
suscitate tra i Gesuiti per la difesa di quello di Leibnizio,
svolto in versi italiani dal March. Natale [#]_, più
presto che avversari avea tra gli studiosi creato amici
alla trionfante scuola Wolfiana. Il colpo mortale dato
dal giovane pensatore alla scolastica era stato improvvidamente
riparato dal S. Uffizio con le vessazioni al
poeta e con la condanna del libro di lui. Per dirne una
sola: i Cassinesi di S. Martino nella loro chiesa di
S. Spirito in Palermo aveano pubblicamente, solennemente
affermato le loro opinioni leibniziane nei giorni
appunto che il famoso Tribunale venivale riprovando.
La lotta tra il vecchio ed il nuovo proseguivasi forte,
anche dopo lo allontanamento della Compagnia di Gesù,
e non pure in Palermo ma anche in Catania. Leonardo
[pg!403]
Gambino leibniziano, protetto da Mons. Ventimiglia,
soppiantava il medico-filosofo Agostino Giuffrida, nemico
implacabile di Leibnizio, del quale si facean campioni
arditi nella Capitale Niccolò Cento, Vincenzo
Fleres e Simone Judica.

.. [#] *La Filosofia Leibniziana esposta in versi toscani*, t. I,
   l. I. In Firenze (Palermo) 1758.

La soppressione del S. Uffizio infondeva vigore novello
alle menti di questi e di altri pensatori. Gli esemplari
della *Filosofia Leibniziana* del Natale, sfuggiti
fino allora agli occhi lincei degli Inquisitori, ricomparivano,
non più timidamente, alla luce, ridestando
assopiti entusiasmi, e con essi inveterati rancori; ma
questi venivano da quelli soverchiati, ed il nome del
già reprobo Natale, nei chiostri, nelle accademie, nei
ministeri del Governo correva per le bocche di tutti.

Frattanto, mentre in Terraferma, smarritesi le tradizioni
della filosofia italiana, si correva dietro al sensismo
francese, in Monreale si facevano strada le dottrine
di Vincenzo Miceli, condivise da compagni e da
scolari devoti di lui. Ma quelle dottrine incontravano
pure energica, gagliarda opposizione. Miceli, che in
patria era un novello Pitagora, si confondeva in Palermo
con Spinoza; Miceliani e Spinosisti, messi dagli
avversarî in combutta, venivano, siccome nemici
d'ogni principio morale, assaliti. L'accusa si estendeva
anche a Niccolò Spedalieri, il quale come maestro
di sacra Teologia in un seminario cattolico (Monreale)
era posto in mala voce; il che dovea al futuro
scrittore dei *Diritti dell'uomo* dar occasione della sua
partenza per Roma. Preti e frati dentro Monreale e
Palermo si arrogavano il diritto di privativa di sistemi
[pg!404]
con la relativa infallibilità di giudizî, convertendo
così il campo sereno della discussione in arena
di lotte infeconde. A S. Martino lo storico Evangelista
Di Blasi si accaniva contro le teorie miceliane; le
quali, d'altro lato, a Monreale il benedettino Gaspare
Rivarola sosteneva *totis viribus* anche a pericolo di
comparire ribelle ad una delle maggiori autorità. Tesi
teologiche dibattute favorevolmente alla presenza di
due Arcivescovi dagli scolari dello Spedalieri, vietate
in Palermo, potevano stamparsi in Roma: contraddizione
evidente, che faceva dubitare delle ragioni
della verità. In Toscana, secondo gli umori dei critici,
il Di Blasi era seguito o abbandonato: più d'uno appassionavasi
alle polemiche vivaci; e coronava l'opera
in Palermo l'Ab. Meli con un epigramma, divenuto
celebre, il quale gettava il ridicolo sopra le file dei
partigiani del forte pensatore, dopo la cui immatura
morte essi avevano divulgato un ritratto col semplice
cognome *Micelius*.

L'epigramma era una ricetta per la composizione
del sistema miceliano:

   |   Recipe di Miceli la sustanza
   | Modificata beni cu l'essenza;
   | Poi l'essenza, li modi e la sustanza
   | Li cummini, e n'estrai 'na quinta essenza;
   | Poi 'mbrogghia arreri l'essenza e sustanza,
   | Riduci la sostanza ad un'essenza;
   | Cussì 'ntra modi, 'ntra essenza e sustanza
   | Truvirai d'ogni scibili l'essenza [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 102.

Contemporanee a queste velleità nella ricerca del
[pg!405]
Vero son quelle della cultura del Bello. Non per un
solo decennio (1770-1780), come porta la fama, ma
per un periodo più lungo ancora, si fecero vive, per
impulso del Principe di Campofranco, certe tendenze
ad una letteratura leggiera, francesizzante. Avea essa
carattere di galanteria e manifeste inclinazioni all'untume
enciclopedico, buono a far comparire dotto
chi non lo era, o molto istruito chi lo era poco.

Lo Scinà si mostra costantemente avverso a questa
evoluzione letteraria; tuttavia non nega che l'allettamento
della nuova maniera onde si presentavano
scienze e lettere, dovea per la sua inusitata piacevolezza
invogliare agli studî spargendo una superficiale
cultura, che ripuliva ed ingentiliva la nazione [#]_. Si
sarebbe potuto occupare di cose serie, è vero, ma fu
un bene che di qualche cosa si fosse occupato e qualche
elemento d'istruzione e di cultura avesse cercato di far
gradire.

.. [#] :small-caps:`Scinà`, *Prospetto*, t. II, cap. II.

Ma non perdiamo di vista i *Portraits* del Cannella.

Col Sergio e col Balsamo, con frate Bernardino da
Ucria e col Chiarelli, col Controsceri e con lo Spedalieri
troviamo da lui ammirati il Giarrizzo, il Sarri,
il Piazzi ed un'altra dozzina di personaggi, non tutti
egualmente illustri. Meli, degli altri poeti onore e
lume, vola come aquila sui contemporanei: e gli vien
dietro l'ab. Carì. Il teatino Sterzinger è onore della
bibliografia; De Cosmi, dello insegnamento e della
sacra oratoria.
[pg!406]

Mentre da tutti si guardava come mestiere il commercio,
Sergio lo studiava come scienza, e primo avea
il coraggio di proclamare i pregi dell'agricoltura, e di
parlare del lusso moderato delle nazioni, della necessità
delle pubbliche strade, della polizia della marina
di Sicilia, del modo di tirar la seta dai bozzoli del filugello
con piccole ruote; e raccomandava ai magistrati
le nuove arti da introdurre tra noi. Amico del
Genovesi, scriveva a lui del vantaggio che le scienze
esatte potevano trarre dal commercio. Bartels che lo
conobbe ne lodava la mente aperta ed attiva, ma preoccupata:
segno forse della coscienza che egli avea del
suo valore, non da tutti compreso, da pochissimi eguagliato [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *Briefe*, v. III. p. 703. — :small-caps:`Cannella`, *Lettre*,
   pp. 36-37.

Caratteristica la figura di Mariano Scasso, sulla
quale piacquesi di barzellettare anche il Meli. Ingenuo
nel credere, inabile a combattere le altrui opinioni, D.
Mariano dava ragione all'ultima da lui udita, quando
non cercava di conciliarle tutte senza accorgersi che
non ne accordava nessuna; e cedea alla mobilità fantastica
del suo spirito secondo l'ambiente nel quale si
trovava; sicchè,

   |   Sulu lu movìnu
   | L'oggetti intornu:
   | 'Na donna, un cavulu,
   | Un servu, un cornu.

Godeva fama di molto sapere e se ne invaniva come
di merito eccezionale: il che nol privava di amici, che
[pg!407]
di lui stimavano la sincerità del cuore. Merito, che
tutti discussero, fu la sua versione italiana, affogata
in un mare di note (per l'epoca araba prese, nientemeno,
dal *Codice diplomatico* Airoldi-Vella!) della *Histoire
générale de Sicile* di de Burigny; versione che
lo Scasso avrebbe fatta anche del Corano se, come
osservava il Cannella, ne avesse conosciuta la lingua [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *Briefe*, v. III, p. 699. — :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 50. — :small-caps:`Cannella`,
   *Lettre*, pp. 35-36. — :small-caps:`Scinà`, *Prospetto*, t. III, c. III.

Di Monsignor Gioeni può pensarsi ch'egli avesse la
passione di fabbricare. Non prima, infatti, erano principiati
o condotti innanzi i suoi edifici, ch'egli per
pentimenti sopravvenuti voleva riformarli: lusso consentitogli
dalle non comuni e quasi sempre ben impiegate
ricchezze. Con la passione delle opere edilizie procedeva
in lui quella della gloria; poichè se pochi lo
somigliarono nello esercizio incessante della virtù, egualmente
pochi si piacquero quanto lui di raccomandare
la propria fama alle opere che da quell'esercizio
traevano vita e calore in iscrizioni non prive di lunghezza
e di ampollosità.

Pure bisogna esser giusti. Questo difetto di modestia
non va preso come una specialità del Gioeni. Altri
con lui lo ebbero, ma in lui era sopravvanzato da
un patriottismo senza pari.

Ed in vero: gli ultimi decennî del secolo accusano
nei nostri reggitori ed amministratori una febbre intensa
di gloria. Non si compiva un monumento, una
fabbrica, un ornamento che non lo si volesse raccomandato
ai posteri; sì che le iscrizioni onorarie e commemorative
[pg!408]
si moltiplicavano a vista d'occhio, specialmente,
quando per la trasformazione degli edificî,
per lo sviluppo della città e per la modificazione dei
vecchi istituti la edilizia veniva subendo frequenti riforme.

Regnava Ferdinando III, e le iscrizioni auspicavano
da lui e dal Vicerè, e s'impinguavano con
la lista dei nomi e dei titoli, non sempre classicamente
latinizzati, dei Pretori e dei Senatori. Più d'una era
pel Marchese di Regalmici, al quale le incessanti cure
dell'ammiranda opera di abbellimento della città non
toglievano il tempo di assistere a solenni accademie in
onor suo, nel Palazzo Pretorio e in palazzi privati.

Coi tempi nuovi (1860) fu fatta man bassa sopra
alcune di queste iscrizioni: e quando la resipiscenza
degli amministratori le volle conservate al Municipio,
e soprattutto in quella che è ora *Sala delle Lapidi*, un
gran numero vi mancarono, perchè state rotte, smarrite,
o invertite a vilissimi usi.

Il richiamo alla vanità dei passati ci condurrebbe
a malinconiche considerazioni sui presenti, affetti più
di quelli da vanità e da megalomania. Il secolo XIX
si è chiuso con una specie di morbosità monumentale,
non per sincero sentimento di ammirazione ai morti,
ma per mal dissimulata bramosia dei vivi di attaccarsi
alla fama di celebri e non celebri morti e vivi.

E passiamo oltre.

Tra tanto senno il Cannella fa sedere Carlo Santacolomba
pel suo libro sopra la *Educazione degli alunni
del Buon Pastore*; ma lo Scinà, che esercitò dittatura
[pg!409]
letteraria incontestata, lo ritenne una vacuità illustre,
che riuscì a strappare la gradita Abbazia di S.\ :superscript:`a`
Lucia del Mela (prov. di Messina). Questa ed altre abbazie,
pingui canonicati, erano l'aspirazione incessante,
la caccia perpetua di centinaia di persone. Ebbe
quella di S. Angelo lo Scopello in Trapani il cattedratico
Giovanni Gianconte, medico del Vicerè; ma se
volle conservarsela, dovette vestire sempre l'abito chiericale
non ostante avesse un bel tocco di donna dopo
un matrimonio in perfetta regola a tutti noto, meno
che al Governo. Ebbe il maltese Vella e si godette fino
al giorno della sua condanna l'Abbazia di S. Pancrazio,
che il sommo Meli chiese sempre invano; ed il
Gregorio potè conseguire quella di S.\ :superscript:`a` Maria di Roccadia
alla vigilia di scendere nel sepolcro.

Eccezione ammirevole le donne colte, e perchè tali,
lodate da colti uomini. Lieto ricordo è nelle scienze
morali la Principessa di Campofranco, sulla quale non
ebbero mai presa le lodi smaccate degli adoratori. Valente
era, ma non quanto i contemporanei, perchè
donna, nobile e ricca, la proclamarono. Il turbinio
della Corte di Napoli la condusse fuori del campo delle
lettere. Il matrimonio distrasse dagli studî Anna Gentile,
cui il padre avea educata a studî forti e della
quale la bizzarria del Principe di Campofranco diede
in luce certe *Lettere filosofiche* [#]_. Pure nè l'una, nè
l'altra di queste donne superaron la Principessa di
Villafranca in quelli di Educazione: e di tutte e tre
[pg!410]
nessuno partecipò agli studî di Donn'Anna Maria li
Guastelli, monaca dell'Assunta, che in due poemetti
cantò di *S.a Rosalia* e di *Palermo liberato dalla peste
del 1625*, e venne allietata o conquisa da una pioggia
di sonetti; ma non lasciò cogliersi dalla epidemia poetica,
allora più che mai insidiosa: il che fa supporre
in lei virtù non comune in mezzo alla comune debolezza
dei verseggiatori.

.. [#] Vedi v. I, cap. XVIII.

Siamo proprio al tempo in cui, infastidito delle continue
richieste di odi e di canzoni per le più frivole
cose, Parini esclamava:

   |   Possibil che un dottor non s'incoroni,
   | Non si faccia una monaca od un frate
   | Senza i sonetti e senza le canzoni!

E se questo in Milano, non altrimenti era in Palermo.
I migliori poeti non sapevano resistere alla pertinacia
delle richieste come alla vanità d'infilar versi. Non
facciamo il nome del Meli, perchè non vogliamo profanarlo;
e non vorremmo fare neppure quello del Carì
se di lui dovessero rispettarsi solo le improvvisazioni,
aliene da tutte le convenzioni ufficiali. Ma anch'egli, il
Carì fu vittima non sappiamo se della corrente di allora
o di sua particolare inclinazione. Se per poco gli
andremo dietro, lo vedremo poeta di tutte le ricorrenze,
dalla morte d'un amico, al giuoco del pallone,
dall'ascensione aerea del capitano Lunardi alla effimera
guarigione del Vicerè Caramico, ed alla improvvisa
morte di lui. Qualche volta però, anzi sovente,
come ardito, libero padrone del campo poetico, meschinamente,
forse bassamente, popolato di adulatori senza
[pg!411]
pudore e di scribacchini senza coscienza, nelle sue non
misurate corse, talora ricalcitra alle regole del Galateo
ed al freno dell'arte, tanto dal trascender nel lubrico;
e pare confonda la franchezza con la licenza.
Per questo il suo nome, Cireneo di cento croci, veniva
preso come etichetta di merci avariate o di contrabbando;
giacchè non v'era sonetto, non epigramma,
non satira mordace della quale non si attribuisse a
lui la paternità. Questo, se non è sempre onorevole
per la sua fama, dimostra che nessuno si riteneva più
franco di lui nel dire il fatto suo sui peggiori arnesi
e sulle più brutte cose del secolo. La sua musa sorrideva
e fremeva, sogghignava e plaudiva, quando velata
e quando scoperta, attorno al card. Lorenzo Ganganelli
che diventava Papa Clemente XIV (1769); a
Voltaire che moriva (1778); ai frati Domenicani e
Francescani che perdevano il privilegio del Generalato
(1788); a Francesco Carelli, che partiva, esacrato
ministro napoletano, da Palermo (1795); all'Ab. Vella
che veniva condannato (1796). Uno scatto di questa
musa contro il neo-eletto avvocato fiscale del R.
Patrimonio, Monroy, bastava a trattenere il Re dal
concedere il possesso dell'alto ufficio. Allorchè nel 1798
Carì cessava di vivere, il Meli lo piangeva a calde lacrime
e cantava:

   | Mortu è Carì, lu granni, lu sublimi
   | Principi di la lira e di li canti [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 148.

Che fosse stato tale, lo dissero tutti i contemporanei;
ma dell'opera poetica di lui labili ricordi restano,
[pg!412]
più che per le poche poesie edite, per le molte manoscritte,
a ragione o a torto a lui attribuite; della
oratoria scarsi, mediocri documenti; e della teologica,
per quanto lodata, dissertazioni per le quali pochi ebbero
ragione di annoverarlo fra i grandi maestri della
scienza di Dio.

Questo il Carì, Nestore dei letterati del tempo che
fu suo. Scolari, imitatori ed emuli di lui in Pindo:
una turba di verseggiatori, argomentandosi di seguirlo,
facevano mostra di sè in accademie, case private,
solennità religiose, nuziali, onomastiche. Dozzine di
ecclesiastici e di forensi, volendo grandeggiare, bamboleggiavano;
e, sia detto per onore del vero, tutto
poteva loro far difetto meno che la imperturbabilità
nel corteggiare le muse; le quali non troppo benevole
con essi, infastidite di tanti importuni, ora all'uno,
ora all'altro voltavan le spalle, senza che nessuno
degli accesi spiriti se ne accorgesse. Che anzi,
nella beata illusione di lor valentìa, tutti s'infiammavano
a celebrare avvenimenti pubblici, fatti di famiglia,
cuccagne di popolo, nascite di bambini, morti di adulti,
professioni di monache, feste di santi, arrivi di
alti personaggi, elezioni di senatori, promozioni di beneficiali
e di magistrati, trionfi di cantanti, senza un
pensiero alla patria gemente, senza un motto che rivelasse
coscienza dell'ufficio civile della poesia, o aspirazione
a un ideale altissimo. L'eco dei placidi belati
del sac. Urso e di Domenico Perdicaro, di Luigi Graffeo
e di Benedetto Jerico, di Giuseppe Spinosa e di Domenico
Cavarretta, di Salv. Di Liberto e di Gaspare
[pg!413]
Mangione si ripercoteva per intere settimane nei salotti,
nei refettorî dei monaci e dei frati, nelle scuole
dell'Accademia (Università) degli Studî, nei caffè; e
si levavano a cielo quelli dell'Ab. Mancusi e dell'Ab.
La Manna, nomi che ora appena si trovano in mezzo
agli altri di canori pastorelli, ai quali se non ci fu
un'Arcadia che li facesse suoi, non mancarono certamente
sorrisi e plausi tra

   | Il dotto, il ricco ed il patrizio vulgo.

Non ci fu, è vero, un'Arcadia ufficiale; ma ne dominò
un riflesso e più che un'eco: e quando (1773)
Suora li Guastelli, figlia dell'ex-Senatore G. Battista,
volle dare alle stampe il *Palermo liberato*, dovette
chiederne l'autorizzazione al Preside ed ai Censori dell'Accademia
degli Ereini, alla quale era ascritta. L'alto
magistrato tenne consiglio, e, dopo maturo esame,
deliberò di concedere la invocata autorizzazione. Il suo
decreto, non ostante la comicità dei nomi accademici,
olimpicamente solenne, chiudevasi con la seguente formola:
«\ *Dato in Collegio dei nostri Monti* (Erei), *nel
giorno 4 della Luna di Munichione, Olimpiade 738, anno
1 a P. C. Olimpiade 11 a 4*»: formola che ha tutta
l'aria di certi problemi onde qualche moderno autore
di aritmetica per le scuole si crogiola a tormento dei
poveri fanciulli.

Gareggiavano poi coi migliori siciliani i poeti del
Continente domiciliati in Palermo, chi tra le Comunità
religiose dei Teatini e degli Scolopi, chi nelle case
signorili a educare giovanetti. Per tale compagnia
[pg!414]
la produzione poetica paesana veniva accresciuta da
quella toscana dello scolopio Carlo Lenzi, dell'Ab.
Griggioni, del *Dorisse* (de Rossi) e degli illustri padre
Salvagnini e p. Michelangelo Monti. I versi di questi
ultimi, tenuti in molta estimazione, non prima venivano
letti o uditi che erano imparati a memoria e recitati
dappertutto. Tempi beati, nei quali un'ode faceva
il giro trionfale della città!

Di incidenti ed aneddoti personali utili alla conoscenza
di questa brava, ma spesso fastidiosa gente,
ve n'è quanti se ne vogliono. Ne sceglieremo per la sua
amenità uno soltanto.

Una mattina l'Ab. Carì dopo di aver celebrato messa
nella chiesa di S. Matteo, si stava spogliando degli
abiti sacerdotali nella sagrestia. Nel frattempo gli si
presenta un uomo, che lo prega di volere udire due
suoi sonetti, o di dirgli quale gli sembri degno di vedere
la luce. L'ab. Carì china benevolmente il capo
ad ascoltare. Mentre lo sconosciuto legge il primo sonetto,
il Carì si fa brutto in faccia. Finita la lettura,
gli dice secco secco: «Stampate l'altro». — «Ma come!
risponde quello; se Vostra Reverenza non l'ha sentito
ancora?» — «Sicuro: aggiunge l'Ab. Carì, perchè
peggiore di questo primo, il secondo non può essere».
[pg!415]

.. toc-entry:: XXV. L'Accademia (Università) degli studi e gli studenti.

CAP. XXV.
=========

.. class:: center large

L'ACCADEMIA (UNIVERSITÀ) DEGLI STUDI E GLI STUDENTI.

Dopo la soppressione dei Gesuiti la istruzione non
ebbe quel rinnovamento che era da impromettersi. Come
suole avvenire nelle improvvise rivoluzioni d'ordine
politico civile, morale o religioso, non si era preparati
al da fare, e si credette di aver provveduto alle
prime e più urgenti bisogne abbattendo in fretta e in
furia gli emblemi della espulsa Compagnia e supplendo
alla meglio qualche istituzione buona alla gioventù
maschile e femminile.

Dieci e più anni passarono senza un piano prestabilito
di riforme, senza un concetto sicuro di ciò che
convenisse sostituir proficuamente all'insegnamento
che era venuto a mancare. Si sapeva quel che si era
lasciato; non si sapeva quel che si dovesse prendere.

Discipline neglette per le condizioni d'allora, impotenti
aspirazioni al progresso si trascinavano in mezzo
a fiacche velleità di riforme.

Nelle mani dei Gesuiti erano state le scuole che ora
si direbbero classiche secondarie e le superiori. Nel
[pg!416]
loro Collegio Massimo si erano conferite lauree in alcune
facoltà. Col loro allontanamento quel privilegio
era venuto meno; quindi non più dottorato in Teologia,
meta suprema degli studî ecclesiastici; non più
laurea in Filosofia, materia comune alla Giurisprudenza
ed alla Medicina.

Eppure ben altri erano stati i voti della Città nei
secoli passati! Quando nella rivoluzione del 1647 il
popolo palermitano, adunato nella chiesa di S. Giuseppe,
avea presentato i Capitoli che per opera del
Senato voleva concessi dal Vicerè, non avea dimenticato
quello a favore della istruzione, inteso ad ottenere
che «studi pubblici di tutte le professioni in loco
ben visto alla città» si aprissero, e la città ne scegliesse
i maestri [#]_.

.. [#] :small-caps:`La Lumia`, *Giuseppe d'Alesi e la Rivoluzione di Palermo
   del 1647*, Documenti, n. 3. — :small-caps:`I. Carini`, *L'Università di
   Palermo nell'a. primo del corrente secolo*, in *Arch. stor. sicil.*,
   a. II, p 235. Pal. 1874.

Ora il Senato, vigile custode del decoro della Capitale,
implorò dal Re il privilegio dei Gesuiti; ed al
suo voto si unì più tardi, dissenziente il Braccio militare,
il Parlamento. S'invocò a favore del Diritto
Civile e Canonico e della Medicina e Chirurgia il privilegio
per secolari concessioni goduto, a scapito di
Palermo, dalla città di Catania. Lunghi i tentennamenti:
ripetute le ripulse, dovute a difficoltà di erario
ed a malinteso rispetto a vieti diritti e, che è più,
ad apatia del Governo di Napoli. Si temeva che una
concessione in questo senso a Palermo potesse nuocere
[pg!417]
a Catania, facendo nascere in essa malumori contro i
ministri: e frattanto alla istruzione di Catania nocevasi,
come vedremo, assai più che concedendo il chiesto
privilegio.

Imperciocchè è da sapere che se Catania aveva la
prerogativa dell'insegnamento superiore e delle lauree,
Palermo avea l'incarico dei concorsi alle cattedre
di quella città: e di questo le sue commissioni esaminatrici
con sottile astuzia si giovavano per regalare
alla privilegiata Università i men degni maestri. La
notizia è nuova, ma ci viene da un uomo degno di fede,
indispettito del brutto giuoco a danno della città a
lui cara.

«Palermo, dice il De Cosmi, ha riguardato sempre
con gelosia questa Università, e sempre e per tutte le
vie ha procurato di fiaccarla coll'erezione di nuove
scuole, con dispense dal triennio, col procurare che i
professori di Catania fossero sempre persone di poco
sapere, come si vede dagli attuali (1801) professori
interinarj provveduti dal Ministero di Palermo, che,
senza esagerazione, furono la spazzatura di tutta la
gente inutile di Palermo: sordi, vecchi decrepiti, attratti,
per non parlare delle qualità dello spirito e
del costume, e che in otto anni hanno finito di discreditare
le scuole di quella infelice Università» [#]_.

.. [#] :small-caps:`G. Di Giovanni`, *La vita e le opere di G. A. De Cosmi*,
   pp. 152-53.

Fatta la legge, del resto, è trovato l'inganno: e
molti giovani dell'Accademia degli studî in Palermo
maliziosamente si sottraevano al triennio di Catania
[pg!418]
mercè dispense che con futili pretesti facilmente ottenevano.

Pure i tempi maturavano.

L'ultimo ventennio del secolo si svolgeva a vantaggio
della cultura scientifica della maggiore città dell'Isola.
Sotto l'impulso di eletti ingegni, con un po' di
buona volontà del Governo locale, alle aure di un rinnovamento
intellettivo da tutti sentito, si cominciava
a respirare in campi meno angusti di quelli nei quali
era stata o si era trincerata la istruzione superiore.
Un piano venne presentato per raddoppiarne le materie;
nuove discipline vennero ad assorellarsi con le
antiche rafforzandone la efficacia. Il modesto titolo
di «Accademia degli Studî» prese a rappresentare
una vera e propria Università, che poi, nel 1805, potè
sorgere incontrastata a fronte di quella di Catania.
Trenta cattedre avea proposte (1779) la Deputazione
degli Studî, e solo venti ne ottenne: tre per la Teologia,
quattro pel Giure, sei per la Medicina, sette
per la Filosofia: concessione irrisoria, se si guardi ai
tempi nostri; non priva d'importanza allora, che poco
o punto si era riusciti ad avere.

Alla laurea teologica si potè aspirare frequentando
per cinque anni (era il corso più lungo) le lezioni di
Storia ecclesiastica, Teologia Dommatica e Morale non
tomistica; alla legale, quelle di Istituzioni canoniche
e civili, di Diritto naturale e pubblico, di Economia,
Agricoltura, Commercio. Si conseguiva la laurea in
Medicina per corsi di Anatomia, dissezioni anatomiche,
Chirurgia pratica, Chirurgia ed Ostetricia, Chimica
[pg!419]
e Farmaceutica, Medicina teoretica e pratica.
Questi corsi superava la laurea filosofica, la quale in
un amalgama che oggi deve parere indigesto componeva
Logica e Metafisica con Botanica e Storia naturale,
Fisica sperimentale con Lingue greca ed ebraica,
associandovi Geometria ed Algebra, Matematiche, Idraulica
ed Architettura civile! Di Pandette, Diritto
feudale e criminale, Storia civile, Antichità e Diplomatica
non si parlava neppure, benchè la Deputazione,
ispirandosi a quel che s'insegnava a Catania,
ne avesse fatto proposta.

A questi, altri insegnamenti vennero aggiungendosi
più tardi; sì che ai primi del nuovo secolo poteva ben
contarsi sul numero dei trenta della Deputazione medesima,
pure essendovene diversi da quelli da essa vagheggiati.
*Lettori* furon detti coloro che oggi chiamiamo
*professori*, titolo che assumono modesti insegnanti
elementari come titoli nobiliari si arrogano vanitosi
audaci che non vi han diritto. Agli antichi venne
conservato il salario annuale di cent'onze (L. 1275);
ai nuovi quello di sessanta ad ottanta (L. 1070), che
al settecento valeva qualche cosa.

In tutto questo tempo l'Accademia ebbe maestri rinomati:
l'Ab. Carì per la Dommatica, G. Venanzio
Marvuglia per l'Architettura, Controsceri per l'Etica,
Sergio per la Economia pubblica, R. Scuderi per la
Patologia. Meli tribolava insegnando Chimica senza
gabinetto; Garajo chiedeva invano di dettare il suo
corso di Istituzioni civili e di rito civile in casa; Frate
Bernardino da Ucria, condannato al modesto ufficio
[pg!420]
di dimostratore, faceva per la Botanica assai più del
lettore Giuseppe Tineo. Man mano che altre cattedre
si fondavano, maestri valorosi venivan chiamati ad
occuparle: l'Ab. Balsamo l'Agricoltura, il can. Gregorio
il Diritto siculo. Con larghe offerte si fecero pratiche
per avere allo insegnamento della Letteratura
il Marmontel, delle Matematiche il Lagrange, della
Fisica lo Spallanzani, dell'Astronomia l'Oriani: più
oltre non poteva andarsi, ed il Caracciolo vi si spinse
con lo ardore di un riformatore; ma le pratiche riuscirono
infruttuose; e fu somma fortuna che il Piazzi
si decidesse a lasciar la sua Valtellina per la Sicilia,
ove fu compagno ad altri ecclesiastici del Continente
italiano quali il Salvagnini da Padova e P. Michelangelo
Monti da Genova.

Tra essi, circondato della falsa aureola di sapienza
arabica, si assise superbo il più gran ciarlatano del
secolo dopo Cagliostro in Sicilia, l'Abate Vella, le cui
sfacciate creazioni storiche ci siamo provati a riassumere
in un precedente capitolo.

Tolto in siffatta maniera ogni impedimento alla laurea,
il numero degli studenti si accrebbe, e con essi il
bisogno di un regolamento di disciplina. Verso la fine
del secolo questo numero rappresentava una media di
850; nel 1800 preciso era di 896, cioè: 84 nella Facoltà
teologica, 152 nella medica, 324 nella filosofica, 336
nella legale [#]_.

.. [#] :small-caps:`Carini`, op. e loc. cit., pp. 236-38.

Dalle carte dell'Accademia non si rileva se tutti facessero
[pg!421]
il loro dovere; si rileva bensì che era molto
attiva la sorveglianza del Rettore del cortile sullo studio
e sulla condotta loro. Si prendeva nota dell'intervento
degli scolari alle lezioni, del buon costume, degli
atti di pietà ai quali essi erano tenuti: ed atti obbligatorî
di pietà erano la messa ogni Domenica nell'Oratorio,
il catechismo, le preghiere e via dicendo. I giovani
leggitori di questo libro — se tant'è che esso ne
avrà — sorrideranno a queste notizie: ma la cosa era
proprio così. Gli spiriti che oggi compiangono i poveri
di spirito di ieri, maestri e discepoli, devono pur
pensare che essi hanno risoluto il grave problema della
credenza nella peggior maniera: non credendo nulla.

Le vecchie insegne dottorali rivennero dal Governo
autorizzate: fu permesso l'anello e l'uso della cintura
sopra gli abiti civili ed il fiocco al cappello; la toga
ed il fiocco color cremisi per la Teologia: color verde
per la Filosofia [#]_.

.. [#] :small-caps:`L. Sampolo`, *La R. Accademia degli Studi di Palermo*,
   cap. VI e segg. Palermo, 1888. — :small-caps:`Scinà`, *Prospetto*, t. III.

Pure di scappatelle ne facevano anche allora gli studenti:
se no, perchè certi articoli disciplinari? Pei disubbidienti
e pei protervi non v'era solo la ammonizione
e la espulsione, ma anche qualche argomento
convincente della polizia. Bisognava arare diritto, e
non permettersi atti di ribellione di sorta. Come più
tardi, fino al 1860, dentro la Università attuale, così
allora dentro l'Accademia, cioè nell'ex-Collegio dei
Gesuiti, era una stanza per ufficio di un funzionario
incaricato di reprimere con la forza qualunque tentativo
[pg!422]
di eccesso. Quando per la morte di D. Stefano
Pizzoli, Lettore di Medicina Pratica, venne chiamato
il modicano D. Baldassare Cannata (16 ott. 1797), gli
studenti di Medicina si prepararono ad ostile accoglienza.
Cannata, non palermitano, non di alta levatura,
poco buon parlatore, faceva sentire la perdita
del venerando Maestro palermitano, sapiente nella pratica,
carezzevole nella parola. Il Cannata inoltre aveva
un difetto grave pel momento (il che è curioso per
la storia dei sistemi medici tra noi): non campeggiava
a favore della dottrina di Brown, per la quale gli
studenti, probabilmente perchè nuova, parteggiavano.
Erano cencinquanta, e tirarono dalla loro tutti gli
altri compagni delle varie Facoltà. Il Cannata venne
fischiato; ma la Deputazione degli studî tenne fermo.
Il Presidente Asmundo Paternò non era uomo da lasciarsi
imporre dagli schiamazzi; e Mons. Airoldi,
Giudice della R. Monarchia, e Tommaso Natale, sapevano
bene il Fatto loro: e non cedettero. I fischi si ripeterono,
e la Deputazione fece entrare nella scuola
del Cannata un buon nerbo di birri. Ancor, altri fischi:
ed i tumultuanti furono arrestati. «Così — conchiude
soddisfatto un testimone — l'ordine venne ristabilito» [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined. pp. 170-79.

Le Facoltà di Patologia, di Medicina e di Filosofia
rappresentavano l'insegnamento superiore; l'inferiore
comprendeva le scuole di Rettorica, di Umanità di prima,
seconda e terza classe: e poteva dirsi quello che
[pg!423]
oggi è in parte il liceo, in parte il ginnasio, senza essere
(«fortunati scolari d'allora!» ci par di sentire
esclamare gli scolari di oggi) nè liceo, nè ginnasio.

Si era quindi in pieni studî classici italiani e latini.

A centinaia vi accorrevano gli alunni; pei quali era
vanto l'apprendere dalla bocca del P. Gaspare Pecoraro
e di Mich. Monti le lezioni d'infima latinità e di
alta italianità. Così grande ne era il numero che di ciascuna
classe doveano farsene due: e le cinque classi
ne contavano oltre a mezzo migliaio. L'anno 1800
dianzi citato essi ammontavano a 660.

I saggi pubblici degli alunni del Monti facevano inarcare
le ciglia e p. Vesco, dotto, ma privo di gusto e
di slancio, che vedeva disertare la sua scuola ed affollare
quella del Monti, si sfogava in insipidi epigrammi,
ai quali il buon genovese opponeva dignitoso
silenzio [#]_.

.. [#] :small-caps:`A. Gallo`, *in Poesie scelte* di M. :small-caps:`Monti`, p. X, Palermo,
   1839.

[pg!424]

.. toc-entry:: XXVI. Scuole inferiori pubbliche e private, maschili e femminili. Castighi, monellerie, usanze vecchie e pratiche nuove.

CAP. XXVI.
==========

.. class:: center large

SCUOLE INFERIORI PUBBLICHE E PRIVATE, MASCHILI E FEMMINILI. CASTIGHI. MONELLERIE. USANZE VECCHIE E PRATICHE NUOVE.

D'altro ordine e con espedienti diversi l'insegnamento
medio e inferiore.

Oggi si fanno distinzioni e sotto-distinzioni di scuole
classiche e tecniche, professionali e normali. Allora
non se ne facevan punto.

Le scuole che si dicevano *normali*, corrispondevano
alle elementari; le altre, alle classiche. Non difficile,
benchè non sempre comunemente accetto, il potere frequentare
gl'insegnamenti; i quali per vecchio e nuovo
istituto venivano, come vedremo, impartiti dai
frati.

In ragione dei sessi e dei ceti, differenti fra loro erano
le scuole, tanto pei ricchi quanto pei poveri, provvedendosi
alla istruzione ed al mantenimento di esse
coi beni dell'abolita Compagnia. Giammai in tempi di
libertà furono impiegate più sapientemente e provvidamente
[pg!425]
le ricchezze: esempio che si sarebbe dovuto
tener presente quando i beni provenienti dalle soppresse
corporazioni religiose andarono quasi perduti per
l'erario, non messi a profitto per centinaia di migliaia
di Siciliani bisognosi.

Un decreto reale del 1779 aveva ordinato l'apertura
di scuole pubbliche in tutte le case monastiche della
Capitale. A questo decreto fu ottemperato nei principali
conventi. Vi furono ricevuti i fanciulli della bassa
gente, i quali vi imparavano a leggere, scrivere, far
di conto, grammatica latina, catechismo: tutto gratuitamente.
Ogni scuola avea due classi, l'una di lettura,
scrittura e aritmetica volgare; l'altra di elementi
grammaticali latini da non potersi spingere al di là
delle prime regole di sintassi secondo l'unico *Limen
grammaticum*. Spedita si voleva la lettura, chiara e
grande la calligrafia, precise le regole, buoni gli esemplari
dello scrivere; preferite le operazioni aritmetiche
«più facili e brevi e più necessarie agli usi del
popolo e degli artisti», cioè degli operai.

Con questo fu intendimento del Governo offrire ai
frati i mezzi di uscire dall'ozio degradante che li consumava
e di sollevarli a dignità di maestri.

Le lezioni duravano due ore la mattina, due ore dopo
desinare. Un solo mese le vacanze, dal 4 ottobre al
4 novembre; vacanze settimanali, il mercoledì e tutte
le feste di chiesa. Questo volevano le istruzioni di Mons.
Airoldi, che sulle fraterie aveva la giurisdizione.

Secondo la diligenza ed il merito, i gradi e gli onori
tra gli scolari.
[pg!426]

Severamente proibiti i regali dei parenti ai maestri:
vietato ai maestri il riceverne alcuno, chè menomata
ne sarebbe potuta uscire la libertà loro con parzialità
verso gli alunni. Nessuna lezione doveasi incominciare
senza la invocazione del divino aiuto; nessuna
finire senza un ringraziamento a Dio [#]_.

.. [#] *Istruzioni preliminari emanate da Mons. Airoldi, il 17
   gennaio 1779.* Pal. 1779.

Dieci anni dopo (1788) venivano introdotte in Palermo
per opera di G. A. De Cosmi, ch'era andato a
studiarle a Napoli presso i Celestini di Germania, le
scuole normali. Le prime tre ebbero posto ai Crociferi,
al Palazzo reale ed alla parrocchia di S. Antonio. Dicevasi
la nuova istituzione di non esser proprio la tedesca;
il De Cosmi avervi apportate tali modificazioni
da mutarne lo stampo originale, anzi averne senz'altro
snaturato lo scopo, ch'era quello di dirozzare ed
istruire il popolo. Malgrado queste ed altrettanti dicerie,
le scuole vennero prese d'assalto. Nei soli Crociferi
si contarono fino a cento e più alunni. Quaranta
frati siciliani, che col De Cosmi erano andati ad istruirsi
nel nuovo metodo a Napoli, furono tutti collocati nell'Isola,
paghi del modico loro salario: e De Cosmi ne
tenne la Direzione generale in Palermo, così come la
Deputazione superiore teneva quella dell'insegnamento
alto: due direzioni indipendenti l'una dall'altra, dipendenti
solo dal Governo [#]_. Il solito leggere, scrivere,
far di conto e l'indispensabile catechismo ne era la
base. Il latino, ritenuto allora indispensabile a qualunque
[pg!427]
studente, e che per una assurdità non altrimenti
s'insegnava che in lingua latina, era bandito;
ma, sicuro del fatto suo, il De Cosmi volle fare esperimento
del metodo anche con esso. Sorprendenti ne
parvero i risultati, perchè in un solo anno poterono
gli scolari spiegare le *Favole* di Fedro e le *Vite* di
Cornelio e darne le ragioni grammaticali.

.. [#] *La Favilla*, appendice al n. 21. Palermo, giugno 1858.

Si comprendono perciò i diversi pareri del momento
intorno alle scuole normali, prese dove con sincero
favore, dove con manifesta antipatia. I partigiani del
vecchio, le videro come una ridicola novità, buone solo
a gettar polvere agli occhi e fare spender denaro. Tra
questi fu il Villabianca, che avendone voluto visitare
una, quella del p. Caravecchia ai Crociferi, trovò i
ragazzi a far la birba (23 sett. 1789); e non ci fu verso
che si volesse ricredere, neanche dopo una visita che
andò a fargli in casa il De Cosmi (1800) [#]_.

.. [#] *Diario* ined., a. 1799, pp. 64-65; a. 1800, p. 528.

D'altro lato gl'insegnanti privati videro per esse
disertate le loro scolette: e doveva esser così se contro
le loro a pagamento, le normali eran gratuite. La
scuola d'un certo sac. Quattrocchi è l'esempio degli
immediati effetti economici della nuova istituzione.

I Baroni, obbligati dal Governo ad istituirne a proprie
spese nelle loro terre vassalle, fecero una opposizione
così gagliarda, che il Re ne mosse loro, a mezzo
del Vicerè, acerbo rimprovero.

Ci si consenta di tornare un poco indietro per osservare
che la soppressione dei Gesuiti aiutò lo sviluppo
[pg!428]
dello insegnamento privato. Tra le scuole più note
d'allora ce n'era una nel quartiere di Ballarò. Nel
giorno che inaugurossi la nuova Biblioteca senatoriale
(25 apr. 1775), il Vicerè volle entrare nella vicina
chiesa di S. Michele Arcangelo per ricevere la benedizione.
«Quivi fecero una vaga, deliziosa mostra li
scolarelli di G. B. Romano, pedante, prete, che teneva
scuola presso la detta chiesa, quali vestiti da soldati
con armi e bandiere, formando uno squadrone di
battaglia, fecero corte ed onore al Principe: e la banda
degli strumentisti di questa truppa di ragazzetti accrebbe
il brio e lo spirito di questa festa» [#]_. Immaginiamo
la gioia del p. Romano a questa funzione militare,
e come dev'essere stato felice quando il Vicerè
Marcantonio Colonna gli avrà sorriso e forse lo avrà
ammesso a baciargli la mano. Certo i padri degli alunni
ne piansero di tenerezza.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXI, p. 324.

Di grado più elevato e più serio fu un'altra scuola
del rione della Pietà, tenuta da un altro ecclesiastico
e protetta dal Principe di Villabianca. Per molti e
molti anni essa chiamò a grande concorso i fanciulli
della classe civile, e fu in singolar favore della nobile.
Del profitto degli alunni era dato pubblico, solenne
saggio annuale, che si protraeva per due giorni interi.
Vecchie carte di famiglia ci han conservato i programmi
di questi saggi. In un angolo della piazza Vigliena
veniva affisso un cartellone a penna corrispondente
agli attuali *placards* a stampa. Quello dell'ottobre
1796 diceva così:
[pg!429]

.. class:: center

   | TRATTENIMENTO LETTERARIO
   | NELLA CASA DEL
   | SIG.R PRINCIPE DI
   | VILLAFRANCA.

Il programma invece era stampato e portava il titolo:

*Prospetto di quanto si praticherà nell'esercizio letterario
solito in ogni anno tenersi al fine degli studj
dagli scolari del sacerdote D. Michele Castiglione, che
ha la scuola dirimpetto il Convento di S. Agostino, dedicato
all'Ill.mo sig. Duca Lucchesi distribuito in due
giorni* [#]_.

.. [#] In Palermo MDCCXCVI. Per le stampe del Gagliani. In
   fol., pp. IV.

Queste mostre erano dei veri avvenimenti pubblici.
La parte più eletta della città v'interveniva e se ne
piaceva, prodigando lodi al Precettore Castiglione, i
cui alunni tanto profitto ricavavano. Interprete del
comun plauso facevasi poeticamente P. Catinella [#]_.

.. [#] *Miscellanee diverse di Sicilia* presso il Principe di Trabia,
   vv. 9 e 10.

Se non che, una brutta occasione venne a togliere
alla città questa tra le migliori, se non la migliore
scuola privata. Perseguitato dai timori della recente
rivoluzione di Francia e dagli effetti delle novità, Re
Ferdinando in persona proibiva in Palermo negli istituti
privati lo insegnamento delle scienze. Era per
[pg!430]
lui un partito efficace ad impedire la introduzione di
teorie pericolose in iscuole che, fino a certo punto,
si sottraevano al controllo governativo ed eran tenute,
perchè frequentate dalla classe civile, le più facilmente
inchinevoli alle fecondatrici dottrine dei novatori.
P. Castiglione disubbidì: ed il Governo ne chiuse
la scuola (27 marzo 1799) [#]_ con sensibile danno della
gioventù, che da quella ritraeva solido profitto.

.. [#] *Commissione Suprema della Pubblica Istruzione ed Educazione
   in Sicilia. Ripartimento amministrativo, a. 1799*, vol. 4.
   Nel R. Archivio di Stato di Palermo.

L'argomento del quale ci occupiamo non è molto allettevole:
e noi ci permettiamo d'interromperlo con
un aneddoto un po' ameno.

Un maestro di scuola in Palermo, gran chiacchierone,
ci vien presentato dall'ab. Antonino Galfo, siracusano,
amico intimo del Metastasio, nel seguente
arguto sonetto:

   |   Un panormita Precettor, che spesso
   | Il pranzo, per ciarlar, lascia e la cena,
   | Sfogava nel ginnastico consesso
   | La sua loquace, inesiccabil vena.
   |
   |   Il segno alfin sonò, per cui concesso
   | È al misero fanciullo uscir di pena,
   | Nè si avvedea, che da le ciarle oppresso
   | Chi grattavasi il capo, e chi la schiena.
   |
   |   Manca intanto col sol, che ormai s'invola
   | Al dì la luce; ma non pria, che manchi
   | A quello o la materia, o la parola.
   |
   |   I putti allor di più ascoltarlo stanchi
   | L'un dopo l'altro uscirono di scuola,
   | Ed ei fu inteso a ragionar coi banchi.

[pg!431]

L'Ab. Galfo — lo diciamo a proposito del suo sonetto — non
si rifiutò di pagare un tributo all'Arcadia
del tempo, ed uno di questi pagamenti fu la descrizione
della maniera onde «Nice invita Filano a
bever seco la cioccolata» [#]_, occasione eccellente per
un'altra descrizione: la preparazione della deliziosa
bevanda, che d'inverno e nelle ore nelle quali non era
dalla moda consentito il sorbetto, veniva servita presso
le migliori famiglie.

.. [#] *Saggio poetico del sig.* ab. D. :small-caps:`Ant. Galfo`. T. I. p. 184.
   Roma, MDCCLXXXIX.

Sicchè la musa del tempo avea anche delle benemerenze
culinarie.

Un seminario di nobili giovanetti avea prosperato
in Monreale per opera di F. Murena. Questo seminario
passò a Palermo, presso i padri Scolopi, che
però dovettero cederlo al Governo e contentarsi di
trasformarlo in istituto di ragazzi civili, ricevendo
in compenso un annuo assegno di seicent'onze (Lire
7650).

Sorse così il «Collegio Real Ferdinando», tutto di
aristocrazia provata con cent'anni almeno di nobiltà,
sia di feudi, sia di nobili ufficî. Il Governo vi volle a
sua disposizione venti posti, ma più generosamente
del solito concedette sui beni gesuitici cinquemila scudi
ogni anno. Se la retta annuale pei civili era di 24
onze, qui pei nobili fu di 40 [#]_. La istruzione loro impartita
non poteva essere più larga e completa. Oggi
[pg!432]
stesso non si ha per la parte cavalleresca nulla di
simile. Dalla grammatica inferiore e superiore si
giungeva alle umane Lettere ed alla Rettorica: l'Aritmetica
volgare si alternava con i primi rudimenti
delle scienze. Per lungo volger d'anni v'insegnò francese
un francese autentico, Mr. l'abbé Jacques Richard;
disegno, Fr. Sozzi. La scherma, impartita da
un San Malato d'allora, il Maestro Trombetta, si variava
col maneggio dei cavalli, ed il violino con gli
strumenti da fiato e col ballo [#]_. Fino a sessanta ragazzi
fornivano così la loro educazione: ma quanti
uscivano educati a retti principî? I casati onde provenivano,
quella convivenza, giovevole ad impregnar
di fumi l'ambiente, le periodiche visite di certe famiglie,
non sempre concorrevano a preparar bene giovanotti
che nella vita privata e nella pubblica doveano
portare la impronta della elevata loro origine e
della insigne cultura avuta. I buoni esempî non difettavano,
nei quali la nobiltà del sangue veniva confermata
dalla nobiltà delle opere; ma non iscarse
erano le riuscite infelici: e questo libro malauguratamente
ne offre esempî dolorosi.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, pp. 331-34; v.
   XXI, p. 139; v. XXVI, pp. 232, 278-79.

.. [#] *Stato della Deputazione de' Regj Studj del Regno di Sicilia,
   e del Convitto Real Ferdinando ecc. per l'a. MDCCLX-XXI.*
   Palermo, R. Stamperia. Questo Stato si pubblicava ogni
   anno, ed era quindi un Annuario della Pubblica Istruzione di
   Sicilia.

Oggi per opera di benemerite persone nostrane e
forestiere prospera in Palermo una caritatevole «Società
siciliana umanitaria per la Infanzia abbandonata».
Questa istituzione non è nuova. Nell'agosto
[pg!433]
del 1781 una «Casa d'Educazione per la gente bassa»
veniva aperta proprio ai fanciulli poveri, abbandonati
dai loro genitori ed agli orfani. Quella benemerita
Casa venne in parte costruita, in parte accomodata
ad ospizio. Per provvedimento sovrano, sopra i beni
dei Gesuiti non meno di ottanta fanciulli vi furono
raccolti, vestiti, nudriti, ammaestrati alla lettura,
alla scrittura, all'abaco, al disegno. Più tardi questa
casa si aprì a quanti potessero pagare vent'onze all'anno.
Quando si pensi che il piano di questa istituzione
fu concepito e proposto dal Sergio, non si ha
ragione di maravigliare dei buoni risultati di esso [#]_.

.. [#] :small-caps:`V. E. Sergio`, *Memoria per servire ad un piano di una
   nuova casa di educazione per la gente bassa*. Palermo, Bentivenga,
   1779.

Frattanto, antichi istituti beneficavano i fanciulli
dispersi, che, distinti in *bianchi* e in *turchini*, venivano
ospitati ed istruiti nel seminario di S. Rocco e
in quello del Buon Pastore. Ma coi dispersi erano anche
i figli delle persone civili, che pagavano una annuale
retta.

Qualche notizia degli istituti femminili e della istruzione
ed educazione che in essi impartivasi è necessaria.

I soliti tre quarti di nobiltà si esigevano per le
donzelle del recente R. Educandario Carolino: e nei
primi del sec. XIX fu grave scandalo l'ammissione
d'una fanciulla alla cui famiglia mancava uno o due
di quei quarti. Che importava che potessero pagare
cinquant'onze (L. 637) e magari il doppio della retta
[pg!434]
quando non c'era quel titolo essenziale? Nè importava
che le cinquant'onze non si potessero pagare, perchè
alle ristrette fortune provvedevano posti di regia erezione.

Completa eravi la istruzione, e tale da non restare
molto addietro alla presente. Lì erano «tutte le scuole
di leggere, di ben formare il carattere (calligrafia),
di aritmetica, di lingua latina, di lingua francese,
di geografia, di storia e di musica». Lì «maestre fisse
di lavorar calzette (che scandalo ai dì nostri l'insegnar
la calzetta ad una ragazza!), di cucire alla francese,
di ricamare e in bianco e in oro o argento, ed
in colorito a fiori, di travagliar merletto o di filo o
di seta o d'oro ed argento, e di tutte insomma le manifatture
femminili». Monsieur Bernard era il modello
della più fine pronunzia del francese che insegnava;
pronunzia tenuta sempre di conto, e perfezionata
per la viva voce delle suore salesiane (governatrice,
suora Lionetti) e di tre cameriere francesi,
addette con un'altra del paese alle venti educande ordinarie.
Severi i divieti di oggetti di lusso e di moda,
chè irresistibile era per questi la inclinazione delle
fanciulle. Ma, al contrario, non adatti alla buona educazione
del corpo e dello spirito i lauti pasti giornalieri [#]_;
i quali preludevano a quelli che ad istruzione
finita sarebbero esse andate a trovare nelle loro case.

.. [#] *Avviso ai signori nobili che vorranno collocare le loro
   figliuole nel R. Educandario Carolino.* In Pal., MDCCLXXXIII. — *Stato
   della Deputazione de' Regj Studj* ecc. (anno 1785). — :small-caps:`Villabianca`,
   *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 261.

[pg!435]

Buone le istituzioni dei collegi di Maria, intesi, secondo
la Regola del Card. Corradini, «al gratuito insegnamento
delle ragazze nei lavori donneschi, nella
istruzione letteraria elementare, nell'aritmetica, nonchè
nella educazione morale, nella cristiana religione»,
come diceva il Iº articolo del Collegio della
Sapienza (1740), modellato su quello della Carità all'Olivella
(1721).

E non si cerchi altro dopo il molto che davano questi
eccellenti seminari di educazione femminile. Ovunque
si andasse per la città, in qualsivoglia ritiro o
reclusorio femminile volesse penetrarsi per osservarvi
la istruzione che vi s'impartiva — dove se ne impartiva, — non
si sarebbe trovato se non una parte
appena di quello onde i Collegi di Maria largheggiavano.

Houel trovò caratteristica la trascuranza, sovente
volontaria, della istruzione delle fanciulle anche più
elette nei piccoli paesi di provincia, e racconta un
aneddoto del quale fu testimonio in Girgenti.

«Io, dice Houel, andavo spesso in casa del Barone....
dove intervenivano molti titolati. Un giorno sorse
un dubbio circa la maniera di scrivere una parola
italiana: e poichè nessuno si trovava in grado di scioglierlo,
ne fu chiesto a due distintissime signorine
della compagnia; le quali con aria di gran soddisfazione
risposero che non sapevano leggere. E perchè?
perchè altrimenti avrebbero potuto comunicare con
gli uomini. Un canonico, sopravvenuto, giustificò l'uso,
bastando solo che le donne sapessero recitare le
[pg!436]
loro preghiere col rosario. Tutti mi parvero dell'avviso
del canonico» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Houel`, *Voyage*, t. IV, p. 54.

Certo non si andava tant'oltre da coloro che volevano
intendere alla educazione delle figliuole: ma chi
scrive queste pagine conobbe prima del 1860 signore
egregie, le quali sapevano leggere ma non sapevano
scrivere, perchè il leggere soltanto era stato consentito
dai loro genitori: e potremmo fare i nomi di
tre di esse, le quali furtivamente avevano imparato a
scribacchiare sogguardando una loro sorella destinata
ad un Collegio di Maria, nelle ore che un maestro di
scuola veniva a darle lezioni in casa.

Non sempre la istruzione andava in armonia con
la educazione, la quale a cagione dei difetti del tempo
difettava anch'essa. T. Natale osservò che tra noi non
si conosceva «il vero e retto metodo di educare i nostri
figliuoli onde divenissero buoni ed utili membri
della Società»: ed attribuì il male alla insufficienza
delle persone che educavano e al non proporzionare
l'educazione loro alla condizione delle persone in particolare,
e in generale a quella del paese [#]_.

.. [#] :small-caps:`Natale`, *Riflessioni politiche*. Palermo, 1772.

Siamo sempre alle solite recriminazioni ed ai soliti
rimpianti!

Quando si guarda ai castighi che allora s'infliggevano
a coloro che venivano meno ai doveri di studio
e di disciplina, non si ha diritto di dubitare di questa
osservazione.
[pg!437]

Parecchi assiomi popolari giunti a noi fanno fede
delle teorie educative d'una volta. Si diceva che i fanciulli
imparano a leggere non per il maestro, ma per
via delle sferzate [#]_; e ripetevasi per sentita dire il
verso del Veneziano:

   | La ferla 'nsigna littri, nomi e verbi.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Proverbi siciliani*, v. I, cap. XXII.

La sferza era il dio della istruzione, e fuori di essa
impossibile sperar bene.

Certo queste teorie non nacquero nel settecento; ma
nel settecento correvano, formando, diremo così, il catechismo
di certi maestri e di certe famiglie.

Comuni i castighi di obbrobrio pei negligenti: la
solita mitra di cartone con un somaro dipintovi sopra
pei fanciulli delle scuole inferiori; un cencio rosso
buttato sulle spalle ed una canna in mano per quelli
delle superiori, dalla Umanità in poi. Ci era, come
al tempo dei Gesuiti, la gridata d'un giovane di bella
voce, ordinata dal maestro perchè tutti sapessero che
il tal dei tali non voleva studiare, e perchè egli cangiasse
vita. Questa gridata cominciava e finiva con
l'intercalare: *Studeat! Studeat!* e tutte le classi facevano
silenzio per sentire di chi si parlasse.

Non meno comuni le spalmate, inflitte quando dal
maestro, quando, per non iscomodarsi lui, da un uomo
*ad hoc*, che si diceva bidello, ed era un vero aguzzino:
due, quattro, sei, otto, sempre in numero pari alternando
nel paziente i colpi sulla mano destra e sulla
sinistra. C'erano i cavalli. Uno scolare aitante e vigoroso
[pg!438]
della persona, o un aiuto del bidello, era chiamato
a caricarsi addosso il gastigando, ed il maestro,
o chi per lui, gli appioppava su quel di Roma delle
sferzate, per le quali il miserello scalciava e gridava
a perdifiato (se era un bel tomo, taceva): ed il *cavallo*
tentennava alle scosse.

Quando la colpa esigeva maggior pena, c'era il pubblico
esempio: tutti gli scolari di tutte le classi, in
un atrio, messi in quadrato, assistevano al cavallo
come i soldati d'oggi alla degradazione d'un loro camerata
indegno.

Il Buon Pastore era l'istituto scolastico dove la
mitezza era bandita; i regolamenti, in tutto il significato,
eran disumani. Nelle trasgressioni, dalle palmate
e dai cavalli si andava al digiuno in pane ed
acqua, dal digiuno al carcere, dal carcere ai ceppi. I
ceppi peraltro erano l'argomento più comunemente
usato nei seminari, negli istituti di educazione e perfino
nei conventi. Ad un alunno orfano che fuggisse
dal Buon Pastore, appena ripreso, veniva applicata
la pena di quindici giorni di ergastolo e di venti sferzate
al giorno; alla prima recidiva era aggiunto il digiuno;
alla seconda, l'esilio con l'imbarco sul primo
bastimento che facesse vela dal nostro porto [#]_.

.. [#] *Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore dei Figliuoli
   dispersi di questa Capitale*, cap. XXII, pp. 44-45. In
   Palermo, MDCCXLVIII.

Ed il Cielo non avea fulmini per l'inventore di pena
così scellerata?!...

Allorchè vi andò Rettore il Santacolomba, e vi trovò
[pg!439]
quelle tradizioni tiranniche, ne rimase tanto disgustato
che non volle più saperne. Diceva egli:
«Quando un ragazzo arrossisce, per me è punito.
Quella tinta che si estende sul di lui volto, mostra il
colore della virtù, e come questa non può far lega col
vizio, così non ho alcun dubbio che rossore e ravvedimento
camminano sempre in ottima compagnia: l'impegno
del Rettore non dovrà esser quello di rendere
infelice il figliuolo (del Buon Pastore), ma di ricuperarlo
dolcemente emendato» [#]_. E proscrisse quei crudeli
trattamenti. Tuttavia nel 1832 i ceppi erano ancora
parte della educazione cotidiana.

.. [#] :small-caps:`Santacolomba`, *L'Educazione*, p. 482.

Anime gentili come il Santacolomba molte ne vantava
il paese. L'Airoldi, p. e., nell'impartire le istruzioni
ai superiori dei conventi per le scuole da aprirsi,
facevasi eco di quelle anime raccomandando «fosse
la disciplina scolastica mantenuta meglio per via della
ragione, dell'amore e della vergogna che per quella
dei castighi e delle sferzate, con che si suole l'animo
abbassare e fare un abito vilissimo di durezza e di
servitù». Una massima siciliana poi, che vale tant'oro,
sentenziava:

   | Lu suverchiu castigari
   | Fa spissu 'mpijurari (*peggiorare*).

La disciplina, com'è da credere, con questi castighi
non era sempre la migliore. Dove sono fanciulli sono
anche monellerie: e le monellerie di quelle generazioni
ci fanno ricordare non pur le birichinate sorprese dal
[pg!440]
Villabianca a' Crociferi, non pur le solite pallottole
di carta e le burle alle spalle del maestro; ma altresì
il chiasso e gli schiamazzi. Le scenate universitarie
innanzi descritte danno una lontana idea dei non infrequenti
disordini di certe scuole o di certe classi.

Di questo nessun cronista fa cenno, perchè sono appunto
le cose ordinarie quelle che sfuggono a chi rileva
le straordinarie. Ma gli archivî del Governo ne
serbano documento e, che è notevole, anche fuori la
Capitale. Nelle regie scuole di Trapani la Commissione
suprema della Istruzione ed Educazione in Sicilia
dovette occuparsi seriamente della indisciplinatezza
di alunni divenuti assolutamente incorreggibili. Un
rapporto ufficiale li dipinge insolenti, insubordinati.
A capriccio salavano la scuola (*facevanu Sicilia*), a
piacere stabilivano vacanze. Invitati a far circolo, sistema
allora molto in voga per la ripetizione che precedeva
la entrata in classe, sotto la direzione d'un
compagno detto *centurione*, si rifiutavano; di esercizî
letterarî non volevan sapere; e rimbaldendosi l'un l'altro
scioperavano passeggiando per l'atrio e cantando
canzoni [#]_.

.. [#] *Commissione Suprema della Pubblica Istruzione ed Educazione
   in Sicilia, anno 1782-1788*, v. II, p. 31 *retro*. Nel R.
   Archivio di Stato di Palermo.

Affermare quindi che tutti studiassero, è menzogna.
Come sempre e dappertutto, c'era chi studiava
molto e chi non istudiava nè molto nè poco; ma, indizio
notevole, i *pochi* libri da studio, anche sciupacchiati,
religiosamente si conservavano. Sottolineiamo la
[pg!441]
parola *pochi*, perchè dai molti che ora s'infliggono a
scolari ed a genitori dipende una parte dei mali dell'istruzione
presente. In quei pochi libri, nella prima
e nell'ultima pagina, gli alunni si affrettavano a scrivere
di propria mano formole tradizionali che rivelavano
l'attaccamento loro alla piccola proprietà [#]_.

.. [#] Una, la più comune, diceva:

      | Se questo libro si perdesse
      | E qualcuno lo trovasse,
      | A mani di (*il nome del possessore*) lo portasse;
      | E se non lo porterà,
      | All'inferno se ne andrà.

   :small-caps:`G. Pitrè`, *Una formola scolaresca, nell'Archivio delle tradiz.
   pop.*, v. VIII, pp. 377 e segg. Palermo, 1889.

Mutati i tempi, con la guadagnata libertà, le cose
radicalmente mutarono. Per interessi di autori e di
editori, con grave danno delle famiglie di ristretta
fortuna, i libri scolastici si cangiarono di anno in
anno, con ingiustificabili sostituzioni.

Dove una volta si studiava per imparare, e dell'imparato
dar pubbliche prove, venuto il 1860 si cominciò
a sbadigliare sulle tesi che dovean servire agli
esami, niente importando se si fosse appreso o no. Superati
i quali, e lasciatasi la scuola, si barattano
ora con pochi soldi i libri che dovrebbero costituire
i cari ricordi dell'adolescenza. Con pochi soldi, diciamo,
non perchè questi possano servire a bisogni della
vita a soddisfazione di capricci di gioventù, ma per
dispetto della ingrata materia e per avversione alla
scuola, ragione di lunghi, angosciosi palpiti. Laonde
si assiste allo scandaloso spettacolo di botteghe di
*compra-vendita* di libri scolastici, rifiuto di stanchi
[pg!442]
vincitori di licenze tecniche, ginnasiali, liceali, o di
bocciati, che non sapendo fare altro, poichè ad altro
non sarebbero buoni, si danno al facile mestiere di
giornalisti, insolentendo audacissimi contro gl'insegnanti
che li han riprovati.

   | Nè lascerò di dir, perch'altri m'oda,

che le antiche sferzate di maestri irritabili e maneschi
a scolari indisciplinati o riottosi vengono sostituite,
poco dopo una bocciatura, con revolverate agli
esaminatori, o violenti attentati alla propria vita:
manifestazione morbosa, della quale tutti debbono
ritenersi egualmente responsabili: governanti, insegnanti,
famiglie e scolari. Che per malintesa avversione
al passato, tutto di quello volle mettersi in bando,
il cattivo ed il buono, rinunciandosi alla esperienza
più volte secolare. Non si guardò alle condizioni
speciali delle singole regioni, nè alla storia locale; e
si fecero, disfecero, rifecero, per tornarsi a disfare,
non sempre migliorando, leggi, regolamenti, programmi,
la osservanza dei quali ridusse i maestri ad uomini
senza libertà d'iniziativa, in lotta continua con la
propria coscienza, agitata dalla severità di certe
leggi, dallo stato d'animo di chi le applica e dagli
effetti perniciosi di applicazioni inconsulte. Così fanciulli
e giovani presero a odiare gli studî, e nei maestri
videro, non già padri affettuosi e consiglieri sapienti,
ma nemici senza cuore. Dall'esempio cristiano
dei loro genitori di rado trassero ragione di rassegnarsi
alle piccole contrarietà della vita, o di levarsi
[pg!443]
a considerazioni di morale evangelica; giacchè come
non la udirono sempre dai loro educatori, così non
sempre la trovarono in famiglia. E quando dopo di
aver sorpreso in un loro maestro un gesto, un motto
imprudente, legato ad una inconsulta allusione religiosa,
tornarono in casa, e nei loro genitori, nei loro
nonni trovarono gesti e motti ben diversi da quello,
non seppero comprendere se la ragione fosse di costoro
o del maestro medesimo, il quale, appunto perchè
preposto ad istruire e ad educare, dovea saperne
più dei genitori e dei nonni.

   | Di più direi, ma di men dir bisogna!

[pg!444]

.. toc-entry:: Conclusione.

CONCLUSIONE.
============

Nella lunga corsa per la vecchia Palermo abbiam
dovuto lasciare argomenti di molta importanza economica,
civile, ecclesiastica: lo scarso commercio e le
ingegnose manifatture, il movimento del porto ed i
pubblici mercati, il sentimento religioso ed il culto
esteriore, le opere di carità e gl'istituti di beneficenza.
Ragione di particolare attenzione apparivano agli
occhi nostri le condizioni della Chiesa, le quali trovammo
descritte in una ardita lettera fin qui inedita
dell'Ab. Cannella. Se non che, preoccupati del faticoso
cammino fatto e della possibile stanchezza del
lettore, non meno che delle esigenze tipografiche, dovemmo
rinunziare anche a questo, così come ai banditi
del tipo classico, risorgenti, come la mitica fenice,
dalle loro ceneri anche dopo la cattura e la impiccagione
del famigerato Testalonga.

Eppure codesti argomenti, non poco utili alla conoscenza
del sec. XVIII, ci offrivano materia curiosa
e, nella sua curiosità, istruttiva.

La incerta morale del Clero avea le sue radici nella
fiacca disciplina che la moderava; le velleità profane
[pg!445]
dei preti e dei frati ritraevano dal libero costume
dell'alto ceto. Il sentimento religioso, vivo, intenso,
benchè nelle sue manifestazioni alle volte scomposto,
dell'umile gente, intiepidiva nei chierici, si offuscava
in alcuni del ceto medio più intelligente, e pompeggiava
con funzioni solenni nel superiore. Qualche idea
volteriana, che in questo mai o quasi mai osava entrare,
a quando a quando incontrava timide simpatie
tra i civili, ed affacciavasi alle celle dei frati non tutti
inchinevoli ad ascetiche contemplazioni e a devoti
ragionari.

Mentre nella sola chiesa di Casa Professa, in un
solo giorno, si comunicavano (stupefacente, ma vero!)
ben trentamila persone, e per un'aurora boreale
si correva all'impazzata in cerca di confessori, i letterati
si bisticciavano sonettando chi pro, chi contro
Voltaire [#]_. Le anime timorate spendevano per l'acquisto
dell'annuale Bolla della SS. Crociata; ma nessuna
di esse stava a guardare chi mangiasse carne in giorni
non permessi dalla Chiesa: ed alla mensa di due
Arcivescovi (Lopez e Adami), proprio nei giorni di magro,
venivano servite anguille di Messina e vitella di
Sorrento. Attiva la caccia ai libri proibiti, ma frustrata
dalle inclinazioni di molti, sì che ad un forestiere,
commensale dei due prelati, offerivasi la celebre *Lettre
de Trasibule* e *l'Examen important* [#]_; ed in quella
[pg!446]
che ogni luogo echeggiava di severe censure alle nuove
fogge di vestire, molti sacerdoti, quasi frustini sfaccendati,
andavano bighellonando per la città in abiti
borghesi a colore, stivaloni e capelli incipriati [#]_.

.. [#] Vedi sonetto siciliano inedito nel ms. segnato 2 Qq D 30
   della Biblioteca Comunale di Palermo, e :small-caps:`Villabianca`, *Diario*,
   in *Bibl.*, v. XXVII, p. 4, e v. XXVI, pp. 198-200.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, p. 192.

.. [#] Avviso a stampa in data del 18 marzo 1796, a firma del
   Vicario generale della Diocesi di Palermo.

Gli è che alla santità della fede talora riusciva inefficace
la disciplina ecclesiastica; e sommamente dannosa
fu la gestione dell'ultimo Arcivescovo del secolo
(Lopez y Royo), più delle apparenze curante che della
sostanza, più dei suoi personali interessi che di
quelli ben più gravi della religione. Non uno slancio
da mente illuminata in costui, non un impeto che rivelasse
la genialità di sentimenti generosi ond'egli
primo avrebbe dovuto farsi banditore. La mondanità
delle forme era in esso pari alla mal celata ambizione;
e se Palermo non degradò dal culto sincero delle cose
divine, si dovette alle convinzioni profondamente radicate
nelle coscienze, e neppure sfiorate dal soffio degli
enciclopedisti.

Ma fra tanti e sì stridenti contrasti la carità non
difettava mai. Numerose opere pie componevano il tesoro
dei poveri e dei derelitti. Se a tutte le miserie
non riuscivano a provvedere, perchè immense quanto
il mare son le sventure, a molte recavan sollievo, e
più ancora ne avrebbero recato se alcuni beneficî fossero
stati informati a principî diversi da quelli dominanti
nel tempo in cui nacquero.

La Società moderna rimane impassibile o sorpresa
a certi scopi di legati d'allora; ma ha torto nel giudicarli
[pg!447]
coi criterî che si son venuti formando da mezzo
secolo in qua. Bisogna ricordarsi che una delle grandi
preoccupazioni, se non la più grande, era l'anima,
nella cui salute si erogavano sostanze, la legittimità
delle quali nessuno metteva in discussione. Quindi i
legati a favore di ordini religiosi e di cappelle, dove
come in propria casa i confrati si adunavano. Le cosiddette
*congregazioni* o compagnie erano un completamento
della famiglia; famiglia più larga, intesa a
considerazioni sull'ultimo fine; e tra i legati ve ne avea
così per esse come per le chiese, tanto per consanguinei
poveri quante per orfane estranee. Nel solo anno 1790
si ebbero fino a _`nove` istituzioni di cosiffatti legati.

La ricerca del nuovo patrimonio dovuto alla divozione
ed alla carità nelle ultime decadi del settecento
a confronto del patrimonio dei secoli precedenti darebbe
oggi sorprese confortevoli alle anime bennate;
ma, checchè ne sia, mentre in codeste maniere si affermavano
le supreme volontà dei benefattori, centinaia
di beneficî vigoreggiavano.

La lista delle opere pie palermitane parla dolcemente
al cuore, e conferma come nulla si trascurasse per
venire in soccorso degli infelici: donne traviate, fanciulle
pericolanti, infermi mancanti di cure, bambini
senza sostegno, carcerati privi di pane, condannati
laceri e scalzi. Carità sublime quella, alla quale nessun
giornale profondeva lodi smaccate a scapito della
verecondia dei benefattori. La bramosia di rumore intorno
al proprio nome poteva forse, perchè umana,
affacciarsi all'animo loro; ma non lasciava svaporare
[pg!448]
la fragranza del fiore gentile della carità, olezzante
perenne e benedetto. Non si sognava la teatralità delle
opere buone, non il compenso materiale del bene spontaneamente
concepito e santamente condotto; unico
movente, unico compenso del bene, il bene stesso.

E frattanto, per lunga inerzia, sonnacchioso il paese
trascinava la vita alla quale era stato abituato
da Vicerè stranieri, avidi di pompe e di danaro, e da
ministri, ciechi o avveduti strumenti di quei Vicerè.

Tra molli ozii intorpidivano i ricchi, d'altro non
curanti se non di ciò che meglio assicurasse il quieto
lor vivere col godimento, per chi ne avesse, di titoli
e di fasti. Carezzavali il Governo e, come per compenso,
ne ricavava forza, che alla sua volta su di essi
rispecchiava e profondeva. Del ceto civile, gl'impiegati
sbarcavano placidamente il lunario guardandosi
dal far cosa che potesse dispiacere ai superiori o compromettere
l'ordine interno; ed i professionisti grossi
e piccini dalle dovizie delle case nobili, dai piati dei
litiganti e dalle amministrazioni delle comunità religiose
ritraevano chi sussistenza, chi agiatezza.

La innata passione di gareggiare in lusso con la
classe elevata imponeva loro spese che consumavano
le ordinarie entrate: gara che per imitazione ne tirava
dietro un'altra: quella degli operai.

La grande massa del popolo, purchè il pane costasse
poco (ed il Senato lo dava a buon mercato, anche a
scapito dell'erario del Comune) e le feste non mancassero,
si sfamava e restava contenta.

Potente come la Nobiltà il Clero secolare e regolare,
[pg!449]
rispettato se alto e dotto, tollerato se basso; ma pur
sempre tenuto di conto, se non altro pel numero.

Non una parola di fuoco che accendesse gli spiriti;
non un atto che sorreggesse le fedi vacillanti, che sollevasse
alla visione d'una Sicilia forte, libera e indipendente.
Il tentativo del Di Blasi fu un'allucinazione
generosa al miraggio della libertà francese, tirannide
di folle boccheggianti attorno agli alberi della
libertà, in Italia grottescamente parodiati.

Qualche anno dell'ottocento dovea passare perchè
si uscisse dall'eterno torpore. La Società incominciava
una lenta, insensibile evoluzione. La forza di
volontà dei maggiorenni, già viva e gagliarda in tutte
le sue esteriorità, svigorita pel prolungato consumo
dell'organismo sociale e pei continui ritagli di privilegi
e preminenze operati dagli ultimi Vicerè, volgeva
a completo esaurimento.

Il patriziato era caduto in istanchezza: e quando
con l'atto memorando del 20 luglio 1812 il Braccio
baronale del Parlamento siciliano faceva spontaneo
sacrificio di quei privilegi e di quelle preminenze, esso
compieva sì un nobile atto di patriottismo, ma rinunziava
ufficialmente al resto di ciò che avea parte perduto,
parte dimenticato. Le energie d'una volta, spossate,
si trasformavano in nuove energie come per
prepararsi a combattere il dominio del passato ed a
sostenere le lotte dell'avvenire.

Nei primi sessant'anni del secolo XIX, in mezzo a
turbinose vicende, la storica Capitale seguì una via
ascendente di progresso: debole progresso, è vero, ma
[pg!450]
reale e palpabile. Tra giuramenti di principi fedifraghi
ed aspirazioni e sommosse di popoli, tra violente
repressioni di governanti e fremiti sdegnosi di vittime,
tra concessioni coraggiosamente reclamate e riforme
ineluttabilmente imposte dal fatale incalzare
degli eventi, il paese con la coscienza dell'esser suo
e con la forza della sua storia acquistava dignità novella.

L'asservimento forzato al Governo di Napoli, l'antigeografico
titolo di *Regno delle due Sicilie* al quale
l'Isola dovette sottostare, non impedirono il rinnovamento
della Città.

Il 1860 trovò Palermo pronta ad immolare sull'altare
della Unità d'Italia la sua autonomia. Pur di
conseguire la libertà, che, ben intesa e mantenuta,
è base e guarentigia di civile floridezza, unì incondizionatamente
le sue sorti a quella degli altri Stati della
Penisola e diventò provincia del nuovo Regno.

Abolite da mezzo secolo ma non dimenticate le antonomastiche
*Costituzioni*, la storia di Palermo, che è
storia di Sicilia, si confuse e si perdette nella storia
d'Italia; ma Palermo si fece più grande, più bella,
degna in tutto e per tutto delle principali città sorelle
di Terraferma.

Le sue mura di città crollarono; i suoi bastioni di
giorno in giorno cedettero il posto ad infinite abitazioni
private e pubbliche; le sue porte restarono solo
di nome. L'antica Capitale si triplicò fuori di se stessa:
e le quattro miglia di suo circuito divennero tre volte
tanto, e sulla immensa pianura di orti, giardini, oliveti
[pg!451]
e spiagge gli abitanti si riversarono in cerca di
aria, di luce, di verde, di cielo, di mare.

Ogni giorno che passa è una casa, un edificio che
cade sotto il piccone inesorabile del muratore, e con
esso un ricordo che si dilegua dalla memoria di chi
resta. E non pure il passato, ma anche il presente cade
a brandelli. I fatti avvenuti ieri s'involano agli occhi
nostri precipitando nel baratro delle memorie irrevocabili.
Nel tempo che fugge s'incalzano con rapidità
fulminea uomini e cose. Solo resta immutato,
vecchio e perennemente giovane, il popolo; sul quale
due, tre secoli non son per altro passati che per modificare
vestiti non più compatibili col continuo rinnovamento
della moda. I suoi *catodî*, minacciati da
periodiche velleità di trasformazioni edilizie, son sempre
lì, per naturale inclinazione della genterella che
li abita, uniformi, puliti, ma angusti, sovente scarsi
più sovente privi di luce; e si legano e stringono, o si
dividono e discostano per formare vicoli tortuosi, gradinate
sostituite a rampe di antichi dislivelli, piazzuole
irregolari, cortili ciechi, reconditi, sinistri,
ignoti perfino ai popolani del quartiere. Quivi formicolano
parecchie centinaia di migliaia di uomini, donne,
fanciulli con tradizionali usanze e leggende che
richiamano a consuetudini scomparse.

Ma il ceto medio e l'alto, non del tutto smorbati dal
tradizionale spagnolesimo, con mirabile prontezza si
sono assimilati quanto di nuovo offre la vita moderna
del continente: il grande, il bello, che non può sfuggire
agli ammiratori delle cose grandi e belle.
[pg!452]

Possa tu, o Palermo, vanto della Sicilia, con l'Italia
forte, avanzare in prosperità! Possano le più
miti aure carezzarti di dolci baci, ed il cielo giocondarti
di perenne sorriso! Possano i tuoi figli renderti
beata di domestiche e civili virtù!

Ecco l'augurio, che l'ultimo dei tuoi devoti fa per
te, vecchia Palermo ringiovanita,

   | Patria, diva, santa genitrice!

[pg!453]

.. toc-entry:: Ragguaglio tra i pesi e le monete del secolo XVIII e i pesi e le monete d'oggi.

RAGGUAGLIO
==========

.. class:: center

| :small-caps:`tra i pesi e le monete del secolo XVIII`
| :small-caps:`e i pesi e le monete d'oggi.`

   | Una salma = ad ettolitri 2, 74.
   | Un quintale (rotoli 100) = chilogr. 80.
   | Un rotolo = ettogr. 7, 9 decagr.
   | Un'oncia = decagr. 7.
   | Un'onza = lire 12, 75.
   | Un tarì = lire 0,42.
   | Un grano = lire 0,02.
   | Uno scudo = lire 5,10.
   | Un ducato = lire 4,25.

-----

.. clearpage::

.. footnotes:: NOTE
   :class: small

.. class:: center large

FINE DEL VOLUME SECONDO

------

.. clearpage::

.. topic:: Nota del Trascrittore

   Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
   le grafie alternative (Arcieri/Arceri, sotto-regole/sottoregole,
   avversari/avversarî, mormorio/mormorìo e simili), correggendo
   senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura
   sono stati inseriti nelle note, dove non presenti o errati, i numeri
   di pagina relativi al testo richiamato nelle note stesse, nella forma
   {p. *nn*}.
   Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

      | 47 — Il `giuoco`_ [guoco], non v'inganno, a me
      | 67 — `Che`_ [Cre] dalla ruota e dal martel cadente
      | 205 — e di `egregio`_ [egrerio] casato
      | 218 — non il `mellifluo`_ [mellifuo] Caramanico
      | 271 — Per `convincersi`_ [convircersi] di questa verità
      | 279 — Principessa Carlotta di `Wales`_ [Walls]
      | 347 — la `opinione`_ [opione] del Tychsen
      | 358 — non `sacerdote`_ [sacedote], ma semplice chierico
      | 361 — e qualche operazione `chirurgica`_ [chirurigica]
      | 447 — si ebbero fino a `nove`_ [nuove] istituzioni

|
|
|
|
|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA IN PALERMO, VOLUME 2 \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

.. _pg-footer:

.. class:: pgfooter language-en

A Word from Project Gutenberg
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  days following each date on which you prepare (or are legally
  required to prepare) your periodic tax returns. Royalty payments
  should be clearly marked as such and sent to the Project Gutenberg
  Literary Archive Foundation at the address specified in Section 4,
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  Archive Foundation.”

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  you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
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  copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
  all use of and all access to other copies of Project Gutenberg™
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  electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
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are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
Michael Hart, the owner of the Project Gutenberg™ trademark. Contact
the Foundation as set forth in Section 3. below.

**1.F.**

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and proofread public domain works in creating the Project Gutenberg™
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additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any
Defect you cause.


Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™
``````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg™'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
``````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to
the full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are
scattered throughout numerous locations. Its business office is
located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801)
596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
```````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without wide spread
public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
`````````````````````````````````````````````````````````````````````````


Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
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U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
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Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
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Most people start at our Web site which has the main PG search
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  http://www.gutenberg.org
            
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